Cold War, l’amore (scolpito nel jazz) ai tempi della Guerra Fredda

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Tutti i pregi del film che a oggi pare il migliore visto al Festival di Cannes 2018

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Una scena del film di Pawlikowski, in corsa per la Palma d’Oro al 71° Festival di Cannes. 

Siamo nel Dopoguerra, in Polonia. Fra le rovine di una chiesa ortodossa c’è un coro che canta. Un uomo e una donna, pianista e direttore d’orchestra lui, lei cantante e ballerina, si scambiano uno sguardo che cambierà le loro vite. Appartengono a due classi sociali diverse, e i tempi sono quelli durissimi della Guerra Fredda a cui allude il titolo. Ma nonostante gli ostacoli, le relazioni che entrambi hanno con altri, e un mondo che continua a cambiare intorno a loro, sono irresistibilmente attratti uno dall’altra. Vivranno una storia d’amore impossibile, viaggiando dalla Polonia a Berlino, dalla Jugoslavia a Parigi.

Questa la trama di Cold War di Pawel Pawlikowski (traduzione letterale di “Zimna Wojna”), passato in Concorso al festival di Cannes: ottantaquattro minuti di straordinaria bellezza per cui si parla già di Palma d’Oro. Perché ogni fotogramma di questa coproduzione fra Polonia, Inghilterra e Francia, è un’immagine destinata a restare scolpita per sempre nella mente dello spettatore.

«È una storia a cui ho lavorato per un decennio. Spesso scrivo cose e le metto da parte, poi ci torno su», ha raccontato il regista polacco, premio Oscar per Ida. Nato a Varsavia, ha lasciato la Polonia a 14 anni, girato per Inghilterra, Germania e Italia, fino a stabilirsi nel Regno Unito nel 1977. «Ho vissuto in tutto il mondo, ma quando sono tornato nella mia terra, nel 2013, mi sono accorto di quanto fosse rimasta dentro di me. È importante lasciare la propria casa in una prima fase di vita, per poi tornarci nella seconda parte», racconta Pawlikowski, che ha studiato Lettere e filosofia a Londra e Oxford.

La sua scelta di ambientare una storia d’amore nel Dopoguerra non è casuale. «Il periodo storico mi ha facilitato nel creare degli ostacoli, e poi la gente al giorno d’oggi è molto distratta, c’è troppo rumore intorno a noi, è difficile immaginare che se una persona si innamora, il resto del mondo scompare. Mentre all’epoca la vita era più grafica, più chiara». Il film inizia nel 1949 e racconta 15 anni di vicende, è in bianco e nero e ha uno stile piuttosto classico. «Sono cresciuto con i film degli anni Cinquanta e Sessanta, è inevitabile. Non volevamo ripetere l’estetica di Ida (sempre in bianco e nero, e curata dallo stesso direttore della fotografia, Lukasz Zal) ma i colori non erano previsti perché in Polonia la natura non ne ha. Prima abbiamo pensato a qualcosa di “sovietico”, poi ha prevalso il bianco e nero, che è molto metaforico, ma lo abbiamo reso più drammatico di quello del mio lavoro precedente, contrastandolo. E poi l’eroina della storia è una donna molto agitata, la macchina si muoveva molto, c’è tanta energia».

I lunghi tempi di lavorazione non meravigliano, considerata la visione del cinema dell’autore. «I film non sono una storia, ma un pezzo d’arte, è normale che prendano molto tempo. Mentre giro voglio scolpire le scene, so che è frustrante per degli attori avere qualcuno che sta così tanto sull’immagine, ma tengo molto a curare la sincronia fra l’azione, l’immagine, la fotografia e la musica. È doloroso, specie per i produttori, perché il processo dura una vita, ma questa è la mia idea di cinema».

I due magnifici attori che interpretano Wiktor e Zula sono Tomastz Kot– volto di più di 30 film in Polonia- e Joanna Kulig, attrice dei precedenti due film di Pawlikowski, Ida e The woman in the fifth. «Sono cresciuta in montagna, in Polonia, e lì si canta molto, questo aspetto è stato facile per me. Mentre danzare, specialmente in gruppo, ha richiesto un duro lavoro per un anno, in cui ho studiato con un gruppo folk». Gli attori hanno dovuto lavorare molto anche sull’aspetto della chimica. «Tomastz è molto alto, ho passato mesi sui tacchi mentre lui cercava di rimpicciolirsi», scherza Joanna, «siamo amici e stando molto tempo insieme per le riprese, in tanti luoghi diversi, a volte finivamo per sentirci fratelli. Rendere l’amore che si vede sullo schermo è stato un processo lungo, ogni giorno cambiavamo qualcosa nei dialoghi. Pawel è un regista che fa ripetere le scene molte volte. Ricordo una volta, alle tre di notte, in cui mi sono detta “fai come se stessi meditando, stai tranquilla e ripeti la scena…”».

La musica è un personaggio centrale del film, a partire dal fatto che Wiktor suona il pianoforte e dirige un’orchestra. «Prima del film i tasti erano un mistero per me, ci ho passato molto tempo insieme e alla fine ho persino imparato a suonare Al chiaro di lunadi Debussy», racconta. Tutti i brani che sembra suonare al pianoforte sono in realtà suonati e arrangiati da Marcin Masecki, le altre musiche vanno da Porgy and Bess di Gershwinalle note del Mazowsze folk ensemble, gruppo fondato dopo la guerra e ancora attivo, passando dal lavoro musical etnografico di Marian e Jadwiga Sobieski. «Curo il suono tanto quanto la recitazione», precisa il regista. «In fatto di musica ho gusti molto cattolici, e con l’età divento nostalgico. Adoro il folk polacco ed è vero che uno spettatore può rintracciare anche qualche eco d’Italia, da bambino Celentano e Marino Marini andavano fortissimo in Polonia, e io li ascoltavo».

Il film è attraversato da un certo senso di nostalgia, ma «non è la forza che trascina il film», tiene a sottolineare, mentre racconta anche di sentirsi molto affine alla “Nuova onda” del cinema ceco, soprattutto a registi come Jaromil Jireš a Milos Forman. «Immagini e suoni vengono comunque sempre da qualcosa di antico, dentro di noi. Ed è vero che mi manca un mondo in cui non ci sono tutti questi stimoli, così come la natura che mostro, soprattutto il fiume, è ciò che frequentavo da bambino e che ho riscoperto da grande».

