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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

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Professione reporter, ne parla Mark Ruffalo

22 lunedì Feb 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Senza categoria

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Boston Globe, Cristiana Allievi, Foxcatcher, Hulk, I ragazzi stanno bene, Il caso Spotlight, Mark Ruffalo, Marvel, Michael Rezendes, Premio Pulitzer

«Io e Mike abbiamo passato molto tempo insieme. Ho cercato di capire soprattutto cosa l’ha spinto a fare ciò che ha fatto, quale fosse il motore. Era un fatto personale con la Chiesa? Era una vendetta? Avevo questo tipo di domande in testa, all’inizio. Ma poi il viaggio ti porta in luoghi inaspettati, e come sempre scopri che le persone sono davvero complesse. Ti sorprendi da solo di dove ti trovi, in certi momenti…». Mark Ruffalo parla di Mike Rezendes, il giornalista del Boston Globe che interpreta in Il caso Spotlight, di Tom McCarthy, nelle sale dal 18 febbraio. Un film che restituisce l’orgoglio, anche visivo, a una professione martoriata come quella del cronista, e per cui Ruffalo è candidato ai Golden Globes. Con il grande giornalismo d’inchiesta l’America ha sempre dato il meglio di sé, in questo caso nel 2002 ha smascherato la copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, aprendo poi la strada ad analoghe rivelazioni in oltre 200 città del mondo. 48 anni, cresciuto nel Wisconsin con mamma hair dresser e padre pittore edile con origini napoletane (ma non parla una parola di italiano), Mark Ruffalo è il cronista di punta del team di giornalisti investigativi del Globe, chiamato appunto Spotlight. Ma è fuori dal coro anche nella vita reale. Sopravvissuto a un tumore al cervello, alla perdita del fratello in circostanze non chiare e alla fagocitante macchina di Hollywood, è orgogliosamente padre di tre figli, avuti dall’attrice Sunrise Coigney. Oggi vive la vita che ha scelto ed è uno degli attori di maggiore qualità del cinema mondiale.

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Mark Ruffalo, attore, 48 anni. La sua ultima interpretazione è quella del giornalista Michael Rezendes in Il caso Spotlight (courtesy of geekynews.com)

Ha mai avuto un interesse particolare per il giornalismo? «Non ho mai avuto un amore speciale per la professione, ma oggi ne comprendo più a fondo la disciplina, la capacità di discernere, la metodologia. Casi isolati di abusi sessuali da parte di sacerdoti cattolici erano già stati denunciati prima dell’inchiesta del team Spotlight, ma le rivelazioni meticolosamente documentate dai cronisti del Globe, di una precisione senza precedenti, hanno rivelato la portata impensabile dei crimini. Mi hanno colpito la forza della passione, il fiuto, il coraggio e la determinazione a far emergere la verità fino in fondo».

Anche un certo sangue freddo. «Trovo che la forza del film sia la sua capacità di condurre lo spettatore attraverso una storia sordida in quel modo critico e freddo necessario per non far attivare nè le difese nè i credo personali dello spettatore. Credo sia l’approccio migliore per il momento in cui ci troviamo».

Come ha reagito Mike Rezendes sapendo che lei lo avrebbe interpretato? Le ha dato dei consigli o le ha dato dei divieti? «(ride, ndr) L’interpretazione di un evento reale crea sempre imbarazzo. Pochi si fidano di Hollywood, quindi noi attori dobbiamo combattere contro preconcetti e garantire che saremo onesti e sinceri. E poi la gente in genere è terrorizzata all’idea di vedere la propria vita spiattellata in pubblico, lo sarei anch’io. Ma quando ha visto il film, Mike mi ha detto di essere rimasto molto colpito».

 All’epoca delle inchieste del Globe il giornalista era la fonte di informazione, influenzava l’opinione pubblica. Oggi un flusso impressionante di notizie sembra alla portata di tutti, in realtà sta emergendo il problema che quelle notizie vanno decodificate e collocate in un contesto, e per questo occorre un mestiere. Da cittadino lei cosa ne pansa? «Stiamo assistendo alla decentralizzazione e alla disintermediazione di tutto, informazione inclusa, ed è necessario, altrimenti si crea un mondo monolitico e continuiamo a ripetere gli stessi errori. Il cambiamento ci spaventa perché scopriamo più verità su chi siamo. Ma allo stesso tempo ho molta fiducia, quando abbiamo più scelta facciamo cose migliori, collettivamente».

Ha provato conflitti morali girando Il caso Spotlight? «Sono stato cresciuto come cattolico e ho radici italiane, ma non sono religioso. Atroce, nel film, non è solo vedere le vittime, ma anche la gente che ha perso la propria fede vedendo come si comporta un certo clero. Credo che la Chiesa abbia la grande opportunità di riparare ai danni fatti , di scusarsi e di risarcire anche economicamente le persone. Va fatta qualsiasi cosa, per guarire le ferite».

 Lei potrebbe diventare un buon cronista investigativo? «Sono troppo appassionato, temo… Ma come le dicevo mi piace l’idea di assorbire un po’ della disciplina della professione giornalistica».

Non occorre disciplina anche nel suo lavoro, per diventare ogni volta un’altra persona? Oltre a quest’ultima interpretazione, viene in mente quella del lottatore olimpico Dave Schultz che le è valsa una nomination agli Oscar, l’anno scorso, per Foxcatcher. «Più che affidarmi sull’espediente di prendere e perdere peso, per i miei personaggi mi baso su un cambiamento interiore. Studio le persone: se guardo al modo in cui è seduta sulla sedia trovo che dica moltissimo di lei. Non ci rendiamo conto di quante informazioni trasferiamo mentre sembra che non stiamo facendo nulla. Sono diventato consapevole di questo aspetto molto tempo fa, e ha iniziato a catturare la mia attenzione, volevo capire fino a che punto si può estendere questa osservazione».

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Il cast de Il caso Spotlight, di Tom McCarthy. Da sinistra: Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, John Slattery e Brian D’Arcy James (courtesy of Freneek.it)

 Fino a che punto? «Credo che nessuno di noi sia bloccato in un’identità, al contrario di quello che pensiamo siamo noi a decidere chi siamo, in larga parte. Possiamo cambiare a quante volte vogliamo».

A giudizio dei critici e del pubblico più attento, a un certo punto lei ha cambiato radicalmente marcia. Cosa le è successo con I ragazzi stanno bene, film che le è valso l’altra nomination agli Oscar? «Mi sono detto “è l’ultimo film, poi smetto di recitare”. Ho licenziato tutti, il mio agente, il manager, dentro di me, nel mio cuore, avevo chiuso, e questo ha stravolto le carte in tavola. Ho smesso di preoccuparmi, di voler essere amato e apprezzato e tutto è diventato divertente, ero finalmente libero. E poi I ragazzi stanno bene voleva essere un omaggio a mio fratello Scott (hair dresser trovato morto a Berverly Hills nel 2008, ancora oggi non si sa se sia stato un omicidio o un suicidio, ndr). È stato il mio modo di onorarlo, dirgli addio e usare il potere che il cinema può avere, a volte».

Nel 2002, mentre sua moglie era incinta del primo figlio, lei è stato gravemente malato in modo severo: c’è anche questo all’origine del suo cambiamento? «Quando mi hanno diagnosticato un tumore al cervello ero sicuro che sarei morto. In quei mesi ho capito che non stavo facendo cose che mi rendevano felice. Mi sono accorto che avevo sempre amato la recitazione, e avrei potuto non avere più la chance di viverla. Il dolore, la disillusione e anche il peso della strategia del business: direi che tutto questo mi ha cambiato. Oggi i miei figli e la mia famiglia vengono al primo posto».

Di cosa parla con i suoi bambini, in questo momento? «Mi chiedono di tutto, ma direi che questo è il momento di “mio fratello mi ama quanto lo amo io?”. Sono diversi da quando ero bambino io, trovo sia importante rassicurarli e cercare di sostenerli nelle loro diversità. La piccola, Odette, ha otto anni ed è molto dolce. Le faccio immaginare di essere una leonessa, la sprono a essere grintosa e a non avere paura. In qualche modo sento che deve essere riconosciuta, è l’ultima e voglio farla sentire potente. Poi c’è l’intermedia, Bella Noche, che è una forza della natura, mi parla già di giustizia sociale. Ma devo spiegarle che non si può sentirsi responsabili di tutto il mondo, non può sistemare le cose per tutti, deve lasciare che le persone trovino il loro modo di farlo».

Col figlio maschio come va? «Keen ha 14 anni, lui non mi parla del tutto (ride, ndr). Non è più come quando era piccolo, quando andavamo a comprare insieme le ultime novità sugli Avengers… Ora vuole il suo spazio, e lo capisco».

È stato difficile per un tipo come lei godersi il mondo della Marvel e vestire i panni di Hulk? «Al contrario, insegna che anche nel posto più triste del mondo si può ancora ridere. Ho sei film in tutto da girare con loro, sono ancora vivo e loro non si curano del fatto che Hulk abbia qualche capello grigio, mi sembra perfetto. Mi pagano anche bene, in un mercato che è diventato parecchio caotico, quindi finché sono felici, li uso per esprimere gioia».

Cosa intende dire? «Ho imparato dal mio lavoro che devi essere felice, altrimenti la tua vita diventa insignificante. C’è una frase di Nietzsche che dice “quando fissi un abisso, l’abisso farà altrettanto con te”. Nel mondo non c’è solo fango, ma anche gioia, dunque ben vengano i film della Marvel, c’è una morale dentro i fumetti a cui la gente è interessata».

