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BLOODY COCKNEY DIVENTATO SIR, È STATO TRA I PROTAGONISTI DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE CHE HA CAMBIATO L’EUROPA PER SEMPRE. LUI E QUALCHE AMICO (I BEATLES, GLI STONES, BOWIE, GLI WHO)…

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Michael Caine in uno scatto del 1965 per il Sunday Times (courtesy Icon Panorama).

«A 10 anni volevo già diventare un attore. Ma la mia classe sociale non lo prevedeva, nemmeno il mio accento. Figuriamoci pensare di diventare famosi, era fuori da ogni logica». La sua carriera è iniziata grazie a un paio di pantaloni. E molti altri sono gli aneddoti che ruotano intorno all’abbigliamento e al look. Il primo: a una recita scolastica sale sul palco per una pantomima, e tutti ridono. In realtà non è merito della sua bravura, ma della lampo dei pantaloni che è scesa. Non importa, lui ha trovato ciò che vuole fare nella vita. Poi ci sono gli abiti che separano una classe sociale dall’altra. «A Londra, negli anni Sessanta, lo speaker della BBC che dava le notizie si vestiva in giacca a cravatta, nonostante fosse in radio. La mia generazione ha messo in discussione quei valori. Abbiamo fatto una vera rivoluzione, con la musica pop, il cibo, il look colorato e informale rispetto agli standard britannici…». E quando si fa notare a Sir Michael Caine che è una leggenda di stile, oltre che del cinema, lui sfodera un altro aneddoto. «Il mio miglior amico era un sarto. Qualsiasi cosa dicesse aveva ragione. Ho perso un sacco di chili ultimamente, ma indosso ancora le giacche che ha cucito per me anni fa». Vengono in mente le immagini di Alfie, in cui cammina in doppio petto con le mani in tasca sulle note di Burt Bacharach: alto, biondo e con un paio di occhiali neri che anticipano di cinquant’anni anni quelli che Tom Ford ha fatto indossare a Colin Firth. Sempre una sigaretta accesa fra le dita.

Ha una semplicità che lascia sgomenti, lo capisci quando cita i suoi amici Doug Haywor – il sarto che è stato una star in Inghilterra – George Harrison e Ravi Shankar senza traccia di enfasi. La nostra lunga conversazione parte nel Myfair di Londra e termina sulla spiaggia del Lido di Venezia. All’ultima Mostra d’arte cinematografica ha presentato My generation, il docu film di David Batty in cui è presenza sullo schermo, voce narrante e produttore. Nelle sale dal 22 al 29 gennaio come vento, è un viaggio a ritroso fra i ricordi in cui parla (l’audio è originale) con i Beatles, gli Stones, David Bowie, Twiggy, ma anche con i fotografi più famosi dell’epoca, Bailey, Duffy e Donovan. Sembra uno sforzo fatto per farci capire cosa ha dovuto attraversare- insieme ai colleghi citati – per essere ascoltato. E a 85 anni suonati quello che ancora emerge è l’orgoglio del “bloody cockney”, per dirla con parole sue. Cresciuto in una famiglia povera della working class, suo padre scaricava casse al mercato e la madre era una cuoca. Vivevano in un appartamento di Camberwell, per strada incontrava Charlie Chaplin, anche lui di quelle parti e mai, in vita sua, avrebbe pensato interpretare i giochi psicologici di Gli insospettabili, o blockbuster come Lo squalo e la trilogia del Cavaliere Oscuro, accanto a film d’autore come YouthLa giovinezza, in cui Paolo Sorrentino lo ha voluto compositore e direttore d’orchestra ritiratosi in Svizzera a fine carriera. La miglior performance della sua vita, secondo il due volte premio Oscar (per Anna e le sue sorelle e Le regole della casa del sidro), che continua a girare un film dopo l’altro.

Si è mai reso conto di quanto la sua immagine sia forte? «Non sono mai stato un tipo fashion, mi definirei piuttosto un “mystic cool”. Vede come sono vestito, anche oggi? Ho uno stile severo, e indosso sempre capi di un solo colore, il blu chiaro».

Come si diventa icone di stile? «Il mio miglior amico era Doug Hayword, ha confezionato tutti i miei abiti».

Per i suoi ruoli sullo schermo? «Per la vita di tutti i giorni. Nonostante sia mancato dieci anni fa, e io abbia perso un sacco di chili, indosso ancora gli stessi abiti. Questa giacca che vede è sua».

A che stile si è ispirato negli anni della sua formazione? «A quello degli americani, che facevano sempre foto della working class, cosa che gli inglesi non hanno mai fatto. Quando eravamo giovani mia madre mi portava a vedere i film di guerra, e tutti quelli americani su questo tema parlavano di soldati semplici, mentre nei film inglesi di guerra ci sono sempre solo gli ufficiali, ci ha mai fatto caso?».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon Panorama, gennaio 2018

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