Samuel Yann: «Il cammino che scioglie la rabbia di quei ragazzi»

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di Cristiana Allievi

Foto del Cammino di Santiago dal film Santiago, un cammino per ricominciare (courtesy Officine Ubu).

Le sue mani sono grandi e porta vistosi anelli d’argento e pietre dure sull’indice e sull’anulare. Siamo a Parigi, dopo la visione in anteprima di Santiago, un cammino per ricominciare, il dodicesimo film del regista e sceneggiatore Yann Samuell. Un film in cui non si vedono facce note hollywoodiane, ma si resta incantati dai paesaggi e dalla storia che racconta.

Un milione e duecentomila spettatori nelle sale francesi, dal 24 settembre nei nostri cinema con Officine Ubu, si ispira a un libro, Marche et invente ta vie di Bernard Ollivier (Arthaud, 2015), che racconta una storia preziosa: il recupero di ragazzi tra i 14 e i 18 anni in grave difficoltà, spesso affidati alla giustizia minorile, ai quali viene proposta, come alternativa alla detenzione, una lunghissima marcia. Circa tre mesi e fino a 2.000 chilometri lungo il Cammino di Santiago, ciascun ragazzo accompagnato da un adulto. Per girarlo Yann è partito da Le Puy-en-Velay, in Francia, e ha fatto fare migliaia di chilometri a piedi alla sua troupe, alla ricerca di fattorie abbandonate, scorci di natura incontaminata, chiese romaniche inaccessibili in auto. «A un certo punto imbocchi una strada e capisci che stai vivendo quello che si chiama un’avventura», racconta a 7. «È stato qualcosa che non avevo mai vissuto in oltre vent’anni di regia: come essere su una nave in mezzo alla tempesta, riuscendo a portare a casa un lavoro davvero molto, molto toccante».

Questa storia di viaggio, e anche di un viaggio dentro se stessi, vede al centro Adam, un adolescente dalla vita turbolenta, e Fred, una professoressa che sta attraversando una difficile rottura sentimentale. Lei ha bisogno di rimettere ordine nella sua vita, lui di placare la rabbia e il senso di abbandono da parte della madre. Il Cammino di Santiago farà nascere fra loro un legame che guarisce entrambi, in modi inaspettati.

Di origini scozzesi, Yann Samuell è nato a Bry-sur-Marne, una manciata di chilometri da Parigi. Canta gospel, suona la cornamusa e al momento è alle prese con la storia di Louis Braille, inventore francese del codice che porta il suo nome.

Come le è venuta l’idea di Santiago, un cammino per ricominciare?
«Due giovani produttori mi hanno chiesto di raccontare una storia sugli adolescenti su scala globale. Ci siamo imbattuti in Marche et invente ta vie, scritto da Bernard Ollivier, che ha fondato l’associazione francese SEUIL. Entrano nelle carceri minorili e propongono ai ragazzi di intraprendere il Cammino di Santiago invece di restare semplicemente in detenzione. È un’associazione che lavora davvero uno a uno, abbinando un adulto a un ragazzo, motivo per cui possono seguire cinquanta, cento ragazzi al massimo ogni anno».

E li trovano sempre, gli adulti di “appoggio”?
«È più difficile trovare gli adulti che i giovani in difficoltà, perché non sai mai davvero quali siano le loro motivazioni. Alcuni arrivano con un atteggiamento quasi militare, tipo “sono forte, se succede qualcosa gli tiro uno schiaffo”, che è esattamente quello che non dovrebbe accadere. Altri invece sono troppo fragili e dopo una settimana crollano. Trovare persone con il giusto equilibrio è la cosa più difficile».

Dal film Santiago, un cammino per ricominciare (courtesy Officine Ubu)

Occorre essere psicologi?
«Non necessariamente, ma so che le persone vengono testate. I ragazzi sono davvero motivati a partire, non sempre vale lo stesso per gli adulti, che possono avere motivazioni personali».

Quella che vediamo è una storia vera?
«Non in senso stretto. Ho creato i personaggi da zero, basandomi su un contesto reale e su piccoli episodi veri che ho disseminato lungo il racconto. La cosa più interessante per me è che anche gli adulti hanno moltissimo da curare dentro di sé».

 Quanti anni ha questa associazione?
«Circa 25, e fino ad ora ha salvato più o meno 500 giovani dalla criminalità».

Ha dati sulle percentuali di recupero?
«Nell’85 per cento dei casi gli adolescenti che restano in carcere diventano criminali. Tra quelli che fanno questo cammino, l’85 per cento riesce a dare un senso alla propria vita, a trovare l’amore, costruire una famiglia, fare un lavoro che ama».

