«Non m’importa di sbagliare per amore», Adele Exarchopoulos

Tag

, , , , ,

L’attrice francese Adele Exarchopoulos fotografata da Eric Catarina (courtesy of Grazia Italia).

È DIVENTATA FAMOSA CON UN FILN DI SESSO E SENTIMENTI ESTREMI. E ORA SULLO SCHERMO SARA’ LA DONNA CHE SALVO’ LA VITA AL GRANDE BALLERINO RUDOLF NUREYEV. CON GRAZIA ADELE EXARCHOPOULOS HA PARLATO DELLA PASSIONE E DEL PERCHE’ NON VI RINUNCEREBBE MAI

Sono passati due minuti da quando ci siamo incontrate e ha già acceso la prima sigaretta. La manicure è in tinta con la tuta rosa di Miu Miu che indossa. Scandisce lentamente il cognome “Ec-sar-co-pu-los”  con un accento così francese da far dimenticare le radici greche che la legano al nonno. Di Adele percepisci l’energia e la complessità anche quando sta in silenzio e ti guarda con grandi occhi neri.  Così mi spiego l’evento del 2013 che ha segnato la sua carriera. Steven Spielberg, allora presidente di giuria a Cannes, ha voluto premiarla per La vita di Adele insieme all’attrice Lea Seydoux e al film stesso: un’eccezione per le dinamiche di un festival con cui il leggendario regista Usa ha voluto sottolineare la magia d’amore e libertà vista sullo schermo. «Continuano a paragonare ogni cosa che faccio a quel film estremo», mi racconta quando glielo nomino. «Ho incontrato poco fa Abdellatif Kechiche e gli ho detto “mi hai rovinata”. Accetto completamente il fatto che lui è le mie radici nel cinema, mi ha dato luce ed è uno dei migliori registi che ho incontrato. Ma chiedo a tutti di guardare avanti…». Intanto dal 27 giugno sarà in Nureyev, The white Crow, il film di Ralph Fiennes che racconta quando l’icona russa della danza ha chiesto asilo politico in Francia in piena Guerra fredda e lo ha ottenuto grazie all’aiuto dell’amica  dell’alta società Clara Saint, interpretata da Adele. Poi sarà la volta di Sybil, di Justine Triet,appena visto all’ultimo festival di Cannes, in cui  interpreta una giovane attrice in crisi sentimentale che cerca l’aiuto di una psicoterapeuta (Virginie Efira). E con cui finirà per ritrovarsi in situazioni surreali.

Figli di un’infermiera e di un chitarrista, ha iniziato a fare l’attrice a soli 13 anni in una serie poliziesca per la tv francese. Poi otto film a fila, prima della svolta. Da allora ne ha girati altri nove, ha cercato di fare i conti con la fama improvvisa e ha avuto un figlio, Ismail, due anni, con il rapper francese Morgan Fremont. Difficile, mentre le parlo, tenere a mente che ha solo 25 anni.

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 giugno 2019

© Riproduzione riservata

Annunci

«Anche un ballerino può perdere il controllo»

Tag

, , , , , , ,

Il ballerino ucraino Oleg Ivenko, 22 anni (courtesy of Grazia)

DANZA E DISCIPLINA SONO LA SUA VITA DA QUANDO AVEVA CINQUE ANNI. MA L’ETOILE UCRAINA OLEG IVENKO NON SI È MAI SENTITO SOTTO ESAME COME QUANDO HA DOVUTO SOSTENERE IL PROVINO PER INTERPRETARE IL SUO MITO, RUDOLF NUREYEV. COME l’HA SUPERATO? «ABBANDONANDOMI», DICE, «ALLE MIE EMOZIONI».

