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«Gimme Danger», parola di Iggy Pop

24 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Musica

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Bob Dilley, Cristiana Allievi, David Bowie, Gimme danger, Iggy pop, Jim Jarmusch, Jim Osterberg, MC5, The Stooges, Velvet Underground

 

È SBARCATO SULLA CROISETTE PER IL 69° FESTIVAL DI CANNES E, COME È GIUSTO CHE SIA, HA PORTATO UN PO’ DI SCOMPIGLIO. L’IGUANA DEL ROCK CHE HA FIRMATO LA COLONNA SONORA DI TRAINSPOTTING HA PRESENTATO IL DOCU FILM SULLA SUA VITA E QUELLA DEGLI STOOGES, GIMME DANGER, GIRATO DALL’AMICO JIM JARMUSCH. CON CUI AVEVA RECITATO IN COFFEE AND CIGARETTES

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«Gli Stooges, nell’essenza, sono stati una specie di ameba che ti entrava in casa senza che te accorgessi». Parola del suo frontman, Iggy Pop. Giacca di pelle e skinny pants neri, indossati con una t-shirt bianca, la rockstar di Detroit ha gli occhi blu che brillano. Ancora di più, mentre racconta il lavoro fatto con l’amico Jim Jarmusch per Gimme Danger, passato fuori concorso al Festival di Cannes. «Ho contributo con i miei ricordi» racconta commuovendosi da sopravvissuto quale è- e parlando della band nata ad Ann Arbor nel 1967, e dissolta nel 1974- «perché avevo buttato via tutte le foto. Ho suggerito a Jim di andare dai mie fans e dai nostri spacciatori, a cercare materiale inedito per il film». In 100 minuti di lavoro, rigorosamente cronologico, si alternano immagini di repertorio, concerti, racconti di sconfitte e risalite (con Iggy che parla in prima persona) ma anche momenti di show televisivi, cartoni animati e film degli anni Cinquanta. È un lavoro che illustra bene due anime che abitano nello stesso corpo: quella che all’anagrafe fa Jim Osterberg, e che racconta con voce placida delle droghe, dell’assoluta inconsapevolezza della sua band rispetto a idee come mercato discografico, diritti e royalties, e quella dell’animale a petto nudo che si butta spesso e volentieri dal palcoscenico, e che di nome fa Iggy Pop. Il regista di Down by Law e di Coffee and Cigarettes, che pochi giorni fa ha presentato in concorso sulla Croisette anche l’applauditissimo Paterson, ha scritto una lettera d’amore a una delle più grandi band della storia del rock, inserita anche nella Rock and Roll Hall of Fame, che nel 2003 si è riformata anche se i fratelli Asheton, Steve MacKay e Dave Alexander sono scomparsi. «Anch’io sono del Midwest», racconta, «e da ragazzo gli Stooges mi hanno aperto la mente. Loro, con gli MC5 e i Velvet Underground, erano tutto quello che ci interessava». Jim voleva che il suo omaggio fosse qualcosa di selvaggio, incasinato, emotivo, primitivo ma sofisticato. Le immagini che scorrono sono molto forti (Tom Krueger è direttore della fotografia), a sottolineare l’impatto di un gruppo apparso sulla scena alla fine degli anni Sessanta che ha letteralmente assalito il pubblico con il suo misto di rock, blues, R&B e free jazz, piantando il seme di quello che sarebbe stato il punk nel periodo successivo. «Nessuno ha avuto un frontman che incarnava allo stesso tempo Nijinsky, Bruce Lee, Harpo Marx, e Arthur Rimbaud», sottolinea il regista. «Usavamo molto LSD e lasciavamo che le cose accadessero in modo naturale», lo incalza Iggy. «Ricordo che un minuto ero la persona più aggressiva del mondo, e quello dopo scoppiavo a ridere… Oggi sono d’accordo con chi consiglia di evitare le droghe, perchè inizi dando loro un dito e finiscono col prendersi il braccio. Oggi bevo solo vino rosso e… No, non posso dire di limitare anche il sesso perché non è vero! Ma quando non faccio questo lavoro vado a letto presto». Cosa farebbe nella vita di diverso, se potesse? «Ho avuto grandi genitori che non ho ascoltato. Le cose sono cambiate solo con mia madre, a cui ho prestato più attenzione da un certo punto della mia vita in avanti». La storia si chiude con la rivelazione di quali sono stati i sui, di miti, oltre al fatto di aver avuto Dawid Bowie come nume tutelare. «Direi Bob Dilley e Chuck Berry su tutti. Ma anche Frank Zappa, specie quello Freak Out!, gli MC5 e i Velvet Underground».

articolo uscito su GQ Italia il  20/5/16

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Jodie Foster: «Non farti mangiare dal Money Monster».

19 giovedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, Festival di Cannes

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Alexandra Hedison, Bill Bixby, Cannes 69, Cristiana Allievi, George Clooney, GQ, House of cards, Jodie Foster, Julia Roberts, Martin Scorsese, Mary Lambert, Money Monster, Orange Is the New Black, Taxi driver

Il suo nuovo film da regista è un thriller che incentrato sulle persone: «Volevo raccontare uomini che lottano con il loro profondo senso di fallimento, e guardano al mondo del successo e dei soldi per cercare un valore in se stessi». L’intervista da Cannes 69

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La sua prima volta a Cannes è stata per promuovere Taxi Driver di Martin Scorsese. Quaranta anni dopo è arrivata al Festival più importante del mondo con il suo nuovo film da regista, Money Monster– L’altra faccia del denaro e nello stesso giorno ha presentato la pellicola fuori concorso (oggi anche nelle nostre sale) e inaugurato la serie di incontri Kering Women In Motion, dedicati alle donne che hanno fatto grande la storia del cinema. La sua carriera è iniziata a tre anni, con la pubblicità del Coppertone, ed è proseguita con varie serie tv fino al debutto a cinema con Due ragazzi e… un leone, a soli otto anni. La scaltra teenager di Taxi Driver le ha regalato il riconoscimento internazionale della critica e oggi Jodie Foster, 54 anni, ha più di 40 film all’attivo, quattro pellicole dietro la macchina da presa e un grande successo anche come regista tv, basti vedere alle voci Orange Is the New Black e House of Cards. Madre tedesca e padre americano, la Foster ha due figli, una ex compagna (la sua storica produttrice, Cydney Bernard) e una moglie sposata due anni fa, l’attrice e fotografa Alexandra Hedison. Raccontando la storia di Money Monster dice che è andata più o meno così: ha lavorato alla sceneggiatura per più di due anni, poi l’ha passata a Clooney incaricandolo di ingaggiare la sua storica amica, Julia Roberts, che grazie al film è sbarcata sulla Croisette per la prima volta.

Cosa l’ha attratta della storia di Money Monster? «Volevo raccontare tre uomini che lottano con il loro profondo senso di fallimento, e guardano al mondo del successo, dei soldi e della notorietà per cercare un valore in se stessi. Clooney è un guru televisivo finanziario, la Roberts è la super produttrice del programma, la donna che lo dirige attraverso un auricolare. Il film è mainstream ma è anche un thriller che racconta le persone: volevo tutto insieme, le star e una storia intelligente, che chiedesse agli spettatori di lavorare insieme a noi».

Clooney balla, lancia dardi e spiega agli spettatori il gergo finanziario con oggetti ed effetti sonori. «È stato grandioso nel rendersi un buffone, che alla fine si scopre a fare la cosa giusta. C’è qualcosa di surreale nel vedere quest’uomo di mezz’età dai capelli bianchi che cammina in modo strano e fa una specie di hip hop. George è una scheggia impazzita e Julia cerca di tenere sotto controllo il caos che crea, il fatto che siano amici intimi da anni ha reso il mio lavoro semplice».

Da Margin call a The big short, negli ultimi cinque anni sono usciti molti film sul mondo finanziario. «Credo dipenda dal fatto che oggi è un argomento che tocca la vita di tutti, le nuove tecnologie hanno trasformato il mondo del trading ed è importante che le persone sappiano cosa sta succedendo. Ma la vera novità di questo film sta nel fatto di aver ideato una storia ambientata a Wall Street ma allo stesso tempo lontana da Wall Street».

Ha messo nel mirino la volatilità del denaro e i valori imposti dalla tv. Cosa la influenza, come artista, nelle sue scelte? «Tutto, da chi è stata mia madre al mio background, alla cultura da cui provengo: ogni volta che scegliamo un colore, o un modo di vestirci, lo facciamo in relazione a quello che ci ha influenzati da piccoli. E poi vedo sempre me stessa, in ogni personaggio che interpreto e dirigo».

