Pierre Niney, «Se ami tuo figlio lascialo libero»

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Appoggiato al muro accanto a una grande finestra che affaccia sulla Torre Eiffel, mani in tasca, il suo sguardo viaggia lontano. Si capisce che è completamene assorbito dai suoi pensieri. Quando si accorge che è entrato qualcuno nella stanza saluta con modi gentili, e la prima parola che viene in mente incontrandolo, è “elegante”. Non c’entra Yves Saint Laurent, lo stilista che ha interpretato magistralmente qualche anno fa e che gli è valsa un César: Pierre Niney emana la grazia di chi vive un senso diverso del tempo. La sensazione è che non lo rincorra mai, nemmeno quando scava fra i ricordi alla ricerca di sensazioni vissute a 11 anni, quando annunciò ai suoi genitori- critico di cinema e documentarista il padre, consulente d’arte la madre- che avrebbe fatto l’artista. «Per fortuna erano aperti alla creatività, mi hanno incoraggiato a darmi al cento per cento in quello che avrei scelto. Se non lo avessi fatto me ne sarei pentito per il resto della vita», racconta. Nato a Boulogne-Billancourt e cresciuto a Parigi, inizia a recitare da bambino, e a soli 21 anni è il più giovane attore di sempre a unirsi alla Comédie-Française, un’istituzione fondata addirittura da Luigi XVI. Non sorprende sentirlo elogiare Molière e Shakespeare, quanto scoprire che avrebbe voluto fare il giocatore di basket professionista, ma non aveva l’altezza adatta. Ma gioca con il suo club tutte le settimane, da quando era un teenager. Grande colpo di fulmine  anche quello avuto sette anni fa per il surf da onda, scoperto grazie alla compagna australiana, Natasha Andrews. «Ogni volta che posso corro in Portogallo, nello Sri Lanka e a Biarritz. La chiave del surf non è l’allenamento fisico, ma la perseveranza. E il fatto di non poter controllare la marea e le onde ti insegna ad arrenderti alla natura e a contemplare invece di agire. Qualcosa da ricordare anche nella vita…».

I temi cambiano, la riflessione resta  profonda. «Divento molto triste quando sento giovani che vorrebbero diventare attori, pittori o cantanti, ma mi dicono che si iscrivono a Legge o a Economia solo perché i loro genitori non li supportano. È un peccato, le scelte fatte per rassicurare la famiglia non funzionano».

(continua….)

Intervista pubblicata su GQ, n. Marzo 2019

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Prime Visioni. Le donne del cinema conquistano visibilità

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FORTI, PREPARATE, INNOVATRICI: LE DONNE DEL CINEMA CONQUISTANO VISIBILITA’, A PARTIRE DALLE STANZE DEI BOTTONI. COSI’, GUIDANDO FESTIVAL E KERMESSE INTERNAZIONALI, PUNTANO A UNA MAGGIOR PRESENZA FEMMINILE ANCHE NEI FILM

Le donne del BFI London Film Festival (courtesy D la Repubblica).

La fata dei cavoli. Un titolo che sembra un presagio, per il primo film girato dalla prima regista donna, nel 1896. Alice Guy, francese, fu poi l’autrice di altri seicento lavori, arrivando persino a dirigere studi cinematografici d’Oltreoceano. Ma finì dimenticata e in disgrazia, lasciando ai Lumiere tutti i meriti dell’invenzione del cinema.

Oggi le femministe francesi stanno lavorando perché Alice abbia il riconoscimento che merita e una strada intitolata a suo nome. Così, a mezzo secolo dalla scomparsa di Guy, l’occasione è giusta per fare il punto sulle donne (del cinema) con poteri e visioni forti. Per capire a che punto siamo sulla strada verso la parità fra sessi nel mondo di celluloide.  

