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La forza di The Post nelle voci di Streep, Hanks e Spielberg

30 martedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Golden Globes, Miti

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Cristiana Allievi, freepress, giornalismo, GQ Italia, journalism, libertà di stampa, Meryl Streep, Steven Spielberg, The post, Tom Hanks

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Nessuno può introdurre meglio di loro questo titolo, candidato all’Oscar 2018 per il migliore film e la migliore protagonista, ma anche tutto il suo valore storico, politico e simbolico

1971. Siamo alle prime avvisaglie di interferenza politica in quella che è la libertà chiave nella vita di una democrazia. Steven Spielberg pesca, non a caso, un evento che ha minato la libertà di stampa, e lo sceglie proprio in un momento in cui l’America soffoca sotto i colpi della xenofobia e di un presidente intenzionato a infamare chi non la pensa come lui.

La storia di The post, che sarà nelle sale dall’1 febbraio grazie a 01 Distribution, ruota intono alla figura di Katharine Graham, la prima donna che finisce al comando, da editore, del Washington Post, secondo giornale locale dopo il Washington Star.

Meryl Streep, che ha ottenuto la ventunesima nomination agli Oscar per questa interpretazione, racconta una donna impreparata al ruolo che si ritrova a coprire in una società fortemente maschilista. Grazie al suo straordinario coraggio darà una grande scossa alla storia dell’informazione, decidendo di pubblicare segreti governativi che riguardano la guerra in Vietnam.
«La prima versione della sceneggiatura è stata scritta da Liz Hannah e acquistata da Amy Pascal sei giorni prima delle elezioni presidenziali», racconta la Streep.

«Tutti noi pensavamo si sarebbe trattato di uno sguardo nostalgico al passato, riflettendo su quanta strada avevano fatto le donne fino a oggi, soprattuto in vista di un presidente donna che davamo per scontato. Invece, con le elezioni, sono aumentate le ostilità verso la stampa e gli attacchi alle donne, dall’apice del nostro governo. Così  il film si trasforma, suo malgrado, in una riflessione su quanta strada non abbiamo ancora fatto».

Le vicende ruotano intorno alle Pentagon papers, un rapporto segreto di 7000 pagine stilato nel 1967 per l’allora segretario della difesa Robert Mcnamara. In pratica quei documenti raccontavano una verità a lungo nascosta: per quattro amministrazioni, quelle di Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson, il governo americano aveva mentito ai suoi cittadini e al mondo sulla guerra in Vietnam.
Mentre i politici sostenevano di volere la pace, la Cia e e i militari incrementavano il conflitto sapendo in partenza che non avrebbero avuto la meglio. In pratica, mandando a morte sicura quei 58.220 soldati che hanno perso la vita sul campo.

Il regista di Schindler’s List, Munich, Lincoln e Il ponte delle spieracconta, in un crescendo di tensione, come un brillante analista militare, Daniel Ellsberg, ex soldato dei Marines e poi del Vietnam, abbia deciso di fotocopiare e nascondere tutte quelle pagine, per poi consegnarle al New York Times.

Il 13 giugno 1971 appare in prima pagina un lungo articolo che fa scoppiare un inferno, e l’amministrazione Nixon chiede alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione dei documenti da parte della testata, con la motivazione che quelle informazioni avrebbero messo in pericolo la sicurezza nazionale.

Da qui in avanti la storia si fa ancora più rovente perché gli altri quotidiani iniziano a darsi da fare per pubblicare i documenti, approfittando dello stop dato al New York Times.

«La libertà di stampa è un diritto che consente ai giornalisti di essere i guardiani della democrazia, una verità incontrovertibile», racconta il tre volte premio Oscar Steven Spielberg che segna un altro punto a suo favore per quanto riguarda il filone storico dei suoi lavori. «Nel 1971, il tentativo di Nixon di negare il diritto di pubblicare i Pentagon papers fu un atto inaudito. Era la prima volta che succedeva qualcosa del genere dalla Guerra Civile americana. Oggi ci troviamo ancora una volta a osservare questa minaccia, e questo rende quei fatti tremendamente attuali».

Il due volte premio Oscar Tom Hanks interpreta Dan Bradlee, direttore del quotidiano locale, per niente spaventato dalla competizione con un colosso: «Ben Bradlee era molto competitivo, una vera bestia», racconta. «Aveva passione, era il tipo di uomo che voleva trovare non una grande storia, ma “La” storia. Nel giugno del 1971 il Washington Post era in competizione con il Washington Star, che era il quotidiano principale della capitale: il fatto che il Times avesse una storia che il Post non aveva, era un fatto che teneva sveglio Bradley la notte. Lo faceva impazzire. C’è una scena, in cui sono tutti riuniti nella sala di consiglio e stanno leggendo il giornale avversario, in cui Bradlee dice “siamo gli ultimi a casa nostra!”. È fantastica, racchiude il senso della sfida che guiderà tutto il resto del film».

Bradlee ha la vista lunga, se si pensa che il suo modo di ragionare aprirà la strada a inchieste come quella del Watergate, che porterà alle dimissioni di Nixon. Ma niente sarebbe successo senza di lei, Katharine Graham. «Era una donna che aveva la sensazione che il posto in cui era non le competesse», continua Meryl Streep. «La rappresentazione della redazione del giornale, come era nel 1971, è molto fedele: c’erano solo uomini ed erano tutti bianchi, le donne erano solo segretarie. In un simile contesto, questa donna sfida Nixon, senza sapere che un giorno sarebbe finita a capo di una delle società di Fortune 500, qualcosa di inconcepibile all’epoca, come vincere un Pulitzer con la propria autobiografia. Ma tutto accade grazie all’enorme fiducia fra lei, l’editore, e Ben Bradlee, direttore del suo giornale, uno degli uomini più coraggiosi che abbia incrociato in vita mia, di quel genere disposto a rischiare tutto».

