Cate Blanchett: «Nella crisi ho capito quanto siamo forti»

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di Cristiana Allievi

Il due volte premio Oscar Cate Blanchett nella serie STATELESS, da lei scritta, prodotta e interpretata. Qui accanto a Dominic West (COURTESY OF NETFLIX © 2020).

IN SETTEMBRE GUIDERA’ LA GIURIA DELLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA, IL PRIMO FESTIVAL DAL VIVO DOPO I MESI DI QUARANTENA. MA CATE BLANCHETT È ANCHE AUTRICE E PRODUTTRICE DI STATELESS, LA SERIE CHE DENUNCIA IL LATO OSCURO DELLA POLITICA SULL’IMMIGRAZIONE IN AUSTRALIA. «IL MONDO VIVE VICENDE TERRIBILI, MA DOBBIAMO SUPERARLE TUTTI INSIEME RITROVANDO LA NOSTRA UMANITA’».

Tempo fa durante un’intervista a Cate Blanchett, per farle un complimento,  mi confusi con le parole inglesi che dovevo usare. Le volevo dire che ero stata glaciale in un certo ruolo, e invece, usai la parola “gelato”. Al mio svarione seguì una risata improvvisa, sonora e generosa, e quell’episodio mi fece capire di più su Blanchett, e quanto sia genuina, diretta e passionale. Oggi, durante la nostra video intervista, scopro un aspetto diverso, quello più profondo e impegnato, della futura Presidente di giuria della Mostra  del cinema di Venezia, in partenza il 2 settembre al Lido. Con il marito Andrew Upton, drammaturgo, sceneggiatore e regista australiano, ha scritto e  prodotto una serie tv di cui Cate è anche interprete, dal 9 luglio su Netflix. È un progetto basato su vicende vere in cui Cate esce allo scoperto in prima persona, senza filtri, esponendosi su delicate questioni sociali e politiche. Ci ha lavorato per cinque anni, con persone fidatissime, come la producer Elise McCredie, compagna di liceo e di Università. hanno ambientato la serie all’inizio del 2000, dopo l’attacco alle Torri gemelle. «Era il momento in cui arrivavano in Australia molti barconi e molti rifugiati dall’Indonesia. Il governo di allora ha impostato delle specie di campi profughi  molto isolati, spesso nel deserto. Di fatto erano prigioni in cui le persone venivano rinchiuse finché il loro stato di rifugiati veniva accettato, o meno. Ma questo processo poteva durare anche anni, quindi parliamo di detenzione indefinita per molti esseri umani». Per raccontare questa piaga hanno scelto la storia di una hostess fragile che finisce manipolata da una setta (la splendida Yvonne Strahovski de Il diario dell’ancella, ndr), un uomo arabo che passa la vita a raccogliere i mezzi necessari per portare la famiglia  dall’Afganistan in una terra libera, su un barcone. E un padre che ha bisogno di lavorare per mantenere tre figli piccoli e la moglie. Per vie diverse tutti questi personaggi si ritrovano in un centro di detenzione, e capiscono presto di essere prigionieri e di non avere diritti, nonostante non abbiano commesso reati. Vengono trattati come criminali senza esserlo, quando, invece, la legge prevede che chiedano il diritto di asilo.

(…continua)

L’intervista integrale a Cate Blanchett è sul numero di Grazia del 16 Luglio 2020

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Il carisma di monsieur Jean Reno

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AL CINEMA HA SEMPRE RUOLI DA CATTIVO. NON FA ECCEZIONE L’ULTIMO FILM DI SPIKE LEE. MA I SUOI BAD GUYS SONO SPECIALI: «PERCHE’ LASCIANO INTRAVEDERE UN’ANIMA»