«La Francia è il paese con la maggiore presenza di registi donne rispetto agli uomini, abbiamo anche molte produttrici e agenti di vendita», racconta Isabelle Giordano, ex madame del cinema di Canal+ dal 2013 direttrice generale di UniFrance, organismo che promuove il cinema d0Oltralpe all’estero. Con 300 film all’anno, e più di 60 coproduzioni internazionali: il primo in Europa. «Un dato strano, se si pensa che i francesi non hanno mai amato avere donne al potere. Ne parlavamo già 15 anni fa quando lavoravo in tv», aggiunge. «Abbiamo registe note in tutto il mondo, come Rebecca Zlotowski e Claire Denis, che però non hanno mai vinto una Palma d’Oro. Penso che occorre andare oltre il #metoo: la domanda da porsi non è più quante donne ci sono, piuttosto com’è la qualità del loro lavoro? E quanti film facciamo su di loro? Anche Bercot, Satrapi e la stessa Maiwenn girano film tosti, coraggiosi, ed è questo che occorre far capire a chi finanzia il cinema». Nel complesso  la Francia nel 2018 ha avuto un calo dello 0,5 di presenze nelle sale. «Il nuovo trend è avere tanta scelta, veloce e da casa, ma il cinema deve continuare a offrire spunti e richiedere tempo per riflettere. E dovrà lavorare accanto alle piattaforme, invece di far loro la guerra. Ci aspettiamo novità dal Festival di Cannes alle porte». L’unico box office europeo ad aver registrato un +0,6 per cento nel 2018 è quello inglese. «Negli anni Settanta in casa mia si andava al cinema almeno una volta alla settimana, se non due», ricorda Tricia Tuttle, nuovo direttore permanente del BFI London Film Festival, l’ente governativo che distribuisce i fondi per il cinema. «Oggi i costumi sono cambiati, ma invece di aumentare il costo dei biglietti abbiamo attuato una politica di flessibilità dei prezzi e ha funzionato». Laurea alla University of North Carolina, ha lavorato prima con Sandra Hepron, direttrice del London Film Fest, poi con Amanda Berry, amministratore delegato dei Bafta, e Claire Stewart, ex direttrice del BFI. «Sono tutte donne forti che puntano sull’avere intorno a sé persone creative a cui lasciar fare il proprio lavoro, dando molta importanza al contributo di ciascuno». Da Keira Knightley a Emma Thomson, da Helen Mirren ad Olivia Colman, da Rachel Weistz, Carey Mulligan ed Emma Watson, «le nostre sono professioniste versatili e dal forte appeal, non figurine messe lì per essere guardate. E fra le registe, l’anno scorso il 38 per cento erano donne, contro il 24 dell’anno precedente. Numero che precipita però quando si parla di grandi budget: dei 200 film ai vertici del box office nel 2018  solo 15 erano diretti da una donna», precisa Tuttle.

(continua…)

Articolo pubblicato su D la Repubblica del 23 marzo 2019

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Cristiana Allievi, è il mio compleanno

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Io, a un anno.

Cercavo una foto da bambina, per festeggiare il mio compleanno. La prima che è saltata fuori è questa, avevo un anno. Guardarla mi fa felice perché non mi sento molto diversa da allora. Ho molto vissuto, a volte in modo anche pericoloso. Tante vite in una, e non solo questa. Eppure includendo le esperienze dolorose, il mio sguardo non è cambiato da quello di questa bambina. Solo che per lei non esisteva il concetto di “vita”. Per me adulta, invece, questo dono è straordinario, anche se a volte lo dimentico e lo do per scontato. Ecco, mentre scrivo scopro di voler parlare della vita, pensa un po’. Ho capito che vissuta così, tanto per vivere, non è una gran cosa, anzi per certi aspetti è una fatica. Ci sono le bollette da pagare, le riunioni di condominio, le dichiarazioni dei redditi, la macchina che non parte, le liti col marito, la crisi dell’editoria, il razzismo, il pianeta che va a rotoli. Questa è la vita come mi sembra vista da fuori. Ma con un altro occhio è quello straordinario fenomeno per cui, momento dopo momento, posso essere il massimo di me stessa, bellezza, verità, consapevolezza… Solo parole? Affatto. È uno stato di cui tutti possiamo fare esperienza, a me è capitato grazie alla meditazione, e questo è un capitolo vasto che aprirò un’altra volta.

Non pensavo di dire queste parole, nemmeno quelle che seguono, ma un senso ci sarà. A 11 anni un caporedattore ha chiamato mia madre e le ha chiesto l’autorizzazione a pubblicare un mio tema su Amica. Erano venuti nella mia scuola a cercare ispirazione, chiedendo alle insegnanti di farci scrivere qualcosa e poi di consegnare i temi al giornale. Non ricordo niente del tema, solo di mia madre che mi ha detto “Cristiana, vogliono pubblicare il tuo tema…”. Non credo che la parola pubblicare avesse avuto un impatto, nemmeno ricordo di averle risposto. Dell’idea di scrivere, dentro di me, non c’era nemmeno l’ombra. C’era quella di viaggiare, quella sì, un fatto di famiglia. E oggi sono sicura che viaggiare porti a scrivere: basta sedermi sul sedile di un treno, meglio di un aereo, e le immagini partono da sole. È un fatto del cervello e secondo me è collegato anche all’anima. Fatto sta che mi sono ritrovata a viaggiare e a scrivere, a 23 anni, bla bla, quella dell’inizio del giornalismo è un’altra epopea e chi lo sa, magari un giorno la racconterò. Faccio un balzo a oggi, 23 marzo 2019. Scendo in edicola e compro D con La Repubblica. Apro il giornale e sento una commozione molto forte. A pagine 53, c’è un servizio, si chiama Prime visioni. Porta la mia firma ed è dedicato alle donne dell’industria del cinema. Donne con una visione forte, che sicuramente nella vita hanno dovuto attraversare molte cose, per farsi largo (sì, anche fra tanti uomini). Per molti motivi, questo articolo porta aria di primavera. E io mi sento fiera di sostenere una visibilità al femminile. Non per un fatto di sessismo, ma perché so che le donne portano una visione di cui questo pianeta ha tremendamente bisogno. Una visione che ha bisogno di spazio e di essere riconosciuta, specialmente nel mondo occidentale. A quel punto ci saranno più fiducia, più inclusione, più arte e più bellezza. E anche le donne al potere potranno fidarsi del proprio modo. Di essere.