Il capolavoro porta la dedica “ai miei genitori”, che hanno gli stessi nomi dei protagonisti. Morti nel 1989 proprio prima della caduta del muro di Berlino, non sono però esattamente come quelli che si vedono sullo schermo. Ad esempio la madre vera del regista viene da una classe sociale borghese, mentre la donna del film arriva dalla provincia, per lei il Comunismo è una cosa facile e non ha interesse a scappare verso Occidente. «Ci sono molte cose in comune fra la coppia sullo schermo e i miei, soprattutto la dinamica relazionale. Si sono presi e mollati varie volte, in 40 anni, e per me sono sempre stati il soggetto cinematograficamente più interessante. Ma questo film non è il loro ritratto».

Per sapere come è andata a finire fra loro bisogna arrivare all’ultima scena del film, destinata a restare negli annali del cinema. In Italia il film sarà presto distribuito da Lucky Red.

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Everybody knows, il quarto film che Javier Bardem e Penelope Cruz fanno assieme

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I due attori premi Oscar Penelope Cruz e Javier Bardem nel film che ha aperto ieri il 71° Festival di Cannes, Everybody Knows. 

Non è facile essere il film che apre un festival pieno di polemiche. Non è facile nemmeno fare da apripista a cambiamenti che puntano al futuro ma che, per qualche verso, hanno un non so che di reazionario. Con queste premesse ieri sera Everybody Knows di Asghar Farhadi ha inaugurato il 71mo festival di Cannes. Sul red carpet abbiamo visto sfilare i due divi del film, i premi Oscar Penelope Cruz e Javier Bardem, seguiti dai  membri della giuria della sezione in competizione, con in testa (la divina) Cate Blanchett.

Il film è scritto e diretto da un regista iraniano, ma che non potrebbe essere più spagnolo. Girato poco fuori Madrid, racconta la storia di una donna, Laura (la Cruz) che dall’Argentina torna a casa con i suoi due figli, nel cuore di un vigneto iberico, per il matrimonio della sorella. Il marito è rimasto a casa per questioni di lavoro, e lei qui rincontra parenti e vecchi amori. La sera del matrimonio la luce se ne va. In quel momento scompare nel nulla anche la figlia Irene, mandando Laura in mille pezzi.
Sarà costretta ad affrontare un passato troppo frettolosamente seppellito, o almeno che credeva tale: perché il titolo, “tutti sanno”, ricorda che in un paesino, di segreti, ce ne sono ben pochi.

Il regista è quello che ha vinto l’Oscar con Una separazione, e che con film come Il passato e Il cliente  ci ha abituati a mistero e tensione, oltre che a un’ottima recitazione. In Everybody knowsresta solo quest’ultima, e svaniscono mistero e ritmo, a ricordare quanto sia difficile fare un buon film anche per un rinomato artista come lui. Il passato era stata la sua prima esperienza all’estero con un cast occidentale, questa è la seconda, che vanta anche un grosso budget e una coproduzione che affianca Spagna, Francia e Italia. «Lavoro focalizzandomi sulle cose che la mia cultura ha in comune con le altre», ha raccontato il regista in conferenza stampa. «Al contrario di quello che dicono i media, gli esseri umani non sono diversi per quello che riguarda sentimenti come paura, odio, rabbia, ed è importante insistere su quello che ci accomuna. L’idea del film mi è venuta dopo un viaggio in Spagna di 15 anni fa, ma ci sono voluti quattro anni a svilupparlo e a trasformarlo in una sceneggiatura. Volevo che il mondo nel film fosse più ampio di quello di un piccolo villaggio, ho pensato a personaggi che venivano anche dall’Argentina e dalla Catalogna, e che parlano con accenti diversi».

Questo è il quarto film che vede i Bardem insieme. Si sono conosciuti 25 anni fa sul set di  Prosciutto, prosciutto!, ma si sono sposati solo nel 2010 e oggi hanno due figli. «Ho incontrato Javier a Los Angeles molto tempo fa, mentre Penelope anni dopo, in Spagna, ed è stato chiaro da subito che avremmo fatto questo film insieme».  «In cinque anni ci siamo incontrati spesso il regista», ricorda la Cruz, «e negli ultimi due anni Asghar è venuto addirittura a vivere in Spagna. Ha un modo di lavorare così particolare, ha preso lezione di spagnolo, non dormiva la notte per imparare i nostri dialoghi. Ho un profondo rispetto per lui, è molto umile, fa domande agli attori e li ascolta, per questo è il più grande detector di menzogne, perché comprende le cose». Le fa eco il marito. «Un regista iraniano che non parla spagnolo e gira un film più spagnolo di quelli dei registi spagnoli è una cosa fuori dall’ordinario, vedere qualcuno di un altro paese fare una cosa simile è bellissimo, dimostra che ciò che conta è di cosa si parla, non chi ne parla». Il film tocca il tema della paternità molto da vicino. «Il film è un thriller ma questa è solo una scusa per parlare di certi argomenti e chiedersi cosa farei io al posto del protagonista», continua Farhadi. «La relazione centrale padre-figlia ricorda quella nel Re Lear ma anche quella che c’è in tante famiglie. La domanda che ci si fa è chi è un genitore, colui che tira su una figlia o colui che la concepisce biologicamente?».

Bardem nel film è Paco, vecchio amore di Laura, e diversamente da quanto accade spesso con i personaggi di Farhadi, che agiscono mossi dal senso dell’onore, a muoverlo sono i sentimenti. «L’onore ci fa fare errori, molti crimini oggi vengono commessi per questo. Il mio personaggio è diverso, è bloccato in mille emozioni, vuole fare la cosa migliore per gli altri, non per un senso di orgoglio». Com’è lavorare insieme, da sposati? «Succede di rado, non lo pianifichiamo e non ci portiamo i personaggi a casa», spiega la Cruz. «Quando avevo 20 anni credevo che torturarmi per mesi, restando nel personaggio, servisse. Poi è cambiato l’approccio, ho imparato quanto sia indispensabile salvare alcune cose della vita privata». E Farhadi interviene raccontando la sua ammirazione per i coniugi, soprattutto lontani dai riflettori. «Javier e Penelope hanno un mondo meraviglioso e confini chiarissimi fra set e vita reale. Hanno una famiglia molto semplice, e figli meravigliosi». Qualcuno chiede come costruisce i finali dei suoi film, che hanno tutti la stessa filosofia. «Mi piacciono le storie aperte, voglio che lo spettatore lasci la sala con l’idea che si aprono altri scenari. Non è una strategia cinematografica, mi viene dal cuore, involontariamente finisco con certe conclusioni. E tengo a precisare che questo film ha anche un cuore iraniano, ed è tipico dell’arte orientale e persiana che il creatore sparisca. Accade anche con Kiarostami, non si deve ammirare chi crea la cosa, ma l’opera creata».

