Golden Globes 2019, ecco i candidati

Ecco i candidati ai Golden Globes 2019 per il cinema nelle principali categorie

 

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Miglior film drammatico:

Black Panther

BlacKkKlansman

Bohemian Rhapsody

Se la strada potesse parlare

A Star is Born

 

Miglior film commedia o musicale:

Crazy Rich Asians

La favorita

Green Book

Il ritorno di Mary Poppins

Vice

 

Miglior regista:

Bradley Cooper per A Star is Born

Alfonso Cuaron per ROMA

Peter Farrelly per Green Book

Spike Lee per BlacKkKlansman

Adam McKay per Vice

 

Miglior attrice in un film drammatico:

Glenn Close per The Wife

Lady Gaga per A Star is Born

Nicole Kidman per Destroyer

Melissa McCarthy per Can You Ever Forgive Me?

Rosamund Pike per A private War

 

Miglior attrice in un film commedia o musicale:

Emily Blunt per Il ritorno di Mary Poppins

Olivia Colman per La favorita

Elsie Fisher per Eight Grade

Charlize Theron per Tully

Constance Wu per Crazy Rich Asians

 

Migliori attore in un film drammatico:

Bradley Cooper per A Star is Born

Willem Dafoe per Van Gogh – At Eternity’s Gate

Lucas Hedges per Boy Erased

Rami Malek per Bohemin Rhapsody

John David Washington per BlacKkKlansman

 

 

Miglior attore in un film commedia o musicale:

Christian Bale per Vice

Lin-Manuel Miranda per Il ritorno di Mary Poppins

Viggo Mortensen per Green Book

Robert Redford per The Old Man & the Gun

John C. Reilly per Stanlio e Ollio

 

 

Miglior attrice non protagonista:

Amy Adams per Vice

Claire Foy per First Man

Regina King per Se la strada potesse parlare

Emma Stone per La favorita

Rachel Weisz per La favorita

 

Miglior attore non protagonista:

Mahershala Ali per Green Book

Thimotée Chalamet per Beautiful Boy

Adam Driver per BlacKkKlansman

Richard E. Grant per Can You Ever Forgive Me?

Sam Rockwell per Vice

 

Miglior film straniero:

Cafarnao

Girl

Opera senza autore

ROMA

Un affare di famiglia

 

Miglior Sceneggiatura:

Alfonso Cuaron per ROMA

Deborah Davis e Tony McNamara per La favorita

Barry Jenkins per Se la strada potesse parlare

Adam Mckay per Vice

Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly per Green Book

 

Miglior canzone:

“All the Stars” in Black Panther

“Girl in the Movie” in Dumplin’

“Requiem for a Private War” in A Private War

“Revelation” in Boy Erased

“Shallow” in A Star is Born

 

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Mads Mikkelsen, il sopravvissuto

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Mads Mikkelsen, attore, 53 anni. 

Segui la sua lotta per la sopravvivenza fra i ghiacci attraverso le espressioni dei suoi occhi. Non si sa praticamente nulla di lui, se non che vive nella carcassa di un aereo che dev’essere precipitato in questo luogo remoto del circolo polare Artico. Lo vedi ogni giorno scavare nel ghiaccio per cercare pesce con cui nutrirsi, filtrare acqua da bere, disegnare un enorme SOS a terra per essere visto da qualcuno che passa su quel cielo. Il tutto a temperature proibitive. Dopo giorni arriverà un elicottero a recuperarlo ma finirà col cadere in una tormenta, come dev’essere successo a lui tempo prima. Da quel velivolo recupera una mappa che dovrebbe condurlo verso Nord, provando a raggiunge un avamposto, mentre lo spettatore non si è accorto che nel frattempo sono passate quasi due ore.

Mads Mikkelsen, 53 anni da poco, di Copenhagen, ha iniziato la carriera come ginnasta e ballerino e ha lavorato costantemente a teatro, in tv e al cinema per diventare una star in Scandinavia. Noto per il suo ruolo di protagonista di Hannibal, nei panni del psicologo e sociopatico  dottor Hannibal Lecter del romanzo di Thomas Harris, ha lasciato il segno nei panni di Igor Stravinskij che amava Coco Chanel, interpretando Rochefort in I tre moschettieri e il medico tedesco di Royal Affair. Per poi vedere riconosciuto il suo status nel 2016, quando il festival di Cannes lo ha voluto fra i membri della giuria.  Poi sono venuti i ruoli del cattivo di Dr Strange, accanto a Benedict Cumberbatch e Tilda Swinton, e quello dello scienziato di Rogue One: A Star Wars Story.