Lo osservo mentre volteggia, ma resto impressionata anche dal suo sguardo e dal silenzio che evoca il suo volto.  Penso al lavoro complicato dei registi, in questo caso di Ralph Fiennes. Appassionato di balletto, nel film Nureyev-The White Crow che uscirà al cinema il 27 giugno ha voluto raccontare un momento della storia del grande ballerino russo Rudolf Nureyev. Per interpretarlo ha scelto un danzatore ucraino pieno di talento, Oleg Ivenko, che non ha mai recitato in vita sua. Mentre per se stesso Fiennes ha ritagliato la parte di Alexander Pushkin, insegnante di Rudolf e anni dopo di Baryshnikov. «Sono ambizioso, ho qualcosa in me che vuole essere il migliore. Quando ho iniziato a studiare Rudolf, l’ho sentito più vicino a me, ne ho capito la personalità e come gli sia servita a sostenere il talento», racconta attraverso l’interpretate russa. Oleg è l’artista di punta della Tatar State Academic Opera and Ballet e si esibisce in altri teatri del mondo da quando aveva 10 anni. La storia che interpreta  risale al 1961 quando Nureyev, cresciuto in tecnica e splendore,  è in tour in Europa con il Mariinsky Ballet: è la punta di diamante del suo paese, che lo usa per affermare la propria superiorità culturale e morale sull’Occidente.  Ha preso lezioni d’inglese, è in grado di interagire con i danzatori francesi dell’Opéra, scambia con loro opinioni sulla danza e sul mondo, frequenta locali notturni gay, da vero ribelle quale è. Un giorno mentre sta per volare da Parigi a Londra, gli agenti dei servizi segreti russi lo avvicinano per riportarlo al Cremlino dove, gli dicono, era atteso per una performance. Sospettando che le cose si sarebbero messe male per lui, in piena Guerra Fredda Nureyev chiede asilo politico in Occidente, destando grande scalpore. E grazie all’aiuto di Clara Saint, un’amica della Parigi bene (interpretata da Adèle Exarchopoulos) riesce a fuggire. Costruirà il suo mito in Occidente e tornerà in Russia solo 26 anni dopo.

Come le hanno proposto il ruolo nel film? «Un amico mi ha scritto che c’era un casting, ho pensato che fosse uno spam e ho eliminato la mail. Aveva dato il mio numero di telefono al casting director, e qualche giorno dopo ho ricevuto la sua telefonata: cercavano un danzatore russo che potesse recitare».

E cosa è successo? «Mi sono fatto due video da solo e li ho spediti, mi hanno invitato per uno screen test a San Pietroburgo e mi hanno preso dopo il secondo incontro».

Perché ha iniziato a ballare a cinque anni? I maschi di solito nuotano o giocano a calcio… «Dovrebbe chiederlo ai miei genitori, a me hanno detto solo che avevo troppa enegia, dovevano farmi sfogare in qualche modo».

Quando ha capito  di avere una vocazione per la danza? «A 15 anni, dopo 10 anni di allenamenti continui, tutti i giorni».

Nel film sembra un vero attore, che effetto le ha fatto vedersi sul grande schermo? «Ammetto che è stato molto piacevole, anche se ho sentito molto giudizio, il doppio del solito: per vedermi danzare e per vedermi su uno schermo».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Giugno 2019

© Riproduzione riservata

Antonio Banderas, «Se solo fossi un poeta»

Tag

, , , ,

GLI AMORI DEL PASSATO E LA DONNA CON LA QUALE OGGI HA CONQUISTATO LA SERENITA’. L’ESPERIENZA DI INTERPRETARE IL REGISTA PEDRO ALMODOVAR NEL FILM CHE PORTA A CANNES. LA SCELTA DI GUIDARE UN TEATRO NELLA SUA SPAGNA. ANTONIO BANDERAS PARLA CON GRAZIA DELLE SUE EMOZIONI, COSI’ FORTI CHE ANCORA NON TROVA LE PAROLE GIUSTE PER ESPRIMERLE

