Paolo Fresu, la passione indomita del raccontarsi e di scoprire talenti

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di Cristiana Allievi

Il trombettista e flicornista Paolo Fresu ha tre appuntamenti nella rassegna JazzMi, fra il 23 e il 24 ottobre (foto di Fabiana Laurenzi).

Una mostra con sessanta copertine realizzate da illustratori da tutto il mondo. Un film che racconta l’articolata filiera della produzione musicale indipendente. Un concerto che accosta note e prospettive dei nomi più interessanti del panorama musicale nazionale del momento.

Così la rassegna JazzMi rende omaggio a Paolo Fresu e ai 10 anni della sua Tuk Music. Che non è solo una casa discografica ma un marchio di qualità del jazz italiano e internazionale e visione artistica declinata in diversi settori.

(continua…)

Intervista pubblicata su Il Sole 24 Ore

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Charlotte Gainsbourg, «Tutto su mia madre».

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Quando un’ingombrante genitore smette di essere un demone? Charlotte Gainsbourg affronta i suoi fantasmi con un docufilm super-emozionante. In cui, a Jane Birkin, fa (quasi tutte) le domande scomode

di Cristiana Allievi

Charlotte Gainsbourg, attrice e regista, con la madre Jane Birkin, modella e cantante inglese, all’anteprima di Jane by Charlotte, al Festival di Cannes 2021.

Il pudore e una macchina da presa. Ecco le due sole cose che restano tra loro, una madre e una figlia che, dopo decenni di distanza e di incomprensioni, si ritrovano nello steso letto, a passeggiare, a tavola, accanto finalmente e quasi se fosse la prima volta. È la magia di Jane By Charlotte, il docu film con cui  èunritratto personale e molto casual, una scusa artistica con cui Charlotte Gainsbourg debutta alla regia, presentato in anteprima al festival di Cannes e che sta facendo il giro delle rassegne cinematografiche del mondo, riscuotendo ovunque successo. La incontro alla Mostra di Venezia, dove ha presentato due film, Sundown di Michel Franco e Le cose umane, diretta dal partner Yvan Attal, attore regista e sceneggiatore di origine ebraica, l’uomo che l’ha raccolta a 19 anni, quando stava crollando in pezzi per la perdita del padre Serge, rockstar di Francia. Ivan è stato il terreno solido su cui costruirsi una dimensione esistenziale e una cifra propria, smarcandosi da fantasmi ingombranti. Con lui ha avuto tre figli (Ben, Alice e Joe), ha iniziato a firmare le canzoni con il suo vero nome e soprattutto a cantare in francese, la lingua che l’avvicinava vertigi- nosamente al mito del genitore. C’è voluto anche Lars Von Trier, per farle trovare se stessa. Il regista danese l’ha svestita e martoriata per bene nel corpo e nello spirito, e con Antichrist le ha regalato la Palma d’Oro e una fama allargata. Un nuovo equilibrio sembrava ritrovato, poi otto anni fa l’amata sorella Kate si è tolta la vita a Parigi. Lei è fuggita a New York, lasciandosi alle spalle la Francia e le sue ferite. Ora è tornata a casa. Incontrandola, si sente che qualcosa è cambiato. Charlotte ha finalmente posato lo sguardo sulla madre, accettando il delicato confronto con lei. La madre è la modella e cantante inglese Jane Birkin, un’icona di 74 anni (mentre scriviamo queste righe, è in convalescenza dopo aver avuto un ictus) che ha avuto una figlia per ogni suo amore: Charlotte da Serge, Kate dal primo marito John Barry (compositore di cult come la saga di 007) e Lou dal regista Jacques Doillon. Con Jane by Charlotte, ritratto personale e bellissimo, una figlia in- contra la propria madre e le fa domande molto scomode.

esordisce.

Cosa ha provato alla fine delle riprese? «Riguardando il mio film da regista con il pubblico, mi sono sentita male. Ne ho percepito tutti i punti deboli e soprattutto mi sono detta: “Ma perché mai la mia famiglia dovrebbe interessare a qualcuno? Quello che hai fatto è una cosa indecente!”. Hanno tentato di farmi notare che gli spettatori erano molto toccati, ma ero troppo nervosa per accorgermene».