Il film è appena stato venduto film in Usa, alla Focus team, ieri è uscito in Francia e ha già registrato un buon successo.  Uscirà in molti paesi e in Italia lo vedremo in autunno, distribuito da Lucky Red.

 

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Anastacia: «Ho imparato a volermi bene».

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La cantante Usa Anastacia, 49 anni (Courtesy Urban Post). 

«Ho cambiato casa discografica, mi sono sposata, ho divorziato, ho avuto il secondo cancro ed è stato davvero un colpo durissimo. Diciamo che sono arrivata a toccare il fondo e ho dovuto ricominciare daccapo». Parole, queste, che mi fanno sobbalzare sulla sedia. Poi faccio due conti, e mi accorgo che gli incontri con Anastacia sono sempre stati di questa intensità. È una donna molto forte, vulcanica, e le interviste con lei vibrano della stessa energia. Mi torna in mente l’ultima volta che l’avevo incontrata, mi aveva detto di aver scoperto il primo cancro al seno grazie alla voglia di ridurlo di due taglie, «mi dava fastidio, anche quando salivo sul palco, e per fortuna grazie a questo mio disagio i medici sono intervenuti subito, asportando il male e riducendomi il seno di un terzo del volume». Credevo fosse tutto, invece dieci minuti dopo, ascoltando i suoi riferimenti temporali,  mi ero accorta che i conti non tornavano: è stato il suo modo di raccontarmi che aveva sempre mentito sulla sua età: «Non ero mai stata in clinica per disintossicarmi, non ero una bad girl, avevo una voce da nera in un corpo da bianca, non sapevano come “etichettarmi”… Mi hanno detto “Vai bene, ma dovresti avere 23 anni…”. Togliermi sei anni è stato l’unico compromesso che ho accettato, e non intendo più farlo». E oggi ride con quella voce portentosa che si ritrova e un timbro che le è valso 30 milioni di dischi venduti, forse più. Le ricordo questi episodi del passato e lei prende la palla al balzo: “la prima parte della storia è sempre la stessa, adesso le racconto la seconda…”. La scusa è l’uscita di Evolution, a 18 anni dal suo debutto discografico, disco che l’artista di Chicago porterà in un tour che passerà presto dall’Italia: prima data a Brescia, il 6 maggio.

Evolution viene dopo Resurrection, una conseguenza logica, in effetti. «Pensi che il mio nome significa proprio “resurrezione”, ma Evolution è stato un passo successivo, un ritrovare davvero me stessa. Nel 2006 mi ero persa nel business, avevo davvero bisogno di staccare la spina perché  dopo il primo cancro avevo corso troppo. Invece non l’ho fatto,  e nel 2013 me ne hanno diagnosticato un secondo tumore, lì sono crollata».

Cambiamenti alla mano, negli ultimi 10 anni lei ha vissuto praticamente tre vite… «Diciamo che sono arrivata a toccare il fondo ( ha contribuito anche il divorzio da Wayne Newton, il suo bodyguard, con cui è stata sposata dal 2007 al 2010, ndr), ho dovuto ricontattare davvero la mia parte femminile e ricostruire tutto di me, eccetto la voce. Mi sono accorta che con il disco precedente stavo cercando di mantenermi occupata, lavorare era un modo per dirmi che non era finita. Adesso sono una donna nuova, anche se questo album contiene ancora elementi del 2007».

Si sarà confrontata con varie paure. «Soprattutto ho dovuto realizzare che non ero una vittima, e che se vuoi essere sana e vivere una vita gioisa devi accorgerti che la maggior parte delle volte l’ostacolo sei tu stessa. Mi sono guardata dentro e ho fatto un inventario di quello che stavo permettendo, mangiando, pensando».

Precisamente? «Mangiavo male, un’italiana come lei inorridirà a sentire che facevo fuori i ravioli direttamente dalla lattina, non ci facevo nemmeno caso. Il problema è che quando hai il morbo di Chrones bruci tutto, quindi mi bastava ingerire calorie, non sapevo di fare cose terribili per il cancro. Oggi sono molto più intelligente col cibo e da cinque anni non bevo più alcol».

Altri aspetti guariti? «Oggi mi accorgo delle cose sbagliate, prima non ero brava a scegliere i collaboratori giusti, e nemmeno gli uomini. Quando sono stata tradita ho scritto nelle canzoni che non me lo meritavo, ma se mi volto indietro vedo che stavo accontentandomi degli scarti, senza saperlo. “Voglio davvero avere il cuore a pezzi?”, mi sono chiesta, e la risposta era no, quindi dovevo cambiare strada».

 Come? «Non ripetendo gli stessi errori, è così che le cose cambiano».

Quando ci siamo incontrate l’ultima volta aveva scritto in una canzone, “non amerò mai più così”, e quando le ho chiesto cosa intendesse dire mi ha risposto che non avrebbe mai più vissuto un sentimento così intenso. «All’epoca ero sposata, quando divorzi scopri più verità rispetto a quello che credevi essere l’amore. Io ho scoperto che quello che avevo davanti non era ciò che desideravo per il futuro, anche se ero più che grata a quella persona: è anche merito suo se sono arrivata fin qui».

 

(…continua) 

Intervista pubblicata su Grazia del 3/5/2018 

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Loro 1 regala sorprese che non ti aspetti

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Il regista Paolo Sorrentino sul set di Loro, con gli attori Toni Servillo (a destra) e Giovanni Esposito (a sinistra).

È nelle sale l’attesissimo film diretto dal premio Oscar Paolo Sorrentino e scritto insieme a Umberto Contarello sulla vita, privata e politica, dell’ex Cavaliere Silvio Berlusconi, fra il 2006 e il 2010 (dalla caduta del terzo governo alla crisi del quarto).