Charlotte Gainsbourg: «La famiglia che mi porto dentro»

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DOPO TANTI RUOLI AL LIMITE, ORA L’ATTRICE FRANCESE AL CINEMA È UNA MADRE CHE FA DI TUTTO PER SUO FIGLIO. UNA PARTE, DICE A GRAZIA, CHE L’HA RICONCILIATA CON L’AMORE, GLI ERRORI E GLI ADDII DEI SUOIO GENITORI STAR, IL CANTANTE SERGE E L’ATTRICE JANE BIRKIN

Ho appena visto Charlotte Gainsbourg nel suo prossimo film, La promessa dell’alba di Eric Barbier. Sono certa che sia l’interpretazione  cinematografica migliore della figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Non ci sono scene di sesso, o di morte, e nemmeno atroci  torture, come ci aveva abituati nei film Antichrist e Nymphomaniac del regista Lars Von Trier. Ma nonostante questo, la donna che vedremo sugli schermi dal 14 marzo nei panni di una madre eccessiva e lievemente mitomane mi è sembrata molto più estrema che in passato. Gainsbourg è Nina, madre coriacea, ebreo polacca, che dalla Lituania, fra mille peripezie, porta  il figlio nel sud della Francia per fuggire dalle conseguenze della presa di potere di Hitler in Germania. La storia è tratta dal bestseller autobiografico sulla straordinaria vita di Romain Gary (interpretato da Pierre Niney), uno dei più famosi romanzieri francesi, l’unico ad aver vinto due volte il Goncourt Prize. «Ho girato il film mentre registravo il mio ultimo disco, Rest, non ho mai avuto un parte come questa, in cui presto il volto a una donna fra i 30 e i 60 anni. Avere un altro corpo, un’altra voce, parlare il polacco, sono stati una liberazione per me, ho potuto esplorare un’identità diversa.  Questo film mi ha resa più forte». Libertà è una parola che questa attrice e cantante dalla voce eterea pronuncerà molte volte durante la nostra conversazione. La sensazione è abbia trovato la serenità  e che i tempi in cui si torturava con i personaggi di Lars von Trier siano alle spalle. Così come il lutto che l’ha colpita quando la sorella Kate Barry si è tolta la vita, cinque anni fa: era la persona a cui era più legata in assoluto. Subito dopo si è trasferita a vivere a New York con la famiglia, il regista Yvan Attal e  tre figli Ben, Alice e Joe, 21, 16 e 7 anni. «Non riuscivo più a respirare a Parigi, troppi ricordi dolorosi. Per un po’ di tempo starò via dall’Europa, poi si vedrà».

(Continua…)

Intervista integrale su Grazia del 7 Marzo 2019

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Reinout Scholten van Aschat: L’arte della quiete

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FRA CALMA E COMPOSTEZZA NATURALE, LO STILE NORDICO DELL’ATTORE E MUSICISTA CHE CI HA INCANTATI CON CAPRI REVOLUTION DI MARTONE. E LO FARA’ DI NUOVO, A BREVE…

L’attore e musicista fiammingo Reinout Scholten Van Aschat fotografato da Philip Riches per D La Repubblica


