“No Good Men”: intervista alla regista afgana Shahrbanoo Sadat

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Trentacinque anni, nata nella capitale iraniana Teheran, dove molti suoi connazionali si rifugiano per sfuggire al potere dei talebani, è al terzo film: «Volevo studiare Fisica ma ho sbagliato il test e sono finita alla facoltà di Cinema. Mi hanno espulso perché ho dato del razzista a un professore»

di Cristiana Allievi

Per Shahrbanoo Sadat il cinema non è mai stato una questione di mezzi, ma di necessità. Nata a Teheran, cresciuta tra esilio e ritorni, già premiata a Cannes con Wolf and Sheep e The Orphanage, Shahrbanoo Sadat è una delle voci più originali emerse all’ultima Berlinale. Una regista che ha dimostrato – prima ancora che con i riconoscimenti – che per fare cinema servono idee, prima che denaro.
Il suo terzo film doveva essere una commedia romantica. Poi, nel 2021, il ritorno dei talebani a Kabul ha cambiato tutto: Sadat ha lasciato l’Afghanistan e ha girato in Germania, trasformando il progetto in un’opera capace di mescolare registri diversi – storia d’amore, racconto politico, critica del patriarcato – con una libertà narrativa che le è valsa l’apertura della 76ª Berlinale.
Ma la vicenda personale della regista è forse ancora più sorprendente di quella raccontata sullo schermo. In No Good Men, di cui è anche sceneggiatrice e attrice, la protagonista Naru è l’unica camera woman della principale rete televisiva di Kabul, relegata dai colleghi uomini a incarichi marginali. Quando il cameraman di punta si ferisce, viene assegnata al giornalista più importante della redazione. L’inizio è difficile: lui non la considera all’altezza. Ma tra i due nascerà un legame inatteso, che smentirà il titolo del film e porterà lo spettatore a un finale sorprendente e toccante.

La regista Shahrbanoo Sadat sul set di No Good Men, film di apertura della 76° Berlinale, alla sua sinistra l’attore co protagonista, Anwar Hashimi (photo courtesy Virginie Surdej)

Come è riuscita a ricreare in uno studio in Germania l’Afganistan di No good men?
«Abbiamo trovato la location principale della televisione a Hoppegarten, nel Brandeburgo. È un archivio cinematografico tedesco costruito durante la Ddr, con un’architettura di impronta sovietica. Anche in Afghanistan abbiamo un’architettura sovietica, quindi quando ho visto quel luogo mi è sembrato davvero identico alla sede della radio e televisione nazionale afghana. Sono rimasta sorpresa, perché non me l’aspettavo. Una volta trovata quella sede, ho capito che era la location principale e intorno avrei potuto costruire tutto il resto».

(continua…)

L’intervista completa è disponibile su 7 – Corriere della Sera del 22 Febbraio

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Mads Mikkelsen, «Ho fatto del mio “vichingo” un bambino narcisista e puro»

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di Cristiana Allievi

L’attore di Un altro giro ha portato alla Mostra del Cinema fuori concorso il film The Last Viking – Guasti di famiglia, il sesto della sua carriera girato con il connazionale regista Anders Thomas Jensen: «Conoscersi bene porta a migliorarsi, a osare e a capire fin dove ci si può spingere»

Venezia, 82nd Venice International Film Festival 2025 – Giorno 4 – Photocall del Film ‘The Last Viking’. Nella foto Mads Mikkelsen

Alla sua indiscutibile bravura eravamo ormai abituati. Ma ora Mads Mikkelsen ci mostra più chiaramente l’equilibrio quasi miracoloso di cui è capace come attore interpretando un ruolo che fa del bilanciamento tra follia e sensibilità la chiave della riuscita del film. In The Last Viking – Guasti di famiglia di Anders Thomas Jensen, proiettato fuori concorso alla Mostra di Venezia (prossimamente nei nostri cinema con Plaion Pictures), è un uomo in difficoltà psicologica convinto di essere John Lennon. Se qualcuno che gli sta vicino dimentica questa convinzione e lo chiama con il suo vero nome, Manfred, lui istantaneamente si getta da un’auto in corsa o addirittura dalla finestra. Una condizione estrema che lo costringe a entrare e uscire dagli ospedali, finché il fratello minore Anker (Nikolaj Lie Kaas), appena uscito di prigione dopo quindici anni per rapina, non decide di riportarlo nella vecchia casa di famiglia – oggi trasformata in un bed & breakfast nella foresta – per scoprire dove Manfred ha nascosto la refurtiva che lui stesso gli aveva consegnato prima dell’arrivo della polizia. Questa la storia in breve. Il film però scava ben più a fondo della sua trama, mettendo in luce rapporti familiari complessi e pieni di zone oscure.

Jensen, maestro danese dello humour nero, orchestra ancora una volta un racconto in cui ironia e dolore si intrecciano. Qui mescola follia familiare, creatività fuori dagli schemi e il peso di adattarsi alle regole della vita. Mikkelsen, con occhiali e capelli a caschetto mossi, offre una performance struggente: un uomo sospeso fra l’amore infantile per i vichinghi, il legame con i fratelli e il desiderio impossibile di restare bambino. È un’interpretazione che porta lo spettatore a oscillare di continuo tra il riso e il pianto, arrivando a toccare le viscere.

(continua…)

Articolo per 7 Corriere della Sera e intervista video per Corriere TV

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