Come annunciato, l’opera è divisa in due parti, e dopo quella che si vedrà stasera, intitolata Loro 1, il 10 maggio sarà la volta di Loro 2.
Per valutare l’intero lavoro occorrerà averlo visto per intero ma già la prima tranche riserva diverse sorprese:

Un incipit (come sempre) curioso

Una bellissima pecora dal giardino di Villa Certosa, in Sardegna, entra in un immenso soggiorno deserto. Si ferma sulla soglia, restando ipnotizzata da tre schermi che rimandano immagini di Mike Bongiorno (Ugo Pagliai) che conduce Quiz nel silenzio. Mentre se ne sta lì, un po’ intontita, la temperatura del condizionatore scende a zero gradi, facendola fuori.
Un inizio che fa capire che qui non si scherza, e annuncia anche il senso del film.
PS: nel corso dei 104 minuti faranno capolino anche un rinoceronte, un serpente e un topo, a corollario di un bestiario fatto di segretari, aspiranti subrette, faccendieri, escort e parlamentari.

Perché quel titolo, Loro?

Il “Loro”, numero 1 e 2, si riferisce a “quelli che contano”, come racconta l’imprenditore pugliese Sergio Morra – “Gianpi” – Tarantini, personaggio interpretato da Riccardo Scamarcio.
Questa scelta fa comprendere che lo spettatore sarà accompagnato dentro un mondo, un “sistema pensiero”, che dal suo vertice e ispiratore si è esteso a macchia d’olio.

L’ex premier c’è ma…

Così come il titolo, anche una logica costruzione registica non punta dritto sull’ex Premier. Silvio Berlusconi, piuttosto atteso, arriva in scena a un’ora dall’inizio affidato alla straordinaria arte di Toni Servillo. Come accade ai pittoreschi personaggi del racconto (alcuni veri e alcuni di fantasia – avvisa Sorrentino nell’apertura del film), tutti intenti ad arrivare a LUI – così viene registrato, in stampatello maiuscolo, il nome di Berlusconi sui cellulari dei membri della sua corte – allo stesso modo lo spettatore deve soffrire un po’ prima di incontrare il cuore del film.

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eElena Sofia Ricci è Veronica Lario nel film (foto di Gianni Fiorito).

Accordati alla perfezione

Da Riccardo Scamarcio a Kasia Smutniak, che qui si chiama Kira ed è la donna più vicina a LUI, da Elena Sofia Ricci a Euridice Axen, già in The young Pope, i personaggi sembrano accordati alla perfezione con la partitura da interpretare. Nel loro muoversi tutto è chiarissimo, desideri, aspirazione, psicologia, aspettative, gesti, abiti di scena.
L’ex moglie di Berlusconi, un’eccellente Elena Sofia Ricci-Veronica Lario, regala un’interpretazione così densa da
far si che lo spettatore abbia un tarlo continuo nella mente: cosa ha legato due persone simili, considerato che lui non pensa ad altro che a giovani donne, potere e denaro, e lei ad andare ad attraversare la Cambogia a piedi? Colpisce anche il sentimento di lei, che spera ancora di farsi riconquistare da un marito che le mente inesorabilmente.

E poi c’è il gigante Servillo

Quando arriva sulla scena lascia di stucco, non solo per la somiglianza estetica con Berlusconi ma per il lavoro psicologico sul personaggio che lo porta a essere estroverso, buffone, spaccone, e forse solo un filo troppo milanese nell’accento. Quello che dice e che fa, come vestirsi da odalisca per far sorridere una moglie già sul piede di guerra, riesce ancora a sorprendere, perché avvolto da una specie di magia compiuta da Servillo.

La strada morbida: tanto i fatti si commentano da soli

Alla fine di questa prima parte di film si realizza che Sorrentino non ha usato una forza muscolare per presentare il suo Berlusconi, tutt’altro. Ha preferito la strada morbida, per scavare in una coscienza, consapevole che i fatti nudi e crudi si commentano da soli. Ha preferito essere quasi empatico col suo personaggio, ha scelto di avvicinarsi all’animo di un uomo che evidentemente non riesce a comprendere del tutto, nonostante lo abbia definito “un mistero avvicinabile, a differenza di tanti suoi colleghi del passato”. Sorrentino dimostra che con la dolcezza si ottiene tutto: lo spettatore lascia la sala con un senso di amarezza che, dalla mente, con lo scorrere dei minuti scende dritta al cuore. Soprattutto quando, sullo schermo, appare un musicista d’eccezione, che ruba la scena ad Apicella… Ma non spoileriamo troppo.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Isabelle Huppert: «Quella escort sono io».

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È AL SUO ENNESIMO RUOLO AMBIGUO E SCANDALOSO. TRA POCHI GIORNI ISABELLE HUPPERT SARA’ AL CINEMA PER INTERPRETARE UNA PROSTITUTA CHE FA PERDERE LA TESTA A UN IUOMO MOLTO PIU’ GIOVANE. A GRAZIA CONFIDA DI INTERPRETARE DONNE DIVERSE DA LEI CON IL SOLO USO DELL’ISTINTO. E QUELLA VOGLIA DI OSARE CHE NON L’ABBANDONA MAI

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L’attrice francese Isabelle Huppert, 65 anni, fotografata da Sabine Villard (courtesy of Grazia)

«Mi piacciono l’ambiguità e la complessità senza limiti, le persone che non afferri del tutto e che puoi addirittura scambiare per immaginazioni. Mi piace anche indagare il nostro senso di identità, al di là dei comportamenti che abbiamo. La verità è che non siamo mai sicuri né di chi siamo né di come ci percepiscono gli altri…». Pantaloni neri a sigaretta e pullover rosa cipria, Isabelle Huppert è seduta davanti a me, in un hotel di lusso nel cuore di Berlino. La scusa del nostro incontro è il film Eva, in cui Benoit Jaquot la dirige per la sesta volta e che dopo essere stato presentato all’ultima Berlinale sarà al cinema dal 3 maggio distribuito da Teodora. Non potrei avere argomento di conversazione migliore, visto che nel film Eva è una donna molto misteriosa che diventa l’oggetto del desiderio di Bertrand (Gaspard Ulliel), un ragazzo molto più giovane di lei che afferma di essere uno scrittore. Ma è un’identità che ha rubato e in cui resterà intrappolato, come del resto Eva, che ha una famiglia e allo stesso tempo fa la escort d’alto bordo. «Sono stata più volte una prostituta sullo schermo, e in ognuno di quei film c’è una persona differente dietro. Ricordo per esempio in Silvia oltre il fiume, di Oliver Dahan, ero una donna con i capelli tinti di  biondo, le unghie blu e il rossetto rosa, su tacchi altissimi. In Si salvi chi può, di Jean Luc Godard, ero una donna opposta: senza alcun dettaglio esterno che indicasse la mia professione, a parte l’uniforme, fatta di stivali, minigonna, e modo di fumare. E questa Eva è una prostituta senza maschere, indossa solo una parrucca». Ha girato 150 film, fra cinema e tv, una quindicina dei quali da quando ha vinto il Golden Globe per Elle, di Paul Verhoeven, che le è valso anche la candidatura agli Oscar. 65 anni, fisico molto asciutto nonostante abbia avuto tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, con Ronald Chammah, è già sul set del prossimo film di Anne Fontaine, una nuova versione di Biancaneve. «Io non sono Biancaneve», butta lì come provocazione, «ma potrei esserlo! Vedrete una versione contemporanea con una sceneggiatura straordinaria». E visto che i contrasti sono il suo forte, ci lasciamo la favola alle spalle e torniamo a Eva, il nuovo adattamento del romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo da Joseph Losey nel 1961, con Jeanne Moreau come interprete.