Articolo pubblicato su GQ.it il 29 gennaio 2017

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Matt Damon: «Il vantaggio di non mentire alla mamma».

17 mercoledì Gen 2018

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Cristiana Allievi, dire la verità, Downsizing, emergenza pianeta, Fratelli, GQ Italia, Matt Damon, scandali sessuali a Hollywood, Suburbicon, XX Century Fox

SESSANT’ANNI FA, UN BRAVO RAGAZZO DIVENTA L’ASSASSINO DELL’ULTIMO FILM DEI CLOONEY. LO STESSO RAGAZZO, ORA SI FA RIMPICCIOLIRE PER IL BENE DEL MONDO. PERCHE’ L’ODIO, E LA GENEROSITA’, SONO SEMPRE ATTUALI

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L’attore e produttore Matt Damon, 

Nelle mani di George Clooney l’attore, sceneggiatore e produttore, figlio di un banchiere e di una professoressa di pedagogia, non sarà un bravo ragazzo, anzi: dal 14 dicembre al cinema incarnerà una massiccia dose di ferocia e follia. Suburbicon, la commedia dark diretta dal regista premio Oscar e passata in competizione all’ultima Mostra di Venezia, è un incrocio fra un soggetto dei fratelli Coen e la storia di un documentario girato in Pennsylvania nel 1957 scovato dallo stesso Clooney. Racconta la periferia americana degli anni Cinquanta, quando molte famiglie realizzano il sogno di avere una bella casa con tanto di giardinetto e garage, e tutto sembra assolutamente perfetto. Vale anche per i coniugi Gardner (Damon e Julianne Moore) e il loro figlio undicenne, ma solo finchè arriva in città una distinta coppia di neri a scatenare gli istinti peggiori dell’intera comunità, portando Damon a perdere totalmente il controllo. Poi, da gennaio, l’attore ci porterà nel futuro distopico di Downsizing-Vivere alla grande, diretto da Alexander Payne, in cui accetterà l’unica soluzione possibile alla crisi economica imperante: farsi rimpicciolire per avere un impatto small sull’ecosistema e per vivere una vita da benestante.

Chi è questo Gardner Lodge secondo i Coen e Clooney? «È un marito modello, ma anche un uomo malato di controllo. Ama sua moglie Margaret solo perché rinforza la sua idea di poter gestire tutto, cosa che in realtà non accade, e soprattutto perchè nessun altro gli da retta».

Le vicende sempre più dark di questa storia sono una grande metafora? «Sono un termometro, mostrano il livello di rabbia e di odio che c’è in questo momento nel mio paese. Pensi che io sono un bianco che va in giro ricoperto di sangue ad ammazzare la gente, ma la cosa non interessa a nessuno perché sono tutti occupati a infierire contro una rispettabile famiglia di neri. È da non credere».

 Amici e colleghi dicono che lei è davvero un bravo ragazzo: dove mette la sua parte oscura? «Finisce tutta nel lavoro, dove posso fare cose che alle altre persone sono concesse solo in terapia e a pagamento».

È un tipo d’uomo che ama il controllo? «Mi è impossibile per costituzione, sono abituato da sempre ad accettare le situazioni così come si presentano».

(… continua)

Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017

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Paolo Virzì: Livorno- Key West, in viaggio contromano

14 domenica Gen 2018

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Cristiana Allievi, D La repubblica, Detroit, Donald Sutherland, Ella & John the Leisure Seeker, Florida, Helen Mirren, Notti magiche, On the road, Paolo Virzì

 

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Ha appena terminato le riprese di Notti magiche, film ambientato a Roma durante i Mondiali di calcio del 1990. E  dal 18 gennaio sarà nelle sale Ella & John- The leisure seeker, passato dall’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia e liberamente ispirato al romanzo di Michael Zadoorian (In viaggio contromano, Marcos Y Marcos), lavoro del regista, sceneggiatore e produttore livornese. Con Donald Sutherland ed Helen Mirren a fare da protagonisti, è il primo film interamente made in Usa del regista. Racconta il viaggio di una coppia in fuga dai sobborghi di Detroit e diretta in Florida, a Key West, a bordo di un vecchio camper. «È una storia diversa e non perché è ambientata in America», racconta Virzì. «Per la prima volta, rispetto ai miei copioni così affollati, ho voluto una storia semplice, fatta di due sole persone. Mi è servita a indagare cos’è un matrimonio, qual è l’elemento che lega due persone per tutta la vita. E per dire che non si tratta di una passeggiata».

Lei è un maestro, nel trattare temi difficili e penosi trasformandoli in avventure vincenti: come le riesce? «Sono cresciuto da solo, mio fratello Carlo è arrivato quando avevo otto anni. Eravamo in periferia, a Torino, i miei genitori non erano in una condizione economica privilegiata in più ero un timido. Evidentemente il tono delle storie che racconto viene da queste premesse».

Un figlio regista sarà stato l’ultimo dei pensieri di un padre carabiniere siciliano e di una casalinga livornese, è così? «Mia madre avrebbe voluto che facessi il medico, perché è molto ipocondriaca e sperava potessi prescriverle tante ricette. Ma a 21 anni grazie a Furio Scarpelli che mi ha preso a lavorare con lui ero già uno sceneggiatore, avevo scelto la mia strada».