Jean Reno in una foto di William Lacamontie (courtesy of D La Repubblica)

di Cristiana Allievi

C’è una scena di un film in cui Jean Reno è un agente di polizia a New York e storce il naso davanti alla ciambella con caffè lungo offertagli nel furgoncino di spionaggio, a pochi passi dal suo target. La fissa, poi chiede al giovane agente di turno perché non gli ha portato un croissant. Una metafora del suo rapporto con la lingua inglese: la tollera, ma preferirebbe il francese.  E nonostante viva a Manhattan, i suoi migliori amici lì sono “made in France”. Dev’essere parte costitutiva di un dna molto forte, se anche Spike Lee, per la sua prima regia firmata Netflix, che vedremo dal 12 giugno, lo ha voluto nei panni di un francese che vive in Vietnam. È Da 5 Bloods Come  fratelli, film che senza Covid 19 avremmo visto al settantatreesimo Festival di Cannes. Il regista premio Oscar racconta la storia di quattro veterani afroamericani che hanno condiviso l’incubo del Vietnam e tornano in quei luoghi anni dopo, a cercare un tesoro sepolto all’epoca e i resti del loro capo caduto in guerra. Al ventiquattresimo minuto arriva in scena Jean Reno, l’uomo dei traffici che ha il compito di trasformare l’oro in questione in cash. E come accadeva in Godzilla  con il croissant, anche qui il suo essere francese viene subito rimarcato quando uno dei veterani gli spiega che se non fosse stato per l’esercito americano, oggi lui parlerebbe tedesco e mangerebbe crauti invece di excargot.

Ora, davanti a noi, è vestito di lino bianco, un look che ricorda quel giorno del 2006 in cui, testimone Nicolas Sarkozy, sposò la modella franco-americana Zofia Borucka, madre degli ultimi due dei suoi sei figli. Oggi come allora la famiglia si trova nel sud della Francia, meta scelta per il lockdown. «Siamo a Les Baux de Provence, in Camargue. Ci siamo trasferiti qui e siamo stati molto felici della scelta. Questo è il luogo per la famiglia e gli amici, qui facciamo l’olio e soprattutto stiamo in pace. È un luogo dove dedicarci al buon cibo e a una verità eterna. Perché come dicono, “gli alberi di ulivo sono alberi che non muoiono mai”, infatti sono i miei preferiti».

Jean Reno in effetti è una specie di ulivo del cinema.  Ha circa ottanta film all’attivo, se si escludono le serie tv e i corti, e dopo aver sbancato i botteghini a casa sua, negli Usa e persino in Italia, a 72 anni vive al ritmo di un titolo in uscita dopo l’altra.

Tratti distintivi, quello sguardo che tiene lo spettatore inchiodato allo schermo, a prescindere,  e un’abilità tutta sua nel ritrarre i tipi loschi che gli toccano in sorte, forse anche grazie a una stazza importante. Delinquenti in cui si nasconde sempre un’anima,  vedere alla voce dello spietato sicario di Leon che si ammorbidisce grazie all’incontro di una dodicenne Natalie Portman.

In Italia lo abbiamo visto di recente nell’ottimo poliziesco di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia, in un luogo non meglio identificato delle Alpi accanto ad Alessio Boni e Toni Servillo. Dal 12 giugno sarà in Vietnam, in un film che alterna un filone storico, con le scene di guerra, le splendide immagini d’archivio con i discorsi di Muhammad Alì e Malcom X e il volto del diciottenne Milton Olive III, eroe afro di guerra che a soli 18 anni ha perso la vita soffocando una granata. In un continuo avanti e indietro con la finzione ambientata ai giorni nostri, e  Trump che fa capolino. Spike riesce a ricordare allo spettatore le stragi e le deportazioni dei neri, che sono l’11 per cento della popolazione d’America, ma che in Vietnam schizzavano a un 30 per cento destinato sempre alle prime file, quindi alla morte. Lo fa in tono lieve, come riesce soltanto a lui, mostrando in modo arguto una lotta di tendenze nella natura umana e soprattutto l’immoralità di quella come di tutte le guerra.  «Sono un francese che vive in Vietnam, è stato facile assegnarmi quel personaggio della storia», racconta Reno. «Se mi ha detto che mi voleva perché sono francese? Non si dice una cosa simile a un attore, ma solo  “ti voglio nel mio film perché sei il migliore”». Segue fragorosa risata, con l’ammissione di non sapere se si tratta di una vicenda completamente inventata o se raccoglie pezzi di vite di persone veramente esistite «Spike insegna cinema alla New York University, io vivo in zona e mi ha chiesto di incontrarci. È un regista con un punto di vista molto forte, sa esattamente cosa vuole, lavorare con vero professionista come lui è facile. E conoscendo la sua filmografia, che difende sempre i neri in America, non mi ha sorpreso sentirmi raccontare una storia che ruota intorno a un gruppo di neri che vanno in guerra. È un modo per mostrare che i neri sono esseri umani, hanno una vita ed emozioni identiche a quelle di tutti noi».

