C’era una volta a Hollywood, di Quentin Tarantino

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Dopo tanta attesa, poche ore fa sulla Croisette abbiamo assistito all’anteprima mondiale di C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino. Nella sala Lumiere, alle 16.30, è stato letto un messaggio ufficiale del regista: “Cari giornalisti amanti del cinema, vi preghiamo di non diffondere dettagli sul film che ne rovinerebbero la visione. Fate che sia la stessa che avete avuto voi”. Solo a lui è concesso di fare certe cose, diciamolo, e non meraviglia, perché per il regista che 25 anni fa ha vinto qui la Palma d’Oro per Pulp Fiction sulla Croisette c’è un tifo da stadio. E alla fine della proiezione si contano sei minuti di standing ovation per lui e il cast presente.

Questo è forse il film più tarantiniano di Quentin Tarantino, che ne è regista, scrittore e produttore. Ci ha messo dentro il suo adorato western e il cinema dei generi, i suoi ricordi da giovane, le serie tv di culto come FBI, i produttori, le star di un tempo, i set di Hollywood. A distanza di poche ore da Nicolas Bedos, che anche lui con il suo ottimo La belle Epoque ci ha fatto vedere il cinema dentro il cinema.

L’ambientazione, senza spoilerare, è nel 1969 e precede noti fatti criminali  avvenuti a Hollywood. La storia ruota intorno a Rick Dalton (uno straordinario Leonardo DiCaprio), idolo della tv, che vive un momento di cambiamento  nella carriera. Al suo fianco c’è il compagno storico, il suo stunt Cliff Booth, interpretato da Brad Pitt (un figurino, con abbronzatura californiana). I due sono molto amici e cercano di cavarsela nell’ultima fase della golden age di Hollywood, con Rick che vive in una casa sulle colline e ha come vicini di casa i Polanski, mentre Cliff ha come dimora una roulotte con il cane e la tv. Dopo aver girato un grosso western, Rick accetta di andare in Italia a girare lì quattro film con Sergio Corbucci (che Tarantino ama e che ha omaggiato con Django). Torna quindi a Los Angeles con moglie italiana e un bel po’ di soldi. Una volta a casa lui e Cliff si ritrovano per una memorabile serata di sbronze che culmina in un tripudio di cinema destinato a passare alla storia (e che non riveleremo per rispettare la richiesta del regista).

Il racconto è pieno di salti temporali, in avanti e indietro, e come al solito porta cambiamenti alla storia. Sul set si incrociano personaggi favolosi interpretati da Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russell, e Luke Perry poco prima della sua scomparsa. Per godere della presenza di tutti occorrerà aspettare il 19 settembre, mentre gli Usa anticipano al 26 luglio, esattamente  a distanza di 50 anni dai terribili fatti di cronaca che racconta.

Leggi cosa mi è piaciuto del film e cosa meno nel mio articolo per GQ.it

Pubblicato il 22 maggio 2019

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Antonio Banderas, «Adesso divento Pedro»

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Nella lunga conversazione avuta con Antonio Banderas a Madrid, l’attore e produttore mi ha parlato della sua esperienza con la morte, per prima cosa. Ovvero di quando, due anni e mezzo fa, ha subito tre interventi al cuore e ha toccato la morte da vicino. Fatto, questo, che lo ha riavvicinato alla vita e che ha lasciato tracce visibili in lui. E mentre l’icona latina di Hollywood faceva i conti con quello squarcio apertosi su qualcosa di vertiginoso, sulla scena della sua vita si ripalesava un mentore. Anzi, il mentore, Pedro Almodovar, a sua volta pronto per un film epocale. È così dopo essere stato Dalì, Pancho Villa, Picasso e Mussolini -solo per citare i personaggi realmente esistiti che ha incarnato- Antonio Banderas si è trovato a interpretare l’uomo che 37 anni prima lo aveva notato, fuori da un caffè di Madrid.  Hanno fatto sei film insieme, Banderas è diventato una star europea. Ma lui voleva di più, voleva Hollywood. Così è volato Oltreoceano, costringendo Almodovar a incassare un duro colpo. E dopo anni di successi clamorosi al botteghino, deve aver sentito il richiamo della profondità dei personaggi di Pedro, così i due si sono ritrovati in Dolor Y Gloria, nelle nostre sale dal 17 maggio, in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes, in Concorso. Una prova di recitazione minimalista ma della massima efficacia, la materializzazione di una connessione fra anime per cui Banderas interpreta Pedro stesso. E per cui, ne siamo certi, entrambi avranno riconoscimenti importanti. La nostra conversazione è avvenuta il giorno dopo la visione di Dolore e Gloria a Madrid.

