Bérénice Bejo: «Una signora parla anche di soldi».

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«Paul Newman accettò di togliersi una parte di compenso  per darla a Susan Sarandon, coprotagonista con lui sul set di Twilight. Magari oggi ci fossero attori di quel tipo». Berenice Bejo è determinatissima, soprattutto in tema di parità fra sessi, ed è quanto di più lontano dal personaggio che sta per interpretare nella commedia avventurosa L’incredibile viaggio del fachiro, Nelly, una diva annoiata. Il film di Ken Scott, in sala dal 4 luglio, racconta la storia di Aja (la bravissima star Bollywoodiana  Dhanush), un mago di strada di Mumbai che dopo la morte della madre parte per un viaggio davvero fuori dal comune alla caccia del padre che non ha mai conosciuto. Nelly è uno dei personaggi che lo aiuteranno a realizzare quanto la vita sia ricca di tesori. «Quando ho fatto vedere il film a mia figlia (Gloria, 7 anni, ndr) mi ha chiesto tutto il tempo “mamma, ma quando arrivi”? E io “tranquilla, ti assicuro che ci sono, arrivo fra poco…”», racconta divertita l’attrice di origine argentina, che arriva in scena più o meno a metà dell’opera nei panni di una famosa star annoiata dalla vita. E avendo girato la sua parte quasi interamente a Roma ne è stata colpita al cuore: «La scena che si svolge davanti alla fontana di Trevi mi ha emozionata, mi sono sentita di colpo in un film italiano degli anni Cinquanta e Sessanta». Argentina di Buenos Aires, è figlia di Miguel Bejo, un regista spagnolo, e dell’avvocatessa De Paoli, che quando aveva tre anni sono fuggiti dalla dittatura di Jorge Rafaél Videla portandola a Parigi. La sua storia artistica è sui generis. Da bambina sfiora una parte in un film di Gérard Depardieu, e quando non la ottiene si dispera. Poi, a 17 anni, rispondendo a un annuncio prende finalmente parte al suo primo film, algerino, ma per i successivi 20 anni resta praticamente una sconosciuta, finché non interpreta la star del cinema muto che regalerà a The artist, diretto dal marito Michel Hazanavicius, ben 10 nominations e cinque statuette agli Oscar. Ad agosto la coppia sarà di nuovo sul set, alle prese con un nuovo film insieme, The lost prince.

Come descriverebbe Nelly, la donna che interpreta in L’incredibile viaggio del fachiro? «È una famosissima attrice che ha fatto tutti i film che voleva, con tutti i registi che stimava, e ora è annoiata dalla vita e dal lavoro. Non le interessa più niente, e questo fatto mi piace moltissimo».

Perché? «È una donna stupida, ha tutto ed è infelice, mi diverte il ruolo».

Quando incontra Aja, l’indiano che si ritrova in stanza, chiuso in un baule, all’improvviso qualcosa in lei cambia. «È la diversità a colpirla. È stufa di gente che finge di essere brava nel lavoro, di avere belle storie da raccontare… In realtà tutti pensano solo ai solo, mentre quell’uomo ha davvero  qualcosa da dire, e le ricorda di quando ha iniziato a recitare lei, e tutto era possibile».

Ha ricordato qualcosa anche a lei? «Cerco sempre di scegliere progetti che abbiamo un punto di vista e vengano da persone convinte. Quando accetto un film devo allontanarmi da casa, deve interessarmi davvero: non sono un tipo di persona che può lavorare solo per soldi e fama».

Quando lavora come gestisce i suoi due figli? «Sono sempre stati a casa, non me li porto con me. Ma non sto mai via troppo tempo, e quando non ci sono io è presente il loro padre. Michel gira un film ogni tre anni, e sta sul set due mesi. Il resto del tempo lo passa a scrivere e montare, a Parigi. Siamo sempre noi a  portare i ragazzi a scuola, tutti i giorni, solo in casi rarissimi chiediamo aiuto ai nonni».

Il film parla di un viaggio incredibile, anche la sua storia di famiglia ne vanta uno degno di nota. «Sento connessione con chiunque viaggi lontano dalla propria casa, per problemi politici, a causa del mio passato. E anche se non sono come i miei genitori, che sono scappati, conosco quel feeling grazie a loro. Oggi parliamo sempre dei migranti, come fosse un’etichetta. Ma non esiste questo tipo di “gruppo”, ognuno è una persona a sé, un essere umano che andrebbe ascoltato».

Cosa le racconta sua madre degli anni in Argentina? «Da bambina mi diceva spesso “sei nata durante la dittatura”, e io le chiedevo “perché hai fatto due figlie in un simile contesto, quando eri costretta persino a  nasconderti?”».

Risposta? «Diceva che la vita è più forte di tutto, lei ci voleva e ci ha fatte. E la comprendo. Ho molti di amici ceceni e ruandesi a cui sono successe cose tremende, quando ne parlano ancora piangono. Ma ce la fanno a vivere, in qualche modo sono andati oltre».

 

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia del 28 giugno 2018

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Charlie Hunnam: «Solo lontano da Hollywood mi sento libero».

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IL FISICO DA SEX SYMBOL PER CHARLIE HUNNAM È STATO UN LIMITE: GLI VENIVANO PROPOSTI SOLO RUOLI FACILI. PAPILLON, IL REMAKE DEL PIU’ FAMOSO FILM SULL’EVASIONE, È INVECE LA SUA GRANDE OCCASIONE. MA CON GRAZIA L’ATTORE HA PARLATO DI UN’ALTRA FUGA, QUELLA CON LA DONNA ALLA QUALE HA SCRITTO UNA LETTERA D’AMORE AL GIORNO

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L’attore inglese Charlie Hunnam, 38 anni (Courtesy of Marteen de Boer su Grazia).