(continua…)

Intervista integrale su D la Repubblica del 6/6/2020

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Se l’aria ci tradisce

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CI ERAVAMO ILLUSI CHE IL BLOCCO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE DOVUTO ALLA PANDEMIA AVESSE ALMENO RIDOTTO. MA PROPRIO ORA CHE RIAPRONO FABBRICHE E CANTIERI È STATO SCOPERTO CHE LE POLVERI SOTTILI INQUINANTI FAVORISCONO LA DIFFUSIONE DEL VIRUS. POSSIAMO PERO’ PROTEGGERCI

di Cristiana Allievi

Il tema su cui si è confrontata la comunità scientifica in queste settimane, dividendosi, è se le maggiori concentrazioni di PM 10 e 2.5 rendono veramente più aggressivo il contagio da Covid 19. La risposta è affermativa: le polveri sottili hanno un’azione di “carrier” e di “boost” per il virus. Uno studio dell’Università di Harvard condotto dalla professoressa Francesca Dominici è stato il primo a mostrare un link, con evidenze statistiche, fra le morti per contagio e malesseri associati alla lunga esposizione alle polveri sottili negli Stati Uniti. Le conclusioni pubblicate sul New England Journal of Medicin  dicono che un incremento di un microgrammo per metro cubo di polveri sottili aumenta il rischio di morte da Coronavirus del 15 per cento. In Italia un gruppo di scienziati coordinati da Leonardo Setti, ricercatore dell’Università di Bologna, Alessandro Miani, presidente della Sima (Società Italiana di Medicina Ambientale), e Gianluigi De Gennaro, professore di Biologia dell’Università di Bari, è arrivato alle stesse conclusioni, facendo un passo in più. «Lo studio di Harvard e quelli delle Università di Tor Vergata e di Siena dicevano che le polveri  sottili danneggiano le mucose del sistema respiratorio e gli alveoli polmonari, rendendo chi è stato a lungo esposto allo smog più suscettibile al virus. Noi abbiamo incrociato i dati delle Arpa regionali (le Agenzie per la protezione ambientale) con le curve di contagio disponibili, scoprendo che nelle zone come la Pianura padana, in cui l’atmosfera è molto stabile, non c’è molto vento, né dispersione delle sostanze, le goccioline che emette una persona contagiata,  parlando o sternutendo, si accompagnano alle polveri sottili e perdurano più a lungo nell’aria», spiega De Gennaro. Quindi non solo lo smog crea un danno, ma fa sì che il virus persista più a lungo nell’atmosfera. Il lockdown di settimane ha creato una forte riduzione delle concentrazioni di smog sulle principali città d’Europa, come mostrato dalle osservazioni del satellite Copernicus riportate dall’agenzia spaziale Esa: significa che possiamo tornare a circolare e a vivere come prima?

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Articolo integrale pubblicato si Grazia del 30 Aprile 2020

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Alessio Vassallo, dalla Sicilia (di Camilleri) con passione

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L’attore Alessio Vassallo, per la seconda volta in un film tratto da un romanzo storico di Andrea Camilleri (courtesy Man in town) .