«È andata così, a un certo punto nella mia vita l’amore si è preso tutto lo spazio che prima aveva la carriera». Quando incontriamo Antonio Banderas ha voglia di parlare di setimenti, quelli veri, che prova per sua figlia Stella, avuta con la ex moglie, l’attrice Melanie Griffith. «Quello che vedo riflesso in lei è il tipo di donna che amo, e le confesso che mi rende molto orgoglioso». I conti tornano: Stella oggi ha 22 anni, è nata alla fine degli anni Novanta, l’epoca in cui sbarcato in America, il “latin lover” costruiva la sua carriera di star mondiale con Philadelphia, accanto a Tom Hanks, La maschera di Zorro, con la Zeta Jones, e Intervista col vampiro insieme ad altri sex symbol come Brad Pitt e Tom Cruise. «Sono stati anni bellissimi, e in America mi sono anche innamorato e ho messo su famiglia. Per i successivi 20 anni la mia vita ha conosciuto una fase molto diversa da quella precedente», dice. Poi nel 2015 Banderas ha divorziato dalla Griffith, sua seconda moglie, e oggi è legato a Nicole Kimpel, la consulente finanziaria conosciuta cinque anni fa proprio a Cannes e con cui vive nel Surrey, a sud di Londra. Atteso a Cannes il 17 maggio,  sarà la star più fotografata del Festival di Cannes il giorno in cui verrà proiettato Dolor Y Gloria, lo stesso giorno  in cui uscirà al cinema e in cui interpreta Salvador Mallo, un regista sul viale del tramonto alle prese con ricordi, depressione e potenza dirompente della creazione artistica. In pratica Banderas racconta la vita del regista del film, Pedro Almodovar, l’uomo che 37 anni fa lo volle in Labirinto di passioni, il primo di otto film insieme. La somiglianza fra i due è impressionante. «Mi sono immerso in un contesto in cui tutto era suo, dalla casa ai mobili della cucina al resto dell’arredamento, incluse le scarpe e molti dei vestiti che indosso. Poi ci sono i capelli, mi hanno pettinato proprio come Pedro».

Cosa le ha detto per trasformarla in se stesso? «“Se pensi che in qualche sequenza ti possa aiutare imitarmi, puoi farlo”. Gli ho detto che non era necessario, preferivo che il personaggio emergesse da dentro di me».

Anche la depressione che mostra sembra reale. «Perché la conosco, è vera, l’ho vissuta anch’io. Qualche tempo fa sono finito in ospedale, è bastato non potermi muovere come prima per iniziare a pensare a tutto quello che è accaduto nella mia vita. Ho capito molte cose, sono cresciuto». 

Almodovar l’ha fatta tornare a un personaggio intenso e profondo, come quelli che recitava prima di lasciare l’Europa. Cosa prova oggi quando guarda l’America? «Dipende, gli Usa sono tante cose insieme, anche in Italia non si mangia solo pizza… C’è il lato oscuro, soprattutto in politica, fatto di populismo, nazionalismo, estremismo, ma c’è anche l’innocenza, quel modo adorabile di creare cose dal nulla. In Europa ci portiamo un gran peso sulle spalle, siamo lenti quando ci muoviamo, lì sono pratici e molto più veloci. E Melanie per ha rappresentato qualcosa che mi faceva perdonare i peccati commessi dall’America».

Addirittura? «Certo, infatti l’ho sposata. Ha qualità come bellezza, generosità e allo stesso tempo vulnerabilità, le stesse che ho visto anche negli occhi di Marilyn Monroe e di Ava Gardner. È un femminile molto speciale, che in un certo senso rappresenta una nuova nazione, una nuova speranza, un progetto fatto di molte persone di diverse razze e religioni che convivono insieme. È un esempio di come potrebbe essere il mondo, con tutti i problemi che comporta. C’è qualcosa che ho amato in quegli occhi e che è difficile da spiegare: parlare d’amore e di come ti innamori non è facile, devi essere un poeta».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 16 maggio 2019

