Gaia Bermani Amaral, «Il mio cuore sa aspettare».

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di Cristiana Allievi

L’attrice Gaia Bermani Amaral, 40 anni (courtesy Andrea Ciccalè, Grazia)

L’ABBANDONO DA PARTE DI PADRE BRASILIANO. GLI INIZI CON LA PUBBLICITA’, POI LA SCOPERTA DEL CINEMA. IL ROMANZO CHE STA SCRIVENDO. L’ATTRICE E MODELLA GAIA BERMANI AMARAL RACCONTA A GRAZIA LE SVOLTE IMPREVISTE DELLA SUA VITA E L’OCCASIONE DI RECITARE UN FILM CAPACE DI METTERLA ALLA PROVA: UNA STROIA D’AMORE TRAVOLGENTE CON RICCARDO SCAMARCIO

La intercetto, non vista, mentre sta armeggiando con Zoom. Si sta preparando al nostro incontro, e in epoca di connessioni virtuali sappiamo tutte cosa significa: trovare  l’angolazione in cui la luce fa l’effetto migliore sulla nostra faccia. Non glielo dirò, durante il nostro incontro di lì a poco, ma la schiettezza della voce che ho sentito in quel frangente mi ha dato l’impressione di una persona solare, a cui non daresti i 40 anni che ha. Gaia Bermani Amaral è una modella nata a San Paolo, con madre italiana e padre carioca, che a nove anni è stata catapultata dal Brasile in Italia. Studi classici al Parini di Milano, si iscrive a Lettere finché uno spot della Tim con cui gira l’Italia in barca a vela, diventando di colpo molto popolare, la strappa ai libri. «Ero molto giovane e mi sentivo impreparata, temevo di bruciarmi», racconta con sorriso grande e voce squillante, e mi ricorda molto  Julia Roberts. Invece quell’esperienza è stata l’inizio di tutto, l’esordio al cinema, con un film d’autore come I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza,  la conduzione di Bi-live  sul canale musicale All music, il video clip di Afferrare le stelle, di Bennato, poi le serie tv come Capri e A un passo dal cielo. Dal 5 febbraio  la vedremo per la prima volta in un ruolo da protagonista in L’ultimo paradiso, accanto a Riccardo Scamarcio coproduttore e cosceneggiatore del film. Scopro con questa conversazione che  il regista del film Netflix, Rocco Ricciardulli , è anche il suo compagno, e che la storia è ispirata a una vicenda realmente accaduta a un parente della sua famiglia. Siamo nell’Italia del Sud, anni Cinquanta. Bianca (Amaral) ama Ciccio (Scamarcio), che però oltre a essere sposato con un’altra donna (Valentina Cervi) è anche  in conflitto con i proprietari terrieri, uno dei quali è il padre di Bianca. I due amanti progettano una fuga, ma un delitto d’onore li fermerà. Fino a qui è tutto vero, segue una chiusa poetica su cui non spoileriamo.

Come racconterebbe L’ultimo paradiso? «È la storia di un amore impossibile, con un finale simbolico, quasi surreale. Essendo milanese ho dovuto prendere lezioni di pugliese, il regista voleva che avessi solo un po’ di cadenza, essendo la figlia di un proprietario terriero non dovevo parlare il dialetto ma essere credibile in quei panni».

A cosa ha attinto per essere credibile come una donna del Sud? «Alle mie radici sudamericane, a quella sensualità che si respira in Brasile. E poi se da un lato sono molto dolce, dall’altro sono fumantina, ho spinto molto su questa parte del mio carattere».

Come ha avuto la parte? «Sono stata privilegiata, il mio compagno è il regista del film, non credo che altri avrebbero creduto in me per questo ruolo. Siamo insieme da quasi sette anni, ho sentito il suo racconto nel 2015 e ne sono rimasta colpita. Ho avuto tutto il tempo di entrare nella storia, che in realtà è accaduta in Lucania ma che noi abbiamo girato in Puglia».