Come è nata l’idea di un film su sua madre? «Volevo condividere la stessa vicinanza che lei aveva con le mie sorelle, Kate e Lou. Eravamo molto diverse. Con i film mi sono creata una famiglia tutta mia – ho iniziato che avevo solo 13 anni – e questo ha creato una distanza fra noi. I miei si erano separati quattro anni prima, e io ero molto vicina a mio padre. Sono stata privilegiata per- ché vivevo con lui nei weekend continuando a essere la sua figlia unica… Con mia madre era tutto diverso».

Poi suo padre è morto... «Per anni questo è stata il mio grande buco da colmare, tutto ciò che ho mostrato di me al mondo. Quando nella mia vita è arrivato Yvan abbiamo creato una nuova famiglia tutta nostra, “vera”, sono capace di vivere una persona alla volta in modo esclusivo».

Tagliando fuori sua madre… «Me ne sono accorta molto tempo dopo, infatti questo mio interesse di adulta per lei l’ha spiazzata. Mi sono sentita male per averla sempre amata senza darlo a vedere, non le ho mai fatto capire quanto avessi bisogno della sua presenza e vicinanza.  E purtroppo non è stato il mio unico errore».

Quello successivo? «Le ho proposto di girare un film su di lei per poterla incontrare. E quando  le ho fatto la prima intervista, durante un suo tour, le mie domande troppo dirette l’hanno fatta ritirare.  Ha pensato che stessi cercando di farla sentire in colpa, cosa che le capita molto di frequente (ride, ndr). Invece è stata la mia timidezza, mi ha creato difficoltà, non sapevo come chiederle le cose, finché lei mi ha fermata: “Odio il Giappone e odio quello che stai facendo”».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata sul numero 41 di Vanity Fair (12 ottobre 2021)

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Tony Robbins «Sicuri (e felici) alla meta»

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RAGGIUNGERE “PEAK STATE” VUOL DIRE POSSEDERE QUELLO SLANCIO CHE GARANTISCE LA RIUSCITA IN OGNI CAMPO. TONY ROBBINS, IMPRENDITORE E STRATEGIST, LO HA PROVATO SU SE STESSO E LO INSEGNA AGLI ALTRI. PRIMA LALE FOLLE DAL VIVO, ORA AI SUOI WORKSHOP ONLINE

di Cristiana Allievi

Ci sono presidenti degli Stati Uniti che lo chiamano la notte prima di un processo per impeachment, come Bill Clinton. Ma anche Lady D, Leonardo DiCaprio, Madre Teresa, Nelson Mandela e una sfilza di atleti ai vertici del ranking mondiale hanno fatto ricorso alle sue doti di strategist, definizione che preferisce a quella di coach. Imprenditore, autore di best seller come Money – Master the game, filantropo, Tony Robbins ha guidato cinquanta milioni di persone a raggiungere i propri obiettivi. Tanto da perdere la voce. Tanto che Netflix gli ha dedicato un docufilm, Tony Robbins- I am not your guru, di Joe Berlinger, il cui titolo la dice lunga sul suo carisma. Travolgente oratore, impegnato in settanta business diversi con fatturati stellari, è una  montagna d’uomo specializzata nel creare “peak state”: stati d’animo in cui si riesce a superare le paure che separano dai propri obiettivi. Per raggiungere un’indipendenza finanziaria che, nella sua visione, va oltre il semplice denaro. Prima della pandemia viaggiava in 15 paesi ogni anno, trovando folle ad attenderlo negli hotel sede dei suoi workshop. Lo scorso marzo ha  tenuto il primo esperimento di mega workshop virtuale: Unleash The power within (a cui chi scrive era presente),quattro giorni non stop con cinquantamila partecipanti da 136 paesi. Un bagno di energia e di gioia.

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicato su Health di Vanity Fair Italia del 23 giugno 2021

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Tony Robbins, strategist e life coach, trainer di celebrities, autore di best seller e conduttore di seminari di self empowerment.

