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Samuel Yann: «Il cammino che scioglie la rabbia di quei ragazzi»

20 domenica Set 2026

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema

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7 Corriere della sera, cinema frnacese, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, Samuell Yann, Santiago un cammino per ricominciare

di Cristiana Allievi

Foto del Cammino di Santiago dal film Santiago, un cammino per ricominciare (courtesy Officine Ubu).

Le sue mani sono grandi e porta vistosi anelli d’argento e pietre dure sull’indice e sull’anulare. Siamo a Parigi, dopo la visione in anteprima di Santiago, un cammino per ricominciare, il dodicesimo film del regista e sceneggiatore Yann Samuell. Un film in cui non si vedono facce note hollywoodiane, ma si resta incantati dai paesaggi e dalla storia che racconta.

Un milione e duecentomila spettatori nelle sale francesi, dal 24 settembre nei nostri cinema con Officine Ubu, si ispira a un libro, Marche et invente ta vie di Bernard Ollivier (Arthaud, 2015), che racconta una storia preziosa: il recupero di ragazzi tra i 14 e i 18 anni in grave difficoltà, spesso affidati alla giustizia minorile, ai quali viene proposta, come alternativa alla detenzione, una lunghissima marcia. Circa tre mesi e fino a 2.000 chilometri lungo il Cammino di Santiago, ciascun ragazzo accompagnato da un adulto. Per girarlo Yann è partito da Le Puy-en-Velay, in Francia, e ha fatto fare migliaia di chilometri a piedi alla sua troupe, alla ricerca di fattorie abbandonate, scorci di natura incontaminata, chiese romaniche inaccessibili in auto. «A un certo punto imbocchi una strada e capisci che stai vivendo quello che si chiama un’avventura», racconta a 7. «È stato qualcosa che non avevo mai vissuto in oltre vent’anni di regia: come essere su una nave in mezzo alla tempesta, riuscendo a portare a casa un lavoro davvero molto, molto toccante».

Questa storia di viaggio, e anche di un viaggio dentro se stessi, vede al centro Adam, un adolescente dalla vita turbolenta, e Fred, una professoressa che sta attraversando una difficile rottura sentimentale. Lei ha bisogno di rimettere ordine nella sua vita, lui di placare la rabbia e il senso di abbandono da parte della madre. Il Cammino di Santiago farà nascere fra loro un legame che guarisce entrambi, in modi inaspettati.

Di origini scozzesi, Yann Samuell è nato a Bry-sur-Marne, una manciata di chilometri da Parigi. Canta gospel, suona la cornamusa e al momento è alle prese con la storia di Louis Braille, inventore francese del codice che porta il suo nome.

Come le è venuta l’idea di Santiago, un cammino per ricominciare?
«Due giovani produttori mi hanno chiesto di raccontare una storia sugli adolescenti su scala globale. Ci siamo imbattuti in Marche et invente ta vie, scritto da Bernard Ollivier, che ha fondato l’associazione francese SEUIL. Entrano nelle carceri minorili e propongono ai ragazzi di intraprendere il Cammino di Santiago invece di restare semplicemente in detenzione. È un’associazione che lavora davvero uno a uno, abbinando un adulto a un ragazzo, motivo per cui possono seguire cinquanta, cento ragazzi al massimo ogni anno».

E li trovano sempre, gli adulti di “appoggio”?
«È più difficile trovare gli adulti che i giovani in difficoltà, perché non sai mai davvero quali siano le loro motivazioni. Alcuni arrivano con un atteggiamento quasi militare, tipo “sono forte, se succede qualcosa gli tiro uno schiaffo”, che è esattamente quello che non dovrebbe accadere. Altri invece sono troppo fragili e dopo una settimana crollano. Trovare persone con il giusto equilibrio è la cosa più difficile».

Dal film Santiago, un cammino per ricominciare (courtesy Officine Ubu)

Occorre essere psicologi?
«Non necessariamente, ma so che le persone vengono testate. I ragazzi sono davvero motivati a partire, non sempre vale lo stesso per gli adulti, che possono avere motivazioni personali».

Quella che vediamo è una storia vera?
«Non in senso stretto. Ho creato i personaggi da zero, basandomi su un contesto reale e su piccoli episodi veri che ho disseminato lungo il racconto. La cosa più interessante per me è che anche gli adulti hanno moltissimo da curare dentro di sé».

 Quanti anni ha questa associazione?
«Circa 25, e fino ad ora ha salvato più o meno 500 giovani dalla criminalità».

Ha dati sulle percentuali di recupero?
«Nell’85 per cento dei casi gli adolescenti che restano in carcere diventano criminali. Tra quelli che fanno questo cammino, l’85 per cento riesce a dare un senso alla propria vita, a trovare l’amore, costruire una famiglia, fare un lavoro che ama».

Ha parlato con centinaia di questi ragazzi per girare il suo film: cosa può dire dei risultati che ha visto lei?
«I ragazzi scrivono un diario durante il percorso, le loro testimonianze sono molto forti. Soprattutto raccontano cosa resta di quell’esperienza a dieci, quindici anni di distanza. Ragazzi e ragazze che hanno intrapreso il cammino da adolescenti hanno visto cambiare profondamente il loro modo di pensare, il loro mondo interiore, perché hanno scoperto di poter realizzare qualcosa di più grande di loro».