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia del 4/2/2021

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Soko, finalmente consapevole di sorprendere (ancora)

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di Cristiana Allievi

L’attrice e cantante francese Soko, 30 anni (courtesy http://www.amyharrity.com)

Dall’altra parte del monitor la luce è abbagliante. A Los Angeles una donna si raccoglie i capelli dietro la nuca. Sorride, scherza, ammicca. Nella stanza accanto un bimbo si è appena addormentato, e quando si risveglierà lei esisterà solo per lui e per il loro momento di gioco insieme. Una normale scena famigliare, non fosse che dall’altra parte dell’Oceano c’è Soko, al secolo Stéphanie Sokolinski, l’artista che fino a una manciata di anni fa era nota per due motivi: essere la ex fiamma di Kristen Stewart e la musa di Gucci. Lo scenario, oggi,, sole californiano incluso, è molto cambiato per la polistrumentista, cantautrice e attrice nata a Bordeaux, ma di origini polacche. Si è lasciata alle spalle una vita con la valigia in mano e una serie di relazioni instabili, e ha ceduto al richiamo ancestrale di diventare mamma di  Indigo Blue (“abbiamo scelto il nome dalla canzone dei The Clean”), partorito due anni fa, che sta crescendo con la compagna Stella. “Sono in un relazione con una donna del mio sesso, e ho un bambino, sì, è possibile”, dice con un tono serio ma con un sorriso. Con il suo curriculum esistenziale, era perfetta per A good man, il film diretto da Marie-Castille Mention-Schaar in cui interpreta Aude, una donna che ama Benjamin, un transessuale (interpretato magnificamente da Noémie Merlant, la star di Ritratto di una donna in fiamme) e che non può avere bambini. Sarà proprio Benjamin a sacrificarsi per la coppia,  non avendo ancora completato la transizione a uomo. Basato su una storia vera, il film uscirà nelle sale francesi il 3 marzo (da noi prossimamente) mostra molto non detto sulle conseguenze psicologiche delle scelte della coppia, per esempio quando uno dei due rinuncia alla carriera per stare con l’altro. «Per la maggior parte della mia vita sono stata al posto di Ben, nelle relazioni», racconta. «Ho sempre vissuto correndo e ho preso grandi decisioni di vita dicendo ai miei partner  “io faccio questo, vuoi farne parte?”. Mi hanno seguita sui set, in tour o in qualsiasi cosa avessi già programmato, e lo hanno fatto a costo di grandi sacrifici. Ho sempre voluto lavorare su questo aspetto, riuscendo a far sentire l’altra persona speciale, e soprattutto ascoltata».

Nel 2006 il nome di Soko era balzato alle cronache per aver registrato I’ll Kill Her con un telefonino e avere spopolato su Myspace. E come si conviene a una donna che vive(va) di contrasti, da attrice ha attirato l’attenzione nei panni di una donna dell’Ottocento,  Augustine, la prima paziente “isterica” dalla storia della medicina.  Mentre è stato Io danzerò a regalare la fama internazionale, con la sua straordinaria rappresentazione di Loïe Fuller nel film basato sul romanzo di Giovanni Lista. L’anno dopo quel successo si è rinchiusa a scrivere le proprie storie. Il risultato è stato un terzo disco, Feel Feelings, uscito lo scorso luglio, con un video del singolo Are You a Magician? diretto dall’amica di lunga data Gia Coppola, nipote di Francis Ford. Un disco che celebra l’amore, naturalmente di ogni tipo, e che sembra frutto anche di una nuova consapevolezza. Arriva forte e chiara dai suoi ragionamenti. «Pensa che la maternità mi abbia cambiata?», sdrammatizza.

(continua…)

L’intervista integrale su D la Repubblica, 30/1/2021

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George Clooney, «Prendo sul serio il lavoro, non me stesso».