Omar Sy: «Il mio Lupin è l’eroe degli invisibili».

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Crescere con la pelle nera nella periferia francese. Sentire gli sguardi degli altri addosso. Insegnare ai suoi figli che è l’amore a rendere uguali gli esseri umani. L’attore Omar Sy torna in tv con la seconda serie sul ladro gentiluomo e racconta a Grazia che cosa lo lega a un personaggio divenuto un simbolo per chi si sente escluso

di CRISTIANA ALLIEVI

L’ATTORE FRANCESE OMAR SY, 43 ANNI, DALL’11 GIUGNO È SU NETFLIX CON LA SECONDA STAGIONE DI LUPIN.

A volte le star hanno modi molto normali di sorprendere. Omar Sy, attore e comico francese di origini senegalesi e mauritane, 43 anni, lo fa parlandomi del suo thiebu dieune. Se vi state chiedendo di cosa si tratti, l’ho fatto anche io prima di scoprire un piatto amatissimo della cucina senegalese. Subito dopo passa a raccontarmi della moglie, Helene, con cui vive da vent’anni e condivide ben cinque figli. Parlare di famiglia con lui è molto naturale, sta al centro della sua vita e anche della trama di Lupin, la serie tv Netflix di cui è l’interprete. La rivisitazione della storia del ladro gentiluomo è un grande successo della scorsa stagione e dall’11 giugno sono in onda i nuovi episodi. Me lo racconta direttamente dal sud della Francia, da una stanza della sua casa. «Nella prima stagione avevamo scherzato», racconta, «con la seconda le cose si fanno serie».  Come serio sarebbe stato il suo destino, se fosse finito in fabbrica come suo padre, un senegalese migrato in Francia che ha lavorato tutta la vita come operaio. Invece Omar, il quarto di otto figli, accompagna un amico a fare un provino in radio, con il risultato che li prendono entrambi. Dalla radio a Canal +, finché dieci anni fa esatti Quasi amici, uno dei più grandi successi della storia del cinema francese, gli apre le porte di Hollywood grazie al personaggio di Driss, il badante che assisteva l’aristocratico tetraplegico interpretato da Francois Cluzet. Quindi i grandi blockbuster, come X Men, Jurassic World e Il codice da Vinci. Non meraviglia che oggi sia al centro di un altro successo mondiale.

Che differenza c’è fra il successo avuto con Quasi amici e quello che sta avendo con Lupin? «La differenza è che sono più vecchio, e con questo intendo anche che ho più esperienza. Dieci anni fa Quasi amici (pronuncia il titolo in italiano, ndr) mi aveva preso alla sprovvista.  Era stato scritto per me, mentre sono stato più coinvolto nel processo di sviluppo di questa serie, e forse ero anche più preparato».

Guardare al passato è una sua abitudine?  «Non lo faccio mai, è il modo migliore per farsi male. Cerco sempre di vivere il momento presente e di fare il meglio che posso. Voltarti indietro a considerare quello che è stato è qualcosa che fai quando ti fermi, e io mi sto ancora muovendo, non voglio sprecare tempo».

Quando ha sentito arrivare il grande momento, quando tutto cambia per sempre? «Non è mai semplice individuare quel punto. Vedo la vita come un passo dopo l’altro, niente succede all’improvviso. Ho sempre avuto la sensazione di procedere perché quello era ciò che volevo. Tutt’oggi sto ancora  muovendomi nella mia avventura, non sono a un punto in cui dire “ecco, questo è quanto”. E mi piace questo continuare a progredire».

Quest’anno il regista afroamericano Spike Lee sarà presidente di giuria al festival di Cannes. Vi conosce di persona? «L’ho incontrato a Los Angeles in un momento favoloso della mia vita. I suoi film sono stati fondamentali per noi neri, ci hanno aperto la mente e fatto pensare in modo diverso. Perché crescendo in Francia non sai cosa significa essere un nero in altri paesi del mondo, come gli Usa. E con film come Malcom X abbiamo imparato molto anche su cosa è successo nel passato».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 10/6/2021

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Valeria Bilello: «Quando la passione ti travolge».