Mamma ci è rimasta male? «Un giorno le ho potuto dire che anch’io, in fondo, curavo le persone. È successo dopo aver letto Le storie che curano di Hillman, psicologo junghiano che ha detto che raccontare storie è un modo per guarire dalla mancanza di senso della vita».

(continua…)

Intervista pubblicata su D LaRepubblica il 13 gennaio 2018

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La Swinging London di Michael Caine

10 mercoledì Gen 2018

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Beatles, Bowie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Michael Caine, Miti, My generation, Panorama, Stones, Swinging London, Who

BLOODY COCKNEY DIVENTATO SIR, È STATO TRA I PROTAGONISTI DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE CHE HA CAMBIATO L’EUROPA PER SEMPRE. LUI E QUALCHE AMICO (I BEATLES, GLI STONES, BOWIE, GLI WHO)…

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Michael Caine in uno scatto del 1965 per il Sunday Times (courtesy Icon Panorama).

«A 10 anni volevo già diventare un attore. Ma la mia classe sociale non lo prevedeva, nemmeno il mio accento. Figuriamoci pensare di diventare famosi, era fuori da ogni logica». La sua carriera è iniziata grazie a un paio di pantaloni. E molti altri sono gli aneddoti che ruotano intorno all’abbigliamento e al look. Il primo: a una recita scolastica sale sul palco per una pantomima, e tutti ridono. In realtà non è merito della sua bravura, ma della lampo dei pantaloni che è scesa. Non importa, lui ha trovato ciò che vuole fare nella vita. Poi ci sono gli abiti che separano una classe sociale dall’altra. «A Londra, negli anni Sessanta, lo speaker della BBC che dava le notizie si vestiva in giacca a cravatta, nonostante fosse in radio. La mia generazione ha messo in discussione quei valori. Abbiamo fatto una vera rivoluzione, con la musica pop, il cibo, il look colorato e informale rispetto agli standard britannici…». E quando si fa notare a Sir Michael Caine che è una leggenda di stile, oltre che del cinema, lui sfodera un altro aneddoto. «Il mio miglior amico era un sarto. Qualsiasi cosa dicesse aveva ragione. Ho perso un sacco di chili ultimamente, ma indosso ancora le giacche che ha cucito per me anni fa». Vengono in mente le immagini di Alfie, in cui cammina in doppio petto con le mani in tasca sulle note di Burt Bacharach: alto, biondo e con un paio di occhiali neri che anticipano di cinquant’anni anni quelli che Tom Ford ha fatto indossare a Colin Firth. Sempre una sigaretta accesa fra le dita.

Ha una semplicità che lascia sgomenti, lo capisci quando cita i suoi amici Doug Haywor – il sarto che è stato una star in Inghilterra – George Harrison e Ravi Shankar senza traccia di enfasi. La nostra lunga conversazione parte nel Myfair di Londra e termina sulla spiaggia del Lido di Venezia. All’ultima Mostra d’arte cinematografica ha presentato My generation, il docu film di David Batty in cui è presenza sullo schermo, voce narrante e produttore. Nelle sale dal 22 al 29 gennaio come vento, è un viaggio a ritroso fra i ricordi in cui parla (l’audio è originale) con i Beatles, gli Stones, David Bowie, Twiggy, ma anche con i fotografi più famosi dell’epoca, Bailey, Duffy e Donovan. Sembra uno sforzo fatto per farci capire cosa ha dovuto attraversare- insieme ai colleghi citati – per essere ascoltato. E a 85 anni suonati quello che ancora emerge è l’orgoglio del “bloody cockney”, per dirla con parole sue. Cresciuto in una famiglia povera della working class, suo padre scaricava casse al mercato e la madre era una cuoca. Vivevano in un appartamento di Camberwell, per strada incontrava Charlie Chaplin, anche lui di quelle parti e mai, in vita sua, avrebbe pensato interpretare i giochi psicologici di Gli insospettabili, o blockbuster come Lo squalo e la trilogia del Cavaliere Oscuro, accanto a film d’autore come Youth– La giovinezza, in cui Paolo Sorrentino lo ha voluto compositore e direttore d’orchestra ritiratosi in Svizzera a fine carriera. La miglior performance della sua vita, secondo il due volte premio Oscar (per Anna e le sue sorelle e Le regole della casa del sidro), che continua a girare un film dopo l’altro.

Si è mai reso conto di quanto la sua immagine sia forte? «Non sono mai stato un tipo fashion, mi definirei piuttosto un “mystic cool”. Vede come sono vestito, anche oggi? Ho uno stile severo, e indosso sempre capi di un solo colore, il blu chiaro».

Come si diventa icone di stile? «Il mio miglior amico era Doug Hayword, ha confezionato tutti i miei abiti».

Per i suoi ruoli sullo schermo? «Per la vita di tutti i giorni. Nonostante sia mancato dieci anni fa, e io abbia perso un sacco di chili, indosso ancora gli stessi abiti. Questa giacca che vede è sua».

A che stile si è ispirato negli anni della sua formazione? «A quello degli americani, che facevano sempre foto della working class, cosa che gli inglesi non hanno mai fatto. Quando eravamo giovani mia madre mi portava a vedere i film di guerra, e tutti quelli americani su questo tema parlavano di soldati semplici, mentre nei film inglesi di guerra ci sono sempre solo gli ufficiali, ci ha mai fatto caso?».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon Panorama, gennaio 2018

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Martin McDonagh: «Le parole sono pietre (tombali)»

08 lunedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Golden Globes, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, Golden Globes, Martin McDonagh, parole, registi, sceneggiatore, scrittura, Tre manifesti a Ebbing, verso gli Oscar

A VENEZIA LO AVEVANO PREMIATO PER LA SCENEGGIATURA. IN SALA VINCERANNO I DIALOGHI. E NEL FRATTEMPO IL REGISTA E SCENEGGIATORE IRLANDESE SI AGGIUDICA QUATTRO GOLDEN GLOBES

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Martin McDonagh, regista e sceneggiatore (courtesy The Hollywood reporter).

