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DAVID GARRETT, IL VIOLINISTA PIU’ ROCK DELLA CLASSICA CROSSOVER, È IN TOUR ANCHE IN ITALIA PER I SUOI PRIMI 10 ANNI DI CARRIERA. DIVISA TRA RIGOROSA DISCIPLINA E ISTINTO (MOLTO) RIBELLE

Il violinista David Garrett, 39 anni, in Italia con due date del suo nuovo tour, Unlimited Greatest Hits live.

«Siamo andati tutti a scuola. E sappiamo che svegliarsi alle 7.30 pensando alla lezione di matematica non è sempre meraviglioso. Ma questa è la disciplina che ci insegnano, e per il violino vale lo stesso: ci sono giorni in cui ti piace e molti in cui vorresti fare tutt’altro. Ma per imparare qualcosa devi lavorare tutti i giorni, ogni settimana, ogni mese. E devi progredire». Ho appena chiesto a David Garrett, rockstar del violino, cosa ne pensa della disciplina che governa la sua vita, da sempre. Perché a 4 anni suonava già, a 7 era nel Conservatorio di Lübeck e a 11 anni aveva in mano uno Stradivari da quattro milioni di dollari. Due anni dopo era il più giovane concertista mai scritturato dalla Deutsche Grammophon, la regina delle etichette di classica. E la tecnica acrobatica che lo contraddistingue, e che vedremo in Italia  nelle due tappe del suo Unlimited – Greatest hits – live, il tour mondiale con cui celebrerà dieci anni di musica crossover (il 15 settembre all’Arena di Verona e il 17 alla Reggia di Caserta), se l’è sudata fino all’ultima nota. Madre ex ballerina americana (da cui David ha ereditato il cognome come nome d’arte) e padre, avvocato tedesco e titolare di una casa d’aste (dal cognome impronunciabile), hanno avuto un ruolo centrale nella sua crescita. «Se mi hanno spinto? Certo, si sono preoccupati che avessi i migliori insegnanti possibili. È stato stressante? Sì. È stato scomodo? Anche. Ho sentito pressione? Direi di sì. Ma le dico anche che, voltandomi indietro, rifarei tutto». Se si scovano le copertine dei suoi dischi di 15 anni fa, con i capelli corti e scuri, per non parlare dei live in cui sembrava depresso, si stenta a credere a chi si ha di fronte oggi:  un biondo con i capelli raccolti dietro la nuca, una camicia bianca e i jeans attillati, che sembra Curt Cobain. Con la differenza che  David ride di più. Il salto è avvenuto a partire dai 17 anni, quando è stato espulso dalla Royal College of Music: lì ha deciso di prendere la sua vita in mano, iscrivendosi alla Julliard, una specie di Harvard della musica.  Maestri leggendari a parte (il violinista Itzhak Perlmann), in America Garrett ha scoperto i Led Zeppelin e Jimi Hendrix. Per questo oggi riempie gli stadi con lo  Stradivari che diventa la “voce” di Axl Rose, Sting e Micheal Jackson.  Un atto di ribellione a tutti quei severi anni di studi e di reclusione? «Non è così, semplicemente io amo la musica, tutta: dal jazz al pop, dalla classica alla musica dei film», racconta sorridente. «E da musicista trovo innaturale non suonare le cose che amo ascoltare».

(continua…)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 14 settembre 2019

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Emma Thompson: «Odiarci è una perdita di tempo».

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L’attrice Emma Thompson, 60 anni. Nel film E poi c’è Katherine interpreta la leggendaria conduttrice tv Katherine Newbury.

SULLA BATTAGLIA FRA I SESSI HA LE IDEE CHIARE: «I MASCHI VIAGGIANO SU UN’AUTOSTRADA, NOI DONNE ABBIAMO ANCORA MONTAGNE E FIUMI DA ATTRAVERSARE». LA THOMPSON È PROTAGONISTA DI UN FILM IN CUI DA’ FILO DA TORCERE A TUTTE LE SUE COLLEGHE. E NE PARLA CON L’INTELLIGENZA TAGLIENTE CHE LA CONTRADDISTINGUE