Arctic, passato in anteprima mondiale all’ultimo festival di Cannes, è l’esordio alla regia di Joe Penna, 30 anni,  youtuber brasiliano prima noto come “MisteryGuitarMan”.  E considerate le ottime critiche al film è inspiegabile la scelta di farlo uscire in Italia sono in homevideo, in data ancora non chiara. «”Radicale” è una delle mie parole preferite. Non puoi esserlo sempre, in tutto quello che fai, ma ogni volta che capita non perdo l’occasione: e in questo caso potevo davvero esserlo». Arctic ricorda film di sopravvivenza come All is lost, in cui Redford cercava di salvarsi dall’oceano, o 127 Ore, dove James Franco cerca di vivere nel buco fra le rocce in cui è finito. Mads è semplicemente grandioso nel rendere vero ogni gesto, ogni sguardo, ogni sospiro o urlo, nel ghiaccio e in una prova fisica importante. «Mi piace moltissimo, c’è molto dramma nella fisicità. Sono cresciuto amando Bruce Lee e sono un grande fans di Buster Keaton, era uno dei più grandi al mondo, basta guardare in che modo osservava le persone». Nel film i dialoghi sono inesistenti, e di nuovo il regista si avvantaggia del suo modo di usare gli occhi. «Quando non parli c’è chi dice che non succede niente sulla tua faccia e chi invece capisce molto. Ma che si parli o meno, il punto è che devi dire qualcosa, e anche nascondere le emozioni è un lavoro, per quanto divertente. Spesso si dice che noi nordici siamo più bravi in questo senso, ma potrei dire che nel sud dell’Europa amate un po’ troppo essere visti. Gli uomini sono teatrali, sembrano dire “guarda come sono arrabbiato…”. Ma in realtà quando ti comporti  così non sei davvero incazzato, cerchi di esserlo. La rabbia viene da uno spazio più profondo».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su GQ di Novembre 2018.

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Il monito di “Santiago, Italia” di Nanni Moretti

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Il Cile di ieri e l’Italia di ieri e di oggi ci costringeranno a pensare. Parecchio. Grazie al nuovo docufilm di Nanni Moretti che chiude la rassegna torinese 

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Nanni Moretti di spalle come appare nel suo nuovo film, Santiago, Italia

Si scoprono cose poco note, guardando “Santiago, Italia”, il film che chiude il 36 Torino Film Festival fra qualche polemica dovuta all’assenza di un incontro con la stampa, che Moretti ha declinato per presentare invece il lavoro direttamente al pubblico.

Le scoperte non riguardano tanto le modalità del golpe avvenuto nel 1973 in Cile, in cui i militari presero il potere e fecero fuori Allende e il suo socialismo umanitarista e democratico, in altre parole un governo eletto dal popolo che stava facendo il proprio lavoro. Il documentario illumina piuttosto sul ruolo che ebbe l’ambasciata italiana a Santiago, un luogo che ha salvato la vita di molti che hanno chiesto asilo politico e si sono ritrovati a vivere in quelle stanze, trasformati in dormitori con i materassi per terra, dopo il colpo di stato del generale Pinochet.

Col lavoro di Moretti si scopre soprattutto che il popolo italiano ha fatto la differenza aiutando i cileni, sul posto e una volta atterrati a Roma. Da noi hanno infatti trovato lavoro e grande solidarietà, e soprattutto persone che chiedevano loro “Cosa accade nel tuo paese? Come posso aiutare le persone coinvolte in quella barbarie?”. Questa visione di un’Italia compatta, umana e umanitaria, in cui si canta “El pueblo unido” negli stadi e ci si chiede come soccorrere gli extracomunitari del tempo, è l’unico dato positivo per lo spettatore in questa opera sentita e in vari momenti commovente. Per il resto il Nanni Moretti documentarista, che appare nel film solo in due scene, non porta buone notizie, e lo fa per differenza, paragonando quell’allora con l’oggi, appoggiandosi su una struttura leggerissima, fatta di interviste (tante) e materiali d’archivio. 

Il film apre sul Cile raccontando il periodo dal 1970 al 1973, quello in cui la sinistra unita, che radunava sotto lo stesso cappello socialisti e comunisti, pareva una forza invincibile. “Era una festa perpetua, le scuole erano gratuite”, racconta il regista Patricio Guzman, “c’era l’idea di un uomo nuovo” prosegue Arturo Acosta, artigiano. Poi, prosegue il racconto, gli Usa si sono spaventati, la destra ha bloccato tutto, e visto che aveva in mano la comunicazione e governava le aziende, ha infangato il governo e ha lasciato il popolo senza beni di consumo e senza elettricità. Un crescendo di tensione sociale che culmina con il colpo di stato militare dell’11 settembre del 1973, guidato da Pinochet e finanziato dalla CIA, di cui si vedono le immagini di repertorio. Immagini che fanno da monito, come a ricordarci cosa stiamo rischiando: i militari hanno combattuto contro il loro stesso popolo, bombardando quel Palazzo della Moneta che ne era il simbolo e imponendo una situazione con la forza. A seguire, naturalmente, persecuzioni, torture, sequestri e sparizioni degli oppositori.