Ad esempio? «A parte il fatto che ho due figli, se produco un film su un teeneger e mi interessata molto farlo, è perché mi interessa la parte di me stessa che ha 14 anni. Quando dirigo o sviluppo una sceneggiatura mi calo nei corpi dei miei personaggi, e mi chiedo cosa proverei e penserei se fossi loro. Parte del mio interesse nei personaggi maschili viene dalla mia parte maschile. Come mi sono sentita rispetto al fallimento? Agli occhi di mia madre, di cui mi sono presa cura, o delle donne intorno a me? Questo aspetto che emerge in Money Monster è parte di me, del mio maschile, e nella vita si alterna al lato femminile, succede a tutti noi».

Cosa l’ha portata dietro la macchina da presa? «A sei anni ho visto sul set un attore che era anche regista, e mi ha incantata: mi sono detta “da grande voglio farlo anch’io…”. Era Bill Bixby in Una moglie per papà. Sono stata cresciuta da una madre single che mi portava a vedere i film di Lina Wertmuller, della Cavani e Margarethe Von Trotta, sono stata plasmata da queste donne europee, sapendo di voler fare il loro mestiere».

Se dovesse sintetizzare cos’ha imparato, in decenni di carriera? «Da attrice, quando giravo scene in bikini faceva sempre freddo, mentre si crepava di caldo quando mi facevano indossare l’eskimo. Semplicemente lo fai, in qualsiasi circostanza ti trovi, che sia girare un film con l’iphone, o scrivere una commedia o una canzone, se sei un artista semplicemente lo fai, non importa in quali condizioni».

Se si volta indietro, invece, cosa la fa sorridere? «Pensare a quando Mary Lambert mi ha presa da parte, a 23 anni, e mi ha raddrizzata (ride, ndr)».

Cosa intende dire? «È stata l’unica regista donna con cui ho lavorato, eravamo sul set di Siesta.   Mi ha presa da parte, mi ha fatta sedere dicendo “non puoi arrivare in ritardo, è irrispettoso per tutti quelli che ti stanno ad aspettare…”. Oggi il solo ricordo mi imbarazza a morte, ma è stato molto importante. Si è mossa come una brava madre, l’ho davvero ascoltata, perché tieni a quello che ti dice una madre, e non te ne dimentichi».

Le è mai capitato di trovarsi davanti qualcuno che non sapeva fare il suo lavoro? «Purtroppo sì, non farò nomi ma le dico solo che nel momento in cui sono iniziate le riprese non sapeva più cosa fare, si chiudeva in bagno e telefonava alla moglie. Ma mi è successo anche il contrario, di incontrare persone che non mi dicevano niente, fuori dal set, poi sul campo si sono rivelati registi molto capaci».

Cosa influenza lo stile di una leadership? «Molte cose, dalla madre che ci ha cresciuti alla scuola, alla cultura in cui siamo stati immersi. Per esempio mi accorgo di confondere le persone perché sono molto diretta, e mi è stato insegnato che non va bene esserlo. Se qualcuno mi colpisce, si aspetta che risponda in un certo modo, e io non lo faccio… Quando una persona non si comporta come immaginavi, cosa fai come mossa successiva? Spesso la gente resta confusa davanti a donne che non seguono i ruoli tradizionali. Ma tutto, a questo mondo, è destinato a migliorare, e le cose cambieranno… Bisogna solo avere pazienza».

Articolo pubblicato da GQ Italia

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Al Pacino «Perchè mi sono immedesimato in Oscar Wilde? Perché è un genio».

11 mercoledì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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Al Pacino, An evening con Al Pacino, Bono Vox, Cristiana Allievi, Erodiade, Franco Dragone, GQ, Jessica Chastain, Napoli, Napoli Teatro Festival, Oscar Wilde, Where the white man runs away, Wilde Salomé

Dopo settimane di polemiche e trattative il divo americano arriva comunque in Italia. Se non in carne ed ossa, per il Napoli Teatro Festival, al cinema con la sua Wilde Salomé.

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Al Pacino, 76 anni, è scrittore, regista e attore di Wilde Salomé (courtesy of film-review.it)

Al Pacino è un uomo da scintille. La sola idea del suo arrivo a Napoli, ancora non confermato dalle autorità locali, sta infiammando da settimane l’intera Campania, soprattutto per questioni economiche. Il direttore artistico Franco Dragone, regista italo-belga tra gli ideatori del Cirque du Soleil, vorrebbe la star di hollywood al Napoli Teatro Festival, il 13 e 14 giugno prossimi. Ma pare che il contratto per due serate del recital An evening con Al Pacino si aggirerebbe intorno ai 700 mila euro, equivalente del finanziamento a un teatro pubblico per un’intera stagione, motivo per cui il presidente della Fondazione Campania dei Festival, Luigi Grispello, conti alla mano, tentenna.

Ci sarebbero sponsor privati disposti a sborsare, sicuri dei guadagni che ne deriverebbero, ma tutto salterà se la Fondazione non ci metterà del suo. Mentre la trattativa procede a singhiozzi, Pacino arriva comunque in Italia: da domani sarà infatti nelle sale Wilde Salomé, da lui scritto, diretto e interpetato. È un ambizioso tentativo di unire il teatro al cinema e di mostrare al pubblico un’opera controversa e poco nota di Oscar Wilde.

Nel 2006 Pacino aveva portato in teatro la Salomé dello scrittore, calandosi nei panni di se stesso e di Erode e facendo interpretare Erodiade da Jessica Chastain. Da quello spettacolo ha deciso di realizzare il docu-film Wilde Salomé, portato personalmente alla Mostra di Venezia nel 2011. A dieci anni dalla prima teatrale lo spettatore vedrà sullo schermo la fatica delle prove, le riflessioni di Pacino sul desiderio di Erode per Erodiade e i suoi viaggi sulle tracce di Wilde tra Londra, il deserto del Mojave e Dublino, dove incontra addirittura Bono Vox disposto a parlare dello scrittore.

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La danza dei sette veli di Jessica Chastain in Wilde Salomé

Attualmente sul set di Where the White man runs away, l’attore americano racconta come il genio letterario del secolo scorso abbia influenzato la sua creatività. «Perché mi sono immedesimato con Wilde? Forse perché è un genio ma anche un uomo che è stato messo a dura prova dalla vita e dal suo tempo. Mi attrae la sua capacità di rischiare tutto e saltare nell’ignoto». A Pacino non manca certo il coraggio di sperimentare, leit motiv della sua carriera. «Credo che la mia propensione a rischiare mi venga dalla paura, ma non so di cosa», ammette il divo. «So che c’è qualcosa, nel rischio, di folle e tremendamente appagante allo stesso tempo. Il modo di raccontare che vedrete non è per niente tradizionale, è un esperimento. E anche in questo caso lo spettatore si dovrà fidare di me, lasciandosi trasportare».

Un altro ottimo motivo per non perdere il film è Jessica Chastain, che con questo lavoro, e Pacino come insegnante di recitazione, ha iniziato la sua carriera sul grande schermo. «Jessica ha rappresentato il suo personaggio semplicemente in modo ideale, quasi celestiale. Senza di lei non avrei potuto fare Salomé», conclude il regista. Ma noi l’abbiamo vista, con le labbra rosso fuoco, i capelli sciolti al vento e il seno nudo. E di celestiale promettiamo poco…

Articolo pubblicato a maggio 2016 su GQ Italia

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Trine Dyrholm: «Torneremo alla comune»

04 mercoledì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Axel, Cristiana Allievi, Festen-Festa di Famiglia, La comune, Niclas Bendixen, The legacy, Thomas Vinterberg, Tryne Dyrholm

«La donna che interpreto è annoiata dalla vita e dalla routine familiare, così convince il marito a vivere in una comune. Da lì in avanti perderà se stessa. La grande lezione che mi ha ricordato è che i cambiamenti che vuoi, nella vita, devi farli tu stessa. Altrimenti sono guai». Occhi blu profondo, capelli corti e biondissimi portati all’indietro, questa danese di 43 anni dal vivo indossa un tailleur con pantaloni ed è molto empatica nella conversazione. Me lo spiego col fatto che oltre ad essere l’attrice lanciata a livello internazionale da Thomas Vinterberg in Festen-Festa di famiglia, Trine Dyrholm è una cantante con cinque dischi all’attivo. Proprio la musica, a 14 anni, aveva già fatto di lei una star, quando il canale tv Eurovision l’ha scelta per il suo Song Contest tra 10 candidati finalisti a rappresentare la Danimarca e i talent show non erano nemmeno all’orizzonte. Poi sono venuti il teatro, i film e i premi. L’ultimo è quello vinto come miglior attrice all’ultimo Festival di Berlino grazie a La comune (adesso al cinema), in cui indossa i panni di una giornalista tv di successo che insieme al marito Erik decide di aprire le porte della loro casa agli amici, per vivere insieme. Tutto funziona finché lui si innamora di una sua studentessa, cambiando drasticamente gli equilibri del gruppo. Nella vita reale Trine è felicemente legata a Niclas Bendixen, regista teatrale, e insieme hanno un figlio, Axel, che adorano portare spesso nella loro casa al mare, a un’ora da Copenhagen.

