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Cristiana Allievi

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«Ma la più trasgressiva sono io». Melanie Griffith parla di sè (e di sua figlia Dakota)

13 venerdì Feb 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Akil, Antonio Banderas, Automata, Cassevetes, Cinquanta sfumature di grigio, Cristiana Allievi, Dakota Johnson, Day ouf Days, Don Johnson, Festival di Locarno, Hollywood, Melanie Griffith, Thirst, Tippi Hedren

Sua figlia Dakota è la star del film hot del momento. Melanie Griffith, invece, oltre i limiti è andata soprattutto fuori dal set: quattro divorzi, l’alcolismo e la lotta contro Hollywood che l’ha esclusa troppo presto. Ora, però, sta tornando sugli schermi con ruoli significativi, a partire  dall’interpretazione di parti di sé che la spaventano.

L’attrice Melanie Griffith, 57 anni.

Camicia di seta color panna e pantaloni grigi, la prima cosa che mi colpisce è che ha due gambe infinite. Sono a caccia di segni, di quel tipo indelebile che le dovrebbero aver lasciato addosso le crisi, le dipendenze da alcol e droghe, le riabilitazioni, gli eccessi e soprattutto svariati divorzi. In fondo ne ha attraversate davvero tante nella vita. A partire dall’avere una madre, l’attrice e modella Tippi Hedren, che da bambina la faceva dormire con un leone vero nel letto- c’è solo da immaginarsi la paura accumulata grazie a questi gusti materni – per finire con l’ultimo divorzio da Antonio Banderas, la scorsa primavera, il quarto dopo quelli da Don Johnson (sposato due volte) e Steven Bauer. No, tutto questo non può averla lasciata senza cicatrici. Eppure gli occhi di Melanie sono luminosissimi, forse solo un filo meno azzurri di un tempo. A 17 anni era già sul set in nudo integrale, è stata candidata agli Academy, ha vinto il Golden Globe, l’hanno diretta Abel Ferrara, Jonathan Demme e Brian De Palma. E cosa ha scelto per il suo ritorno sugli schermi, a 57 anni, dopo anni di assenza, la scorsa estate? Un corto della bravissima Rachel McDonald, dal titolo Thirst, sete, ancora inedito in Italia e presentato al Festival del cinema di Locarno, in cui interpreta una donna offuscata dall’alcol, maltrattata dal chirurgo estetico e per giunta esposta alle luci impietose del set. Insomma, ha avuto il coraggio di esporsi, mostrando una se stessa tremendamente simile alla realtà, cosa sorprendente se si pensa che ha girato il film mentre era sulla via della separazione dal marito. Ora, ironia della sorte, Banderas la dirigerà presto in Akil, mentre il 26 febbraio saranno insieme in Automata, pellicola ambientata nel 2044 su una terra che si avvia alla  desertificazione, e su cui sta scomparendo l’uomo. «Per me Melanie è prima di tutto una grade attrice», ha detto di lei Benderas, «ma è anche la persona che ho amato, che amo e che amerò per sempre». Una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo, nel momento in cui di Melanie si parla anche per un altro motivo: sua figlia Dakota è la diva del momento nei panni dell’eroina sexy Anastasia Steele nel film 5o sfumature di grigio. La nostra conversazione inizia naturalmente da qui.

Ci sono somiglianze tra lei e Dakota, da una parte, e tra lei e sua madre, un’icona di Hitchcock? «Dakota è meglio di me e di mia madre messe insieme. Sembra aver fatto tesoro dei miei errori e anche di quelli della nonna, davvero è molto meglio di noi due. La trovo un’attrice straordinaria, ma non ho ancora visto il film di Sam Taylor-Johnson (pare che Dakota lo abbia “vietato” sia a lei sia al padre, l’attore Don Johnson, ndr)».

Andrà a vederla? «Mai, temo che la metterei in difficoltà. Ma credo in lei, da piccola diceva sempre che sarebbe diventata una grande attrice, non le è mai mancata la fiducia in se stessa».

Negli ultimi vent’anni ha avuto piccoli ruoli, anche se molto significativi: è dipeso dalle sue difficoltà personali? «In molti hanno pensato che non volessi più lavorare, e c’è del vero. Sono stata occupata nell’essere la moglie di Antonio, e nel crescere Stella. Fare la madre mi piace moltissimo, ma adesso le ragazze sono cresciute. C’è un altro fatto, rispetto ai ruoli a cui si riferisce, come quello in Pazzi in Alabama. L’ho girato a 41 anni, e mi creda, a Hollywood compiere 40 anni è come diventare vecchi… Questo fattore ha inciso molto, oltre alle difficoltà personali a cui si riferisce, per cui confesso di aver avuto bisogno di uscire da tutte le superficialità hollywoodiane».

Crede al nuovo motto di moda proprio da quelle parti, “i cinquanta sono i nuovi trenta”? «Mi piacerebbe (sorride, ndr). Quando ho compiuto 50 anni Antonio e i miei figli hanno scritto una canzone che hanno intitolato proprio così. Tecnicamente adesso sta parlando con una trentaseienne…».

La Griffith con sua figlia, Dakota Johnson (courtesy of USWeekly.com)

Ha definitivamente superato la crisi di non vedersi più chiamare per l’età? «Sono così vecchia che le dico di sì (ride, ndr), infatti oggi lavoro di nuovo. Sto per girare due film, Day out of days con Cassavetes che racconta proprio di una donna di quarant’anni che compete con le più giovani, a Hollywood, e uno con Joe Berlinger, il drammatico Facing the wind. Sarò anche a Broadway tutto l’inverno, ma soprattutto, oggi ho la sensazione di poter fare quello che voglio: sono una donna libera, posso fare quello che mi pare».

Come affrontare le dipendenze sullo schermo, come ha fatto con Thirst? «Ci sono due aspetti che contano. Primo, non è facile avere dei ruoli in cui senti di poter davvero affondare i denti, cose sostanziose intendo. E secondo sono un’alcolista in cura, ho accettato spinta dal desiderio di uscire da questa schiavitù. Ho pensato che recitare la mia parte alcolizzata fosse un modo per liberarmene».

Com’è finita invece in un film futuristico come  Automata? «È una storia grandiosa, adoro il regista, Gabe Ibanéz. Profetizza un futuro in cui l’intelligenza umana e quella artificiale vivranno fianco a fianco. Io sono Susan Dupre, la scienziata che programma i robot. Lavoro per una società leader nel campo dell’intelligenza robotica, e per una volta  non indosso i soliti abiti disegnati dai migliori stilisti».

Chi è oggi Melanie Griffith? «Mi sono occupata di stupidaggini, in vita mia, i miei pensieri erano tutti rivolti a costruire una carriera, “dovrei fare questo, e non quello….”, mi dicevo… Oggi sono una donna felice, felice di aver fatto tutto e di non dovermi più occupare del fatto che mi paghino o di quanto sia importante una produzione».

Preferisce essere diretta da un uomo o da una donna? «Mi vanno bene entrambi, non sono una femminista ma sono femminile. Certo, potendo scegliere sosterrei le donne: le registe a Hollywood sono il 2 per cento, non le sembra strano?».

Ha mai pensato di farsi una nuova vita, lontano dal cinema? «Ho molte altre idee, in effetti. Lavorerei con i bambini, ho già fatto molto raccogliendo fondi e facendo assistenza negli ospedali. Vorrei anche scrivere, e anche dirigere, e andare in qualche luogo remoto del mondo a fare la monaca o l’insegnante di yoga… La verità è che mi è rimasto un solo figlio e che sono libera. Come le ho detto, da qui in avanti potrò fare quello che mi pare!».

Intervista su Grazia dell’11 febbraio 2015

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«Non rinuncerei mai a due cose: la disciplina ferrea e l’amore totale», Olga Kurylenko

28 mercoledì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Cristiana Allievi, Daniel Craig, Danny Huston, Olga Kurylenko, Quantum of Solace, Russel Crowe, The water diviner, Tom Cruise, Ucraina

«Mi crede se le dico che non avevamo da mangiare? So che per voi è una frase fatta, ma dove sono cresciuta io il senso è proprio letterale…». È talmente bella Olga Kurylenko, l’ucraina che da Berdyansk, un paese dell’ex Urss, è arrivata a sfilare per Cavalli e Kenzo, e poi addirittura a incarnare la Bond girl di Daniel Craig in Quantum of solace, che si rischia di prestare poca attenzione alle parole che pronuncia. Recitare la interessava da quando era bambina, nel 2005 corona il sogno grazie a L’annulaire di Diane Betrand, poi a Paris Je t’aime accanto a Elijah Wood quindi al thriller francese Le Serpent. La fama mondiale le arriva accanto all’agente segreto più sfuggente del pianeta: da lì in avanti una serie di “no” a ruoli sexy e spirito di sacrificio hanno fatto il resto. Oggi Olga passa da un regista top all’altro, lo stesso dicasi per i colleghi di set. Da Tom Cruise (Oblivion) a un altro Bond, Pierce Brosnan (November Man) fino alla doppietta Ben Affleck-Xavier Bardem (To the wonder). Sembrava avesse raggiunto il top, quando le arriva una mail di Russel Crowe che le invia il copione di Water Diviner, il suo esordio alla regia attualmente nelle nostre sale. È un’avventura epica ambientata quattro anni dopo la devastante battaglia di Gallipoli in Turchia, durante la prima Guerra Mondiale. Un contadino australiano (Crowe stesso) va a Istanbul per scoprire la verità sui suoi figli, dati per scomparsi in battaglia, e lì inizia una relazione con la proprietaria turca del suo albergo. Neanche a dirlo, quella donna è Olga. Labbra carnose rosso fiammante, capelli neri lucenti, in un abito di seta scuro ha grandissimi occhi verdi che sorridono.