La carrellata di testimonianze scelte dal regista, in cui a parlare sono operai, avvocati, musicisti, giornalisti e persino un cardinale, è umana e pacata, quanto lo è stato il gesto di Allende di consegnarsi per non far scoppiare una guerra civile. Le sue ultime parole, ancora fra le mura del palazzo, fanno venire i brividi: “sono sicuro che il mio sforzo non sarà vano”, disse. Allo spettatore restano le emozioni di vita di questi uomini, e le ultime scene del film in cui arriva, se si vuole, il cuore del messaggio di Moretti, affidato alle parole di uno dei rifugiati cileni. «L’Italia degli anni Settanta era un paese che aveva fatto la guerra partigiana, che aveva difeso lo statuto dei lavoratori. Era un paese simile a quello che sognava Allende in quel momento lì. Oggi viaggio per l’Italia e vedo che assomiglia al Cile peggiore… È una società di consumismo, dove non ti frega niente della persona che hai accanto, e se la puoi calpestare la calpesti. Questa è la corsa: l’individualismo». Auguri.

Al cinema dal 6 dicembre distribuito da Academy 2.

Pubblicato da GQ.it

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Valerio Mastandrea racconta Ride, il suo primo film da regista

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Valerio Mastandrea,  46 anni, attore, ha esordito alla regia con Ride, unico film italiano in Concorso al  36° Torino Film Festival.

«Un calciatore diceva “si gioca come si vive”. Ed è così, in questo film ci sono leggerezza e umorismo, ma anche le contraddizioni umane, il sapersi relazionare o meno a se stessi, è pieno di cose che mi riguardano». Citando Burdisso, ex difensore della Roma, Valerio Mastandrea racconta “Ride”, il suo primo lungometraggio da regista e unica pellicola italiana in Concorso al 36° Torino Film Festival.

“Ride”, la trama

Prodotto da Kimerafilm e Rai Cinema, il film mostra allo spettatore un lutto per una morte improvvisa sul lavoro, ma non ha come intento quello di farci riflettere sulle morti bianche, non in prima battuta.

La storia viene da un soggetto di Mastandrea ed Enrico Audenino e racconta poco più di un giorno di Carolina, una moglie che si trova all’improvviso senza Mauro, morto per un incidente nella fabbrica da cui sono passate almeno tre generazioni di operai di questo paesino sul mare a pochi chilometri dalla capitale.Lo spettatore la incontra in una domenica di maggio, quando mancano poche ore al funerale che sarà il giorno successivo, e vive con lei i passaggi e le difficoltà che attraversa. Prima fra tutte, quella di non riuscire a piangere, nemmeno a sette giorni dall’accaduto.

Gli uomini di “Ride”

Accanto alla sua incapacità di contattare il dolore, si incontrano quelle di altri due personaggi e mondi. Il primo è composto dal gruppo di operai più anziani che si stringe intorno al padre di Mauro, Cesare (interpretato da Renato Carpentieri), che fa considerazioni sulla sicurezza e la forza sindacale che, da quando c’erano loro in prima linea, è andata persa. Cesare non versa una lacrima, finché l’arrivo del figlio che gli rimane, Nicola (Stefano Dionisi), non provoca uno scontro viscerale e fisico che lo farà uscire dal congelamento emozionale.

Terzo universo del film è quello del figlio di Carolina, Bruno (Arturo Marchetti), che in questa freddezza emotiva generale si trova a trasformare il funerale (ancora non avvenuto) del padre in un’immaginaria diretta tv insieme all’amico del cuore.

(continua…)

Recensione pubblicata su GQ.it

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The front Runner, quando uno scandalo sessuale affondò gli USA

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Cosa ha da raccontarci e quali dubbi apre oggi la vicenda che negli Anni Ottanta ha interrotto la corsa alla presidenza USA del candidato democratico Gary Hart

 

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L’attore australiano Hugh Jackman sul set di The front Runner (courtesy Just Jared).

