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«Con Lolita ho chiuso», parola di Ludivine Sagnier

23 mercoledì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Bonnie, Cristiana Allievi, François Ozon, Kim Chapiron, Love is in the Air-Turbolenze d’amore, Ludivine Sagnier, Ly Lan, Nicolas Bedos, Swimming Pool

È una delle attrici più quotate, e non solo in Francia, la sua patria. A Parigi, mentre allattava la sua ultima nata, ci ha spiegato perché con i ruoli da Lolita che l’hanno caratterizzata al suo esordio al cinema ha chiuso definitivamente. Adesso è tempo di tradimenti e la politica, ma solo sul set

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Gira per la stanza cullando tra le braccia la figlia Tam, di pochi mesi. È la terza arrivata e ha un nome vietnamita come il padre, il regista Kim Chapiron. Ludivine Sagnier arriva al nostro incontro struccata e mi confessa di aver dormito molto poco. Si scuserà più volte, durante la conversazione, perché Tam piangerà spesso e lei la allatterà davanti a me. L’attrice francese, 36 anni, diventata famosa nel 2003 con il film di François Ozon Swimming Pool, in cui interpreta il ruolo di una procace e seducente ragazza, ora è al cinema con Love is in the Air-Turbolenze d’amore, di Alexandre Castagnetti, con Nicolas Bedos. Non faccio in tempo a farle la prima domanda che, ecco, Tam piange: «Mi scusi, devo darle da mangiare. È la prima volta nella mia vita che faccio una cosa del genere durante un’intervista, mi vergogno un po’». Faccio per alzarmi ma lei mi dice di andare avanti con le domande.

Dopo Bonnie, 10 anni, e Ly Lan, 6, è arrivata alla terza maternità. È difficile organizzarsi? «Sì, come per tutte le donne che lavorano. Pianifico ogni impegno al millesimo di secondo».

Quante babysitter ha? «Una, più una persona che mi aiuta in casa, fine. Il resto lo faccio io, come ogni donna che lavora».

È un caso raro che una 36enne in carriera abbia tre figli. «Non in Francia. Anche l’attrice Isabelle Huppert ne ha tre. Ma forse ha ragione lei: tre sono tanti, si deve cambiare spesso l’automobile, pensare sempre più in grande».

È diverso adesso il modo in cui sceglie i film? «In questo momento ho meno voglia di assentarmi per lunghi periodi e di andare lontano da casa, ma credo fermamente che anche per i figli sia importante avere una madre realizzata. Lavorare fa bene».

Al cinema ha iniziato con personaggi simili al cliché dell’adolescente sexy alla Lolita, in Turbolenze d’amore è una single 30enne che sogna l’amore con la A maiuscola. È una svolta? «Tutti invecchiamo, non si può interpretare Lolita fino a 50 anni. Trovo che questa donna single sui 30 anni sia molto attuale. È giovane, vuole essere indipendente, ma ha comunque un’idea romantica dell’amore. Non trova tutto questo molto moderno?».

Il film affronta anche il tema del tradimento.
«È stato interessante studiare l’aspetto della gelosia. In Turbolenze d’amore si capisce quanto sia un sentimento che nasce dall’insicurezza. È bello vedere che cosa scatena un’emozione così forte e distruttiva: che il tuo fidanzato ti tradisca davvero o meno quasi non conta».

Lei è gelosa?
«No, ma so che stiamo parlando di un sentimento pericoloso quanto la tossicodipendenza. La buona notizia è che con una psicoterapia mirata si può guarire».

Ha già interpretato donne molto diverse tra loro. Con quale nuovo personaggio si cimenterebbe?
«Mi mancano le donne di potere, per esempio le politiche. Non ne ho nessuna in mente, ma è un mondo che mi attira».

Sono pochi i ruoli per le donne, al cinema? Il cinema è sessista?
«Purtroppo sì. Ci sono ruoli favolosi per le 20enni, poi per le 40enni: nell’età di mezzo, invece, sembra che non succeda nulla di interessante. Io sono troppo giovane per fare la 40enne e troppo grande per essere una 20enne. Ma non mi posso lamentare perché lavoro lo stesso».

Come si sentirebbe se le sue figlie facessero il suo mestiere?
«Bonnie, la più grande (avuta dall’attore Nicolas Duvauchelle, ndr), è già apparsa nei miei film, l’unica regola che ho dato è stata: “solo un giorno di riprese”. Le bambine vengono sempre con me sul set, dopo la scuola, do loro compiti speciali. Chiedo di annotare i nomi degli elettricisti, dei macchinisti, oppure di descrivere che cosa succede durante la giornata. Voglio che imparino che puoi fare molte cose su un set, che non c’è solo il mestiere dell’attrice e del regista».

Lei quale altro mestiere sogna?
«Amo cantare, vorrei farlo di più. E spero di girare presto il film scritto da mio marito».

 Intervista uscita su Grazia del 4 settembre
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Yann Arthus-Bertrand, il regista che racconta gli esseri umani

21 lunedì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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6 miliardi di Altri, Bettencourt Shueller, cambiamenti climatici, Cristiana Allievi, Earth from above, emergenza pianeta, festival di Venezia, Human, Onu, Yann Arthus-Bertrand

Yann Arthus Bertrand, regista, scrittore, giornalista e fotografo francese.

Yann Arthus Bertrand, regista, scrittore, giornalista e fotografo francese (courtesy of artfinding.com)

C’è un uomo che racconta cosa si prova a uccidere. Una donna che ammette quanto le sia costato seguire i desideri di sua nonna, invece dei propri. E poi c’è chi ha così fame da ridursi a raccogliere i chicchi di riso da terra, negli anfratti delle strade del proprio villaggio. Si procede così per tre ore e 15 minuti, il tempo in cui sono stati condensati quattro anni di interviste a esseri umani provenienti da ogni angolo del pianeta, dall’Alaska all’Equador, sui temi più diversi. Si va dall’amore alla fame, dalla criminalità alla sessualità, e le parole si alternano alla bellezza straordinaria delle immagini della natura, e della musica che le accompagna. Con Human lo scopo di Yann Arthus-Bertrand, regista, fotografo, cineasta, ambientalista, narratore e maestro indiscusso delle riprese aeree, era quello di consegnare un ritratto del genere umano nella sua globalità e nelle sue infinite sfumature. Dopo Home, il film inchiesta sullo stato del pianeta visto da più di 600 milioni di persone, il nuovo film verrà presentato in anteprima mondiale al festival di Venezia, il 12 settembre, in contemporanea con il palazzo delle Nazioni Unite a New York. A un certo punto di Human un bambino stregone che è stato cacciato dalla sua famiglia dice “abbiamo tutti una missione su questa terra, e tocca a me trovarla..”. È forse questa la lezione più importante che Yann vuole lasciare allo spettatore, come racconta ad Icon proprio a Venezia, a poche ore dalla proiezione del film.

Lei è un maestro indiscusso delle riprese aeree. Da dove nasce il suo interesse per questa visione dal cielo? «Quando avevo trent’anni io e mia moglie siamo andati in Kenia a studiare i leoni per scrivere una tesi. Volevo diventare uno scienziato, ma non avevo i requisiti necessari e non volevo tornare a studiare. Così ho pensato a un dottorato sul comportamento dei leoni, e abbiamo scelto di seguire un’intera famiglia».

Per quanto li ha seguiti? «Per tre anni, tutti i giorni. Io fotografavo, mia moglie scriveva. Il leone è stato il mio maestro, quando ho scoperto la fotografia, grazie a lui ho imparato tutto sulla della bellezza evidente e sulla pazienza. A un certo punto è arrivata l’esigenza di studiare l’aspetto della territorialità, avevo bisogno di vedere le cose diversamente. E dall’alto registri cose insospettabili rispetto a quando sei a terra».

A quel punto ha deciso di fare il fotografo per davvero… «Sono tornato in Francia, era il grande momento del National Geographic, di Geo, di Airone da voi in Italia. Sono diventato il fotografo di wildlife e ho smesso di studiare. Era una vita meravigliosa, giravo per il mondo e guadagnavo. Poi ho scritto un libro che ha avuto enorme successo, Earth from above, ho guadagnato abbastanza da poter creare la mia fondazione».