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GLI ESORDI NELLA MODA E GLI ANNI A NEW YORK. MA ANCHE L’INCONTRO CON L’UOMO CHE AMA E PER CUI ORA NON LASCEREBBE PIU’ L’ITALIA. VALERIA BILELLO TORNA SULLO SCHERMO IN UN THRILLER E SPIEGA PERCHE’, SE È A UN BIVIO, PRENDE SEMPRE LA STRADA CHE SEMBRA PIU’ DIFFICILE

di Cristiana Allievi

L’attrice Valeria Bilello, 39 anni, al momento

Che Valeria Bilello avesse la faccia giusta per non fermarsi al cinema italiano, ma puntare a successi internazionali, è stato chiaro a uno stilista. È stato Giorgio Armani ad averla vista  in uno spot e ad aver detto “non la conosco, non sembra nemmeno italiana, voglio incontrarla”. Da qual momento le cose sono cambiate per questa siciliana che ha vissuto l’adolescenza al Nord, si è trasferita a New York per sette anni per poi stabilirsi a Roma. Grazie alle conduzioni di programmi musicali sulle reti musicali Mtv e All Music Valeria Bilello è diventata spigliata. Poi registi importanti come Pupi Avati e Gabriele Salvatores l’hanno voluta al cinema. Ma il salto lo ha fatto come testimonial del profumo Armani. Da lì in avanti ha iniziato a frequentare set americani, come quelli della  serie tv  Sense 8 e di  film come Made in Italy, accanto a Liam Meeson e a suo figlio  Michael (film ancora inedito in Italia).   Fidanzata da quattro anni con il giornalista tv Tommaso Labate, dal 7 giugno la vedremo su Sky Cinema e Now in Security diretta da Peter Chelsom (regista, fra gli altri, di Shall we dance?). Un film corale girato a Forte dei Marmi che racconta una faccia diversa della rinomata località di vacanza estiva. Fuori stagione le giornate sono corte e Marco d’Amore fa il custode di grandi ville disabitate, gestendo sofisticati circuiti di telecamere. Un evento sconvolgerà la sua vita e quella della moglie (Maya Sansa), ambiziosa politica, spingendolo fra le braccia del vecchio amore (la Bilello).

Siamo in Italia, gli attori sono italiani, ma il respiro di Security è molto internazionale. «Peter Chelsom ha bellissimi film all’attivo e con Stephen Amidon, lo scrittore di Il capitale umano, hanno cercato di restituire quell’atmosfera. La storia potrebbe essere ambientata ovunque, parla di una piccola comunità e di come si comporta di fronte al pericolo e ai problemi degli altri».

Anche lei ha un profilo internazionale di tutto rispetto. «È la quarta volta che lavoro con un regista straniero e questo film andrà su Netflix in tutto in mondo, come era già successo con Sense 8 e Made in Italy. Diciamo che accadeva alle grandi attrici del passato, e nel presente ci sta provando una giovanissima come Matilda de Angelis».

Chi è la Elena che interpreta in questa storia a tratti un po’ cupa?  «Una donna incasinata di 40 anni che ha già un figlio grande che va in giro a ubriacarsi. Ha rinunciato a molte cose, come fare la cantante. Lei e Marco d’Amore sono innamorati da molti anni, hanno avuto una storia che ora riemerge».

Il triangolo che finisce a vostro vantaggio. «Perché fra noi c’è una moglie corrotta che cerca di corrompere anche il proprio marito solo per salvare la faccia».

Come ha vissuto il lungo lockdown? «Arrivavo da un anno in cui ho girato cinque film, di cui Security era l’ultimo, avrei voluto fermarmi ma non per restare chiusa in casa. Confesso anche che all’inizio sono stata molto spaventata, non ho voluto nemmeno lavorare. Poi ho preso coraggio e mi sono detta che era il momento di ripartire. Ho girato una commedia romantica con Neri Marcorè nelle Marche che uscirà il prossimo autunno, il titolo provvisorio è Digitare codice segreto. E sto per iniziare le riprese di un altro film, al momento top secret».