«La famiglia è il centro di tutto per me. E con famiglia intendo le connessioni, non necessariamente i legami di sangue ma un gruppo più ampio, accogliente e nutriente di persone che mettono radici insieme». Ascoltarla parlare di legami, e capire come la coinvolgono, fa capire quanto la due volte premio Oscar sia un vero asso della recitazione. No, non nella realtà: sullo schermo. Perché la Thompson, che vive ancora nel quartiere londinese di Paddington, nella stessa strada in cui è cresciuta da ragazza, con vicino altri membri della sua famiglia, è al cinema con un ruolo che è l’esatto apposto del calore e dell’accoglienza con cui parla del suo nido. Ed è bravissima. E poi c’è Katherine, diretto da Nisha Ganatra e scritto dalla coprotagonista Mindy Kaling, è una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni. Emma è Katherine Newbury ed è la leggendaria conduttrice tv di uno show vecchio stile che soffre di un costante calo di ascolti. I motivi? È poco empatica, ha uno staff di soli uomini, di cui non conosce nemmeno il nome, e ha la fama di odiare le donne. In pratica, le manca quel collante amorevole che serve a portare avanti uno staff di successo. Nella vita vera, invece, Emma ha lottato per farsi una famiglia insieme al marito Greg Wise (il secondo, dopo Kenneth Branagh). Sua figlia Gaia, 19 anni, è nata che aveva quasi 40 anni ed è stata concepita tramite la fecondazione artificiale. «È il mio miracolo, ancora oggi mi capita di tornare al ricordo della sua nascita, è come un pozzo da cui attingo forza». Avrebbe voluto altri figli ma non poteva averne, però Tindy è arrivato lo stesso nella sua vita. Ex soldato bambino in Rwanda, lo hanno accolto in famiglia con un’adozione informale quando aveva 16 anni. Era un adolescente traumatizzato, che veniva da un altro mondo, non si è trattato propriamente di un’adozione che conquista i titoli dei giornali. Anche nei panni di Katherine, la Thompson farà “un’adozione”: quando il capo della rete le annuncia che questa sarà la sua ultima stagione, fa assumere una donna giovane e inesperta fra i suoi autori, Molly, allo scopo di mettere a tacere le malelingue che la accusano di misoginia. Sarà l’inizio di una revisione totale e dagli esiti sorprendenti.

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 12/9/2019

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Luke Evans: «Non dimentico mai chi sono e da dove vengo»

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NATO DA UNA FAMIGLIA OPERAIA, SI DIVERTE A INTERPRETARE UOMINI RICCHI. COME IN MURDER MYSTERY, IN CUI È UN VISCONTE BILLIONARIO CHE GIRA IN ROLLS-ROYCE. «TUTTI MI RIPETONO CHE SONO FANTASTICO MA NON È VERO: IL SUCCESSO NON STABILISCE CHI SEI»., DICE L’ATTORE. ABITUATO A RAGIONARE CON LA SUA TESTA, NON HA PERSO SEX APPEAL NEANCHE DOPO AVER FATTO OUTING. PER CAPIRE IL MOTIVO BASTA LEGGERE COSA RACCONTA

Tutte le volte che ho incontrato Luke Evans mi ha fatto la stessa impressione. Parlando di teatro e di musical, ma anche del Gaston che ha interpretato in La bella e la bestia, dell’Aramis de I tre moschettieri o dell’arciere di Lo Hobbit, ho sempre pensato che fosse intelligente e generoso sopra la media. E anche con accanto una publicist che mi ricorda di fargli solo domande sul film, lui riesce a trasmettere qualcosa di se stesso. Lo incontro con la scusa dell’affascinante riccone che è il personaggio di Murder Mistery. Scritta da James Vanderbilt, diretta da Kyle Newacheck e ispirata ad Assassinio sull’Oriente Express di Agatha Christie, la commedia racconta a storia di una parrucchiera e un poliziotto newyorkesi (Adam Sandler e Jennifer Aniston) che volando in vacanza in Europa  incontrano un affascinante visconte (Luke Evans) che li invita inaspettatamente sullo yacht  di famiglia al largo di Montecarlo. Attratta dall’avventura e da una proposta più allettante di quella programmata, la coppia si ritroverà però coinvolta nella morte di un billionario, sospettata insieme a tutti gli altri ospiti. Evans non ha però il tempo di godersi i 30 milioni di streamer  (sommando account di Usa, Canada e resto del mondo) che ha avuto il film,  segnando il record di spettatori su Netflix nel weekend di apertura. È già a Budapest sul set della seconda stagione di L’alienista, la serie di TNT nominata agli Emmy e ai Golden Globe in cui interpreta il reporter del New York Times John Moore.  «Siamo un anno dopo rispetto a dove eravamo rimasti», racconta con voce chiara e pacata.  «I personaggi sono gli stessi ma la storia è cambiata. Io non faccio la stessa professione, ci saranno belle sorprese».