© Riproduzione riservata

C’era una volta a Hollywood, di Quentin Tarantino

Tag

, , , , , ,

Dopo tanta attesa, poche ore fa sulla Croisette abbiamo assistito all’anteprima mondiale di C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino. Nella sala Lumiere, alle 16.30, è stato letto un messaggio ufficiale del regista: “Cari giornalisti amanti del cinema, vi preghiamo di non diffondere dettagli sul film che ne rovinerebbero la visione. Fate che sia la stessa che avete avuto voi”. Solo a lui è concesso di fare certe cose, diciamolo, e non meraviglia, perché per il regista che 25 anni fa ha vinto qui la Palma d’Oro per Pulp Fiction sulla Croisette c’è un tifo da stadio. E alla fine della proiezione si contano sei minuti di standing ovation per lui e il cast presente.

Questo è forse il film più tarantiniano di Quentin Tarantino, che ne è regista, scrittore e produttore. Ci ha messo dentro il suo adorato western e il cinema dei generi, i suoi ricordi da giovane, le serie tv di culto come FBI, i produttori, le star di un tempo, i set di Hollywood. A distanza di poche ore da Nicolas Bedos, che anche lui con il suo ottimo La belle Epoque ci ha fatto vedere il cinema dentro il cinema.

L’ambientazione, senza spoilerare, è nel 1969 e precede noti fatti criminali  avvenuti a Hollywood. La storia ruota intorno a Rick Dalton (uno straordinario Leonardo DiCaprio), idolo della tv, che vive un momento di cambiamento  nella carriera. Al suo fianco c’è il compagno storico, il suo stunt Cliff Booth, interpretato da Brad Pitt (un figurino, con abbronzatura californiana). I due sono molto amici e cercano di cavarsela nell’ultima fase della golden age di Hollywood, con Rick che vive in una casa sulle colline e ha come vicini di casa i Polanski, mentre Cliff ha come dimora una roulotte con il cane e la tv. Dopo aver girato un grosso western, Rick accetta di andare in Italia a girare lì quattro film con Sergio Corbucci (che Tarantino ama e che ha omaggiato con Django). Torna quindi a Los Angeles con moglie italiana e un bel po’ di soldi. Una volta a casa lui e Cliff si ritrovano per una memorabile serata di sbronze che culmina in un tripudio di cinema destinato a passare alla storia (e che non riveleremo per rispettare la richiesta del regista).

Il racconto è pieno di salti temporali, in avanti e indietro, e come al solito porta cambiamenti alla storia. Sul set si incrociano personaggi favolosi interpretati da Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russell, e Luke Perry poco prima della sua scomparsa. Per godere della presenza di tutti occorrerà aspettare il 19 settembre, mentre gli Usa anticipano al 26 luglio, esattamente  a distanza di 50 anni dai terribili fatti di cronaca che racconta.

Leggi cosa mi è piaciuto del film e cosa meno nel mio articolo per GQ.it

Pubblicato il 22 maggio 2019

© Riproduzione riservata

Antonio Banderas, «Adesso divento Pedro»

Tag

, , , , , ,

Nella lunga conversazione avuta con Antonio Banderas a Madrid, l’attore e produttore mi ha parlato della sua esperienza con la morte, per prima cosa. Ovvero di quando, due anni e mezzo fa, ha subito tre interventi al cuore e ha toccato la morte da vicino. Fatto, questo, che lo ha riavvicinato alla vita e che ha lasciato tracce visibili in lui. E mentre l’icona latina di Hollywood faceva i conti con quello squarcio apertosi su qualcosa di vertiginoso, sulla scena della sua vita si ripalesava un mentore. Anzi, il mentore, Pedro Almodovar, a sua volta pronto per un film epocale. È così dopo essere stato Dalì, Pancho Villa, Picasso e Mussolini -solo per citare i personaggi realmente esistiti che ha incarnato- Antonio Banderas si è trovato a interpretare l’uomo che 37 anni prima lo aveva notato, fuori da un caffè di Madrid.  Hanno fatto sei film insieme, Banderas è diventato una star europea. Ma lui voleva di più, voleva Hollywood. Così è volato Oltreoceano, costringendo Almodovar a incassare un duro colpo. E dopo anni di successi clamorosi al botteghino, deve aver sentito il richiamo della profondità dei personaggi di Pedro, così i due si sono ritrovati in Dolor Y Gloria, nelle nostre sale dal 17 maggio, in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes, in Concorso. Una prova di recitazione minimalista ma della massima efficacia, la materializzazione di una connessione fra anime per cui Banderas interpreta Pedro stesso. E per cui, ne siamo certi, entrambi avranno riconoscimenti importanti. La nostra conversazione è avvenuta il giorno dopo la visione di Dolore e Gloria a Madrid.