Com’è nata, invece, la sua passione per il racconto in immagini filmate? «Nel 1991 per un guasto a un elicottero sono rimasto qualche giorno in un villaggio nel Mali, presso una famiglia di agricoltori di sussistenza. Sono un milione nel mondo, persone che non vendono i loro prodotti, coltivano la terra per solo sfamare la famiglia, e non sanno né leggere né scrivere. In quei due giorni mi hanno raccontato la loro vita, le loro angosce sulla morte e la malattia, il dispiacere per il fatto che i figli non potessero avere un’istruzione. Sapevo già quelle cose, ma mi sono accorto che sentirle dalla voce delle persone era diversissimo dal leggere il racconto di un giornalista. Io, che facevo le riprese aeree di tutti quegli omini, ho iniziato a chiedermi cosa avrebbero avuto da raccontarmi. Da lì è iniziato il progetto di 6 miliardi di Altri, una mostra multimediale precedente a Human.

La sua scelta è di comunicare cose di forte impatto ma senza alcun sensazionalismo, né spinta. «Ciascuno di noi reagisce per come è, a ciò che vede. C’è chi mi ha detto che non ha potuto vedere il film completo, era troppo violento… Tutte le persone che si vedono sullo schermo sono me e te, sono uno specchio. Ma concordo sull’assenza di sensazionalismo, io preferisco raccontare la verità senza giocare, certo è che un bambino che dice di essere stato venduto dai suoi genitori, è violentissimo da ascoltare».

Cosa pensa del cinema “normale”? «Non sopporto più la violenza gratuita, gli attori che fingono di soffrire, oggi c’è una grande confusione tra realtà e fantasia. La violenza è qualcosa che parte dall’economia, vivo in un paese che è il terzo produttore di armi al mondo, un paese che difende i diritti umani e allo stesso tempo vende aerei e missili che uccideranno bambini, colpendo una scuola. Non capisco perché siamo ancora in questa dinamica di violenza e di odio, la morte di un bambino è un’idea inaccettabile per me».

I problemi più urgenti del pianeta quali sono, secondo lei? «Non sono economici, quanto i cambiamenti climatici e i rifugiati. Dobbiamo smettere di combattere e aprire la mente, il papa ce lo ripete ogni giorno. Se non lo facciamo, esplodiamo. Il mio film parla di questo, di che cosa siamo al mondo a fare, di cosa significa essere esseri umani e di qual è la nostra missione».

È facile da trovare, secondo lei? «Dico spesso che è relativamente facile avere successo nella propria vita professionale, mentre è molto più complicato riuscire nella nostra vita in quanto esseri umani. Ma è a questo che dobbiamo tendere, ed è per questo che dobbiamo usare la nostra intelligenza».

Il nuovo film, Human, ha il sostegno di due colossi dell'impegno umanitario, la Fondazione Bettencourt Shueller e la Fondazione GoodPlanet, dello stesso Arthus-Bertrand .

Il nuovo film, Human, ha il sostegno di due colossi dell’impegno umanitario, la Fondazione Bettencourt Shueller e la Fondazione GoodPlanet, dello stesso Arthus-Bertrand .

Nel suo film una persona dice che la vita dell’uomo è più facile di quella della donna. Lo crede anche lei? «Innanzitutto credo che le donne non abbiano abbastanza potere sulla terra. Hanno un’intelligenza istintiva che le porta dritte a ciò che è essenziale, e credo dipenda dal fatto che la loro ambizione è riuscire a creare una famiglia, per cui serve intessere relazioni. Mentre l’uomo cerca la realizzazione professionale, e vuole realizzarsi attraverso di essa. Ma la felicità passa attraverso le relazioni e la crescita insieme, non i propri interessi personali».

Dopo il 12 settembre Human potrà contare su una distribuzione capillare in tutto il mondo, grazie al sostegno di network, della rete, dei cinema e delle televisioni.

Articolo pubblicato su Icon Panorama di settembre 2015

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Vincent Cassel: «Non chiedetemi l’impossibile»

26 mercoledì Ago 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Miti

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Ariel Keliman, Cherau, Cristiana Allievi, Eyes wide Shut, Intimacy, Irreversible, maschi, Mon Roi, Monica Bellucci, Partisan, relazioni di coppia, Vincent Cassel, YSL

DICE CHE L’AMORE VERO NON FINISCE MAI, NEMMENO IL SUO CON LA BELLUCCI. HA IMPARATO SULLA SUA PELLE CHE IN OGNI COPPIA CI SONO SEGRETI INCONFESSABILI E TROPPI COMPROMESSI. E SA CHE SARA’ SEMPRE UN GENITORE IMPERFETTO. VINCENT CASSEL FA IL SUO BILANCIO SENTIMENTALE CON GRAZIA. E SVELA IL SUO UNICO TABU’

L'attore francese Vincent Cassel, 48 anni (courtesy of ohmymag.com)

L’attore francese Vincent Cassel, 48 anni, all’ultimo Festival di Cannes con Mon Roi (courtesy of ohmymag.com)

«Voi donne giudicate gli uomini, dalla mattina alla sera», mi dice. «Spostate di lato lo sguardo e pensate “Guarda questo come mi tratta, crede davvero di essere un macho…”. Adesso il trend è dire che il maschio è manipolatore e narcisista. Ma è tempo di piantarla». Non posso credere di essere nel pieno di una chiacchierata sul rapporto uomo-donna, di quelle che si fanno con le amiche più strette, con l’attore francese più sexy che ci sia. E il bello è che lui, icona del maschio dannato, imprendibile e per questo super seducente, sta demolendo lo stesso mito che rappresenta agli occhi delle donne. Maglietta nera aderente, pantaloni color nocciola in lino, l’attore e produttore 48enne, padre di due figlie, Deva e Leonie, avute dalla ex moglie Monica Bellucci, è un’ondata di elettricità. In Italia lo vedremo in Partisan, nelle sale dal 27 agosto, una sorprendente opera prima dell’australiano Ariel Kleiman, ma la nostra discussione si accende quando gli parlo di Mon Roi, film molto applaudito all’ultimo festival di Cannes che debutterà il 21 ottobre e poi arriverà anche in Italia. È la storia di un amore prima intenso poi distruttivo, in cui Cassel interpreta Giorgio, un seduttore incapace di legami profondi, innamorato solo della propria libertà di prendere e lasciare chi afferma di amare. L’attore riesce a mettere in luce complessità e contraddizioni maschili in cui molti uomini potranno rispecchiarsi, se avranno il coraggio di ammetterlo. Da qui nasce la provocazione con cui inizio l’intervista. Gli chiedo dove finisce Giorgio e dove comincia Vincent? «Noi maschi non siamo sempre attaccati al nostro egoismo. È una malattia diffusa ma non tutti ce l’hanno», dice l’attore. «La verità è che è dura, da uomo, far combaciare chi sei con le tue responsabilità, senza rinnegare te stesso».

Si sta lamentando perché il macho è stato deposto? «Sono felice di essere un uomo, ma i ruoli stanno cambiando, adesso anche le donne hanno le palle, e non so se è una buona notizia… Si comportano sempre più spesso come uomini, ma mi chiedo perché a noi non è permesso comportarci come donne».

Guardando Mon Roi ci si chiede per tutto il tempo chi ha ragione, il marito, che prima si prende tutto poi inizia con le crisi da mancanza di libertà, o la moglie, incapace di resistere al fascino di lui e ai suoi copi di testa… «La coppia è qualcosa di impossibile, o quantomeno diciamo che dipende dal tempo. Mi guardo intorno, quante persone stanno insieme per sempre senza fare enormi compromessi? Più conosci qualcuno, più riveli te stesso all’altra persona. E più sai che ci sono parti dentro di te che sembrano impossibili da ammettere».

Quindi, a un certo punto, l’amore può finire per sempre? «Ho sentito dire dell’amicizia, “chi non è tuo amico oggi, non lo era mai stato nemmeno prima”. Lo stesso vale per l’amore, se hai vissuto anni con qualcuno e poi non gli parli più c’è qualcosa di sbagliato, l’ho sempre pensato: se la persona non ti ama, non ti ha mai amato. Quando ti lasci, la rabbia, la gelosia, tutte queste emozioni possono interferire per un momento, poi devi ammettere che se una donna è stata importante per te, non puoi cambiare un fatto simile».

L’anno scorso ha dichiarato che niente è cambiato tra lei e Monica Bellucci, eccetto il fatto che non siete più sposati. Nel film si separa ma si muove allo stesso modo, come non fosse successo niente… «Oggi sento che non è vero che niente è cambiato. Comunque non credo di essere un’eccezione».

In che senso? «Non credo che i miei problemi di relazione siano diversi da quelli che ha la mia vicina di casa. Cambiano i dettagli, per il resto siamo tutti uguali. Improvvisando, sul set, venivano fuori un mucchio di frasi come “no, per favore, non andartene…”, alla fine della giornata io ed Emmanuelle eravamo esausti. Ma come attore non posso nascondermi, devo permettere all’umanità di affiorare».