«Quando mi sono sdraiato su quel materasso, posando per queste foto, mi sono sentito catapultato sul set di Martone». Siamo ad Amsterdam, la luce fuori che filtra dalle grandi finestre è ancora invernale. Nello studio di artista ci sono fogli e colori ovunque, e le risonanze con Capri Revolution, in concorso all’Ultima Mostra di Venezia, sono molte. Lì era il magnifico Seybu, personaggio ispirato al pittore Karl Diefenbach che a Capri creò una comune fra il 1900 e il 1913. Il film spostava i fatti più avanti, però, collocandoli alla vigilia della prima Guerra mondiale. E il suo protagonista allargava l’orizzonte, diventando un artista performativo che inglobava la danza moderna, la natura, la musica e soprattutto l’idea di una radicale rivoluzione umana in cui il rapporto con la natura è di nuovo al centro.  In tutto questo Reinout Scholten van Aschat, «un nome altisonante, ma non sono un nobile», è una specie di Cristo e indossa solo una veste bianca. Ironia vuole che il film che sta per girare sia di natura tutt’altro che pacifista. The East, di Jim Taihuttu, racconta la Guerra d’Indipendenza dell’Indonesia, avvenuta fra il 1945 e il 1949. «Quando i giapponesi furono cacciati, gli indonesiani avrebbero voluto essere indipendenti ma il governo olandese mandò qui molti giovani facendoli combattere per mantenere la sua colonia. Non erano preparati a nessun livello, ma il governo diceva loro “cacciate i terroristi”. Come è accaduto in Afganistan, Iraq e Siria, in realtà i terroristi erano solo uomini che combattevano per la libertà.  I nostri nonni hanno fatto quella guerra ma non ne parlano, è stata un trauma». Da olandese cresciuto in una famiglia di artisti, era il minimo che finisse su quel set, penseresti. «Ma è un caso, non conoscevo il regista né lui sapeva che ho una madre indonesiana, anche se non si direbbe. I geni sono nascosti, forse se avrò dei figli si vedrà in loro».

(continua…)

Intervista integrale su DLui, inserto di La Repubblica, numero di Marzo 2019

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Pedro Almodovar, «A cuore aperto»

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LA FAMIGLIA È AL CENTRO DEL SUO CINEMA. VENT’ANNI FA HA VINTO A CANNES CON TUTTO SU MIA MADRE. ORA PEDRO ALMODÓVAR ESPLORA LA SUA VITA CON DOLORE E GLORIA

Il regista Pedro Almodovar, 70 anni (foto di Nico Bustos per GQ Italia).

Colpo di teatro di Pedro Almodóvar. Che stesse girando il suo ventunesimo film, Dolor y gloria, si sapeva. Un po’ meno invece sulla storia e la data di uscita nelle sale. Ma all’improvviso annuncia che è tutto pron- to, che il 22 marzo gli spagnoli potranno ammirare il suo lavoro, che a maggio sarà in Italia. Storiona di famiglia, molto auto- biografica. Proprio 20 anni dopo (gli stessi che compie quest’anno GQ), quel Tutto su mia madre che gli fece vincere il premio per la miglior regia sulla Croisette.


Perché questo film adesso? In Italia ci fa pensare a 8 1⁄2 di Fellini. Spero che non mi paragoniate a 81⁄2, perché perderei il confronto. Tutti i miei film mi rappresentano, ma di sicuro Dolore e gloria mi rappresenta più profondamente. Non so perché l’ho scelto proprio ora, ho l’impressione di non aver scelto io il tema del film, ma che sia stato il tema del film a scegliere me. Generalmente non sono consapevole del perché giro un certo film o un altro; sono consapevole della necessità di affrontare determinati argomenti in determinati momenti, ma non dei motivi.

Il suo ottavo film con Banderas dà un’immagine diversa di questo attore?

Secondo me sì. Quando ho lavorato con lui negli anni Ottanta, era molto giovane e quel che mi interessava di Antonio Banderas era la sua passionalità, la follia travolgente che dava ai suoi personaggi. Ora Antonio ha sessant’anni, continua a essere un uomo molto affascinante, ma sul suo viso vedo i due o tre interventi al cuore che ha subito negli ultimi anni, la sua esperienza con il dolore. In Dolore e gloria Antonio offre un’interpretazione per me inedita, gesti mi- nimi, emozioni controllate, una solitudine interpretata con grande economia di risorse. Per me è una sorta di nuova nascita per Antonio Banderas, o quanto meno l’inizio di una splendida tappa di maturità.

E Penélope Cruz sarà sua madre?

Penélope Cruz interpreta la madre di Antonio Banderas negli anni Sessanta, quand’è bambino. Penélope fa nuovamente la casalinga di campagna, in un momento in cui la Spagna non è ancora uscita dal dopoguerra. Per questo il suo look e la sua interpretazione sono molto diversi dalla madre che interpretava in Volver – Tornare.

Nel film c’è una canzone di Mina. Perché ha scelto proprio questa?

La scena si svolge all’inizio degli anni Sessanta e Come sinfonia appartiene a quell’epoca ed evoca la luce e la sensualità dell’estate mediterranea. E inoltre Mina è quasi parte della mia famiglia e io volevo che nel film tutto mi risultasse familiare: gli attori, le opere d’arte che si vedono alle pareti, le canzoni e, naturalmente, le emozioni, le emozioni più profonde.

Non ha studiato cinematografia, ma è diventato uno dei registi più famosi del mondo. Come ha fatto emergere il suo stile?