L'ex modella e attrice Olga Kurylenko

L’ex modella e attrice ucraina Olga Kurylenko (courtesy wall.alphacoders.com).

Come l’ha coinvolta nel film l’ex Gladiatore? «Mi ha scritto una mail “Ciao Olga, ti allego la sceneggiatura del mio film, leggila e dimmi se ti piace”. L’ho letta e gli ho risposto “il mio personaggio mi piace molto”. E Russel “Quanto ci metti a imparare il turco?”, gli ho risposto che mi bastava un giorno (ride, ndr)».

Vi conoscevate, lei e Crowe? «Non l’ho mai incontrato prima, è arrivato dal nulla! Mi sono chiesta perché mi ha scelta, forse il mio essere nata dall’altra parte del Mar Nero, non molto lontano dalla Turchia, ha aiutato. Nel film sono Ayshe, una donna che manda avanti un hotel da sola con coraggio, dopo aver perso il marito, di cui col passare del tempo si capisce che era follemente innamorata. Tutto quello che le è rimasto è un albergo e suo figlio. Sono queste perdite reciproche ad avvicinare me a Connor».

Come avete lavorato insieme? «La prima volta che ci siamo incontrati di persona è stato a Parigi, di rientro dalle riprese di November Men con Pierce Brosnan. Confesso che credevo sarebbe stato faticoso essere diretta da un regista esordiente, ma non avrei potuto sbagliarmi di più: è stato il lavoro più fluido che mi sia mai capitato, la sicurezza di Russel faceva si che un paio di riprese gli bastassero, non siamo mai andati ai tempi supplementari (ride, nr)».

Ha citato Parigi, una città chiave nella sua vita. «Sono cresciuta con mia nonna e mia madre in Ucraina, nella povertà più estrema, mio padre se ne è andato presto. Avevamo veramente poco, anche se mamma faceva l’insegnante. Eravamo in tanti, tutti in un appartamento: avevamo la nostra stanza e quando mancava il cibo, ce lo dividevamo tra zii e cugini. A 15 anni sono andata a Mosca a fare la modella, l’ho accettato per soldi, di lì mi hanno spedita a Parigi».

Com’è stato quel lavoro? «Non l’ho scelto perché mi divertiva, non ho mai parlato con nessuno, non andavo alle feste, non avevo idea di quello che stavo facendo. Voglio dire che non ero modella nella mia testa, andavo in giro in sneakers… Era solo per i soldi, e se oggi mia madre vive bene lo devo a quel lavoro, mi ha fatto campare. Pensi che non parlavo una parola della lingua del posto, so cosa significa sentirsi soli, credo che sia il motivo per cui Malick mi ha scelta, mi ha sentita vagamente alienata…».

Da non sapere una parola di francese a diventare una Bond girl, come ha fatto? «Grazie alla disciplina. Mia madre mi ha tirata su con idee molto chiare in merito. Ricordo la tabella di marcia delle mie vacanze da bambina: sveglia alle sette, colazione, lettura del tal libro, matematica, ero molto organizzata. Quando mi sono trasferita a Parigi non sono andata a scuola, ho studiato da sola: tutte le sere alle sette facevo le lezioni di francese, con tanto di compiti. Diciamo che l’amore per la disciplina è stato un punto a mio favore».

Da modella a mito, Quantum of Solace le ha cambiato la vita? «La stampa è impazzita, tutti hanno scoperto chi ero, credevano che fosse il mio primo film e se penso a quanto avevo lavorato prima… È stato un po’ come quando ho iniziato a danzare, da bambina, e tutti mi scoraggiavano, ma sono sempre stata caparbia, non ho mai mollato. Finchè un incidente si è messo di mezzo, mi sono rotta una gamba e ho smesso di ballare. Ma l’ho deciso io».

Due matrimoni alle spalle, da tre anni è fidanzata con Danny Huston (figlio del grande John Huston). Le sue idee sull’amore sono cambiate?

«Molto. A vent’anni stavo nel mio piccolo appartamento a Parigi, il mio agente mi ha detto “sono due anni che sei qui, com’è che non hai un fidanzato?”. Non ci ho mai pensato di doverlo avere, questo per capire com’ero giovane di testa. Poi mi sono sposata due volte, credevo a tutto quello che mi dicevano, e soprattutto non davo grande valore al legame. Oggi sono più consapevole, il film di Malik mi ha cambiata ulteriormente. Ho cominciato a farmi domande, cos’è l’amore? perché comincia? perché finisce? Ho capito che è la cosa più importante della vita, e che significa anche accettare di perdere delle cose che sembravano irrinunciabili, perché conta di più l’uomo e quello che stai costruendo con lui…».

La Kurylenko nell’ultimo film, The water diviner, diretta da Russel Crowe (courtesy of http://www.dailymail.co.uk)

L’articolo è su Donna Moderna del 27 gennaio 2015.

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«Sono un uomo in fuga», parola di Keanu Reeves

27 martedì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Cristiana Allievi, Eli Roth, Grazia, Hollywood, John Wick, Keanu Reeves, Knock, Matrix, Men of tai chi, The whole Truth, Willem Dafoe

Era sparito dalle scene, ma ora, a 50 anni, Keanu Reeves è tornato in un film d’azione, John Wick, subito osannato dalla critica. Il quotidiano americano The New York Times ne celebra la perfezione, il settimanale Time loda l’humor nelle scene violente. Ora anche il pubblico italiano potrà rivedere l’attore al cinema e rimanere per lo meno sedotto dai suoi occhi esotici e da quell’aria timida così irresistibilmente sexy.

Per Reeves è un ritorno alla grande, ma non bisogna illudersi: presto scomparirà di nuovo, perché lui non è il solito divo di Hollywood. È un uomo che ama le fughe, che diserta la mondanità, che nasconde il proprio nome anche quando regala in beneficenza migliaia di dollari, che è stato scoperto dai paparazzi a passare la mattina con un barbone a Los Angeles, per donare ascolto e conforto.

L'attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962

L’attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962 (courtesy Grazia.it)

Reeves è imprevedibile, perché non segue le logiche del business. All’apice del successo si è messo a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti con la band che aveva fondato, i Dogstar, vivendo senza fissa dimora per mesi. Oggi ha ripreso a suonare il basso e sta pensando di rimettere in piedi i Dogstar: «La band non è ancora ricostituita del tutto. Abbiamo ricominciato da poco. È un po’ come reincontrare dei vecchi amici dopo tanto tempo», racconta. Come faccia a essere così indipendente dalle regole di Hollywood? Per Reeves i soldi non contano: «Potrei tranquillamente vivere per i prossimi secoli con quello che ho già guadagnato», ha dichiarato.

Ma dietro la sua irrequietezza c’è anche altro. Il padre drogato e spacciatore, la leucemia che ha colpito la sorella Kim, di due anni più giovane di lui, il suo più grande punto di riferimento familiare, la figlia nata morta e la compagna Jennifer Syme scomparsa in un incidente d’auto.
Keanu Reeves è in fuga, ma i demoni del suo passato lo seguono ovunque. Oggi dice di essere single, di non avere tempo per l’amore, la verità è che il fantasma di Jennifer non è facile da sostituire. Meglio la solitudine. In una vita lontana dai fasti, l’unico capriccio che l’attore si concede è la passione per le moto. Ha fondato la Arch Motorcycle Co., che costruisce moto su misura. Ha scritto un libretto di poesie, Ode to Happiness, Ode alla felicità, quasi per esorcizzare il dolore. E l’anno scorso ha debuttato alla regia con Man of Tai Chi, girato interamente in Cina e di cui è anche protagonista.

Reeves parla a Grazia da Los Angeles, quando ha appena terminato la produzione dei thriller Knock, Knock, di Eli Roth, e The Whole Truth, con Renée Zellweger. E per le fan italiane c’è una buona notizia: Maria De Filippi l’ha voluto fortissimamente in questa edizione del suo programma C’è posta per te.