“Gary Hart ha la pettinatura giusta. È un bell’uomo e ha un dono: spiega la politica in un modo che tutti riescono a comprendere”. Vox populi, vox dei. Siamo nel 1987, in piena campagna presidenziale per gli Stati Uniti. Fra i democratici emerge un vero fuoriclasse, un uomo che ha idee nuove e le carte giuste per realizzarle. E che, tra una frittura di hamburger e una gara di tiro con l’ascia, fa capire quanto gli stiano a cuore questioni sociali, scuola, ecologia ed economia. Finché una pausa dalla stressante campagna elettorale lo porta a una festa su uno yacht, il Monkey Business, che tradotto significa “affari sporchi”. Su quell’imbarcazione accade qualcosa che Hart ritiene un affare privato, un errore che gli costerà molto caro.
Questo racconta The front Runner di Jason Reitman, filmone d’apertura del trentaseiesimo Torino Film Festival che porta sul grande schermo il primo caso di scandalo sessuale (mal gestito) che ha cambiato le sorti della politica Usa e che vedremo nelle sale dal 21 febbraio 2019.

The front Runner, la trama

In tre settimane il super favorito passerà dagli altari alle polveri, e la sua vicenda segnerà un’epoca, perché affiancata all’avvento delle nuove tecnologie e, con queste, di un nuovo atteggiamento della stampa.

Hugh Jackman è un convincente Gary Hart, accanto a lui ci sono il premio Oscar J.K. Simmons, Alfred Molina e Vera Farmiga. «Ho scritto questo film insieme a Matt Bai, corrispondente del New York Times che ha coperto cinque elezioni presidenziali, e a Jay Carson, consulente politico ed ex addetto stampa, fra gli altri di Hillary Clinton», racconta Reitman a Torino.
«Quando abbiamo iniziato a lavorare c’era ancora Obama, poi ci sono state le elezioni, e durante le riprese è nato il #MeToo: il mondo è cambiato sotto i piedi di Gary Hart, ma anche sotto i nostri. Durante le anteprime in alcuni festival, poi, ci sono state le elezioni di midterm ed è scoppiato il caso Cavanan, sono state allontanate e licenziate persone scomode all’amministrazione in carica. Le cose continuano a cambiare, basta pensare che quando abbiamo scritto la sceneggiatura pensavamo sarebbe stato un film ironico».

Al centro del film c’è un quotidiano locale, il Miami Herald, che raggiunto da una telefonata anonima che lo informa della relazione extraconiugale del senatore con Donna Rice, una modella conosciuta alla festa sullo yacht, decide in modo un po’ maldestro di cavalcare la faccenda. Complice un fotografo, becca la ragazza che entra nella casa del politico a Washington, e a quel punto la stampa importante, vedi il Washington Post, si trova costretta ad adeguarsi.Il risultato? Hart viene travolto in un polverone che ha al centro la sua vita privata, si rifiuta di cedere al ricatto di parlarne e arriva a ritirarsi dalla politica con un discorso di commiato straziante quanto terrificante, soprattutto nella chiusa: “tremo all’idea del giorno in cui il mio paese avrà il presidente che si merita”.

Il regista di Juno e Tra le nuvole sembra avere una domanda chiara in mente: cosa sarebbe successo se non avessimo dato attenzione a certi fatti e ci fossimo invece concentrati su quello che contava di più?
Breve riassunto di cosa è successo dopo il fattaccio:il Senatore si è ritirato dalla corsa presidenziale, è stato sostituito da Michael Dukakis che a sua volta è stato battuto da George Bush senior, che è andato alla Casa Bianca. Come dire che, senza scandalo erotico, oggi forse avremmo un altro mondo. «Ogni mattina ci svegliamo e sulle app delle news una storia sulle elezioni ha lo stesso peso di  quella di Ariana Grande che si lascia con Pete Davidson, l’intrattenimento e il gossip sono allo stesso livello del giornalismo politico, e questo accade perché c’è una domanda dei lettori, vogliono soddisfare queste curiosità.
Sono anch’io un essere umano e non sono immune da certi desideri, come conoscere i retroscena delle vite delle persone celebri. Ma ho presente il diverso peso delle tematiche politiche e sociali. So distinguere».
Non a caso il regista ha deciso di raccontare la storia di un uomo come Hart. «Oggi in Usa abbiamo il presidente più indecente che la storia abbia mai conosciuto. La domanda “qual è il confine della decenza?” non ha nemmeno senso, perché lo fa ogni ora. Il senatore del Colorado aveva tutte le qualità per essere eleggibile, aveva un’intelligenza raffinata se si pensa che verso la fine degli anni Ottanta ha invocato per gli Usa la necessità di smettere di dipendere dal medio Oriente per la fornitura di petrolio, perché avrebbe portato a conflitti con i gruppi terroristici. Era un uomo che promuoveva l’informatica nelle scuole, capendo che l’uso dei computer avrebbe fatto la differenza. Poi, oltre a tutto questo, era un essere umano che ha commesso errori: ma in che modo questi errori sono diventati l’elemento specifico per renderlo inaccettabile sul piano politico?».
Questa è la domanda che Jason Reitman vuole suscitare con 153 minuti di film che fanno venire in mente nomi come Kennedy, o Lyndon Johnson, uomini che nella distinzione tra politico e privato non sono stati “disturbati”, come ricordano i dialoghi fra i giornalisti nelle redazioni. Per mostrare un campione di solidità, il regista non ha avuto dubbi su chi dovesse essere l’uomo che incarnasse un conflitto etico, più che politico: Hugh Wolverine Jackman.
«L’ho avuto in mente da subito. Perché gli assomiglia fisicamente, e poi è una star del cinema con un’etica professionale e un’onestà interiore solidissime. Ti porta sulla soglia di accesso e poi, in modo magistrale, riesce a non farti entrare. Come è giusto che sia, quando si incarna un enigma». 