Lo abbiamo già visto in molte serie tv (I Borgia e I Medici, fra le altre) e anche in film molto riusciti, come Viola di mare, L’ultimo re e Taranta on the road. Prima ancora, negli spot pubblicitari. Dal 23 marzo su Rai 1 Vassallo sarà il protagonista di La concessione del telefono, terzo romanzo storico di Camilleri a diventare film, diretto dal regista toscano Roan Johnson e da lui sceneggiato insieme a Camilleri stesso. Una storia ben articolata e ben interpretata (ci sono anche Fabrizio Bentivoglio, Thomas Trabacchi e Corrado Guzzanti), che racconta di Pippo Genuardi (Vassallo stesso), un commerciante di legnami dell’Ottocento che vuole mettere una linea telefonica privata in casa, e per questo scrive tre lettere a un prefetto. Da lì in avanti gli succederò di tutto, verrà accusato di cose mai fatte e dovrà uscire da strani paradossi.

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Intervista integrale su GQ.IT

Dane DeHaan, «Osare per crescere»

di Cristiana Allievi

Con l’attore Dane DeHaan durante l’intervista per GQ Italia.

Ricordo la prima volta che l’ho notato. Era biondo, conturbante e seduceva Allen Ginsberg. Con queste immagini, dal Sundance di un freddo gennaio di sette anni fa, il suo nome ha fatto il giro del mondo grazie a Giovani ribelli, Kill your darlings. In realtà si era già capito di che stoffa era fatto in altri due film, rispettivamente accanto a Ryan Gosling e a Colin Firth. Ma nella storia dei poeti della Beat generation qualcosa, nei suoi occhi, era diverso, e mi è rimasto impresso. Ovvio che da lì in avanti non l’ho più perso di vista. Intervistarlo per la serie originale di Sky, ZeroZeroZero, è stato un onore e mi ha fatto capire cosa lo rende unico. È strano a dirsi, perché in un’intervista non sai che domande ti faranno, eppure lui è arrivato molto preparato, focalizzato, calmo. Le sorprese? Sentirlo citare la Bhagavad Gita, parlare dei Millennials e riflettere su cosa significa “essere presenti”, soprattutto vederlo concedersi fino all’ultimo momento. Il risultato è un’intervista profonda e per certi versi inaspettata, in cui il 34 enne Dane ci trasporta oltre lo schermo e ci fa capire di che sostanza è fatta la sua anima. E di conseguenza la sua bravura sullo schermo.

Dane DeHaan mentre mi racconta le sue passioni, artistiche e non.

L’intervista integrale è sul numero di GQ Marzo 2020, puoi leggerne una parte qui

Il talento di Veerle

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DOPO IL SUCCESSO COME ATTRICE, LA BAETENS HA INCISO UN DISCO. POI È TORNATA SUI SET. E ORA PENSA ALLA REGIA…

di Cristiana Allievi

Veerle Baetens, 42 anni, da Alabama Monroe a Doppio Sospetto, (in sala).