Reeves in una scena di John Wick: non si era mai visto prima un killer così ben vestito (courtesy Collider.com)

Che cosa l’ha attratta di John Wick? 

«Mi è piaciuto il mondo un po’ di fantasia in cui vive, con case bellissime, soldi a palate, oggetti sofisticati e opere d’arte. Mi sono piaciuti i dialoghi, ma soprattutto le cose che non vengono dette. Prediligo il mistero e le strade che si incrociano silenziosamente. I film d’azione mi sono sempre piaciuti, ma cerco di raccontare storie che abbiano qualcosa in più. È il motivo per cui sono andato da Chat e David (Stahelski e Leitch, i registi di John Wick, ndr) con questo progetto, avevo intuito che potevano rendere al meglio questo mondo sommerso».

Hanno un passato di stunt, hanno lavorato in molti film d’azione e uno dei due era la sua controfigura in Matrix. Com’è stato averli come registi? 

«Ho sentito che l’asticella si alzava, in termini di aspettative. Entrambi vengono dal mondo delle arti marziali e non cedono di un millimetro sui dettagli, per questo mi sono sottoposto a una preparazione fisica estremamente impegnativa, ho cominciato mesi prima delle riprese, cinque volte a settimana otto ore al giorno. Poi mi sono allenato un’estate intera per diventare John Wick».

Un uomo che è praticamente scomparso dopo aver detto addio alla vita da killer. Anche lei, uno degli attori più famosi di Hollywood, riesce a rimanere defilato dallo sguardo del  pubblico.
«Non so se John sia un uomo che cerca più di scomparire o di uscire dalla vita. Io non ho mai cercato di abbandonare la vita, ho sempre e solo voluto raccontare storie e mi reputo estremamente fortunato di riuscirci ancora».

C’è una linea sottile nel film, riassumibile in “ognuno ha un prezzo”, concorda?
«Sì, ogni persona ha il suo prezzo. Ma credo dipenda da quello che si sta comprando e vendendo, non trova?».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza.
«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza. 

«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Quali sono i tocchi personali che ha dato al film?
«Il mio apporto più grande è stato il video di John e sua moglie, che lui continua a guardare e riguardare. Lei avrebbe dovuto essere solo un flashback all’inizio del film, ma mi è venuta l’idea del video e ho voluto che diventasse una specie di leitmotiv per ricordare allo spettatore qual è il motore di tutta la storia».

I suoi colleghi di Hollywood si lamentano spesso del fatto che è sempre più difficile ottenere  parti che piacciano davvero, è d’accordo?
«A me sembra che nel cinema indipendente si stia vivendo un vero Rinascimento, ci sono molte opportunità. Mi vengono in mente i film di Paul Thomas Anderson e di Christopher Nolan, geni che hanno stravolto le regole del settore».

Come si è sentito in una New York leggermente proiettata nel futuro?
«Sono contento che la nomini, è una componente importante dell’atmosfera e ai miei occhi è un misto di passato, presente e futuro. Il look più forte che rintracci è nelle linee degli abiti, eleganti, ma dai colori futuristici come gli ori e i rossi. Ci si ispira al cinema di Hong Kong ma anche a Steven Spielberg e ai noir degli Anni 70».

C’è un’ultima domanda che voglio fare prima di salutarlo: in questo film l’attore ha scelto l’eleganza. Mi racconta che il costumista Luca Mosca ha dato agli abiti molti significati simbolici: «Il nero è funereo ed è sacerdotale, è anche molto elegante, ma non richiama l’attenzione. Quando lo indosso, senz’altro mi influenza», spiega Reeves, che d’altronde con il look di Matrix aveva lanciato uno stile.

Poi lo saluto, sapendo già che presto lui “scomparirà” di nuovo.

Ancora Reevs in una scena di  John Wick (Courtesy it.ign.com)

Ancora Reevs in una scena di John Wick (Courtesy it.ign.com)

L’articolo è su Grazia del 25 gennaio 2015 

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«Perchè dopo il buio c’è sempre l’Alba», e Saverio Costanzo lo sa

15 giovedì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Alba Rohrwacher, Cristiana Allievi, diventare genitori, Hungry Hearts, inquinamento, manie alimentari, Maurizio Costanzo, Saverio Costanzo

Per il suo film più importante il regista Saverio Costanzo ha scelto la sua musa e compagna di vita, Alba Rohrwacher. E lei per Hungry Hearts, da oggi nelle nostre sale, si è aggiudicata la coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia. Costanzo l’ha resa protagonista di una storia d’amore folle e di paure, a testimonianza del fatto che certe coppie fanno dell’andare in profondità il centro della propria relazione. Un fatto che fa ben sperare, perché per raccontare bene qualcosa, è meglio conoscerlo a fondo

Il regista Saverio Costanzo all'ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

Il regista Saverio Costanzo all’ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

«UCCIDE PIU’ IL TROPPO AMORE O IL NON AMORE?», chiedo a Saverio Costanzo. «Uccidono allo stesso modo», mi risponde. Incontro il regista per parlare del suo nuovo film, Hungry Hearts (“Cuori affamati”), nelle sale in questi giorni. La storia è di quelle che fanno discutere: racconta di una madre, Mina (Alba Rohrwacher), che ha la pretesa di preservare il figlio da un mondo esterno inquinato. Il padre Judd (Adam Driver) arriverà a strapparglielo per salvarlo, ma non riuscirà a evitare il peggio. Un tema forte, un’interpretazione intensa e drammatica, che è valsa ai due protagonisti la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia come migliori attori. E il fatto che per un ruolo così estremo, quello della madre travolta da ossessioni e paure, il regista abbia scelto proprio Alba Rohrwacher, la sua musa e compagna, è singolare, ma anche significativo: l’ha voluta accanto nella sua prova più difficile.

Saverio Costanzo è molto schivo: risulta chiaro, parlandogli, che delle interviste farebbe volentieri a meno. Normale, per uno che cerca di fuggire praticamente da sempre alla scomoda posizione di “figlio di”. Nel caso specifico, del giornalista Maurizio Costanzo,che lo ha avuto dalla prima moglie, la giornalista Flaminia Morandi. Ma il regista, padre di due bambini nati dalla relazione con Sabrina Nobile, inviata del programma di Italia Uno Le Iene, è un bell’esemplare di figlio al quale un genitore ingombrante ha reso necessario fare un salto: è probabile che proprio l’esigenza di stabilire un centro proprio, inespugnabile, lo abbia reso l’artista dal punto di vista originale e netto che oggi è. «La cosa interessante di Hungry Hearts è che mostra due genitori in buonissima fede», inizia il regista. «C’è una madre che mi ha profondamente colpito perché fa cose giuste, eppure…».

Eppure si fa divorare dall’ossessione: non porta il figlio fuori per non fargli respirare l’aria di New York, coltiva le verdure sul tetto per nutrirlo. Follia o amore di madre? 

«Non sono sicuro di niente, quando si parla del personaggio di Mina. Ma so per certo che il passaggio dall’essere figlio al diventare genitore è molto doloroso. Ci ostiniamo a presentarlo come naturale, ma non lo è».

Adam Driver, il padre del film Hungry Hearts, si è aggiudicato la Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia come miglior attore protagonista (foto http://www.indie-eye.it)

Che cosa è doloroso nel diventare genitori?
«Il cambiamento del punto di vista. Da figlio ti vedi in un certo modo: all’improvviso devi fare i conti con una nuova dimensione».
Visto il cognome che porta, è inevitabile fare i conti con il suo, di padre. Che ha ammesso: «Con i miei figli non ci sono stato, ho sempre lavorato». Questo l’ha influenzata? 
«Penso di no, ma non so risponderle. E a proposito del cognome, non mi sono mai presentato come figlio di Maurizio Costanzo: voglio dire che già a 12 anni cercavo di essere Saverio, non “il figlio di”. Non mi sono mai sentito il figlio del personaggio, quello pubblico, ho tenuto le cose separate. Credo si sia trattato di una forma di rispetto innanzitutto per me stesso, poi per mio padre e infine per lo spettatore: mi è stato insegnato così».
È un caso che disagio e malessere esistenziale siano le cifra del suo cinema?
«Sì, non cerco il dolore, né il disagio o la sofferenza. Mi interessa fare un percorso attraverso una storia, il centro dei miei film è la ricerca, è un tendere a una scoperta attraverso un processo che faccio io, per primo. Quando dirigo so sempre qual è la sua tensione, so dove vuole andare, ma non so dove arriverà, lo scopro strada facendo».
Che cosa le interessa della quotidianità estrema che racconta? 
«Imparare a non giudicare i personaggi, che poi è un modo per giudicare meno anche me stesso». 
È severo con se stesso?  
«Decisamente sì». 
Ha detto di sé: «Sono pieno di paure, sono un codardo». 
«È vero, ho paura quasi di tutto nel quotidiano. Quando giro un film ne ho meno perché le cose diventano più chiare. Hai un ritmo prestabilito, la vita è più ordinata. E poi condivido con gli altri, sono costretto a fidarmi, ad affidarmi: per questo quando lavoro ho meno paura, perché mi aiutano gli altri, non sono solo».
Sullo schermo Alba Rohrwacher esce fisicamente distorta, dalla macchina da presa o dalle diete: lei non si è ribellata? 
«Non è contro di lei, naturalmente, e poi per un’attrice lavorare su un personaggio con il proprio corpo è un’esperienza molto intensa. Ad Alba piace». 
Come regista e attrice, ma anche come coppia, state facendo un viaggio incredibile. 
«Il lavoro che condividiamo è una cosa grossa e anche un grande piacere, ci permette di stare più tempo insieme. E scavare su certi temi è il modo migliore di essere una coppia».
Perché i suoi film sono tratti da romanzi (vedi riquadro a destra, ndr)? 
«Per pudore. Vince sempre la storia di qualcun altro perché dietro quella io mi difendo, mi nascondo. E nascondermi mi da più libertà». 
Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

su Grazia del 21/1/2015

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Agnes B.,«Vi racconto i bambini che non hanno mai visto il mare»