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di Cristiana Allievi

È stato appena eletto, per il secondo anno consecutivo, attore più sexy del mondo. Dirige e interpreta un kolossal ambientato nello spazio. Ma con noi ha rievocato gli anni in cui doveva lottare per un ruolo. E i fiaschi che si sono alternati ai successi. Come quella volta in
cui gli dissero di cantare…

THE MIDNIGHT SKY (2020) George Clooney as Augustine and Caoilinn Springall as Iris. Philippe Antonello/NETFLIX

È sorridente, abbronzato. E come spesso accade, in vena di scherzare. «Questa conversazione è la mia prima uscita dal lockdown, una specie», esordisce dalla sua casa di Los Angeles. Subito dopo aggiunge «sento mia suocera parlare nell’altra stanza…». Quasi una battuta a far dimenticare le voci di crisi del suo matrimonio con Amal.  L’attore nato nel Kentucky 59 anni fa e diventato famoso grazie al pediatra Ross di E.R. e a una vita da single impenitente, oggi ha due gemelli, Ella e Alexander, che riposano nella stanza accanto, non lontani dalle due prestigiose statuette vinte agli Oscar. Oggi la sua è una carriera densa di film, davanti e dietro la macchina da presa, eppure il 23 dicembre riuscirà a esordire di nuovo, con una prima regia di un film nello spazio. Netflix gli ha messo a disposizione un budget stellare per The Midnight Sky, basato sul romanzodi fantascienza del 2016 di Lily Brooks-Dalton, La distanza fra le stelle, che dirigerà e interpreterà a tre anni di distanza da Suburbicon. Sarà Augustine, un brillante astronomo con barba da Babbo Natale, capelli corti e occhi spesso sgranati, che nel mezzo di un’ambigua catastrofe globale manda messaggi disperati alla terra da un remoto avamposto nel Circolo polare artico in cui vive. Crede di essere solo, finché non incontra Iris (Caoilinn Springall), una bambina di otto anni, figlia misteriosamente abbandonata da un genitore scienziato.

(continua…)

L’intervista integrale è su Donna Moderna del 24 dicembre 2020

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Elio Germano: «È ora di sognare in grande».

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di Cristiana Allievi

Nel suo ultimo film Elio Germano è un ingegnere che realizza un’idea impossibile: costruire un’isola artificiale al largo della Romagna. «Adesso dovremmo avere tutti», dice, «l’entusiasmo di chi osa per dare un futuro migliore a tutti»

L’attore e cantante Elio Germano, 40 anni.

È di Elio Germano uno dei primi esperimenti mondiali di teatro in realtà virtuale. Con tanto di occhiali e cuffie, ha fatto immerge gli spettatori in una dimensione che confonde immaginario e reale.  Segnale d’allarme – La mia battaglia VR, tutt’ora in cartellone nei teatri italiani, non mi viene in mente per caso. Anche il personaggio che gli ho appena visto interpretare nel film di Netflix, disponibile dal 9 dicembre, è un ingegnere emiliano realmente esistito che ha avuto un’idea molto brillante.

Elio Germano  è diventato padre per la seconda volta, da poco. Ma difende la sua vita privata come un leone difende i suoi cuccioli. «Che elementi hai per dire che sono padre?», mi chiede quando accenno alla sua vita famigliare. Nel film L’incredibile storia de L’isola delle rose, diretto da Sydney Sibilia e prodotto dallo stesso con Matteo Rovere, è Giorgio Rosa, un uomo che nel Sessantotto si è inventato speciali pali d’acciaio su cui costruire un’isola al largo di Rimini. Una superficie di cemento di 400 metri quadri, fuori dalle acque territoriali, proclamato poi stato indipendente, che ha attirato presto l’interesse di stampa e gente in fuga da mezzo mondo.

Nel Sessantotto, anno in cui è ambientato il film, non era nemmeno nato. Come si è preparato a quell’universo? «Una persona molto presa da quello che studia, com’è l’ingegnere che interpreto, è un po’ la stessa in tutte le epoche. Sono quei tipi d’uomo che  non guardano nemmeno a come si abbottonano la giacca o si pettinano i capelli. Non hanno idea di quello che fa il loro corpo, sono tutti persi nella loro mente».

Stavo per dire che con i capelli rossicci un po’ più lunghi del solito, e giacche favolosamente eccentriche, ha il look migliore di sempre. «Che però il mio personaggio indossa con distrazione, un po’ come fanno questi geni di oggi, che poi sono più geni della vendita che dell’ideazione di un prodotto. Penso ai ragazzi della silicon valley, con quesi look monocromatici fatti di maglietta nera e jeans».