L’intervista è pubblicata sul GQ Italia, numero Maggio/giugno 2019

© Riproduzione riservata

La perfezione di John

Tag

, , , , , ,

John McEnroe in un’immagine del film L’impero della perfezione che lo ritrae negli anni Ottanta.

IL 6 MAGGIO ESCE NELLE SALE IL FILM di JULIEN FARAUT, CHE UNISCE LE LEGGI DELLE SCIENZE MOTORIE, L’AGONISMO E L’ESTRO DI UNO DEI GIOCATORI DI TENNIS PIU’ ORIGINALI DEL SECOLO SCORSO. SI INTITOLA L’IMPERO DELLA PERFEZIONE E A GIRARLO È STATO UN (EX) ARCHIVISTA

Lo si vede discutere con l’arbitro. Lamentarsi dei clic delle macchine fotografiche. Allontanare i cameraman. E si resta ipnotizzati dalla faccia con cui fissa un punto dall’altra parte della rete. Le immagini sono così concentrate sulla sua figura che lo spettatore si sente trasportato in campo, a soffrire con lui. E inizia a comprendere qualcosa che fino a quel momento non aveva visto. «Ho capito che il tennis per lui andava al di là dello sport: era un bisogno vitale, lui doveva vincere». Julien Faraut, 41 anni,  lavora per l’archivio del Ministero dello Sport. Un giorno scopre un vero tesoro: ore di girato di Gil de Karmadec, sportivo e regista appassionato che dagli anni Cinquanta si è dedicato alla didattica attraverso l’analisi del gesto dei tennisti. A un certo punto, però, rinuncia alle riprese con quello scopo e segue ciò che un campione fa dal vero. È con questo materiale che Faraut decide di restituire la genialità del tennista che nel 1984 vince su  tutte le superfici, tentando di entrare nella sua testa. Le straordinarie riprese in 16 mm mai montate prima sono già cinema (all’epoca circolavano solo immagini video), e con esse cerca di rispondere a una domanda: cosa rende unico John McEnroe, l’uomo che con il  96.5 % di vittorie in una stagione vanta un  primato ancora oggi imbattuto? Le risposte sono affidate alla voce narrante di Mathieu Amalric, che scandisce verità vertiginose. L’impero della perfezione- John McEnroe è una folgorazione, un fenomenale viaggio fra il cinema e lo sport. «Dall’inizio ho voluto parlare con uno psicologo, dicendo che stavo facendo un ritratto di McEnroe», racconta. «Volevo capire la sua collera, e mi ha spiegato che un perfezionista vede un mondo per definizione imperfetto e si trova in uno stato di insoddisfazione permanente». Se in molti hanno pensato che McEnroe ci marciasse, sulle sue collere, per destabilizzare gli avversari, Faraut porta una nuova sfumatura. «Sono arrivato a concludere che era sincero, non aveva secondi fini, non poteva evitare quel vulcano emotivo. Ma mentre chiunque altro lasciandosi andare a queste emozioni avrebbe sbagliato due volte, lui vinceva, la sua rabbia lo caricava». Attraverso una spietata analisi delle relazioni familiari, con un padre avvocato d’affari assente  e una madre gelida che vuole un figlio campione, la tensione sale.  Da una parte si delinea il mantra di John, “se non sono il top, loro non mi amano”, atteggiamento molto distruttivo che lo ha portato ai vertici del tennis. Dall’altra si arriva al culmine del racconto, la mitica finale di Roland Garros in cui dopo 1 ora e 29 minuti di gioco sublime, McEnroe crolla e perde al quinto set contro Ivan Lendl. Un match di cui gli appassionati ricordano ogni istante di sofferenza. «Ci sono due modi per guardare il tennis, a bordo campo o in tv. Io dovevo creare una terza via, spingere una persona ad andare al cinema. Hitchcock ha sempre detto che la suspence di una storia non sta alla fine, ma durante il racconto».