Ha parlato con centinaia di questi ragazzi per girare il suo film: cosa può dire dei risultati che ha visto lei?
«I ragazzi scrivono un diario durante il percorso, le loro testimonianze sono molto forti. Soprattutto raccontano cosa resta di quell’esperienza a dieci, quindici anni di distanza. Ragazzi e ragazze che hanno intrapreso il cammino da adolescenti hanno visto cambiare profondamente il loro modo di pensare, il loro mondo interiore, perché hanno scoperto di poter realizzare qualcosa di più grande di loro».

Ha compreso cosa cambia davvero, in loro?
«Dicono una cosa molto particolare: ogni volta che chiudono gli occhi hanno la sensazione di essere ancora in cammino. Quando sognano, sognano di camminare. Di andare avanti. Di lasciarsi il passato alle spalle».

Se oggi fermasse un ragazzo per strada e gli chiedesse: “Cammineresti per tre mesi, per 2.000 chilometri?”, cosa risponderebbe, se non fosse costretto dalle circostanze?
«Risponderebbe: “Certo che no, è una follia”. Significa lasciare il cellulare, gli schermi, gli amici, tutto. Ed è per questo che l’esperienza funziona».

Uno dei momenti toccanti del film è quando i ragazzi trascorrono una notte in un monastero: mentre i monaci cantano l’Ave Maria, il protagonista rappa su di loro. Come le è venuta l’idea?
«È ispirata a una storia vera. Una di queste coppie si è persa e ha bussato a un monastero per chiedere ospitalità per la notte. Dopo averli fatti cenare, i religiosi hanno chiesto al ragazzo di raccontare la sua vita, il suo viaggio. Quel ragazzo è rimasto colpito dal fatto che la sua vita potesse essere interessante per qualcuno, ha detto che è stato il momento più inaspettato della sua vita. Questo è il cuore della storia. Io ho aggiunto il rap».

Ho letto che canta gospel. Come è successo?
«Quasi per caso. Una quindicina di anni fa ero al Conservatorio, per uno dei miei figli, e un uomo stava cercando persone da coinvolgere. Ho spinto mio figlio a fare il passo, ma il signore mi ha detto: “Con lei ho trovato il mio tenore”».

E lei?
«Gli ho risposto: “No, non fa per me”. Lui ha insistito: “Sì che fa per lei, solo che ancora non lo sa”. È diventato un appuntamento fisso nella mia città, Bry-sur-Marne. Ogni giovedì sera cantavo, anche per sei ore. Negli ultimi anni ho smesso di farlo con regolarità, non ho il tempo. Però ho iniziato a imparare a suonare la cornamusa».

So che sta girando un nuovo film.
«Racconterà la vita di Louis Braille, l’uomo che ha inventato un sistema di lettura per i non vedenti. Era cieco e tutta la sua vita è stata una lotta continua. Ha inventato il braille a sedici anni ed è morto poco dopo».

Intervista pubblicata su 7 del Corriere della Sera del 18 settembre 2026

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Victoria Luengo: «Noi donne eravamo senza voce, non solo al cinema. È come se avessimo bisogno di sentirci autorizzate a parlare e a dire certe cose»

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di Cristiana Allievi

Parla l’attrice 36enne che è stata protagonista a Cannes con El ser querido di Rodrigo Sorogoyen e Amarga Navidad di Pedro Almodovar

Con l’attrice spagnola Victoria Luengo, 36 anni, nel backstage dell’intervista per Amarga navidad di Pedro Almodovar. Photo Andrea Merolli

«Sono davvero felice, profondamente colpita dall’essere qui». È l’attrice rivelazione di questo festival di Cannes a parlare. Fino ad ora nota solo agli addetti ai lavori, da ora in avanti Victoria Luengo, 36 anni, sarà un nome più significativo grazie ai due film in Concorso che si sono visti in questi giorni sulla Croisette. Nel primo, El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, è un’attrice che cerca disperatamente l’approvazione del padre regista (Javier Bardem). Nel secondo, Amarga Navidad di Pedro Almodovar, nelle sale da oggi, è Patricia, amica del cuore di Elsa e donna che soffre per il marito che la tradisce, durante un ponte di festività a dicembre.

Ci racconti la sua felicità.
«Tre giorni fa ero un po’ spaventata perché è la mia prima volta qui a Cannes, e pensare di venirci con due film in Concorso è qualcosa che avevo mai nemmeno sognato, perché è folle. Sto cercando di essere presente, è molto facile sentirsi sopraffatti nel mezzo di un caos così intenso, e quindi sto cercando di fare del mio meglio per restare presente. Mi sembra di riuscirci».

Fra un party e l’altro? 
«No, non solo alle feste! (ride, ndr). Sono presente, ad esempio, sul red carpet, dove puoi essere così sopraffatta da avere paura. Se ti succede, il giorno dopo ti dici “non mi ricordo niente”, un vero peccato».