Che ricordo ha di re Giorgio? «Penso spesso a lui. Mi ha vista in un cortometraggio girato in Francia per Armani attraverso la rivista francese Purple. Quando lo ha visto ha detto  “ma è italiana? Non la conosco, voglio incontrarla”. Sono tornata a Milano per questo motivo, ed ero terrorizzata. Mi sono sentita molto lusingata quando ha deciso di fare la campagna profumo con me. Mi ha molto stupita, per me le testimonial erano solo donne alte due metri e molto, molto belle».

Il background musicale, un tratto che la distingue da altre colleghe? «Credo molto nelle strade che arrivano al punto prendendo la strada larga. Non credo nelle direttissime, mi incuriosisce chi prima di diventare cineasta ha fatto il cameriere,  arriva a raccontare storie molto importanti».

(…continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 3/6/2021

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Jualianne Moore: «Ogni coppia ha un segreto».

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NELLA NUOVA SERIE TV SCRITTA DAL RE DEL BRIVIDO STEPHE KING, JULIANN MOORE È UNA VEDOVA CHE SCOPRE I SEGRETI DEL MARITO. «I MATRIMONI SONO SEMPRE UN MISTERO», DICE A GRAZIA. «E NESSUNO PUO’ CAPIRE DAVVERO CIO’ CHE LEGA NEL PROFONDO DUE PERSONE».

di Cristiana Allievi

Julianne Moore e Clive Owen nella serie tv Lisey’s Story (Photo courtesy Apple TV).

Mi dice che avrebbe preferito che la nostra intervista si svolgesse di persona, e la sua espressione è sinceramente dispiaciuta. Dalla mia parte dello schermo è già buio, mentre alle sue spalle il sole splende su un giardino con tavolini e sedie in paglia. Tutte le volte che incontro Julianne Moore non posso fare a meno di stupirmi per come porti i suoi anni, e questa volta non fa eccezione. Ho pensato la stessa cosa guardandola in Lisey’s Story, in onda dal 4 giugno su Apple tv, serie che coinvolge una coppia di assi come lo scrittore Stephen King e il regista Pablo Larrain. Lei è Lisey Landon, moglie di un noto scrittore interpretato da Clive Owen. «Quella scritta da Stephen è una storia folle e stratificata», racconta. «Riguarda una donna che attraversa un lutto per la perdita del marito, e che allo stesso tempo, nel presente, cerca di combattere i problemi mentali della sorella. In questo processo comprende il marito e la relazione che ha avuto con lui, è un viaggio soprannaturale e psicologico che le fa capire la propria vita». Appassionata di interior design, oltre a decorare gli interni di casa sua Julianne ha aiutato ad arredare la stanza in cui si svolge la cerimonia degli Academy Awards. Per il resto ha fatto molte cose tardi rispetto gli standard. Ha imparato a nuotare a 26 anni, e solo l’anno successivo ha guidato per la prima volta un’automobile. Idem dicasi per la fama, arrivata a 32 anni, età in cui molte delle sue colleghe a Hollywood sono già star. Si è accorta presto di sentirsi sola e confusa, nonostante la fama, molla che l’ha spinta a lavorare su di sé. Scoperto che l’aver messo al centro della sua vita la carriera non la rendeva felice, ha cambiato rotta e si è sposata con il regista Bart Freundlich (dopo aver divorziato dal regista John Gould Rubin), con cui vive nel west village di Manhattan e con cui ha due figli. 

Nella serie tv è moglie di uno scrittore per cui i fans compiono gesti estremi. Da star di Hollywood che comprensioni ha portato nel suo ruolo? «Non mi sono mai trovata in pericolo a causa dei fans. Al contrario ho esperienze di persone che sono state molto toccate dal mio lavoro, ed è una cosa bellissima. Da attrice quello che ti sembra più personale è in realtà molto universale, quindi se interpreti ruoli con cui sei molto risonante di solito tocchi anche gli altri. E senti anche di aver fatto il tuo lavoro, ti senti gratificata».