Da circa un secolo, tra giornalisti e attori c’è un senso di mutuo sospetto: sotto sotto ognuno pensa che il suo lavoro sia un po’ più difficile, o più importante, dell’altro… «Ho scoperto invece un’affinità, lavorando a questo film, ed è che in entrambe i casi interessa la verità: che si tratti di una scena o di un caso di cronaca, è quello che cerchiamo. Certo, i cronisti sono stati dei muri, all’inizio, non volevano rispondere alle nostre domande. Ma anche in questo senso Il caso Spotlight è stato perfetto: ha schierato dei veterani da entrambe le parti, che hanno potuto finalmente contemplarsi e arrivare persino a stimarsi». 

 

Articolo pubblicato su GQ Febbraio 2016

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«Supereroe come noi», Claudio Santamaria

20 sabato Feb 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Brutti e cattivi, Claudio Santamaria, Cosimo Gomez, Cristiana Allievi, Enzo Ceccotti, Gabriele Mainetti, L'uomo Ragno, Lo chiamavano Jeeg Robot, Marvel

«I supereroi mi affascinano da quando sono un bambino. Tifavo per L’uomo Ragno perché l’ho sempre visto come un tipo alla mano, come potrei essere io.  Superman invece mi era antipatico. “Ma guarda questo, vola, vede attraverso i muri, va alla velocità della luce e con tutti questi super poteri non fa niente per salvarci, e questo solo perché il padre gli ha detto che non deve immischiarsi negli affari del mondo. Se li avessi io, i super poteri,  prenderei tutti i corrotti e gli indagati e li porterei su un isolotto a zappare la terra. Al loro posto chiamerei a Montecitorio persone oneste, gente che prende decisioni per la collettività». 

Per adesso l’attore romano, 41 anni, già in carriera con super registi come Bertolucci, Avati e Soldini (ma ha avuto una parte anche in Casino Royale) ed esperto di eroi  (ha prestato la voce a Christian Bale in tutti i suoi Batman), si deve accontentare di fare giustizia sul grande schermo nei panni di Enzo Ceccotti in Lo chiamavano Jeeg Robot, applauditissimo all’ultima Festa del cinema di Roma e nelle nostre sale dal 25 febbraio. Una vera novità per il cinema italiano: opera prima di Gabriele Mainetti, attore, regista e produttore che si era cimentato con i corti (l’ultimo, Tiger Boy del 2012, ha ottenuto diversi riconoscimenti in Italia e all’estero), è anche il primo film italiano ispirato al “genere Marvel” non imita il prodotto made in Usa e che può dirsi riuscito.

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Claudio Santamaria, 41 anni, veste i panni del primo supereroe  tutto italiano, nonostante il suo nome sia Jeeg Robot (courtesy of Comingsoon.it)

Un racconto originale che punta sul sentimento comune secondo cui tutti, sotto sotto, vorremmo credere che qualcuno veglia su di noi e ci protegge dai cattivi. «Un supereroe in effetti è una specie di divinità, incarna il bisogno che abbiamo di contatto col sovrumano. Ma quello che sospende l’incredulità dello spettatore è la storia d’amore, in cui i super poteri sono marginali. Il mio personaggio è come un uomo che vince alla lotteria e invece di pensare “adesso mi compro tutto”, decide di aiutare gli altri: ed è lì che diventa un super eroe». A cambiare la vita di Enzo, per cui Santamaria ha raggiunto 100 chili di peso e ha lavorato per ottenere una voce bassissima, «da periferia», è Alessia, fragile figlia di un boss della mala interpretata dell’attrice esordiente Ilenia Pastorelli. Al contrario di quanto succede in Spiderman, in cui il supereroe dice di aver troppo da fare per impegnarsi in un rapporto sentimentale, qui la protagonista femminile  sprona “Jeeg” a usare i suoi poteri per aiutare l’umanità. Sul fatto che si tratti di una novità per l’Italia, l’attore de l’Ultimo bacio, che ad aprile sarà sul set di Brutti e cattivi, opera prima dello scenografo Cosimo Gomez, non ha dubbi. «Il film parla di supereroi, e non avevamo questo tipo di cinematografia, da noi. Attingere all’immaginario Marvel e riempirlo di poesia è nelle nostre corde, per questo la gente ci si riconosce. Sono sicuro che ci sarà un prima e un dopo questo film…».

Articolo uscito su D La repubblica del 13 febbraio 2016

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Lily James, «Anche le brave ragazze sanno combattere»

29 venerdì Gen 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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BBC, Cenerentola, Cristiana Allievi, Downton Abbey, Elizabeth Bennet, Guerra e Pace, Jane Austen, Lily James, PPZ – Pride and Prejudice and Zombies, Sam Riley

È stata Cenerentola al cinema, sarà Giulietta in teatro e la vedremo principessa russa in tv: per Lily James il successo 
è un ruolo in costume. Anche ora che torna sul grande schermo con una versione horror del romanzo Orgoglio e pregiudizio, dove affronta gli zombie a colpi di spada e karate. «Perché», spiega a Grazia, «per difendere un grande amore bisogna diventare supereroi».

«Non rinuncerei mai alla mia spada per un anello». «Neanche per l’uomo giusto?». «L’uomo giusto non me lo chiederebbe mai…». Mentre la guardo in PPZ – Pride and Prejudice and Zombies (Orgoglio e pregiudizio e zombie) penso a quanta strada ha fatto Lily James, la ragazza che solo l’anno scorso ha conquistato il mondo come Cenerentola. Liquidato il principe azzurro, per questo nuovo ruolo è diventata maestra di arti marziali. Nella rivisitazione in chiave fantasy del più famoso capolavoro della scrittrice britannica Jane Austen, l’attrice è pronta a tutto per difendere la sua famiglia da una misteriosa epidemia che si è abbattuta sull’Inghilterra vittoriana, riempiendola di morti viventi. Nelle sale dal 4 febbraio, il film è tratto dal romanzo cult di Seth Grahame-Smith, che è piaciuto anche ai più fedeli ammiratori di Austen.

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Lily James in una scena di Orgoglio, pregiudizio e Zombie, rivisitazione in chiave fantasy del più famoso capolavoro della scrittrice Jane Austen  (courtesy of Cine-mania.it)

Quando incontro Lily James mi colpiscono i suoi modi, di una grazia straordinaria. Magra, non particolarmente alta, ma con un fisico flessuoso, valorizzato da un abito ricamato, quando ride ha il vezzo di chiudere quasi completamente gli occhi, mentre il suono della sua risata riempie la stanza. A lanciare la 26enne attrice inglese è stato il ruolo di Lady Rose MacClare nella pluripremiata serie tv Downton Abbey. Da quel momento, non ha fatto altro che infilarsi nel costume d’epoca di un’eroina femminile dopo l’altra. Prima Cenerentola, poi è stata la volta di Giulietta e Romeo, in palcoscenico, diretta da Kenneth Branagh, uno spettacolo che torna in cartellone a Londra, al Garrick Theatre, proprio quest’anno. Inoltre è la principessa Natasha Rostova nella nuova serie tv Guerra e pace, girata dalla Bbc, ora in onda in Gran Bretagna e molto attesa anche in Italia.

Nella versione gotica del capolavoro di Jane Austen lei è Elizabeth Bennet, una donna forte e risoluta, molto simile alle protagoniste di film come Hunger Games e Star Wars.
«Non conoscevo libro di Grahame-Smith, l’ho scoperto nel momento in cui mi hanno proposto il film, ma mi è bastato leggere la scena d’apertura per essere catturata dal personaggio. Ho continuato il romanzo e poi il copione anche mentre ero sul set di Downton Abbey. Tutti i miei colleghi erano furiosi per la trovata degli zombie, io invece la trovo geniale».

Chi sono questi zombie?  
«Sono esseri che mantengono una sorta di umanità grazie a un virus. Ma invece di vivere le loro vite nel classico stile dei morti viventi, si vedono in competizione con gli umani. Molti di loro fanno di tutto per nascondere la loro natura il più a lungo possibile. Un paio di personaggi di PPZ-Pride and Prejudice and Zombies si trasformeranno, ma non le dirò chi sono».

Ma che ne è dei classici temi e problemi proposti da Austen nel romanzo originale, come la differenza tra classi sociali, il denaro e il potere femminile?
«Il film enfatizza le dinamiche tra uomini e donne, le relazioni sociali e l’idea che l’uno per cento del Paese possa controllare tutto mentre il resto è in pericolo. E, naturalmente, ci sarà la storia d’amore tra Elizabeth e Darcy (interpretato dall’attore Sam Riley, ndr) a far felici gli ammiratori di Jane Austen».

Una storia d’amore tumultuosa che ha attraversato i secoli: il tenebroso Darcy è l’unico che riesce a tenere testa a una donna come Elizabeth.
«E sarà così anche in questa versione cinematografica. Anche se le loro sfide verbali diventano scontri fisici e sono davvero intensi perché entrambi sono combattenti molto dotati. Durante le riprese non mi sono fatta male, ma temo di averne fatto a Sam»

In che modo?  
«Nella scena in cui mi propone di sposarlo dovevo tirargli addosso un mucchio di libri. E lui ha dovuto schivarli. Non sempre con successo. Poi ci sono state le scene di combattimento con le spade che, nonostante fossero finte, facevano male. Durante le prove continuavo a ripetermi: “Non fargli un occhio nero”».

Si è allenata molto per il film?  
«Certo. E mi sono divertita a farlo, per Downton Abbey non avevo bisogno di essere atletica e confesso di essermi rilassata. È stato un toccasana dover tornare in forma, adesso sento che potrei combattere contro chiunque e uscirne vittoriosa».