 

Recensione pubblicata su GQ.it

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Carey Mulligan: «Non voglio più scappare».

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NEL FILM APPENA PRESENTATO AL FESTIVAL DI TORINO È UNA DONNA TORMENTATA CHE FUGGE DA SUO MATRIMONIO. E L’ATTRICE RACCONTA A GRAZIA DEI SUOI DUBBI E DEL MOMENTO IN CUI HA FINALMENTE CAPITO QUALE FOSSE IL SUO POSTO NEL MONDO

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L’attrice Carey Mulligan, 33 anni, fotografata da Richard Phibbs per Grazia.

«Farebbe questa domanda anche a un uomo?». Quando le rispondo che si, chiederei anche a un attore se l’arrivo di due figli ha cambiato il suo modo di scegliere ruoli al cinema, Carey Mulligan sembra sollevata. «L’unica cosa che è cambiata è che, ancor più di prima, lavoro solo se vale davvero la pena di stare lontano dai miei figli. Dev’essere tutto perfetto, per farmi venire la voglia di lasciarli». Quella parola, perfetto, mi colpisce, e presto capisco perché. Abito castigato sotto il ginocchio, blu a pois bianchi, e caschetto biondo decolorato, poco dopo mi dice di non rivedere mai i propri film. «È terribile, intercetto tutti gli errori e penso che avrei dovuto fare le cose diversamente. Guardarsi su uno schermo è un’esperienza strana, è come sentire la propria voce nella segreteria telefonica e confrontarla con quella vera». Il fatto di essere british rincara la dose, in fatto di perfezionismo. 33 anni, nata a Westminster da una madre lettrice universitaria e un padre manager di hotel, Mulligan è sposata con Marcus Mumford, il leader dei Mumford & Sons, con cui ha due figli, l’ultimo di poco più di un anno. Ha iniziato a recitare a scuola a sei anni, ma dopo il liceo non è stata accettata dalla scuola di teatro. Una parte in Downtown Abbey e quella in Orgoglio e pregiudizio hanno fatto partire la sua carriera, mentre a fare di lei una star del cinema è stato An education, con cui si è ritrovata catapultata di colpo sotto i riflettori. «Non mi ero mai vista così tanto tempo sullo schermo, ho pensato di essere veramente noiosa, ero tutta faccia e non facevo niente… Ho chiamato mia madre, prima dell’anteprima al Sundance, per dirle “è terribile, non voglio andarci, torno a casa”. Poi il film ha avuto un tale successo, le nomination agli Oscar… Mi spiace non essermelo goduto, ho iniziato a riconoscere il mio lavoro solo alla fine». Diciamo che non stupisce che non si sia fatta divorare dalla macchina della notorietà, anche perché protegge la sua privacy con determinazione. Parliamo del suo ultimo film, una storia ambientata nel Montana negli anni Sessanta che racconta di una giovane coppia con un figlio che va in crisi e di una madre, lei, che tenta di cambiare radicalmente vita.  Wildlife, esordio alla regia di Paul Dano, passato all’ultimo Festival di Cannes e sugli schermi del Torino Film Festival il 23 novembre,  è basato su un romanzo di Richard Ford. Lei è Jeanette, una casalinga che deve badare a se stessa e a suo figlio dopo che il marito (Jake Gyllenhaal) le pianta in asso per andare a spegnere un incendio forestale. Si imbarca in una relazione pericolosa che può stabilizzare la sua famiglia o distruggerla. Un altro personaggio molto sfidante, adattato dal regista e dalla sua cosceneggiatrice e compagna, Zoe Kazan.

In Wildlife mostra aspetti di una donna che non si vedono spesso al cinema. «È inusuale vedere donne che mandano tutto in malora, per un momento. E se sbagliano fanno solo quello, non sai mai chi sono davvero, da fallite. La donna che interpreto è una brava madre e una brava moglie, ma non vedi questo di lei, quanto i suoi lati più deboli».