(continua…)

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 16 febbraio 2019

© Riproduzione riservata

Giuria Cannes 2019

Tag

, , , ,

Eccola!

Président

Alejandro Gonzalez Iñárritu

Réalisateur, producteur & scénariste / Mexique

Elle Fanning

Actrice / États-Unis

Maimouna N’Diaye

Actrice, réalisatrice / Burkina Faso

Kelly Reichardt

Réalisatrice, scénariste & monteuse / États-Unis

Alice Rohrwacher

Réalisatrice & scénariste / Italie

Enki Bilal

Auteur de bandes-dessinées & cinéaste / France

Robin Campillo

Réalisateur, scénariste & monteur / France

Yorgos Lanthimos

Réalisateur, scénariste & producteur / Grèce

Paweł Pawlikowski

Réalisateur & scénariste / Pologne

Stacy Martin, «La mia vita in transito».

Tag

, , , , , , , ,

HA LASCIATO PARIGI DA BAMBINA, E SI È TRASFERITA A TOKYO. POI, QUANDO HA DECISO DI DIVENTARE ATTRICE, HA INTERPRETATO UNA PARTE DI CUI TUTTI HANNO PARLATO. NON STUPISCE ALLORA CHE STACY MARTIN ABBIA VUTO BISOGNO DI TEMPO PER SCOPRIRE LA PROPRIA IDENTITA’ (E PER NON DOVERSI OGNI VOLTA SPOGLIARE)

Stacy Martin, 28 anni, attrice (courtesy CR fashion book)

«Ho tradotto un film in giapponese per il mio fidanzato. Quando ho capito che ce l’avevo fatta mi è sembrato di avere un potere segreto». Qualcosa di simile Stacy Martin deve averlo sviluppato davvero. Forse essere stata catapultata da Parigi a Tokio all’età di sette anni l’ha resa una specie di aliena, obbligandola ad adattarsi a situazioni estreme.

Poi però, quando Lars von Trier le ha proposto Nymphomaniac con un ruolo da drogata del sesso, essere allenata al disagio ha fatto la differenza. Perché con l’ottima performance della giovane Joe, il mondo si è accorto all’improvviso che esisteva una Stacy Martin, e  Miu Miu l’ha presa al volo come volto del suo profumo. Da lì in avanti ha militato nel cinema indipendente (fatta eccezione per Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott), e scelto molto bene i registi con cui lavorare. Padre francese e madre inglese, Stacy vive a Londra con il fidanzato musicista indie rock Daniel Blumberg. Il paio di Dr Martens che indossa con una lunga gonna nera plissettata abbinata a un maglioncino millerighe, insieme alla voce pacata e sottile, racconta che riserva gli estremi solo ai film. A marzo in Francia è uscito Dernier Amour, di Benoit Jacquot, con Valeria Golino e Vincent Lindon, «racconta il periodo dell’esilio di Casanova a Londra, io sono Marianne de Charpillon, l’unica donna che non ha mai conquistato». A breve inizierà le riprese di The evening hour, storia di un giovane che cerca di sopravvivere nel declino della West Virginia, mentre attende di essere diretta da Kirsten Dunst che esordirà dietro la macchina da presa con The Bell Jar, adattamento del romanzo di Sylvia Plath. Intanto dal 30 maggio la vedremo in Quel giorno d’estate di Mikhael Hers. David (Vincent Lacoste), sbarca il lunario a Parigi facendo il giardiniere e affittando stanze. Un giorno nella sua vita arriva Lena (Stacy Martin) e fra i due nasce l’amore, ma la festa finisce qui: un attacco terroristico nel cuore della città gli strappa la sorella e lui si ritrova a fare i conti con una madre mai frequentata, il dolore e un assetto di vita tutto da ricostruire. «Ho accettato il film perché Michael fa bellissimi ritratti di persone e città in fase di transizione. È un tema che mi tocca, trovo molto interessante chi cerca di capire dove si trova».