Cosa ti aiuta a essere presente? 
«Non pensare troppo. Essere qui, con lei, parlare e mentre lo faccio non pensare se il film andrà bene, se il mio vestito è bello… no. Si tratta di non focalizzarmi solo su me stessa. Quando sei un’attrice e ti trovi nel mezzo di questo circo, corri il rischio di essere troppo consapevole di te stessa. Perché non accada mi dico che non sono così importante, che sono qui per raccontare storie con il mio lavoro. Ecco, io sono uno strumento per raccontare storie».

In questo caso due storie molto forti, con due grandi registi. Come ci si sente a confrontarsi con questo tipo di personalità, quasi due divi? 
«È un piacere e un privilegio. Almodovar e Sorogoyen sono molto diversi fra loro, parlano con voci diverse. La prima volta che mi ha chiamata Pedro per La stanza accanto è stato come un sogno, questa è la seconda volta insieme».

Mentre è la terza con Sorogoyen…
«Esatto. Eravamo amici perché ho fatto con loro, Antidisturbios, la prima serie TV che ho girato con Rodrigo. E abbiamo cenato cinque anni con Isabel, che è la co-sceneggiatrice, e parlavamo di padri, di famiglia, di vita e sognavamo di fare un film insieme e con Javier Bardem. Cinque anni dopo sono qui a presentare questo film e Rodrigo mi ha dato il personaggio di Emilia perché ero molto coinvolta in quell’argomento: anch’io ho avuto un padre assente».

(continua…)

Intervista integrale su 7 del Corriere del 25 maggio 2026

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“No Good Men”: intervista alla regista afgana Shahrbanoo Sadat

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Trentacinque anni, nata nella capitale iraniana Teheran, dove molti suoi connazionali si rifugiano per sfuggire al potere dei talebani, è al terzo film: «Volevo studiare Fisica ma ho sbagliato il test e sono finita alla facoltà di Cinema. Mi hanno espulso perché ho dato del razzista a un professore»

di Cristiana Allievi

Per Shahrbanoo Sadat il cinema non è mai stato una questione di mezzi, ma di necessità. Nata a Teheran, cresciuta tra esilio e ritorni, già premiata a Cannes con Wolf and Sheep e The Orphanage, Shahrbanoo Sadat è una delle voci più originali emerse all’ultima Berlinale. Una regista che ha dimostrato – prima ancora che con i riconoscimenti – che per fare cinema servono idee, prima che denaro.
Il suo terzo film doveva essere una commedia romantica. Poi, nel 2021, il ritorno dei talebani a Kabul ha cambiato tutto: Sadat ha lasciato l’Afghanistan e ha girato in Germania, trasformando il progetto in un’opera capace di mescolare registri diversi – storia d’amore, racconto politico, critica del patriarcato – con una libertà narrativa che le è valsa l’apertura della 76ª Berlinale.
Ma la vicenda personale della regista è forse ancora più sorprendente di quella raccontata sullo schermo. In No Good Men, di cui è anche sceneggiatrice e attrice, la protagonista Naru è l’unica camera woman della principale rete televisiva di Kabul, relegata dai colleghi uomini a incarichi marginali. Quando il cameraman di punta si ferisce, viene assegnata al giornalista più importante della redazione. L’inizio è difficile: lui non la considera all’altezza. Ma tra i due nascerà un legame inatteso, che smentirà il titolo del film e porterà lo spettatore a un finale sorprendente e toccante.

La regista Shahrbanoo Sadat sul set di No Good Men, film di apertura della 76° Berlinale, alla sua sinistra l’attore co protagonista, Anwar Hashimi (photo courtesy Virginie Surdej)

Come è riuscita a ricreare in uno studio in Germania l’Afganistan di No good men?
«Abbiamo trovato la location principale della televisione a Hoppegarten, nel Brandeburgo. È un archivio cinematografico tedesco costruito durante la Ddr, con un’architettura di impronta sovietica. Anche in Afghanistan abbiamo un’architettura sovietica, quindi quando ho visto quel luogo mi è sembrato davvero identico alla sede della radio e televisione nazionale afghana. Sono rimasta sorpresa, perché non me l’aspettavo. Una volta trovata quella sede, ho capito che era la location principale e intorno avrei potuto costruire tutto il resto».

(continua…)

L’intervista completa è disponibile su 7 – Corriere della Sera del 22 Febbraio

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Guillaume Marbeck, un Godard sorprendente che fonda la Nouvelle Vague

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L’attore francese incarna un simbolo di Francia e del cinema mondiale nel film diretto dal genio di Richard Linklater, appena premiato con il Cesar per il Miglior film.

L’INTERVISTA INTEGRALE su 7 Corriere della Sera

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