Ma sarà più facile recitare cose che si sono vissute sulla pelle… «Innanzitutto recitare è facile, e poi ho 48 anni, e più cresci come persona più sei ricco, dopo aver avuto i miei figli mi è stato più facile recitare con bambini. Per risponderle, i personaggi dei film, i loro problemi e la mia vita personale hanno moltissimo in comune, e allo stesso tempo sono diversissimi».

Il Gregory che interpreta in Partisan è molto difficile da inquadrare. È il mentore di un gruppo di donne e bambini disagiati. Li porta via dalla strada, li protegge ma insegna loro come diventare assassini, in nome di un codice morale distorto. «È decisamente una persona che ce l’ha con il mondo. Ha creato una famiglia ideale con tanti bambini e tante donne, e lui, lì in mezzo come un gallo, è l’unico uomo. Ma il cuore del film riguarda i genitori e il modo in cui passano il proprio sapere ai figli. Anche se lo si fa con amore e con atteggiamento positivo, alla fine si sbaglia comunque. Il film estremizza il concetto, coinvolge i piccoli in temi come l’omicidio e la violenza, ma il racconto riguarda la famiglia e la paternità».

È vero che voleva rifiutare il film? «Quando ho letto la sceneggiatura l’ho trovata una delle cose più interessanti e misteriose che mi sia capitato di vedere, ma le riprese erano in Australia e per me era troppo lontano. Ma ho deciso di scrivere almeno una nota ad Ariel, ha solo 28 anni i suoi corti mi avevano rapito, l’ho ritenuto molto bravo. Lui mi ha risposto che la distanza non era un problema, avremmo trovato una soluzione. E da lì in avanti ci siamo organizzati».

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Cassel nei panni di Gregory in Partisan, esordio alla regia dell’australiano Ariel Kleiman.

Sono sempre progetti che sfuggono agli schemi ad attrarla. «Mi piacciono le esperienze particolari, i registi con uno stile ben definito. E lo stile per me non è una cosa superficiale, riguarda il modo in cui vuoi attirare l’attenzione delle persone invogliandole a guardare quello che fai. Di certo Ariel ha talento».

Lei mostra un’evoluzione, dentro e fuori dallo schermo: si cambia, col tempo? «Credo che nessuno di noi cambi».

Sicuro? «Mi accetto di più, e ho imparato a usare i miei punti di forza. Ma questo non significa che sono cambiato, non sono un’altra persona».

Voi attori francesi sembrate molto bravi a mostrarvi, a livello sia fisico sia emotivo. Ci sono cose che per lei sono tabù? «Ha visto Love di Gaspar Noè, il porno presentato a Cannes? Io e Monica abbiamo parlato con lui, anni fa, prima di girare il film che poi è diventato Irreversible: voleva fare una specie di Eyes Wide Shut con scene di sesso esplicite. Ho declinato subito l’offeta, Monica mi ha detto “perché lo hai fatto? Prima parliamone…”. Abbiamo guardato Intimacy, di Chereau, e altri film sul genere, film veri con scene di sesso. E lì abbiamo capito che era impossibile, non potevamo metterci in una situazione simile, non davanti a una telecamera. È un tabù? Io dico che voglio mantenere un certo tipo di distanza».

Sembra l’unica, considerati i ruoli che ha interpretato. «Ma fa la differenza. Ha visto YSL di Bertrand Brunello? Molti attori del film sono amici, da Louis Garrell a Gaspard Uilleil, amo il film e quando l’ho visto ho detto “viva la Francia!”. Ma davanti a quei baci tra loro, sapendo che non sono gay nella vita reale, mi sono detto “non lo farei”. Da giovane osavo di più, facevo di tutto, crescendo non sento più di fare cose che non mi piacciono».

L’ultima domanda è sul narcisismo: il suo, quello del divo Vincent Cassel.  «Non sono una star ma un attore. Non credo ai divi, sono un bluff. Mi creda, la celebrità è un trucco, un grande trucco nascosto, e molti lo scambiano per magia. E se ti consideri un mago che conosce i trucchi, non puoi pensare di essere una star del cinema. Sono solo un buon venditore. E sono più orgoglioso di questo che di illudermi con la storia della star».

Pubblicato su Grazia del 26/8/2015

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Matthias Schoenaherts: «Essere bello è solo la metà del lavoro»

14 domenica Giu 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes

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A bigger Splash, Bullhead, Cannes 2015, Cristiana Allievi, Diane Kruger, Jackson Pollock, Jaques Audiard, Kate Winslet, Le regole del caos, Luca Guadagnino, Maryland, Matthias Schoenaerts, The danish girl, Un sapore di ruggine e ossa, Via dalla pazza folla

Matthias Schoenaerts, attore belga, 37 anni, è l'uomo della prossima stagione cinematografica (courtesy thefasionisto.com).

Matthias Schoenaerts, attore belga, 37 anni, è l’uomo della prossima stagione cinematografica (courtesy thefasionisto.com).

Per i suoi ruoli più riusciti ha gonfiato i muscoli, tirato di boxe e non ha dormito per settimane. Ora Matthias Schoenaerts arriva al cinema con un film in costume che parla di sentimenti. “Così posso dimostrare anch’io che ho un lato femminile”, racconta a Grazia. 

«Se ami qualcosa o qualcuno, non puoi avere paura dei tuoi sentimenti». Conoscevo l’attore belga Matthias Schoenaerts, 37 anni, per i suoi ruoli da duro, oltre che per i suoi occhi ammalianti. Stavolta questo nuovo sex symbol del cinema internazionale mi sorprende mostrando il suo lato riflessivo. Rispetto all’ultima volta in cui l’ho incontrato, mi sembra molto più alto. Qualche anno fa, nel film Bullhead, era una specie di Minotauro che si iniettava cocktail di ormoni. In Un sapore di ruggine e ossa, il film di Jacques Audiard che gli ha regalato la notorietà internazionale, era un pugile. Adesso, invece, arriva al cinema accanto a Kate Winslet nel Le regole del caos (nelle sale), delicato film in costume ambientato ai tempi del Re Sole e diretto da Alan Rickman: «È una storia di passione, che va dritta al cuore», mi dice, anticipandomi che, prossimamente, lo vedremo cambiare parecchio sul grande schermo. Matthias ha appena terminato le riprese di A Bigger Splash di Luca Guadagnino e di The Danish Girl di Tom Hooper, in autunno lo vedremo nel dramma vittoriano Via dalla pazza folla e in Maryland, il thriller con Diane Kruger presentato all’ultimo festival di Cannes.

Lei è un cocktail inusuale: da una parte c’è la sua fisicità, dall’altra questa sua inaspettata vena sensibile. Come ci si trova, dentro?
«Il fisico dipende solo dalla boxe che ho fatto da ragazzo, ma ho un lato femminile sviluppato perché sono stato cresciuto da mia madre e mia nonna».

Che cosa ha imparato da loro?
«Tutto. E francamente non capisco perché gli uomini tendano sempre a ridimensionare il valore delle donne. È strano, perché ogni figlio ha una madre e diventare uomo significa avere la consapevolezza della sua importanza nella tua vita».

Lei ha lavorato con tante donne: Marion Cotillard, Kate Winslet, Tilda Swinton e Carey Mulligan. Che cosa hanno in comune le grandi dive di oggi?
«La generosità. Sono donne che cercano sempre la verità. E per me questo è un aspetto che conta più del fatto che, come attrici, piacciano o meno».

Le donne belle la mettono in soggezione?
«Non sono un tipo facile da intimidire. Credo potrebbe riuscirci solo l’ex pugile Mike Tyson, il mio idolo».

Lei è reduce dal successo a Cannes del film Maryland. Se lo aspettava?
«Prima di girare ero terrorizzato: avevo poche settimane per entrare nella parte di un soldato affetto da stress post-traumatico e ho pensato di rinunciare».

Invece?
«Non riuscivo a dormire dalla paura. Poi ho pensato che l’insonnia, invece di essere un problema, poteva diventare la soluzione. Per nove settimane ho riposato solo tre ore a notte: si diventa un po’ matti, aggressivi, ma i sensi lavorano al 400 per cento. Vedevo e sentivo cose che normalmente non percepisco. Esattamente come il mio personaggio».

Diane Kruger e Matthias Schoenaerts al festival di Cannes per

Diane Kruger e Matthias Schoenaerts al festival di Cannes per “Maryland” (Disorder) , in competizione nella sezione Un Certain Regard (courtesy reuters.com).