(…continua)

Intervista pubblicata sul n. 28 del 2019 di F

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«Non m’importa di sbagliare per amore», Adele Exarchopoulos

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L’attrice francese Adele Exarchopoulos fotografata da Eric Catarina (courtesy of Grazia Italia).

È DIVENTATA FAMOSA CON UN FILN DI SESSO E SENTIMENTI ESTREMI. E ORA SULLO SCHERMO SARA’ LA DONNA CHE SALVO’ LA VITA AL GRANDE BALLERINO RUDOLF NUREYEV. CON GRAZIA ADELE EXARCHOPOULOS HA PARLATO DELLA PASSIONE E DEL PERCHE’ NON VI RINUNCEREBBE MAI

Sono passati due minuti da quando ci siamo incontrate e ha già acceso la prima sigaretta. La manicure è in tinta con la tuta rosa di Miu Miu che indossa. Scandisce lentamente il cognome “Ec-sar-co-pu-los”  con un accento così francese da far dimenticare le radici greche che la legano al nonno. Di Adele percepisci l’energia e la complessità anche quando sta in silenzio e ti guarda con grandi occhi neri.  Così mi spiego l’evento del 2013 che ha segnato la sua carriera. Steven Spielberg, allora presidente di giuria a Cannes, ha voluto premiarla per La vita di Adele insieme all’attrice Lea Seydoux e al film stesso: un’eccezione per le dinamiche di un festival con cui il leggendario regista Usa ha voluto sottolineare la magia d’amore e libertà vista sullo schermo. «Continuano a paragonare ogni cosa che faccio a quel film estremo», mi racconta quando glielo nomino. «Ho incontrato poco fa Abdellatif Kechiche e gli ho detto “mi hai rovinata”. Accetto completamente il fatto che lui è le mie radici nel cinema, mi ha dato luce ed è uno dei migliori registi che ho incontrato. Ma chiedo a tutti di guardare avanti…». Intanto dal 27 giugno sarà in Nureyev, The white Crow, il film di Ralph Fiennes che racconta quando l’icona russa della danza ha chiesto asilo politico in Francia in piena Guerra fredda e lo ha ottenuto grazie all’aiuto dell’amica  dell’alta società Clara Saint, interpretata da Adele. Poi sarà la volta di Sybil, di Justine Triet,appena visto all’ultimo festival di Cannes, in cui  interpreta una giovane attrice in crisi sentimentale che cerca l’aiuto di una psicoterapeuta (Virginie Efira). E con cui finirà per ritrovarsi in situazioni surreali.

Figli di un’infermiera e di un chitarrista, ha iniziato a fare l’attrice a soli 13 anni in una serie poliziesca per la tv francese. Poi otto film a fila, prima della svolta. Da allora ne ha girati altri nove, ha cercato di fare i conti con la fama improvvisa e ha avuto un figlio, Ismail, due anni, con il rapper francese Morgan Fremont. Difficile, mentre le parlo, tenere a mente che ha solo 25 anni.

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 giugno 2019

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«Anche un ballerino può perdere il controllo»

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Il ballerino ucraino Oleg Ivenko, 22 anni (courtesy of Grazia)

DANZA E DISCIPLINA SONO LA SUA VITA DA QUANDO AVEVA CINQUE ANNI. MA L’ETOILE UCRAINA OLEG IVENKO NON SI È MAI SENTITO SOTTO ESAME COME QUANDO HA DOVUTO SOSTENERE IL PROVINO PER INTERPRETARE IL SUO MITO, RUDOLF NUREYEV. COME l’HA SUPERATO? «ABBANDONANDOMI», DICE, «ALLE MIE EMOZIONI».