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Trine Dyrholm, attrice e cantante danese, 43 anni

Ha mai avuto esperienza diretta di vita nelle comuni? «No, ma per prepararmi al film ho parlato con molte donne che hanno vissuto quell’esperienza negli anni Settanta. Mi hanno raccontato di aver sentito una grande pressione, perché all’epoca se non ti allineavi allo stile dello spirito libero ti reputavano strana. Ho trovato interessante proprio questo paradosso, la libertà accompagnata dalla pressione».

Lo trova un esperimento fallito, nel contesto della vita moderna dell’occidente? «Sono molto grata a quella generazione, ha vissuto fuori dagli schemi. Grazie a quelle persone si è arrivati a parlare di sesso, prima non potevi nemmeno divorziare. Venivano dagli anni Cinquanta e avevano bisogno di una rivoluzione, solo che non conoscevano le conseguenze di un certo modo di vivere».

Che invece noi conosciamo. «Le sembrerò naive, ma credo che le nuove generazioni creeranno comuni, ma di tipo diverso. Dobbiamo condividere molto di più, magari non le mogli e i mariti, ma i beni materiali. I tempi stanno cambiando e non possiamo più pensare di avere ognuno la propria automobile…».

Tornando alle persone, nella vita vera sarebbe accondiscendente com’è sullo schermo con suo marito e la sua nuova fiamma, che ha la metà dei suoi anni? «Non so cosa farei, forse sarei confusa e miserabile come Anna. È una donna vittima delle sue stesse idee, non lo manda al diavolo e se ne va, come dovrebbe fare. Ma quante volte, intrappolati dalle emozioni, ci è successo di non riuscire a muoverci?».

Lei non si è sposata, per paura? «Io e il mio compagno siamo insieme da otto anni, e invece di un matrimonio abbiamo un figlio che ci unisce! Axel ha rappresentato il grande cambiamento della mia vita, quando è nato mi sono presa otto mesi di pausa dal lavoro. Poi Susan Bier mi ha offerto In un mondo migliore, e ho sentito che andava bene ricominciare».

E come si regola con gli impegni lavorativi? «Capita che portiamo nostro figlio sui set con noi, ma di solito preferisco lasciarlo a casa con la babysitter o i nonni. Quando giro un film sono molto focalizzata».

Invecchiare la preoccupa? «Con Love is all you need e A royal affair mi sono accorta all’improvviso che c’era una generazione dopo di me, e che la mia non era più l’ultima. Anche se essere un’attrice richiede di non essere vanitosa, e mostrare la parte dark delle emozioni umane, quando mi trovo su un red carpet tengo ancora molto ad essere femminile. Mentre quando ero più giovane volvevo sempre imbruttirmi (ride, ndr)».

 A Hollywood non si parla d’altro che di parità salariali, cosa ne pensa? «Le donne hanno da sempre problemi a negoziare, io ci ho lavorato e non mi va poi così male».

Si trasferirebbe in California? «Per un progetto che vale lo farei, ma il mio inglese non è perfetto. Ai tempi di Festen ero molto giovane, mi sentivo insicura e non mi sarei trasferita. Adesso che sono una donna reale, che dimostra la sua età, spero di non essere troppo vecchia per farlo».

C’è un film a cui è particolarmente legata? «Sono una grande fans di Michael Haneke e di Isabelle Hupper. La pianista è stato un film importate per me, mi ha scioccata. Tornando alle emozioni, i film creano lo spazio per condividere quelle di cui non parliamo mai, come la solitudine, il dolore, la mancanza. E quando guardiamo un film siamo sempre tutti insieme, ad attraversare questi spazi bui».
Sta lavorando alla terza stagione di The legacy, la serie tv per cui gli inglesi la adorano. «È un altro grande dramma che racconta i lati oscuri delle relazioni famigliari. Sono d’accordo con Maya Ilsoe, la creatrice della serie, quando dice che non conosci davvero i tuoi parenti finché non erediti…».

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La Dyrholm col cast di The legacy, il dramma danese che è un cult (courtesy of radio times.com)

Articolo pubblicato su Io Donna  del 9 aprile 2016

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Charlize Theron «Caro Sean, ti voglio solo come regista»

03 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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August, Cannes 2016, Charlize Theron, Cristiana Allievi, Grazia, Il cacciatore e la regina di ghiaccio, Kubo e la spada magica, Mad Max: Fury Road, Monster, Sean Penn, Sudafrica, The coldest city, The face

L’infanzia traumatica in Sudafrica e la rivincita come attrice e anche come musa di Dior. La scelta di adottare due bambini, da single, e la fine della relazione con Sean Penn. Charlize Theron parla dei momenti che hanno segnato di più la sua vita. e ora, che al cinema è una regina cattiva, qui spiega come sia riuscita a diventare una donna forte affrontando proprio le sue paure.

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Charlize Theron, 40 anni, attrice australiana naturalizzata americana (courtesy moviepalyer.it)

«Vuol sapere una cosa buona che ha fatto mia madre, tra le altre? Non si è mai focalizzata sulla mia bellezza. Non ha mai detto frasi come “che schianto, mia figlia”. Questo non significa che se uscivamo insieme e indossavo un bel vestito non lo faceva notare, ma non mi ha mai limitata al mio aspetto estetico, quello non è mai stato tutto il mio mondo». Per Charlize Theron la bellezza è stato un dono difficile da gestire, non è un caso che, nella su carriera cinematografica più matura, abbia sempre cercato di imbruttirsi.

 

Si presenta all’intervista in minigonna e sandali stringati neri, con una camicia trasparente color caramello e i capelli biondo miele raccolti dietro la nuca. La scruto per rintracciare segni di normalità sul suo viso, ma nemmeno il jet leg può qualcosa contro una bellezza da togliere il fiato. Si era già capito 21 anni fa che si trattava di una specie aliena, quando  la sua microgonna  restava impigliata nella sedia scoprendole un fondoschiena perfetto, nello spot Martini. Eppure l’attrice e produttrice di 40 anni, naturalizzata americana, è cresciuta nella fattoria di famiglia a Benoni, a 20 chilometri da Johannesburg e ad anni luce dall’idea di diventare una star. Il clima che ha avvolto la sua infanzia non è stato dei più facili, tra l’isolamento dell’apartheid, la povertà e una calamità chiamata Aids. «Dovrei andare in terapia solo per parlare della relazione che ho con la mia terra d’origine», dice, «mi ha influenzata molto più di quanto non abbia mai ammesso in passato. È stato solo crescendo che ho iniziato a realizzare che avevo un sacco di rabbia dentro, per tutta quella inutile sofferenza…». E i fattori sociali sono solo un contorno: a segnare la sua adolescenza c’è stata la morte del padre Charles per mano della madre Gerda, per legittima difesa, in una delle tante sere in cui lui è tornado a casa ubriaco. Non stupisce che la giovane Charlize si sia persa nei film, ma senza però mai sognare di fare l’attrice. Diventata modella, a 17 anni è volata a New York per entrare nel corpo di ballo della Joffrey Ballet School, finché un incidente al ginocchio ha messo fine alla sua carriera, mandandola in depressione. Allora Charlize decide di trasferirsi a Los Angeles, dove un talent scout la nota mentre è in coda in banca. Da quel giorno a oggi ha girato una quarantina di film, l’ultimo è Il cacciatore e la regina di ghiaccio, di Cedric Nicholas-Troyan, adesso nelle sale, in cui lei è la regina Ravenna (non quella a cui allude il titolo, interpretata da Emily Blunt, ma sua sorella), uno spin-off di Biancaneve e il cacciatore del 2012, in cui la Theron vestiva sempre i panni di Ravenna, ma qui la storia precede l’incontro con Biancaneve. All’epoca Kristen Stewart, Biancaneve,aveva dominato la scena mediatica a causa di un flirt con il regista Rupert Sanders. Oggi è la Theron a rubare la scena, dato che si tratta del suo primo tour promozionale  dopo la fine della sua storia con l’attore e regista  Sean Penn. L’anno scorso, poco dopo la prima mondiale di Mad Max: Fury road al festival di Cannes, i due sembravano sorridenti e felici insieme sul red carpet, ma poco dopo la Theron ha dichiarato che la storia tra loro era finita. Il New York Times l’ha tirata in ballo in un articolo citandola come modello contemporaneo  di “ghosting”, cioè lasciare un partner smettendo di rispondere a chiamate ed sms. Strategia che l’attrice smentisce clamorosamente. «Quando una relazione finisce devono sempre inventarsi qualche  strana storia o qualche folle dramma», ha dichiarato, «e questa storia del “ghosting”, davvero non so nemmeno cosa sia… Io e Sean avevamo una relazione che ha smesso di funzionare, ed entrambe abbiamo deciso di separarci, tutto qui». Il perché non funzionasse più non è dato di sapere, ma la prossima puntata della vicenda Charlize-Sean andrà in scena ancora al festival di Cannes, quando con molta probabilità i due si incontreranno grazie a The face, diretto da Sean e interpretato da Charlize.