L’intervista è pubblicata sul GQ Italia, numero Maggio/giugno 2019

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La perfezione di John

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John McEnroe in un’immagine del film L’impero della perfezione che lo ritrae negli anni Ottanta.

IL 6 MAGGIO ESCE NELLE SALE IL FILM di JULIEN FARAUT, CHE UNISCE LE LEGGI DELLE SCIENZE MOTORIE, L’AGONISMO E L’ESTRO DI UNO DEI GIOCATORI DI TENNIS PIU’ ORIGINALI DEL SECOLO SCORSO. SI INTITOLA L’IMPERO DELLA PERFEZIONE E A GIRARLO È STATO UN (EX) ARCHIVISTA

Lo si vede discutere con l’arbitro. Lamentarsi dei clic delle macchine fotografiche. Allontanare i cameraman. E si resta ipnotizzati dalla faccia con cui fissa un punto dall’altra parte della rete. Le immagini sono così concentrate sulla sua figura che lo spettatore si sente trasportato in campo, a soffrire con lui. E inizia a comprendere qualcosa che fino a quel momento non aveva visto. «Ho capito che il tennis per lui andava al di là dello sport: era un bisogno vitale, lui doveva vincere». Julien Faraut, 41 anni,  lavora per l’archivio del Ministero dello Sport. Un giorno scopre un vero tesoro: ore di girato di Gil de Karmadec, sportivo e regista appassionato che dagli anni Cinquanta si è dedicato alla didattica attraverso l’analisi del gesto dei tennisti. A un certo punto, però, rinuncia alle riprese con quello scopo e segue ciò che un campione fa dal vero. È con questo materiale che Faraut decide di restituire la genialità del tennista che nel 1984 vince su  tutte le superfici, tentando di entrare nella sua testa. Le straordinarie riprese in 16 mm mai montate prima sono già cinema (all’epoca circolavano solo immagini video), e con esse cerca di rispondere a una domanda: cosa rende unico John McEnroe, l’uomo che con il  96.5 % di vittorie in una stagione vanta un  primato ancora oggi imbattuto? Le risposte sono affidate alla voce narrante di Mathieu Amalric, che scandisce verità vertiginose. L’impero della perfezione- John McEnroe è una folgorazione, un fenomenale viaggio fra il cinema e lo sport. «Dall’inizio ho voluto parlare con uno psicologo, dicendo che stavo facendo un ritratto di McEnroe», racconta. «Volevo capire la sua collera, e mi ha spiegato che un perfezionista vede un mondo per definizione imperfetto e si trova in uno stato di insoddisfazione permanente». Se in molti hanno pensato che McEnroe ci marciasse, sulle sue collere, per destabilizzare gli avversari, Faraut porta una nuova sfumatura. «Sono arrivato a concludere che era sincero, non aveva secondi fini, non poteva evitare quel vulcano emotivo. Ma mentre chiunque altro lasciandosi andare a queste emozioni avrebbe sbagliato due volte, lui vinceva, la sua rabbia lo caricava». Attraverso una spietata analisi delle relazioni familiari, con un padre avvocato d’affari assente  e una madre gelida che vuole un figlio campione, la tensione sale.  Da una parte si delinea il mantra di John, “se non sono il top, loro non mi amano”, atteggiamento molto distruttivo che lo ha portato ai vertici del tennis. Dall’altra si arriva al culmine del racconto, la mitica finale di Roland Garros in cui dopo 1 ora e 29 minuti di gioco sublime, McEnroe crolla e perde al quinto set contro Ivan Lendl. Un match di cui gli appassionati ricordano ogni istante di sofferenza. «Ci sono due modi per guardare il tennis, a bordo campo o in tv. Io dovevo creare una terza via, spingere una persona ad andare al cinema. Hitchcock ha sempre detto che la suspence di una storia non sta alla fine, ma durante il racconto».