E se le chiedessero di interpretare ancora una volta Lady Rose in Downton Abbey accetterebbe?
«Non mi tirerei mai indietro, quella serie è stata una parte fondamentale della mia carriera: senza non sarei diventata né Cenerentola né la Elizabeth di questo film».

Nessuno come lei ha indossato tanti costumi d’epoca in soli due anni: come li sente addosso?  
«Devi avere una postura diversa, stare in piedi in un certo modo, camminare con il peso molto centrato e respirare col diaframma. E poi i costumi sono molto pesanti, occorre una certa forza fisica per portarli».

Quanto ci vuole a indossarli?
«Più o meno 40 minuti, ogni volta».

La Bbc sta trasmettendo in queste settimane la nuova serie televisiva Guerra e pace. Poi lei tornerà in teatro a Londra come Giulietta. Le piacciono le ragazze romantiche?
«Molto. Amo l’amore e questi ruoli mi calzano a pennello. Abbiamo girato Guerra e pace tra la Russia e la Lituania, accanto a me c’è un grande Paul Dano. Natasha è forse il personaggio romantico più amato della letteratura, ha un cuore immenso e fa un grandioso viaggio nell’oscurità. Affrontare personaggi di questa portata mi ha cambiata come attrice, ma anche come donna».

Anche lei ha uno sguardo positivo sulla vita?  
«Cerco di averlo, non è semplice, ma credo che questo ci renda persone uniche, oserei dire quasi supereroi».

La sua è una professione dura e competitiva. Come affronta le difficoltà?  
«Osservando le colleghe più adulte e famose, ho capito che devi sempre essere concentrata anche se sei una star. Per esempio mi ha colpito vedere Cate Blanchett, la mia “matrigna” in Cenerentola, entrare in una stanza e imbattersi in un migliaio di fotografi che le urlavano addosso: l’ho vista a disagio, nonostante la sua esperienza. Questo per dire che con il successo le cose non si semplificano, ma quando ti trovi sul red carpet la ricompensa è così grande che dimentichi il resto».

La fama ha cambiato il suo modo di vivere?  
«Direi proprio di no, sono sempre la stessa. Certo viaggio moltissimo e, dopo la Russia, ho passato molto tempo negli Stati Uniti, per Pride and Prejudice and Zombies».

Come usa i social media?
«Posto solo foto su Instagram. E sono immagini molto professionali».

Le piace la moda?  
«Adesso sì, finalmente ho la chance di indossare abiti di grandi stilisti. Adoro Dior e le creazioni senza spalline di questo marchio. Amo anche Balenciaga e Gucci. Ed è stata una vera trasformazione per me: sono sempre stata un tipo da jeans e maglietta».

Sarà merito di Cenerentola: come l’ha cambiata questo personaggio che le ha dato tanto successo?  
«Ho adorato interpretarla, soprattutto perché mi sembra che il suo motto, “essere buoni è sexy”, dovrebbe diventare un trend. Oggi la generosità non è abbastanza valutata, ma trovo abbia una marcia in più».

Mi scusi, ma non è un’affermazione un po’ ingenua?
«Non credo proprio, trovo che l’innocenza che l’accompagna sia molto fresca».

Al cinema è più difficile recitare un personaggio buono o uno cattivo?  
«A volte credo sia più difficile recitare la parte di una buona, perché non hai l’occasione di scioccare, o di essere divertente, come accade ai personaggi più aggressivi. Ma mi piace avere grazia, è parte di me, quindi non so dirle che cosa sia più difficile, in realtà».

Una cattiva che interpreterebbe volentieri?  
«Penso a una donna senza filtri, una di quelle che dicono qualsiasi cosa passi loro per la testa. Mi calerei volentieri in una specie di schizofrenica. E, soprattutto, basta costumi d’epoca».

Vive sempre a Londra?  
«Sì e mi va bene così, anche se mi sposto molto per lavoro. Per carattere mi vedrei anche a New York, ma mai a Los Angeles. Mi sentirei troppo esposta».

I paparazzi non la disturbano, in Inghilterra?  
«In generale no, mi fotografano in ogni momento quando sono sul set o in promozione di un film. Altrimenti mi ignorano. E poi sono scusa di capelli, le mie colleghe bionde sono davvero perseguitate…».

Articolo pubblicato su Grazia del 26/1/2016

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Kate Winslet, «L’altra parte di me»

26 martedì Gen 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Apple, Cristiana Allievi, Joanna Hoffmann, Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Michael Fassbender, Mildred Pierce, Ned Rocknroll, Steve Jobs, The Dressmaker, The reader, Titanic

I PREMI VINTI E LE PRIME RUGHE. I FIGLI AVUTI DA TRE UOMINI DIVERSI E L’ULTIMO FILM ACCANTO AL SEX SYMBOL MICHAEL FASSBENDER. L’ATTRICE INGLESE PARLA A GRAZIA DELLA DONNA CHE È IN PUBBLICO E DI QUELLA CHE VUOLE TENERE PRIVATA. «PERCHÈ», DICE, « LONTANO DA TUTTO CHE HO TROVATO LA MIA FELICITA’».

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L’attrice Kate Winslet, 40 anni. Ha vinto un Oscar, tre Golden Globes, un Emmy e un Grammy, gli Oscar Usa per la musica (courtesy of Femina.cz)

«Quando mi guardo allo specchio noto rughe diverse. Non sono più quelle che avevo la mattina e che sparivano in due ore, adesso rimangono…». È il suo modo di raccontarmi che ha appena compiuto 40 anni, e che la cosa non la impensierisce. La metafora scelta da Esquire per definirla, “un pezzo di bacon inglese di qualità in un mare di scemenza hollywoodiana al silicone”, non sarà particolarmente chich, ma rende bene l’idea. Kate Winslet è uno dei più grandi talenti in circolazione. Un’attrice di sostanza che ha girato più di trenta film e ha vinto un Oscar, due Golden Globes, un Emmy e persino un Grammy (gli Oscar americani della musica). Ma è anche una donna con una vita reale altrettanto vissuta: si è sposata tre volte, con i registi Jim Threapleton e Sam Mendes, e con Ned Rocknroll, suo attuale marito, nipote del magnate della Virgin Records Richard Branson. Sono gli uomini da cui ha avuto i suoi tre figli, Mia, 14, Joe, 11, e Bear, poco più di un anno. Chi la conosce da vicino dice che Kate si sveglia tutte le mattine alle sei, nella casa in campagna fuori Londra, prepara la colazione per la famiglia e veste i bambini per andare a scuola. Ma il fatto che non affidi i suoi ragazzi a uno stuolo di babysitter è meno strabiliante di sentirla dire «il ruolo di Joanna Hoffman non mi è arrivato, sono andata a prendermelo». Stiamo parlando di Steve Jobs, candidato a 4 Golden Globs (uno è per la sua performance come attrice non protagonista) e nelle sale dal 21 gennaio prossimo: un film che Kate che ha voluto fortemente. Era in Australia a girare Dressmaker, in uscita il prossimo aprile, quando ha sentito da una make up designer che Danny Boyle stava per dirigere Fassbender in un film su Steve Jobs, il leggendario fondatore della Apple e papà dell’iPhone. Dopo vari tentativi di ottenere il copione, tutti falliti, scopre che c’è un ruolo femminile da interpretare, quello della ex direttrice del marketing della Macintosh. Chiede a suo marito di andare a comprarle una parrucca bruna, si toglie il trucco, indossa un paio di occhiali, si pettina nel modo più simile a Joanna e si fa una foto che spedisce via mail a Scott Rudin (il produttore del film), senza un oggetto. Rudin rimane colpito e la gira a Boyle, che non riconosce l’attrice: pochi giorni dopo Kate riceve il copione.

Che sensazione ha provato, con quella sceneggiatura finalmente in mano? «Riuscire a riceverla è stata un’esperienza disastrosa! Sono tecnofobica e assolutamente incapace di usare qualsiasi dispositivo tecnologico, ho avuto problemi a scaricarla sul computer! Ho dovuto mettere in caricare l’Ipad, che non uso mai, e poi scaricare un’applicazione apposita. A quel punto mi hanno aiutata tre tecnici sul set di Dressmaker, hanno avviato tutto e ho finalmente letto quelle benedette 185 pagine».

Perché teneva così tanto a questo film? «Per la sceneggiatura di Aaron Sorkin, per Michael Fassbender e per Danny Boyle. È stata senza dubbio una delle esperienze creative più gratificante che mi siano mai capitate».

Per quale ragione? «Per come Boyle ci ha fatti lavorare. La storia si concentra su tre presentazioni clou dell’attività di Jobs: il Macintosh, nel 1984, il NeXT Cube, nel 1988 e l’iMac nel 1998. E c’è un doppio filone, da una parte il pubblico, che attende Jobs come fosse una rockstar, dall’altra il backstage degli eventi, che rivela un uomo attraverso le sue relazioni con gli altri».

Ho letto che l’idea di lavorare con Fassbender, che interpreta Jobs, è stata la vera molla per lei. «Lo ammiro moltissimo per i rischi che si prende, abbiamo la stessa attitudine verso la recitazione. Non ho mai visto un attore che si comporta in modo così professionale, era così preparato, sul pezzo al 100 per 100, ha alzato l’asticella per tutti noi».

Ha incontrato di persona Joanna Hoffman, l’unica donna che Jobs ascoltasse? «Ci siamo viste e ho cercato di catturare i suoi aspetti più peculiari, ma poi mi hanno lasciata libera di recitare un personaggio. Joanna è una ragazza polacco armena che si trasferisce negli Usa da teenager, diventa un’archeologa esperta e si ritrova a lavorare per la Apple. Steve fa di lei il capo del marketing di Macintosh, per 14 anni diventa la sua “moglie lavorativa”, la confidente, li lega un’amicizia molto profonda».