04 domenica Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Agnes B., Basquiat, cinema, Cristiana Allievi, David Lynch, incesto, Io donna, Je m'appelle hmmm..., Moda, Quentin Tarantino

Ha iniziato vendendo le sue creazioni al mercato delle pulci, oggi ha un impero da 332 negozi. Poi, a 70 anni, Agnes B. ha girato il primo film. Che parla di una fuga da un incesto. E di avventure on the road, come racconta lei stessa 

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La stilista e regista Agnes B. (Photo courtesy of agnes b. & Patric Swirc)

Céline ha 11 anni e un padre incestuoso e disoccupato. Così, alla prima occasione, scappa di casa, finendo sul camion di un autista scozzese che ha perso moglie e figlie. I due avranno un’avventura on the road dagli esiti imprevedibili. Lascia di stucco, l’esordio alla regia di Agnes B. – Agnès Troublé fuori dalle passerelle e dalle sue boutique. Je m’appelle Hmmm… è un film forte, girato tra la sua vera casa, Bordeaux e le spiagge di Biarritz. La cosa non dovrebbe sorprende, in effetti. Nata e cresciuta a Versailles in una famiglia borghesissima, a 21 anni Agnes aveva già alle spalle un matrimonio con un editore più vecchio di lei e due figli. Senza un soldo in tasca, scovata da una redattrice di Elle al mercato delle pulci, con le sue creazioni di moda e il suo stile solido e libero ha creato un impero: 332 negozi tra gli Usa e il Giappone, una casa di produzione cinematografica, un atelier e tre gallerie d’arte. Quentin Tarantino ne ha immortalato gli abiti in Pulp Fiction e Reservoir Dogs ed è un suo fan. Basquiat la adorava, lo stesso dicasi per artisti contemporanei che ha sostenuto di tasca propria, come i registi Claire Denis a Gaspare Noé, passando per l’eccentrico Vincent Gallo. La incontro in un hotel nel cuore di San Pietroburgo, per parlare di cinema, moda e vita, in occasione dell’International Media Forum in cui ha presentato il suo film che è in giro per i festival del mondo. In nero integrale, capelli biondo miele, mi colpisce subito per quel calore che emana e un senso di empatia verso il genere umano.

L’incesto come tema del proprio esordio registico: una scelta che lei fa a testa alta. «Ho scritto personalmente la storia, ci ho messo dieci anni. La cosa che mi ha colpita di più è che il film è esattamente ciò che ho scritto e che volevo raccontare. Non ho più produttori alle spalle e faccio davvero le cose spontaneamente. E non avendo fatto una scuola, non ho il senso di cosa si può fare o meno, sono molto libera».

La storia che racconta nel film la riguarda personalmente? «Diciamo che ne ho esperienza, ma non è stato con mio padre, né sono scappata, come fa Céline nel film. Leggo Le monde ogni giorno, sono storie frequenti anche se le persone non vogliono parlarne».

Visivamente molto sofisticato, il suo lavoro alterna stati onirici a una natura straordinaria, musica contemporanea di David Daniels e Sonic Youth e arie d’opera. «Sono figlia di Godard, la relazione tra suono e immagine è molto importante per me. Ho sempre fatto la fotografa e ho girato corti per raccontare le mie collezioni, non sono pubblici perché i diritti valgono solo per una stagione, poi non puoi più mostrare le modelle. Ne avrò almeno 25 all’attivo, è così che ho imparato a girare, devo moltissimo alla mia piccola macchina da presa giapponese, una Harinezumi che non mi lascia mai».

La scena dei danzatori di Butoh, tutti bianchi, immersi nella foresta, è un altro omaggio al Sol Levante? «In realtà quell’immagine viene dalla mia infanzia. Sono nata e cresciuta a Versailles, nel parco c’erano tutte quelle statue bianche. Ricordo che un giorno le ho immaginate mentre si muovevano, una visione che evidentemente non mi ha abbandonata».

Ha una predilezione per il blu? Si rintraccia nelle auto come nei mobili, ma anche nella casa della nonna della bambina… «Quella che cita è casa mia e il tavolo che si vede è del mio studio! I colori che preferisco sono il rosso e il blu pallido. Volevo una grande differenza cromatica tra la vita della bambina e quella della donna adulta».

 La natura e la strada hanno una parte enorme nella sua visione. «Sa che in Francia il 25 per cento dei bambini non ha mai visto il mare? Da non credere. Quando viaggiavamo e avevo solo 10 anni mio padre mi metteva nel sedile accanto a lui, non è un caso che la strada e l’osservare le cose mi affascinino così tanto».

Si può dire che in strada sia nata la sua fortuna. «Avevo 20 anni, senza un soldo in tasca, mi vestivo mischiando pezzi di Monoprix. Un giorno, al mercato delle pulci, qualcuno di Elle magazine mi ha visto e ha detto “lei è vestita in modo bizzarro…”, e mi ha portata al giornale. Tutto è incominciato così».

Oggi grandi artisti indossano i suoi capi. «Sono 25 anni che David Lynch sceglie maglie e giacche disegnate da me, e Tarantino mi chiede di rifargli le stesse giacche di Pulp Fiction, le consuma (ride, ndr)».

A quarant’anni dall’apertura della sua prima boutique, a Parigi, saprebbe dire qual è il suo talento? «Mi è sempre piaciuto aiutare le persone a sentirsi bene, all’inizio stavo personalmente in negozio per questo. Ma dovremmo parlare di più del talento, e di come usarlo, oggi sento solo la parola “fama”… Le persone che credono troppo in se stesse di solito non sono le più dotate, del talento di cui sopra. Chi dubita è meno arrogante».

Da dove viene la sicurezza che trasmette? «Da una natura molto positiva e serena, mi piace ridere e parlare con i miei amici. E quando esco non è per fare shopping, non voglio sapere cosa propongono gli altri, voglio restare libera. Sa che non ho mai fatto una pubblicità in vita mia, per Agnes B.?».

In un’epoca di narcisismo sfrenato, il suo è un comportamento vintage. «La stampa mi ha sempre aiutata, in Giappone come in Cina, forse perché hanno visto qualcosa di diverso, la possibilità di uno stile che le persone creano da sole, abbinando come vogliono quello che propongo. Amo i capi che durano una vita e non mi piacciono le cose troppo costose, che poi si usano due volte… Ma più di tutto, mi piace che la gente abbia fiducia in me».

Io Donna,  14 dicembre 2014

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La locandina del film di Agnes B., Je m’appelle hmmm… (courtesy of allocine.fr)

Frédéric Tcheng, lo scienziato che racconta la moda (quella di Dior in particolare)

21 domenica Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Christian Dior, cinema, Cristiana Allievi, Dior and I, Frederic Tcheng, Moda, Raf Simons, San Pietroburgo

Raf Simons è diventato il designer di Dior e, in appena due mesi, ha lasciato il segno in una delle sfilate cruciali degli ultimi anni. Il regista francese Frédéric Tcheng l’ha convinto a portare sullo schermo questa avventura a metà tra invenzioni, tradizioni ed emozioni. E a Flair, per la prima volta, svela tutto quello che è successo dietro le quinte.

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Frédéric Tcheng, regista francese di Dior and I, incentrato sulla figura dello stilista tedesco Raf Simons.