Conosceva il romanzo di Stephen King? «Ho letto prima la sceneggiatura del film, che ha scritto lui stesso, il libro è venuto dopo. Quello che ho trovato davvero interessante è che la esplora una relazione lunga il corso di una vita. Molte storie romantiche mostrano il corteggiamento, come i due si sono conosciuti e come finiscono per sposarsi, il lieto fine. Ma in una relazione questo è solo l’inizio, se vuoi che continui è meglio che testimoni la vita dell’altro, che crei una vita insieme all’altra persona. A questo King aggiunge mondi soprannaturali che si manifestano, e l’insieme è  meraviglioso».

(continua…)

L’intervista è pubblicata su Grazia del 3 giugno 2021

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Francois Ozon: «Negli anni ’80 eravamo più innocenti»

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Il regista in sala con “Estate 85” al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”

di Cristiana Allievi

Benjamin Voisin, Félix Lefebvre Estate ’85 (©2020_M…PE PICTURES)

Al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”, dal lui scritto e diretto e basato sull’omonimo romanzo di Emmanuèle Bernheim. Mentre aspettiamo di vedere quel racconto di una figlia che si ritrova davanti alla richiesta del padre di aiutarlo a porre fine alla propria vita, oggi esce nelle sale un’altra opera scritta e diretta dal cineasta francese Francois Ozon, “Estate 85”. Quello che avrebbe voluto fosse il suo primo film, e che invece è diventato il diciannovesimo.

Da sempre attento alla sessualità, a 17 anni Ozon si è invaghito del romanzo “Danza sulla mia tomba”, di Aidan Chambers, storia (per molti versi autobiografica) fra due adolescenti dello stesso sesso. Una storia che finisce male, e si capisce dalla prime scene. Siamo negli anni Ottanta in Normandia e Alexis (Félix Lefebvre) fa un giro su una barchetta a vela. Ma scuffia, e viene raccolto in acqua da David (Benjamin Voisin), che lo riporta a terra e non lo lascia più andare. La distanza sociale fra i due è chiara, eppure insieme stanno bene, tanto che Alexis rinuncia alle aspirazioni da scrittore e sceglie di lavorare per l’amico e la di lui madre (Valeria Bruni Tedeschi).

Scoppia una passione incontenibile, finché arriva Kate (Philippine Velge) a sparigliare le carte. La scrittura avrà la funzione di far uscire uno dei due ragazzi da un grosso trauma. Il film è nelle sale da oggi distribuito da Academy two, ed è marcato Cannes 2020.

A raccontare questa immersione nell’amore e negli anni Ottanta è il regista stesso.

(continua…)

L’intervista a Francois Ozon per Il Sole 24 Ore

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Così Seaspiracy mette a nudo lo sfruttamento del mare

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Il docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi è ormai un caso per la forza della sua denuncia. I suoi dati verificati anche dalla Bbc ma non mancano le contestazioni

di Cristiana Allievi

Il poster di Seaspiracy, il docu film di Ali Tabrizi prodotto da Netflix.

Prima del 24 marzo si poteva ancora credere che il pesce finisse nei nostri piatti grazie al lavoro di pescatori che uscivano in mare con barche di legno colorate. E impegnarsi nello svuotare le spiagge dalle bottiglie di plastica sicuri che siano la causa principale dell’inquinamento dei nostri mari, e quindi del pianeta. Seaspiracy, esiste una pesca sostenibile?, docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi, ha creato una linea di demarcazione: un prima e un dopo. Con immagini shock da cui lo spettatore si riprende solo fino a un certo punto.

Se dovessimo sintetizzare i 90 minuti del lavoro di questo ventisettenne, che vediamo anche davanti alla telecamera come guida del racconto, potremmo dire che mostra l’impatto catastrofico che la pesca intensiva ha sul sistema ecologico della terra, e quanto questo fenomeno incida sul climate change e sulla nostra sopravvivenza.

(continua…)

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 17 aprile 2021

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Mads Mikkelsen: «Anche gli errori ci aiutano ad amare la vita».