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 9/6/2015

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Bebe Cave: «Il mio salto nel vuoto»

09 martedì Giu 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes

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Bebe Cave, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Harry Potter, Helen Mirren, Il racconto dei racconti, Jessie Cave, Matteo Garrone, Salma Hayek, The audience

Prima l’ha sospesa sull’orlo di un precipizio perché fosse terrorizzata. Poi le ha riempito la stanza di palloncini per festeggiare i suoi 17 anni. Bebe Cave racconta il suo incontro con il regista Matteo Garrone che l’ha scelta come protagonista di uno dei tre episodi di cui è composto  Il racconto dei racconti, in concorso all’ultimo festival di Cannes. E adesso, grazie al personaggio di Viola, si ritrova tra le grandi del cinema. 

Ha un padre che, per errore, la condanna a diventare sposa di un orco. Ma lei, la principessa, farà di tutto per sfuggire a questo destino. La figlia del re ha il volto dell’inglese Bebe Cave (pronuncia “Bibi”). È la protagonista di La pulce, l’episodio più bello di Il racconto dei racconti, ottavo lungometraggio del regista di Gomorra, in corsa per la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes e ancora nelle sale. A teatro è già stata principessa accanto alla regina Helen Mirren, in The Audience. E dopo varie serie tv, ha girato Grandi speranze con Ralph Fiennes ed Helena Bonham Charter. Massa di capelli biondi, frizzante come una bottiglia di champagne, a soli 17 anni è stata sul red carpet della Croisette. Riesco a parlarle dopo le 16, orario inglese, quando terminano le lezioni del suo ultimo anno di liceo.

Bebe Cave, attrice britannica, 17 anni, è la protagonista di uno dei tre episodi di Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.

Bebe Cave, attrice britannica, 17 anni, è la protagonista di uno dei tre episodi di Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.

Come ti ha trovata Matteo Garrone? «Stava cercando una giovane inglese, ha visto un’intervista che ho fatto insieme a mia sorella Jessie per Grandi speranze, credo l’unica presente in rete!».

 Jessie aveva già recitato in due film della saga di Harry Potter, nei panni di Lavanda… «Infatti originariamente Matteo voleva lei, ma quando ha visto che ha 10 anni più di me, ha cambiato idea, una fortuna sfacciata!».

Raccontaci l’incontro con il regista di Gomorra. «Ero abituata alle audizioni formali, che prevedono almeno due step prima dell’incontro con un regista. Così, quando Matteo è arrivato a Londra di persona, e ha iniziato a mostrami le foto di dove avremmo girato, ero spiazzata. Mi ha parlato per dieci minuti a fila, e quando mi ha chiesto se avevo qualche domanda da fargli ho risposto: “Quante altre ragazze sta incontrando per il ruolo?”. Non avevo capito che mi aveva già scelta, stavo per scoppiare a piangere».

Com’è Garrone sul set? «Attori che avevano già lavorato con lui mi avevano avvisata, non avrei mai più visto niente del genere in vita mia. Matteo ha un modo molto personale di approcciare un film, al secondo giorno di riprese mi ha detto “gireremo la scena in cui sei arrabbiatissima con tuo padre in cima al castello…”. Sono finita attaccata a una catena di ferro, davanti avevo il vuoto e voleva mi avvicinassi sempre di più al precipizio… Ero terrorizzata, sarei potuta cadere giù. Matteo soffre di vertigini, faticava a guardare quello che facevo: ma cercava l’elettricità, voleva che morissi di paura!».

Cosa ti ha insegnato, di fondamentale? «Il suo voler rendere le cose più reali possibili, lo pretende anche dentro una favola! Ma è comprensibile, anche in questo caso si tratta di emozioni umane, e voleva che restituissi a tutti i teenagers quello che ha vissuto Viola. Si è fidato di me, delle parole che secondo me una persona come lei avrebbe detto».

 Poco fa mi raccontavi di non volere che le riprese finissero… «Su quel set, tra Gioia del Colle e Bari, ho passato i due mesi più belli della mia vita. Ho anche compiuto 17 anni, e mi hanno fatto trovare la stanza piena di palloncini e di dolci, non lo dimenticherò mai».

Bebe sul red carpet di Cannes con Vincent Cassel, Salma Hayek e John Reilly (courtesy of bbc.com)

Bebe sul red carpet di Cannes con Vincent Cassel, Salma Hayek e John Reilly (courtesy of bbc.com)

Come sei diventata un’attrice? «Ho iniziato a 10 anni, con la tv, a 14 avevo già capito di non voler fare altro. Con Jessie abbiamo costretto mia madre, un medico, a trovarci un’agente per fare audizioni».

Anche tuo padre è un medico, ti ha sostenuta? «Per papà è  uno shock, non si è ancora abitato all’idea, spera che prima o poi faccia il dottore anch’io, come mio fratello più grande. Siamo cinque fratelli, l’altro maschio è all’università e studia storia, farà il primo ministro. Il terzo è un attore, in famiglia siamo tre contro quattro…».

Con Jessie non c’è nessuna competizione? «Siamo le migliori amiche, forse perché ci separano 10 anni, ma in effetti su una cosa c’è competizione: i vestiti. Ne ha tonnellate, se gliene prendo uno dall’armadio non se ne accorge. Ma se glielo chiedo, guai: me lo nega, è un po’ possessiva!».

Quali attrici hai come modello? «Mia sorella su tutte, e poi Jennifer Lawrence. Ha iniziato da giovanissima e ha affrontato un sacco di problemi, senza mollare. Recita in modo realistico e non ha paura di essere buffa, in un mondo come Hollywood, così ossessionato dall’immagine».

Tempo per l’amore ne hai? «Sono la più giovane, i miei fratelli non mi permetteranno mai di avere un fidanzato! Se mai ne portassi a casa uno, lo butterebbero fuori dalla porta o dalla finestra! Mi vedono ancora come la little sister, ma a 18 anni sarò adulta, si dovranno accorgere che sto crescendo…».

articolo pubblicato su Grazia del 20/5/2015

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Charlotte Gainsbourg, «Finalmente ho smesso di paragonarmi a Serge, mio padre»

29 mercoledì Apr 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Charlotte Gainsbourg, Cristiana Allievi, Donna Moderna, Jane Birkin, Lars Von Trier, Nymphomaniac, Omar Sy, Samba, Serge Gainsbourg, Yvan Attal

Tra una risposta e l’altra Charlotte Gainsbourg beve varie tazze di tè verde. E sorride. Fa uno strano effetto trovarla così serena, dopo averla vista sul grande schermo devastata dalla perdita del figlio in Antichrist, sconvolta dall’imminente fine del mondo in Melancholia, dipendente dal sesso in Nymphomaniac. I tre film di Lars von Trier l’hanno resa un’attrice cult, ma ci hanno fatto conoscere solo il suo lato tormentato. Adesso Charlotte, 43 anni, figlia Serge Gainsbourg, la più grande e provocatoria rockstar di Francia, e della diva del cinema Jane Birkin, è finalmente protagonista di una commedia: Samba, al cinema dal 23 aprile. Interpreta Alice, dirigente d’azienda che in seguito a un esaurimento nervoso decide di cambiare vita. Va a lavorare per un’associazione di volontariato e qui si innamora di Samba, un clandestino senegalese aspirante cuoco, interpretato Omar Sy.

Quanto c’è di te in Alice? «Parecchio. Lei ha un crollo psicofisico, io da ragazza ho sofferto di depressione. So cosa significa essere isolata, persa nelle tue preoccupazioni, ossessionata dalle bugie che racconti a te stessa: sono stati d’animo che causano dolore fisico e psicologico».

Che ricordi hai di quel periodo? «All’epoca in cui stavo male tutti mi dicevano che per guarire dovevo fare un piccolo sforzo. Mi ripetevano: “Guarda quante cose meravigliose hai…”. Ma non funziona così, a volte non basta la volontà per riuscire a reagire, anche perché quando sei depressa hai la sensazione di essere del tutto diversa da quella che eri».

Cosa ti ha aiutato a uscirne? «Riemergere da quel vortice è difficile, non so spiegare come accada. Di sicuro, è importante avere qualcuno a cui appoggiarsi, qualcuno di “reale” che ti  accompagni nel percorso per dissolvere l’incubo in cui ti trovi. Nel film Alice si innamora, e questo le dà una via d’uscita più facile».

Anche tu hai incontrato il tuo compagno, il regista e attore Yvan Attal, subito dopo la morte di tuo padre Serge. «Avevo 19 anni ed ero un relitto, passavo ore e ore ad ascoltare le canzoni di papà allo stereo solo per sentire la sua voce… Mi sono compiaciuta nel dolore, ci sono voluti anni per riprendermi. Ma Yvan è stato paziente, mi ha aspettato».