Lei è nota per essere un’attrice che ha preferito imbruttirsi, piuttosto che accettare ruoli da bella, penso a Monster,  che le ha regalato l’Oscar, o a North Country e a Young Adult. Cosa le ha fatto prendere questa strada? «Dopo il mio primo film, Due giorni senza respiro,  mi sono ritrovata sui cartelloni pubblicitari di Sunset Boulevard in lingerie. Non ci è voluto molto a capire che rischiavo di diventare uno stereotipo, così ho iniziato a dire un no dopo l’altro».

Oggi festeggia i suoi vent’anni di carriera con Il cacciatore e la regina di ghiaccio, spiazzandoci: è il suo primo sequel, e interpreta una donna che vuole conquistare il mondo grazie al suo aspetto fisico. «Ravenna va calata nel contesto in cui cresce, sono circostanze difficili. Da giovanissima la madre la vende a un re, per sposarla, questo fatto la segna tremendamente. Le fa capire che l’unico modo di sopravvivere nella vita è essere bella, perché nella bellezza c’è potere: se sei attraente il re non ti scarterà. Ma dentro di lei, nel profondo, c’è un grande dolore. E anche nella vita vera mi succede di incontrare persone molto determinate, che credono fortemente solo in una cosa, e di sentire che dentro sono molto tristi».

Un’altra cosa a cui ci ha abituati sono i ritratti di donne forti, e il prossimo sarà quello di spia nel thriller The Coldest City. «Non mi interessa l’immagine forte di me, preferisco di gran lunga investigare quello che mi fa paura, ciò che ti distrugge come essere umano, perché è lì che trovi la tua forza».

Che rapporto ha col dolore? «So come vederlo in prospettiva, qualcosa può controllare la tua vita solo se tu gliene dai il potere. Credo davvero in questa libertà, avrei potuto scegliere la vita di una vittima, ma non è quello che volevo, ed è andata diversamente».

Cosa si è detta, nel momento più difficile della sua vita? «Ok, mi è successo, ma non determinerà chi sono, non mi definirà. Mio padre è morto in un modo estremo, mi sono detta “cosa posso imparare da questa cosa”? Avevo 15 anni, e quella notte sarei potuta morire: sono così consapevole di questo fatto che il mio amore per la vita è assoluto. Sa una cosa? Credo di apprezzare la vita più di tante altre persone».

Ha dichiarato che sua madre è stata molto importante per lei. «Quando sono nata la cosa migliore che ha fatto è stata pensare “Non voglio che questo esserino diventi come me, ma che sia se stessa”, e il messaggio ha determinato la mia vita, è penetrato nelle mie ossa. Ricordo che quando a scuola c’era un problema i miei amici andavano dal preside con le mamme, io ero l’unica che stava lì in piedi da sola. Un giorno le ho chiesto “perché non viene a proteggermi”? La sua risposta è stata “se ti metti nei guai sei anche capace di tirartene fuori”».

Una qualità di sua madre che vorrebbe avere? «Dalle mie parti abbiamo un detto, “il mio cuore è come un taxi africano, c’è sempre posto per una persona in più”. Il cuore di mia madre è così, ha una compassione sconfinata per gli esseri umani. Mi chiedo spesso come sarei stata, senza lei accanto».

Prima raccontava che l’ha aiutata anche rispetto a certe comprensioni… «È stata così intelligente da non dare troppo peso al mio aspetto esteriore. E oggi quando mi sento bella non lo vivo in modo arrogante, il mio mondo non finisce lì».

Lei che pronuncia parole come “Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, che relazione ha con lo specchio? «Ne parlavo recentemente con Emily Blunt, da quando sono madre sono sempre in ritardo. La mattina sono focalizzata sulla preparazione del cestino della merenda per mio figlio, sul fatto che si lavi i denti, si vesta e arrivi a scuola in tempo. Adesso che ho anche la piccola August, devo darle da mangiare, cambiarle il pannolino e poi infilare tutti in macchina…».

Sta dicendo che non si guarda allo specchio? «La prima immagine che vedo di me stessa, ultimamente, è nello specchietto retrovisore dell’auto, che tra l’altro mi regala anche poteri magici agli occhi di mio figlio. Jackson non capisce ancora come funziona il riflesso, e non si capacita quando gli intimo di togliere le mani da qualcosa, mentre guido. Mi chiede sempre “mamma come fai a sapere cosa sto facendo?”».

I figli hanno cambiato il suo modo di fare attrice? «Non lo so, ma sono in pace sapendo che non vedranno i miei film finché non avrò 54 anni! L’unica volta che ho preso una decisione pensando a quello che mi chiede è stato un anno e mezzo fa, quando ho girato Kubo e la spada magica (uscirà ad agosto in Usa, da noi il prossimo novembre, Charlize presterà la voce a Monkey, ndr) e in quel caso mi sono detta “i ragazzi lo ameranno molto”».

Racconta favole ai suoi bambini? «Sono cresciuta in Africa, mia madre mi ha allevata con la mitologia e il folclore del posto, che passavano di generazione in generazione grazie ai racconti davanti al fuoco. Non conoscevo le vostre favole, le sto scoprendo adesso con mio figlio Jackson. Va matto per Frozen e in questo momento è molto focalizzato sulle principesse, soprattutto sulle immagini che le raffigurano: le stiamo conoscendo una a una».

Mentre interpretare la parte della cattiva le piace? «Mi godo la possibilità di fare cose tremende senza finire in prigione, mi sento libera!»

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La Theron ai tempi della relazione con Penn, finita nel giugno del 2015 (courtesy gds.it)

Chi vede quando si guarda sullo schermo? «Al cinema sono sempre io, sono tutte parti di me, la gente non lo capisce fino in fondo. Anche quando danzavo ero davvero io, lì non c’era trucco, non c’era trasformazione, mentre non credo neppure per un secondo di essere io quella che vedo sui manifesti pubblicitari, né sul red carpet. Lì mi trasformano: e con un certo trucco, una certa pettinatura, un taglio di luci particolare diventa bellissimo chiunque».

Ha deciso di adottare due figli da madre single, interpreta spesso film in cui le donne sono più forti dei maschi: la parola femminismo cosa significa per lei? «Evoca cose diverse per ciascuno di noi, a me ricorda l’eguaglianza tra i sessi, e quindi il fatto che le donne possono essere malvagie tanto quanto gli uomini. Un concetto, questo, che nel cinema si è perso».

Cosa intende dire? «Sono cresciuta in una grande famiglia guardando i film degli anni Settanta di Jessica Lange, Susan Sarandon e Meryl Streep, ma le parti davvero conflittuali che ricordo sono quelle di Jack Nicholson in Shining e di De Niro in Taxi Driver. Saremo davvero alla pari quando vedremo anche al cinema donne complesse quanto gli uomini».

Cover story di Grazia del 12/4/2016

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Sarah Gadon, «Un trono tutto per me»

20 domenica Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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22/11/63, Brandon Cronenberg, Cristiana Allievi, D Repubblica, David Cronenberg, Elisabetta II, Erdem, Fox, Indignation, Isabel Marant, James Franco, Sarah Gadon, Sonia Rykiel, Stephen King, Una notte con la regina

«Mi sono sentita molto vicina alla regina Elisabetta. Anche lei è stata una giovane ragazza che cercava se stessa e il suo posto nel mondo». Anche Sarah Gadon ha trovato il suo posto, sul set: la vedremo al cinema nella parte di Elisabetta ancora principessa di York in Una notte con la regina (in sala dal 7 aprile). E poi in tv con James Franco nella mini serie basata sull’omonimo romanzo di Stephen King 22/11/63 (andata in onda su Hulu, debutterà su Fox ad aprile). Infine in Indigantion, dal romanzo di Philip Roth, acclamato al Sundance e appena passato dalla Berlinale. 

Pantaloni a sigaretta e ballerine, pelle di porcellana e capelli biondo miele, l’attrice canadese 28enne non ha problemi ad entrare nel ruolo perché emana una luce quasi regale. Figlia di un’insegnante e di uno psichiatra, a 10 anni era già nella serie tv Nikita. E mentre macinava un bel po’ di serie e film per la tv, si allenava come performer alla National Ballet School of Canada e studiava alla Claude Watson School for Performing Arts. Laureata all’Università di Toronto, non ha abbandonato la sua città nemmeno oggi che è una star di fama internazionale.

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Sarah Gadon, 28 anni, canadese, è stata lanciata da David Cronenberg.