Lo osservo mentre volteggia, ma resto impressionata anche dal suo sguardo e dal silenzio che evoca il suo volto.  Penso al lavoro complicato dei registi, in questo caso di Ralph Fiennes. Appassionato di balletto, nel film Nureyev-The White Crow che uscirà al cinema il 27 giugno ha voluto raccontare un momento della storia del grande ballerino russo Rudolf Nureyev. Per interpretarlo ha scelto un danzatore ucraino pieno di talento, Oleg Ivenko, che non ha mai recitato in vita sua. Mentre per se stesso Fiennes ha ritagliato la parte di Alexander Pushkin, insegnante di Rudolf e anni dopo di Baryshnikov. «Sono ambizioso, ho qualcosa in me che vuole essere il migliore. Quando ho iniziato a studiare Rudolf, l’ho sentito più vicino a me, ne ho capito la personalità e come gli sia servita a sostenere il talento», racconta attraverso l’interpretate russa. Oleg è l’artista di punta della Tatar State Academic Opera and Ballet e si esibisce in altri teatri del mondo da quando aveva 10 anni. La storia che interpreta  risale al 1961 quando Nureyev, cresciuto in tecnica e splendore,  è in tour in Europa con il Mariinsky Ballet: è la punta di diamante del suo paese, che lo usa per affermare la propria superiorità culturale e morale sull’Occidente.  Ha preso lezioni d’inglese, è in grado di interagire con i danzatori francesi dell’Opéra, scambia con loro opinioni sulla danza e sul mondo, frequenta locali notturni gay, da vero ribelle quale è. Un giorno mentre sta per volare da Parigi a Londra, gli agenti dei servizi segreti russi lo avvicinano per riportarlo al Cremlino dove, gli dicono, era atteso per una performance. Sospettando che le cose si sarebbero messe male per lui, in piena Guerra Fredda Nureyev chiede asilo politico in Occidente, destando grande scalpore. E grazie all’aiuto di Clara Saint, un’amica della Parigi bene (interpretata da Adèle Exarchopoulos) riesce a fuggire. Costruirà il suo mito in Occidente e tornerà in Russia solo 26 anni dopo.

Come le hanno proposto il ruolo nel film? «Un amico mi ha scritto che c’era un casting, ho pensato che fosse uno spam e ho eliminato la mail. Aveva dato il mio numero di telefono al casting director, e qualche giorno dopo ho ricevuto la sua telefonata: cercavano un danzatore russo che potesse recitare».

E cosa è successo? «Mi sono fatto due video da solo e li ho spediti, mi hanno invitato per uno screen test a San Pietroburgo e mi hanno preso dopo il secondo incontro».

Perché ha iniziato a ballare a cinque anni? I maschi di solito nuotano o giocano a calcio… «Dovrebbe chiederlo ai miei genitori, a me hanno detto solo che avevo troppa enegia, dovevano farmi sfogare in qualche modo».

Quando ha capito  di avere una vocazione per la danza? «A 15 anni, dopo 10 anni di allenamenti continui, tutti i giorni».

Nel film sembra un vero attore, che effetto le ha fatto vedersi sul grande schermo? «Ammetto che è stato molto piacevole, anche se ho sentito molto giudizio, il doppio del solito: per vedermi danzare e per vedermi su uno schermo».

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Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Giugno 2019

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Antonio Banderas, «Se solo fossi un poeta»

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GLI AMORI DEL PASSATO E LA DONNA CON LA QUALE OGGI HA CONQUISTATO LA SERENITA’. L’ESPERIENZA DI INTERPRETARE IL REGISTA PEDRO ALMODOVAR NEL FILM CHE PORTA A CANNES. LA SCELTA DI GUIDARE UN TEATRO NELLA SUA SPAGNA. ANTONIO BANDERAS PARLA CON GRAZIA DELLE SUE EMOZIONI, COSI’ FORTI CHE ANCORA NON TROVA LE PAROLE GIUSTE PER ESPRIMERLE