Ha capito perché la donna che interpreta fa la prostituta? «Buona domanda. Benoit aveva bisogno di qualcosa di forte, per far riflettere.  Leggendo la sceneggiatura non ero sicura di chi fosse Eva, se una donna divisa, triste o felice, e questo aspetto mi piace molto. Non si sa nemmeno se è una prostituta occasionale o temporanea, non lo sappiamo e non vogliamo saperlo».

È un film perfetto per questo momento di rivendicazione femminile che stiamo vivendo: Eva ha un uomo molto più giovane di lei, che addirittura la paga, è quasi una nuova icona di indipendenza. «Tutti rileggono il contenuto in quella direzione a causa del momento in cui viviamo. Mi va bene, purché non limiti l’immaginazione degli spettatori».

Cos’ha questa donna di diverso da tutte quelle in cui si è calata fin qui? «È vista attraverso gli occhi di un uomo, e ha svariate facce. Non l’ho percepita come una persona doppia, che significherebbe consapevole e manipolatoria, piuttosto come una donna divisa, quindi una figura fragile».

Questo look dark è molto interessante… «Abbiamo cercato qualcosa che funzionasse, avrei potuto avere anche i capelli biondi, ma per qualche motivo il caschetto nero si è rivelato perfetto».

Temeva il confronto con la  Jeanne Moreau di Il diario di una cameriera, di Luis Bunuel? «Non ho visto il film, non ne ho sentito il bisogno, ma ho sentito dire che ha un contesto molto diverso. A volte le cose accadono, altre no, e forse non volevo esserne influenzata, non volevo copiare qualcosa».

Lei si cura di come la percepiscono gli altri? «No, ma a volte quando  sento la gente dire cose belle su di me mi chiedo se me le merito davvero. Ma poi ci pensano i miei figli a sistemare le cose».

Cosa intende? «Mio figlio mi prende in giro, quando legge belle cose su di me mi guarda con la faccia da spaccone come per dire “mamma, a me no la racconti…”, un gioco che mi diverte molto».

Poco tempo fa ho incontrato sua figlia Lolita, attrice, mi è sembrato che il confronto con lei sia un tema delicato. «Non ama essere scocciata con la fama della madre, lo trovo un fatto comprensibile».

Lei trova più facile confrontarsi con l’ammirazione o con le critiche? «L’ammirazione la gestisci, le critiche devi comprenderle. Ho capito che ci sono cose che le persone faticano a descrivere».

Ad esempio? «Per La pianista, o lo stesso Elle, in cui le protagoniste superano un certo limite, si sono usati aggettivi come “perverso”, o “sadomaso”, che indicano le difficoltà che quei film sollevano nello spettatore. Poi però diventano un successo mondiale, e capisci che se si trattasse solo di perversione la gente non andrebbe a vederli. Insomma, capisco che le persone ne sono toccate, a un certo livello, motivo per cui vado avanti».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19 Aprile 2018

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Javier Bardem: «Io che ho dato un cuore al mostro».

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AL CINEMA RIVELA IL LATO SEDUCENTE DEL NARCOTRAFFICANTE COLOMBIANO PABLO ESCOBAR. SUL SET IL DIVO SPAGNOLO SI È TROVATO DI FRONTE SUA MOGLIE, L’ATTRICE PENELOPE CRUZ. E ANCHE GRAZIE  A LEI, RACCONTA, È RIUSCITO A SCAVARE L’ANIMA DI UN CATTIVO

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L’attore spagnolo Javier Bardem, 49 anni, al cinema con Escobar, il fascino del male. Aprirà anche la 71° edizione del Festival di Cannes.

Lo vedo a un metro da me, in piedi, mentre mangia un succoso pezzo d’anguria. Indossa una camicia azzurra con i jeans, e una giacca di pelle nera.  Ha un fisico e un fascino possenti, aumentati dal fatto che non sembra farci caso. Il suo è davvero un volto inusuale, anche se quel naso, che si è rotto in una rissa da bar a 20 anni, mi sembra molto meno evidente di quanto non lo sia sullo schermo. Sono gli occhi, però, a colpirmi davvero, mobili e inquieti, che di rado posa sul suo interlocutore. Sono lo specchio attraverso il quale Bardem riesce a diventare qualsiasi uomo, il motivo per cui si è guadagnato il soprannome di camaleonte. Pochi attori sono capaci come lui di straordinarie trasformazioni emotive e fisiche. Ha saputo essere poeta gay, in Prima che sia notte, tetraplegico con aspirazioni suicide in Mare dentro, artista fra due donne in Vicky Cristina Barcelona, assassino surreale in Non è un paese per vecchi. «Sono uno che viene dalla strada, e lo sarò sempre, è nel mio dna. Guardo, osservo, prendo quello che vedo e diventa parte di me», racconta.