Il salto per lei è arrivato con David Cronenberg, che l’ha voluta nei suoi ultimi tre film: A dangerous method, Cosmopolis e Map to the Stars. Ma è stato suo figlio Brandon, in realtà, a trasformarla nell’idealizzazione della bellezza che il resto della società vorrebbe incarnare, come accade nel suo Antiviral. E adesso con le sue interpretazioni attraverserà tre decadi. Una notte con la regina di Julian Jarrold narra invece un evento poco conosciuto della vita di Elisabetta e ambientato nel 1945:  lei ha 19 anni e non è ancora sul trono (ci sarebbe salita nel ’52), esce per la prima volta da Buckingam Palace con la sorella Margareth, per festeggiare tra la gente comune la fine della guerra, a Trafalgar Square.

È vero che i suoi nonni si sono incontrati nella stessa notte e nello stesso luogo in cui si svolge Una notte con la regina? «La storia di una delle donne più famose del suo tempo ha intimidito molti. Io ho accettato per due motivi: primo perché mi ricorda il film con cui sono cresciuta, Vacanze romane, e secondo perché i miei nonni da parte di padre quella notte erano a Trafalgar Square a celebrare. Mi è parso un tributo alla loro vita. Ho sentito una connessione profonda col film anche per questo motivo».

Che effetto le ha fatto vestire i panni di una futura regina? «Mi sono sentita molto vicina a Elisabetta, sin da bambina ho sempre avuto un forte senso di me stessa, proprio come lei. Merito dei miei genitori, che mi hanno incoraggiata ad avere una certa educazione, a danzare e ad essere immersa nelle arti sia da piccola. Ma mi hanno passato anche l’importanza dell’altra faccia della medaglia, che è lo studio. Così sono andata all’Università e ho preso una laurea in Cinema. Quello dell’attrice è un lavoro molto precario, credo che i miei genitori volessero che sviluppassi un forte senso di chi sono, anche se avessi scelto un altro mestiere».

Sembra molto determinata: non ci sono cose che la scoraggiano, spaventano? «L’aspetto più difficile del mio lavoro è l’esposizione, andare alle audizioni, in cui puoi essere rifiutata. Poi ci sono i red carpet, le interviste con la stampa, tutte esperienze che non sono naturali, o almeno non lo sono per me. Vestire con un abito pazzesco, camminare davanti a mille fotografi non sono cose normali, ma le posso fare».

Detto da lei che è brand ambassador di Armani cosmetics e della casa di orologi di lusso Jaeger-LeCoultre, sembra impossibile. La vanità è diventata una parte impegnativa del suo lavoro? «Scegliere cosa indossare, ogni volta, occupa molto tempo. Mi piacerebbe poter mettere una giacca e via, come fanno i maschi. Studiare e prepararsi ai ruoli richiede così tanto impegno, che trovare energie anche per i vestiti mi sembra eccessivo».

 Se deve presentarsi in pubblico a chi si affida? «Quando entro nella rappresentazione dell’attrice devo sottolineare uno stile. Allora indosso abiti di Roland Mouret, mi piace molto come taglia gli abiti per la donna, ne evidenzia la femminilità. Così come mi piacciono Erdem, Sonia Rykiel e Isabel Marant».

Ha detto che secondo lei James Franco è uno dei più importanti artisti americani viventi. Tra poco sarete insieme nella serie della Fox diretta da J.J. Abrams, lui viaggerà nel tempo per impedire l’assassinio del presidente Kennedy, lei sarà una bibliotecaria e sua amante, prima di diventarne la fidanzata. «James ha anche diretto uno degli otto episodi, sapevo che lavorare insieme sarebbe stato fantastico, e così è stato. Nella serie si vedrà che c’è chimica tra noi, ed è importante: si tratta di una storia d’amore, era il minimo che potessimo fare per onorare i fans del libro, che credo ameranno quello che abbiamo fatto».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 19 marzo 2016

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Le vittime segrete dei droni, raccontate da Sonia Kennebeck

09 mercoledì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Berlino

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Cristiana Allievi, droni, Edward Snowden, Isis, Jesselyn Radack, National Bird, Obama, Renzi, Sigonella, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

GLI AEREI AMERICANI TELECOMANDATI, E IMPIEGATI CONTRO L’ISIS, PARTIRANNO ANCHE DALLE BASI ITALIANE. MA QUESTA GUERRA A DISTANZA, OLTRE A COLPIRE ANCHE I CIVILI, HA CONSEGUENZE SULLA SALUTE DI CHI PILOTA. NE PARLA LA GIORNALISTA INVESTIGATIVA USA CHE LO HA MOSTRATO NEL DOCU-FILM NATIONAL BIRD

È stato il Wall Street Journal a informarci dei fatti: l’Italia ha dato il via libera a Obama sull’utilizzo della base siciliana di Sigonella per le missioni contro l’Isis dei droni Usa, gli aerei senza pilota. Lo stesso giornale fa sapere anche che il presidente americano sta tentando di strappare all’Italia l’autorizzazione a portare avanti operazioni offensive, oltre a quelle a scopo difensivo.

I droni, che vengono comandati da una base distante centinaia di chilometri dalla zona di intervento, sono un nuovo modo di fare la guerra di cui però l’opinione pubblica sa poco, perché le informazioni che la riguardano sono top secret. Ma la giornalista investigativa Usa Sonia Kennebeck ha lavorato tre anni con l’obiettivo di mostrate, per la prima volta, gli effetti su chi ne è coinvolto. Lo ha fatto con National Bird, il docufilm che ha appena presentato al festival del cinema di Berlino, prodotto da Wim Wenders.

Sonia_Kennebeck.jpg«Volevo che a parlare fossero direttamente giovani donne e uomini arruolati nelle zone più remote dell’America come militari per i programmi di droni. Heather, 20 anni, è un’analista di immagini il cui compito era confermare se i potenziali obiettivi erano reali. Lisa si è scoperta abilissima con i computer ed è diventata responsabile di una base, e Darrell è un’intelligenza operativa che ha rivelato aspetti sconcertanti del programma», spiega la regista. Sotto consiglio di Wender, i primi soldi racimolati per produrlo sono andati all’avocato scelto per tutelare le fonti, Jesselyn Radack, ex consulente etico del dipartimento di Giustizia americano, che oggi lavora difendendo gli informatori (Edward Snowden è un suo cliente).

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«I piloti di droni entrano in territori di guerra, uccidono vite umane, tutto restando al sicuro, poi tornano a casa e cenano con i loro figli, come niente fosse. Per molti i disagi iniziano come crisi di pianto incontrollabili, poi per qualcuno le cose peggiorano. A Heather è stato diagnosticato un disordine da stress post traumatico, termine originariamente associato ai sopravvissuti del Vietnam. Ma tre colleghi nella sua stessa base si sono suicidati, altri sono caduti in depressione o sono diventati alcolizzati. Gli studi parlano di ferite psicologiche della guerra, ferite morali: la mente umana non regge certi tipi di dubbi, e queste persone non sanno se colpiscono obiettivi militari o semplici civili». Nel 2010 sono stati uccisi 23 civili in preghiera, in Afganistan, è non si tratta di un errore isolato. Sono trapelati dati militari da cui si è scoperto che in alcune operazioni il 90% delle vittime non erano gli obiettivi prestabiliti. Eppure ancora mancano i trattamenti psichiatrici per chi guida i droni, perché non c’è ancora la competenza necessaria. «Finchè questa guerra resta segreta, le persone non possono essere aiutate come dovrebbero», commenta la regista.

 Pubblicato su Grazia del 9 marzo 2016

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Quella volta che Chad McQueen mi ha detto: “Il mio è stato un padre difficile da digerire”

08 martedì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Miti, Quella volta che

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Bullit, Chad McQueen, Cristiana Allievi, Ford Mustang GT, Le Mans, Steve McQueen, Steve McQueen: Una vita spericolata

Chi era davvero Steve McQueen

A 35 anni dalla sua morte, esce il docu-film “Steve McQueen: Una vita spericolata”. Abbiamo chiesto al figlio Chad i raccontarci le passioni del padre: donne e corse (ma non solo)

I motori erano la sua ossessione. Dal vivo e sul set. Steve McQueen non si accontentava di correre, voleva girare il più grande film di sempre sulle corse. E per farlo mise a repentaglio la carriera, il matrimonio, forse la sua stessa vita. Lo rivela un docu-film, Steve McQueen: Una vita spericolata, presentato in anteprima al festival di Cannes e nei cinema il 9-10-11 novembre, in cui Gabriel Clarke e John McKenna hanno messo insieme i retroscena delle riprese di Le Mans (1971), il film realizzato da Lee H. Katzin su una delle più massacranti corse automobilistiche del mondo. E soprattutto lo racconta aGQ il figlio di McQueen, Chad, 55 anni, ex attore, produttore e pilota professionista a sua volta, che oggi cura tutto ciò che ruota intorno all’immagine del padre, “The King of Cool”. Un tremendo incidente durante le prove della 24 Ore di Daytona, nel 2006, gli ha lasciato addosso un mucchio di cicatrici, ma non ha spento il suo amore per lo sport: sembra elettrizzato quando torna sul circuito di Le Mans per descrivere l’estate del 1970, quella in cui il padre si consumò per realizzare un sogno.