L’ingegneria è mai stata nei suoi piani? «Ho frequentato il liceo scientifico e mio padre è un architetto. Gli ho dato una mano in studio per un po’, quindi una possibilità c’è stata. Ti costringono a prendere una direzione a soli 14 anni, quando le uniche certezze che hai sono ciò che fanno i tuoi genitori i tuoi genitori, e mio padre aveva frequentato lo scientifico».

Però? «Io con la matematica non avevo feeling, all’Università ho scelto Filosofia».

Facoltà in cui trionfano le idee, come sull’isola delle rose. «La differenza è che l’ingegnere in questione ha un’idea geniale e la concretizza, direi quasi che prima di avere un’idea l’ha già costruita. Il suo intento è stato costruire qualcosa nel mare che si reggesse da solo. La sua invenzione più importante, e brevettata, sono pali telescopici simili all’antenna delle vecchia tv ma che funzionano al contrario: invece di andare verso il cielo, scendono sott’acqua, riuscendo a infilarsi nel terreno e a sopportare un grande peso».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 17 dicembre 2020

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Sophia Lillis, «Come nasce una famiglia».

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di Cristiana Allievi

Nel film Uncle Frank Sophia Lillis è una ragazza che scopre la forza dei legami di coppia grazie a uno zio gay e al suo compagno. «Spesso i personaggi che interpreto», dice l’attrice a Grazia «mi aiutano a crescere nella vita»

Sophia Lillis protagonista di UNCLE FRANK
(Photo: Brownie Harris Courtesy of Amazon Studios)

La scream queen è seduta sul divano di casa. Siamo a Brookliyn, dove è nata e cresciuta, e ha un sorriso contagioso, grandi occhi azzurri molto chiari e le lentiggini. Un look modernissimo che Sophia Lillis, 19 anni, miscela con una presenza da star d’altri tempi. A sette anni il patrigno, fotografo, l’ha convinta  a partecipare a un suo progetto cinematografico. Così è finita a studiare alla scuola di Lee Strasberg e con il fortunato remake ITdi Stephen King, a 15 anni, ha fatto impazzire i fan dell’horror. E dopo le serie Sharp Objectse I am not ok with this, oggi è Uncle Frank (su Amazon) a vederla brillare per bravura. Nel film scritto e diretto da Alan Ball è Beth, una teen che lascia la campagna nel sud per andare a studiare alla New York University, dove l’amato zio (Paul Bettany) è uno stimato professore. Scoprirà che ha un’identità nascosta (è  gay e ha un compagno da una vita) e lo vedrà affrontare un grosso trauma alla morte del padre, che è anche suo nonno.

(continua…)

L’intervista integrale è su Grazia n. 50

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Olivia Colman – Un’altra stagione per sua Maestà

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REGINA PERFETTA SUGLI SCHERMI, L’ATTRICE INGLESE CI PARLA DELLE NUOVE ANTAGONISTE NELLA SERIE (VEDI LADY D) E DI COME SIA PRONTA A DEPORRE LO SCETTRO

Il premio Oscar Olivia Colman, protagonista della quarta stagione di The crown, sulla cover di D La Repubblica del 14 novembre 2020.

di Cristiana Allievi

Nessuno sa mai cosa accade veramente nella famiglia Windsor, eccetto i Windsor.  E anche questo caso non fa eccezione: nessuno sa se Elisabetta II abbia mai visto la serie tv che racconta la sua vita e quella della famiglia reale, tanto più che per scrivere di loro, e rappresentarli in una fiction, non occorre avere autorizzazione da parte degli interessati. Mentre fonti autorevoli sostengono che i giovani rampolli di corte si siano piazzati davanti a The crown, l’unica certezza è che il nome di Olivia Colman resterà negli annali. La sua interpretazione della regina d’Inghilterra è magnifica, e la quarta stagione su Netflix dal 15 novembre lo marcherà  in modo netto. Il destino dell’attrice si è avverato grazie a un greco visionario, Yogor Lanthimos, che l’ha voluta in un film surreale in cui chi non trovava un partner entro 45 giorni veniva trasformato in un animale e spedito nella foresta (The Lobster). Subito dopo lo stesso le ha fatto indossare i sontuosi abiti di Anna Stuart, regina settecentesca dalla salute cagionevole e dal carattere umbratile. Al potere dal 1702 al 1714, e divisa fra due amanti del suo stesso sesso e 17 conigli (a ricordarle i figli, tutti persi), questa sovrana le è valsa un Oscar, un Golden Globe e la Coppa Volpi a Venezia. Poi è venuta l’Elisabetta della serie scritta da Peter Morgan che, nonostante ora si trovi a fronteggiare l’arrivo in scena della destabilizzante Diana Spencer, futura principessa del Galles, resta il fulcro intorno a cui tutto ruota. Perché mai come in questa stagione si capirà cosa significhi davvero far parte del regno più potente al mondo e far brillare solo lei, come un sole.