Joanna vede un lato di Jobs che non ci si aspetta… «Io sono il canale attraverso cui gli spettatori possono captare la sua parte più morbida e umana, mi sono sentita molto responsabile per questo. Ho capito che Jobs aveva degli estremi, era una sfida totale ma aveva anche la capacità di ascoltare, almeno Joanna, e di riflettere sul proprio modo di fare».

Ricorda il giorno in cui ha acquistato il suo primo computer? «Non ne ho ancora comprato uno. Ho ricevuto il mio Ipad in regalo dai produttori di Mildred Pierce (la serie della HBO per cui ha vinto un Emmy, ndr). In compenso ricordo tutto sull’evoluzione dei cellulari (ride, ndr)».

In quel campo è più preparata? «Da due anni ho un Iphone, e prima possedevo un Blackberry. Ma ricordo ancora il mio mitico cellulare di quando avevo vent’anni. Era giallo e nero, grande più o meno come un mattone: faceva simpatia».

Sullo schermo le tocca la parte di una workaholic, lo è anche nella vita? «Non potrei mai lavorare come i ragazzi di Macintosh, che vivevano in ufficio, si riposavano su un divano e bevevano caffè per ricominciare! Non potrei nemmeno lavorare quanto lavora Fassbender (ride, ndr), sono meravigliata che stia ancora in piedi e che sorrida! Posso reggere in questo modo solo facendo un film all’anno, che occupa al massimo cinque mesi del mio tempo, anche se ammetto che ultimamente il ritmo è aumentato».

È vero che in questi anni si è allontanata a lungo dai suoi figli solo due volte? «Ho sempre viaggiato con la famiglia dietro, e pianificato i miei lavori in base alla scuola dei ragazzi. Sono speciali, sono creature felici di essere come sono, e questo è il massimo che una madre può sperare per suo figlio. Non so dirle perché, ma nella mia vita personale non sono mai stata così felice».

Quello con Ned Rocknroll è il suo terzo matrimonio. «Nessuno in realtà lo conosce, cosa che mi va a genio, come il fatto che non sia uscita una riga sui giornali sul motivo per cui sono finiti i miei matrimoni precedenti. Alla gente piace giudicare solo perché sente un nome, ma nessuno in realtà sa niente».

Dicevamo di Ned, che marito è? «Mi supporta moltissimo. Sono andata a incontrare Boyle dall’altra parte dell’Australia, mentre ero sul set di Dressmaker. Dopo il colloquio mi ha detto “Ci vediamo il 9 gennaio a San Francisco per le prove”. Era il 16 dicembre e avevo tutt’altri piani per Natale. Sono tornata da mio marito, gli ho raccontato tutto incluso che non sapevo come fare. “Semplice”, mi ha risposto lui, “il 9 sarai su quel set”, ed è il motivo per cui è mio marito».

Oggi come vede Titanic, film del 1997 che per più di un decennio è stato ineguagliabile a livello di incassi e che la ha dato una nomination all’OScar? «È stato il lavoro che ha avuto il maggior impatto sulla direzione della mia carriera, mi ha aperto moltissime strade. Ma non mi ha reso ricca, come credono in molti: avevo 19 anni, nessuno sapeva chi fossi».

 Si sente diversa oggi? «Non credo di essere cambiata molto come persona, mentre lo sono molto come attrice. Il bello del mio lavoro è che a ogni film non sai cosa ti succederà, per Steve Jobs mi svegliavo alle 3 del mattino, camminavo nella notte per andare a girare all’Opera House di San Francisco, e stavo benissimo».

Potrebbe vivere senza lavorare? «Sì ma non per molto, perché amo quello che faccio e più invecchio più scopro che mi piace. Compiendo 40 anni mi sono accorta all’improvviso di essere una di quelle persone che è in giro da tanto tempo. Sono passati 23 anni da Heavenly Creatures, recito da più di metà della mia vita e ne sono orgogliosa. Ho una carriera davvero solida, e so che è inusuale».

 Vincere l’Oscar per The reader è stata la sua gioia più grande? «È stato il momento più glorioso, trionfante, intenso della mia vita. È il premio più importante che ci sia, l’ho vinto e mi sono sentita come mai mi era capitato prima».

Eppure chi la conosce bene giura che lei non corrisponde allo stereotipo della star del cinema. «Semplicemente non vivo così, e la mia vita reale è davvero reale, continuo a ripeterlo perché è vero. Non sono famosa fino a quando non mi ritrovo su un red carpet, o a fare una pubblicità: lì divento una star, all’improvviso».

Tiene molto a che la sua vita privata resti tale, ma davanti alla macchina da presa è disinibita, si è spogliata in ben 12 film. Ha un rapporto sereno con il suo corpo? «Non ho mai usato controfigure, ma non penso che potrò andare avanti così a lungo, dopo tre figli. A 20 anni guardavo il mio corpo in modo poco sano, come tutte le adolescenti. Poi è cresciuta la consapevolezza di doverlo mantenere in forma, e oggi lo vedo come uno strumento che devo preservare in buono stato, perché ho tre ragazzi che hanno bisogno di me».

Cover story di Grazia, n. 4 del 20/1/2016

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Alison Balsom, la trombettista più bella del mondo

08 martedì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in Musica

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Alison Balsom, Classic BRIT Awards, Cristiana Allievi, Dizzy Gillespie, Edward Gardner, Grazia, Haydn, Musica

Il tipo di viso e il biondo miele della chioma farebbero pensare a una svedese. Ma sono nel salotto di casa dell’inglesissima Alison Balsom, luminosa e stracolma di libri alle pareti. Lei, che viene da Cambridge, mi racconta di appartenere a una famiglia inglese da centinaia di anni. Fin qui tutto normale. Ma il resto è mitico, se si pensa che la Balsom è la trombettista più famosa del mondo, per almeno tre motivi. Primo, suona uno strumento poco familiare tra le donne. Secondo, è stupenda, e terzo, è molto molto brava (e fino a pochissimo tempo fa era in coppia con Edward Gardner, il quotatissimo giovane direttore d’orchestra inglese con la faccia da eterno ragazzino: la cosa non guastava affatto). Alison ha una predilezione per Haydn, a sette anni aveva già “la fortuna di suonare”, e la sua è una carriera straordinaria, che dal Conservatorio di Parigi l’ha piazzata subito nell’olimpo dei migliori trombettisti del mondo. Il 12 maggio prossimo, c’è da scommetterci, sarà incoronata artista dell’anno ai Classic BRIT Awards 2011, alla Royal Albert Hall di Londra, e sarebbe la seconda volta che succede. L’abito che indosserà? È di uno stilista italiano, e non è un caso…

Alison Balsom

 

Partiamo dallo strumento che suona, scelta inusuale per una donna. «È stato amore a prima vista, mi sono innamorata del suono della tromba a sette anni, e anche del suo silenzio. Mi è sembrato da subito uno strumento molto naturale da suonare».

 Ma come lo ha scoperto? «Mia madre aveva in casa una videocassetta di , una folgorazione. Ma ci sono altri fattori credo, per esempio il fatto che alle scuole elementari sia stata fortunatissima, suonavo già suonare vari strumenti, tra cui la tromba».

 Il 12 maggio molto probabilmente riceverà un premio come miglior artista classica dell’anno, sarebbe la seconda volta. «Sarebbe come se fosse la prima, però! E poi questa volta c’è un ingrediente speciale: suonerò in diretta sul canale più popolare del Regno Unito, Itv. Credo che anche gli spettatori meno attenti potranno capire molte cose sul mio strumento, quella sera, e l’idea mi rende felice».

 Guardando le cover dei suoi cd si capisce molto bene una cosa: il suo amore per la moda. Come lo coniuga  al “severo” look dei musicisti classici? «Sono entrambe mie passioni, la moda e la musica classica. Per quanto riguarda la musica, io non suono tutto ma solo quello che amo, e cerco di dare il meglio, di stare sempre a un livello altissimo. Dall’altra parte c’è il mio lato glamour, l’amore per i vestiti, e non mischio le sue cose, in genere. Ma quando si tratta di una cover è difficile separare…».

 Ho visto delle sue foto alla sfilata di Armani di qualche mese fa, e so che lui era a un suo concerto: come vi siete incontrati?«Avevo un concetto a Milano, durante la settimana della moda, la stampa da voi ne ha parlato molto. Credo che il suo staff abbia scoperto che ero in città, e mi hanno invitata a scegliere un abito».

 Quindi? «Ci siamo incontrati pochi minuti prima della sfilata, c’era tensione! Le modelle erano agli ultimi ritocchi, Armani mi ha detto “vai ad accomodarti, stiamo per iniziare…”. Ero in prima fila, e mi sentivo molto a disagio…».

 Per le star che aveva intorno? «No, perché avevo un abito cortissimo (ride, ndr)! La prima fila è molto in mostra, per fortuna ero seduta accanto a un bellissimo attore inglese, Luke Evans (uno dei protagonisti di Tamara Drewe, di Stephen Frears, ndr), ci siamo molto divertiti e dopo la sfilata sono andata dritta al mio concerto. Credo che Armani sarà presente anche alla serata dei Brit’s Awards a Londra».

 Ho visto una foto, in rete, in cui indossava skinny jeans e pullover, in total black: il look da rockstar è uno strappo alla regola, in una concert hall… «Sicuramente si trattava delle prove (ride divertita, ndr). Ma mi fa piacere l’idea, portare un po’ di rock nel mondo classico, credo sia necessario. Se non suoni bene è meglio che lasci perdere, ma se suoni bene, perché non aggiungere bollicine frizzanti?».