Secondo il New York Times è uno dei più grandi commediografi irlandesi viventi. Martin McDonagh, anche sceneggiatore e regista, ha vinto ben tre Laurence Oliver Awards per il teatro e un Oscar al cinema per il corto Six Shooter, e i suoi lavori teatrali sono stati messi in scena in oltre quaranta paesi. E sono tutti ambientati in Irlanda, nonostante sia un britannico di origini irlandesi, con doppia cittadinanza. All’ultima Mostra di Venezia ha presentato il suo terzo lungometraggio, Tre manifesti Ebbing– Missouri, nelle sale dall’11 gennaio, che ha scritto e diretto e che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Come lo descrive Frances McDormand, la sua attrice protagonista, lo stile, di McDonagh è “una forma di realismo magico che si fonde con il gotico americano e si basa sull’idea che la gente di provincia non è prosaica ma poetica”. Perfetto, per un mago della parola che viene dalla working class. La storia del film, ambientata nella provincia americana è quella di Mildred, una donna esasperata dall’omicidio insoluto di sua figlia che porta scompiglio nelle dinamiche relazionali della cittadina. E solleva un bel polverone nei confronti dei poliziotti locali, gli ottimi Woody Harrelson e Sam Rockwell.

La sua commedia dark regala articolati dialoghi fra i personaggi, dove ha imparato questo uso della parola? «Ho sempre ascoltato quello che si dicevano le persone, sui pullman, nei caffè. Cercavo di farlo senza giudizio, anche se mi risultava difficile restare neutrale verso le classi sociali più alte. Ma ho sempre saputo che il mio lavoro è vedere l’umanità delle persone, al di là delle idee politiche».

E una certa raffinatezza, da dove viene? «Dal background teatrale, credo anche se il mio primo amore è stato il cinema e agli inizi odiavo il teatro: quello che andavo a vedere in Inghilterra era terribilmente politico e non aveva storia, non succedeva niente per tre ore! È stata la mia fortuna, la spinta a fare qualcosa di diverso».

I primi passi? «Leggendo libri di sceneggiature in biblioteca. Poi a 14 anni ho visto Al Pacino in American Buffalo, e quel linguaggio così forte mi ha colpito molto. Era il 1984 , ho pensato, “allora non è obbligatorio scrivere schifezze…”».

Il suo metodo? «Scrivo tre ore al giorno, e siccome lo faccio a mano, mi regolo sul portare a termine almeno tre pagine».

 Prossimi lavori? «Ho scritto A very, very, very dark matter. Viaggia in profondità negli abissi dell’immaginazione, andrà in scena a Londra nel 2018».

(… continua)

Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017

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Noomi Rapace: «Ora che non sono più Lisbeth».

01 venerdì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Torino Film Festival

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cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Millennium, Noomi Rapace, Seven Sisters, Star, Torino Film Festival

 

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L’attrice Svedese Noomi Rapace, 37 anni (courtesy Pinterest)

«Quando ero ragazza giocavo solo con i maschi. Poi a 13 anni mi sono infuriata quando ho capito che mi guardavano con un occhio più sessuale. Allora ho preso una decisione: “sarò io quella al comando, mi amerete ma non mi avrete mai…”». Noomi Rapace è un incrocio fra ghiaccio e fuoco, e questo la rende una donna unica nel suo genere, prima che un’artista fuori dai canoni. Figlia di un’attrice svedese e di un cantante di flamenco gitano, il suo carattere mascolino venato di una forte femminilità è un cocktail esplosivo che l’ha resa l’attrice svedese più famosa del mondo dai tempi della Bergman. 37 anni, nata a Hudiksvall, nel nord della Svezia, a sette era già sul set del primo film. La fama mondiale arriva nel 2009, grazie al ruolo di Lisbeth Salander, l’hacker geniale e violenta protagonista degli adattamenti cinematografici della trilogia Millennium, scritta dallo svedese Stieg Larsson.

Oggi vive a Londra, con il figlio Lev avuto dal primo marito, Ola Rapace. E tanto quanto si concede completamente sul set, nella vita reale è riservatissima: da quando si è seprata dal campione di kickboxing Sanny Dahlbeck, due anni fa, non si sa praticamente nulla delle sue relazioni sentimentali. Il futuro lavorativo, invece, la vede impegnata in film importanti, come Bright di David Ayer, con Will Smith e Joel Edgerton, e soprattutto Stockholm, accanto a Ethan Hawke. Nel 2018 interpreterà Ferrari di Michael Mann, in cui è Linda, moglie del fondatore della casa automobilistica. Ma già in questi giorni affronta una grande sfida: interpretare le sette sorelle di Seven Sister, presentato al Torino Film Festival. Siamo nel 2073, in Cina, sotto un regime che costringe le famiglie ad avere un solo figlio e a ibernare quelli in più. L’amore di un nonno (Willem Defoe), però, potrebbe costituire un’eccezione. Quando la figlia muore di parto dando alla luce sette gemelle, lui decide di nasconderle escogitando un modo geniale per salvarle tutte: usciranno a turno, una volta alla settimana, fingendo di essere la stessa persona. Le donne sono tutte interpretate da Noomi Rapace.