È il tipo di uomo che ti fissa dritto negli occhi. Per qualche secondo pensi che stia flirtando, ma non è così: capisco in fretta che è concentrato sulla conversazione, che ascolta davvero ogni parola. Ha capelli biondi e il corpo scolpito: Charlie Hunnam trasuda un fascino diverso da quello dei belli e famosi del grande schermo. E più vai avanti a parlare con lui più noti anche che non si dà arie ma è schietto e diretto. Questo attore inglese 38enne ha esordito come il motociclista sporco e cattivo della serie tv Sons of anarchy, e in un ventennio di cinema ha già lavorato con Guillermo del Toro in Pacific Rim e con Anthony Minghella in Ritorno a Cold Mountain, prima di diventare il visionari o esploratore Percy Fawcett in Civiltà perduta. Ma soprattutto quello che colpisce di lui sono il coraggio, e la pazienza, di non cadere nella trappola di usare come scorciatoia per il successo quel fascino angelico che si ritrova, nonostante bruciasse dalla voglia di dimostrare di cosa fosse capace. «Ho dedicato molto della mia vita a lavorare per il cinema e a diventare il miglior attore possibile», racconta a Grazia. «Ho dovuto sopportare parecchia frustrazione, perché molte delle cose che mi venivano offerte non erano al livello in cui mi sentivo, o di cui sapevo di essere capace. In altre parole, mi sono sacrificato parecchio e ho cercato di limitare i danni, ed è stato piuttosto faticoso». Certo, ha dovuto combattere. Guy Ritchie, l’ex marito di Madonna, all’uscita del suo Re Artù aveva detto “c’è più grasso in una patatina che in Charlie”, intendendo che non fosse abbastanza robusto per il ruolo. Quando lo ha saputo è volato da Londra a Los Angeles per farsi vedere dal vivo, e il film è stato suo. Ma, ironia della sorte, quando ha iniziato l’allenamento per il set ha incontrato Gray per Civiltà perduta, e pare il regista gli abbia detto “non c’è niente di più distante da un esploratore del secolo scorso…”. Risultato? Charlie ha perso un sacco di chili e ha fatto di nuovo centro. Oltre ai suoi talenti recitativi, Hunnam scrive e produce numerosi progetti cinematografici e televisivi, e dal 27 giugno lo vedremo in Papillon, diretto da Micahel Noer  in un rifacimento del celebre film del 1973 tratto dal best seller autobiografico di Henri “Papillon” Charrière, uno scassinatore parigino erroneamente incarcerato per omicidio e condannato a vivere nella famigerata colonia penale sull’Isola del Diavolo. Determinato a liberarsi, crea un’improbabile alleanza con un altro condannato, Louis Dega (Rami Malek), che in cambio di protezione accetta di finanziare la fuga di Papillon. Fra i due nascerà una toccante amicizia.

Cos’ha pensato quando le hanno offerto il remake di un cult che ha schierato Steve McQueen e Dustin Hoffman? «L’ho rifiutato, nonostante apprezzassi il regista ero scettico sul riproporre un classico molto amato. Ma quando mi è subentrato un altro attore ho pensato che avevo fatto un errore, e mi sono torturato riguardando tutti i film del regista! Poi però sono tornati da me, perché l’altro attore ha abbandonato il film».

E come l’hanno convinta? «Mi sono seduto col regista e gli ho chiesto: “se fossimo liberi, cosa vorremmo raccontare davvero di questa storia?”. Ho capito che eravamo ossessionati  dal sistema contemporaneo di privatizzazione delle carceri americane. Quello che stiamo permettendo è terrificante, e fare in modo che il pubblico veda i fatti in una prospettiva storica, provandone disgusto, mi sembrava un buon servizio».

Come si è avvicinato a questo tema? «Grazie al mio consulente finanziario, 12 anni fa, quando voleva che investissi in azioni nelle prigioni. Funziona che una compagnia compra una prigione dal governo e ne diventa proprietaria, poi chiede denaro al governo per ospitare i prigionieri, e considerati tutti gli extra parliamo di circa 50 mila dollari l’anno a detenuto, un business spaventoso con molti risvolti».

Per esempio quali? «Il valore delle azioni sale e scende in base all’occupazione delle carceri, quindi se uno entra per soli otto giorni, dicono che ha guardato male un secondino per affibbiargliene altri 20, è scioccante. Il governo francese all’epoca ha cercato di colonizzare la Guyana, e per iniziare si doveva tagliare alberi, costruire strade e infrastrutture. Così la colonia di prigionieri è stato un modo per fare soldi approfittandosi della sofferenza di quegli uomini».

Ha dovuto perdere di nuovo molto peso, come era successo per Civiltà perduta. «La differenza è che allora mi sentivo in forma, qui invece ero molto giù. Per dimagrire di 18 chili in 10 settimane ho dovuto essere molto duro con me stesso, e per due giorni sono stato brutale, sul set».

Nella vita normale come si mantiene con i piedi per terra, considerato il lavoro che fa? «Cerco di rimanere il più presente possibile, e ci sono scorciatoie che mi aiutano. Se viviamo una vita sedentaria la chimica non funziona e diventiamo tristi. Per me l’esercizio fisico è molto importante, a Los Angeles corro e faccio escursionismo sulle montagne del Runyon Canyon, non è il posto più bello che conosca ma è proprio fuori dalla porta di casa».

Prima parlava di tristezza, ultimamente parecchi personaggi famosi, dallo chef Bourdain alla stilista Kate Spade, si sono tolte la vita, lei che idea si è fatto di queste drammatiche vicende? «Non posso entrare in vicende personali, né voglio banalizzare, ma ho letto che l’America ha un depresso su cinque e che il tasso di suicidi è cresciuto del 25 per cento dal 1999. Sono sicuro che se chi prende antidepressivi mangiasse anche bene e facesse esercizio fisico regolare starebbe molto meglio a livello di umore. Perché quando non utilizziamo le meccaniche di base con cui siamo progettati andiamo contro natura, mentre quando usi i muscoli senti subito le endorfine, che ti danno un senso di stabilità emotiva».

(Continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 21 giugno 2018.