(continua…)

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 16 febbraio 2019

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Giuria Cannes 2019

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Eccola!

Président

Alejandro Gonzalez Iñárritu

Réalisateur, producteur & scénariste / Mexique

Elle Fanning

Actrice / États-Unis

Maimouna N’Diaye

Actrice, réalisatrice / Burkina Faso

Kelly Reichardt

Réalisatrice, scénariste & monteuse / États-Unis

Alice Rohrwacher

Réalisatrice & scénariste / Italie

Enki Bilal

Auteur de bandes-dessinées & cinéaste / France

Robin Campillo

Réalisateur, scénariste & monteur / France

Yorgos Lanthimos

Réalisateur, scénariste & producteur / Grèce

Paweł Pawlikowski

Réalisateur & scénariste / Pologne

Stacy Martin, «La mia vita in transito».

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HA LASCIATO PARIGI DA BAMBINA, E SI È TRASFERITA A TOKYO. POI, QUANDO HA DECISO DI DIVENTARE ATTRICE, HA INTERPRETATO UNA PARTE DI CUI TUTTI HANNO PARLATO. NON STUPISCE ALLORA CHE STACY MARTIN ABBIA VUTO BISOGNO DI TEMPO PER SCOPRIRE LA PROPRIA IDENTITA’ (E PER NON DOVERSI OGNI VOLTA SPOGLIARE)

Stacy Martin, 28 anni, attrice (courtesy CR fashion book)

«Ho tradotto un film in giapponese per il mio fidanzato. Quando ho capito che ce l’avevo fatta mi è sembrato di avere un potere segreto». Qualcosa di simile Stacy Martin deve averlo sviluppato davvero. Forse essere stata catapultata da Parigi a Tokio all’età di sette anni l’ha resa una specie di aliena, obbligandola ad adattarsi a situazioni estreme.

Poi però, quando Lars von Trier le ha proposto Nymphomaniac con un ruolo da drogata del sesso, essere allenata al disagio ha fatto la differenza. Perché con l’ottima performance della giovane Joe, il mondo si è accorto all’improvviso che esisteva una Stacy Martin, e  Miu Miu l’ha presa al volo come volto del suo profumo. Da lì in avanti ha militato nel cinema indipendente (fatta eccezione per Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott), e scelto molto bene i registi con cui lavorare. Padre francese e madre inglese, Stacy vive a Londra con il fidanzato musicista indie rock Daniel Blumberg. Il paio di Dr Martens che indossa con una lunga gonna nera plissettata abbinata a un maglioncino millerighe, insieme alla voce pacata e sottile, racconta che riserva gli estremi solo ai film. A marzo in Francia è uscito Dernier Amour, di Benoit Jacquot, con Valeria Golino e Vincent Lindon, «racconta il periodo dell’esilio di Casanova a Londra, io sono Marianne de Charpillon, l’unica donna che non ha mai conquistato». A breve inizierà le riprese di The evening hour, storia di un giovane che cerca di sopravvivere nel declino della West Virginia, mentre attende di essere diretta da Kirsten Dunst che esordirà dietro la macchina da presa con The Bell Jar, adattamento del romanzo di Sylvia Plath. Intanto dal 30 maggio la vedremo in Quel giorno d’estate di Mikhael Hers. David (Vincent Lacoste), sbarca il lunario a Parigi facendo il giardiniere e affittando stanze. Un giorno nella sua vita arriva Lena (Stacy Martin) e fra i due nasce l’amore, ma la festa finisce qui: un attacco terroristico nel cuore della città gli strappa la sorella e lui si ritrova a fare i conti con una madre mai frequentata, il dolore e un assetto di vita tutto da ricostruire. «Ho accettato il film perché Michael fa bellissimi ritratti di persone e città in fase di transizione. È un tema che mi tocca, trovo molto interessante chi cerca di capire dove si trova».