Come è riuscita a calarsi in sette personalità differenti? «È stata un’esperienza molto fuori dall’ordinario. Per un lungo periodo ho vissuto in una realtà parallela, non sono mai uscita di sera, non ho visto nessuno, dentro di me non c’era spazio per nient’altro che non fossero queste sette donne. Mi venivano a prendere all’alba, e prima ancora andavo in palestra. Dopo questa interpretazione ho rifiutato molti film, ho avuto bisogno di un lungo stacco».

Era completamente sola, sul set? «Per due mesi e mezzo sì. Poi mi ha raggiunta Willem ed è stato un sogno. Ricordo di essere scoppiata a piangere, mi ha fatto molto effetto avere qualcuno vicino».

Interpreta spesso donne difficili, che tengono tutto dentro. «Il mio temperamento è caldo ma ho imparato a controllare le emozioni, perché nella cultura svedese non sono apprezzate, si aspettano che non mostri troppo di te. Ho dovuto imparare a controllarmi, ed è diventato un lavoro».

Però dopo aver interpretato la Lisbeth di Millennium ha dichiarato di essere stata male. «Finite le riprese sono corsa in bagno a vomitare, il mio corpo l’ha letteralmente rigettata. È stato come un esorcismo».

In Seven sister cambia identità, intenzione e look in modo sorprendente. Riesce ad essere sofisticata e ambiziosa, new age, atletica, sensibile, un maschiaccio e molto altro ancora. «Sono tutte parti di me, e quando l’ho riconosciuto il lavoro è diventato più semplice. Per anni ho praticato boxe e arti marziali, era la mia parte combattente, ma sono stata anche una punk, i piercing di Lisbeth erano i miei. E poi c’è una parte di me che sembra fredda ed egoista, ce n’è una selvaggia, insieme a quella sexy e più femminile».

[…]

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 30/11/2017 

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Ana de Armas: «Mai stare ferme ad aspettare»

05 giovedì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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Ana de Armas, Blade Runner 2049, Clive Owen, Cristiana Allievi, Denis Villeneuve, Grazia, Ridley Scott, Ryan Gosling

 

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L’attrice cubana Ana de Armas, 29 anni, protagonista  di Blade Runner 2049.

Ordina un caffè e mi dice che durante le riprese di Blade Runner 2049 non lo beveva mai, per non metterci lo zucchero. Ma Ana de Armas è un tipo solare, e se da una parte capisco non sta scherzando, presto mi accogerò che sa prendere con ironia le fisime del suo lavoro di attrice. Siamo nel cuore di Barcellona, fa caldo e sono i frenetici giorni prima dell’uscita del film più atteso dell’anno. Boccoli biondi e labbra carnose, mi racconta che interpreta Joi, la miglior amica dell’Agente K, nientemeno che Ryan Gosling. Mi ricorda anche che quando Ridley Scott ha girato il suo capolavoro, lei non era nemmeno nata. 29 anni, Ana ha lasciato Cuba a 18 anni per trasferirsi in Spagna da sola. Poi è stata la volta di Los Angeles, dove vive.

Coraggiosa senza ombra di dubbio, l’attrice è già stata sposata all’attore spagnolo Marc Clotet, da cui si è divisa dopo due anni, e ogi si dichiara single. Ma considerato che ha debuttato a Hollywood con due film, solo un paio di anni fa (entrambe al fianco di Keanu Reeves), e che si trova già sul set di Three Seconds, diretta da Andrea Di Stefano, con Rosamund Pike e Clive Owen, siamo sicuri che di lei si sentirà parlare parecchio, d’ora in poi.

Come descriverebbe la sua Joi? «È una donna molto coraggiosa e appassionata, è la miglior amica, amante e cheer leader dell’Agente K, lo supporta e lo incoraggia a fare ciò che deve fare. Lo ama davvero, per lui farebbe qualsiasi cosa».

Come ha ottenuto un ruolo così importante? «Facendo tre audizioni, la mia gente ha spinto un po’ per ottenere la prima. All’inizio non credevano fossi adatta, ma quando Denis è venuto sul set, la seconda volta, e mi ha visto nella scena in cui dico “ti ho sempre detto che sei speciale”, ha capito che ero perfetta Ho davvero avuto il tempo di crescere e prepararmi al ruolo, con tutti quei provini».

Ricorda la prima volta in cui ha visto Blade Runner? «Ero molto giovane, a Cuba, e non ho capito quello che poi ho realizzato dopo, lavorandoci. Scott è stato un genio visionario, ha raccontato il futuro dell’umanità, il senso degli esseri umani, la tecnologia, il futuro…».

 

[…]

L’intervista integrale è su Grazia del 14/9/2017

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Redford fa ancora riflettere, con Le nostre anime di notte

04 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria, Televisione

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Cristiana Allievi, film romantici, icone, Jane Fonda, Le nostre anime di notte, Netflix, riflessioni, Robert Redford, Sundance

Punto numero uno: viene da chiedersi, di nuovo, come fa? Già, come fa a essere l’icona leggera e insieme profonda e politica che è? Anche con il film romantico in onda su Netflix?

È sempre stato un guru dei film “impegnati”. Lealtà verso un ideale. Critica intelligente del sistema. Strenua difesa delle libertà (leggi democrazia), questo sa fare Robert Redford, e per questo da sempre incarna il volto buono dell’America. E i colleghi che hanno lo stesso obiettivo glielo riconoscono, primo fra tutti George Clooney.