«È andata così, a un certo punto nella mia vita l’amore si è preso tutto lo spazio che prima aveva la carriera». Quando incontriamo Antonio Banderas ha voglia di parlare di setimenti, quelli veri, che prova per sua figlia Stella, avuta con la ex moglie, l’attrice Melanie Griffith. «Quello che vedo riflesso in lei è il tipo di donna che amo, e le confesso che mi rende molto orgoglioso». I conti tornano: Stella oggi ha 22 anni, è nata alla fine degli anni Novanta, l’epoca in cui sbarcato in America, il “latin lover” costruiva la sua carriera di star mondiale con Philadelphia, accanto a Tom Hanks, La maschera di Zorro, con la Zeta Jones, e Intervista col vampiro insieme ad altri sex symbol come Brad Pitt e Tom Cruise. «Sono stati anni bellissimi, e in America mi sono anche innamorato e ho messo su famiglia. Per i successivi 20 anni la mia vita ha conosciuto una fase molto diversa da quella precedente», dice. Poi nel 2015 Banderas ha divorziato dalla Griffith, sua seconda moglie, e oggi è legato a Nicole Kimpel, la consulente finanziaria conosciuta cinque anni fa proprio a Cannes e con cui vive nel Surrey, a sud di Londra. Atteso a Cannes il 17 maggio,  sarà la star più fotografata del Festival di Cannes il giorno in cui verrà proiettato Dolor Y Gloria, lo stesso giorno  in cui uscirà al cinema e in cui interpreta Salvador Mallo, un regista sul viale del tramonto alle prese con ricordi, depressione e potenza dirompente della creazione artistica. In pratica Banderas racconta la vita del regista del film, Pedro Almodovar, l’uomo che 37 anni fa lo volle in Labirinto di passioni, il primo di otto film insieme. La somiglianza fra i due è impressionante. «Mi sono immerso in un contesto in cui tutto era suo, dalla casa ai mobili della cucina al resto dell’arredamento, incluse le scarpe e molti dei vestiti che indosso. Poi ci sono i capelli, mi hanno pettinato proprio come Pedro».

Cosa le ha detto per trasformarla in se stesso? «“Se pensi che in qualche sequenza ti possa aiutare imitarmi, puoi farlo”. Gli ho detto che non era necessario, preferivo che il personaggio emergesse da dentro di me».

Anche la depressione che mostra sembra reale. «Perché la conosco, è vera, l’ho vissuta anch’io. Qualche tempo fa sono finito in ospedale, è bastato non potermi muovere come prima per iniziare a pensare a tutto quello che è accaduto nella mia vita. Ho capito molte cose, sono cresciuto». 

Almodovar l’ha fatta tornare a un personaggio intenso e profondo, come quelli che recitava prima di lasciare l’Europa. Cosa prova oggi quando guarda l’America? «Dipende, gli Usa sono tante cose insieme, anche in Italia non si mangia solo pizza… C’è il lato oscuro, soprattutto in politica, fatto di populismo, nazionalismo, estremismo, ma c’è anche l’innocenza, quel modo adorabile di creare cose dal nulla. In Europa ci portiamo un gran peso sulle spalle, siamo lenti quando ci muoviamo, lì sono pratici e molto più veloci. E Melanie per ha rappresentato qualcosa che mi faceva perdonare i peccati commessi dall’America».

Addirittura? «Certo, infatti l’ho sposata. Ha qualità come bellezza, generosità e allo stesso tempo vulnerabilità, le stesse che ho visto anche negli occhi di Marilyn Monroe e di Ava Gardner. È un femminile molto speciale, che in un certo senso rappresenta una nuova nazione, una nuova speranza, un progetto fatto di molte persone di diverse razze e religioni che convivono insieme. È un esempio di come potrebbe essere il mondo, con tutti i problemi che comporta. C’è qualcosa che ho amato in quegli occhi e che è difficile da spiegare: parlare d’amore e di come ti innamori non è facile, devi essere un poeta».

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Intervista integrale pubblicata su Grazia del 16 maggio 2019

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C’era una volta a Hollywood, di Quentin Tarantino

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Dopo tanta attesa, poche ore fa sulla Croisette abbiamo assistito all’anteprima mondiale di C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino. Nella sala Lumiere, alle 16.30, è stato letto un messaggio ufficiale del regista: “Cari giornalisti amanti del cinema, vi preghiamo di non diffondere dettagli sul film che ne rovinerebbero la visione. Fate che sia la stessa che avete avuto voi”. Solo a lui è concesso di fare certe cose, diciamolo, e non meraviglia, perché per il regista che 25 anni fa ha vinto qui la Palma d’Oro per Pulp Fiction sulla Croisette c’è un tifo da stadio. E alla fine della proiezione si contano sei minuti di standing ovation per lui e il cast presente.