(continua…)

Intervista esclusiva uscita su Vanity Fair n. 17 dell’1 maggio 2019

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Il potere di Rebecca

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Rebecca Ferguson, attrice, 35 anni, fotografata da Jem Mitchell (courtesy of Grazia).

È STATA LA REGINA ELISABETTA, LA PARTNER DI TOM CRUISE IN MISSION: IMPOSSIBLE E ORA È LA FATA MORGANA. REBECCA FERGUSON INTERPRETA SEMPRE DONNE INDOMABILI PERCHE’, DICE, BISOGNA FARSI RISPETTARE DENTRO E FUORI DAL SET

Mentre la guardo parlare capisco perché in tanti l’hanno paragonata a Ingrid Bergman: una volta visti i suoi occhi liquidi, a metà fra il grigio e il verde, con la bocca carnosa, restano impressi nella mente per sempre. La incontro a Soho, nel rinnovato Ham Yard Hotel. Chi la segue da vicino ricorderà questa attrice di 36 anni, padre svedese e madre inglese, per la mini serie storica The white Queen: la sua iconica regina Elisabetta le è valsa non solo la nomination ai Golden Globes, ma ha fatto sì che Tom Cruise, intercettandola sulla BBC, la scegliesse come coprotagonista femminile di Mission: Impossible, in cui è Ilsa Faust da due episodi (il terzo nel 2021). Da lì in avanti l’ascesa è stata inarrestabile: al momento sta girando Dune con Denis Villeneuve, e presto sarà sul set di  Riminiscence, seconda volta accanto a Hugh Jackman dopo The greatest Showman.

Uno dei grandi pregi di Ferguson è la capacità d’interpretare sempre donne indomabili che mettono alle strette i protagonisti maschili. Anche se, Rebecca ammette, conquistare il successo in un mondo come quello del cinema non è stato facile. «Ma ormai gli uomini devono capire che siamo in una nuova società. Il loro posto può essere accanto a noi donne, non più un passo avanti». Ora l’attrice arriva nelle sale nei panni della fata Morgana, l’antagonista di Re Artù nel film Il ragazzo che diventerà re, diretto da Joe Cornish (in sala dal 18 aprile). Rivisitata in chiave moderna, con giovani attori che indossano felpe con cappucci e sneakers,  è la leggendaria storia di un bambino che trova la spada Excalibur, riunisce un gruppo di cavalieri diventandone il leader.

È vero che stava lavorando a Mission Impossible – Fallout quando l’hanno suggerita al regista per il ruolo chiave di Morgana, la figura centrale nella storia di Artù? «Non ho nemmeno avuto il tempo di leggere il copione, ho incontrato Joe in un caffè e lui ha percorso la storia in lungo e in largo per un’ora e mezza, facendo le voci di tutti i personaggi. A un certo punto l’ho guardato e gli ho detto: “Non ho ancora letto una riga, ma mi hai conquistata”.  Ho accettato così, su due piedi, senza un contratto».

Cosa l’ha spinta a fidarsi? «Joe ha elaborato la storia nella sua mente per decenni, dopo aver visto Excalibur di John Boorman ed E. T. di Spielberg, poi gli sono serviti sette anni per scrivere la sceneggiatura. Quando hai un progetto che è un sogno, ogni volta che ne parli bruci: è stato questo a conquistarmi».

Morgana è una donna forte e con poteri soprannaturali. Fuori dal set quali poteri ha usato per farsi largo in un mondo dominato da uomini? «La nostra è una dura battaglia da combattere, questo è innegabile. Ma poco tempo fa riflettevo con un’amica, del fatto che forse parliamo troppo della vittimizzazione della donna nella società e poco ddi quanto gli uomini stiano imparando a diventare “femministi”, alla loro maniera.