Bianco e nero. L’ombra di una donna che gira su se stessa con la gonna a ruota viene catturata sui marciapiedi di Parigi. Gli inviti per la sfilata sono scritti a mano. I paparazzi sono aggrappati sui cancelli della maison. La polizia contiene la folla a fatica. Su queste immagini parla una voce fuori campo, quella di Dior, raccontando della presenza di due gemelli siamesi. C’è l’uomo che presiede alle sfilate, che lavora con i suoi dipendenti, che parla con la stampa. E c’è il suo gemello, che predilige la casa di Granville, frequenta pochi amici e soprattutto detesta i cambiamenti repentini. Cinquantacinque anni dopo, colore. La macchina da presa inquadra immagini straordinarie di tetti parigini poi si insinua fin su, in cima al palazzo, nel cuore pulsante della maison Dior. Alle pareti le foto elegantissime del couturier che ha rivoluzionato la moda campeggiano negli algidi corridoi. I sarti indossano camici bianchi e sembrano chimici in un laboratorio, però qui confezionano abiti preziosissimi. I lavoratori, persone semplici, sono chiamati a raccolta nel salone centrale per un grande evento: l’incontro con Raf Simons, il nuovo stilista della maison. L’uomo che deve materializzare una collezione in due mesi quando normalmente ce ne vogliono sei. Dior and I è ghiaccio bollente, un film emotivo nei contenuti e freddo visivamente. Bastano tre minuti di visione per capirne i punti di forza: la sovrapposizione tra passato e presente e la tensione. 36 anni, tre ottavi di sangue cinese nelle vene (suo nonno era cinese, la nonna solo per metà), Frederic Tcheng aveva un sogno: girare un film sulla prima collezione di Simons per Dior. Lo ha realizzato nel 2012, quando il designer belga si è insediato nella casa di moda, e si può dire che l’opera abbia superato se stessa, mostrando l’incontro fra due uomini (tre, se si include Dior) legati da vere e proprie affinità elettive. Quante, lo si capisce incontrando Tcheng di persona, in occasione della presentazione di Dior and I (che è ancora inedito in Italia) alla prima edizione dell’International Mediaforum di San Pietroburgo.

“Sono sempre a caccia di parallelismi tra la moda e il cinema”, l’ho sentita dire poco fa. Perché la interessano? «Il paradosso è che vengo da tutt’altro mondo. Sono un francese cresciuto a New York, mi sono trasferito a Parigi a studiare ingegneria, poi è arrivato il mio grande momento di crisi: non mi vedevo a lavorare come ingegnere per il resto della vita. Nel 2001 ho preso un anno sabbatico, mi sono iscritto a varie scuole di cinema finchè nel 2001 mi hanno accettato a quella della Columbia University».

Un ingegnere che torna all’Università a studiare cinema, questa è la notizia. «(ride, ndr) Ero molto felice di ricevere una formazione valida, dopo la quale è arrivato il progetto Valentino, l’ultimo imperatore. Il mio amico Matt Kapp era produttore del film, stavano andando a Parigi a girare nel castello dello stilista e mi ha chiesto di fargli da assistente di produzione. Mano a mano che le cose procedevano ho curato anche l’editing, alla fine ci ho lavorato cinque anni. È stato il mio ingresso nel mondo della moda».

Poi è venuta la nipote di Diana Vreeland. «Lisa aveva visto il film su Valentino, quando l’ho incontrata. Ha voluto che girassimo insieme Diana Vreeland, The Eye has to travel. A film finito, durante un footage a Parigi per vip ho incontrato Olivier Bialobos, capo della comunicazione di Dior. Gli ho chiesto se le voci che circolavano e che volevano Simons come successore di Galliano fossero vere. In quel momento nemmeno lui lo sapeva».

Aveva lavorato per Jil Sander ma non era molto noto ai media. «È vero, ma ho sempre avuto la percezione che fosse un designer interessante e in qualche modo lo sentivo vicino. E avevo un sogno, fare un film su Simons e la sua prima collezione per Dior».

Come ha reagito Raf alla proposta di ritrovarsi una telecamera tra i piedi, oltre allo stress già considerevole? «Non voleva assolutamente che facessi un film. Non è timido di persona ma non sopportava di stare davanti a una telecamera nè l’idea di uscirne come una star. L’ho tranquillizzato spiegando che ero interessato alla creatività, non a trasformarlo in qualcosa che non è. Mi ha risposto “non riesco a dire né si né no… Vieni una settimana, facciamo una prova”. Colpito dalla mia discrezione, non mi ha chiesto di andarmene. Una settimana è diventata due mesi, venti ore al giorno insieme».

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Raf Simons prepara la sua prima sfilata per Dior

Raf ne emerge come un uomo emotivo e allo stesso tempo molto ingegneristico nel lavorare. Studia, analizza, riflette… «È proprio così, non ci si crederebbe ma ha studiato industrial design, quindi non la moda ma materie pratiche. E la coincidenza è che anche Dior era un architetto, avrebbe voluto fare quella professione, prima di incontrare la moda».

Lei come si è calato nel mondo Dior? «Mi hanno mandato dozzine di libri di foto che ho ignorato. A catturarmi è stato un volumetto grigio, Christian Dior and I, uscito nel 1956, un anno prima della morte. Si capisce dall’incipit che Dior aveva una relazione alienata con la sua immagine e ne parlava allo stesso modo di Raf, che infatti mi ha confessato di aver smesso di leggere il libro dopo tre pagine, era uno specchio troppo forte».

 

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La sfilata così come ripresa nel film Dior and I di Tcheng

(continua…)

 Intervista esclusiva pubblicata du Flair, Novembre 2014

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Oliver Stone, «Conosco la forza della rabbia»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Miti

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angelina jolie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Oliver Stone, Oliver Stone; Panorama; politica; The untold history of United States; Michelangelo di Battista;, Panorama

C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano reso un tipo determinato. Il regista simbolo del cinema politico ha accettato di farsi fotografare e di raccontarsi a Cristiana Allievi per Icon, magazine di stile di Panorama, come mai prima d’ora: l’infanzia, i rapporti con i genitori, le radici del suo cinema, la rabbia e l’orgoglio di una generazione di americani.

Oliver Stone

Il regista premio Oscar Oliver Stone

Con gli anni non do più in escandescenze come un tempo, ma m’infurio ancora. D’altronde, non ho certo intenzione di invecchiare scrivendo la mia autobiografia. Continuo a chiedermi il significato delle epoche che ho vissuto. E, soprattutto, se le ho davvero capite. Resta questa, oggi più che mai, la mia priorità».

Figlio di un finanziere repubblicano di Wall Street ebreo e di una parigina, Oliver Stone non si stanca di ripetere che quello che conta, al cinema, è prima di tutto intrattenere. Ma resta un cercatore ossessivo e spietato della verità, un maniaco nello scovare e vagliare fonti per le sue storie. E il ritmo vorticoso di Jfk, i tagli alle interviste di Fidel Castro (Comandante) e ai leader palestinesi (Persona non grata), così come le piste ostinatamente battute dal suo giornalista per raccontare la dittatura militare e l’omicidio di Oscar Romero in America Centrale (Salvador), la dicono lunga sulla sua idea di intrattenimento.
Non conta se i film li ha scritti, come Fuga di mezzanotte, Scarface oConan; se li ha scritti e diretti, da Platoon a Le Belve; o si è semplicemente messo dietro la macchina da presa, come in Ogni maledetta domenica. E non conta neppure se vincono una pioggia di Academy Awards, fanno buchi da milioni di dollari (Alexander) o vengono stroncati prima di nascere, com’ è stato per il biopic su Martin Luther King, bloccato dagli eredi del leader nero spaventati dall’idea che, anziché un’icona retorica, il film raccontasse un uomo in carne e ossa, adultero e lacerato dai conflitti con il suo movimento: Stone aspira sempre a una grandezza di genere immenso. Che non ammette compromessi. C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile, invece, che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano convinto una volta per tutte della necessità di dividere il mondo tra chi fa sul serio e chi invece no. Abbandonata l’Università di Yale per arruolarsi nell’esercito, dopo aver scritto un romanzo autobiografico andato malissimo, A child’s night dream, e aver festeggiato tre matrimoni, tre divorzi e la nascita di altrettanti figli, Stone non è certo il tipo da nascondere o vergognarsi di essere finito anche in galera per abuso di droghe e alcol. E quando crede in una storia ci mette sempre la faccia e pure i soldi.

Per il suo progetto più ambizioso di sempre, The untold History of United States, dieci ore di documentario che smontano settant’anni di storia ufficiale americana, ha sborsato di tasca propria un milione di dollari sui cinque necessari. Mentre per il final cut di Alexander, insoddisfatto dei ritmi e dei tempi che la produzione gli aveva imposto, ha deciso unilateralmente di rimettere da cima a fondo le mani sul film.
D’altronde, non si può chiedere a chi ha cambiato per sempre il modo di raccontare la guerra al cinema (vedere alla voce Platoon) di avere un carattere facile. La rabbia di Stone è il motore della sua creazione.