Charlotte Gainsbourg, 44 anni, attrice. Con Independence day 2 farà il suo ingresso a Hollywood.

Charlotte Gainsbourg, 44 anni, attrice. Con Independence day 2 farà il suo ingresso nel cinema di Hollywood.

E adesso avete 3 figli: Ben, 18 anni, Alice, 13, e Joe, 3. «Siamo una famiglia tranquilla,  in questo non ho seguito le orme dei miei genitori (che negli anni ’70 furono protagonisti di una storia d’amore tanto scandalosa quanto tormentata, ndr). Sto con Ivan da 23 anni, trascorro molto tempo con i nostri figli e trovo la routine quotidiana rassicurante per loro. Verso me stessa, però, sono severa, ipercritica. Sentirmi in bilico è parte della mia identità».

 Il tuo personaggio in Samba fa molte battute ironiche su se stessa e il sesso. Credi che recitare nuda, per di più in scene estreme, nei film di Lars von Trier ti abbia “sciolto”? «Lavorare con lui mi ha cambiata: fino a qualche anno fa mi vergognavo del mio corpo. Posso dire che esiste un “prima” e un “dopo” Lars. E non solo dal punto di vista del nudo e del sesso. Ho scoperto di avere tanta rabbia dentro e l’ho buttata fuori grazie a quei film: ho pianto e gridato come una disperata. Sul set tutto era spinto così al limite che niente era più un problema. E questo, dopo, mi ha dato tranquillità e portato ad affrontare le cose in modo più rilassato».

La Gainsbourg in una scena di Samba, con Omar Sy (cortesi of primissima.it).

La Gainsbourg in una scena di Samba, con Omar Sy (courtesy of primissima.it).

(continua…)

Intervista integrale su Donna Moderna del 28/4/2015

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Kenneth Branagh, «Amleto è un leader, oltre che un gentleman»

21 martedì Apr 2015

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Amleto, Camelot, Cenerentola, Chris Hemsworth, Christian Bale, Cristiana Allievi, De Niro, Disney, Enrico V, Kenneth Branagh, Kentucky Derby, Marvel, Shakespeare, Thor, Tom Clancy, Wallande, Wasp

Kenneth Branagh, l’enfant prodige di Hollywood,  ha mixato con uno stile unico cinema e serie televisive, Shakespeare e supereroi della Marvel. Uscito indenne dalla campagna mondiale di Cenerentola, a Icon racconta di quando era bambino e della figura di suo padre. Ma anche di due debolezze: per il puritanesimo e i clan. E poi c’è quel rimorso segreto… 

Non c’è modo di sfilarsi dall’argomento. Ha appena ordinato un caffè e vuole sapere perché non ne voglio uno anch’io. Scoperto che ho abbandonato l’abitudine, vuole sapere quando e perché. Il tutto mentre mi prepara un tè verde con le sue mani, nella suite di un hotel a cinque stelle nel cuore di Berlino. Dettagli da cui si intuisce quanto un uomo sia interessato al cuore e alla mente degli esseri umani. Il suo, di cuore, batte per domande esistenziali. Ma non disdegna le serie tv (vedi alla voce Wallander, in cui nei panni di un ispettore di polizia si è aggiudicato una pioggia di nominations) né le produzioni hollywoodiane ed europee (passa da Thor alla nuova Cenerentola della Disney, un successo nelle sale, lo scorso marzo). Insomma Ken- per colleghi e amici- è anche uomo da record terreni. Con Orson Welles, Laurence Olivier, Woody Allen, Warren Betty e Roberto Benigni è uno dei sei uomini ad essere stati nominati agli Academy Awards come miglior attore e miglior regista per lo stesso film. Ma già a 23 anni era il più giovane attore della Royal Shakespeare Company ad aver mai interpretato il protagonista dell’Enrico V. Il record più peculiare, però, risale all’età di 28 anni, e non ne va affatto fiero, come racconta ad Icon. In giacca blu spigata, camicia bianca e sciarpa di seta color ghiaccio, sembra di ottimo umore.

Attore e regista, 55 anni, Branagh è nato a Belfast (courtesy of http://www.listal.com)

Dagli eroi di Shakespeare a quelli della Marvel, passando per Jack Ryan, celebre personaggio dei romanzi di Tom Clancy, lei ha raccontato tipi di uomini molto diversi tra loro. Cosa li accomuna? «Il farsi delle domande. Vicktor Frankl, psichiatra e filosofo austriaco, diceva che l’uomo cerca un senso. E anche quando si manifesta come sete di potere, non si limita a questo. Il personaggio a cui sono più legato, dai miei esordi in teatro, è Amleto, un uomo rinascimentale che ama lo sport, la letteratura e la musica, un leader oltre che un gentlemen. Ma è pieno di dubbi, pian piano diventa schiavo del suo intelletto, quindi infelice. Questo si traduce nel farsi domande su ciò che conta nella vita: è questa la costante, per ripsonderle».

Cosa invece cambia, nel maschio di epoche diverse? «Il senso di sicurezza in se stesso, il ruolo rispetto alle donne, almeno nel mondo occidentale. Lo vedo in difficoltà nell’adattarsi alla sfocatura dei ruoli tradizionali, era più felice una volta, quando le cose erano più semplici, “tu stai a casa e tiri su i figli, io vado nel mondo a cacciare e a portarti la preda. Non mi vedrai per un po’ e mentre sarò fuori vedrò altre donne, perché ho bisogno di spargere il mio seme…”. Qual è il posto dell’uomo, oggi? Io so che il mio compito, adesso, è essere un uomo nuovo».

Come lo descriverebbe? «Un tipo sensibile, capace di ascoltare, di controllare il testosterone e di non essere troppo competitivo. Sembra un cliché, ma significa essere capaci di abbracciare il proprio lato femminile. Un cambiamento tutt’ora in atto, facile da accettare per alcuni, meno per altri. C’è anche chi si sente evirato».

Come vede il maschio americano, da europeo? «Credo nell’uomo americano bianco. In lui c’è un forte residuo di puritanesimo, una certa spinta e agitazione. Non è sempre a proprio agio con se stesso, specialmente lontano da casa. I miei amici americani hanno bisogno del loro grande paese, non sopportano di stare al chiuso, vogliono spazi selvaggi, in cui fare i pionieri e portare avanti il progresso».

Apprezza il loro stile lavorativo? «C’è un’etica fenomenale, una visione puritana e fanatica, in un certo tipo di uomo americano wasp. Ammiro enormemente lo spirito “I can do” nel suo senso migliore, ma portato all’estremo diventa eccesso d’azione, e mancanza di gioia».

Spesso la scambiano per un inglese, mentre lei è irlandese. «Pensano tutti che venga da Oxford o da Cambridge e che sia anche molto intelligente (ride, ndr). Ma io so come stanno le cose!».

Che interpreti un detective, come in Wallander, o diriga una straordinaria versione di Cenerentola, l’elemento umano resta il centro della sua arte. Da dove viene, questo interesse? «Come recita un celebre motto, “datemi un bambino nei primi sette anni di vita e vi mostrerò l’uomo”. In quegli anni ho vissuto in visita continua ai molti cugini, zii e zie. I miei genitori lavoravano, io ero sempre a pranzo dai nonni, con cui ho avuto una relazione molto forte fino alla loro morte. Questo ha significato essere sempre in mezzo a dinamiche familiari, conoscere i dettagli della natura umana in azione».

E ascoltare tante storie… «Infinite, ricordo tante emozioni, si rideva e piangeva molto insieme. C’è anche un altro aspetto, sono stato incoraggiato all’indipendenza sin da molto piccolo, a sette anni prendevo già i pullman da solo. Finchè ho vissuto a Belfast mi sentivo molto sicuro…».

Cosa intende dire? «Che sapevo letteralmente dove mi trovavo. Non potevo perdermi, c’era sempre un altro Branagh a raccattarmi, da qualche parte. Quando ci siamo trasferiti in Inghilterra è stato un shock: siamo diventati un nucleo familiare più piccolo, non avevo più una rete di protezione e mi trovavo in un luogo molto più grande. Ho perso il senso di chi ero, una sconnessione che si è fatta sentire per molti anni, e forse il mio lavoro è stato una reazione a tutto questo».

Deve essersi anche ritrovato, per dirigere tante superstar… Partiamo da De Niro. «Un gran timido, un uomo intenso, ritualistico, molto meticoloso. Il processo per conquistare la sua fiducia è stato lunghissimo, ma una volta avutala, siamo diventati fratelli di sangue».