Questo è forse il film più tarantiniano di Quentin Tarantino, che ne è regista, scrittore e produttore. Ci ha messo dentro il suo adorato western e il cinema dei generi, i suoi ricordi da giovane, le serie tv di culto come FBI, i produttori, le star di un tempo, i set di Hollywood. A distanza di poche ore da Nicolas Bedos, che anche lui con il suo ottimo La belle Epoque ci ha fatto vedere il cinema dentro il cinema.

L’ambientazione, senza spoilerare, è nel 1969 e precede noti fatti criminali  avvenuti a Hollywood. La storia ruota intorno a Rick Dalton (uno straordinario Leonardo DiCaprio), idolo della tv, che vive un momento di cambiamento  nella carriera. Al suo fianco c’è il compagno storico, il suo stunt Cliff Booth, interpretato da Brad Pitt (un figurino, con abbronzatura californiana). I due sono molto amici e cercano di cavarsela nell’ultima fase della golden age di Hollywood, con Rick che vive in una casa sulle colline e ha come vicini di casa i Polanski, mentre Cliff ha come dimora una roulotte con il cane e la tv. Dopo aver girato un grosso western, Rick accetta di andare in Italia a girare lì quattro film con Sergio Corbucci (che Tarantino ama e che ha omaggiato con Django). Torna quindi a Los Angeles con moglie italiana e un bel po’ di soldi. Una volta a casa lui e Cliff si ritrovano per una memorabile serata di sbronze che culmina in un tripudio di cinema destinato a passare alla storia (e che non riveleremo per rispettare la richiesta del regista).

Il racconto è pieno di salti temporali, in avanti e indietro, e come al solito porta cambiamenti alla storia. Sul set si incrociano personaggi favolosi interpretati da Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russell, e Luke Perry poco prima della sua scomparsa. Per godere della presenza di tutti occorrerà aspettare il 19 settembre, mentre gli Usa anticipano al 26 luglio, esattamente  a distanza di 50 anni dai terribili fatti di cronaca che racconta.

Leggi cosa mi è piaciuto del film e cosa meno nel mio articolo per GQ.it

Pubblicato il 22 maggio 2019

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Antonio Banderas, «Adesso divento Pedro»

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Nella lunga conversazione avuta con Antonio Banderas a Madrid, l’attore e produttore mi ha parlato della sua esperienza con la morte, per prima cosa. Ovvero di quando, due anni e mezzo fa, ha subito tre interventi al cuore e ha toccato la morte da vicino. Fatto, questo, che lo ha riavvicinato alla vita e che ha lasciato tracce visibili in lui. E mentre l’icona latina di Hollywood faceva i conti con quello squarcio apertosi su qualcosa di vertiginoso, sulla scena della sua vita si ripalesava un mentore. Anzi, il mentore, Pedro Almodovar, a sua volta pronto per un film epocale. È così dopo essere stato Dalì, Pancho Villa, Picasso e Mussolini -solo per citare i personaggi realmente esistiti che ha incarnato- Antonio Banderas si è trovato a interpretare l’uomo che 37 anni prima lo aveva notato, fuori da un caffè di Madrid.  Hanno fatto sei film insieme, Banderas è diventato una star europea. Ma lui voleva di più, voleva Hollywood. Così è volato Oltreoceano, costringendo Almodovar a incassare un duro colpo. E dopo anni di successi clamorosi al botteghino, deve aver sentito il richiamo della profondità dei personaggi di Pedro, così i due si sono ritrovati in Dolor Y Gloria, nelle nostre sale dal 17 maggio, in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes, in Concorso. Una prova di recitazione minimalista ma della massima efficacia, la materializzazione di una connessione fra anime per cui Banderas interpreta Pedro stesso. E per cui, ne siamo certi, entrambi avranno riconoscimenti importanti. La nostra conversazione è avvenuta il giorno dopo la visione di Dolore e Gloria a Madrid.

L’intervista è pubblicata sul GQ Italia, numero Maggio/giugno 2019

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La perfezione di John

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John McEnroe in un’immagine del film L’impero della perfezione che lo ritrae negli anni Ottanta.