(continua…)

Intervista di copertina pubblicata su D la Repubblica del 14 novembre 2020

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Greta Thunberg, «Troviamo un vaccino anche per il pianeta».

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CON GI SCIOPERI PER IL CLIMA GRETA THUNBERG HA DATO VITA A UN MOVIMENTO GLOBALE PER FERMARE IL SURRISCALDAMENTO TERRESTRE. HA PARLATO ALLE NAZIONI UNITE, CONQUISTATO IL PAPA E LE SUE IMPRESE SONO ORA RACCONTATE IN UN DOCUMENTARIO. LA PANDEMIA HA PURTROPPO RALLENTATO LA RIVOLUZIONE ECOLOGISTA E LEI DICE A GRAZIA “L’EMERGENZA SANITARIA E QUELLA AMBIENTALE SONO COLLEGATE. DOBBIAMO AGIRE SUBITO”.

di Cristiana Allievi

L’attivista svedese Greta Thunberg, 17 anni (courtesy Torinotoday).

Greta Thunberg è stanca. Si è capito quando, all’ultima Mostra del cinema di Venezia, è stato presentato  I Am Greta – Una forza della natura, il docufilm su di lei. L’anno scolastico era appena ricominciato e l’ecoattivista svedese non voleva perdere le lezioni che aveva saltato per buona parte dell’anno passato, quindi aveva disertato la Laguna e l’opportunità di portare in Italia il suo messaggio contro il surriscaldamento globale in uno dei luoghi che più hanno da temere dall’innalzamento delle maree.
In realtà Greta è entrata nella fase due della sua battaglia. Dopo aver creato uno dei più significativi movimenti globali della storia recente, vuole fare un passo indietro e agire in maniera diversa. Nel frattempo, però, è diventata un’icona globale, come dimostra il documentario di Nathan Grossman che doveva essere al cinema in questi giorni e che è stato rimandato a causa della chiusura delle sale italiane in seguito all’emergenza Covid.  Il film inizia nell’agosto del 2018, con una giovane studentessa di 15 anni che si siede davanti al Parlamento svedese. Silenziosa, se ne sta dietro a un cartello che invita a fare uno sciopero per manifestare contro il cambiamento climatico. In pochi mesi, accompagnata ovunque dal papà, quella ragazza si troverà alla testa di un movimento globale. Persino il Papa, con una pacca sulla spalle, le dirà: «Brava, vai avanti così». Il racconto culmina con l’incredibile viaggio fatto del 2019 in barca a vela nell’Oceano Atlantico, viaggio che da Plymouth la porta a New York, all’Onu, per parlare al Summit sul clima. Sono immagini che, in poco più di un’ora e mezza, polverizzano le dietrologie che per mesi hanno voluto Greta in mano a qualche misterioso burattinaio. Così come è chiaro che la piccola svedese non ha mai cercato un’esposizione personale, tanto meno la gloria.  Nel momento in cui i Paesi europei stanno discutendo nuovi obiettivi climatici per il 2030 e parlano di una “virata verde” per uscire dalla crisi economica del Covid-19, lei chiede di più. E la sua richiesta è più che mai significativa, considerato che gli scienziati hanno già evidenziato la forte correlazione che esiste fra inquinamento e diffusione del Coronavirus.