Ha compreso cosa cambia davvero, in loro?
«Dicono una cosa molto particolare: ogni volta che chiudono gli occhi hanno la sensazione di essere ancora in cammino. Quando sognano, sognano di camminare. Di andare avanti. Di lasciarsi il passato alle spalle».

Se oggi fermasse un ragazzo per strada e gli chiedesse: “Cammineresti per tre mesi, per 2.000 chilometri?”, cosa risponderebbe, se non fosse costretto dalle circostanze?
«Risponderebbe: “Certo che no, è una follia”. Significa lasciare il cellulare, gli schermi, gli amici, tutto. Ed è per questo che l’esperienza funziona».

Uno dei momenti toccanti del film è quando i ragazzi trascorrono una notte in un monastero: mentre i monaci cantano l’Ave Maria, il protagonista rappa su di loro. Come le è venuta l’idea?
«È ispirata a una storia vera. Una di queste coppie si è persa e ha bussato a un monastero per chiedere ospitalità per la notte. Dopo averli fatti cenare, i religiosi hanno chiesto al ragazzo di raccontare la sua vita, il suo viaggio. Quel ragazzo è rimasto colpito dal fatto che la sua vita potesse essere interessante per qualcuno, ha detto che è stato il momento più inaspettato della sua vita. Questo è il cuore della storia. Io ho aggiunto il rap».

Ho letto che canta gospel. Come è successo?
«Quasi per caso. Una quindicina di anni fa ero al Conservatorio, per uno dei miei figli, e un uomo stava cercando persone da coinvolgere. Ho spinto mio figlio a fare il passo, ma il signore mi ha detto: “Con lei ho trovato il mio tenore”».

E lei?
«Gli ho risposto: “No, non fa per me”. Lui ha insistito: “Sì che fa per lei, solo che ancora non lo sa”. È diventato un appuntamento fisso nella mia città, Bry-sur-Marne. Ogni giovedì sera cantavo, anche per sei ore. Negli ultimi anni ho smesso di farlo con regolarità, non ho il tempo. Però ho iniziato a imparare a suonare la cornamusa».

So che sta girando un nuovo film.
«Racconterà la vita di Louis Braille, l’uomo che ha inventato un sistema di lettura per i non vedenti. Era cieco e tutta la sua vita è stata una lotta continua. Ha inventato il braille a sedici anni ed è morto poco dopo».

Intervista pubblicata su 7 del Corriere della Sera del 18 settembre 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Viginie Efira, Le mille sfumature di una donna

06 lunedì Mag 2024

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, Cannes, cinema, Cultura

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attualità, cinema frnacese, Cristiana Allievi, figli, Il coraggio di Blanche, interviste illuminanti, madri, mariti, matrimonio, Niente da perdere, Valerie Donzelli, violenza, Virginie Efira

di Cristiana Allievi

«Ogni cosa, se osservata per abbastanza tempo, diventa interessante». La citazione di Gustave Flaubert sembra spiegare alla perfezione le scelte di Virginie Efira, attrice capace di gestire con grazia ruoli trasgressivi come quello di una suora italiana lesbica e ricca di fantasie erotiche, vissuta nel diciassettesimo secolo e poi accusata di blasfemia: la Carlini che ha incarnato in Benedetta. E proprio il regista del film, Paul Verhoeven, è stato colui che anni prima l’aveva trasformata da mattatrice della tv belga in una delle attrici più quotate Oltralpe, grazie a Elle (premio Cesar e miglior film straniero ai Golden Globe) e al ruolo di moglie dell’uomo sessualmente soddisfatto da Isabelle Huppert. Maggio è il mese della consacrazione di Efira grazie a due film in uscita: dal 2 è al cinema con Il coraggio di Blanche (Movies Inspired), film in Concorso a Cannes nel 2023. Tratto dal romanzo di Éric Reinhardt L’amore e le foreste (Salani), il lungometraggio di Valerie Donzelli è una storia di violenza domestica e psicologica, un viaggio nella mente di una donna che pensa di aver trovato l’uomo perfetto (l’ottimo Melvil Poupaud, che vedremo presto nei panni di un candidato alle presidenziali francesi nel film sul libro scritto da un ex primo ministro di Macron). Blanche lascia la sua famiglia e la sorella gemella con il sogno di farsi una nuova vita ma pian piano, e a fatica, realizzerà di avere accanto un uomo pericoloso che sta cercando di chiuderla progressivamente in una prigione. L’interpretazione di Efira è fisica, toccante e magnifica, e rende bene anche i rischi dell’immaginario in questo viaggio che è una specie di contraltare di Inferno di Chabrol, in cui il punto di vista della gelosia era quello maschile.
Dal 16 maggio sarà poi nelle sale anche Niente da perdere (Wanted cinema) un’altra storia di grande impatto emotivo in cui Efira si fa dirigere da una regista al primo lungometraggio, Delphine Deloget, per affrontare il dramma sociale della protezione dei bambini e l’ostilità di un sistema ottuso. Sylvie è una madre single di due figli difficili, una notte mentre è a lavorare e loro sono a casa da soli il piccolo ha un incidente domestico. In seguito a una denuncia, il bambino viene mandato in un istituto. Per Sylvie è l’inizio di un incubo che la rende instabile: combatterà con le forze che ha una lunga e dura battaglia amministrativa e legale per riportare a casa suo figlio e dimostrare la sua capacità di madre al mondo intero.

(continua…)

Intervista per Sette Corriere della Sera

@Riproduzione riservata

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