Sta dicendo che non ci interroghiamo abbastanza sull’identità del maschio? «Ovviamente esistono tanti maschilisti e noi donne non siamo ancora pagate in modo equo: quello è un altro capitolo e non si può generalizzare. Però intorno a me vedo uomini mascolini ma femminili, gentili, accoglienti, e io mi sento una loro pari».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 18/4/2019

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James Marsden, «Il tempo rende migliori»

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L’evoluzione di James Marsden, l’uomo che dalla trilogia di X-Men e Superman passa direttamente a Quentin Tarantino.

«Grazie per non avermi chiesto quale supereroe vorrei essere nella vita». La fine della conversazione con James Marsden illumina tutto ciò che è venuto prima. Siamo a Monaco, dove ha appena presentato la Laureus World Sports Awards, la notte degli Oscar dello Sport. Un universo a cui è stato introdotto dal marchio del lusso IWC, «da cinque anni sono come una famiglia per me, e voglio guardare alla mia carriera con lo stesso orgoglio con cui loro guardano alle loro creazioni».  46 anni e altrettanti film all’attivo, è stato uno degli eroi della trilogia di X-Men e di Superman. Ma invece di una conversazione su sport e cinema, come ti aspetteresti da un uomo con il suo fisico, gli occhi color blu mare e i denti di un bianco scintillante, lui rilancia. E snocciola visioni esistenziali più ampie, passando dal baseball ai suoi tre figli, senza schivare il doloroso divorzio, (anche se preferisce non menzionare la parola). Dettagli che spiegano come mai uno come Quentin Tarantino lo abbia voluto in C’era una volta ad Hollywood, il film in cui lo vedremo a fine agosto accanto a Leo DiCaprio, Brad Pitt e Al Pacino.

Che sport ha praticato, da ragazzo? «Sono cresciuto in Oklahoma, lì c’erano molto basket, calcio e baseball. Io ero piccolino di statura in confronto a quei giganti del Midwest, e finivo spesso nelle linee laterali. Ma a dire il vero all’epoca mi interessavano più l’arte, il teatro e la musica. È stato dopo il liceo che ho iniziato ad appassionarmi davvero allo sport, scoprendo di essere molto portato».

E cosa è successo? «Sono diventato molto competitivo, il mio ego è uscito allo scoperto. Le dico solo che la mia fidanzata oggi non vuole nemmeno fare un gioco di società con me, dice che devo sempre vincere». 

Le sue più grandi conquiste, fino a qui? «I miei tre figli, la ragione per cui faccio tutto quello che faccio. Imparo tanto quanto insegno loro, se non di più, essere padre è il cuore della mia identità. Il più grande ha 18 anni, in lui vedo il buono che c’è in me».

Cosa l’ha sorpresa di più di loro, fino a oggi? «Io e la mia ex moglie, con cui oggi c’è per fortuna una buona amicizia, li abbiamo cresciuti tutti allo stesso modo. Ma abbiamo dovuto adattarci leggermente a ciascuno di loro, perché arrivano con un codice personale. E soprattutto ti devi ricordare che quando vengono al mondo non sono più tuoi».

(continua…)

Intervista esclusiva per GQ Italia di marzo 2019.

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Kevin Costner, «Non vengo mai bene nelle foto con i fan»

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ANCHE SE NON AMA I SELFIE, L’ATTORE RIMANE UN INDISCUSSO SEX SYMBOL. E SU NETFLIX TORNA A VESTIRE I PANNI DEL GIUSTIZIERE : IN HIGHWAYMEN-L’ULTIMA IMBOSCATA, DA’ LA CACCIA NIENTEMENO CHE A BONNIE E CLYDE. «PER LA GENTE NON ERANO CRIMINALI: ERANO MITI. CI VOLLERO 20 ANNI PER CATTURARLI».