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NEL FILM UN ALTRO GIRO, PREMIATO CON L’OSCAR, È UN PROFESSORE IN CRISI CHE RITROVA SE STESSO. «A VOLTE PER RINASCERE BISOGNA ACCETTARE GLI SBAGLI COMMESSI», RACCONTA.

di Cristiana Allievi

Ricordo quel giorno in cui, anni fa, seduti su un muretto della riviera francese gli ho rivolto una domanda pericolosa: “Capita spesso che ti scambino per Viggo Mortensen”? Non ci ha pensato nemmeno un istante a offendersi, o a proseguire la conversazione   rispondendo a monosillabi. Invece si è voltato verso di me, divertito, e mi ha detto “Capitava eccome. Persino i fotografi ai festival mi urlavano “Viggo, Viggo, girati da questa parte… Non riuscivo ad avvisarli che non ero io quello che avevano appena fotografato… ”.  Ma grazie a ruoli come lo psicologo e sociopatico dottor Hannibal Lecter del romanzo di Thomas Harris, lo scienziato di Rogue One: A Star Wars Story e il prete sexy di Van Gogh, sulla soglia dell’eternità, è arrivato il successo internazionale e le cose sono cambiate. Ma non Mads Mikkelsen, che ha la stessa leggerezza di allora, nonostante l’attenzione, soprattutto in questo ultimo anno, sia stata sempre su di lui. Figlio di un’infermiera e di un banchiere, Mads ha un fratello che fa il suo stesso mestiere, Lars, e due figli avuti con la moglie Hanne Jacobsen, con cui in 21 anni non ha mai vissuto una crisi. Erano tutti insieme la sera del 25 aprile, quando Un altro giro, di cui Mads è protagonista,  ha vinto l’Oscar per il Miglior film straniero, culmine di un lungo percorso iniziato mesi fa. Persino Paolo Sorrentino ha speso parole importanti a commento del lavoro del collega regista Thomas Vinterberg: “ha fatto un film magnifico, avrei voluto girarlo io”. Finalmente dal 20 maggio questa storia sarà nei nostri cinema. Al centro vede quattro professori di liceo che vivono una crisi di mezz’età, finché non scoprono un articolo e la rivelazione che contiene: avere un tasso di alcool costante nel sangue pari a 0.5 rende più creativi e ricettivi, vedere alle voci Churchill ed Emingway. La scoperta sembra cambiare il corso delle loro vite, ma le cose non sono semplici come appaiono. Per la sua interpretazione la star danese ha vinto il premio come miglior attore all’ultimo San Sebastian Film Festival, e raccolto consensi da Toronto a Roma.

È il volto della birra Carlsberg in tutto il mondo: possiamo dire che i conti tornano? «È la mia bevanda alcolica preferita, l’ho sempre detto e credo che la casa danese mi abbia scelto per questo motivo».

Che effetto fa vedersi ovunque, sui cartelloni, in formato maxi? «È impossibile non notarmi, ma quando ti vedi tante volte ti abitui e non ci fai più caso».

La sua attitudine rispetto all’alcool è cambiata girando Un altro giro? «No, con l’alcol ho quella che definirei una buona relazione. La storia di Un giro non dice quanto sia giusto bere, è una scusa per un esperimento interessante e soprattutto per parlare dell’amore per la vita. Sappiamo tutti che uno o due bicchieri di vino fanno un effetto meraviglioso, e che probabilmente in tanti non avremmo trovato una moglie o un marito senza l’aiuto dell’alcool».

Ricordi ne ha?  «Mi basta pensare a quando prendevo la cornetta del telefono per chiamare una ragazza, a 16 anni, a quell’energia meravigliosa rilasciata grazie a un po’ di alcool…». 

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19/5/2021

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«Il mio Oscar è per chi ha perso tutto», Chloe Zhao

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Con il suo Nomadland Chloé Zhao è la seconda donna e la prima regista asiatica a vincere la statuetta. Nel film ha raccontato del coraggio che serve quando la vita cambia all’improvviso. E dice: «Coltivate la bontà che avete dentro perché vi aiuterà sempre a combattere»

di Cristiana Allievi

La regista asiatica Chloé Zhao, 39 anni, vincitrice di 3 Oscar con il suo film Nomadland.