Quando arrivai a Madrid nel 1969, il generale Franco aveva appena chiuso la Scuola di Cinema. Avevo pensato di studiare lì, ma non essendo possibile, acquistai una videocamera Super 8 e nel corso degli anni Settanta girai molti cortometraggi di diverso minutaggio: 5, 10, 30 minuti; e riuscii anche a girare un film. Questa fu la mia unica scuola e si rivelò molto utile. Il Super 8 non è come il video, il Super 8 è cinema, viene girato in negativo. E io presi molto sul serio sia la parte relativa alla scrittura della sceneggiatura, sia la direzione degli attori e quant’altro. Le mie preoccupazioni principali e le tematiche che avrei affrontato anni dopo erano già presenti in questi film. Lo stile, come ogni processo di presa di coscienza, si scopre con il tempo e ci si arriva – almeno nel mio caso – in modo spontaneo, prendendo decisioni di pancia.

Come il regime di Franco influenzò lo stile degli uomini?

Fino al momento in cui il regime non iniziaa indebolirsi, il modo di vestire, i colori, le acconciature dei capelli degli uomini spagnoli dipendevano da convenzioni sociali molto repressive. Chi non si adeguava, rischiava di finire alla polizia solo per il suo aspetto. C’era pochissimo spazio per coltivare personalità e gusti nel vestire. Nonostante sia stato un Paese intrappolato dalla dittatura, la Spagna cominciò a raccogliere influenze dal resto del mondo dopo il 1965, quando ebbe inizio il processo di sviluppo della nazione. Alla fine degli anni Sessanta irruppe lo stile hippy, soprattutto nelle grandi città, con l’influsso di Carnaby Street. Questo cambiò radicalmente il look dei giovani spagnoli, che divenne più colorato e audace. Chi sognava di lavorare in banca indossava un noioso abito con giacca e cravatta (do- minavano i colori grigio, beige e marrone) e coloro che si sentivano liberi dal consumismo e volevano non solo l’amore libero ma il recupero del rapporto con la natura, si vestivano in un modo ritenuto insolito fino ad allora; inoltre arrivano il pop e la psichedelia. La rottura in termini di look maschile è radicale. Tutti i tipi di stampe possibili e accessori per tutto il corpo. Sono stati gli anni del trionfo della bigiotteria e dei colori e dei tessuti sgargianti e luminosi. Negli anni Settanta, delusi dagli hippies, i giovani spagnoli divennero politicizzati, specialmente nelle università.

(…continua)

L’intervista esclusiva per GQ è sul numero di marzo 2019

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Incontri on the road, Viggo Mortensen

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POETA, SCRITTORE (DI TANTE LETTERE), REGISTA. VIGGO MORTENSEN È UN SOLITARIO IN TOURNEE CON GREENBOOK

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«Scrivo molte lettere e cartoline, e adoro riceverle. La stranezza è che gli uffici postali non sono efficienti come quelli di una volta, in Europa come negli Stati Uniti i finanziatori non vogliono investire nel settore. Ma io sono spesso davanti alle buche delle lettere, alimento il mercato». Polo grigia con giacca e pantaloni blu, macchina fotografica in mano, Viggo Mortensen riesce sempre a spiazzarti con una storia mai sentita prima. Come questa. «Da giovane non ero un tipo socievole, tendevo a evitare sia chi mi piaceva sia le persone di cui non mi fidavo. Ma trovandomi in situazioni in cui non avevo via d’uscita, in paesi stranieri, ho trascorso tempo con persone che non avrei frequentato, e questo mi ha cambiato. Ho dovuto capirle, comprenderne anche la lingua, conoscere i loro background, diversi dal mio. E sono diventato più curioso, è stata mia madre a incoraggiarmi in questo senso». Grace Gamble, americana, incontra Viggo Peter Mortensen Sernior, danese, a Oslo, Norvegia, poco dopo lo ha sposato nei Paesi Bassi. Se il loro primo figlio scrive sceneggiature mentre è in volo sull’Oceano, intasa le buche delle lettere, parla sette lingue e ha due fratelli minori che fanno i geologi, invece di lavorare in banca, un motivo c’è. Per esempio il fatto di aver vissuto fra Venezuela, Danimarca e Argentina, e di essere stati mollati da soli in un collegio isolato sulle montagne, a soli sette anni.  «Quel modello di educazione anglosassone non è per tutti. Io mi sono fatto degli amici, sono sopravvissuto, ma altri bambini ne hanno risentito a livello psicologico».