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«New York ha ancora bisogno di me», Cynthia Nixon

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VENT’ANNI FA NELLA SERIE CULTO SEX AND THE CITY ERA UNA DONNA LIBERA E CONTROCORRENTE, E OGGI CONSERVA ANCORA QUESTA QUALITA’. AL CINEMA; DOVE INTERPRETA UNA POETESSA EMANCIPATA, E FUORI DAL SET, DOVE SI È CANDIDATA GOVERNATORE DELLO STATO CHE LE HA PERMESSO DI SPOSARE LA DONNA DELLA SUA VITA

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«Cynthia Nixon è superba in questo ruolo»,  ha scritto il quotidiano britannico The Guardian. Ma non si riferiva solo alla decisione di candidarsi Governatore dello stato di New York (le primarie sono il 13 settembre), perché l’attrice lanciata dalla serie tv Sex and the City lascia senza parole anche nel film A quiet passion (nelle sale), in cui interpreta la poetessa Emily Dickinson. Ci sono, comunque, molti punti in comune fra l’attivismo politico di Nixon e la nuova eroina ultra contemporanea che interpreta sullo schermo,  ovvero una donna che ha lottato contro l’intera società, quando tutti pensavano che la professione di scrittrice fosse inappropriata per una ragazza. Una donna modernissima che ha preso forza dalle sue simili, come le sorelle Brönte e Elizabeth Browning e ha combattuto per essere presa sul serio. Lo stesso che, passando dal set alla politica, dovrà fare la Nixon. A dire il vero, per le 40enni Cynthia era un tipo controcorrente già nella serie tv che l’ha resa celebre: nei panni di Miranda Hobbes era il personaggio più progressista, femminista, impegnato e anticonvenzionale di Sex & the city. Fuori dal set ha saputo essere anche più sorprendente: dopo anni con il suo partner, Danny Mozes, con cui ha avuto due figli (Samantha e Charles, 21 e 15 anni), Nixon ha sposato Christine Marinoni, attivista del movimento per i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender, e con lei ha avuto Max, 7 anni. Nel mezzo è riuscita a superare anche un cancro al seno, affrontando pubblicamente la sua malattia. Nel frattempo l’abbiamo vista in prima fila a tutti gli appuntamenti che contano, compresa la Women’s March del 2017, la marcia delle donne che ha sancito la nascita del movimento trasversale per la rivendicazione dei diritti femminili.

Lei è un’attrice attivista e newyorkese di oggi. Che cosa sente di avere in comune con una scrittrice dell’Ottocento come Emily Dickinson? «Quando ero una bambina, ero molto timida. Non riuscivo ad essere per gli altri la ragazza che si aspettavano che fossi. Credo di assomigliare a Emily in questo».

Fra i tanti misteri che riguardano la scrittrice c’è quello della sessualità. Pensa che fosse lesbica? «Se devo dare un parere, credo fosse molto innamorata di sua cognata, Susan Gilbert, e alla fine si è sentita tradita da lei. La definirei bisessuale, ma di fondo era una persona talmente appassionata e così desiderosa di instaurare rapporti da andare oltre i luoghi comuni».

Chi è più femminista fra voi? «Dickinson era molto interessata all’uguaglianza delle donne, aveva idee chiare contro la schiavitù e la guerra civile, ma non ha messo molto nel movimento politico. Io ho più fiducia in quella direzione di quanta non ne abbia avuta lei, so che bisogna impegnarsi in prima persona per concretizzare le idee».

Così ha deciso di candidarsi alle primarie democratiche del prossimo 13 settembre sfidando l’attuale governatore Andrew Cuomo. Perché questa decisione? «I nostri leader ci stanno deludendo, siamo lo stato con le più marcate diseguaglianze nell’intero Paese, con ricchezza incredibile e povertà estrema. Siamo stanchi di politici che si preoccupano di titoli e potere e non di noi. Io vivo a New York da sempre, è la mia casa».

(continua…)

 

Intervista pubblicata su Grazia del 13/6/2018 

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Vanessa Paradis: «Un po’ di follia è il mio regalo di nozze».

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L’attrice francese Vanessa Paradis, 45 anni, star 71° Festival di Cannes con un film in concorso, Knife + Heart

LA SEPARAZIONE DALL’ATTORE JOHNNY DEPP È IL PASSATO REMOTO. ORA L’ATTRICE E CANTANTE FRANCESE È TORNATA SOTTO I RIFLETTORI E HA VOGLIA DI FAR PARLARE DI SE’: CON UN NUOVO THRILLER A BASE DI SESSO E IL PRIMO MATRIMONIO DELLA SUA VITA

L’appuntamento è nella suite Chanel dell’hotel Majestic sulla Croisette. Ho appena visto Knife + Heart, di Yann Gonzales, il film passato in Concorso all’ultimo festival di Cannes di cui è protagonista e che a fine giugno sarà nelle sale di tutta la Francia. È il ritorno di Vanessa Paradis dopo un periodo di assenza dallo schermo, alla vigilia di un evento speciale: in luglio si sposerà (per la prima volta) con il regista e sceneggiatore francese Samuel Benchetrit, in una cerimonia per pochi intimi sull’isola di Ré, Francia. Per la ex signora Depp è il primo sì della vita: lei e Johnny non si sono mai sposati, nonostante due figli insieme, Lily-Rose e John. Dopo 14 anni di vita insieme, sei anni fa si sono separati bruscamente, quando il Pirata dei Caraibi, in piena crisi di mezza età, è stato travolto dalla passione per Amber Heard, vent’anni meno di lui. Come poi sia andata a finire (male), è storia nota. Difficile ignorare tutto questo, mi dico. Ma Vanessa è in ritardo, ho tempo per riordinare i pensieri. A 14 anni, con il tormentone Joe le taxi, Vanessa è finita al n. 1 delle classifiche francesi (ma anche al n.3 in Uk e al n. 4 in Italia). Poi ha cantato con artisti come Lenny Kravitz, con cui è stata fidanzata, e Serge Gainsbourg, che le ha scritto il secondo disco. E Be my baby, canticchiata un milione di volte, è una sua hit. «Mi scuso moltissimo per il ritardo», dice in modo diretto e sincero sapendo che la aspetto da 30 minuti. «La mia vita è un frullatore, e ogni volta che vengo a Cannes è un’avventura molto intensa, ormai l’ho capito». Indossa una camicia kimono di seta bianca a fiori, con il bordo color giallo intenso, portata sui jeans. Si accende una sigaretta, mi da subito l’impressione di essere una donna femminile e molto forte. «Ha visto il film? Spero non alle 8 del mattino…». Il motivo della preoccupazione è la trama di “un coltello nel cuore” (questa la traduzione del titolo originale francese), che la vede nel ruolo di una produttrice di film porno gay negli anni Settanta. Lesbica, bionda platinata, e soprattutto distrutta per la fine dell’amore con la sua editor e amante (Kate Moran), cerca di riconquistarla girando il suo film più ambizioso. Ma i suoi attori vengono uccisi uno dopo l’altro, e la sua vita è messa sotto sopra.