 A proposito di frizzante, come si allena per suonare uno strumento così fisico? «Direi che il mio lavoro è più simile a quello di una danzatrice che a quello di una sportiva. Ha molto a che fare con il comprendere il respiro, è quello l’elemento che fa andare tutto al posto giusto. Poi si tratta di fare molte scale…».

 A quali scale si riferisce? «A quelle musicali! Ma faccio anche yoga, una volta nuotavo e correvo, mi faceva molto bene farlo il giorno del concerto. Ma ora ho un figlio, che oggi ha un anno, e visto che lavoro da quando aveva 10 giorni, le cose sono un po’ cambiate! Quello che mi tiene in forma è lavorare moltissimo, viaggiare e suonare tre soli a sera, non è uno scherzo, mi creda».

 Quanti concerti fa, all’anno? «Un centinaio, e se aggiunge i viaggi, le prove e le incisioni di dischi, ho molto poco tempo libero».

Pochi giorni fa sui tabloid inglesi si è parlato della sua separazione dal direttore d’orchestra Edward Gardner. Facevate una coppia bellissima e super glamour… «Ci siamo separati a Capodanno, ma la notizia è uscita adesso. Oggi sono una madre lavoratrice single e sono serena. Mi piace suonare, sento di poter continuare a farlo bene. Non ho nuovo compagno, ma al momento mi sento proprio bene così come sono…».

 

Allison balsom concerto

Articolo pubblicato su Grazia del 2011

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Slava Fetisov, “cattivo” maestro

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Sport

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asteroide 8806, CCCP player of the year, cinema, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Gabe Polski, Guerra fredda, hockey team, Icon, KGB, Panorama, Red Army, Slava Fetisov, Viktor Tikhnonov

190 centimetri di altezza, una stazza corporea considerevole. Capitano della nazionale di hockey russa per nove stagioni, due volte CCCP Player of the year, due medaglie d’oro alle Olimpiadi e sette ori ai campionati del Mondo fanno di lui uno degli atleti più forti di tutti i tempi. Ma i titoli sportivi impallidiscono, di fronte alla grandezza umana. Perché prima di diventare Ministro dello Sport di Putin, Vjačeslav Aleksandrovič, detto Slava, Fetisov, ha combattuto e vinto per la libertà delle generazioni a venire. È successo quando, a un certo punto della carriera, ha chiesto il passaporto per giocare negli Usa e, da eroe nazionale, in un istante si è trasformato in nemico politico. Alla fine di una lunga battaglia è riuscito a spuntarla. Lo incontro in un hotel della costa Azzurra dov’è venuto a presentare il docu film del candidato agli Oscar Gabe Polski, Red Army (sugli schermi Usa da gennaio 2015 e prossimamente in Italia). Questi 76 applauditissimi minuti all’anteprima mondiale dell’ultimo festival di Cannes raccontano quarant’anni di storia attraverso la sua vita, quella della Red Army – uno dei più grandi hockey team della storia- l’ex Urss di Gorbaciov, le Olimpiadi, le vittorie dei russi, in un misto di vertigine sportiva e interviste dei giorni nostri. Tanto sono frenetiche le splendide immagini di repertorio delle prime sfide Usa-Urss in piena guerra Fredda, tanto è placida la calma di Fetisov quando parla, con parole che pesano.

Nhl Fetisov

Fetisov alle Olimpiadi del 1980 con la maglia dell’Unione Sovietica.

«Mi chiede se mi pento degli anni spesi in allenamenti massacranti? Quando sei giovane e ambizioso, e vieni dai bassifondi della società, non te ne frega un cazzo di vivere in un camp per 11 mesi all’anno, non hai niente da perdere. I miei amici oggi sono tutti nella tomba, caduti sotto i colpi delle droghe e dell’alcool, io ho sempre voluto essere un bravo studente, mi sono allenato e non sono mai andato in conflitto col sistema, che in cambio mi dava la libertà». A giudicare dall’allenatore della Red Army, Viktor Tikhnonov, un vero dittatore che poi si è scoperto anche essere membro del Kgb, c’è da chiedersi di quale libertà parli. Del resto l’hockey era un affare di stato, uno strumento di propaganda attraverso cui, vittoria dopo vittoria, il governo dimostrava la superiorità del sistema sovietico sul resto del mondo: i suoi atleti ne erano l’arma micidiale. Li portavano a giocare negli Usa e gli toglievano il passaporto per non far venir voglia di scappare, alla vista di quei colleghi a stelle e strisce che indossavano moderni jeans e guadagnavano un sacco di soldi. «Non li invidiavo, ero felice, sul ghiaccio mi sentivo libero e non pensavo alla politica. A 21 anni ero già famoso nel mio paese, avevo un appartamento e ho sempre potuto scegliere la donna che volevo». Ma a metà degli anni Ottanta l’idealismo in Russia inizia a crollare e l’economia a stagnare. Arriva il vento dell’Occidente e con esso la proposta di trasferirsi, ma glielo impediscono. «Avevo firmato il contratto in Europa, il management americano avrebbe potuto “rapirmi”, ma io non volevo lasciare il mio paese fuggendo di nascosto. È stato un inferno, mi hanno messo sotto una pressione enorme: da campione ero diventato nemico della patria. Mi hanno sbattuto in prigione, picchiato, colpito a fuoco (silenzio, ndr), la sensazione era che mi potesse succedere di tutto». Ma alla fine ha vinto lui. Arrivato negli Usa, però, le cose non sono andate come previsto. «Mi odiavano, mi vedevano come comunista, uno che era lì per soldi da spedire a Mosca. Solo quando un amico di una grande famiglia americana mi ha chiesto di fare da padrino ai suoi figli le cose sono cambiate: ho iniziato a sentirmi accettato, ho vinto 3 Stanley Cup, mi hanno messo nella Hall of Fame e offerto un lavoro da coach». Ma Putin, nel frattempo succeduto a Gorbaciov, aveva altri progetti. Gli offre una squadra molto più grande e maggiori responsabilità, oltre a una casa di 1000 metri quadrati, con piscina e campi da tennis, e la libertà di scegliersi lo stipendio: è così che Fetisov torna in Russia, nel 2001, e diventa suo ministro dello Sport. «Ho trovato un disastro, non c’erano nè rispetto nè un governo, solo rovine. Anche nello sport c’erano ladri e nessuno riusciva a opporsi. Ho ideato un programma e la gente si è fidata, perché ho un nome che non è in vendita e che non posso spendere per cause sbagliate». Forma il team che nel 2014 avrebbe portato i Giochi olimpici a Sochi, da il via a un programma di facilitazioni per lo sport – mai esistito nell’Unione sovietica- che porta a costruire 300 campi di pattinaggio consentendo ai giovani di allenarsi in tutto il paese. Costituisce la League, in cui sonoimpegnate 30 squadre da 9 paesi, e supporta vecchie glorie dello sport: assicura a chiunque abbia vinto una medaglia olimpica 1000 dollari di pensione. Lasciato l’incarico da ministro dello sport dopo sette anni, oggi è senatore del Parlamento e lavora su questioni sociali, toglie i bambini dalla strada, dall’alcol e dalla droga e insegna loro i valori dello sport. Rimpianti? «In 12 anni di questo lavoro ho capito due cose: che la politica mi prende più di quello che mi da, e che la gente normale, come me, ottiene più fiducia dalle persone di chi sceglie questo mestiere come carriera, a caccia di potere, soldi e successo». L’asteroide 8806 è stato ribattezzato col suo nome, ci sembra il minimo che la sua fama sia finita sino in cielo. Un’altra, meritata, vittoria per un capitano fuori dall’ordinario.

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Slava Fetisov con la giornalista Cristiana Allievi

Novembre 2014 Panorama Icon © Riproduzione Riservata 

 

 

Olivia Wilde, «Da mamma mi sento rock»

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Chris Hemsworth, Cristiana Allievi, Jason Sudeikis, Martin Scorsese, Natale all'improvviso, Olivia Wilde, Ron Howard, Rush, Tao Ruspoli, Vynil

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L’attrice newyorkese olivia Wilde, 31 anni (courtesy lifestyle.com)

Non gira intorno alle cose, quando le fai una domanda. Ma pensi a un’altra cosa quando la incontri:  “È bellissima”. Ha prodotto lo stesso effetto su milioni di spettatori nel film che l’ha resa famosa, Rush, dove era la moglie del pilota di Formula Uno James Hunt. Sarà che assomiglia parecchio alla Jolie (è una versione di Angelina lievemente più maschile nei lineamenti), fatto sta che per una legge di equilibri pensi che non è necessario che Olivia Wilde sia anche una donna interessante: quelle gambe lunghe, i grandi occhi verdi, la pelle e i denti perfetti potrebbero bastare. Ma quando inizia a raccontarti di suo figlio Otis, del compagno, l’attore Jason Sudeikis, l’uomo che è venuto dopo il divorzio dal regista e principe italiano Tao Ruspoli, e della sua visione delle relazioni, scopri di avere davanti una donna con dei numeri. La scusa per cui parlo con la figlia di Andrew e Leslie Cockburn- appartenenti al gotha del giornalismo internazionale- è che il 26 novembre sarà nelle sale con Natale all’improvviso, di Jessie Nelson, insieme a Diane Keaton, John Goodman, Amanda Seyfried e Marisa Tomei. La storia non potrebbe essere più adatta al periodo dell’anno: racconta come il Natale, e ai raduni di famiglia in genere, possano diventare un inferno, nonostante le migliori intenzioni di tutti. Nel film Olivia è Eleanor, una sceneggiatrice che pur di non dover dire ai genitori e ai fratelli che è di nuovo single, porta a casa un perfetto sconosciuto per le feste. L’anno prossimo la vedremo invece nei panni della moglie del proprietario di un’etichetta discografica, grazie a Vynil, l’attesissima serie della Hbo diretta da Martin Scorsese.