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Seicento scatole con materiale di scarto delle riprese di Le Mans hanno dato vita, quarant’anni dopo, a Steve McQueen: una vita spericolata. Il docu-film mostra luci e ombre di un padre che è anche una leggenda: difficile da sopportare?
«Ci sono stati vari aspetti scomodi per me. Prima di tutto aver dovuto risentire la sua voce mentre era malato di cancro, in Messico: il materiale inedito, però, era straordinario e mi sono fatto coraggio. Poi riscoprire il momento in cui ha iniziato ad andare con altre donne, motivo per cui ha divorziato da mia madre dopo 16 anni di matrimonio. Me lo ha fatto vedere sotto un’altra luce: lì ho sentito che forse non era un brav’uomo, ed è stata dura, perché per me lo era sempre stato».

Suo padre teneva a Le Mans più di ogni altra cosa al mondo. Perché non ha continuato a correre, invece di fare l’attore?
«E chi lo sa? Quando uscì il film, fu molto criticato. Nel primo weekend incassò la stessa cifra di Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo, con Clint Eastwood, poi crollò. Era noto che mio padre aveva voluto il pieno controllo del film, e lui si prese tutta la colpa, ma col passare degli anni quel titolo è diventato la pellicola più iconica di sempre sul mondo delle corse. Ho visto i dati di vendita: a fronte di un investimento di 6 milioni di dollari, la Paramount ha fatturato tre volte tanto».

Che uomo era Steve, ai suoi occhi?
«Uno davvero incasinato dentro. Non ha mai conosciuto suo padre, la madre era una figura assente e beveva molto. Mi ha raccontato che la scuola di correzione in cui era finito, la Junior Boys’ Republic, a Chino Hills,  in California, gli aveva cambiato la vita, “perché aveva struttura, lì ho imparato a occuparmi di me stesso”. Aveva un forte senso della famiglia, nonostante si sia separato da mia madre quando io avevo 13 anni. Era un padre amorevole, prima di girare qualsiasi film si assicurava che io e mia sorella Terry (morta a 38 anni per un’emocromatosi, ndr) potessimo raggiungerlo sul set: aveva bisogno che fossimo uniti».

Come spiega la fascinazione di suo padre per le corse e la velocità?
«Sembrerà paradossale, ma guidare a 350 chilometri all’ora fa sentire molto rilassati. Credo che mio padre andasse a correre per svuotarsi la testa».

Ovviamente ha lasciato l’impronta dei motori anche su di lei.
«La sua prima macchina è stata una Porche 1958 Speedster, che io posseggo ancora, poi sono venute la Jaguar XKSS e la Lotus Race. È arrivato ad averne in tutto 36. Quando ho compiuto 15 anni, e quindi non avrei potuto ancora guidare, mi ha costruito una Indian Chief del 1947 con un sidecar».

Era più dotato come pilota di moto che di auto?
«Dopo Le Mans, che è stata la sua ultima corsa in auto, si è dato alle moto d’epoca. Sono arrivate le Harley, le Indian, le Miracle, pezzi dal 1911 al 1952: toccava a me pulirle tutte. Quando è mancato, a 50 anni, aveva collezionato qualcosa come 130 esemplari».

Dov’è finita la Ford Mustang GT con cui scorrazzava per le strade di San Francisco in Bullit?
«Non lo sa nessuno. Mi ha telefonato un tipo dal Kentucky dicendo di averla, ma non voleva mostrarmela. Gli ho detto che l’avrei comprata e donata al Museo Petersen di Los Angeles. Mi ha risposto “No, no…”. Credo fossero balle. Secondo me, l’hanno rottamata, era troppo conciata».

Come spiega un mito inossidabile al tempo?
«Con il fatto che mio padre era un diverso. Se guarda i close up, nei suoi occhi passa così tanta merda. La pessima infanzia da cui viene gli ha regalato uno sguardo per cui sembra sempre stia covando qualcosa, impossibile da replicare. I Brad Pitt e i Ryan Gosling di oggi non hanno quella faccia».

I suoi occhi restano impressi, guardando Una vita spericolata.
«Poteva anche non dire niente, ma restavi inchiodato a fissarlo. Chi è capace di fare quell’effetto, oggi? Clooney? Non credo».

Se Steve McQueen fosse ancora in circolazione cosa farebbe, secondo lei?
«Non farebbe più film, perché ne aveva già abbastanza, ma sarebbe a bordo di qualche vecchio macchinario. Nel 1978 comprò un ranch di sessanta chilometri quadrati a Santa Paula. Aveva sette autocarri, costruiti tra il ’47 e il ’53, aveva iniziato a collezionare anche quelli. Mi ci sono voluti anni per occuparmi di tutti i magazzini che teneva sparsi praticamente in tutta l’America».

Una vita spericolata inizia e finisce con una delle ultime conversazioni che suo padre ha avuto prima di morire di cancro, il 7 novembre 1980, con il dottor W. Brugh Joy.
«Quella conversazione è avvenuta mentre si stava sottoponendo a trattamenti sperimentali in Messico: la malattia lo spinse a rivalutare la sua vita e la sua carriera. Sei settimane prima di andarsene, disse di essersi ammalato per lo stress a cui si era sottoposto con le riprese di Le Mans. La più grande passione di mio padre è stata anche il motivo della sua morte».

(testo di Cristiana Allievi)

 

articolo pubblicato su GQ Italia

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Festival di Cannes 2016 (ricordando i momenti migliori del 2015)

08 martedì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Senza categoria

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Cannes 2015, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, I momenti più belli

Mentre ci prepariamo a restare stupiti dai red carpet, le feste, i film e le star che sfileranno sulla Croisette dall’11 al 22 maggio 2016 per il festival più prestigioso del mondo, ecco i migliori ricordi dell’anno scorso.

 

CANNES 2015: I MOMENTI PIÙ BELLI


Dal 13 al 24 maggio la kermesse del mondo del cinema. La raccontiamo giorno per giorno con gli scatti degli attimi da non dimenticare

di Cristiana Allievi

Si è alzato il sipario sulla 68esima edizione del Festival del Cinema di Cannes. Dal 13 al 24 maggio 19 film si contendono l’ambito premio e la città risplende di star, vip, feste, serate, lusso, abiti, curiosità, eccentricità. Qui raccogliamo per voi il meglio di quest’anno.

LE LACRIME DI CATHERINE DENEUVE – L’attrice francese Catherine Deneuve si asciuga le lacrime, commossa per la grande accoglienza ricevuta a Cannes per “La tete haute” (A testa alta) film di cui è protagonista e che ha inaugurato il Festival 2015 – 13 maggio 2015.

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L’attrice francese Catherine Deneuve

IL NARCOTRAFFICO DI VILLENEUVE- Buon film “Sicario” di Denis Villeneuve, molto applaudito alla proiezione stampa e che ha regalato applausi e riconoscimenti a Josh Brolin, Emily Blunt e Benicio Del Toro. Unica donna nella lotta ai cartelli della droga tra il Messico e gli Usa è, appunto, Emily Blunt, che in un incontro con la stampa ha criticato l’affronto alle spettatrici di “Carol” che alla prima del film sono state respinte perché “non indossavano scarpe adeguate” (avevano ai piedi le ballerine). Per la Blunt costringere ai tacchi significa relegare la donna al ruolo di “oggetto da guardare”. Josh Brolin non ha resistito: “stasera sul red carpet anche io e Benicio ci metteremo i tacchi alti…”, ha dichiarato. Per par condicio.

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Josh Brolin, Emily Blunt, the director Villeneuve and Benicio Del Toro, Sicarios’s cast (courtesy Reuters.com)

SENZA LIMITI – Le donne più belle, gli abiti più straordinari e i gioielli più costosi si sono visti all’atteso Gold Party di Chopard, accanto al Baoli Club. In un tendone allestito come una miniera d’oro, in riferimento all’iniziativa etica della casa di usare materiali estratti in maniera sostenibile, si sono radunati 700 invitati – tra cui è spuntato anche Leonardo Di Caprio col solito cappello calcato in testa per non farsi notare. Un mare di top, da Adriana Lima a Irina Shayk, con special guest Robbie Williams che ha cantato un’ora per la gioia di tutti.

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La top model Adriana Lima all’esclusiva festa di Chopard, a Cannes. 

MICHAEL CAINE, CHE GIOVINEZZA- È una bellezza al diapason quella a cui tende Sorrentino con “Youth”, film in concorso applaudito e fischiato alla proiezione per la stampa. Questo è il punto di forza e allo stesso tempo il limite del film che, va detto, vanta la recitazione notevole di Michael Caine (nella foto) e Harvey Keitel, con Jane Fonda in due sole scene, ma memorabili. La frase migliore l’ha detta Caine in conferenza stampa, dove ha dominato la scena: “Quel momento in cui io e Harvey siamo in piscina, e arriva Madalina Ghenea nuda, è la descrizione perfetta della gioventù che non avremo più… E l’idea mi fa piangere”.  Applausi scroscianti.