Da mamma perfetta a donna che beve e che cerca un amante ricco, da cui porta anche il figlio: è stato un viaggio interessante? «Mi piace l’esplorazione di varie versioni di sé. Jeanette si accorge di colpo, a 34 anni, che non ne avrà più 21 e che le cose che si era immaginata di essere, da teenager, sono sparite: è ridotta a essere una madre e una moglie, ed è normale essere molto spaventate. E poi diciamo la verità, non ci piace vedere donne infedeli, mentre tolleriamo che lo siano gli uomini, quindi sono felicissima di averla incarnata io!».

Cosa le è risultato più difficile? «Le scene da ubriaca, sono difficili da recitare, mentre la guerra con mio marito è stata facile».

Crede che la situazione delle donne è cambiata, dagli anni Sessanta?  «All’epoca il tabù sui matrimoni che finiscono in divorzi era molto più grande, il divorzio era quasi innominabile in certi ambienti. Ma sotto la superficie, in termini di ciò che ci si aspetta dalle donne è abbastanza simile, c’è ancora molta pressione: ora si possono fare scelte leggermente diverse, ma che tu sia una casalinga o una madre che lavora devi essere tutto e fare tutto, ed è ciò a cui reagisce il mio personaggio».

In cosa le assomiglia? «Mi sono identificata con la reazione a quella sensazione del tempo che passa, il panico che hai quando ti rendi conto di quanto tempo è passato. Ho riascoltato una canzone che ascoltavo molto quando avevo 19 anni e mi ha fatto saltare il cuore, ho pensato “avevo 19 anni due minuti fa!”».

Nel film dice “ho 34 anni”, come se fosse vecchia. «All’epoca era così. Quando mia madre è tornata nella sua città natale, nel Galles, dalla Giordania in cui viveva, e ha detto che non era sposata, pensavano che fosse divorziata: non potevi essere celibe a 28 anni, ed erano gli anni Ottanta!».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 22 Novembre 2018

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La grazia di Hadas (Yaron)

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L’attrice israeliana Hadas Yaron, 28 anni (foto di Gabriel Baharlia per D La Repubblica)

«Il mio nome tradotto nella sua lingua è quello di un fiore bianco, credo sia il mirto… Ha un profumo meraviglioso». Resta molto sorpresa quando le diciamo che, fra le altre cose, da quel fiore si distilla un liquore molto apprezzato. Un destino che Hadas Yaron, attrice israeliana di 28 anni, condivide con la bevanda, se si pensa a quanto l’Italia l’abbia premiata e adottata. Per La sposa promessa, di Rama Burshtein ha vinto la Coppa Volpi come miglior attrice a Venezia sei anni fa, e quando è tornata a casa le hanno dato l’Academy Award d’Israele.  Era solo il suo secondo film, poi è stata la volta di La felicità è un sistema complesso, di Gianni Zanasi, con cui ha girato di nuovo Troppa grazia, a distanza di tre anni, presentato in anteprima mondiale nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del  festival di Cannes.

Il suo personaggio è nientemeno che la Madonna, che appare a Lucia, una geometra (Alba Rohrwacher) che ha una figlia e si arrabatta fra mille difficoltà pratiche e sentimentali. La Madonna le ordina di far costruire una chiesa nel mezzo di quello che sembra (sembra) il nulla.  «La proposta del regista mi ha resa molto felice anche se non sono religiosa e non ho un’idea forte come l’avete voi sulla Madonna. Non sono cresciuta con questa figura, sapevo chi è in senso generale, ma leggendo la sceneggiatura ho capito che si trattava di qualcuno di più umano. Nel film c’è umorismo, si parla di avere fede ma non in senso religioso: è più un credere ancora, un fidarsi, un saper immaginare nonostante si sia adulti». Nel caso del film di Zanasi la figura interpretata da Hadas è una specie di sguardo netto e senza compromessi sulle cose, con un forte senso etico ed esistenziale. La Madonna è una parte di lei, la fa tornare ad avere fiducia in se stessa, e lo fa mettendola di fronte allo sconosciuto, che è sempre spaventoso. «Come Lucia, a volte anche preferiamo stare dove siamo, nonostante non ci faccia bene, invece di muoverci verso qualcosa di nuovo».

Troppa Grazia mescola temi importanti a momenti di grande ironia, come quando al primo incontro Lucia scambia la Madonna per un’extracomunitaria che vuole denaro, iniziando lei una conversazione con parole ebraiche.  Una metafora, questa, del non capirsi e non sentirsi capiti, quando si incontra qualcuno che parla un linguaggio diverso.  «Credo che ogni persona conosca quella sensazione, viaggiando accade spesso. Io ho imparato l’italiano, ma se vado in Francia mi sembra strano non poter parlare l’idioma locale. Vorrei il super potere di parlare tutte le lingue del mondo. L’ebraico per me è una specie di codice segreto: so che se scrivo qualcosa, in genere nessuno può leggerla».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 24 Novembre 2018

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Elio Germano: «Un figlio ti cambia prima di nascere».