Dal 19 aprile incarnerà al massimo la sua abilità, dare la sensazione a chi lo guarda di poter esplodere da un momento all’altro. Escobar, il fascino del male, film presentato all’ultima Mostra di Venezia insieme a Mother!, è la storia vera del narcotrafficante e criminale colombiano, dall’ascesa, all’inizio degli anni Ottanta, fino alla morte nel 1993. Ma la storia è raccontata da un punto di vista inedito: quello della giornalista e conduttrice tv Virginia Vallejo, amante di Escobar, con cui ha vissuto una passione travolgente e distruttiva durata quattro anni. La donna è interpretata dalla diva Penelope Cruz, moglie di Bardem dal 2010 e madre dei suoi due figli, Leonardo, 7 anni, e Luna, 4 anni. Per i due premi Oscar è il terzo film insieme (ma il primo da sposati), e l’8 maggio li ritroveremo di nuovo insieme nel quarto, Everybody Knows, opera di Asghar Farhadi che darà il via al prossimo Festival di Cannes. Racconta il viaggio di Laura (Penelope Cruz) con la famiglia da Buenos Aires alla sua cittadina natale in Spagna, per una cerimonia. Un viaggio che sconvolgerà la vita dei suoi protagonisti.

 

Lei è spesso alle prese con personaggi forti. Come definirebbe il carisma di un uomo? «È qualcosa che sta più negli occhi di chi guarda, che nella persona osservata. Per esempio in Pablo Escobar non vedo nessun carisma, non mi innamorerei mai di lui, ma qualcuno lo ha fatto».

Cosa crede possa aver attratto la sua amante? «Virginia voleva quell’uomo per quello che rappresentava, e Pablo stesso era attratto dall’oro, dalle cose che luccicavano. Gli anni Ottanta erano così, c’erano ambizioni diverse da quelle di oggi e alle persone semplici l’avidità fa quello scherzo.  Ma al tempo aveva stile, ho preso peso per interpretarlo. La cosa complicata è che abbiamo girato in 45 giorni e la scena della telefonata finale è stata fatta solo il terzo giorno, quindi non potevo essere già troppo robusto. Il team di make up e costumi è stato grandioso».

Qual è la vera difficoltà nel trasformarsi in un personaggio simile? «Entrare nella mente di un uomo che ha cambiato la storia e seguirlo nel suo essere un padre amorevole, quando era un mostro. Non credo sia mai stato consapevole dell’orrore che è diventato, aveva una mancanza totale di empatia, altrimenti non avrebbe potuto uccidere così tanti uomini. Credo che il suo orrore venisse da una mancanza di rispetto, lui lo voleva a ogni costo e quell’ansia gli ha fatto fare le cose più atroci».».

Non è pericoloso, in un certo senso, cercare di capire un mostro e percepirlo come un essere umano? «È parte della nostra responsabilità di attori portare luce, mostrare il lato umano di un orrore.  Se recito un cattivo in I pirati dei Caraibi so di essere in una favola e mi diverto. Se sono Pablo Escobar, che ha cambiato la storia, devo mostrare quello che lo avvicina a tutti noi, ed è diverso dall’umanizzarlo o dal renderlo glamour. Infatti non so se vorrei passere dieci minuti con lui».

 Tempo fa ha dichiarato che l’attenzione la fa sentire vulnerabile, è ancora così? «Dipende dalla situazione, non mi piace  ricevere attenzione mentre cammino per strada con i miei bambini, ma mentre parlo con lei sì. È un confine sottile non facile da proteggere, ma so che stare fuori dalla mischia, stare con se stessi e respirare, è importantissimo».

Lei era un giocatore di rugby, un atleta. «In modo modesto, però».

(l’intervista continua…)

 

Intervista pubblicata su Grazia del 12 Aprile 2018

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Isabelle Binoche: «Non sarò mai la moglie di nessuno».

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Estrae dalla borsetta un paio di occhiali da presbite, e mi legge alcune parole che pronuncerà a breve, ritirando un premio alla carriera. Un gesto semplice e apparentemente insignificante, ma che sembra dire “sono molto rilassata rispetto al passare del tempo”. Ho davanti a me Juliette Binoche, la donna che “se ne frega”. Ha detto no a Jurassic Park di Spielberg e a Mission: Impossibile con Tom Cruise, per evitare i tic della fama hollywoodiana, ma ha fatto lo stesso anche con gli inviti a cena da parte di Bill Clinton e di Francois Mitterand. Poi però, quando le va, si butta in imprese più che rischiosep e run’attirce del suo calibro: nel 2008 aveva danzato al National Theatre con un guru come il coreografo Akram Khan, e l’anno scorso ha cantato nel disco tributo che il pianista Alexandre Tharaud ha reso alla cantante e attrice francese Barbara. Pantaloni a palazzo neri su tacchi vertiginosi, ha un fisico davvero invidiabile e soprattutto una luce negli occhi che a 53 anni le regala un’incredibile freschezza. L’ho appena vista in due film,  il primo è L’amore secondo Isabelle, di Claire Denis, al cinema dal 19 aprile, tratto dai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes e adattato dalla scrittrice Christine Angot. Qui interpreta un’artista separata dal marito che cerca negli uomini e nell’amore qualcosa di assoluto, ruolo per cui ha ottenuto nomination come miglior attrice ai César, agli EFA e ai Prix Lumières. L’altro film è la commedia di Noémie Saglio Tale madre tale figlia (ancora inedita in Italia), in cui lei è la madre divorziata e spensierata di una trentenne molto metodica e organizzata. Le due vivono sotto lo stesso tetto e si ritrovano ad aspettare un figlio nello stesso momento, mal sopportando l’idea. Nella vita vera Juliette ha avuto due figli da uomini diversi, Leos Carax e Benoit Magimel,  e custodisce molto caparbiamente i dettagli delle sue relazioni. Tanto che, dopo un lungo ritorno di fiamma con un suo ex, l’attore e musicista Patrick Muldoon, non conferma (né smentisce) di essere single.

Com’è stato calarsi in una donna alla disperata ricerca d’amore? «Ho sempre amato indagare questo tema e le sue difficoltà, perché ci riguardano tutti. La sceneggiatura è di una donna che ha sempre scritto romanzi, questa è la sua prima volta al cinema. È stata anche la mia prima volta con Claire Denis, la complicità di tre donne è stata straordinaria».

 Nel film la donna cerca il vero amore, per lei esiste? «Dipende da cosa intende per vero amore. Quello che dura per sempre? È dentro di noi, se lo cerchiamo fuori non esiste, ed è il motivo per cui soffriamo così tanto».

Ha dichiarato “i nostri partner possono aiutarci a trovare l’amore che abbiamo dentro di noi ”. «È così, e se non ti aspetti niente dall’altra persona le cose vanno anche meglio».