Ora, se tutto questo è molto chiaro, resta più difficile da spiegare quell’aura da icona che nemmeno a 81 anni gli scivola via di dosso. All’ultima mostra d’arte cinematografica di Venezia, dove ha presentato con la sua amica di vecchia data Jane Fonda Le nostre anime di notte, in onda su Netflix, la sua luce ha oscurato la presenza di tanti colleghi con meno della metà dei suoi anni.

“Come fa?”, viene da chiedersi
Come fa a togliersi la giacca e restare in t-shirt, senza sfigurare, nonostante non abbia mai puntato sul fisico? «Non mi sono mai visto particolarmente bello. Così come non credo di essermi apprezzato come attore per un lunghissimo periodo di tempo», racconta a sorpresa.

«Sono sempre stato tremendamente esigente con me stesso, forse troppo».

Forse la bellezza, mista a molto talento e anche a una certa distrazione da se stesso, rende un uomo davvero un’icona.
Se poi si pensa che ha sempre puntato il dito su tutto ciò che del suo paese non gli piace, vedi alle voci Tutti gli uomini del Presidente, I tre giorni del condor, Leoni per Agnelli solo per citarne alcuni, il resto è fatto.

L’arte di andare al cuore delle cose con semplicità
Se la politica, con le sue bugie, i media e l’istruzione sono gli highlights della sua arte, quando si passa ai sentimenti Redford mantiene la stessa semplicità e incisività.

Basta guardare l’ultimo film, tratto dal romanzo di Kent Haruf, di cui è produttore e coprotagonista con Jane Fonda, amica e collega con cui ha girato quattro pellicole e con cui – prima volta nella storia del festival che accade a una coppia- ha vinto il Leone alla carriera. «Nel 1965 ci siamo incontrati per La caccia, da quel momento le cose sono sempre state facili tra noi. Volevo lavorare ancora con Jane prima di morire, ho scelto questa storia perché funzionava bene per la nostra età».

Le nostre anime di notte, dalla sceneggiatura molto semplice, racconta due persone della terza età che cercano ancora un’intimità, nonostante il mondo intorno a loro non pensi che questo sia giusto. Un film che scalda il cuore e in cui Redford ha mostrato tutte le sue passioni, dalle passeggiate nella natura alla pesca alla pittura.

Il naso per la politica
Nato a Santa Monica, figlio di un lattaio, da ragazzo era una vera testa calda. A scuola non riusciva a stare, e le grandi perdite della sua vita non lo hanno certo aiutato: prima lo zio con cui era cresciuto, poi la madre, e a ruota il primo figlio, trovato morto nella culla. Si definisce un pessimo studente, ma le cose sono cambiate quando ha lasciato l’Università del Colorado per venire a studiare all’Istituto d’arte Firenze, per poi passare all’Ecole des Beaux Arts di Parigi.
Con il suo Sundance Institute ha cambiato il corso del cinema americano, e da tutta la vita incarna lo stereotipo del vincente che non usa l’aggressività. «Credo che nel mondo farebbe una differenza se ci fossero più donne in politica. Tutto il sistema ha bisogno di avere più donne, e mi riferisco a ciò che possono portare in termini di valore aggiunto. La compassione in grado di dare la vita a un figlio, sapere come nutrirlo, abbiamo più bisogno di queste qualità che di qualcuno che vada in guerra, specie quando non sa cosa sta facendo».
E visto che questo pianeta finirà nelle mani delle nuove generazioni, gli interessa suscitare in loro una domanda. «“Io cosa scelgo di fare”? Quando ero studente mi hanno espulso dalla scuola, quindi mi interessa sempre mettermi dall’altra parte, anche da regista».

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Dai rischi del divismo al circolo vizioso del business
E dei nuovi maschi di Hollywood, cosa pensa? «I tempi sono molto cambiati, e con loro l’industria cinematografica. Gli attori più giovani non possono non essere influenzati dal ruolo di internet, della tv, dalla miriade di informazioni e dagli altrettanti canali che le distribuiscono. Sono completamente concentrati su di sè, hanno interi staff con il trainer, lo psichiatra, molta gente intorno. Voglio dire che sono più attenti alla cura dell’immagine, il lavoro rischia di diventare un fatto di marketing». Quando ha iniziato lui, i giochi erano diversi. «e penso a quando ho recitato in Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid, 1969, ndr) non ricordo di aver neppure parlato del film, è semplicemente uscito nelle sale. Adesso i giovani sottostanno alle leggi di mercato, sono spinti a vendersi a livello commerciale, sono invischiati nel circolo vizioso del business». E del carisma cosa pensa? «Non saprei cosa dire, non vorrei sembrare naif. So cosa mi ha detto la gente in tutti questi anni, ma non so se ci ho mai creduto. Il carisma viene da chi sei, da quello che tiri fuori di te come artista, e va al di là del personaggio».
I tempi sono cinici, si sa, e quando è così nè commedie né film romantici fioriscono. «Basta guardare in che cultura ci troviamo, cosa fanno i media. C’è così tanta disonestà che le persone giovani non hanno nulla a cui guardare, questo riflette la mancanza di una leadership morale. Non c’è rispetto, non c’è integrità nel comportamento, solo l’idea “dammi qualcosa di facile e veloce”. La commedia è spesso così, una soddisfazione facile e veloce. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, ci interessava qualcosa di sofisticato.

Il sapore, anzi il gusto, della Libertà
Libertà è fare un film come quello appena fatto, è la libertà che mi piace in quanto artista. Poi c’è la libertà di dire quello che penso. E poi… Mi piace ritirarmi dal mondo, andare in un posto dove c’è solo natura, e cavalcare per miglia, vedere solo cielo, alberi, montagne. Posso farlo nella mia tenuta, è una libertà molto speciale…».