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Sullo schermo ci ha abituati a personaggi di ogni tipo. Disadattati sociali, delinquenti, poeti leggendari, figli di ricchi contemporanei. L’ultimo è il ragazzo con il codino di Troppa grazia, ostinato nel cercare di tornare con la fidanzata che lo ha piantato da tempo, che è tormentata dalle apparizioni mistiche. Al confronto, la sua vita fuori dal set è molto meno avventurosa: sta da tre anni con Valeria, maestra di sostegno, di cui sappiamo pochissimo. Se non che nel 2017 è nato il loro primo figlio.  Attore e musicista, leader da vent’anni del gruppo rap Bestierare, tempo fa aveva detto: “Non potrei mai stare con una che fa il mio stesso mestiere. Quando torno a casa devo staccare”. Sulla paternità, invece, riusciamo a strappargli solo una battuta: «Mio figlio è ancora piccolo, ma in generale credo che non sia un bambino a cambiarti. Succede prima, quando decidi di diventare genitore». Fine delle confidenze, si torna a parlare dell’ultimo film, nelle sale dal 22 novembre.

Arturo, il personaggio che interpreta in Troppa Grazia, non ha figli. Ma le somiglia, almeno un po’? «Con il lavoro che faccio mi sembra di assomigliare a tutto e al contrario di tutto, mi dimentico di come sono fatto. Non lavoro razionalmente sulle similitudini fra me e i personaggi che interpreto. Arturo è un uomo in balia della sua donna, di cui è innamorato nonostante lei lo abbia lasciato da tempo. È molto ancorato alla realtà, ha problemi assurdi e non si fa contagiare dai sognatori che lo circondano».

Si riconosce, almeno nella sua determinazione? «Nell’ossessione direi, soprattutto quando lavoro. In un certo senso inventarsi un mondo che non c’è, relazioni che non si hanno, pensare che sei a letto con tua moglie o in stanza da solo a sognare, mentre di fronte a te vedi macchinari che si muovono mossi da operai, è roba da autistici e ossessionati».

Il film inizia con una discussione fra il suo personaggio e quello di Alba,  sul tradimento e come i maschi lo affrontino solo con il corpo… «È una voluta sequenza di stereotipi, dimostra quanto sia difficile non cadere in concetti pre masticati da qualcun altro, invece di pensare con la propria testa. Ci appoggiamo a dei sentiti dire che strutturano la nostra vita, e questo riguarda anche questioni più gravi, come la violenza sulle donne, che si stanno ampliando».

A cosa si riferisce? «Al #MeToo, per esempio. In questi mesi si sono creati stereotipi da entrambe le parti, ora è difficile arrivare a un dialogo davvero costruttivo. Si passa alle generalizzazioni, ho letto che in Francia ci si chiede se fare l’amore con la propria donna, mentre dorme, sia una forma di stupro o meno».

Nemmeno gli stereotipi sul tradimento sono solo veri, secondo lei? «Non c’è differenza fra uomini e donne su un argomento simile, dipende da come si imposta la propria vita e su cosa si basa un rapporto. Ho visto coppie che si definiscono aperte, composte da donne, uomini o da entrambe i sessi, e anche che stanno in tre, in quattro… Sono questioni private, è difficile generalizzare».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 28 Novembre 2018.

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Vincent Lindon, In guerra

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DA SEX SYMBOL A MILITANTE, CONVERSAZIONE CON UN ATTORE CHE NON MA (MAI) ACCETTATO COMPROMESSI. E SI VEDE