È una donna delicata che parla piano, ma le sue parole hanno la forza della fiducia nel futuro e nella parte mi- gliore delle persone, quella che esiste in tutti noi. «Ho pensato parecchio ultimamente a come si fa ad andare avanti quando le cose si fanno dure», ha detto Chloé Zhao, stringendo la statuetta per la migliore regia di Nomadland, il titolo che, agli Oscar più difficili per via della pandemia, ha conquistato anche il premio al migliore film e alla migliore interprete, Frances McDormand. «In Cina con mio papà imparavo le poesie cinesi classiche e ne ricordo una la cui prima frase dice “Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”. Continuo a crederlo. Questo Oscar è per coloro che hanno fiducia e coraggio in ciò che di positivo han-

no dentro. E a tutti dico coltivate la vostra bontà». Trentanove anni, nata a Pechino ma cresciuta tra Londra e New York dove ha studiato, Zhao è la prima asiatica a vincere il premio come migliore regista e la seconda donna in assoluto dopo Kathryn Bigelow, nel 2009. La storia di Nomadland, che le è valso anche due Golden Globe e il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2020, è tratta dal libro della giornalista Jessica Bruder, che ha compiuto un viaggio attraverso l’America dei “nuo- vi nomadi”, persone che per un motivo o per l’altro si sono ritrovate a vivere in strada. Sullo schermo le conosciamo attraverso Fern, una straordinaria Frances McDormand che recita in un cast di non attori,

ma veri nomadi nel ruolo di se stessi. Fern parte con un furgone dopo aver perso marito e lavoro a causa di un tracollo finanziario. Raggiungerà, fra gli altri luoghi, il Rubber Tramp Rendezvous, un noto cam- po nomadi nel deserto dell’Arizona.

Per prepararsi alle riprese di Nomadland, anche lei ha trascorso tempo in una comunità di nomadi come quelli che vediamo nel f ilm?
«Sì, ho capito quello che significa la strada molto prima di ricevere il libro da Frances McDormand, che ne aveva acquistato i diritti. Ho un camper di nome Akira e in molte occasioni l’ho considerato la mia casa. Quello però era anche il modo di viaggia- re di una ragazza giovane».

In che cosa, invece, questo film è diverso?

«Io e lei potremmo diventare nomadi domani. Se compriamo una macchina e ci viviamo dentro, sia- mo nomadi. Puoi essere un broker di Wall Street, una persona che non ha mai avuto un lavoro, una madre single o un padre di dieci figli: tutti potreb- bero finire sulla strada. Nel film incontriamo Fern dopo il suo primo anno vissuto in questo modo, e scopriamo che cosa attraversa seguendola da vicino».

Come ha convinto dei veri senza tetto a girare il film? «L’ho semplicemente chiesto. La prima risposta è stata “Perché? Non sono una star del cinema”. Ma quando aiuti le persone a sentirsi al sicuro, accetta- no. E il legame intenso con Frances, ha aiutato molto gli altri ad aprirsi e a lavorare con noi».

Che cosa l’ha colpita di più di Frances McDormand?

«Vive davvero la vita che desidera, in questo mo- mento potrebbe essere nel deserto, per quanto ne so. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi è stato un privilegio. Lei è un’attrice grandissima». Nomadland racconta l’America come terra dei sogni, e di come questi stessi sogni possono essere infranti velocemente. Venendo dalla Cina che visione e che effetto le fa tutto questo?

«In questo film parlo di una generazione, che oggi ha più di 60 anni. La mancanza di cura per i nostri anziani è un problema della società moderna in generale, non solo in America. Quelle sono le per- sone ricche di saggezza, ma alle quali i giovani sfortunatamente si disinteressano. Ma mentre noi li sottovalutiamo, in molte tradizioni culturali gli anziani so- no considerati la parte più importan- te della società. Vedo in loro molta resilienza e umiltà».

(…continua….)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 29 aprile 2021

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