Articolo pubblicato su GQ Italia

© Riproduzione riservata

Human Flow: quando la bellezza racconta bene una realtà devastante

02 sabato Set 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Ai Weiwei, arte, attivista, Cristiana Allievi, Human Flow, profughi, Venezia74

Meglio lasciarsi andare per apprezzare la forza del primo vero film dell’artista ribelle. Come Ai Weiwei si è lasciato andare per entrare nelle ragioni, speranze e potenzialità del grande flusso umano che attraversa questo secolo

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Davanti allo scorrere di immagini di straordinaria bellezza non si può che lasciarsi andare. Anche se, come nel caso dei 140 minuti di Human Flow, si tratta di un flusso umano di uomini, donne, bambini, che si spostano scappando dai luoghi del mondo devastati da guerra, carestie e cambiamenti climatici con zaini e sacchetti di plastica, coperti alla meglio per isolarsi dal freddo e diretti nei campi profughi.
Il paradosso del film di Ai Weiwei presentato in concorso alla Mostra di Venezia (e nelle sale dal 2 al 5 ottobre distribuito da 01 Distribution), è che tanta bellezza estetica racconta una situazione devastante. 65 sono i milioni di persone nel mondo che sono state costrette a lasciare le proprie case di cui 300.000, tra il 2015 e il 2016, erano bambini che viaggiavano da soli, senza adulti a guidarli o sostenerli. Quello che mette in luce l’occhio di Weiwei è la forza dei profughi, il loro mettersi alle spalle un passato per esplorare un futuro ignoto, in poche parole la loro umanità.

E a chi ha fatto notare che l’estetica della pellicola è troppo alta, per un simile tema, il regista cinese ha risposto senza esitazioni in un incontro per la stampa. «Nella storia del genere umano le grandi sofferenze non si contano, quella dei rifugiati è solo una parte. Ma la nostra evoluzione ha tratto forza proprio dal cercare la bellezza, principio per cui un artista deve riuscire a lottare: un documentario non è la realtà, è il racconto di una nuova realtà, quindi ha un’estetica lavorata».

Sessant’anni anni, Weiwei è un artista, designer e attivista celebrato, perseguitato e noto per uno spirito da fuorilegge. Suo padre, il poeta Ai Quing, è stato esiliato e la famiglia ha vissuto per 20 anni in un provincia sconosciuta della Cina, finché nel 1981 si è trasferito a New York. «So cosa significa essere torturati, il film è nato nel periodo in cui ero recluso, non avevo ancora il passaporto». Ha girato gli eventi che vediamo sullo schermo nel corso di un anno, attraverso 23 paesi, dal Bangladesh alla Turchia, dalla Grecia al Kenya, e questa è la sua opera prima da regista.

«Per me è stato un viaggio nella realtà, un’esperienza di studio da cui sono stato travolto, sono entrato nel progetto quasi per caso e senza preparazione. Ma il mio interesse era maggiore del raccontare una semplice storia: per illustrare una situazione così complessa occorreva fare riprese in vari posti, e raccontare la dimensione del fenomeno. Già a New York negli anni Ottanta avevo realizzato più di 10 mila ore di documentari sui diritti umani. E ci sono miei film sperimentali in cui con una sola inquadratura ho realizzato 150 ore di girato. Human Flow sembra lungo? Non è niente in confronto».

La produzione del film è vastissima, ha incluso 200 persone di troupe e ha avuto costi elevatissimi. «Come artista indipendente non ho mai usato il criterio del budget. Ho sempre detto “andiamo avanti”, anche a costo di interrompere un progetto a metà. Per fortuna in questo caso a metà strada si sono unite persone. Non importa quanto grandi sono stati gli investimenti, la possibilità di esprimere quel tema viene prima».
Crede che il nostro paese abbia un occhio giusto verso il problema dei profughi. «L’Italia ha una lunga storia di emigrazione e immigrazione. La vostra posizione politica vi fa gestire i rapporti col mondo in modo diverso dal resto del mondo, voi mantenete una cultura di comprensione del fenomeno».
C’è da chiedersi dove veda ancora la speranza, da uomo e artista, dopo tutto quello che ha visto in vita sua. «In tutti i paesi del mondo in cui sono stato ho incontrato differenze di povertà e di disastri ambientali. Ma ciò che mi ha colpito di più sono stati i bambini e la loro innocenza, quella voglia di correre dietro alla troupe e quell’innocenza che hanno negli occhi. Mi ha fatto rendere conto che da troppo tempo ci siamo dimenticati di quello sguardo. Credo nella fantasia, quando c’è esiste ancor una possibilità. Ecco perché continuo a fare arte».

Articolo pubblicato su GQ Italia

© Riproduzione riservata

Charlie Hunnam: «Per sfidare la natura ci vuole un selvaggio».