«Non faccio pubblicità di profumi. Compro le mie giacche e nessuno mi dice come dovrei vestirmi. Non vado alle feste nè agli show televisivi che non mi piacciono, non rispondo a giornali che odio. Quando ha deciso di seguire queste regole? Quando sono nato». Ecco la ricetta della libertà secondo Vincent Lindon, che da sex symbol di Francia è diventato l’attore più impegnato che la sua nazione possa vantare. Lo si era capito con quei 15 minuti di applausi per la sua interpretazione di un primo ministro in Pater, al Festival di Cannes, un film illuminante in fatto di amministrazione della cosa pubblica. Con La legge del mercato, di Stephane Brizé, in cui è un cinquantenne che ha perso il lavoro ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi, ha vinto la Palma d’oro come miglior protagonista. E diretto dallo stesso regista, dal 15 novembre lo vedremo in un confronto molto più radicale. In guerra, proiettato in anteprima mondiale a Cannes, racconta due mesi di sciopero dei 1100 lavoratori della Perrin Industries e la lotta del loro portavoce con un management che vuole licenziare tutti nonostante i profitti. «Non è un documentario, nonostante il realismo. Lo spettatore non capisce cosa sta succedendo, la drammaturgia è molto forte, e questo è puro cinema», racconta l’attore. «Sappiamo che Amédéo, l’uomo che interpreto, si prende cura della moglie e della figlia, ma di fatto è un uomo in uno stato di guerra: con uno sciopero le persone occupano un posto, non perdono energie su altri aspetti della vita, non dormono, sono focalizzati su una quesitone di vita o di morte. E il film fa lo stesso». Nella vita vera, Lindon è un aristocratico con idee chiare su cos’è lo stile. «Da piccolo chiedevo a mia madre com’era vestito qualcuno, lei mi rispondeva  “con pantaloni e giacca, ma era molto chic”. Per me significa indossare qualcosa che indossano gli altri, ma in modo completamente diverso. A un congresso in Russia una signora ha chiesto a Yves Saint Laurent come essere fatale, attraente e distinta. Lui le ha risposto “ci vogliono una giacca, una gonna nera e un uomo che la ami”. Per un uomo vale lo stesso: bastano una giacca nera, una camicia bianca e una donna lo ami».

(continua…)

Articolo pubblicato di D La Repubblica del 17 novembre 2018

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Kossakovsky da brividi

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L’ultimo lavoro, che il regista ha presentato prima al Festival di Cannes e poi a quello di  Zurigo, racconta la potenza dell’acqua in tutte le sue forme. Liquide e no

 

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Un’immagine del docu film Aquarela, di Kossakovsky (Courtesy of Mymovies).

 

Si vedono 500 metri di iceberg che si staccano in Groenlandia, spostando una massa d’acqua immensa tale da scatenare piccoli maremoti circostanti. Si passa alle superfici ghiacciate del lago Baykal, in Russia, poi sull’isola Bornholm, dove si resta senza fiato davanti al colore dell’acqua del Mar Baltico che cambia col passare delle ore: rossa, verde, grigia, poi completamente nera.  Arriva la strabiliante visione frontale delle Angel Falls in Venezuela, mille metri di cascate in cui l’acqua non arriva mai a terra, polverizzandosi a metà percorso. «Mi ha chiamato un produttore scozzese chiedendomi se volevo girare un film sull’acqua», racconta il pluripremiato documentarista russo Victor Kossakovsky, incontrato al Festival di Zurigo. «Ho detto subito di no, quelli che avevo visto raggruppavano vari tipi di persone, dai politici agli scienziati agli attivisti. Tutti parlavano di clima, di inquinamento, di leggi, ma non si vedeva mai l’acqua. Finchè un giorno, ricontattandomi, ha detto “e se lo chiamassi Aquarela?”. Mi sono visto con un pennello in mano, e ho accettato». Così è iniziato un viaggio incredibile, anche per cercare i finanziamenti di un film senza esseri umani,  senza una storia, solo acqua in diverse forme e tre momenti di musica degli Apocalyptica, un gruppo symphonic metal finlandese. «Nel 2011 stavo girando Viva gli antipodi!, e il personaggio all’improvviso ha detto una cosa strana: “nella prossima vita vorrei non essere una persone, ma acqua”. Quando si è presentata l’opportunità ho deciso di partire da lì: ho messo la macchina nello stesso posto, sul lago Baycal, per riprendere quel ghiaccio spesso solo un metro, trasparente, sotto cui riuscivi a vedere i pesci… Ma è accaduto qualcosa di orribile, e  ho preso una direzione diversa». Conosciuto come il Rembrandt dei documentari (“perché metto le immagini al primo posto, prima ancora delle storie”), ha presentato questi 90 minuti mozzafiato in anteprima mondiale a Cannes. Girato a 96 fotogrammi al secondo, con un suono creato grazie al lavoro di 120 canali, è una chiamata viscerale all’umanità sotto forma d’arte, perché si svegli davanti al bene più prezioso che abbiamo. Un lavoro immane, incominciando lontano dal set. «Ogni mattina col mio team facevamo disegni, chiedendoci come regalare immagini che non si erano mai viste prima. Siamo stati dentro una tempesta  per tre settimane nell’oceano Atlantico, con onde di 20 metri, ci voleva un giorno per spostare la macchina da una parte all’altra della barca». Considerato che a Hollywood film come I Pirati del Caraibi sono girati in piscina, i segreti dietro ogni ripresa di questo lavoro hanno suscitato immediatamente l’interesse di Participant Media.  «I produttori americani mi hanno chiesto di smettere di parlare di come abbiamo lavorato perché volevano farne un libro. Ho appena incominciato a lavorarci, oltre alle parole ci saranno molti disegni».

Articolo pubblicato su GQ numero di Novembre 2018 

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