Chris Hemsworth, l'attore australiano a cui Branagh ha regalato la fama mondiale grazie a Thor (courtesy www.movieinsider.com).

Chris Hemsworth, l’attore australiano a cui Branagh ha regalato la fama mondiale grazie a Thor (courtesy http://www.movieinsider.com).

Ha diretto Christian Bale che aveva 15 anni, molto più recentemente ha cambiato la vita a Chris Hemsworth, con Thor. «Il primo incontro è stato difficile. Non stava bene, era scontroso, e noi non avevamo nemmeno la sceneggiatura, lo abbiamo abbandonato. Ma cercando quell’inusuale mix di atleticità e sensibilità, ci siamo rincontrati dopo un lunghissimo casting. Ero a un punto della vita in cui avevo molta esperienza e un forte interesse a passarla ad altri, la relazione è diventata un po’ quella tra padre e figlio. Sapevo che la vita di Chris sarebbe cambiata e che ci sarebbero stati ostacoli da affrontare, come i photocall con migliaia di fotografi… Ho cercato di rendergli le cose più facili, lui ha saputo ascoltarmi e imparare».

Chi era il suo ero, da bambino? «Mio padre. Lo adoravo, credevo fosse l’uomo migliore del mondo. Aveva un dono speciale per il legno, poteva costruire qualsiasi cosa. Con gli anni si è spostato verso il lavoro manageriale, ma fino alla morte è andato fiero del suo percorso, iniziato da una working class senza prospettive, dopo aver abbandonato la scuola a 14 anni».

Il vostro miglior momento insieme? «Quando l’ho portato al Kentucky Derby, nel 1994, con mio fratello. Andava pazzo per le corse dei cavalli, e quello era un evento dalle proporzioni mitiche, una specie di Camelot. Ha visto il Bluegrass del Kentucky, credo abbia sofferto molto quando ce ne siamo andati, apprezzava quegli uomini e i loro solidi valori».

Ultima domanda: perché ha scritto la sua biografia a 30 anni? «Ne avevo 28 (ride, ndr), e l’ho fatto per soldi. Non ho molti rimorsi, nella vita, ma questo è uno di quelli. Avevo diretto il primo film e a 27 anni avevo già scritto un libro, ero quel qualcosa di diverso che stavano cercando. Oggi provo compassione per quel giovane me stesso, e direi a chiunque di non imitarmi, nemmeno sotto tortura».

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Articolo pubblicato su Icon del 20 aprile 2015

Kate Blanchett, «Non sono così cattiva»

27 venerdì Mar 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Cate Blanchett, Cavaliere di coppe, Cenerentola, Cinderella, Cristiana Allievi, Elizabeth, favole, Kenneth Branagh, Oscar, Sandy Powell, Terrence Malick

L'attrice due volte premio Oscar Cate Blanchett (courtesy of alfemminile.com)

L’attrice due volte premio Oscar Cate Blanchett (courtesy of alfemminile.com)

In tanti anni di interviste non avevo mai incontrato una donna come Cate Blanchett. Anzi, una ci sarebbe, Meryl Streep, e quando è successo ho capito perché ogni volta che gira un film le danno un Oscar. Non è un caso, penso, se Blanchett viene definita “la Meryl Streep della sua generazione”. Un marito, tre figli, due statuette d’oro e una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, la diva australiana, al cinema il 12 marzo nel ruolo di matrigna nel nuovo Cenerentola, diretto da Kenneth Branagh, è una forza della natura. E con gli anni è diventata più sicura di se stessa, decisamente più ironica. Quando, più di 15 anni fa, vinse l’Oscar per Elizabeth, quasi non pronunciò parola, sopraffatta dall’emozione. Ma quando l’anno scorso ha fatto il bis con Blue Jasmine, la prima frase che ha detto, salita sul palco, è stata: “Sedetevi tutti, siete troppo vecchi per stare in piedi”, facendo scoppiare la platea in una sonora risata. In una delle sue apparizioni allo show televisivo di David Letterman si è lanciata in una gag, inginocchiandosi appena lui l’ha invitata in studio. E alla prima mondiale diCenerentola a Berlino, città che adora e in cui passa lunghi periodi di vacanza con il marito sceneggiatore Andrew Upton, ha regalato al pubblico più di uno show. Per esempio sul red carpet lei, che è altissima, non ha sopportato i tacchi vertiginosi di Givenchy: si è tolta tutto, ha proseguito spedita a piedi nudi, per poi giocare infilandosi una sola scarpetta, proprio come farebbe Cenerentola. E come ha risposto a chi, forse per punzecchiarla, le ha chiesto perché la produzione Disney ha preferito Lily James a lei come protagonista del film? Con un semplice gesto, mimando un lifting, ovvero tirandosi il contorno del viso con il pollice e l’indice. Blanchett, che è diventata bravissima nello sfuggire ai giornalisti, è una delle attrici più trasformiste del momento. In autunno la vedremo in Cavaliere di Coppe, il prossimo film di Terrence Malick. Sarà la moglie di un Christian Bale schiavo di Hollywood e schiacciato dalla vacuità di quel mondo. Sommessa e silenziosa, interpreta una delle due donne che contano nella vita del protagonista. E il suo ruolo, quello di medico in un ambulatorio per poveri, sottolinea la concretezza del suo impegno nella vita, molto diversa da quella superficiale del marito. In Cenerentola, invece, l’attrice non ha niente di dimesso o sottotono: capelli rossi, piglio aggressivo, è una straordinaria Lady Tremaine, versione aggiornata della matrigna della celebre favola. Il look di Blanchett (e di tutto il cast) lascia senza fiato e ne amplifica la bravura. Appena lei entra in scena, se la prende tutta. Quando incontro Cate per questa intervista è tornata bionda, indossa una camicia bianca e ampi pantaloni palazzo neri. Mi sembra ancora più alta di come la ricordavo.

Lei è perfetta in versione crudele. Come è riuscita ad apparire così naturale?
«Osservo tutto quello che mi circonda sul set, guardo come è stato costruito. Sono dettagli fondamentali per mettere a fuoco il mio personaggio. All’inizio delle riprese mi sono detta: “Se qui sono tutti così bravi, sarà il caso che mi dia una mossa” . Parlo molto anche con gli altri attori. Dalle conversazioni, anche quelle apparentemente banali, mi arriva molto. Se facessi delle prove da sola in bagno davanti allo specchio non riuscirei a raggiungere gli stessi risultati».

Quando era bambina le raccontavano le favole? «I miei genitori ogni domenica sera ci facevano guardare in televisione i cartoni animati della Disney, ma Cenerentola non è tra i personaggi che ricordo. Incarnava un modello femminile un po’ vittimistico che non piaceva a mamma e papà. Per questo ho apprezzato come Lily James ha affrontato questo ruolo, dandogli una nuova dignità. Mentre Kenneth Branagh, con la sua regia, ha scavato nella psicologia dei personaggi, rendendoli molto attuali».

La vestaglia di leopardo che indossa Lady Tremaine è destinata a diventare un abito icona. «Nasce da un’idea di Sandy Powell, costumista geniale candidata nove volte agli Oscar. Ma soprattutto è uno di quei vestiti ai quali una donna difficilmente sa resistere. Per ispirarci io e Sandy abbiamo passato in rassegna i look di attrici leggendarie come Marlene Dietrich, Joan Crawford e Barbara Stanwyck, donne che ammiro ancora oggi e che hanno nel dna il senso del mistero».

Cate Blanchett nei panni di  Lady Tremaine, nella nuova Cenerentola di Kenneth Branagh (courtesy of turntherightcorner.com)

Cate Blanchett nei panni di Lady Tremaine, nella nuova Cenerentola di Kenneth Branagh (courtesy of turntherightcorner.com)

Perché le favole classiche piacciono tanto a Hollywood? «Toccano temi molto complessi e affrontano risvolti psicologici complicati. Infatti i miei tre figli maschi si sono addormentati con La bella e la Bestia, Cenerentola e Biancaneve».

Sono storie diverse da quelle che si raccontano ai bambini di oggi?
«Ho la sensazione che ultimamente si tenti di far sentire i bambini degli eroi con superpoteri, evitando temi come la tristezza e dipingendo il mondo come un posto perfetto. Sono orgogliosa di fare parte di un film che lancia un altro tipo di messaggio, cioè che la gentilezza è il vero superpotere che conta. E non è tutto. Come ci raccontano le favole di una volta, il mondo può essere un posto tremendo. Ci vuole coraggio per vivere, per cadere e sapersi rialzare».