I più l’hanno scoperta nella versione tatuatrice e l’hanno amata per il suo lasciarsi andare innamorandosi di un musicista di bluegrass. Le cose poi sono andate male. I due hanno perso un figlio, e a poco a poco il loro amore si è sgretolato. Succedeva in Alabama Monroe, di cui era la protagonista. Dopo quel successo Veerle Baetens ha inciso un disco ed è andata in tour. Ha persino fondato un gruppo, Dallas, con una sua amica. «Era il mio più grande sogno, ma realizzandolo ho capito che  non faceva per me. Recitare è un modo di nascondersi dietro i personaggi, di scavare nelle altre menti e psicologie. Fare musica ed essere in scena è invece un essere molto vicino a me stessa. Quando ero sul palco a cantare andava tutto bene, il dopo anche. Ma fra un concerto e l’altro per me era l’inferno», racconta Veerle Baetens,  42 anni, belga, mamma insegnante d’asilo e papà insegnante alla scuola secondaria. «Sento di avere musica dentro di me, ma non capsico cosa devo farci, mentre di fronte a una storia, so cosa manca o meno». Infatti dopo aver smesso con la musica è andata a lavorare anche in Francia, ha iniziato a scrivere, prima una serie tv, Tabula rasa, in cui recita se stessa, poi un film tutto suo. In questi giorni è al cinema con Doppio sospetto, thriller psicologico di Oliver Masset-Depasse che ha vinto 9 Magritte, gli Oscar del Belgio, di cui uno è andato a lei come miglior attrice.  La storia è quella di Alice e Céline, vicine di casa negli anni Sessanta e amiche. Finchè il figlio di Celine non vola dalla finestra, sotto gli occhi impotenti di Alice. Da lì in poi il dolore insopportabile incrina l’amicizia fra le due, e in una tipica narrativa con struttura a spirale, si scende agli inferi con tanto di finale raggelante. «L’aspetto più impegnativo del film è stato che è in francese ed è pieno di dialoghi.  Quando devi incarnare emozioni come la paura, ma specialmente la rabbia, hai la naturale tendenza a improvvisare, e farlo in una lingua che non è la tua è difficile. Come lo è stato recitare la paranoia senza esagerare, mantenendo un buon equilibrio».

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Intervista integrale uscita su D La Repubblica del 29 febbraio 2020

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L’artigiano degli effetti speciali

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In che modo Pierfrancesco Favino è “diventato” Bettino Craxi? E come nasce l’orco di Il racconto dei racconti? Grazie all’arte (e ai siliconi) di Andrea Leanza

di Cristiana Allievi

Andrea Leanza all’opera con la collega Federica Castelli. I due truccatori prostetici hanno trasformato Pierfrancesco Favino in Craxi Hammamet.

Dalle mani di Andrea Leanza escono veli al silicone che, montati sulla faccia di un attore, gli regalano una nuova identità. Così Pierfrancesco Favino è letteralmente diventato Bettino Craxi in Hammamet, il film di Gianni Amelio che ha fatto resuscitare il leader anni Ottanta.

Ex bambino appassionato di dinosauri, oggi il nome  di Leanza – da poco candidato di David  di Donatello per il trucco ne Il primo re – appare nei film di Sean Penn, Luca Guadagnino, Ron Howard, Marc Forster e Paul Anderson. Scultore pittore e truccatore “prostetico”, cioè specializzato in protesi,  di fatto costruisce realtà che prima non esistevano. «Ho iniziato per gioco, mi  piaceva sporcarmi le mani con paste modellabili e colori. Ho iniziato modellando ferite finte che mettevo sui miei fratellini e sugli amici, facevamo scherzi pazzeschi a scuola». Trentotto anni, padre odontotecnico e madre con un impiego alla corte dei conti, quando non è su set internazionali Andrea ha come quartier generale Saronno (Varese). Grazie a pongo e das, è cresciuto facendo esperimenti. Poi ha frequentato il liceo artistico Angelo Frattini a Varese, che quest’anno ha compiuto 50 anni, e per l’occasione poche settimane fa ha esposto una testa di zombie. Di cui è esperto, se si pensa che ha creato quelli di World War Z e Resident Evil 6. Ma è maestro anche nei geo modelli, per cui è finito a lavorare per la Geomodel di Quarto d’Antino, a Venezia, di cui è stato per anni il supervisore artistico.

Com’è riuscito a trasformare Favino in Bettino Craxi? «Con Federica Castelli, che lavora con me da quattro anni, abbiamo iniziato a studiare molti mesi prima delle riprese, partendo dalla scansione in 3D della testa dell’attore, in modo da lavorare sui volumi esatti. Quando hai protesi che sfumano sul viso dell’attore e vedi la sua pelle, devi scolpire anche i suoi pori per imitarla. In questo caso invece la testa era completamente protetta, tutto quello che si vede è scolpito da me».