Il suo nuovo film mostra chiaramente quanto il Natale possa tirar fuori la follia di ciascuno di noi: perché secondo lei si scatenano tanti conflitti, sommersi e non? «È un tipo di festa che raduna molte persone che di solito non si incontrano per il resto dell’anno. C’è la pressione dei regali, di quanto devono costare, e poi la preoccupazione peggiore, che ti facciano la domanda “allora cos’è successo durante quest’anno?”. Se si aggiunge l’assurda aspettativa di essere felici a tutti i costi, come fa ad essere un bel giorno con simili premesse? (ride, ndr). È naturale che si scateni l’ansia da prestazione, tutti vogliono dare una versione idealizzata di sé».

Lei è Eleanor, e porta a casa un perfetto sconosciuto incontrato all’aeroporto con questa frase: “So che non mi conosci e non sai neanche se ti piaccio, ma diventa il mio fidanzato…solo per stanotte!”. «Eleanor è una donna molto complessa in cui non mi ritrovo per niente. Incasinata, emozionale, è una specie di bambina caotica. È quella che non si è sposata, non ha raggiunto il successo, sotto molti aspetti è ancora la figlia di papà che lotta con la madre…».

Difficile simpatizzare con una donna così… «Mi ci sono immersa proprio perché non è una persona che piace, ed è una sfida recitare qualcuno con cui non sei d’accordo, di cui non condividi le scelte. Ma mi sono relazionata con la donna che ha fatto errori e ha imparato da questi: diventerà finalmente onesta con se stessa, sul suo passato e la sua famiglia».

Cos’è per lei la famiglia? «Paradossalmente è il luogo in cui puoi essere completamente te stessa, e in cui gli altri ti devono accettare come sei. La grande differenze tra la famiglia e gli amici è che con la prima non hai margini d’azione, devi averci a che fare così com’è. È buffo, perché in qualche modo sei simile ai membri del tuo clan, e non lo vorresti ammettere, loro ti conoscono da sempre, hanno seguito il processo della tua evoluzione come essere umano».

Gli amici no? «Li scegli, e possono anche diventare una seconda famiglia, certo. Ma la dinamica sarà sempre diversa».

Ho sentito dire che sul set siete diventati praticamente una famiglia. «Ho trovato irresistibile fare la figlia di Diane Keaton e John Goodman, è stato una specie di desiderio che si è avverato, non perché intendessi sostituire i miei genitori, ma averne due in più! Siamo stati tutti insieme a Pittsburgh per molto tempo, guardavamo persino insieme il Super Bowl, si è creata una situazione per cui raccontare quella storia è stato facile».

Imparare a tollerare la propria famiglia, e a perdonare anche i torti, è possibile secondo lei? « Tutti dobbiamo attraversare perdite ed esperienze dolorose, e da come ne usciamo dipende il resto della nostra vita. Ci sono situazioni in cui abbiamo il diritto di essere arrabbiati, ma possiamo anche scegliere. Vogliamo esserlo? Le cose andranno in un certo modo. Se invece lasciamo andare la rabbia e abbracciamo l’amore, andremo verso la felicità. I conflitti si possono superare, e porselo come obiettivo per Natale non è una brutta idea».

Cosa fa durante le sue vacanze? «Per me da sempre sono sinonimo di famiglia, ho sempre dato per scontato che per il giorno del Ringraziamento e a Natale stiamo tutti insieme. È un fatto che oltre che divertirmi mi rassicura, e invecchiando mi rendo conto che non è così per tutti. Quest’anno la novità sarà la presenza di Otis, io e Jason non vediamo l’ora di renderlo partecipe di questa festa. Vogliamo che impari che stare insieme alle persone che si amano è la cosa che conta di più».

È direttamente coinvolta nei preparativi o demanda? «Mi ci immergo completamente! Preparo le decorazioni per la casa, penso ai menù da cucinare, per un lasso di tempo mi dimentico del resto del mondo. La mia famiglia diventa una specie di isola, e io mi focalizzo su ogni singolo componente».

Cucina? «Moltissimo, ma non il tacchino perché non mi piace (ride, ndr). Preparo una bella dose di ripieno ma avendo una sorella vegana mi impegno molto anche in quel senso, per restare nella tradizione ma accontentare anche lei. Sono specializzata nella crema di zucca ma una delle cose che preferisco è trasformare gli avanzi del giorno dopo in piatti deliziosi. Mi sveglio la mattina del 26, apro il frigorifero che è pieno fino in cima e inizio il mio lavoro: tutti sanno che possono contare su di me in questo senso!».

Quali sono i suoi film natalizi preferiti? «Tutti gli anni riguardo Elf, lo trovo geniale, mi piace in tutti i sensi. Torno spesso anche su un vecchio cult, La vita è meravigliosa, con James Stewart e Donna Reed».

Sembra che la sua, di vita, sia meravigliosa, in questo momento. «Mi sento fortunata e sono piena di gratitudine. La bellezza di avere trent’anni è che finalmente inizi a vivere la vita per te stessa, non più per i tuoi genitori. Ed è meraviglioso sentire di aver raggiunto un certo livello di soddisfazione, mi ispira a intraprendere nuove strade, a correre dei rischi e inseguire sogni che ho sempre avuto in mente, ma che mi facevano paura».

L’anno prossimo la vedremo nell’attesissima serie tv Vynil. «È molto cool, sono felicissima di far parte di un lavoro prodotto da gente come Mick Jagger, Martin Scorsese e Terence Winter. Racconta di un’etichetta discografica del 1973, a New York, il cui proprietario si chiama Richie Finestra (interpretato da Bobby Cannavale). Io sarò Devon Finestra, sua moglie, una fotografa, una donna che sta reinventando la propria vita. Terry, che ha scritto la sceneggiatura di Boardwalk Empire e Il lupo di Wall Street, ha creato la serie e ne è il produttore. Martin ha diretto l’episodio pilota, e questo potrebbe già bastare. L’intera esperienza è stata incredibile, non vedo l’ora che vada in onda».

È stata la barista Alex, nella teen serie O.C., la dottoressa Tredici del Dr. House e in Butter si porta a letto niente meno che Ashley Greene: cos’ha capito calandosi ripetutamente nei panni di una bisessuale? «Molte ragazze mi hanno raccontato che grazie a me hanno imparato ad accettarsi, si sono trovate più a loro agio nel fare coming out e questo mi fa sentire bene. So che quando bacio una donna per una parte, la gente crede sia una cosa sexy, ma se sono due uomini a baciarsi, c’è subito c’è una reazione diversa. Usare due pesi e due misure, onestamente, mi sembra ridicolo».

Intervista uscita su Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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«Sono attratto dai personaggi estremi, come mia moglie». Intervista a Hugh Jackman

05 sabato Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Australia, Ava Eliot, Barbanera, Christopher Jackman, Codice: Swordfish, Cristiana Allievi, Deborra-Lee Furness, Hugh Jackman, Hugh Jackman, Back on Broadway, I miserabili, Joe Wright, Nirvana, Oscar Maximilian, Pan, Smells like teen spirit, X-men

Lui è razionale e misurato, lei passionale, emotiva, dotata di un istinto infallibile. E lo ha trovato molto sexy nei panni del terribile pirata Barbanera (nel film Pan). Jackman parla della sua famiglia e dell’alchimia con Deborra-Lee Furness, che ha 13 anni più di lui, e che  funziona da un’eternità per gli standard di Hollywood. Grazie anche a una regola: non separarsi mai per più di due settimane «se no ci si abitua a stare lontani».

Sorriso sulle labbra, battuta pronta, voce sexy (l’avete mai sentito cantare?). E poi quel modo di fare terribilmente alla mano. Non si sente una star. Non gioca a sedurti come fanno attori di calibro molto, molto inferiore. Nell’intervista preferisce scherzare, sdrammatizzare, ridere, mostrarti il suo buonumore e la serenità conquistata dopo un’infanzia non proprio facile. A otto anni la madre, che soffre di depressione, abbandona la famiglia e si trasferisce in Inghilterra. Le sue sorelle la seguono, lui e i fratelli restano a Sydney con papà Christopher. Hugh è davanti a un bivio: può farsi divorare dalla rabbia o perdonare e andare avanti. Lui sceglie la seconda strada e si affida a suo padre. Che gli ha insegnato tutto: a prendersi cura dei fratelli, a usare il denaro in modo accorto, ad amare e rispettare gli altri, compresa la madre contro la quale non ha mai puntato il dito, tanto che i due sono rimasti in ottimi rapporti. Oggi Hugh vive a New York, dove lo si vede spesso passeggiare mano nella mano con Deborra- Lee Furness, sua moglie, e con i due figli, Oscar Maximilian e Ava Eliot, adottati dopo una lunga battaglia contro l’infertilità. Fa il possibile per stare tutti insieme, perché la famiglia è il centro della sua vita. Non come il crudele Barbanera, il pirata rocker che canta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e terrorizza i bambini, protagonista del suo ultimo film, Pan. Hugh i ragazzini li adora.



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Hugh Jackman, 47 anni, è arrivato al successo internazionale con il personaggio di Wolverine in X-Men, nel 2000.

Si fida del suo istinto paterno?