Anche gli inizi della carriera non sono stati facili per lui, se si pensa che Jonathan Demme e Woody Allen hanno tagliato le uniche scene in cui era presente, e che Oliver Stone all’ultimo gli ha preferito Willem Dafoe per il suo sergente Elias. Poi però Sean Penn lo ha voluto nel suo Lupo solitario, sigaretta in bocca e petto nudo, e da lì in avanti nessuno lo ha più fermato. In questi giorni è in Ontario, Canada, per girare il suo primo film dietro la macchina da presa: Falling, una storia scritta partendo da eventi della sua famiglia che vedremo il prossimo autunno.  Intanto è al cinema con Green Book,  il film di Peter Farrelly visto in anteprima europea al Festival di Zurigo, vincitore di 3 Golden Globe e candidato a 5 Oscar (miglior film, attore protagonista, non protagonista, sceneggiatura, montaggio) . È la storia vera del buttafuori italoamericano Tony Lip Vallelonga (in seguito attore noto per il ruolo del boss Carmine Lupertazzi ne I Soprano) che fece da autista al jazzista nero Don Shirley, in tour fino nel sud degli Stati Uniti. Siamo negli anni Sessanta, ma per molti versi quel paese razzista e classista assomiglia all’America di Trump. Nonostante questo, e le differenze fra i due uomini, fra loro nascerà un’amicizia profondissima.

Green Book mette al centro una convivenza forzata fra due uomini, che sono spesso in auto insieme e si guardano attraverso lo specchietto retrovisore. «Il film racconta una storia che fa pensare, magari anche ridere, ma non dice tutto. Sei tu spettatore a farti la tua idea su quel momento storico, a fare i collegamenti con quello che stiamo vivendo oggi, ma non ti viene detto come farli. Detesto quando un artista, o un film, si impongono, e inconsciamente sottintendono “io ne so più di te”, è molto più interessante attrarre le persone con la qualità di quello che si fa».

Ha dichiarato che insieme a Dangerous Method e a Far from men, è stato il peggior film dal punto di vista delle paure che ha scatenato in lei.  «Non sono italoamericano, anche se capisco la vostra lingua più di molti americani, inclusi alcuni italoamericani e sono stato in grado di aiutare nella traduzione di alcune frasi per la sceneggiatura».

Lei è un po’ maniacale, nel lavoro… «Ho detto a Peter che la storia era bellissima, il personaggio anche e alcuni dei migliori attori che abbiamo sono italoamericani. Insomma, c’era chi lo avrebbe interpretato meglio di me».

E il regista? «Mi ha risposto che se gli ero sembrato credibile nei panni di un assassino russo, in La promessa dell’assassino, potevo farlo anche in quelli di un tassista italoamericano. La svolta è stata l’invito a pranzo dalla famiglia di Tony,  nel loro ristorante in New Jersey, il Tony Lips. li ho osservati, mentre siamo stati seduti a tavola per ore, e ho capito che sarebbe stato un gran lavoro ma potevo farcela. Finalmente avevo qualcosa da imitare».

(continua…)

Intervista di copertina pubblicata su GQ di febbraio 2019 

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SANREMO 2019- I miei voti alla seconda serata

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Claudio Baglioni. Un artista di serie A che sembra il fantasma del conduttore dell’anno scorso. Fatto che dimostra una volta in più che un artista deve stare lontano dai giochi politici, possibilmente anche dall’Auditel, altrimenti la paga carissima. Baglioni ci è cascato in pieno, il perché (i perché) sono fatto che si vedrà con se stesso. Voto 6
Achille Lauro. Anche concentrandomi per cercare un motivo che giustifichi il nome che usa,  non l’ho trovato. Il suo pezzo musicalmente non mi dice niente, anzi, mi parla di una persona che non sa dove mettersi, non abbastanza convinta nemmeno di quello che canta. Se poi guardo com’è vestito (e non dovrei farlo, non c’entra), penso anche peggio. Voto 5
Einar. Ha una bella faccia, è giovane. Ma non c’è molto altro in quello che canta. Sembra educato, però, e non è poco. Voto 5.
Il Volo. Cantano bene, per carità. Li ho volutamente ascoltati dall’altra stanza, per non vederli, e la loro voce è attraente. Però mi sembrano studiati e un po’ finti.  Voto 5/6. 
Arisa. È cresciuta, è molto più sicura di sé e si sente da come canta. Perfettamente. Ha preso un bel rischio, con un pezzo complicato che sembra un musical in cui di orecchiabile c’è solo una piccola parte. Diciamo che il suo è un pezzo al limite, ma almeno è originale. Voto 6.
Mannoia-Baglioni. Belli in tutti i sensi. Professionisti a tutto spiano, senza se e senza ma.  Funzionano e basta, e si tira il fiato. Voto 8
Nek. È molto sicuro di sè e sa come si sta su un palco. Il pezzo non è straordinario ma prende, con quel beat. Voto 7.  
Silvestri. Rivederlo è un piacere perché si vede innanzitutto un uomo, qualcuno che è maturato in generale, non nella ricerca di un nuovo look o di un nuovo sound. Il pezzo è proprio giusto, originale, ben incarnato, netto. Il contenuto è molto importante, cosa vogliamo di più? L’accoppiata con Rancore perfetta. 8,5. 
Ex Otago. Alzandomi dal divano un attimo ho pensato che fosse arrivato Jovanotti a cantare, poi ho capito che è colpa della “s”. Per carità, lui è anche carino, e quindi? Voto 5/6. 
Marco Mengoni. Cresciutissimo, e con accanto Baglioni è anche più facile. Insomma, mi è molto piaciuto, se posasse lo sguardo da qualche parte, almeno per un momento, anche meglio. Voto 8. 
Ghemon. Un artista che si fatica a comprendere, che ha una sua originalità. Comunque domani me ne sarò dimenticata. Voto 6. 
Loredana Berté. È una sicurezza, e non ce n’è. È potente, anche nell’anima, e ti inchioda lì. Il pezzo funziona, ti martella per bene, mentre lei fa Vasco. Se poi qualcuno la aiutasse nel ricordarle che le sue gambe sono bellissime, lo sono sempre state, ma che con un altro look forse riuscirebbe a fare due passi su quel palco e sarebbe perfetta, grazie. Voto 7,5. 
Paola Turci. Il pezzo non è male, ma passa in secondo piano perché spinge troppo sull’imporsi fisicamente con i suoi look. Si sente una donna a metà fra la Nannini e Carmen Consoli e ci si ritrova spiazzati. Insomma, non capisco chi è lei. Voto 6. 
Negrita. Non so a voi, ma a me i movimenti del  frontman sul palco fanno passare la voglia di ascoltarlo. E lo trovo al limite del guardabile. Voto 5. 
Federico Carta e Shade. Sono bravini, e la loro canzone è carina. Forse in radio funzionerà anche. Voto 6. 
Pio e Amedeo. Non sono cantanti, ma li voto perché sono di una bravura straordinaria. Naturalissimi, intelligenti, perfettamente autoironici (col nostro paese) e disarmanti nelle verità che sbeffeggiato. Voto 8,5.