Il tema del dolore è centrale negli ultimi due film che ha interpretato.  
«Nel caso di Cavaliere di Coppe è il filo conduttore di tutta la storia. Mentre in Cenerentola serve a nobilitare i personaggi, svela quello che la storia classica non ci aveva raccontato. La matrigna è una vedova con due figlie. La sua grande paura sono l’amore e l’affetto che il nuovo marito prova verso la figlia, bella e gentile come lei, purtroppo, non potrà più essere».

Ci sta dicendo che non esistono persone semplicemente cattive?
«Proprio così. C’è sempre una motivazione dietro le quinte. Trovo molto interessante mettere a confronto una ragazza dall’animo splendido con una donna che diventa brutta e perversa. Mi interessava capire che cosa può trasformare una persona. La gelosia e la paura di diventare poveri o di essere abbandonati diventano armi letali».

La gelosia, un altro tema che lei ha incarnato più di una volta. Che idea se n’è fatta? «Dobbiamo capire qual è la radice di questi sentimenti, altrimenti il rischio è di diventare persone spregevoli. Spesso tra donne facciamo troppi confronti e, peggio ancora, proiettiamo la nostra infelicità sulle altre».

Com’è stato lavorare con il regista Terrence Malick in Cavaliere di Coppe?
«È come vivere in un altro mondo. Terrence sa sempre in ogni momento che cosa vuole e che cosa  sta cercando. Ma tiene gli attori all’oscuro di tutto, non ti lascia nemmeno una riga di testo a cui appigliarti, vuole vedere come ti muovi in ogni momento. Il set per lui è improvvisazione allo stato puro. Però è un regista molto stimolante. Anche se è all’opposto di Woody Allen, che ti dà in mano un copione perfetto e che rende tutto infinitamente più facile».

Sa che esistono solo 19 donne che hanno vinto più di un Oscar?
«È vero. Ma mi sta chiedendo se mi incontro a pranzo con le altre per raccontarcelo?».

E allora mi dica qual è la prima domanda stupida che le ha mai fatto un giornalista. «È successo durante un’intervista per Elizabeth. Una sua collega mi ha chiesto: “Nel film lei si muove in modo lentissimo, mentre oggi è entrata nella stanza correndo. Ha trovato difficile rallentare?”».

Oddio, e che cosa ha risposto? «È stato in quel momento che ho iniziato a respirare profondamente prima di rispondere, sempre educatamente, a molte altre domande così».

Quando ci lasciamo ho una certezza in più. Cate scherza moltissimo, ma è molto attenta. Se chi ha davanti è assente o superficiale, lei si chiude a riccio, parla ma non si rivela. Ma se l’interlocutore è interessato e presente, lei è generosa. E pronta a farti ridere fuori programma.

11 marzo 2015 su Grazia

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«Ma la più trasgressiva sono io». Melanie Griffith parla di sè (e di sua figlia Dakota)

13 venerdì Feb 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Akil, Antonio Banderas, Automata, Cassevetes, Cinquanta sfumature di grigio, Cristiana Allievi, Dakota Johnson, Day ouf Days, Don Johnson, Festival di Locarno, Hollywood, Melanie Griffith, Thirst, Tippi Hedren

Sua figlia Dakota è la star del film hot del momento. Melanie Griffith, invece, oltre i limiti è andata soprattutto fuori dal set: quattro divorzi, l’alcolismo e la lotta contro Hollywood che l’ha esclusa troppo presto. Ora, però, sta tornando sugli schermi con ruoli significativi, a partire  dall’interpretazione di parti di sé che la spaventano.

L’attrice Melanie Griffith, 57 anni.

Camicia di seta color panna e pantaloni grigi, la prima cosa che mi colpisce è che ha due gambe infinite. Sono a caccia di segni, di quel tipo indelebile che le dovrebbero aver lasciato addosso le crisi, le dipendenze da alcol e droghe, le riabilitazioni, gli eccessi e soprattutto svariati divorzi. In fondo ne ha attraversate davvero tante nella vita. A partire dall’avere una madre, l’attrice e modella Tippi Hedren, che da bambina la faceva dormire con un leone vero nel letto- c’è solo da immaginarsi la paura accumulata grazie a questi gusti materni – per finire con l’ultimo divorzio da Antonio Banderas, la scorsa primavera, il quarto dopo quelli da Don Johnson (sposato due volte) e Steven Bauer. No, tutto questo non può averla lasciata senza cicatrici. Eppure gli occhi di Melanie sono luminosissimi, forse solo un filo meno azzurri di un tempo. A 17 anni era già sul set in nudo integrale, è stata candidata agli Academy, ha vinto il Golden Globe, l’hanno diretta Abel Ferrara, Jonathan Demme e Brian De Palma. E cosa ha scelto per il suo ritorno sugli schermi, a 57 anni, dopo anni di assenza, la scorsa estate? Un corto della bravissima Rachel McDonald, dal titolo Thirst, sete, ancora inedito in Italia e presentato al Festival del cinema di Locarno, in cui interpreta una donna offuscata dall’alcol, maltrattata dal chirurgo estetico e per giunta esposta alle luci impietose del set. Insomma, ha avuto il coraggio di esporsi, mostrando una se stessa tremendamente simile alla realtà, cosa sorprendente se si pensa che ha girato il film mentre era sulla via della separazione dal marito. Ora, ironia della sorte, Banderas la dirigerà presto in Akil, mentre il 26 febbraio saranno insieme in Automata, pellicola ambientata nel 2044 su una terra che si avvia alla  desertificazione, e su cui sta scomparendo l’uomo. «Per me Melanie è prima di tutto una grade attrice», ha detto di lei Benderas, «ma è anche la persona che ho amato, che amo e che amerò per sempre». Una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo, nel momento in cui di Melanie si parla anche per un altro motivo: sua figlia Dakota è la diva del momento nei panni dell’eroina sexy Anastasia Steele nel film 5o sfumature di grigio. La nostra conversazione inizia naturalmente da qui.

Ci sono somiglianze tra lei e Dakota, da una parte, e tra lei e sua madre, un’icona di Hitchcock? «Dakota è meglio di me e di mia madre messe insieme. Sembra aver fatto tesoro dei miei errori e anche di quelli della nonna, davvero è molto meglio di noi due. La trovo un’attrice straordinaria, ma non ho ancora visto il film di Sam Taylor-Johnson (pare che Dakota lo abbia “vietato” sia a lei sia al padre, l’attore Don Johnson, ndr)».

Andrà a vederla? «Mai, temo che la metterei in difficoltà. Ma credo in lei, da piccola diceva sempre che sarebbe diventata una grande attrice, non le è mai mancata la fiducia in se stessa».

Negli ultimi vent’anni ha avuto piccoli ruoli, anche se molto significativi: è dipeso dalle sue difficoltà personali? «In molti hanno pensato che non volessi più lavorare, e c’è del vero. Sono stata occupata nell’essere la moglie di Antonio, e nel crescere Stella. Fare la madre mi piace moltissimo, ma adesso le ragazze sono cresciute. C’è un altro fatto, rispetto ai ruoli a cui si riferisce, come quello in Pazzi in Alabama. L’ho girato a 41 anni, e mi creda, a Hollywood compiere 40 anni è come diventare vecchi… Questo fattore ha inciso molto, oltre alle difficoltà personali a cui si riferisce, per cui confesso di aver avuto bisogno di uscire da tutte le superficialità hollywoodiane».

Crede al nuovo motto di moda proprio da quelle parti, “i cinquanta sono i nuovi trenta”? «Mi piacerebbe (sorride, ndr). Quando ho compiuto 50 anni Antonio e i miei figli hanno scritto una canzone che hanno intitolato proprio così. Tecnicamente adesso sta parlando con una trentaseienne…».

La Griffith con sua figlia, Dakota Johnson (courtesy of USWeekly.com)

Ha definitivamente superato la crisi di non vedersi più chiamare per l’età? «Sono così vecchia che le dico di sì (ride, ndr), infatti oggi lavoro di nuovo. Sto per girare due film, Day out of days con Cassavetes che racconta proprio di una donna di quarant’anni che compete con le più giovani, a Hollywood, e uno con Joe Berlinger, il drammatico Facing the wind. Sarò anche a Broadway tutto l’inverno, ma soprattutto, oggi ho la sensazione di poter fare quello che voglio: sono una donna libera, posso fare quello che mi pare».

Come affrontare le dipendenze sullo schermo, come ha fatto con Thirst? «Ci sono due aspetti che contano. Primo, non è facile avere dei ruoli in cui senti di poter davvero affondare i denti, cose sostanziose intendo. E secondo sono un’alcolista in cura, ho accettato spinta dal desiderio di uscire da questa schiavitù. Ho pensato che recitare la mia parte alcolizzata fosse un modo per liberarmene».