In Knife+heart ha ruolo a dir poco sorprendente. «Lo so, è un film folle. È stato un grande regalo per me. Quando fai cinema vuoi essere trasportata lontano da te stessa. Un personaggio con cui posso giocare è una gioia, per questo motivo non ho mai dubitato della mia eroina underground, che è ispirata alla figura di una regista veramente esistita. Ma so che tutti sono stupiti dalla mia scelta».

Si è chiesta perché tanta meraviglia? «Credo che non lo sarebbero se avessi accettato il ruolo di una serial killer, o di una zombie. Ma qui si tocca la sessualità, e peggio ancora l’omosessualità fra persone ai margini, tutte cose che in fondo si pensa non dovrebbero esistere».

Lei fa spesso scelte provocatorie. Il suo secondo disco, Variations sur le meme t’aime, lo aveva scritto il cantautore più dannato di Francia, Serge Gainsbourg.  «Amo le persone, amo viaggiare e amo la vita. Sono irresistibilmente attratta da chi non ha il mio background, mi piace la diversità».

Diversi ma il top, considerato che ha lavorato con icone  come Alain Delon e Jean Paul Belmondo ed è ambasciatrice della maison da quasi tre decadi. «Sono stata molto fortunata, molti eventi del mio lavoro dipendono dal desiderio altrui. Altre attrici provocano le cose, acquistano i diritti di un libro, scrivono una sceneggiatura, io non sono così. Il film con Delon è arrivato perché Patrice Lecomte voleva dirigerlo, e poi ha scelto me».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 25 del 7/6/2018

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James Ivory: «Festeggio 90 anni con il DVD di Chiamami col nome e penso a Shakespeare»

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James Ivory, regista, produttore e sceneggiatore, 90 anni, alla premiazione degli Oscar 2018 (courtesy GQ.it).

Per i 90 anni dell’autore di “Camera con vista” e “Casa Howard”, un regalo speciale: l’uscita homevideo del film che gli ha finalmente portato l’Oscar, “Chiamami col tuo nome”, premiato per la sua sceneggiatura

Lo hanno sempre definito il più europeo dei registi americani. E nonostante James Ivory, che è anche anche sceneggiatore e produttore, ripeta di non avere niente di inglese, basta dare un occhio ai suoi film, soprattutto a quel fiume di candidature agli Oscar che hanno avuto Camera con vistaQuel che resta del giorno e Casa Howard, per non essere tanto d’accordo.

Se lo si incontra, più che un californiano sembra un gentleman inglese dal bon ton d’altri tempi. Anche i gusti e gli interessi sono distanti un bel po’ da quelli hollywoodiani, forse perché ha sempre vissuto a New York. Comunque, è impossibile parlare di James Ivory al singolare, visto che dal 1961 “lui” è la Merchant Ivory Productions, fondata con Ismail Merchant, produttore indiano a cui si è legato e con cui ha dato vita a decine di film e documentari, girati in ogni angolo di mondo. Nonostante Ismael sia mancato all’improvviso, 13 anni fa, Ivory continua a usare il plurale riferendosi ai suoi lavori. Specializzato in architettura e storia dell’arte, ha compiuto 90 anni il 7 giugno, lo stesso giorno in cui è uscito in DVD Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, con cui quest’anno ha vinto il suo primo Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

In una carriera lunga come la sua, in cui ha vinto 50 premi ed è stato nominato quattro volte agli Oscar, cosa rappresenta la sua prima statuetta?
«Il significato speciale di questa vittoria non è che sono vecchio, ma che me l’abbiano attribuita per una sceneggiatura. Avevo lavorato con sceneggiatori ad altri film, ma ho scritto Chiamami col tuo nome completamente da solo, e per me significa molto».
Pensavo lo avesse scritto con Guadagnino.
«Luca non scrive in inglese, ma solo in italiano».

È il premio più importante della sua carriera o ne ha vinti di minori che significano di più?
«No, credo che se fai film che vanno in tutto il mondo, e se li fai per il pubblico, un Oscar sia il riconoscimento supremo».

Come lo ha festeggiato?
«Ero con molti amici, abbiamo bevuto parecchio champagne».

Dove si trovava?
«A Los Angeles, mi sono trattenuto per vari giorni e per festeggiamenti ripetuti. E quando sono tornato a casa, a New York, abbiamo ricominciato».

Lei è un maestro nei ritratti di famiglia: in questo film ne vediamo di nuovo uno che mette a confronto varie culture.
«In effetti mi piacciono le grandi storie di famiglie, in cui tutti hanno idee diverse e c’è molto confronto».

Ricorda la prima volta che ha incontrato Luca Guadagnino?
«Era a una festa a Roma, molti anni fa, poi ci siamo rincontrati di nuovo in occasione della festa del mio film, Quella sera dorata. È stato un incontro importante».

Era dispiaciuto che non abbia vinto l’Oscar per la miglior regia? In molti pensano che la meritasse…
«È capitato anche a me. Sono stato nominato come miglior regista agli Oscar per tre volte, ma in due occasioni è stata Ruth Prawer Jhabvala a vincere con la miglior sceneggiatura di Casa Howard e Camera con vista. Sono stato contento perché si trattava di una cara amica, ma mi è sempre sembrato strano: se vince una sceneggiatura, uno dei motivi è che il regista ha fatto un lavoro straordinario e ha attori meravigliosi. Lo stesso discorso vale per Chiamami col tuo nome. Quello che Luca ha fatto è stato straordinario, e così gli attori, cosa che mi ha fatto riflettere».

Cosa vuole dire?
«Che non è stato nominato perché non appartiene alla corporazione dei registi americani, e lo meriterebbe».

Chiamami col tuo nome riporta alla dinamica del primo innamoramento, ricorda il suo?
«Lo ricordo eccome. Ma a 17 anni senti una forte attrazione mista alla paura di non piacere, tutti fenomeni che ricordo, ma non sono sicuro che si possano definire “primo amore”».