Chi è stato il primo destinatario della sua rabbia?
Mio padre Louis, credo. Quando decisi di partire per il fronte mentre tutti cercavano rinvii. Era un repubblicano conservatore e mi aveva cresciuto nell’upper East Side con il terrore della globalizzazione del potere militare russo e l’odio per il comunismo. Ma non voleva assolutamente che partissi. Come ogni padre, era contro la guerra. E soprattutto riteneva non fosse necessario che ci andassi io, cosa su cui non sono mai stato d’accordo.

Il conflitto a volte rende simili. Che cosa si porta dentro Oliver di Louis?
Mio padre era un uomo onesto, lavorava moltissimo e non ha mai fatto il broker per soldi né ha mai giocato con denaro altrui. Come tanti allora, odiava Roosevelt, perché aveva imposto un mucchio di regole alla borsa e un mare di tasse. Ma chi venne dopo, leader politici come Reagan e Thatcher, fece peggio, spingendo verso ogni sorta di privatizzazione senza preoccuparsi di costruire un vero libero mercato. Una politica che ci ha portato alla follia. Alla fine la finanziaria di mio padre fu divorata da Sandy Weil, l’ex amministratore delegato del gigante della finanza Citigroup: il primo mega banchiere globale, l’uomo che voleva tutto. Mio padre ha finito col pagare commissioni su commissioni. Eppure l’ho visto rimanere leale verso i suoi clienti fino all’ultimo giorno. La borsa allora era un altro mondo. I grossi profitti le banche li reinvestivano nel sociale. Altro che mettersi in tasca il 70 per cento dei guadagni come fa Goldman Sachs.

Non dev’essere stato facile accettare un figlio artista.
Sì, per molto tempo ha pensato fossi solamente un fannullone, e a un certo punto ho iniziato a crederlo anch’io… Ma lo diceva quando avevo 20 anni e non mi ero ancora affermato. Non credeva nel business del cinema, semplicemente. Era qualcosa al di fuori del suo orizzonte, della sua visione limpida ma anche  austera della vita. Prima di morire, però, mi ha detto: “Mi sono sbagliato, questa cosa dei film funzionerà, la gente andrà sempre di più al cinema”. E aveva ragione: negli anni Ottanta l’industria cinematografica letteralmente esplose. E io ero pronto per raccogliere i frutti della mia tenacia. Da giovane ero pieno di tensioni e insicurezze, ma sono state queste le forze che hanno ispirato la mia vita. Il desiderio di fare sempre di più non mi ha ancora lasciato. E credo che in fondo ogni regista faccia quello che fa anche perché si sente insicuro nell’affrontare la vita.

Perché il conflitto, la violenza, è spesso al centro della sua arte?
Corruzione, governi distorti, guerra: li racconto perché sono stati il cuore delle mie esperienze in questo mondo, fin da quando sono nato. Da artista ho cercato di mostrare quello che vedevo come potevo, nel modo più realistico possibile. La violenza è qualcosa che conosco bene. Ma non credo che i miei film siano violenti. Piuttosto fanno vedere gli effetti della violenza. Tutti tranne uno, Assassini nati, dove ho voluto di proposito essere grottesco e far ammazzare 55 persone ai due protagonisti….

La rabbia la spinge a fare certi film piuttosto che altri?
Nel mio caso è diverso, è il genere a cambiare. Quando sono arrabbiatissimo giro un documentario, uso la via diretta per dirlo. Se racconto una storia, invece, è segno che sono più tranquillo.

Sembra capace di sopportare bene gli alti e i bassi. Le ho sentito dire: «A me Nixon piace». Eppure è stato un flop.
La vita è dura, devi guardarla nell’insieme. Alcuni miei film hanno avuto successo, altri no. Dipende da dove tira il vento e se in quel momento hai fortuna o meno. La meditazione mi ha molto influenzato nel modo di vedere le cose, mi ha reso più consapevole, peccato non l’abbia praticata quando ero giovane… Ho iniziato nel 1993, e anche se a volte può essere molto frustrante, se sei regolare diventa un modo di vivere. E poi parte di te.

Oltre a suo padre, chi ha contato per la sua ispirazione?
Mia madre. E anche per me questa è una scoperta recente. Se rivedrà Alexander lo capirà. Quando uscì, nel 2004, mi costrinsero a stare sotto le tre ore e a tempi di lavoro strettissimi. Così, già nel 2007, iniziai a rimetterci mano. La nuova versione che uscirà è quello che avevo in mente. Ho rimesso mano a tutto il girato che avevo e ho proposto un viaggio completamente nuovo, di 3 ore e 26 minuti, nell’anima di un uomo, dalla nascita alla morte. Di un uomo che si è dovuto spingere fino alla fine del mondo per risolvere i conflitti con i suoi genitori.

Sua madre come Olimpia interpretata da Angelina Jolie…
Una donna fortissima, proprio così. I miei genitori lo sono stati entrambi, nonostante le loro incomprensioni. Penso che sia stato un bene, però: se uno dei due fosse stato dominante non ci sarebbe stato quel conflitto, quella frizione interna tra padre e madre, dentro di me, capace di scatenare una battaglia che è diventata il mio motore. Ero figlio unico e, come tutti, ho dovuto sopportare molte più emozioni di quante ne debba gestire normalmente un figlio. Tutto è molto più impegnativo quando sei da solo e la tua famiglia va inesorabilmente in pezzi.

La separazione è dolorosa. Come ha protetto i suoi figli dalla fine dei suoi matrimoni?
Sono stato sposato la prima volta per sette anni, la seconda per tredici e ora lo sono da diciotto (con la coreana Sun-Jung Jung, ndr). In pratica, quindi, è come se fossi sposato da sempre. Sono padre di tre figli, ho avuto i miei alti e bassi e di sicuro sto ancora imparando molto sulle relazioni. Ma cerco di fare del mio meglio per tenere tutto insieme. Nonostante sia stato molto vicino a mio figlio Sean, lo abbia ascoltato e aiutato sempre, ha comunque sofferto molto la fine del mio primo matrimonio. Non ho potuto evitarglielo: lo ammetto.

È un giovane regista, esattamente come lei ai tempi.
È vero, non ha ancora 30 anni e sta cercando il suo primo successo, che io ho avuto proprio alla sua età. Io, però, non avevo contatti in questo settore, mentre Sean è cresciuto circondato dalla regia. Ma non sono sicuro sia un vantaggio, molto sinceramente. È molto pericoloso avere un padre come me: è come bere vino e restarne inebriati. Ed è facile perdersi. Gli auguro il meglio. E anche se non potrò fare carriera al suo posto, vorrei che si convincesse che non mi importa quello che fa, né che cosa diventerà. Per me conta solo l’amore. Quindi, anche se dovesse finire in prigione, come d’altronde è capitato anche a me, sarò lì insieme a lui e lo amerò per come è.

“Nella mia vita c’è stata così tanta follia, ma per fortuna è sempre uscita col lavoro”, ha detto.
Fare film mi ha calmato, rassicurato, ha fatto uscire tutta la rabbia che avevo dentro. Martin Scorsese era il mio professore di cinematografia all’università (tornato dal Vietnam, Stone si è iscritto alla New York University, ndr): era pieno di energia, appassionato. È stato molto importante per me. E un giorno mi ha detto: “Sei stato in Vietnam, sei pieno di rabbia? Mettila nelle tue immagini…”. Con gli anni sono maturato e ho imparato a trasformarla in un’emozione positiva, ma la rabbia serve, anche per cercare la verità che continua a cambiare mentre cresciamo. Così, piano piano, sono maturato e ho trasformato la mia rabbia in qualcosa di positivo e di bello. E se da giovane avevo davanti agli occhi soltanto la guerra, i crimini, la corruzione, la menzogna, ora ho antenne più sottili: adesso sono i rapporti con gli altri al centro della mia attenzione.

Un’ispirazione nuova…
Sarà che sono più vicino alla morte… (scoppia a ridere). Ma vorrei girare qualcosa alla Visconti, qualcosa di simile a Bellissima, per intenderci. Ho sempre trovato straordinaria la passione di quella madre, e la relazione tra padre, madre e figlio mi ha affascinato. E poi adoro la Magnani.