Com’è finita invece in un film futuristico come  Automata? «È una storia grandiosa, adoro il regista, Gabe Ibanéz. Profetizza un futuro in cui l’intelligenza umana e quella artificiale vivranno fianco a fianco. Io sono Susan Dupre, la scienziata che programma i robot. Lavoro per una società leader nel campo dell’intelligenza robotica, e per una volta  non indosso i soliti abiti disegnati dai migliori stilisti».

Chi è oggi Melanie Griffith? «Mi sono occupata di stupidaggini, in vita mia, i miei pensieri erano tutti rivolti a costruire una carriera, “dovrei fare questo, e non quello….”, mi dicevo… Oggi sono una donna felice, felice di aver fatto tutto e di non dovermi più occupare del fatto che mi paghino o di quanto sia importante una produzione».

Preferisce essere diretta da un uomo o da una donna? «Mi vanno bene entrambi, non sono una femminista ma sono femminile. Certo, potendo scegliere sosterrei le donne: le registe a Hollywood sono il 2 per cento, non le sembra strano?».

Ha mai pensato di farsi una nuova vita, lontano dal cinema? «Ho molte altre idee, in effetti. Lavorerei con i bambini, ho già fatto molto raccogliendo fondi e facendo assistenza negli ospedali. Vorrei anche scrivere, e anche dirigere, e andare in qualche luogo remoto del mondo a fare la monaca o l’insegnante di yoga… La verità è che mi è rimasto un solo figlio e che sono libera. Come le ho detto, da qui in avanti potrò fare quello che mi pare!».

Intervista su Grazia dell’11 febbraio 2015

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«Non rinuncerei mai a due cose: la disciplina ferrea e l’amore totale», Olga Kurylenko

28 mercoledì Gen 2015

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Cristiana Allievi, Daniel Craig, Danny Huston, Olga Kurylenko, Quantum of Solace, Russel Crowe, The water diviner, Tom Cruise, Ucraina

«Mi crede se le dico che non avevamo da mangiare? So che per voi è una frase fatta, ma dove sono cresciuta io il senso è proprio letterale…». È talmente bella Olga Kurylenko, l’ucraina che da Berdyansk, un paese dell’ex Urss, è arrivata a sfilare per Cavalli e Kenzo, e poi addirittura a incarnare la Bond girl di Daniel Craig in Quantum of solace, che si rischia di prestare poca attenzione alle parole che pronuncia. Recitare la interessava da quando era bambina, nel 2005 corona il sogno grazie a L’annulaire di Diane Betrand, poi a Paris Je t’aime accanto a Elijah Wood quindi al thriller francese Le Serpent. La fama mondiale le arriva accanto all’agente segreto più sfuggente del pianeta: da lì in avanti una serie di “no” a ruoli sexy e spirito di sacrificio hanno fatto il resto. Oggi Olga passa da un regista top all’altro, lo stesso dicasi per i colleghi di set. Da Tom Cruise (Oblivion) a un altro Bond, Pierce Brosnan (November Man) fino alla doppietta Ben Affleck-Xavier Bardem (To the wonder). Sembrava avesse raggiunto il top, quando le arriva una mail di Russel Crowe che le invia il copione di Water Diviner, il suo esordio alla regia attualmente nelle nostre sale. È un’avventura epica ambientata quattro anni dopo la devastante battaglia di Gallipoli in Turchia, durante la prima Guerra Mondiale. Un contadino australiano (Crowe stesso) va a Istanbul per scoprire la verità sui suoi figli, dati per scomparsi in battaglia, e lì inizia una relazione con la proprietaria turca del suo albergo. Neanche a dirlo, quella donna è Olga. Labbra carnose rosso fiammante, capelli neri lucenti, in un abito di seta scuro ha grandissimi occhi verdi che sorridono.

L'ex modella e attrice Olga Kurylenko

L’ex modella e attrice ucraina Olga Kurylenko (courtesy wall.alphacoders.com).

Come l’ha coinvolta nel film l’ex Gladiatore? «Mi ha scritto una mail “Ciao Olga, ti allego la sceneggiatura del mio film, leggila e dimmi se ti piace”. L’ho letta e gli ho risposto “il mio personaggio mi piace molto”. E Russel “Quanto ci metti a imparare il turco?”, gli ho risposto che mi bastava un giorno (ride, ndr)».

Vi conoscevate, lei e Crowe? «Non l’ho mai incontrato prima, è arrivato dal nulla! Mi sono chiesta perché mi ha scelta, forse il mio essere nata dall’altra parte del Mar Nero, non molto lontano dalla Turchia, ha aiutato. Nel film sono Ayshe, una donna che manda avanti un hotel da sola con coraggio, dopo aver perso il marito, di cui col passare del tempo si capisce che era follemente innamorata. Tutto quello che le è rimasto è un albergo e suo figlio. Sono queste perdite reciproche ad avvicinare me a Connor».

Come avete lavorato insieme? «La prima volta che ci siamo incontrati di persona è stato a Parigi, di rientro dalle riprese di November Men con Pierce Brosnan. Confesso che credevo sarebbe stato faticoso essere diretta da un regista esordiente, ma non avrei potuto sbagliarmi di più: è stato il lavoro più fluido che mi sia mai capitato, la sicurezza di Russel faceva si che un paio di riprese gli bastassero, non siamo mai andati ai tempi supplementari (ride, nr)».

Ha citato Parigi, una città chiave nella sua vita. «Sono cresciuta con mia nonna e mia madre in Ucraina, nella povertà più estrema, mio padre se ne è andato presto. Avevamo veramente poco, anche se mamma faceva l’insegnante. Eravamo in tanti, tutti in un appartamento: avevamo la nostra stanza e quando mancava il cibo, ce lo dividevamo tra zii e cugini. A 15 anni sono andata a Mosca a fare la modella, l’ho accettato per soldi, di lì mi hanno spedita a Parigi».

Com’è stato quel lavoro? «Non l’ho scelto perché mi divertiva, non ho mai parlato con nessuno, non andavo alle feste, non avevo idea di quello che stavo facendo. Voglio dire che non ero modella nella mia testa, andavo in giro in sneakers… Era solo per i soldi, e se oggi mia madre vive bene lo devo a quel lavoro, mi ha fatto campare. Pensi che non parlavo una parola della lingua del posto, so cosa significa sentirsi soli, credo che sia il motivo per cui Malick mi ha scelta, mi ha sentita vagamente alienata…».

Da non sapere una parola di francese a diventare una Bond girl, come ha fatto? «Grazie alla disciplina. Mia madre mi ha tirata su con idee molto chiare in merito. Ricordo la tabella di marcia delle mie vacanze da bambina: sveglia alle sette, colazione, lettura del tal libro, matematica, ero molto organizzata. Quando mi sono trasferita a Parigi non sono andata a scuola, ho studiato da sola: tutte le sere alle sette facevo le lezioni di francese, con tanto di compiti. Diciamo che l’amore per la disciplina è stato un punto a mio favore».

Da modella a mito, Quantum of Solace le ha cambiato la vita? «La stampa è impazzita, tutti hanno scoperto chi ero, credevano che fosse il mio primo film e se penso a quanto avevo lavorato prima… È stato un po’ come quando ho iniziato a danzare, da bambina, e tutti mi scoraggiavano, ma sono sempre stata caparbia, non ho mai mollato. Finchè un incidente si è messo di mezzo, mi sono rotta una gamba e ho smesso di ballare. Ma l’ho deciso io».

Due matrimoni alle spalle, da tre anni è fidanzata con Danny Huston (figlio del grande John Huston). Le sue idee sull’amore sono cambiate?

«Molto. A vent’anni stavo nel mio piccolo appartamento a Parigi, il mio agente mi ha detto “sono due anni che sei qui, com’è che non hai un fidanzato?”. Non ci ho mai pensato di doverlo avere, questo per capire com’ero giovane di testa. Poi mi sono sposata due volte, credevo a tutto quello che mi dicevano, e soprattutto non davo grande valore al legame. Oggi sono più consapevole, il film di Malik mi ha cambiata ulteriormente. Ho cominciato a farmi domande, cos’è l’amore? perché comincia? perché finisce? Ho capito che è la cosa più importante della vita, e che significa anche accettare di perdere delle cose che sembravano irrinunciabili, perché conta di più l’uomo e quello che stai costruendo con lui…».

La Kurylenko nell’ultimo film, The water diviner, diretta da Russel Crowe (courtesy of http://www.dailymail.co.uk)

L’articolo è su Donna Moderna del 27 gennaio 2015.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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