Nella sua vita quattro uomini hanno tentato di sposarla  non è mai successo, perché? «Non era mai il momento giusto, me lo hanno chiesto sempre quando le cose andavano male. Comunque non ho mai detto “no”, semplicemente non ho risposto…».

Cantare, danzare, mostrarsi nuda sul set sembrano situazioni che sembrano non spaventarla. C’è qualcosa che ha il potere di farlo? «Scherza? Sono terrorizzata quando faccio queste cose, non ne parliamo di cantare! Ma credo che si debba entrare nelle proprie paure, e parlando di Barbara non potevo non cantare, l’ho fatto da attrice. Ho scoperto molte cose nuove sulla voce, e su come mettere le mie emozioni nel canto, lo stesso ho fatto nella danza… Insomma, non sono vaccinata, ho paura come tutti».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 12 Aprile 2018

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Rupert Everett: «La mia magnifica ossessione».

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L’attore inglese Rupert Everett, 58 anni, è lo scrittore Oscar Wilde in The Happy Prince, di cui firma anche sceneggiatura e regia. 

PER DIECI ANNI NON HA PENSATO AD ALTRO. ORA CHE IL SUO FILM SU OSCAR WILDE ESCE NELEL SALE. RUPERT EVERETT SI LIBERA. QUESTA È LA GENESI DI UN’OPERA MOLTO INTIMA, RACCONTATA PASSO A PASSO, MENTRE PRENDEVA FORMA

«Ho scritto la prima sceneggiatura nel 2007,  le riprese sono iniziate solo nel 2016. È stata una lotta dura, i finanziamenti non arrivavano mai. È diventata una questione di vita e di morte, il personaggio si è impossessato di me e mi ha preso un senso di disperazione: temevo che alla fine non sarei riuscito a fare niente». È evidente che per Rupert Everett The Happy Prince – in cui ripercorre gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, è molto più di un film: è una passione che lo ha rapito per dieci anni. Finalmente l’attore inglese ha potuto presentare il suo film in anteprima mondiale all’ultimo Sundance e poi alla Berlinale, è nelle sale dal 12 aprile. Everett, 58 anni di fascino, si porta addosso il marchio dell’upper class da cui proviene, da discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia. Per lui questo è un esordio alla regia, ma anche l’interpretazione per cui è nato, visto che racconta gli scandali, gli eccessi, le ribellioni e l’anticonformismo di un gigante la cui vita assomiglia per molti aspetti alla sua: cresciuto a Norfolk, Inghilterra, l’attore ha dato scandalo dai tempi della scuola. Finchè nel 1989 ha fatto coming out, distruggendo le sue possibilità di diventare un’icona a Hollywood. «Gli anni 70, 80 e 90 sono stati fortemente eterosessuali e dominati da un certo tipo di maschio», racconta. «E il cinema è come il calcio, stessa cultura: quando ho iniziato a recitare io, per un gay era come nuotare contro corrente». Però lui, invece di nascondere l’omosessualità dietro il suo fascino alla Cary Grant, è stato guidato dalla convinzione che essere se stesso valesse più del resto. Un tema presente in The Happy Prince, che parte dall’incarcerazione del poeta e scrittore, tra il 1895 e il 1897, per “indecenza con gli uomini” a causa della relazione con Lord Alfred “Bosie” Douglas) e lo segue quando, scontata la pena, trascorre l’ultimo anno di vita in esilio fra Napoli e la Francia, impoverito e debole, in incognito e senza un soldo, fra sensi di colpa e i dolori per un ascesso a un orecchio. Morirà a 46 anni e verrà sepolto a Parigi.  «I film su di lui finiscono sempre con la galera e, a parte il fatto che ne ho già visti tre, ho sempre trovato più interessante la parte dell’esilio». Everett ha trascorso gli ultimi due mesi in Italia, impegnato nelle riprese del Nome della Rosa, una serie tv in otto episodi ispirata al best seller di Eco in cui, riassume con la sua solita schiettezza, «sono l’Inquisitore Bernard Gui e uccido tutti!». Come spesso gli capita nelle interviste, spende poche parole sul progetto del momento, poi la sua attenzione va altrove. Perché raccontare la vita di un uomo che prima tutti osannano e poi trattano da reietto è per lui il punto d’arrivo di una carriera e anche un percorso personale, che necessita di una ricostruzione. 

PARIGI , 2011.

Siamo in un caffè a pochi passi dal cimitero di Perè Lachaise. Insieme a Merlin Holland, l’unico nipote di Wilde, Everett è appena stato protagonista della cerimonia che ha restituito la tomba dello scrittore ai cittadini. «È stata ripulita dai baci dei rossetti e protetta tutt’intorno con il vetro. Sarebbe stato felice di sapere che migliaia di ferventi ammiratori sono venuti a baciare la sua lapide, Oscar amava essere al centro delle attenzioni. E poi indossava abiti perfetti e viveva in case impeccabili, sono certo che anche lui avrebbe preferito una tomba linda». Sul suo film ha brutte notizie, «sono molto affaticato, non trovo finanziatori, si sta rivelando un viaggio lunghissimo». Everett non ha un carattere facile.  A sette anni è finito in collegio all’Ampleforth, un istituto dei monaci Benedettini. Questo, unito al fatto che il padre era un ufficiale militare, spiega come abbia sviluppato una certa allergia alle imposizioni. «Sono stato un bambino molto solitario e riflessivo, mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, senza la tv e con poche cose. Ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole, poi il collegio mi ha trasformato: sono diventato esibizionista, urlavo e mi facevo notare». Finchè a 15 anni si iscrive alla Central School of Speech and Drama di Londra. «La mia famiglia avrebbe voluto qualcosa di più convenzionale, ma la vita vagabonda mi piaceva, era perfetta per scappare da quel mondo gelido». Il dio dell’arte è dalla sua: all’esordio nei panni dello studente omosessuale di Another Country, nel 1982, ha un successo sfacciato.

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ di Aprile 

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«Charlie va veloce». Plummer a cavallo verso una carriera stellare

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L’attore Usa Charlie Plummer, 19 anni a maggio, nelle sale con Charley Thompson (Courtesy Mondo Fox).