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Stalin, Roosevelt e Churchill in una scena di The untold History of United States di Oliver Stone

In occasione della presentazione della versione per ragazzi del suo Untold History, edita da Atheneum Books e adattata da Susan Campbell Bartoletti, Olive Stone ha dichiarato: «Ho sempre pensato che ai giovani non piaccia la storia insegnata a scuola perché è stata eccessivamente “disneyficata” e resa insignificante dalle scuole americane, con gli Stati Uniti sempre rappresentati come fossero Biancaneve… Nel nostro racconto offriamo una versione più Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con la Regina Cattiva che compie parecchie delle malefatte nel mondo. Alla fine ai ragazzi piacciono le storie horror».  (8 dicembre 2014)

 

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Il regista con la Jolie, interprete del suo Alexander

 

Qui la cover story per Panorama Icon con foto in esclusiva di Michelangelo Di Battista

Marzo 2014 © Riproduzione riservata

John Turturro: «Tutta la vostra grande bellezza»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Gigolò per caso, Italia, John Turturro, Mia Madre, Palermo, Torino

Le chiese di Palermo, i dischi di Napoli, le librerie di Torino: il grande attore e regista italoamericano racconta a Panorama la sua Italia, personalissima segreta

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“Questo Paese è così ricco di storia e di bellezza da rendere maledettamente complessa la scelta di che cosa mostrare in un film”. Padre carpentiere pugliese immigrato a New York, madre cantante jazz di origine siciliana, John Turturro, 57 anni e 60 film alle spalle, è l’italoamericano più amato da Martin Scorsese, da Spike Lee e dai fratelli Coen. L’attore, nato a Brooklyn, ha appena terminato di girare a Roma Mia madre di Nanni Moretti e, per interpretare il suo quinto film da regista, Gigolò per caso, nelle sale italiane dal 17 aprile, si è scelto, guarda caso, l’italico nome di Fioravante.

Quando si lascia andare ai ricordi e alle esperienze tricolori, Turturro finisce per tracciare una personale geografia del cuore, competente e inattesa.  Dove si sente più a casa, nel nostro Paese?
Ho trascorso molto tempo in Sicilia. I ricordi di Palermo, con la sua architettura e il suo cibo da sogno, sono indelebili. In generale mi trovo bene ovunque. L’unica eccezione è stata Como: lì mi sono sentito un estraneo. Di Torino amo la quiete contemplativa, le librerie e anche le montagne che la circondano. Lo trovo un bel contrasto con Napoli, così selvaggia, affollata e ruvida.

Non a caso, nel 2010 lei a Napoli ha dedicato un film documentario musicale come Passione.
Di Napoli adoro tutto: il paesaggio, la povertà, il mare, il vulcano. Nel centro storico ho scovato lo studio in cui sono stati stampati i primi dischi in vinile, il Phonotype recording studio. Proprio lì, dietro l’angolo, c’è la Taverna dell’arte, dove la compagnia del proprietario e oste, don Alfonso, è grande tanto quanto il cibo che serve.

Ha scovato nuovi talenti musicali partenopei?
Antonio Fraioli, compositore e violinista, mi ha spedito il suo ultimo disco e l’ho trovato fantastico. Sono anche diventato fan degli Spakka-Neapolis 55.

Si è mai regalato una vacanza italiana?
Purtroppo no. In maggio mi concederò una full immersion nei luoghi di Fellini per le riprese di Tempo instabile con probabili schiarite, il prossimo film del mio amico Marco Pontecorvo.

Che cosa visita, nei momenti liberi dalle riprese?
Giro per mostre. Ho visto Modigliani e gli artisti di Montparnasse, ma la mostra del Caravaggio a Roma nel 2010 è stata una delle mie preferite di sempre. Sono un suo grande fan. Ho iniziato il film Passione con uno dei suoi dipinti. Vado a vedermi tutte le chiese in cui sono esposte le sue opere.

Ha mai pensato a un film su Caravaggio?
È molto difficile fare un buon lavoro su un pittore: l’unico film in tema che ho apprezzato è stato quello con Ed Harris nei panni di Jackson Pollock (“Pollock” è il titolo della pellicola, ndr).

Come immagina un Caravaggio “alla Turturro”?
Dovrebbe avere un taglio moderno. Caravaggio era un matto, una specie di rapper dei giorni nostri. Per scrivere qualcosa di efficace su un personaggio del genere ci vorrebbe uno stile di scrittura alla Pier Paolo Pasolini. Più ci penso e più mi pare un’idea pericolosa, ma non esistono sfide senza rischi.

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis ad una conferenza stampa di

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis alla conferenza stampa di “Gigolò per caso”

Intervista pubblicata su Panorama

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«Vi spiego perché Downton Abbey parla un po’ di noi»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in Serie tv, Televisione

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Cristiana Allievi, Downton Abbey, Julian Fellowes, Meggie Smith, Panorama, Romeo e Giulietta, Serie tv, Televisione, William Shakespeare

Parla Julian Fellowes, ideatore della saga sulla famiglia aristocratica dei Crawley, vincitrice di 10 Emmy award, cinque Bafta e due Golden Globe.

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E’ rimasto nell’ombra per vent’anni, facendo l’attore caratterista e lo scrittore per la tv. Poi è arrivato Robert Altman che gli ha fatto vincere un Oscar per la miglior sceneggiatura originale con Gosford Park, catapultandolo nella lista dei migliori scrittori per il cinema di Hollywood (The Tourist, The Young Victoria, Vanity Fair). Da lì in avanti è stata tutta un’ascesa per Julian Fellowes, attore, regista, produttore e scrittore di bestseller. E quando ha ideato la saga sulla famiglia aristocratica dei Crawley, Downton Abbey, di fatto ha creato una serie tv da Guinness dei primati che vanta nel palmarès 10 Emmy award (e 30 nomination), cinque Bafta e due Golden globe. Il 19 dicembre approda in Italia in prima serata la terza serie, su Rete4, mentre a gennaio in Usa ci sarà la première della quarta stagione e in Inghilterra inizieranno le riprese della quinta. Ricapitolando, la storia è quella della famiglia aristocratica dei Crawley che vive con la numerosa servitù in una casa nello Yorkshire, attraversando le varie fasi della storia inglese: dall’affondamento del Titanic alla dichiarazione di guerra alla Germania, poi, nella seconda stagione, gli anni della guerra…

Che cosa accadrà nella terza serie, finita al numero uno nella storia del network Pbs in Usa, con 24 milioni di telespettatori?
Sarà un po’ come quando, dopo un incidente, ci si tasta il corpo per capire quante ossa si sono rotte. Questo è quel che è successo negli anni Venti e Trenta, che mi colpiscono per la loro nebulosità, in un certo senso eccitante. C’erano tutti quei balli nuovi, gli aeroplani, i film, sempre più persone avevano la macchina, ma da un altro punto di vista serpeggiava la paura del futuro. Come oggi.

Non ha temuto di essere inopportuno mandando in onda una serie focalizzata su benessere e lusso, in un’epoca di crisi come la nostra?
È un momento di grandi insicurezze, i posti di lavoro o non ci sono o traballano, le regole sono vaghe, anzi nessuno sa esattamente quali siano. Proprio per questo credo che raccontare la vita di un gruppo di persone che vivono a stretto contatto tra loro, ma con orizzonti così diversi, sia molto utile. Era un’idea che avevo in mente già prima di scrivere Gosford Park.

Ha introdotto 18 personaggi, ognuno con una personalità e una direzione.
Il pubblico contemporaneo è molto sofisticato, è abituato a maneggiare tante informazioni in simultanea. Anche il racconto è veloce, in effetti, si deve rimanere svegli, mentre un tempo non importava se lo spettatore si alzava per andare a farsi una tazza di tè nel mezzo dello spettacolo tv.

Qual è il segreto di un tale successo?
L’abbraccio senza giudizio delle vite di tutti, benestanti e no. I personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è comica e i nobili non sono né padroni né egoisti. E poi ci sono i socialisti irlandesi, le femministe di specie differenti e i nuovi ricchi americani, i buoni e cattivi non dipendono dalla classe sociale. Regna un equilibrio ideologico che evidentemente premia.

Si ritiene uno snob?
Mi hanno accusato di esserlo. Francamente, analizzare perché le persone compiono certe azioni, e mostrare come in fondo la maggior parte degli esseri umani voglia andare avanti nella vita, non mi pare un atteggiamento snob.

Dal 2011 lei è un lord, vive con sua moglie Emma e suo figlio Peregrine a Londra e nel Dorset: ci sono similitudini tra la sua famiglia e quella protagonista di «Downton Abbey»?
Proprio come per i Crawley, nel mio caso gli antenati più nobili vengono dalla famiglia di mio padre, in quella di mia madre non se ne rintracciano. Questo fatto mi ha molto influenzato, credo sia il motivo per cui non prendo le parti di nessuno.

Una delle novità della terza serie è la presenza del premio Oscar Shirley MacLaine come interprete di Martha Levinson.
È salita a bordo in modo semplice, non si è mossa come una star che merita qualcosa di diverso dagli altri. È una donna gentile e conviviale, quando sono finite le riprese e se n’è andata tutti hanno vissuto una specie di lutto.

Dopo di lei ci dobbiamo aspettare una pioggia di star?
In realtà sono molti i big che ci hanno chiesto di venire a lavorare con noi, ma cose così vanno calibrate. Quando serve una grossa personalità, come nel caso della contessa di Grantham, va bene Maggie Smith, però non si può esagerare: le star di Hollywood si portano dietro una tale aura che rischiano di diluire l’atmosfera della storia e non va bene.