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Gli attori Michael Caine e Harvey Keitel nel film di Sorrentino (courtesy of whatworthseeing.com).  

UNICO CASSEL – Vincent Cassel è superlativo in “Mon Roi” di Maiwenn, il secondo film con cui gareggia per la Palma d’Oro. Ma la sua bravura non si limita allo schermo, con battute memorabili tipo quella in cui chiede un improbabile “Viazac” in farmacia, un misto tra Viagra e Prozac. Passando sulla Croisette ha incantato i giornalisti per la sua capacità di non nascondersi dietro frasi fatte. Il film parla di un amore travolgente, di figli, di incomprensioni, di separazione e di ritorni di fiamma. Lui ce la mette tutta a difendere l’uomo che interpreta, Giorgio. E che un po’, va detto, gli somiglia.

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Vincent Cassel, Emmanuelle Bercot (Miglior attrice a pari merito) e la regista di Mon Roi, Maiwenn (courtesy cinema.yahoo.com)

LA DENUNCIA DI LINDON- È sulle spalle dell’altro Vincent di Francia, che di cognome fa Lindon,  il film di denuncia sociale, “La loi du Marché” di Stephane Brizé. Un gigantesco Lindon – che Le Monde da come candidato alla Palma d’Oro – interpreta Thierry, un cinquantenne che ha perso il lavoro da mesi ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi.  “È il personaggio più simile a me stesso e allo stesso tempo più lontano. Io ho il sangue caldo, reagisco all’istante, Thierry soffre in silenzio, non vuole essere compatito… Diciamo che nella vita reale sono John McEnroe, nel film ho dovuto fare Bjorn Borg…”.

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Vincent Lindon, miglior attore protagonista per La legge del mercato, Cannes 2015.

NUTELLA PER NANNI – Commosso per la reazione della stampa al suo film in concorso a Cannes, Nanni Moretti (nella foto) è apparso particolarmente affabile alla festa in suo onore, tenutasi sulla spiaggia di fronte al Carlton Hotel. Tantissimi ospiti stranieri, soprattutto americani, intrattenuti con pezzi di pizza e dolci a cubetti infilzati negli stuzzicadenti che alludevano vagamente alla torta Sacher. Ultimo tocco “morettiano”, il gelato “ricopribile” di Nutella.

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Moretti commosso in sala dopo la proiezione di Mia madre (courtesy Liguriaoggi.it)

LA MORTE, SECONDO ROTH – La morte è un fil rouge di questa edizione del festival. Per citare solo alcuni titoli, “Mia madre”, lo stesso “Youth”, “Son of Saul” (opera prima applauditissima e con chance di vittoria), “The valley of Love” e l’ultimo, “Chronic”: tutti la raccontano o vi alludono. Tim Roth, il protagonista dell’ultimo citato, è un bravissimo infermiere che lava i suoi malati, guarda con loro la tv, ne diventa l’ultimo amico. Il film di Michel Franco è troppo freddo (e il finale è ingiustificato) ma ha un merito: mostra quanto i parenti dei malati deleghino a terzi il confronto con la vecchiaia, la malattia e la morte.

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Tim  Roth sul red carpet per Chronic di Michel Franco (courtesy movies.ndtv.com)

LA SFIDA DI MATTEO GARRONE – Al grido di “il mio film cerca il pubblico in sala”, Matteo Garrone, che ha già vinto il Grand Prix della giuria con Gomorra (2003) e Reality (2008), punta a sbancare il botteghino. Se stamattina in sala gli applausi per “Il racconto dei racconti” sono stati timidi, la stampa straniera è entusiasta del film e dunque Garrone ha validi motivi per credere nella sua missione. Nella foto: Bebe Cave, John C. Reilly, Salma Hayek, Matteo Garrone, Vincent Cassel e Toby Jones cast de “Il Racconto Dei Racconti” (Tale Of Tales) – 14 maggio 2015

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Una scema di Il racconto dei racconti, in concorso al festival (courtesy it.ibtimes.com)

PERCHÈ FUORI CONCORSO? – Applausi scroscianti e urla in sala per “Mad Max, Fury Road” di George Miller  fuori concorso. In molti si sono chiesti perché un film così palpitante non sia in gara. Fatto è che per una volta, il red carpet serale della sua star, Charlize Theron, non ha offuscato di certo l’esperienza visiva della mattina, all’altezza del miglior cinema di questo decennio.

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Charlize Theron in Mad Max: Fury road  (courtesy screencrush.com) 

PORNO LOVE- Merita un applauso per il solo fatto di aver messo in fila tremila persone ansiose di vedere il suo “porno” in 3D fuori concorso, “Love”. Gaspar Noé, regista argentino (nella foto il secondo da sinistra con Klara Kirstin Karl Glusman e Aomi Muyock) in conferenza stampa ha spiegato così la sua scelta di concentrarsi sui dettagli: “Tutti pensiamo sempre a fare l’amore, è il desiderio che abbiamo in comune. Allora perché non mostrarlo in un film?”. La sua non è trasgressione, prosegue, come non lo era in Pasolini, Bunuel e Fassbinder. E la nuova tecnologia è dalla sua parte.

DEMOCRAZIA SESSUALE – Lei dice “quando un uomo ti porta dei fiori, e di solito non lo fa, ti ha appena tradita”. Lui dice “un uomo che tradisce si perdona, una donna no…”.  In “The shadow of woman” di Louis Garrel, una doppia infedeltà in bianco e nero che sembra uscita direttamente dalla Nouvelle Vague,  mette Clotilde Courau (nella foto) di fronte a Stanislas Merhar. E lo fa con l’intento di mostrare una volta per tutte come la libido femminile sia potente tanto quanto quella maschile. Il cinema – disegnato dagli uomini e ancora determinato dal loro punto di vista – è avvisato.

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Clotilde Coreau sul red carpet per Louis Garrel (courtesy Cocolife.tv)

WOODY- PENSIERO: Nell’incontro con la stampa il regista statunitense Woody Allen ha divertito e intrattenuto con il sarcasmo che è un suo marchio di fabbrica. Parlando della prima serie tv che dirigerà per Amazon ha detto:  “È una tragedia, non so pensare a sei episodi da mezz’ora, spero che quelli di Amazon non la prendano a male, ma non so cosa sto facendo… Sono in un imbarazzo cosmico!”. E ancora: “La vita è una catastrofe, tutti finiremo nella stessa posizione, un giorno, una brutta posizione! L’unica possibilità è distrarre le persone dalla realtà. C’è chi guarda il baseball, io scrivo film. Ed è molto meglio che stare su una spiaggia a pensare che moriremo tutti!”.

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Emma Stone e Woody Allen (Courtesy movieplayer.it)

Applauditissimo il quarto film italiano a Cannes, “Louisiana” di Roberto Minervini (nelle sale dal 28 maggio). Un film estremo che indaga i margini della società americana, fatta di spogliarelliste, future mamme allo sbando, veterani di guerra, drogati e disperati di varie specie. Da anni residente negli Usa Minervini, che nella vita avrebbe voluto fare il reporter di guerra, incontra e racconta questi personaggi con la lucidità di documentarista e mostrando i paradossi feroci dell’America. Alcuni non pregiudicati presenti nel documentario lo hanno seguito fin sulla Croisette per assistere all’anteprima del film

IL RISCATTO DELLA TIGRE- Stavolta Jacques Audiard mischia la violenza dell’anima- tratto distintivo dei suoi personaggi- alla voglia di famiglia. E in concorso con Dheepan fa di nuovo centro. La storia è quella di una ex Tigre per la liberazione della patria Tamil che scappa con una donna e una bambina in Francia, cercando una nuova vita. I tre non sono una vera famiglia, ma lo diventano grazie alla forza del protagonista e dell’ultima scena del film: minuti di confronto sanguinoso, e di riscatto per l’ex guerriero, che rendono il film possente.

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Jacques Audiard, palma d’oro al suo Dheepan.  

LA SETE DI STEVE – Più della Porche grigia 911 e delle auto da corsa che, all’epoca, prendevano fuoco facilmente, resterà impresso il suo sguardo. Profondo, alla ricerca di qualcosa. “Steve McQueen, Le men & Le mans” di Gabriel Clarke e John McKenna (nella foto con al centro Chad McQeen) è il docufilm su una delle più grandi star del cinema di tutti i tempi alle prese con il sogno di girare un film sulla storica gara di durata francese. Un’ossessione che lo ha provato duramente (nei sei mesi di lavoro il suo regista lo ha abbandonato e il suo matrimonio è naufragato), ma non fermato: McQueen voleva che lo spettatore “provasse” ciò che sente il pilota nell’abitacolo di un’auto da corsa, per questo merita il titolo di regista visionario.