«Ho perso peso, non perché lo volessi ma perché il lavoro è stato molto duro. Charlie è un ragazzo isolato, che combatte per cercare l’amore e il contatto con gli altri,  e viene costantemente respinto.  Alla fine del film ero esausto e mi ci è voluto tempo per tornare alla mia vita normale». Magro di natura, biondo con gli occhi azzurri, ha persino quasi lo stesso nome del personaggio che interpreta. Figlio di un’attrice e di un produttore, Charlie Plummer, 19 anni fra un mese, ha vissuto tra New York e Los Angeles. Primi passi con la serie HBO  Boardwalk Empire, è arrivato a farsi notare nel film King Jack, applaudito al Tribeca, per poi venire diretto da Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo, in cui era John Paul Getty III, ruolo per cui è appena stato candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista. Dal 5 aprile è protagonista di Charley Thompson (Lean on Pete) per cui ha vinto il premio Mastroianni come rivelazione all’ultima Mostra di Venezia. Di Andrew Haigh e basato sul romanzo La ballata di Charlie Thompson, di Willy Vlautin, è un road movie ambientato a Portland, dove Plummer è un quindicenne con un padre sciupafemmine  (Travis Fimmel) e una madre che non ha mai conosciuto. La famiglia in frantumi, lui si ritrova a lavorare per un allevatore di cavalli da corsa (Steve Buscemi) che spreme la figlia come fantina (Chloe Sevigny). Charley fa di tutto per cercare una stabilità e un senso di appartenenza: con il fidato cavallo Lean viaggerà per gli Stati Uniti, in un’Odissea a caccia di una casa e della zia, unica parente rimastagli.

È vero che ha scritto una lettera di suo pugno al regista, per ottenere la parte? «Sono stato così colpito dalla tenacia del personaggio che volevo interpretarlo a tutti i costi. È stato molto sfidante e molto appagante allo stesso tempo, sono contento del risultato perché questo film si è preso un pezzo importante della mia vita».

Perché lo sottolinea? «Avevo 17 anni, stavo confrontandomi con le stesse cose con cui si confronta Charley, anche se in modo diverso. A mio modo sono diventato grande, sono stato lontano da casa e dai miei genitori per tre mesi, un periodo consistente. E poi mi ero innamorato da poco, e ho dovuto separarmi dalla mia ragazza per andare sul set».

È stata dura?  «Credo che nel film si veda che ero innamorato. Ho incontrato Samia tre settimane prima di arrivare a Portland, stava facendo una commedia a New York. È stato profondissimo per me, ho vissuto un parallelismo tra innamorarmi di una persona e fidarmi di un’altra creatura vivente, come un cavallo, che pesa 400 chili e può ucciderti con un calcio, se parte all’improvviso e ti colpisce in faccia. E la cosa incredibile è che non puoi avere paura, i cavalli lo sentono: devi avere fiducia in loro…».

Si è mai sentito solo come Charley? «Essere attore include questo aspetto e può essere molto, molto difficile. Nella mia vita famigliare ci siamo spostati molto, avevo il mio migliore amico e non l’ho più rivisto, capisco la solitudine».

Come ha iniziato a recitare? «Ero molto timido, mia madre stava facendo una commedia e mi sono sentito calamitato. Mi sono innamorato del teatro, non pensavo che avrei mai fatto cinema, e i miei sapevano che è una vita durissima, non mi incentivavano in quel senso. Le cose sono cambiate quando hanno visto la mia passione».

Il primo ruolo? «Il primissimo è stato a 10 anni, nel teatro di una comunità, ho recitato Obi-Wan Kenobi  in un adattamento di Star Wars».

(…continua)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 7 aprile 2018

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Mathieu Amalric: «Le idee morali non aiutano, trovare il Weinstein che è dentro di noi sì».

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Mathieu Amalric, attore e regista, 52 anni, fotografato da Erik Tanner (courtesy Icon).

ATTORE (DI SUCCESSO) PER CASO, MA DIRECTEUR PER VOCAZIONE. DIFENDE IL CINEMA COME CREAZIONE DEMOCRATICA, LO NEGA COME LUOGO MORALE. E SOTTOLINEA LA PERICOLOSITA’ DEL BISOGNO UMANO DI “LAVARE LA STORIA”

Siamo nel cuore di Parigi, accanto a quell’hotel Scribe in cui i fratelli Lumiere hanno proiettato in pubblico i loro primi film, nel lontano 1895. Del resto è difficile separare Amalric dal cinema. Padre francese e madre polacca ebrea, entrambi giornalisti, ha sempre voluto essere un regista. Ma Arnaud Desplechin gli ha regalato il successo come attore grazie a Comment je me suis disputé (ma vie sexuelle), e da lì in avanti è stato capace di tutto, persino di recitare solo attraverso un occhio. Ma guai a chiamarlo attore. «La mia vita è scrivere e dirigere i miei film, recitare è cosa da niente, lo sa vero?». Con quegli occhi a metà fra l’allucinato e il curioso, il regista di Tournée ha l’empatia giusta per restituire l’essere umano con tutti i suoi chiaroscuri e senza l’ombra di un giudizio. Dal 19 aprile in I fantasmi d’Ismaele, di Depleschin, presentato all’ultimo Festival di Cannes, camminerà sul sottile confine fra realtà e incubo. E lo farà proprio nei panni di un regista ossessionato, che scrive di notte per scacciare le proprie paure.

Recitare è una cosa da niente? «Lo possono fare tutti, per questo adoro lavorare con attori non professionisti: basta amarli e li porti dove vuoi».

I registi dicono che lei non ha paura di niente, si spinge oltre i limiti e non teme di sembrare ridicolo. «Perché non faccio solo l’attore e non accetto brutti film solo perchè ho bisogno di sentirmi vivo. Le dirò la verità, il mio non è un lavoro, è pura fascinazione».

Depleschin mi ha raccontato di essere terrorizzato ogni singola mattina in cui si presenta su un set, lei lo è? «È come negli sport, quando i muscoli ti fanno male e credi di non poter andare oltre un certo limite ma sai che grazie alla sofferenza diventerai più forte. Uso la paura allo stesso modo, indica che sto andando in un qualche posto in cui non sono mai stato prima, e contiene anche una venatura di piacere».

Cosa le fa paura? «I serpenti, come a tutti, credo».

Ne ha mai incontrato uno? «Certo! Non mi piacciono nemmeno i cani grandi, da bambino sono stato morsicato da un pastore tedesco».

Paure psicologiche? «Mentire a me stesso senza saperlo, e poi farlo in coppia, senza accorgersi che non c’è più vibrazione».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon di Aprile 2018 

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