(continua…)

L’intervista a Greta Thunberg è in edicola su Grazia del 5 novembre 2020.

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Chloe Sevigny

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DA ATTRICE FENOMENO INDIE DEGLI ANNI NOVANTA AD ATTRICE, REGISTA E MAMMA OUTSIDER 2020: NELLA VITA E IN WE ARE WHO WE ARE, LA NUOVA SERIE TV DI LUCA GUADAGNINO

di Cristiana Allievi

L’attrice e regista Chloe Sevigny, 46 anni, candidata ai Golden Globe e agli Oscar. Attualmente nella serie tv We are who we are, su Sky (courtesy Who What Wear).

Capelli corti. Bomber. Black boots. Non bastasse il look,  a ricordarle che è una donna determinata è la sua fidanzata, che la incoraggia con un “sei nata per comandare”. Suo figlio, un millennial ossigenato con lo smalto bicolore i cui desideri sessuali sono tanto effervescenti quanto confusi, le dice invece di odiarla. Del resto, lo ha sradicato dall’amata New York offrendogli in cambio una base militare americana in Veneto. È questo l’incipit intrigante di We are who we are, la serie tv Sky HBO in otto puntate di Luca Guadagnino di cui Chloë Sevigny, 46 anni, è protagonista. Ma la conversazione prende una direzione che non potrebbe essere più diversa da Sarah. «Ho appena avuto un figlio, si chiama Vanja e ha tre mesi. Il nostro lockdown è stato speciale, eravamo concentrati sul bambino e non ci dovevamo preoccupare di altre cose che di solito occupano la vita quotidiana. Abbiamo creato una routine tutta nostra prima che arrivasse, e quando è nato è entrato in una specie di bolla. Lo abbiamo nutrito e lui ha nutrito noi». E quando parla di “noi” Chloe Sevigny si riferisce al padre di suo figlio, il serbo Sinisa Mackovic,direttore della Karma Art Gallery di New York. «È il mio compagno, non ci siamo ancora sposati.  Un’amica artista voleva presentarci da tempo, ci siamo trovati per caso a una festa e ci siamo guardati a distanza». Un bel contrasto quello fra la Chloe che parla della sua vita vera e quella della serie di Guadagnino, in cui porta la famiglia a vivere a Chioggia in una base militare americana, completamente ricostruita dalla produzione per la serie tv. Con una compagna, Maggie (Alice Braga), in servizio nell’esercito Usa come lei, e il timido quattordicenne Fraser (Jack Dylan Grazer), un figlioalla ricerca della propria identità sessuale. «Sono cresciuta in un’epoca in cui il solo argomento era un taboo, ora è mainstream», racconta l’attrice e regista la cui carriera è iniziata proprio con quel Kids che aveva al centro sesso e droga, ed è proseguita con Boys don’t cry, in cui amava un transgender. L’apice della trasgressione però lo ha raggiunto con The Brown Bunny, in cui la fellatio (vera) al regista, Vincent Gallo, aveva fatto il giro del mondo partendo dal festival di Cannes.

(continua…)

Intervista di copertina pubblicata su D La Repubblica del 10 ottobre 2020

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Pierfrancesco Favino: «Le mie bambine sono tutto per me».

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di Cristiana Allievi

Suo papà gli ha insegnato a credere nel lavoro, nell’onestà, nella generosità. E ora l’attore, protagonista dell’emozionante Padrenostro che gli ha regalato la Coppa Volpi a Venezia, cerca di fare lo stesso con le 2 figlie: «Ogni energia è per loro»

L’attore e produttore Pierfrancesco Favino, 51 anni (courtesy The walk of fame).