IL 6 MAGGIO ESCE NELLE SALE IL FILM di JULIEN FARAUT, CHE UNISCE LE LEGGI DELLE SCIENZE MOTORIE, L’AGONISMO E L’ESTRO DI UNO DEI GIOCATORI DI TENNIS PIU’ ORIGINALI DEL SECOLO SCORSO. SI INTITOLA L’IMPERO DELLA PERFEZIONE E A GIRARLO È STATO UN (EX) ARCHIVISTA

Lo si vede discutere con l’arbitro. Lamentarsi dei clic delle macchine fotografiche. Allontanare i cameraman. E si resta ipnotizzati dalla faccia con cui fissa un punto dall’altra parte della rete. Le immagini sono così concentrate sulla sua figura che lo spettatore si sente trasportato in campo, a soffrire con lui. E inizia a comprendere qualcosa che fino a quel momento non aveva visto. «Ho capito che il tennis per lui andava al di là dello sport: era un bisogno vitale, lui doveva vincere». Julien Faraut, 41 anni,  lavora per l’archivio del Ministero dello Sport. Un giorno scopre un vero tesoro: ore di girato di Gil de Karmadec, sportivo e regista appassionato che dagli anni Cinquanta si è dedicato alla didattica attraverso l’analisi del gesto dei tennisti. A un certo punto, però, rinuncia alle riprese con quello scopo e segue ciò che un campione fa dal vero. È con questo materiale che Faraut decide di restituire la genialità del tennista che nel 1984 vince su  tutte le superfici, tentando di entrare nella sua testa. Le straordinarie riprese in 16 mm mai montate prima sono già cinema (all’epoca circolavano solo immagini video), e con esse cerca di rispondere a una domanda: cosa rende unico John McEnroe, l’uomo che con il  96.5 % di vittorie in una stagione vanta un  primato ancora oggi imbattuto? Le risposte sono affidate alla voce narrante di Mathieu Amalric, che scandisce verità vertiginose. L’impero della perfezione- John McEnroe è una folgorazione, un fenomenale viaggio fra il cinema e lo sport. «Dall’inizio ho voluto parlare con uno psicologo, dicendo che stavo facendo un ritratto di McEnroe», racconta. «Volevo capire la sua collera, e mi ha spiegato che un perfezionista vede un mondo per definizione imperfetto e si trova in uno stato di insoddisfazione permanente». Se in molti hanno pensato che McEnroe ci marciasse, sulle sue collere, per destabilizzare gli avversari, Faraut porta una nuova sfumatura. «Sono arrivato a concludere che era sincero, non aveva secondi fini, non poteva evitare quel vulcano emotivo. Ma mentre chiunque altro lasciandosi andare a queste emozioni avrebbe sbagliato due volte, lui vinceva, la sua rabbia lo caricava». Attraverso una spietata analisi delle relazioni familiari, con un padre avvocato d’affari assente  e una madre gelida che vuole un figlio campione, la tensione sale.  Da una parte si delinea il mantra di John, “se non sono il top, loro non mi amano”, atteggiamento molto distruttivo che lo ha portato ai vertici del tennis. Dall’altra si arriva al culmine del racconto, la mitica finale di Roland Garros in cui dopo 1 ora e 29 minuti di gioco sublime, McEnroe crolla e perde al quinto set contro Ivan Lendl. Un match di cui gli appassionati ricordano ogni istante di sofferenza. «Ci sono due modi per guardare il tennis, a bordo campo o in tv. Io dovevo creare una terza via, spingere una persona ad andare al cinema. Hitchcock ha sempre detto che la suspence di una storia non sta alla fine, ma durante il racconto».

(continua…)

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 16 febbraio 2019

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Giuria Cannes 2019

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Eccola!

Président

Alejandro Gonzalez Iñárritu

Réalisateur, producteur & scénariste / Mexique

Elle Fanning

Actrice / États-Unis

Maimouna N’Diaye

Actrice, réalisatrice / Burkina Faso

Kelly Reichardt

Réalisatrice, scénariste & monteuse / États-Unis

Alice Rohrwacher

Réalisatrice & scénariste / Italie

Enki Bilal

Auteur de bandes-dessinées & cinéaste / France

Robin Campillo

Réalisateur, scénariste & monteur / France

Yorgos Lanthimos

Réalisateur, scénariste & producteur / Grèce

Paweł Pawlikowski

Réalisateur & scénariste / Pologne