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Steve McQueen (courtesy tagheuer.com)

ROSA-SHOCKING: In abito rosa shocking con scollatura molto profonda l’ex angelo di Victoria’s Street, Miranda Kerr (nella foto) si è presentata al primo party sulla Croisette, a Plage L’Ondine, quello di una nota casa di gelati. Cosa ci faceva la top ed ex moglie di Orlando Bloom, tra i gelati conditi ai macarons e alla liquerizia? Come molte colleghe dalle gambe chilometriche, per esempio Bar Refaeli a Liya Kebed, è sbarcata in costa azzurra arruolata in veste di testimonial. Un trend che, a quanto pare, paga.

DEPARDIEU “IMMENSO”- Il regista avrebbe voluto Ryan O’Neill nei panni di un padre che, con la ex moglie (Isabelle Huppert), finisce nella Death Valley per volontà di un figlio che si è tolto la vita. La parte è andata invece a Gerard Depardieu, che sullo schermo di Valley of love è immenso (letteralmente). “Ho scelto di fare l’attore perché non volevo lavorare”, ha raccontato in conferenza stampa. “Quando giriamo un film si prendono cura di noi, ci nutrono, ci lavano i vestiti, ci danno una casa… Ci ho messo molto a capirlo, ma sono diventato attore perché mi ha semplificato la vita”. E conclude con i suoi gusti. “Rimpiango Fellini, Ferreri e Carlo Saula, e non conosco i nuovi registi. Mi piacciono e le serie tv e i film con Bruce Willis pieni di effetti speciali…”.

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Gerard Depardieu (courtesy Lefigaro.fr)

LE PANCE – Due pance in una giornata diventano tendenza. Quella di Colin Farrell (nella foto) in “The lobster” (ottimo film in concorso), e quella di Joaquin Phoenix in “The irrational men”. Entrambi hanno scene di nudo che tolgono ogni dubbio sul fatto che la loro è tutta ciccia vera. In particolare Farrell è panciuto per interpretare un personaggio surreale, Phoenix, bevitore accanito di whiskey. Considerato che hanno due donne a testa che fanno follie per loro, cogliamo la provocazione: le  “tartarughe” non vanno più, oggi una donna si conquista con il carisma. A proposito, loro dal vivo sono in gran forma…

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Colin Farrell in The lobster (courtesy news.com.au)

 

MICHAEL FASSBENDER- È il sex symbol irlandese a chiudere con l’ultimo film in competizione il festival di Cannes, calandosi nei panni del valoroso generale shakesperiano “Macbeth”, che si trasforma in assassino. Diretto da Justin Kurzel, ricoperto di terra e sangue per tutto il film, Michael Fassbender regala un’interpretazione intensa dell’uomo divorato dalla brama di potere. “Ero spaventato da questo personaggio”, ha dichiarato in conferenza stampa, “per interpretare quest’uomo “strappato intimamente”, dagli omicidi e dalla perdita del figlio, mi sono ispirato allo stress post traumatico dei soldati che tornano dalla guerra”. Perdita di senno a parte, resta indimenticabile la scena in cui riemerge dalle acque gelate della Scozia mostrando un fisico indimenticabile.

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La cyberguerra di Zero Days, raccontata da Alex Gibney

02 mercoledì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Tag

Alex Gibney, Berlinale 2016, Bush, Cristiana Allievi, cyberguerra, Iran, Israele, nucleare, Obama, Stuxnet, Symantec, virus, Zero Days

Il docufilm presentato a Berlino dal documentarista americano svela retroscena inquietanti sul virus in grado di bloccare il programma atomico iraniano. Lo ha raccontato Gibney con un film in concorso che ha stupito

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Il regista Usa Alex Gibney, premio Oscar per Taxi to the dark side (courtesy of Hollywoodreporter.com)

«È stato chiaro da subito che non si trattava solo di un virus pericoloso rilasciato nel mondo, ma all’inizio nessuno voleva parlare. Dopo essermi sentito dire una serie di “no comment”, da amici che avevano lavorato alla Cia, mi sono immaginato di raccontare gli eventi come se fossero parte di una detective story, per questo ho cercato un detective vero. Poi, lungo il percorso, altri si sono rivelati ansiosi di parlare…». A cedere ad Alex Gibney, uno dei più prolifici e attendibili documentaristi d’America, sono stati nientemeno che Richard Clarke, consigliere dell’antiterrorismo di tre presidenti Usa (dal 1992 al 2003), il generale Michael Hayden direttore della NSA (dal 1999 al 2005) e della CIA (dal 2006 al 2009), e una sfilza di personaggi tra cui detective, analisti e attori resi irriconoscibili grazie a sofisticate elaborazioni grafiche, a cui sono state fatte pronunciare le parole più impronunciabili.

«Sono partito con l’idea di raccontare la storia di Stuxnet, il virus programmato per sabotare le centrifughe di uranio nella centrale nucleare di Natanz, in Iran, facendole esplodere. Nessuno, in teoria, si sarebbe dovuto accorgere che l’operazione era frutto di hackeraggio. Ma a causa di un errore di programmazione, il virus si è diffuso più estesamente, andando a colpire le aziende da cui provenivano le attrezzature per il programma atomico iraniano, in altre nazioni». Avrebbe voluto raccontare questo Gibney nel suo docu film Zero Days, proiettato in concorso all’ultimo Festival di Berlino. Ma strada facendo lui e il suo team di esperti si sono accorti delle conseguenze impreviste di portata planetaria di questa “risposta” all’espansione nucleare dell’Iran. «La dimensione internazionale, l’aspetto del thriller e il fatto che non si trattava solo di problemi “tecnici”, ci hanno spinto ad andare a Mosca, poi in Israele». Anche lo spettatore meno esperto di virus, hackeraggi e nucleare resterà inchiodato alla sedia per 116 minuti capendo che quelle che scorrono sullo schermo sono le immagini di una cyber guerra di cui fino a oggi eravamo all’oscuro. Un conflitto senza regole perchè tenuto top secret dalle amministrazioni Bush e Obama, che hanno minacciato di perseguitare chiunque aprisse bocca con i media in merito alla verità sulle scelte offensive della loro politica. «Avevo amici dell’amministrazione Obama che non mi hanno lasciato dichiarazioni, nemmeno riservate: erano terrorizzati», racconta il regista premio Oscar per Taxi to the Dark Side.

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Un’immagine di Zero Days, ultimo lavoro di Gibney, in concorso alla Berlinale 2016

Stuxnet è stato scoperto a metà del 2010 da Sergey Ulasen, un esperto di antivirus in Bielorussia, chiamato dagli iraniani preoccupati per i misteriosi eventi accaduti alle loro centrali. «Gli analisti di Symantec (azienda Usa nata per salvaguardare la sicurezza dei computer dagli attacchi informatici, ndr) hanno  lavorato a decodificare il malware e studiato come funziona il “verme”. Stuxnet può trasformare selettivamente macchine Siemens PLC, utilizzate per regolare motori, pompe e altri dispositivi di infrastrutture, facendole agire contro se stesse». Non solo Gibney e il suo team hanno verificato che dietro l’operazione c’erano Israele e gli Stati Uniti, con CIA e NSA, ma lavorando hanno capito che esisteva un programma più vasto: l’operazione Nitro Zeus, che è una vera cyber guerra in corso qui e ora. «L’estremo pericolo è rappresentato dal fatto che si tratta di virus che non sono attribuibili, perché non si sa da dove arrivino: gli iraniani per anni non sapevano che Stuxnet stava bloccando le loro centrali nucleari», continua Gibney. «Sappiamo dagli esperti che negli ultimi due anni il numero di attacchi programmati e di virus è cresciuto incredibilmente, e sappiamo anche che Stuxnet è disponibile per tutti, quindi è un pericolo: tutti possono potenzialmente studiarlo e riapplicare il bersaglio ovunque c’è un’infrastruttura». Mentre ci siamo distratti, l’America ha cambiato le regole del gioco e ci troviamo a dover fare i conti con questa nuova cyberwar. Zero Days suggerisce che il mondo ha poco tempo per chiarire la sua posizione, prima che la parte sbagliata si spinga oltre. Uno spiraglio di speranza Gibney lo lascia. «I tecnici di Symantec sono riusciti a penetrare un sistema teoricamente impenetrabile, ed è un fatto importante. Oggi c’è un’altra grande battaglia, quella tra la Apple e l’America, che vorrebbe controllare i computer di tutti con la giustificazione di individuare i criminali che li usano. La casa di computer si è opposta, ed è un altro fatto che mostra che non esiste un super potere a cui non si può dire di no: si può rispondere con lo stesso tono e ottenere risultati. Ho fiducia nel fatto che se le persone si focalizzano sui pericoli sanno trovare soluzioni. E il più grande pericolo è quando le cose restano segrete, e nessuno ne parla».

Articolo pubblicato su Panorama il 29 febbraio 2016

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