«Sì, anche se sull’istinto forse è più forte mia moglie. Di fronte a un problema sa sempre qual è la cosa giusta da fare, e di solito ci azzecca sempre. L’intuizione è un dono, ma anche una responsabilità, perché ti connette con una persona a livello emotivo, ti fa preoccupare per lei».

Lei è un padre apprensivo?
«So che il mondo non è un posto facile, ma non voglio che i miei figli siano paranoici. Voglio che stiano attenti, che tengano gli occhi aperti, ma allo stesso tempo che vivano senza paure.
Quando ero piccolo mio padre non sapeva mai cosa facevo quando uscivo, con Oscar e Ava vorrei comportarmi allo stesso modo».

A casa la accolgono meglio quando fa il supereroe o quando si trasforma nel nemico di Peter Pan?
«Quando torno a casa i bambini vogliono il loro padre, se ne fregano dei miei personaggi. Mentre mia moglie mi ha detto: “Barbanera è uno degli uomini più sexy che tu abbia mai interpretato”. Diciamo che ho trascorso un’estate fantastica dopo aver girato il film (scoppia a ridere, ndr)».

Quando è sui set a lavorare, come mantiene i contatti con la sua famiglia?

«Non stiamo mai separati più di due settimane, è una regola che ci siamo dati io e Deborra. Se si sta lontani per molto tempo ci si abitua a vivere così. E a lungo andare ci si allontana. Quindi, fosse anche solo per 24 ore, torno sempre a casa. E quando voglio che i miei figli facciano i compiti, tiro fuori qualche premio, per ricordargli che papà è via per lavoro e che anche loro devono fare sempre il loro dovere».

Lei ha già vestito i panni del cattivo. Questo personaggio, Barbanera, che cos’ha di particolare?

«Ho fatto molti altri cattivi prima di questo, ma non ero mai stato così feroce! Mia madre, che ha assistito alla prima del film qui a Londra, ha detto a tutti: “Mio figlio è una vera minaccia!”».

A chi si è ispirato?
«Prima di iniziare a girare ho letto con mio figlio Oscar un sacco di cose sugli orsi su National Geographic per bambini. Lui adora gli orsi bruni. Ho chiesto a Joe Wright, il regista del film, se poteva andargli bene come modello, ma mi ha risposto di no: aveva sul cellulare un ritratto di Maria Antonietta coperta di rughe, era a lei che voleva mi ispirassi!».

Vista la sua carriera, crede nella fortuna?

«Il successo è un mistero. Quando mi hanno proposto il personaggio di Wolverine, l’ho accettato perché non mi arrivava niente di interessante. Di colpo mi sono ritrovato a Los Angeles a riorganizzare la mia vita e quella dei miei figli. Chi avrebbe detto che tutto sarebbe cambiato grazie a Wolverine? Oggi tutti mi offrono film!».

C’è qualcosa di cui si pente?

«Non aver girato Chicago, il film musicale di Rob Marshall. Ma ero molto giovane, c’erano battute adatte a un uomo più maturo. Però alla fine è stato giusto così: Richard Gere è stato fenomenale, in quel ruolo».

L’ho vista con i miei occhi ai festival di cinema, nei posti più glamour del mondo, mentre girava in bicicletta alle otto di mattina. C’è differenza tra essere un attore ed essere una star?

«Io voglio vivere davvero la vita. Amo le auto e gli hotel di lusso, ma per entrare in contatto col Paese in cui mi trovo ho bisogno di altre cose, come pedalare in bicicletta e tuffarmi in mare. Sono queste le cose che ricordo di un posto, più dei red carpet e dei premi. Ma posso essere anche un divo, non creda: quando voglio andare a nuotare chiedo che sgombrino la spiaggia!».
Scherza, ovviamente! È evidente che lei non crede al suo status di sex symbol. «Nemmeno un po’. Perché non me lo diceva nessuno quando lo ero davvero, a diciott’anni? Oggi che me ne faccio? Non posso dire a mia moglie: “Hey baby, vai tu a buttare la spazzatura!”, non è cosa per me».

 

È per questo che interpreta spesso personaggi estremi?

«Sono una persona moderata nella vita, credo sia il motivo per cui sono attratto da persone eccessive. Mia moglie è molto emotiva e appassionata, e questo continua a essere molto, molto stimolante per me».

 

articolo pubblicato sul n. 47 di F, in edicola il 18 novembre 2015

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«Se a dirigere un film su Oscar Wilde sono io, Rupert Everett»

28 mercoledì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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A royal Night out, Altamira, Ampleforth, coming out, Cristiana Allievi, Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, Oscar Wilde, Rupert Everett, Tim Burton

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo questo progetto e finalmente è arrivata l’ora X. Ecco perchè lo ritiene così importante

L'attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

L’attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo la storia di Oscar Wilde. Ma quella che era diventata una questione di vita o di morte, raccontare gli ultimi tre anni della vita del poeta irlandese, ha raggiunto finalmente una svolta: le riprese del film inizieranno l’anno prossimo. Come racconta durante la tredicesima edizione del premio Kineo – Diamanti al cinema, dove è stato insignito dell’International Movie Award. Certo, se a Everett la vita è andata meglio che a Wilde, non si può dire che tutto sia stato facile, grazie alla sua omosessualità dichiarata. Ma resta uno dei volti indimenticabili della storia del cinema, e nonostante il tempo passi, nemmeno a 56 anni compiuti smentisce l’immagine del dandy. Discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia, la sua vita, la vena polemica, il narcisismo e l’eleganza dei modi lo hanno reso una miscela esplosiva, un idolo, al punto da spingere Tiziano Sclavi a farne il protagonista del suo Dylan Dog. E in attesa di vederlo in Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children di Tim Burton, in Altamira di Hugh Hudson e A Royal Night Out di Julian Jarrold (in cui interpreta Giorgio VI, come ha fatto Colin Firth) parliamo con l’attore inglese di quello che gli sta più a cuore.

Finalmente ci siamo: il suo film su Oscar Wilde partirà…
«Inizierò le riprese l’anno prossimo a Napoli, finalmente. Ho scritto la sceneggiatura, sarò il regista e anche l’attore principale, nella mia fantasia voglio essere un Orson Welles! Nel cast ci saranno Emily Watson, Miranda Richardson, Tom Wilkinson e Colin Firth. Il cinema che amo, quello di Visconti e di Antonioni, con tecnici di primissimo livello, costumi sontuosi, decorazioni raffinate, è sparito: voglio tentare di riprodurre quel sogno, oggi».

Che Wilde vedremo?
«Quello degli ultimi tre anni di vita. La storia di Wilde è la storia di un meraviglioso essere umano che viene distrutto dalla società. Tengo molto a mostrare come in un momento si possa essere accettati, e in quello successivo reietti. Prima di Wilde la parola omosessuale non esisteva, ha dato scandalo. Ma già a metà Ottocento era una grande celebrità, un uomo modernissimo che ha attraversato l’America su uno speciale treno verde… È una figura cristica per il movimento omosessuale, per me, e soprattutto per il mio mondo lavorativo, che non è dei più facili».

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

In molti dovrebbero ringraziarla per il suo coming out. A Hollywood gliel’hanno fatto pagare?
«All’epoca vivevo a Parigi, Hollywood è venuta molto dopo. Di sicuro le mie dichiarazioni non mi hanno facilitato la carriera, essere gay nello showbusiness non è una gran cosa, e io non sono un’eccezione. E non mi riferisco al pubblico, che non si cura minimamente di queste cose, ma al business: cosa vuole che le dica? Il cinema è come il calcio, stessa cultura».

Ma non si è sentito più protetto, proprio perché parte del mondo dello spettacolo?
«Non mi lamento della mia vita, è stata molto fortunata. Forse oggi il mondo a cui si riferisce è cambiato, ma nel 1980, quando ho iniziato, non era amichevole con i gay».

A occhio lei non ha avuto paura di essere se stesso, o sbaglio?
«Ne ho avuta eccome, però non mi ha mai fermato dal vivere la mia vita. A un certo punto bisogna occuparsi del proprio futuro, nessuno lo fa al posto tuo. Oggi viaggio sulle mie gambe e fare un film da solo, con la completa responsabilità, è una sfida che mi piace. Non ho idea di come farò, ma la parola creatività significa qualcosa che viene fuori dal nulla, quindi credo che sarà un momento molto creativo».

Le esperienze difficili rinforzano?
«Tutto quello che va male, nella vita, finisce per rivelarsi con l’essere una cosa buona. Ho avuto molti anni per interrogarmi a fondo su quello che volevo fare, con Wilde. Quando qualcuno ti dice “questa cosa è inutile”, devi guardarci dentro e decidere: o sei d’accordo, o non lo sei affatto. In questo caso, a ogni passo ti rafforzi».

Quando ha passato la boa dei cinquanta ha detto di essere triste perché non si sentiva più sexy. A vederla di persona non sembra ancora il caso di buttarsi giù…
«A dire il vero a 50 anni ho dichiarato che non mi sentivo più dipendente dal sesso e che la cosa mi faceva molto piacere! Tutta la mia vita è stata guidata dall’idea del sesso, una reazione all’educazione cattolica ma soprattutto avevo ormoni piuttosto effervescenti. Anche se credo che la maggior parte degli uomini pensi al sesso, capirà il senso di liberazione».

Cos’è cambiato, con i cinquanta?
«Proprio gli ormoni, il sesso è per i giovani (ride, ndr), la marea dell’oceano ci spinge in alto e poi ci ributta giù».