Modifiche al corpo di Pierfrancesco non ne avete fatte? «Abbiamo ridotto il diametro del collo in digitale per avere la protesi più aderente su di lui, perché il gel di silicone si lascia un po’ andare: per dare un’idea, quando prendi le protesi in mano è come avere delle fettine di mortadella. Anche le labbra di Pierfrancesco erano diverse da quelle di Craxi, per avere l’effetto della bocca simile ho dovuto usare una dentiera che allargasse l’arcata. Gli abbiamo coperto anche le palpebre superiori e i lobi».

Quante protesi avete creato per Hammamet? «Sono usa e getta, servivano 9 pezzi per 39 giornate di riprese, più cinque maschere da test, più tutti gli scarti… Direi più di 500».

Amelio le ha chiesto che si vedesse l’attore o scomparisse? «Nel primo test Amelio ci ha chiesto di avvicinarci più possibile all’attore, poi si è reso conto del livello di realismo che potevamo raggiunge, e ci ha chiesto di ottenere la massima somiglianza. Al quarto tentativo abbiamo raggiunto un ottimo equilibrio fra consistenza della portesi, mobilità facciale dell’attore e somiglianza all’originale».

I limiti del suo lavoro? «Sono fisici, come la distanza fra gli occhi, o fra le narici e la bocca, elementi che non posso cambiare. Io posso solo aggiungere pezzi che non esistono per creare illusioni ottiche».

(continua…)

Intervista esclusiva pubblicata su D La Repubblica del 20 febbraio 2020

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Doctor Wu

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HA “RISCHIATO” DI DIVENTARE LOGOPEDISTA. PER FORTUNA, CONSTANCE HA MANTENUTO FEDE ALLA SUA VOCAZIONE: DIMOSTRARE CHE LA FAMA SERVE A DARE VOCE A CHI NON NE HA

di Cristiana Allievi – Foto di Gareth Cattermole

L’attrice americana Constance Wu, 37 anniLe ragazze (courtesy Backastage).

Stava per diventare logopedista. Non si trattava di una passione, però. Era piuttosto una spinta, datale da un fidan- zato che non reputava il mestiere di attrice un’occupazione abbastanza stabile. Eppure Constance Wu a 12 anni aveva già iniziato a lavorare nel teatro locale di Richmond, dove è cresciuta, per volare a New York a 16 a studiare alla scuo- la di Lee Strasberg. E mentre piegava magliette da Gap per sbarcare il lunario, i suoi primi film passavano dal Sundan- ce. Qualche anno dopo si è trasferita a Los Angeles, dove le cose hanno iniziato a ingranare. Il grande pubblico l’ha conosciuta grazie alla serie tv asiatico-americana Fresh Off the Boat, mentre con l’interpretazione della newyorkese che va a Singapore per incontrare la famiglia del fidanzato, inCrazy & Rich, la seconda sitcom familiare mai prodotta dall’Asia, si è aggiudicata il primo Golden Globe. «Essere un’americana asiatica lo considero un privilegio», racconta dalla sua casa a Silverlake, in California, dove vive con il co- niglio Lida Rose. «Ogni artista ha una qualità precisa, che sia la faccia, la tecnica, la voce o la sensualità: qualsiasi cosa è un privilegio da riconoscere e mostrare al mondo. Ma non è un mio particolare merito aver saputo rendere l’umanità dei personaggi asiatici sullo schermo: più che altro erano scarsi i contenuti precedenti», dice con schiettezza.

