Julian Schnabel: «Esiste solo l’eterno presente, L’arte è sempre ottimista»
08 giovedì Ott 2026
Posted in arte, Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Personaggi, pittura
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21 venerdì Dic 2018
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cinema, interviste illuminanti, Julian Schnabel, Van Gogh, Van Gogh Alla soglia dell'eternità, Van Gogh- At eternity's gate, Willem Dafoe

Willem Dafoe e Julian Schnabel, 63 e 67 anni, fotografati a Venezia da Thomas Laisne per GQ Italia.
JULIAN SCHNABEL HA VOLUTO WILLEM DAFOE PER INTERPRETARE VINCENT VAN GOGH NEL SUO NUOVO FILM. QUESTA È LA STORIA DELLA LORO “SPETTRALE” AVVENTURA
«Ero al Met con mamma. Guardai un’opera di Rembrandt, Aristotele contempla il busto di Omero, e in me successe qualcosa. Mi sembrò diversa da tutto ciò che la circondava: splendeva». Julian Schnabel non aveva nemmeno 10 anni, il pomeriggio in cui capì di voler diventare un artista. Un desiderio così intenso da consentirgli di resistere anche nei periodi in cui non aveva «neanche i soldi per comprare una mozzarella». Finché, negli anni Ottanta, si affermò sulla scena newyorkese, aiutando molti altri a farsi strada.
«A quei tempi sognavo di creare una comune», racconta. «Lavoravo come cuoco in un ristorante vicino a Washington Square: gli artisti sarebbero venuti a mangiare gratis e avrebbero anche potuto mostrare il loro lavoro ai clienti». Difficile non restare ipnotizzati dai racconti del pittore, regista e sceneggiatore americano, classe 1951. Come quello sul suo viaggio in Italia, a 20 anni, solo per vedere il Caravaggio dal vivo, «perché sui libri non è mai la stessa cosa».
All’ultima Mostra del cinema di Venezia, dove al solito si è presentato sul red carpet in giacca e pigiama, il pluripremiato e plurinominato (anche all’Oscar) Schnabel ha portato in concorso il suo sesto film, Van Gogh- Alla soglia dell’eternità. «Non faccio arte per illustrare quello che so», spiega, «ma per trovare qualcosa che non so. Il vero successo, dal mio punto di vista, arriva nel momento in cui crei e scopri qualcosa dentro di te. Quella è gioia e bellezza, lì ti senti davvero vivo, non quando gli altri guardano i tuoi lavori». Suo complice nell’impresa, stavolta, è stato Willem Dafoe, 63 anni, che per la sua interpretazione di Van Gogh nel film (nelle sale dal 3 gennaio) ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore protagonista.
Possente e impetuoso Schnabel, etereo e penetrante Dafoe, in questa conversazione si confrontano proprio sul pittore olandese dell’Ottocento, che per il regista diventa quasi un pretesto. «Il mio non è un biopic», chiarisce. «Quello che mi interessava era raccontare cosa significa essere artisti ed essere vivi». Così è nato il suo film più personale, che racconta gli ultimi anni di vita di Van Gogh, mettendo al centro il suo rapporto con la natura e la sensazione che restituisce creare un’opera d’arte.
Cosa avete scoperto l’uno dell’altro lavorando insieme?
Schnabel. «Conosco Willem da trent’anni, l’ho visto in situazioni da cui sarebbero scappati in molti. Da amico, se non gli avessi chiesto di interpretare Van Gogh non avrei sopportato me stesso. E da artista ho pensato che non ci fosse nessun altro con la sua profondità».
Dafoe: «Conosco Julian da una vita, sono stato in studio a guardarlo lavorare e ho visto anche cosa ha attraversato nella vita. Le persone e gli artisti con cui amo lavorare raccolgono cose intorno sé e vi si relazionano: non sono interpreti, creano sul serio. Stare intorno a gente così ti trasforma».Vi è mai capitato di sentirvi gli unici sani in un mondo di matti?
Dafoe: «Non ci ho mai pensato».
Schnabel. «Mi sento sempre così. E in effetti Van Gogh era sano, nonostante avesse una paura terrificante di impazzire. Sono andato con lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière a vedere la mostra Van Gogh/Artaud: Il suicidato della società, al Musée d’Orsay. Guardando i suoi dipinti ci è venuta l’idea di rendere l’emozione, l’esperienza di avvicinarsi ai quadri, guardarli e passare oltre. Ma se penso al titolo del mio primo dipinto su tavola del 1978, I pazienti e i dottori, la domanda sottesa è chiara: sono da ricoverare quelli in manicomio o quelli che stanno fuori? La domanda “Chi è più matto?” era già lì».
(continua…)
L’intervista a Julian Schnabel e Willem Dafoe è pubblicata su GQ Dicembre 2018
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13 mercoledì Dic 2017
«L’unica foto di me che mi piace davvero è una in cui sto surfando. Ogni volta che la guardo cerco di ricordare la sensazione che provavo in quel momento. È una sensazione unica e irripetibile, mentre stai cavalcando un’onda, è potentissima».
L’acqua, il surf, la natura sono elementi chiave per Julian. Così come lo sono i suoi figli, gli amici e l’atto del creare un’opera d’arte.
In questo senso L’arte viva di Julian Schnabel, nelle sale come evento speciale il 12 e 13 dicembre grazie Nexo Digital, racconta un uomo attraverso le sue autentiche passioni.
Si può chiamarlo un viaggio che parte dall’Italia, dall’isola di Li Galli, davanti a Positano, e finisce nell’empireo dell’arte.
Oppure si può vederlo come l’omaggio di un artista a un altro artista.