Mi interessava capire 3 cose, andando a intervistare Kevin Costner. La prima: se è ancora un sex symbol, a 64 anni compiuti. La seconda: se è alto. E la terza: se usa il suo potere da seduttore. Attore, produttore e regista, ma anche cantante country e padre di 7 figli, lo incontro a Madrid, dove ha appena presentato The Highwaymen – L’ultima imboscata, il film di Lee Hancock in onda su Netflix. Indossa jeans beige e camicia blu, si avvicina con calma e con il sorriso sulle labbra (la risposta alle prime 2 domande che mi facevo è un sì, senza esitazioni). Mi parla del suo personaggio, Frank Hamer, l’ex Texas ranger passato alla storia per aver catturato Bonnie e Clyde, la leggendaria coppia di banditi che ha commesso decine di rapine e 13 omicidi a sangue freddo negli anni ’30. E mentre parla scopro che è sul punto di girare il suo quarto film da regista, un western ancora top secret.

Il suo è un ritorno alla grande, da giustiziere. Un po’ come ne Gli intoccabili, del 1987, in cui recitava al fianco di Sean Connery. Cosa l’ha attratta di questo ruolo? «Avevo nel cassetto la sceneggiatura del film da 10 anni, ma non riuscivo mai a decidermi. Hamer era un poliziotto che ha ucciso il triplo di persone rispetto a Bonnie e Clyde. Però era una leggenda e questo ritratto inedito gli rende onore». 

Ha qualcosa in comune con Hamer? «L’amore per la natura e la pazienza. Nella mia vita ho passato molto tempo nei boschi: capisco il suo essere quieto, a osservare».

Bonnie e Clyde erano criminali eppure la gente li adorava, come mostrano le immagini del film. «Sì, c’erano 20.000 persone al loro funerale, e molte altre lo seguirono in diretta alla radio. Erano diventati dei miti, all’epoca ci vollero 20 anni per acciuffarli».

La loro storia insegna che la fama può proteggere, anche in situazioni limite. «C’è un detto americano che dice: “Se ti seguo con l’auto per mezzo chilometro probabilmente ti vedrò passare con 2 rossi”. Vale per tutti, ma spesso a chi è famoso si concedono più attenuanti. Non dico che sia giusto».

A proposito di fama: con più di 50 film alle spalle e 2 Oscar, lei come vive la celebrità? «Con disagio. Per esempio, quando sono al ristorante e vedo che le persone mi fissano: si aspettano che faccia cose strane, che risolva situazioni strane».

Fuori dalla sala dove stiamo parlando la aspettano tantissimi fan: vogliono scattare un selfie con lei. Le va bene finire ovunque, in Rete? «Non tanto, per la verità. Mi sembra di non venire bene nelle foto. A volte capita persino che un marito e una moglie litighino per mettersi in posa di fianco a me, e dopo un po’ non riesco più a stare nella posizione della foto».

(continua…)

Intervista pubblicata su Donna Moderna dell’11 Aprile 2019

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Nadine Labaki, dalla parte dei bambini»

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Zain è un ragazzino che trascina dietro una tinozza legata a una corda.  Dentro c’è la sorellina Yonas, poco più che neonata.  Cammina nella miseria e solitudine di Beirut, e sembra che la vita si sia dimenticata di lui. È una delle tante immagini che restano impresse di Cafarnao, il terzo film della nota regista e attrice libanese Nadine Labaki. Un grido che, attraverso le vicende di Zain Al Rafeea, nato in Siria e trasferitosi in Libano, dà voce a quei 280 milioni di piccoli nel mondo che vengono maltrattati, abusati, picchiati, violentati, imprigionati, e di cui non si conosce nemmeno l’esistenza perché privi di identità.