L’anno scorso era entusiasta per la nomination di San- dra Oh agli Emmy, ma anche arrabbiata per il fatto che fosse stata la prima donna di origini asiatiche nominata per un ruolo da protagonista. «Credo dica qualcosa della cul- tura in cui viviamo e di quello che si pensa valga la pensa raccontare». Ora è al cinema con Le ragazze di Wall Street – Business is business, un film ispirato a un articolo di Jessica Presler intitolato “The Hustlers at Score”, truffatori al pun- teggio, uscito sul New York Times e diventato virale. Basa- to su una storia vera, racconta di un gruppo di stripper che si inventano un modo poco ortodosso per spennare ricchi clienti di Wall Street: uomini che nel film sono insignifican- ti, hanno a malapena dei nomi. «Succede perché questa sto- ria non è stata scritta per loro, cosa che accade alle donne da sempre: non avere personaggi femminili di sostanza. Credo che gli uomini cerchino di separarci perché sanno che non c’è niente di più forte e di più bello di quando siamo uni- te». Nel gruppo di spogliarelliste dirette dalla regista Lore- ne Scafaria, Wu è Destiny e fatica a mantenere se stessa e la nonna da cui vive. «È una donna che non è cresciuta con particolari privilegi, non ha avuto né assistenza sociale né l’opportunità di frequentare una buona scuola. Ma è mol- to intelligente e usa la sua posizione per fare qualcosa nella vita che persone come lei non riescono a fare. È una donna che vorrei come amica».

(…continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La repubblica 9 NOVEMBRE 2019

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Timothée Chalamet: «È l’unica ragazza per me».

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AL CINEMA INTERPRETA SEMPRE RAGAZZI TORMENTATI E AFFASCINANTI. STAVOLTA VEDREMO TIMOTHÉE CHALAMET NEL RUOLO DI UN PRINCIPE RIBELLE E DONNAIOLO CHE DEVE CRESCERE IN FRETTA. E ACCANTO A LUI TROVERÀ PROPRIO LILY-ROSE DEPP, LA SUA VERA FIDANZATA

di Cristiana Allievi

Thimothée Chalamet sul red carpet di Venezia 2019 in Haider Ackermann.

Il mio nome si pronuncia Timo – tay, con la “a”, ma è un po’ antipatico precisarlo, ne sono consapevole, quindi di solito non lo faccio notare». Precisazioni a parte, si coglie dall’accento che Timothée Chalamet è ancora sotto l’influenza del duro lavoro fatto per Il re, dal 1° novembre su Netflix. Per il film di David Michod che lo ha visto protagonista dei tappeti rossi all’ul- tima Mostra del Cinema di Venezia insieme con la fidanzata, l’attrice Lily-Rose Depp, Chalamet ha dovuto piegare il suo americano facendolo diven- tare più british, e inventarsi un nuovo modello di autorevolezza maschile. Nel film interpreta il prota- gonista, il giovane Hal, principe ribelle e donnaiolo che vive tra il popolo e detesta il padre sovrano. Ma quando si tratterà di succedergli sfodererà una grinta inattesa, regnando sull’Inghilterra dal 1413 al 1422 e diventando uno dei più popolari sovrani del Medioevo: Enrico V. Con Chiamami col tuo nome, prima nomination agli Oscar, Lady Bird Beautiful Boy, l’attore franco- statunitense ha totalizzato ottimi film che farebbero invidia a chi oggi ha il doppio dei suoi 23 anni. Eppure «il sogno di un attore è recitare la parte di un re, andare a cavallo e brandire una spada», dice lui, «e con questo Enrico V mi sono tolto una grande soddisfazione».

Enrico V è un uomo che le piace?

«È un uomo solo. Come dico nel film: “Un re non ha amici, ha solo seguaci”. Bisogna fare un salto indietro, tornare alla sua epoca per capire che cosa contava per le persone, che cosa poteva ispirare un giovane a quei tempi, qual era il linguaggio del coraggio, il senso dell’onore, l’orgoglio naziona- listico. Interpretare un uomo come lui è stato un super regalo».

Perché?

«È un personaggio molto complesso, io mi sono concentrato sull’esplorazione della sua lotta inte- riore, sullo stress causato dal non essere ascoltato. Soprattutto su che cosa può significare attraversare tutto questo in giovane età».