Jason Momoa, gigante sensibile cresciuto dalle donne

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L’attore produttore e regista Jason Momoa, 39 anni, con la moglie Lisa Bonet, 49 anni. 

«Al liceo ho studiato biologia marina, sono molto collegato al mare e so per esperienza che nella vita certi cerchi vanno chiusi». Ha una voce molto suadente, Jason Momoa, quando racconta il suo legame speciale con gli oceani. Lui è una montagna d’uomo con molti segni particolari, a cominciare dalla cicatrice sul sopracciglio sinistro e dall’abitudine di viaggiare sempre con cinque chitarre al seguito. Non vuole tagliarsi i capelli, lunghi e scoloriti dal sole della California, nemmeno per motivi di copione. Ambientalista, vive nella sua proprietà a Topanga Canyon, California, con la moglie  Lisa Bonet e i loro due bambini, con cui appare spesso impegnato in ogni genere di sport sul suo profilo Instagram. Per il ruolo della svolta, quello di Khal Drogo in il Trono di spade, si è addirittura scatenato in una danza Maori davanti ai produttori. Il suo film preferito però è Lo scafandro e la farfalla,  di Julian Schnabel che, guarda caso, è anche un pittore, come suo padre. Poi c’è l’acqua, una specie di destino.

Nato alle Hawaii 37 anni fa da madre americana e padre hawaiano, faceva il modello quando gli hanno dato una parte nella serie tv Baywatch. Dopo una piccola presenza in Batman v Superman nei panni di Aquaman (ed essere stato lo stesso personaggio in Justice League) ora è di nuovo l’eroe mezzo uomo e mezzo atlantideo della DC Comics, ma stavolta da vero protagonista. Aquaman, uscito l’1 gennaio, è il primo film che si regge sulle sue spalle, dopo 17 anni di carriera. «Non ho dovuto fare molta strada per trovarlo, ho un Aquaman dentro di me. È un solitario, nasconde la tristezza dietro la rabbia e ha un senso dell’umorismo unico, che però non gli consente di aprirsi agli altri. Non conosce ancora i propri poteri ma è destinato a diventare re, quindi deve tornare in contatto con se stesso».

Un hawaiano cresciuto in Iowa, si è sentito un diverso, escluso? «Adoro il Midwest ma non c’entrava niente con me, da bambino hawaiano ero completamente disorientato. Poi però sono tornato alle Hawaii e mi sono sentito un emarginato anche lì. Conosco la solitudine, il feeling di non appartenere a nessun luogo».

Figlio di genitori separati da migliaia di chilometri, l’ha cresciuta sua madre: come ha influito su di lei? «È una fotografa, una donna molto artistica che mi ha insegnato a essere in contatto con le mie emozioni. Se sono capace di esprimermi lo devo a lei e a mia nonna, che viveva con noi. Essere forgiato da donne è stato un bene, soprattutto per quelle che sarebbero entrate dopo nella mia vita, mia moglie Lisa e mia figlia Lola Iolani».