23 venerdì Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi, Riflessione del momento

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Charlie Hunnam, cinema, Civiltà perduta, Cristiana Allievi, James Gray, Los Angeles, natura, Percy Fawcett, vita selvaggia

È STATO RE ARTU’, ADESSO E’ ESPLORATORE ALLE PRESE CON UNA MISSIONE IMPOSSIBILE. MA CHARLIE HUNNAM NON HA PAURA NE’ DI COMBATTERE NE’ DI TUFFARSI NEI FIUMI GELATI. PERCHE’, COME AMMETTE LUI STESSO, NON E’ PROPRIO FATTO PER LA VITA COMODA

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Charlie Hunnam, attore inglese, 37 anni (courtesy theritualistic.com)

Ha la barba incolta e gli occhi blu. Indossa una camicia azzurra e i jeans, e capisco al volo che non se la tira, Charlie Hunnam. Mi racconta che a 17 anni lo hanno notato durante un’improvvisazione in un negozio di scarpe, inscenata allo scopo di scegliere un regalo per uno dei suoi tre fratelli. È così che il nipote della prima ritrattista del Newcastle è finito in uno show televisivo, e poco dopo su un volo con destinazione Los Angeles. Vet’anni dopo ha già lavorato con registi importanti come Guillermo del Toro, Anthony Minghella e Alfonso Cuaron e parte di questo successo lo deve al motociclista molto sporco e molto grunge Jax Teller della serie tv Sons of anarchy. Ora è nelle sale come protagonista del pirotecnico King Arthur- Il potere della spada di Guy Ritchie e nei panni dell’altra icona inglese, Percy Fawcett, in Civiltà perduta, scritto e diretto da James Gray. Il film molto applaudito all’ultima Berlinale è basato sul bestseller di David Grann che racconta la vera storia dell’esploratore inglese che all’alba del ventesimo secolo ha scoperto una civiltà precedente, sconosciuta e avanzata, nel cuore dell’Amazzonia. Un vero maschio solitario che ha avuto tutto il supporto della moglie e del suo aiutante sul campo, interpretati nel film da Sienna Miller e da un ottimo Robert Pattinson.

Grazie agli ultimi due ruoli, quello di re Artù e dell’esploratore inglese, ha passato molto tempo nella natura selvaggia, le è piaicuto? «Vivo a Los Angeles ma sono cresciuto ai confini tra l’inghilterra e la Scozia, la natura mi ha sempre reso più felice. Soprattutto allontanarmi dagli aspetti superficiali della vita sociale e dalla pressione che c’è nello stare costantemente immersi tra gli esseri umani!».

E cosa fa quando sta in mezzo alla natura? «Cammino in montagna, faccio bagni nel fiume, cucino sul fuoco. E cambio ritmi, specie se è autunno avanzato o inverno. Lì ti svegli e fa freddo, devi prima accendere il fuoco, scaldarti, poi ti viene fame e devi iniziare a cucinare. A quel punto pensi a lavarti, così vai a cercare il fiume ed è gelato… C’è un’immediatezza nel vivere che rende tutto più naturale, semplice, e soprattutto ti allontana dalla nevrosi della vita sofisticata».

Lei ormai è un uomo di Hollywood, come mantiene questo equilibrio? «Facendo esercizio fisico, se viviamo una vita sedentaria la chimica non funziona, si diventa tristi! Quando produci endorfine ti senti bene, regala le stesse sensazioni che si provano stando in natura, senti una stabilità emotiva».

E del grande mondo là fuori, che cosa pensa? «Fra Trump, la Brexit e le elezioni francesi, ultimamente mi sono sentito consumato dalla continua percezione di un’Apocalisse in arrivo. In realtà gli ultimi vent’anni sono sempre stati così, tra i cambiamenti climatici e i modelli economici americani non c’è niente di nuovo, se non che la gente non crede più nei politici. Viviamo in un casino, credo che nei prossimi anni assisteremo a grandi e necessari cambiamenti».

Ha declinato 50 sfumature di grigio per lealtà verso un altro regista a cui aveva dato prima la parola: si è mai pentito della scelta? «Non ci ho più ripensato. Sono arrivato a un punto della carriera in cui il mio nome fa la differenza, quindi mi offrono un sacco di film. Il paradosso è che tutta questa scelta mi crea molta insicurezza e dubbi, e prendere decisioni per me è un incubo, ci metto molto tempo. Per questo una volta che decido non mi volto più indietro».

Com’è stato lavorare con Guy Ritchie a King Arthur- Il potere della spada? «Mi sono molto divertito, ha mescolato tra figure storiche e mi ha trsformato mell’archetipo di eroe. Guy è un tornado, non avevo mai lavorato come fa lui. Io sono molto lungo nella preparazione, lui fa funzionare tutto sul set, nel momento. Prende decisioni in tempo reale, le cambia in continuazione e funziona. È un modo di procedere molto sfidante».

 

Invece diventare un uomo realmente esistito, come Percy Fawcett, è più facile? «No, direi solo che è un modo diverso di procedere. Ho visitato la Royal Geographical Society, dove sono successe realmente cose importanti che il film mostra, e ho letto tutte le lettere che Percy ha scritto alla moglie Nina. Ho voluto anche indossare l’esatta replica dell’anello che indossava lui. Mi dicono che a volte esagero con i dettagli, ma questo era importante: Fawcett lo indossava quando è scomparso e molti anni dopo il suo anello è apparso in un negozio di pegni, una cosa che infittisce il mistero sulla fine della sua vita».

 

In Civiltà perduta ha una relazione particolare con suo figlio, nella vita reale vuole diventare padre? «È un istinto primario, fa parte del nostro essere animali. Ma non ho nutrito abbastanza la mia vita personale, sono stato in una specie di centrifuga di film, prima devo ribilanciare tutto. Perché se avrò figli voglio essere presente davvero nella loro vita, e dovrò imparare a bilanciare carriera e famiglia. Spero non sia troppo difficile».

L’ossessione di Fawcett è l’Amazzonia, la sua? «Negli ultimi tempi sono stato insoddisfatto dei film girati, non li sentivo all’altezza di ciò che volevo fare e non vedevo l’ora di rompere il circolo vizioso. In pratica volevo dimostrare a me stesso a che livello potevo arrivare dando tutto, e credo di esserci finalmente riuscito».

Intervista pubblicata su Grazia del 21/6/2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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