Sente la pressione del successo?
La pressione è un sottoprodotto inevitabile del successo, se non c’è significa che hai fatto un flop.

Non ha avuto timori nemmeno quando si è trattato di riscrivere William Shakespeare?
L’anno prossimo arriverà nelle nostre sale la sua versione di «Romeo e Giulietta». Shakespeare è stato riscritto più o meno dal giorno in cui ha reso l’anima al cielo, non c’è stata generazione, dopo, che non lo abbia affrontato, c’è stato persino chi ha dato alla storia un lieto fine. A far paura è il fatto di dovere tradurre un testo per un luogo, il cinema, diverso dal teatro, per cui era stato pensato.

La sua versione sarà fedele a quella del poeta inglese?
Abbiamo mantenuto i capisaldi di quella che secondo me è la miglior storia che sia mai stata scritta sul primo amore. Credo che solo uno studioso davvero raffinato potrà accorgersi di cosa ho modificato.

La locandina di Downton Abbey

La locandina di Downton Abbey

Qui il mio articolo su Panorama

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Filippo Timi, un inferno di rose

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Teatro

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cinema, Cristiana Allievi, Don Giovanni, Fabio Zambernardi, Filippo Timi, Flair, L'uomo tigre, Panorama, Pinocchio, Teatro

“Un vibratore del lusso infiammato di paillette, come una superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”: secondo Filippo Timi che porta in scena un fantasmagorico “Don Giovanni” l’anima sta nel costume. Filippo Timi è uno dei protagonisti del nuovo numero di Flair in edicola con Panorama questa settimana

Filippo Timi interpreta il Don Giovanni

Filippo Timi interpreta il “suo” Don Giovanni

«Cercavo qualcosa di assoluto, non di storicamente corretto. Stavo guardando 2001: Odissea nello spazio, in particolare l’ultima sequenza, quella casa-stanza dal pavimento abbagliante mi è sembrata perfetta per esprimere un non-luogo, astratto ma in apparenza reale, concreto. Quindi ho utilizzato il colore bianco e il plexiglass, accanto a quinte dorate, per restituire la mia idea – filosofia e personaggi compresi – tra Barocco e Rococò».

Con questa scena “anti-sobria” si presenta Il Don Giovanni secondo Filippo Timi, il personaggio libertino di Molière e Mozart, che l’attore e regista perugino senza facili reverenze ha venato di humor nero, trasformandolo in un virus che contamina il pianeta. In una girandola di pelli color carne e nero, di tessuti carichi al limite dell’indossabilità, di cimeli e luci caravaggesche, i costumi firmati dal design director di Prada Fabio Zambernardi con lo stilista Lawrence Steele diventano gabbie esistenziali, mentre i dialoghi si spingono oltre la morale. Non solo: video da YouTube, con ginnaste olimpioniche e improbabili ballerine cinesi, servono a cambi di scena, quanto alla colonna sonora che passa da L’Uomo Tigre, indimenticato eroe nipponico dei cartoon, alla liberatoria Bohemian Rhapsody dei Queen.

Dopo il successo al teatro Franco Parenti di Milano che ha coprodotto lo spettacolo con lo Stabile dell’Umbria, presto Timi giocherà in casa. Dal 10 al 14 aprile sarà infatti a Perugia, al Teatro Morlacchi. Un incontro delicato. «È un passaggio cruciale, perché apro lo spettacolo con un video che ho girato a mia madre. Indossa una parrucca, è truccata, percorre il “Viale del Tramonto” proprio a casa mia… Non vedo l’ora di vedere la sua faccia quando si riconoscerà al Morlacchi, in formato 9 x10 metri! E poi c’è il fatto che nessuno è profeta in patria, anche se nel mio caso sia Amleto sia la versione di Giulietta e Romeo che ho proposto in umbro sono piaciute. Diciamo che le premesse sono buone».

Don Giovanni è una scelta estetica. Ma poi, centrifugando pop, Stanley Kubrick, You Tube, anni ’80 e la Sirenetta, la visione che ne risulta è eccentrica.

Guardi, è Don Giovanni che ha scelto me. Stavo preparando un lavoro sul male, su Satana e il Grand Guignol, e sono capitato su questa figura vampirizzante, fagocitante. È un mito attuale talmente forte da aver scalzato tutti gli altri, anche dentro in me.

“Un vibratore del lusso infiammato da un inferno di paillette, come una Superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”. Parole di Fabio Zambernardi che ha creato i fantasmagorici costumi. È una definizione impegnativa.

Un critico ha scritto che l’anima di Don Giovanni è il suo costume. Quando ho letto queste parole ho tralasciato le scenografie e mi sono focalizzato sugli abiti. Con Fabio non ci siamo dati limiti, anche perché l’anima della questione è andare oltre tutto, anche la morale, in un Settecento in cui c’è il trionfo dell’apparenza. Quindi l’estetica eccessiva proposta in scena si è fatta da sé: ha una precisa funzione, ogni elemento è importante perché esprime qualcosa che va oltre.

Dunque l’anima del personaggio vive nei suoi costumi. Un principio che vale anche nella vita reale?

La persona è qualcos’altro, di meglio e di peggio del personaggio, che resta comunque uno specchio dell’individuo, in un gioco di rimandi continuo. Nel mio caso ho scoperto che più sono specifico e concreto nell’interpretazione, più riesco a parlare a tutti.

Di solito con il Settecento viene in mente Maria Antonietta, l’oro, i minuetti. Il suo Don Giovanni preferisce invece L’Uomo Tigre.

Contaminare per me è un dovere. E poi avevo bisogno di stacchi netti nello spettacolo. Così ho ricavato dei video da quella miniera straordinaria che è You Tube: i video rompono con il tutto, quindi lo affermano. La scelta dell’Uomo Tigre come sigla? Nella mia immaginazione era scontato che Don Giovanni lo ascoltasse. Sarà preoccupante, ma è la verità.

Quali altre tessere vanno a formare il puzzle della sua estetica?

Jean Cocteau ma anche il film Che cosa sono le nuvole di Pasolini, un colpo al cuore. Come per me lo sono stati Otto e mezzo e La dolce vita di Fellini. Stanislavskij insegna che l’immagine è basilare, basta pensare allo Sean Penn di This Must Be the Place. È un concetto ampio, ma per essere veri a volte ci vuole una maschera, una sovrapposizione che ti rende più spudorato: solo travestendoti puoi spogliarti.

In scena lei indossa tacchi dorati e improbabili pellicce ricavate con le parrucche delle femmine sedotte.

Nel Settecento il machismo era diverso da quello di oggi, il Casanovadi Fellini è un attore pieno di pizzi rosa, trovo un salto interessante usare qualcosa per affermare il suo contrario. Per questo indosso quel meraviglioso cappotto fatto con 1500 rose, di una pesantezza che non si può immaginare. L’impossibilità dei materiali e la scomodità dei costumi corrispondono alla ricerca di un linguaggio del corpo più affascinante.

A parte portare in scena un Satana in uniforme delle SS rosa shocking, cos’è l’inferno per lei?

Direi che è la vita (pausa, ndr). Ma io non do agli inferi un’accezione negativa. Per me è fatto di attriti, anche vitali. Mentre il paradiso è fatto di momenti in cui tutto sembra andare a posto. E avere un senso.

“Vivere è un abuso, mai un diritto”, si afferma nello spettacolo.

È la citazione dal filosofo nichilista francese Albert Caraco. Io non concordo: sono un gioioso della vita.

Sul piano estetico, qual è la conseguenza di essere se stessi?

L’originalità, nel bene e nel male. Questo significa non essere uguali a nessun altro. Io non ho uno stile, fuori dalla scena, diciamo che sto comodo, vario. La fortuna è che non mi viene richiesto di mettermi una divisa sociale. E quando vado sul set la prima cosa che fanno è cambiarmi, quindi non conta ciò che indosso: nella vita mi vesto, per spogliarmi sul lavoro.

Succederà anche nel suo prossimo film, Come il vento di Marco Simon Puccioni?

Lì sarò un uomo che insegna teatro in carcere e devo dire che portare sul set i jeans anni ’80 è stata una vera svolta: indossandoli mi sono sentito subito mio padre.

L’apparenza, che torna a toccare corde profonde. Insegnamenti avuti dalla figura paterna?

L’uso dei cerotti. Faceva il cementista, tornava spesso a casa con le dita delle mani massacrate e per farci più attenzione ci metteva sopra lo scotch da elettricista. Io uso lo stesso procedimento.

Sempre a proposito di “mise” originali: è vero che porterà in teatro anche Pinocchio?

Sì, e tutto sarà di legno, e la fatina, al posto della bacchetta magica, avrà la sega elettrica. È un atto necessario, per trasformare un burattino in bambino bisogna farlo a pezzi.

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

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