(continua…)

Intervista esclusiva pubblicata sul numero di  GQ di Gennaio 2019

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Matt Dillon: «Nelle mente di un serial killer».

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Con La casa di Jack Matt Dillon ha accettato il ruolo più scomodo, e anche doloroso, tra gli oltre sessanta della sua carriera. Interpretare un feroce assassino di donne, con la regia di Lars von Trier, è stato un rischio. Grazie al quale ha trovato la verità, come racconta in questa intervista esclusiva per D La Repubblica

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L’attore americano Matt Dillon, 55 anni, fotografato per D la Repubblica. 

Chi pensa che le star di Hollywood siano fatte con lo stampino, dovrebbe incontrare Matt Dillon. In completo blu di grisaglia con polo bianca, il ragazzo che ha faticato a smarcarsi dai paragoni con James Dean oggi sceglie il basso profilo. E approccia il pacchetto celebrità come farebbe un marziano appena atterrato sulla terra. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta è stato il sex symbol di Rusty il selvaggio e I ragazzi della 57° strada, il poster boy di tutte le adolescenti del pianeta, ma la cosa sembra riguardare un altro. Ed è strano, considerato che si è appena preso un rischio gigantesco, uno di quelli che si prendeva Marlon Brando: si è messo nelle mani di Lars Von Trier e ha accettato il ruolo di serial killer che uccide ogni donna che incontra, in certi casi anche con i rispettivi figli. La casa di Jack, il titolo del film, è un viaggio nell’inconscio dell’essere e presentato all’ultimo Festival di Cannes, che ha comprensibilmente creato scompiglio, con un centinaio di  spettatori che hanno lasciato la sala durante la proiezione. Il marchio di fabbrica del regista danese è il solito, sette anni fa era stato espulso dalla Croisette come “persona non grata” per alcune infelici uscite durante la conferenza stampa del suo Melancholia, frasi come “capisco Hitler”, seguite da “ok, sono un nazi”. Matt sapeva in cosa stava andando a ficcarsi. «Io stesso avevo parecchie riserve prima di accettare il ruolo, capisco se qualcuno si arrabbierà andando al cinema. Ma Lars ha voluto raccontare qualcosa di vero sui serial killer, non c’è niente di gratuito». Voce roca e profonda alla Tom Waits, sceglie le parole con molta cura, e la spiegazione non è solo da attribuire al suo carattere. Per comprendere le parole di Dillon, 54 anni, figlio di immigrati irlandesi a New York e secondo di sei fratelli, occorre addentrarsi nella storia che ha radunato sul set Uma Thurman, Bruno Ganz, Riley Keough, Siobhan Fallon Hogan e Sofie Grabol. Siamo negli anni Settanta in Usa, e nel mezzo di un bosco c’è Jack alla guida di un furgoncino. Una donna (Uma) ferma lo sconosciuto e gli chiede un passaggio. Lui non apre bocca, mentre lei sembra vaneggiare in un crescendo di tensione che termina con un repentino scatto dell’uomo, che afferra una spranga e la uccide con colpi violentissimi. Così lo spettatore si fa un’idea di cosa lo aspetta per i successivi 155 minuti in cui, seguendo il percorso di questo uomo intelligentissimo e colto, si rende conto del suo profilo di omicida seriale. «Ci sono stati momenti in cui guidando verso casa sono scoppiato a piangere, è stato un lavoro che mi ha scombussolato a livello emotivo. Se dovessi spiegare La casa di Jack a mia madre, cosa le direi? È una donna molto sensibile alla violenza, ma è anche una persona che comprende l’arte e quello che cercano di fare gli artisti».

Dillon era già arrivato a interpretare un personaggio estremo nel 2004, il poliziotto razzista di Crash diretto da Paul Haggis per cui si è aggiudicato candidature agli Oscar e ai Golden Globes. «Quello di Crash era un uomo molto oscuro ma che aveva ancora un barlume, i sensi di colpa», teorizza, «mentre per Jack ho capito che dovevo avere un vuoto là dove la maggior parte di noi sente. La sfida nel recitarlo è stata tagliare le emozioni, guardare qualcuno che stava soffrendo ed essere indifferente: io non sono proprio quel tipo di persona. Ho fatto fatica anche a girare la tremenda scena della caccia che coinvolge una famiglia intera, come quella nell’appartamento della ragazza bionda (la Keough), perché hanno a che fare con l’umiliare una donna. Lars voleva che diventassi Jack, e mi ha detto che i personaggi maschili dei suoi film sono sempre stati degli idioti, questo era quello che più si avvicina a chi è veramente il regista. Sappiamo tutti che non è un uomo violento, ma ama farsi condurre fino a dove lo guida la sua immaginazione».

(continua…)

Intervista di copertina pubblicata su D La Repubblica del 12 gennaio 2018

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