(continua…)

Intervista esclusiva uscita su Vanity Fair n. 17 dell’1 maggio 2019

© Riproduzione riservata

Il potere di Rebecca

Tag

, , , , , , ,

Rebecca Ferguson, attrice, 35 anni, fotografata da Jem Mitchell (courtesy of Grazia).

È STATA LA REGINA ELISABETTA, LA PARTNER DI TOM CRUISE IN MISSION: IMPOSSIBLE E ORA È LA FATA MORGANA. REBECCA FERGUSON INTERPRETA SEMPRE DONNE INDOMABILI PERCHE’, DICE, BISOGNA FARSI RISPETTARE DENTRO E FUORI DAL SET

Mentre la guardo parlare capisco perché in tanti l’hanno paragonata a Ingrid Bergman: una volta visti i suoi occhi liquidi, a metà fra il grigio e il verde, con la bocca carnosa, restano impressi nella mente per sempre. La incontro a Soho, nel rinnovato Ham Yard Hotel. Chi la segue da vicino ricorderà questa attrice di 36 anni, padre svedese e madre inglese, per la mini serie storica The white Queen: la sua iconica regina Elisabetta le è valsa non solo la nomination ai Golden Globes, ma ha fatto sì che Tom Cruise, intercettandola sulla BBC, la scegliesse come coprotagonista femminile di Mission: Impossible, in cui è Ilsa Faust da due episodi (il terzo nel 2021). Da lì in avanti l’ascesa è stata inarrestabile: al momento sta girando Dune con Denis Villeneuve, e presto sarà sul set di  Riminiscence, seconda volta accanto a Hugh Jackman dopo The greatest Showman.

Uno dei grandi pregi di Ferguson è la capacità d’interpretare sempre donne indomabili che mettono alle strette i protagonisti maschili. Anche se, Rebecca ammette, conquistare il successo in un mondo come quello del cinema non è stato facile. «Ma ormai gli uomini devono capire che siamo in una nuova società. Il loro posto può essere accanto a noi donne, non più un passo avanti». Ora l’attrice arriva nelle sale nei panni della fata Morgana, l’antagonista di Re Artù nel film Il ragazzo che diventerà re, diretto da Joe Cornish (in sala dal 18 aprile). Rivisitata in chiave moderna, con giovani attori che indossano felpe con cappucci e sneakers,  è la leggendaria storia di un bambino che trova la spada Excalibur, riunisce un gruppo di cavalieri diventandone il leader.

È vero che stava lavorando a Mission Impossible – Fallout quando l’hanno suggerita al regista per il ruolo chiave di Morgana, la figura centrale nella storia di Artù? «Non ho nemmeno avuto il tempo di leggere il copione, ho incontrato Joe in un caffè e lui ha percorso la storia in lungo e in largo per un’ora e mezza, facendo le voci di tutti i personaggi. A un certo punto l’ho guardato e gli ho detto: “Non ho ancora letto una riga, ma mi hai conquistata”.  Ho accettato così, su due piedi, senza un contratto».