«La storia lavorava dentro di me da tempo», racconta la Labaki, che dal 14 maggio al festival di Cannes sarà presidente di giuria nella sezione Un Certain Regard.  «Ci dicono di non dare denaro ai bambini per la strada, perché sono gestiti dalla mafia che li lascia di mattina e li riprendere alla sera, io volevo capire di più, cosa succede quando uno come Zain sparisce dietro l’angolo? C’è troppa tendenza a etichettare e disumanizzare questi bambini. E ho scoperto, fra le altre cose, che un piccolo non può andare a letto finché non ha procurato una certa quantità di denaro alla famiglia, quindi prima glieli diamo noi, quei soldi, prima andrà a dormire». I 123 minuti di immagini dalla forza dirompente che sono passati in Concorso all’ultimo festival di Cannes hanno suscitato reazioni nette. Qualche critico cinico ha gridato al misery porn, mentre il pubblico omaggiava con 15 minuti di standing ovation. E adesso è nelle nostre sale. Dopo Caramel e E ora dove andiamo?, con cui la regista ha avuto molto successo anche al botteghino, Cafarnao è il suo primo film apertamente drammatico. Segue la storia vera di Zain Al Rafeea, profugo siriano che porta i propri genitori in tribunale e gli fa causa. Il motivo? «Avermi messo al mondo».

(continua)

Articolo pubblicato su D la Repubblica del 10 Aprile 2019.

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Laetitia Casta, «Il matrimonio è stato un atto di ribellione»

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Laetitia Casta, attrice e regista, 40 anni (photo by Philip Gay/F).

HA SPOSATO L’UOMO CHE AMA, FREGANDOSENE DEI PREGIUDIZI E DELLE ASPETTATIVE FAMILIARI. «MI SONO PRESA UN RICHIO», DICE L’ATTRIC E E MODELLA FRANCESE. CHE OGGI TORNA SUL SET DIRETTA DLA MARITO E CONFESSA: «NON È STATO SEMPLICE, HO LOTTATO PER FARMI RISPETTARE, IL CINEMA È UN MONDO ANCORA DOMINATO DAGLI UOMINI».

«Com’è stato girare un film con mio marito? Un’esperienza eccitante e ricca. E per fortuna è durata solo quattro settimane». Me la ricordavo così Laetitia Casta. Simile a un gatto che sembra sonnecchiare ma che, quando meno te lo aspetti, fa un incredibile balzo in avanti.  «Non ci conoscevamo come attrice e regista, in una situazione in cui lui lottava per il suo film e il suo personaggio, e io per il mio. Entrambi dovevamo sopravvivere». Dal momento che il marito di cui sta parlando è Louis Garrel, e che rappresenta una novità su più fronti, c’era da aspettarsi questo fuoco e fiamme. È l’uomo a cui ha detto finalmente sì, dopo anni di interviste in cui dichiarava che lei, il matrimonio, mai. E nel film in cui la vedremo dall’11 aprile Garrel la dirige ma è anche l’uomo che lei tradisce (per copione): di carne al fuoco ce n’è parecchia. Grazie all’escamotage del triangolo amoroso, L’uomo fedele indaga la natura dei sentimenti umani attraverso una storia densa, ironica e autoironica. La Casta è Marianne e vive con Abel (Garrel), finché non scopre di essere incinta del miglior amico di lui, Paul. A complicare le cose c’è la sorella di quest’ultimo, Eve (Lily Rose-Depp), che vuole strappare Abel a Marianne. Mentre me ne parla faccio un veloce ripasso mentale. Da top model planetaria Laetitia è finita su almeno un centinaio di copertine, fra cui ci sono Sport Illustrated e il nudo integrale su Elle. È diventata famosa grazie a un paio di jeans di Guess? di cui è testimonial dal 1993, ha conquistato l’attenzione nientemeno che di Yves Saint Laurent e in Francia la adorano tanto da averla scelta come “Marianne” nazionale (la donan simbolo della repubblica francese). Noi in Italia la ricordiamo per il Festival di Sanremo accanto a Fabio Fazio nel 1999, e soprattutto, per la relazione con Stefano Accorsi, dal 2003 al 2013. Ma di acqua sotto i ponti ne è passata molta: da allora: Laetitia si è affermata come attrice, fronteggiando i pregiudizi che incontri se prima facevi la modella, e ha girato un documentario sui bambini, «sto cercando un canale tv a cui venderlo». Si presenta all’intervista indossando pantaloni a palazzo e una maglia, un total look color crema che, seppur morbido, non nasconde forme molto femminili.  

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 17 Aprile 2019

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