Un padre negli anni di piombo. Un premio vinto per quel padre all’ultima Mostra del cinema di Venezia. E le parole pronunciate durante la cerimonia. « Un grande maestro diceva che i film sono come le stelle. Io dedico il premio a tutte le stelle che ancora nasceranno, e al brillare degli occhi nel buio». Adesso sono gli occhi di noi spettatori a brillare vedendo Pierfrancesco Favino al cinema  in Padrenostro. Però se gli si fa notare che – dopo questa Coppa Volpi che va a sommarsi a tre Nastri d’argento e 4 David di Donatello (solo per citare qualche premio), a 51 anni non è più solo un bravo interprete ma rientra nella categoria degli attori cult, lui sdrammatizza: «Penso che nella vita arrivi un momento in cui quello che si fa è veramente quello che si è». Padrenostro, che lo vede anche nelle vesti di produttore, è  ispirata a una vicenda accaduta alla famiglia del regista Claudio Noce. Siamo nel 1976 e Valerio (Mattia Garaci) è un bambino di 10 anni la cui vita viene sconvolta da un attentato terroristico ai danni del padre (Favino). Da lì in avanti la paura domina la sua vita, rafforzando la sua già sviluppata immaginazione. Finché non arriva Christian (Francesco Gheghi), poco più grande di lui, a fargli compagnia.

Cosa significa questo film per te? «Riguarda la mia infanzia, qualcosa che non solo mi ricordavo ma che mi coinvolgeva in prima persona. Parla di uomini che  conosco. Mio padre e quello del regista appartengono alla stessa generazione, hanno atteggiamenti simili nel modo di essere maschi. A loro era complicato parlare direttamente».

Chi eri tu a 10 anni? «Un bambino che andava a letto dopo il Carosello, e che dal suo lettino sentiva parlare i propri genitori e quelli degli amici, senza che loro lo sapessero. Quel tipo di famiglia, come la mia, decideva che non dovevi avere le preoccupazioni dei grandi, ma tu sentivi che quella preoccupazione era presente. E provavi una sottile angoscia».

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Intervista pubblicata su Donna Moderna dell’8 ottobre 2020

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Laura Morante: «Fino all’ultimo amore»

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NEL FILM LACCI È ÙNA MOGLIE CHE PER 30 ANNI RESTA INTRAPPOLATA IN UN MATRIMONIO FINITO. «SPESSO SIAMO INFELICI PERCHE’ NON ACCETTIAMO IL CAMBIAMENTO», RACCONTA A GRAZIA, «INVECE DOVREMMO ACCOGLIERLO PER ANDARE AVANTI».

di Cristiana Allievi

L’attrice e scrittrice Laura Morante, 64 anni, fotografata da Caludio Porcarelli (courtesy Grazia) .

La prima parola con cui Laura Morante da il via alla nostra chiacchierata dice molto del suo umore del momento. «“Decluttering”, mi sembra si chiami così questo eliminare il superfluo. Ho appena finito il libro di Marie Kondo, La magia del riordino, e penso contenga diversi segreti di felicità». Avevo già capito che l’attrice lavora sulla sottrazione da come ha attraversato la hall dell’hotel in cui ci incontriamo. Morante ha un’eleganza asciutta e il portamento da ex ballerina classica. «Per la fretta, togliendomi una lente a contatto mi sono fatta male a un occhio». Così mi spiega il motivo per cui  non si toglierà i grandi occhiali da sole che indossa durante la nostra intervista. In realtà alla fine lo farà, mostrando i suoi occhi sono luminosi. Ci incontriamo per il film che ha aperto l’ultima Mostra di Venezia, Lacci, di Daniele Luchetti, nelle sale. Tratto da un romanzo di Domenico Starnone, racconta la storia di Vanda (Alba Rohrwacher da giovane, Morante nella versione più matura), che è sposata con Aldo (Luigi LoCascio, poi Antonio Orlando), il quale si innamora della giovane Lidia (Linda Caridi) e abbandona moglie e due figli. Trent’anni dopo i due sono ancora sposati, ma tradimenti, rancore e vergogna sono ancora lì a separarli, con due figli cresciuti a ricordarlo (Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno). Nella vita vera questa attrice di cinema e teatro toscana, nipote della mitica scrittrice Elsa, è anche regista e scrittrice di romanzi. Sposata con Francesco Giammatteo, con cui ha adottato Stepan, 16 anni, ha altre due figlie dai precedenti matrimoni (Eugenia, 37, e Agnese, 34 anni avute rispettivamente con Daniele Costantini e Georges Claisses).

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 42 dell’1/10/2020

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