Cosa l’ha spinta a fidarsi? «Joe ha elaborato la storia nella sua mente per decenni, dopo aver visto Excalibur di John Boorman ed E. T. di Spielberg, poi gli sono serviti sette anni per scrivere la sceneggiatura. Quando hai un progetto che è un sogno, ogni volta che ne parli bruci: è stato questo a conquistarmi».

Morgana è una donna forte e con poteri soprannaturali. Fuori dal set quali poteri ha usato per farsi largo in un mondo dominato da uomini? «La nostra è una dura battaglia da combattere, questo è innegabile. Ma poco tempo fa riflettevo con un’amica, del fatto che forse parliamo troppo della vittimizzazione della donna nella società e poco ddi quanto gli uomini stiano imparando a diventare “femministi”, alla loro maniera.

Sta dicendo che non ci interroghiamo abbastanza sull’identità del maschio? «Ovviamente esistono tanti maschilisti e noi donne non siamo ancora pagate in modo equo: quello è un altro capitolo e non si può generalizzare. Però intorno a me vedo uomini mascolini ma femminili, gentili, accoglienti, e io mi sento una loro pari».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 18/4/2019

© Riproduzione riservata

James Marsden, «Il tempo rende migliori»

Tag

, , , , , , , , , ,

L’evoluzione di James Marsden, l’uomo che dalla trilogia di X-Men e Superman passa direttamente a Quentin Tarantino.

«Grazie per non avermi chiesto quale supereroe vorrei essere nella vita». La fine della conversazione con James Marsden illumina tutto ciò che è venuto prima. Siamo a Monaco, dove ha appena presentato la Laureus World Sports Awards, la notte degli Oscar dello Sport. Un universo a cui è stato introdotto dal marchio del lusso IWC, «da cinque anni sono come una famiglia per me, e voglio guardare alla mia carriera con lo stesso orgoglio con cui loro guardano alle loro creazioni».  46 anni e altrettanti film all’attivo, è stato uno degli eroi della trilogia di X-Men e di Superman. Ma invece di una conversazione su sport e cinema, come ti aspetteresti da un uomo con il suo fisico, gli occhi color blu mare e i denti di un bianco scintillante, lui rilancia. E snocciola visioni esistenziali più ampie, passando dal baseball ai suoi tre figli, senza schivare il doloroso divorzio, (anche se preferisce non menzionare la parola). Dettagli che spiegano come mai uno come Quentin Tarantino lo abbia voluto in C’era una volta ad Hollywood, il film in cui lo vedremo a fine agosto accanto a Leo DiCaprio, Brad Pitt e Al Pacino.

Che sport ha praticato, da ragazzo? «Sono cresciuto in Oklahoma, lì c’erano molto basket, calcio e baseball. Io ero piccolino di statura in confronto a quei giganti del Midwest, e finivo spesso nelle linee laterali. Ma a dire il vero all’epoca mi interessavano più l’arte, il teatro e la musica. È stato dopo il liceo che ho iniziato ad appassionarmi davvero allo sport, scoprendo di essere molto portato».

E cosa è successo? «Sono diventato molto competitivo, il mio ego è uscito allo scoperto. Le dico solo che la mia fidanzata oggi non vuole nemmeno fare un gioco di società con me, dice che devo sempre vincere». 

Le sue più grandi conquiste, fino a qui? «I miei tre figli, la ragione per cui faccio tutto quello che faccio. Imparo tanto quanto insegno loro, se non di più, essere padre è il cuore della mia identità. Il più grande ha 18 anni, in lui vedo il buono che c’è in me».

Cosa l’ha sorpresa di più di loro, fino a oggi? «Io e la mia ex moglie, con cui oggi c’è per fortuna una buona amicizia, li abbiamo cresciuti tutti allo stesso modo. Ma abbiamo dovuto adattarci leggermente a ciascuno di loro, perché arrivano con un codice personale. E soprattutto ti devi ricordare che quando vengono al mondo non sono più tuoi».

(continua…)

Intervista esclusiva per GQ Italia di marzo 2019.

© Riproduzione riservata