Il taglio di capelli ha avuto un impatto virale sui social, l’hanno addirittura paragonata a Marlon Brando.
«È stato scioccante, ma inevitabile, non mi è piaciu- to per niente, ma poi mi sono abituato. Quel taglio era importante perché è il look di quel periodo e soprattutto perché segna il passaggio da ragazzo a uomo, dal correre dietro alle ragazze al camminare verso l’altare per l’incoronazione».

(continua….)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 31 Ottobre

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Wild Boy

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DAVID GARRETT, IL VIOLINISTA PIU’ ROCK DELLA CLASSICA CROSSOVER, È IN TOUR ANCHE IN ITALIA PER I SUOI PRIMI 10 ANNI DI CARRIERA. DIVISA TRA RIGOROSA DISCIPLINA E ISTINTO (MOLTO) RIBELLE

di Cristiana Allievi

Il violinista David Garrett, 39 anni, in Italia con due date del suo nuovo tour, Unlimited Greatest Hits live.

«Siamo andati tutti a scuola. E sappiamo che svegliarsi alle 7.30 pensando alla lezione di matematica non è sempre meraviglioso. Ma questa è la disciplina che ci insegnano, e per il violino vale lo stesso: ci sono giorni in cui ti piace e molti in cui vorresti fare tutt’altro. Ma per imparare qualcosa devi lavorare tutti i giorni, ogni settimana, ogni mese. E devi progredire». Ho appena chiesto a David Garrett, rockstar del violino, cosa ne pensa della disciplina che governa la sua vita, da sempre. Perché a 4 anni suonava già, a 7 era nel Conservatorio di Lübeck e a 11 anni aveva in mano uno Stradivari da quattro milioni di dollari. Due anni dopo era il più giovane concertista mai scritturato dalla Deutsche Grammophon, la regina delle etichette di classica. E la tecnica acrobatica che lo contraddistingue, e che vedremo in Italia  nelle due tappe del suo Unlimited – Greatest hits – live, il tour mondiale con cui celebrerà dieci anni di musica crossover (il 15 settembre all’Arena di Verona e il 17 alla Reggia di Caserta), se l’è sudata fino all’ultima nota. Madre ex ballerina americana (da cui David ha ereditato il cognome come nome d’arte) e padre, avvocato tedesco e titolare di una casa d’aste (dal cognome impronunciabile), hanno avuto un ruolo centrale nella sua crescita. «Se mi hanno spinto? Certo, si sono preoccupati che avessi i migliori insegnanti possibili. È stato stressante? Sì. È stato scomodo? Anche. Ho sentito pressione? Direi di sì. Ma le dico anche che, voltandomi indietro, rifarei tutto». Se si scovano le copertine dei suoi dischi di 15 anni fa, con i capelli corti e scuri, per non parlare dei live in cui sembrava depresso, si stenta a credere a chi si ha di fronte oggi:  un biondo con i capelli raccolti dietro la nuca, una camicia bianca e i jeans attillati, che sembra Curt Cobain. Con la differenza che  David ride di più. Il salto è avvenuto a partire dai 17 anni, quando è stato espulso dalla Royal College of Music: lì ha deciso di prendere la sua vita in mano, iscrivendosi alla Julliard, una specie di Harvard della musica.  Maestri leggendari a parte (il violinista Itzhak Perlmann), in America Garrett ha scoperto i Led Zeppelin e Jimi Hendrix. Per questo oggi riempie gli stadi con lo  Stradivari che diventa la “voce” di Axl Rose, Sting e Micheal Jackson.  Un atto di ribellione a tutti quei severi anni di studi e di reclusione? «Non è così, semplicemente io amo la musica, tutta: dal jazz al pop, dalla classica alla musica dei film», racconta sorridente. «E da musicista trovo innaturale non suonare le cose che amo ascoltare».

(continua…)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 14 settembre 2019

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