L’Italia del suo Camera con vista era quella del 1895, quanto l’ha trovata diversa dal set di Chiamami col tuo nome?
«Molto, innanzitutto i protagonisti di quel film vivevano in una pensione, non in una villa. Poi secondo la mia sceneggiatura la storia avrebbe dovuto svolgersi in Sicilia, di fronte all’Oceano. Il romanzo di Aciman si svolge in Liguria, ma non c’era modo di girare lì, perché era estate, e Luca temeva che sarebbe stato pieno di turisti. Abbiamo pensato alla Puglia, volevamo i templi greci che non ci sono al Nord. Al tempo delle riprese la Sicilia e la Puglia erano impossibili, per i costi troppo alti, e tutti i piani sono cambiati. Quello che avevo scritto all’inizio si è trasformato».

Ismail Merchant avrebbe amato Chiamami con tuo nome?
«Ne sarebbe stato entusiasta, e avrebbe contribuito alla fotografia».

Ultima domanda: girerà Riccardo II?
«Se trovo i soldi inizio subito le riprese. Credo di essere il regista più anziano che vuole girare un film shakesperiano, ma ho ancora fiducia…».

Intervista pubblicata su GQ.it

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Valerio Mastandrea: «Non sono più solo nel deserto».

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L’attore Valerio Mastandrea, 46 anni.

AL CINEMA È UN UOMO CHE VIVE IN ISOLAMENTO PERCHE’ HA PAURA DEI PROPRI SENTIMENTI. LA STESSA SFIDA CHE L’ATTORE HA DOVUTO AFFRONTARE ANCHE FUORI DAL SET, DOPO UNA SEPARAZIONE DOLOROSA. FINCHE’ HA SCOPERTO, COME RACCONTA, CHE PER STARE BENE BASTA NON TEMERE DI ESSERE AMATI

«Oggi ti deluderò, invecchiando si peggiora». Scherza, Valerio Mastandrea, ma ascoltandolo parlare mi accorgerò presto di quanto sia vero il contrario. L’occasione del nostro incontro è il film Tito e gli alieni, di Paola Randi, passato in anteprima al festival di Torino e al cinema dal 7 giugno. «Sono almeno sei anni che ho smesso di credere che il lavoro non influisca sulla mia vita, un film lo fa addirittura quando scelgo di girarlo, oltre che dopo. Tito e gli alieni è arrivato in un momento molto delicato, in cui ero solo, in mezzo a un deserto, come accade in una scena del film. È un’immagine che mi rappresentava molto». Nella scena l’attore è seduto su un divano, in mezzo al nulla, sotto un cielo di stelle. Una metafora che racconta la sua separazione da Valentina Avenia, attrice e autrice tv con cui ha avuto il primo figlio, Giordano, otto anni. E pensare che solo una manciata di anni fa, Valerio mi avrebbe detto “per favore puoi non chiedermi niente di me e parlare solo del film?”. L’arrivo di Giordano, mi accorgo,  dev’essere stato un po’ come quello di Tito e Anita nel film. Sono i suoi nipoti di 7 e 16 anni che, rimasti orfani, lo raggiungono in Nevada, dove lui è uno scienziato vedovo e solitario che lavora vicino all’Area 51, una zona militare a nord di Las Vegas. I due lo strapperanno alla solitudine e all’isolamento in cui vive dopo aver perso la moglie. Nella vita vera Valerio Mastandrea era un ragazzo timido che ha iniziato ad andare in tv a 19 anni (dopo il liceo scientifico e due anni di università), grazie a Maurizio Costanzo che gli ha dedicato intere puntate del più famoso talk show italiano. Oggi di anni ne ha 46 e oltre a lavorare in teatro è un pilastro del nostro cinema, con un centinaio di film all’attivo e collaborazioni con Virzì, Archibugi, Scola, Vicari, Piccioni, Ozpeteck, e persino Rob Marshall, che lo ha voluto negli Usa in Nine. All’ultimo festival di Cannes è stato il fratello di Riccardo Scamarcio in Euforia, secondo film di Valeria Golino. E presto vedremo il suo primo lavoro da regista, Ride, che ha per protagonista la sua nuova compagna, Chiara Martegiani, con molta probabilità alla prossima Mostra di Venezia.

Tito e gli alieni è un film molto originale. Fra i momenti toccanti che regala c’è la scena in cui lei fa le prove per prepararsi a ricevere i suoi nipotini. Ne ha fatte anche prima di diventare padre? «Meno ne fai e meglio è, quando le emozioni non passano dalla mente fanno meglio a tutti».

Sbaglio o suo figlio Giordano le sta insegnando a lasciarsi andare di più? «È così. Lui è il più bel viaggio della mia vita, e forse anche il più sano, il più reale. Credo sia il motivo per cui diventare genitori spaventa».

La sta aiutando anche a diventare più consapevole della sua storia di figlio? «Un amico mi ricorda spesso “un figlio ti scandisce il tempo che ti resta”, è una frase tremenda ma anche molto vera. Significa che se non hai fatto i conti con quello che sei stato, è meglio che ti sbrighi a farli. È quello che racconta Tito e gli alieni, in modo toccante».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 24 del 31/5/2018

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Anna Mouglalis: «Il dolore che mi porto dentro».

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L’attrice francese Anna Mouglais, 40 anni. 