Avere un padre ufficiale dell’esercito britannico ha inciso sul suo carattere?
«Di sicuro sono andato in reazione con tutto il mondo delle armi, questo sì. Mio padre è stato un uomo gentile fino a quando io e mio fratello eravamo piccoli, ma intorno ai 12 anni, di fronte alle nostre ribellioni, s’infuriava fino a schiacciarci».

Rupert Everett è stato un bambino impegnativo?
«Mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, addirittura senza tv. Una delle cose migliori della mia vita è stata la mia prima infanzia, in un ambiente molto organizzato, sicuro, tranquillo. Avevo poche cose, ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole… In casa non ci era permesso far troppo rumore, dovevamo stare tranquilli. Anche i nonni mandavano il messaggio che non si doveva dare spettacolo, né alzare la voce, per avere l’attenzione di tutta la famiglia».

E lei ha reagito.
«Fino a sette anni sono stato molto solitario, sensibile e riflessivo, poi mi hanno portato in collegio (all’Ampleforth, un istituto diretto dai monaci Benedettini, ndr) e sono diventato un’altra persona. È iniziata la fase esibizionista, urlavo, mi facevo notare, facevo ridere gli altri tutto il tempo. È così che a 15 anni mi sono iscritto alla Central School of Speech and Drama di Londra e ho iniziato a recitare».

Curioso, ho letto una sua dichiarazione in cui dice che essere tranquilli, nella vita, è la cosa più importante.
«È vero, e ciò che disturba la quiete nel mio caso è vivere nel mondo del cinema, doversi mantenere, farsi venire nuove idee… Insomma, andare avanti».

Soffre d’ansia?
«Come potrei non soffrirne in un mondo che ci spinge a venderci di continuo, a tenere le cose sotto controllo, ad apparire perfetti? Avendo molte idee anch’io devo andare in giro a proporle, non mi lamento ma è stressante».

A proposito di andare avanti… Sarà presto Giorgio VI, in A Royal Night Out. Non è stufo di fare l’aristocratico in costume?
«Sono alto 193 centimetri, sono inglese e vengo dall’alta società. Non mi stupisce che mi vogliano per fare parti da nobile, e non mi preoccupa».

articolo uscito su GQ Italia a ottobre 2015

© Riproduzione riservata

«Una storia rock», parola di Amy Berg, regista di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin

12 lunedì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Amy Berg, Amy Winehouse, Ball and Chain, Big Brother, Cat Power, Cristiana Allievi, David Niehaus, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Joss Stone, Mick Jagger, Monterey Pop festival, Pink, Rolling Stone, Woodstock

Una donna sola e disperatamente bisognosa di attenzioni. All’università del Texas viene eletta “il maschio più brutto del campus” e non si riprenderà mai davvero dallo shock. Una tigre che salta sul palco di Woodstock e intona a squarciagola Ball and chain. E che, proprio grazie al suo cuore maltrattato, raggiunge un pubblico sconfinato, che si riconosce nel suo grido di dolore. Le immagini di Janis, il film presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia, e nelle nostre sale dall’8 ottobre, sono una specie di doccia scozzese. Disorientanti e potenti, raccontano la vita della prima rockstar della storia, una delle cantanti più venerate di tutti i tempi e che, nonostante sia durata solo 27 anni e abbia inciso quattro album, resta fissa nei primi posti della lista dei più grandi cantanti e artisti di tutti i tempi ideata da Rolling Stone. A 45 anni esatti dalla sua morte, Emy Berg, regista candidata agli Oscar, ci consegna il suo omaggio a Janis, un’icona che molti anni fa ha aperto la strada alle Joss Stone, Amy Winehouse e Pink contemporanee. Ci ha lavorato sette anni e la sua abilità è stata unire due prospettive. Da una parte lascia che sia Janis stessa a parlare, per tutto il film, attraverso le lettere scritte alla famiglia e agli amanti negli anni, molte delle quali rese pubbliche per la prima volta grazie a questo film. Interviste alla famiglia, agli amici di infanzia e ai colleghi musicisti completano il quadro. Quando lo spettatore si è fatto un’idea complessiva della donna, ecco che emerge potente un’altra parte. Arrivano le immagini dei concerti e le foto che sprizzano vita da tutti i pori. A quel punto lo spettatore è catapultato nelle prime file dei live, a respirare quell’aria magica e intrisa di dolore che ha fatto della Joplin un riferimento imprescindibile. Occhi azzurrissimi, magra, Emy Berg indossa un paio di jeans a zampa e una camicia trasparente. Parla a bassa voce ma con molto entusiasmo del suo lavoro.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Il suo film mette in evidenza un fatto: Janis stava bene solo sul palco: le immagini al Monterey Pop Festival, uno dei momenti più memorabili di Woodstock, parlano chiaro. «Il palco era la sua cura, le performance dal vivo di Janis erano elettriche. Lì si lasciava andare, e la gioia e il dolore che liberava erano assolutamente inebrianti. Forse dire che con le performance live si guariva è eccessivo, di sicuro le facevano dimenticare il suo dolore e la forte insicurezza. Ma il grosso problema di Janis era come essere felice nelle restanti 23 ore della giornata, un fenomeno molto comune tra i cantanti».

È Janis stessa a parlare di sè, per tutto il film. «Ho scelto di raccontarla attraverso le sue lettere, scritte alla famiglia, agli amanti. Leggendole ho incontrato una donna vulnerabile e dolce, a caccia di conferme, completamente diversa da quella che si vedeva nei concerti, capace di esporsi davanti a milioni di persone senza paura. È stato lì che ho deciso di lavorare sul contrasto».

Come ha scelto Cat Power, per farle da voce? «L’ho sentita in un’intervista su You Tube e mi ha colpito quanto la sua voce sia simile a quella di Janis. Hanno molte cose che le accomuna, anche Cat ha lasciato la famiglia presto per seguire la musica, e non l’hanno capita. L’ho cercata su Google e le ho parlato al telefono, una settimana dopo era con noi e mi mandava foto sull’IPhone».

Avere una giovane star dell’indie rock nel film servirà ad attirare più pubblico? «Adesso vedo che è così, ma all’epoca pensavo solo a qualcuno che sapesse leggesse con facilità delle parole, senza recitare».

Secondo lei come si sentiva tra gli uomini, Janis? Dice cose contraddittorie in merito. «Se n’è andata dal Texas cercando un’affermazione lontano da casa, allo stesso tempo cercava una famiglia, a San Francisco. Janis aveva bisogno di un sistema che la supportasse, non a caso la rottura con i Big Brother, la sua prima band, l’ha distrutta. Non aveva realizzato quanto stesse bene in quella dimensione. Ha lasciato il paese, cambiato tour manager, si sentiva molto sola. Infatti ha iniziato ad aveva un camerino solo per lei, si è separata dagli altri».

L’uso delle droghe era davvero massiccio… «Aveva una storia di dipendenze, già all’epoca in cui viveva a San Francisco. Nelle droghe ha trovato un modo per calmare le voci che la tormentavano nelle famose 23 ore in cui non era sul palco. Non ha saputo trovare la strada per smettere, è morta per mano di una partita di eroina».

 Janis mostra chiaramente che anche una persona molto danneggiata come lei ha avuto la chance di salvarsi, grazie all’amore vero. «È un tema forte nell’industria musicale, è più difficile per una donna di successo avere una vita privata. Per Mick Jagger e i colleghi le cose sono sempre state più facile, per una donna famosa è dura avere un uomo che stia a casa, o che regga la differenza di esposizione. Ecco perché ho pensato che una storia come quella con David Niehaus- un insegnante che viaggiava per il mondo e non aveva la minima idea di chi fosse Janis quando l’ha conosciuta- andasse mostrata. Era il periodo in cui lei aveva smesso di drogarsi, lui era un uomo forte, non era mai stata con un uomo simile. E non lavorava nel settore, quindi non c’era competizione tra loro. Ma a causa di lettere non recapitate e sfortunate coincidenze, le droghe sono tornate e hanno distrutto tutto».

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

I fratelli di Janis le erano molto vicini. «Era legatissima al più giovane, Michael, prima della morte stava pensando di trasferirsi in California e seguirla in tour. Lora le era vicina di età, forse stava combattendo con gli stessi fantasmi ma aveva diversi interessi, non stava tentando di diventare una rockstar».

Lavorando al film si è fatta un’idea dell’origine della forte insicurezza della Joplin? «Quando Lora e Michael parlano del matrimonio dei loro genitori, che andava sempre più in crisi tanto più Janis diventava famosa, c’è una frase chiave: “i nostri genitori sentivano di aver dato vita a una calamità”. Significa che erano imbarazzati di avere una figlia simile, mi ha fatto riflettere».

C’è qualcosa che l’ha colpita e che non ha raccontato nel film? «La madre di Janis era una cantante, aveva una voce meravigliosa ma ha deciso di non tentare la carriera e diventare madre di famiglia. Credo che la figlia abbia fatto ciò che non è riuscito alla madre».

Crede che sua madre fosse gelosa di lei? «Credo proprio di sì. Forse si trattava più di paura che di gelosia, ma questo è il background emotivo della loro relazione. So che sarebbe stato molto interessante da raccontare, ma dovendo scegliere ho tenuto il focus su Janis».

Dal suo film si intuisce che conosceva bene Jimi Hendrix, ma non è chiaro in che modo. «Ho sentito varie storie su di loro, che non ho incluso. Ma so per certo che Janis era una delle donne che si è messa in coda per servirlo…».

Cosa intende dire? «Che dopo i suoi concerti Hendrix aveva la fila di donne che aspettavano di fare sesso con lui. Janis ha detto alla sua band che si è messa in coda anche lei…».

articolo pubblicato su D di Repubblica del 19/9/2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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