Julian Schnabel nel film di Pappi Corsicato (Nexo Digital)
Pappi Corsicato conosce Julian Schanbel (nato a New York nel 1956) da molti anni. Prima come pittore, poi come amico con cui trascorrere le vacanze. E a un certo punto dev’essergli scattato qualcosa dentro, per cui ha deciso di raccontarlo attraverso il film prodotto da Buena Onda con Rai Cinema.
Ci sono voluti due anni per girarlo, e l’effetto è potente: si esce dalla sala con la sensazione di aver conosciuto davvero un gigante, in tutti i sensi. Ci sono il suo amato pigiama, la dimora di Long Island e il palazzo in stole veneziano nel West Village di New York, i figli, le mogli e l’amata natura.
Soprattutto c’è lui, un artista esploso nella New York degli anni Ottanta, con Andy Warhol e Jeff Koons, amico di Al Pacino, Bono e Lou Reed, che nel film vediamo ritratto mentre è intento a creare le proprie opere.
Si alternano in sottofondo le testimonianze di amici e galleristi, che creano un bellissimo affresco.

Julian Schnabel all’opera, nella natura (courtesy of Nexo Digital)
«Ho lasciato che Pappi frugasse nei miei archivi, anche se non ero entusiasta di partecipare a un film su di me, né ero nel migliore degli umori, in quel periodo. Ma Pappi è una persona molto gentile, ha un modo di fare le cose che mi ha conquistato. È un’operazione delicata, ognuno ha la propria visione delle altre persone, e se lo avesse girato la mia seconda moglie, un film su di me, o mia figlia Lola, entrambe ottime registe, sarebbe stato un lavoro diversissimo».
Al centro di tutto sta l’arte, o meglio la creazione artistica, cuore della vita personale di Schnabel, declinata in giganteschi dipinti e film come Lo scafandro e la farfalla (Miglior regia al Festival di Cannes, due Gloden Globe e la nomination come miglor regista agli Oscar), oPrima che sia notte (Leone d’argento e Gran premio della giuria al Festival di Venezia).
E poi ci sono il mare, le onde, il surf.
Molta acqua. «Per me è una macchina contro la gravità. È terrorizzante e potente allo stesso tempo, mi rigenera. E poi l’acqua è l’incarnazione delle memorie. Nella mia vita ho passato moltissimo tempo in acqua. Ed è il ricordo di me da bambino, quando mia madre mi abbracciava: l’acqua è la mia giovinezza».
Articolo pubblicato su Panorama il 13 dicembre 2017
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