Silenziosa, sta dietro la sua Rolleiflex a scattare immagini. Ma non si tratta né di foto di vacanze né di ritratti di moda. La donna dietro l’obiettivo sta facendo un reportage sulla prostituzione in Asia, e rompe il silenzio solo per fare domande alle giovani donne che ha davanti. La sua indagine sul turismo sessuale e sul traffico di esseri umani la farà finire nelle mani dei gangster locali, e da testimone di orrori passerà  ad essere rapita, torturata e stuprata. «Abbiamo girato Anna tra Montréal e la Tailandia», racconta del film di Charles-Oliver Michaud, in cui curiosamente attrice e protagonista del film hanno lo stesso nome.  Anna Mouglalis lo racconta con quella voce profondissima che all’inizio della carriera qualcuno le ha suggerito di trasformare con un’operazione. Occhi liquidi e scurissimi, non sfugge mai con lo sguardo durante la conversazione. «Quando ho letto la sceneggiatura ho accettato subito il film. Poi mi sono chiesta perché l’ho fatto, sapendo che mi sarei dovuta dedicare alla sofferenza per un bel po’ di mesi. Anche se si tratta di recitazione, devi metterti in uno stato emotivo credibile, soprattutto quando sai che il tuo lavoro deve rendere giustizia a vittime vere». L’Italia sarà il primo paese europeo a mostrare questo film, nelle sale dal 31 maggio dopo l’anteprima avvenuta ben due anni fa. «Pensi che in Francia non è ancora uscito, ma sono molto toccata dal lavoro che stanno facendo i distributori. Oggi le persone sono più pronte ad ascoltare storie simili». Padre greco e madre bretone, Mouglalis è nata a Nantes, nella Loira atlantica, poi si è trasferita a Parigi, dove di sera faceva la modella e di giorno studiava al Conservatorio d’arte drammatica. Inizia la carriera di attrice dal teatro, finché Chabrol la lancia sul grande schermo come la pianista di Grazie per la cioccolata. Poco dopo incontrerà Karl Lagerfeld che la sceglierà come testimonial di Chanel. In Italia conosciamo Anna Mouglalis per ruoli ad alto tasso erotico, prima come torbida amante in Sotto falso nome, di Roberto Andò, poi prostituta in Romanzo Criminale, di Michele Placido, quindi pedina in un intrigo d’amore in Mare Nero, di Roberta Torre. E prima che  Mario Martone la scelga per Il giovane favoloso, ottiene due ruoli super iconici: la più ambiziosa delle stiliste, in Coco Chanel & Igor Stravinsky, di Jan Kounen, e Jiuliette Gréco in Gainsbourg (vie eroique) di Joann Sfar. Viste le donne altamente sofisticate a cui ci ha abituate, nel nuovo film sorprende vederla senza un filo di make up e addirittura sfigurata.

Anna è basato su fatti realmente accaduti? «I casi delle ragazze sono tutti veri e frutto di ricerche giornalistiche che hanno indagato la rete di prostituzione che collega Montréal all’Asia. Prima di fare il regista, Charles-Oliver ha passato molto tempo in Asia e, come occidentale, è sempre stato sollecitato sul tema prostituzione. È così che ha fatto le sue ricerche».

Lei come si è preparata al ruolo? «Ho letto molto sulla Thailanda, la politica e la prostituzione.  Alla fine ho capito che quest’ultima non è un fenomeno legato a luoghi specifici, i clienti sono ovunque, appartengono a un mondo capitalistico e barbarico. Il governo, i militari, tutti sanno chi è coinvolto in questo traffico di vite umane, e lo agevolano, per questo il film non ha un happy end all’americana».

È stato facile per lei vedersi trasandata? «È molto interessante, Anna non è una modella né un’attrice, eppure il regista ha scelto me per interpretarla, che sono entrambe le cose. È stato un gesto forte».

Una riflessione sulla bellezza femminile? «In Thailandia è una maledizione nascere bella, perché i tuoi genitori ti venderanno, quindi  per quelle ragazze la bellezza corrisponde all’essere usata, e quando fai parte di un’industria come la moda fai le stesse riflessioni. Il corpo delle donne dovrebbe essere un bene solo loro, non appartenere a nessun altro. Dobbiamo cambiare il modo in cui vediamo noi stesse, abbandonare la vecchia visione che ci relega a delle specie di oggetti».

La sua esperienza personale con la violenza? «La peggiore è stata la paura che ne avevo prima ancora di subirla. Da parte di mio padre c’è una storia di violenza verso le donne, mentre la madre di mia madre è stata violentata ed è rimasta incinta così dei suoi figli, sono cose che mi porto nelle cellule. Le donne in casa mia giustificavano i lividi dicendomi che erano inciampate nelle scale, o che avevano picchiato la testa contro un mobile».

Ricorda il suo stato d’animo? «Ero congelata, sono cresciuta con la paura della sofferenza fisica, che di per sé è quasi peggio della violenza stessa. È terribile da dire, ma la prima volta che l’ho subita mi ha liberata da quell’incubo teorico che porta a vivere lontano dalla realtà».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 31/5

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Alba Rohrwacher: «Un giorno imparerò a gioire».

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SULLA CROISETTE ALBA HA VINTO DUE VOLTE: CON IL FILM DIRETTO DALLA SORELLA E CON TROPPA GRAZIA. EPPURE LEI NON RIESCE ANCORA AD ABBANDONARSI AL SUCCESSO

Cannes, Maggio 2018. Entro nella suite all’Hotel Carlton che affaccia sul mare della Croisette. Mi saluta con gentilezza, e una volta che mi sono accomodata sulla poltrona mi chiede se voglio un caffè, che mi prepara lei stessa. La sera prima del nostro incontro Lazzaro Felice (nelle sale dal 31 maggio) il film diretto dalla sorella Alice e passato in Concorso al Festival di Cannes, ha avuto una standing ovation di 10 minuti. Lei, che è fra i protagonisti, è ancora emozionata. Non sa che a breve il film vincerà il premio per la miglior sceneggiatura e che anche l’altro lavoro presente a Cannes, Troppa grazia, di cui è protagonista assoluta, sarà votato miglior film della Quinzaine. Insomma, ho di fronte a me la vera protagonista del Festival più importante del mondo, che è stata anche sul tappeto rosso con Cate Blanchett in una simbolica Montèe des marches, a “chiedere” un cambiamento della condizione delle donne nel cinema. Del resto è una della attrici più talentuose che abbiamo, e ultimamente il cinema francese ce la scippa volentieri, vedere alle voci La meccanica delle ombre e I fantasmi d’Ismael. Non parla, quasi sussurra, tanto che farò quasi fatica a riascoltare le sue parole nel registratore. Ma non importa, perché a rimanermi nel cuore, di Alba, sono i sorrisi, che quando si palesano le fanno strizzare gli occhi, proprio come fanno i gatti.

Come l’ha fatta sentire l’accoglienza del pubblico? «Non dimenticherò mai la sensazione alla fine della proiezione di Lazzaro felice, è stata straordinaria. E avrebbe dovuto succedere tante altre volte, perché le cose mi sono andate molto bene, sono fortunata. Invece l’unica volta che mi sono sentita come ieri sera è stata dopo Hungry Hearts».

Cosa mi sta dicendo? «Che devo, voglio imparare a gioire delle cose belle. Per me è difficilissimo e so che è un limite».

Perché fatica a gioire dei successi? «Penso sempre di non meritarmeli, è il mio carattere».

Nel caso di Hungry Hearts c’era  anche la regia del suo compagno, Saverio Costanzo… «Ricordo di aver avuto una sensazione molto chiara, mi sono svegliata la mattina e ho detto “sono felice, e non è un peccato esserlo”. Ho capito che me ne dovevo prendere la responsabilità».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 23 del 24/5/2018

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Matteo Garrone e il suo Dogman, un film da Palma d’oro

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Marcello Fonte in Dogman, il film per cui ha vinto il premio come miglior attore protagonista all’ultimo festival di Cannes. 

Un lavoro classico e potente, che finisce dritto nella rosa dei potenziali vincitori della Palma D’Oro

Anticipato da un tappeto rosso che ha visto sfilare anche Nicoletta Braschi e Roberto Benigni, e concluso con una standing ovation di 10 minuti (ripetutasi all’ingresso del regista e del cast in sala stampa), il film apre con un primo piano sui denti di un cane feroce che viene placato e lavato dal mite protagonista. Una scena che racchiude l’essenza della storia che vedremo, quella di un uomo che deve sopravvivere in una periferia popolata da belve, che non sono, però, gli animali di cui si occupa per professione e a cui allude il titolo, ma i consimili che lo circondano.

Marcello è un uomo di piccola statura che porta avanti un salone di toelettature per cani, faticosamente messo in piedi in una periferia malfamata, un luogo che sembra un po’ un asfissiante e che il regista ha trovato (di nuovo) in un angolo disabitato di Castelvolturno. La vita del protagonista è semplice e scandita dalla passione con cui cura e pulisce gli animali – cuccioli e cani adulti dalle razze e dalle taglie più svariate che arrivano nel suo negozio -, l’amore profondo che lo lega a sua figlia Alida e la vita squallida del luogo in cui domina la personalità violenta e terrorizzante di Simone, un ex pugile che tiene in pugno la zona. Gli altri abitanti del luogo, stufi dei soprusi, iniziano a mormorare che bisogna liberarsi di Simone, ma Marcello sembra non sposare la loro idea e rimanere fedele a quel piccolo mostro che gli è famigliare da sempre.

«Come è capitato spesso nei miei film, anche all’origine di Dogman c’è una suggestione visiva, un’immagine, un ribaltamento di prospettiva: quella di alcuni cani, chiusi in gabbia, che assistono come testimoni all’esplodere della bestialità umana. Un’immagine che risale a 13 anni fa, quando per la prima volta ho pensato di girare questo film», racconta il regista romano, classe ’68, amatissimo a Cannes.
Era stato sulla Croisette nel 2002 con L’imbalsamatore, nella sezione Quinzaine, poi per la prima volta in Concorso con Gomorra, nel 2008, con cui vinse il Gran Prix, e di nuovo nel 2012 e nel 2015, con Reality e Il racconto dei Racconti.

«La storia è cambiata molto negli anni, insieme a noi, e siamo arrivati a fare questo film e a raccontare Marcello, ampliando molto la storia e dandole un senso più profondo e umano. Il protagonista resta incastrato dentro meccanismi di violenza, dentro un incubo, e riesce fino alla fine, al suo meglio, a non trasformarsi in un mostro ma a rimanere in qualche modo una vittima della macchina. È molto naif, innocente, e la sua umanità è la forza del film».

Dogman non è soltanto un film di vendetta, insiste Garrone, a cui in piena conferenza stampa squilla il cellulare («non sono fortissimo con la tecnologia, pensavo di aver messo la modalità aerea»), anche se la vendetta gioca un ruolo importante, così come non è soltanto una variazione sul tema (eterno) della lotta tra il debole e il forte. «È invece un film che, seppure attraverso una storia estrema, ci mette di fronte a qualcosa che ci riguarda tutti: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere».

Gli attori sono di una bravura straordinaria. Il protagonista, Marcello Fonte, ha «il volto antico che sembra arrivare da un’Italia che sta scomparendo», dice Garrone, che si sta preparando a girare Pinocchio con Toni Servillo. «Mi ha sempre ricollegato molto a uno dei miei grandi miti del passato, Baxter Keaton, è riuscito a portare al film, soprattutto nella prima parte, momenti di comicità. Quindi un personaggio che abbiamo completamente reinventato rispetto al fatto di cronaca, che è stato molto cruento, soprattutto per quanto riguarda la tortura».

Le vicende del film sono liberamente ispirate ai fatti del 16 febbraio 1988, quando Pietro De Negri, il “Canaro della Magliana”, uccise brutalmente l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, dopo averlo rinchiuso in una gabbia per cani. Ma come sempre accade, Garrone allarga lo sguardo rispetto all’ispirazione da cui parte e la trasforma in una metafora universale, in questo caso della perdita dell’innocenza.
Edoardo Pesce è quasi irriconoscibile, trasfigurato dalla cattiveria. E accanto a lui Marcello diventa ancora più significativo, con il suo incarnare una forma di innocenza in grado di “reggere” la brutalità dell’antagonista. Finché non accade qualcosa che va oltre il sopportabile: a quel punto Marcello avrà un’idea che lo spettatore (che non conosce i fatti di cronaca) non si aspetterebbe.
A questa storia che, alla fine, mostra un mondo gelido che rimane sempre uguale, addirittura quasi indifferente, danno un tocco straordinario le luci e la fotografia a cui ha lavorato il danese Nicolaj Bruel.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Cold War, l’amore (scolpito nel jazz) ai tempi della Guerra Fredda

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Tutti i pregi del film che a oggi pare il migliore visto al Festival di Cannes 2018

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Una scena del film di Pawlikowski, in corsa per la Palma d’Oro al 71° Festival di Cannes. 

Siamo nel Dopoguerra, in Polonia. Fra le rovine di una chiesa ortodossa c’è un coro che canta. Un uomo e una donna, pianista e direttore d’orchestra lui, lei cantante e ballerina, si scambiano uno sguardo che cambierà le loro vite. Appartengono a due classi sociali diverse, e i tempi sono quelli durissimi della Guerra Fredda a cui allude il titolo. Ma nonostante gli ostacoli, le relazioni che entrambi hanno con altri, e un mondo che continua a cambiare intorno a loro, sono irresistibilmente attratti uno dall’altra. Vivranno una storia d’amore impossibile, viaggiando dalla Polonia a Berlino, dalla Jugoslavia a Parigi.

Questa la trama di Cold War di Pawel Pawlikowski (traduzione letterale di “Zimna Wojna”), passato in Concorso al festival di Cannes: ottantaquattro minuti di straordinaria bellezza per cui si parla già di Palma d’Oro. Perché ogni fotogramma di questa coproduzione fra Polonia, Inghilterra e Francia, è un’immagine destinata a restare scolpita per sempre nella mente dello spettatore.

«È una storia a cui ho lavorato per un decennio. Spesso scrivo cose e le metto da parte, poi ci torno su», ha raccontato il regista polacco, premio Oscar per Ida. Nato a Varsavia, ha lasciato la Polonia a 14 anni, girato per Inghilterra, Germania e Italia, fino a stabilirsi nel Regno Unito nel 1977. «Ho vissuto in tutto il mondo, ma quando sono tornato nella mia terra, nel 2013, mi sono accorto di quanto fosse rimasta dentro di me. È importante lasciare la propria casa in una prima fase di vita, per poi tornarci nella seconda parte», racconta Pawlikowski, che ha studiato Lettere e filosofia a Londra e Oxford.

La sua scelta di ambientare una storia d’amore nel Dopoguerra non è casuale. «Il periodo storico mi ha facilitato nel creare degli ostacoli, e poi la gente al giorno d’oggi è molto distratta, c’è troppo rumore intorno a noi, è difficile immaginare che se una persona si innamora, il resto del mondo scompare. Mentre all’epoca la vita era più grafica, più chiara». Il film inizia nel 1949 e racconta 15 anni di vicende, è in bianco e nero e ha uno stile piuttosto classico. «Sono cresciuto con i film degli anni Cinquanta e Sessanta, è inevitabile. Non volevamo ripetere l’estetica di Ida (sempre in bianco e nero, e curata dallo stesso direttore della fotografia, Lukasz Zal) ma i colori non erano previsti perché in Polonia la natura non ne ha. Prima abbiamo pensato a qualcosa di “sovietico”, poi ha prevalso il bianco e nero, che è molto metaforico, ma lo abbiamo reso più drammatico di quello del mio lavoro precedente, contrastandolo. E poi l’eroina della storia è una donna molto agitata, la macchina si muoveva molto, c’è tanta energia».

I lunghi tempi di lavorazione non meravigliano, considerata la visione del cinema dell’autore. «I film non sono una storia, ma un pezzo d’arte, è normale che prendano molto tempo. Mentre giro voglio scolpire le scene, so che è frustrante per degli attori avere qualcuno che sta così tanto sull’immagine, ma tengo molto a curare la sincronia fra l’azione, l’immagine, la fotografia e la musica. È doloroso, specie per i produttori, perché il processo dura una vita, ma questa è la mia idea di cinema».

I due magnifici attori che interpretano Wiktor e Zula sono Tomastz Kot– volto di più di 30 film in Polonia- e Joanna Kulig, attrice dei precedenti due film di Pawlikowski, Ida e The woman in the fifth. «Sono cresciuta in montagna, in Polonia, e lì si canta molto, questo aspetto è stato facile per me. Mentre danzare, specialmente in gruppo, ha richiesto un duro lavoro per un anno, in cui ho studiato con un gruppo folk». Gli attori hanno dovuto lavorare molto anche sull’aspetto della chimica. «Tomastz è molto alto, ho passato mesi sui tacchi mentre lui cercava di rimpicciolirsi», scherza Joanna, «siamo amici e stando molto tempo insieme per le riprese, in tanti luoghi diversi, a volte finivamo per sentirci fratelli. Rendere l’amore che si vede sullo schermo è stato un processo lungo, ogni giorno cambiavamo qualcosa nei dialoghi. Pawel è un regista che fa ripetere le scene molte volte. Ricordo una volta, alle tre di notte, in cui mi sono detta “fai come se stessi meditando, stai tranquilla e ripeti la scena…”».

La musica è un personaggio centrale del film, a partire dal fatto che Wiktor suona il pianoforte e dirige un’orchestra. «Prima del film i tasti erano un mistero per me, ci ho passato molto tempo insieme e alla fine ho persino imparato a suonare Al chiaro di lunadi Debussy», racconta. Tutti i brani che sembra suonare al pianoforte sono in realtà suonati e arrangiati da Marcin Masecki, le altre musiche vanno da Porgy and Bess di Gershwinalle note del Mazowsze folk ensemble, gruppo fondato dopo la guerra e ancora attivo, passando dal lavoro musical etnografico di Marian e Jadwiga Sobieski. «Curo il suono tanto quanto la recitazione», precisa il regista. «In fatto di musica ho gusti molto cattolici, e con l’età divento nostalgico. Adoro il folk polacco ed è vero che uno spettatore può rintracciare anche qualche eco d’Italia, da bambino Celentano e Marino Marini andavano fortissimo in Polonia, e io li ascoltavo».

Il film è attraversato da un certo senso di nostalgia, ma «non è la forza che trascina il film», tiene a sottolineare, mentre racconta anche di sentirsi molto affine alla “Nuova onda” del cinema ceco, soprattutto a registi come Jaromil Jireš a Milos Forman. «Immagini e suoni vengono comunque sempre da qualcosa di antico, dentro di noi. Ed è vero che mi manca un mondo in cui non ci sono tutti questi stimoli, così come la natura che mostro, soprattutto il fiume, è ciò che frequentavo da bambino e che ho riscoperto da grande».

Il capolavoro porta la dedica “ai miei genitori”, che hanno gli stessi nomi dei protagonisti. Morti nel 1989 proprio prima della caduta del muro di Berlino, non sono però esattamente come quelli che si vedono sullo schermo. Ad esempio la madre vera del regista viene da una classe sociale borghese, mentre la donna del film arriva dalla provincia, per lei il Comunismo è una cosa facile e non ha interesse a scappare verso Occidente. «Ci sono molte cose in comune fra la coppia sullo schermo e i miei, soprattutto la dinamica relazionale. Si sono presi e mollati varie volte, in 40 anni, e per me sono sempre stati il soggetto cinematograficamente più interessante. Ma questo film non è il loro ritratto».

Per sapere come è andata a finire fra loro bisogna arrivare all’ultima scena del film, destinata a restare negli annali del cinema. In Italia il film sarà presto distribuito da Lucky Red.

Articolo pubblicato su GQ Italia

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