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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Miti

Ryan Gosling, dal futuro allo zio travestito da Elvis

11 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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arte, Blade Runner 2049, cinema, Cultura, Denis Villeneuve, futuro, Harrison Ford, icone, interviste, pianeta, Ryan Gosling

«Mi piace usare il simbolismo per comunicare. È molto più efficace dell’approccio diretto e letterale». Piazzate nell’incipit di una conversazione, queste parole suonano come una minaccia. “Non pensare che sarà facile, con me”, sembra voler dire il ragazzo che a scuola aveva come soprannome trouble. Ci sono almeno altri tre indizi a confermare questa ipotesi. Primo, l’assoluto silenzio che ci avvolge nella suite nel cuore di Barcellona in cui ci incontriamo e in cui tutto sembra rarefatto. Secondo, il volume della voce con cui mi parla, basso, oltre che calmo. Terzo, il suo modo di descrivere la Gosling-mania, fenomeno che impazza dai tempi di Drive senza segni di cedimento. «Stavo portando a spasso il mio cane, saranno state le due del mattino. Ho visto un ragazzo che camminava per strada con addosso la giacca bianca lucida con lo scorpione. Quel tipo di apprezzamento senza stress mi rende davvero felice». È la giacca del suo personaggio nel film e ha fatto la fortuna di Steady Clothing a suon di 170 dollari al pezzo. Ma soprattuto è una metafora a indicare che l’imbarazzo che ha nel parlare di se stesso è reale. Poi ci sono tutti i suoi ruoli, spesso quieti ed emozionalmente distanti, che la dicono lunga.

Indossa jeans marrone bruciato e t-shirt  bianca con omino in sella a una moto, e la scritta Trans- AMA International, nome di un campionato che si corre oltreoceano. Mi ricorda che in Come un tuono non ha voluto nemmeno uno stunt per le pericolose fughe su due ruote. Ha mani grandi, con un grosso anello d’argento etnico all’anulare destro. Al collo, una vistosa collana di pelle con una medaglia incastonata.

La sua prima nomination agli Oscar nel 2007, per il professore tossico di Half Nelson. Da allora ha una moglie, Eva Mendes, e due figlie in più, ma ha continuato ad essere molto selettivo nei ruoli e a concedersi pochissimo. Però per quanto cerchi di tenere basso il profilo della carriera, optando spesso per i film d’arte, dal 5 ottobre sarà nelle sale con Blade Runner 2049, pellicola diretta da Denis Villeneuve che è il sequel del film culto di Ridley Scott, ed è anche l’evento dell’anno.

(…)

L’intervista integrale su ICON Panorama del 5 ottobre 2017

© Riproduzione riservata

Ana de Armas: «Mai stare ferme ad aspettare»

05 giovedì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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Ana de Armas, Blade Runner 2049, Clive Owen, Cristiana Allievi, Denis Villeneuve, Grazia, Ridley Scott, Ryan Gosling

 

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L’attrice cubana Ana de Armas, 29 anni, protagonista  di Blade Runner 2049.

Ordina un caffè e mi dice che durante le riprese di Blade Runner 2049 non lo beveva mai, per non metterci lo zucchero. Ma Ana de Armas è un tipo solare, e se da una parte capisco non sta scherzando, presto mi accogerò che sa prendere con ironia le fisime del suo lavoro di attrice. Siamo nel cuore di Barcellona, fa caldo e sono i frenetici giorni prima dell’uscita del film più atteso dell’anno. Boccoli biondi e labbra carnose, mi racconta che interpreta Joi, la miglior amica dell’Agente K, nientemeno che Ryan Gosling. Mi ricorda anche che quando Ridley Scott ha girato il suo capolavoro, lei non era nemmeno nata. 29 anni, Ana ha lasciato Cuba a 18 anni per trasferirsi in Spagna da sola. Poi è stata la volta di Los Angeles, dove vive.

Coraggiosa senza ombra di dubbio, l’attrice è già stata sposata all’attore spagnolo Marc Clotet, da cui si è divisa dopo due anni, e ogi si dichiara single. Ma considerato che ha debuttato a Hollywood con due film, solo un paio di anni fa (entrambe al fianco di Keanu Reeves), e che si trova già sul set di Three Seconds, diretta da Andrea Di Stefano, con Rosamund Pike e Clive Owen, siamo sicuri che di lei si sentirà parlare parecchio, d’ora in poi.

Come descriverebbe la sua Joi? «È una donna molto coraggiosa e appassionata, è la miglior amica, amante e cheer leader dell’Agente K, lo supporta e lo incoraggia a fare ciò che deve fare. Lo ama davvero, per lui farebbe qualsiasi cosa».

Come ha ottenuto un ruolo così importante? «Facendo tre audizioni, la mia gente ha spinto un po’ per ottenere la prima. All’inizio non credevano fossi adatta, ma quando Denis è venuto sul set, la seconda volta, e mi ha visto nella scena in cui dico “ti ho sempre detto che sei speciale”, ha capito che ero perfetta Ho davvero avuto il tempo di crescere e prepararmi al ruolo, con tutti quei provini».

Ricorda la prima volta in cui ha visto Blade Runner? «Ero molto giovane, a Cuba, e non ho capito quello che poi ho realizzato dopo, lavorandoci. Scott è stato un genio visionario, ha raccontato il futuro dell’umanità, il senso degli esseri umani, la tecnologia, il futuro…».

 

[…]

L’intervista integrale è su Grazia del 14/9/2017

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Redford fa ancora riflettere, con Le nostre anime di notte

04 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria, Televisione

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Cristiana Allievi, film romantici, icone, Jane Fonda, Le nostre anime di notte, Netflix, riflessioni, Robert Redford, Sundance

Punto numero uno: viene da chiedersi, di nuovo, come fa? Già, come fa a essere l’icona leggera e insieme profonda e politica che è? Anche con il film romantico in onda su Netflix?

È sempre stato un guru dei film “impegnati”. Lealtà verso un ideale. Critica intelligente del sistema. Strenua difesa delle libertà (leggi democrazia), questo sa fare Robert Redford, e per questo da sempre incarna il volto buono dell’America. E i colleghi che hanno lo stesso obiettivo glielo riconoscono, primo fra tutti George Clooney.

Ora, se tutto questo è molto chiaro, resta più difficile da spiegare quell’aura da icona che nemmeno a 81 anni gli scivola via di dosso. All’ultima mostra d’arte cinematografica di Venezia, dove ha presentato con la sua amica di vecchia data Jane Fonda Le nostre anime di notte, in onda su Netflix, la sua luce ha oscurato la presenza di tanti colleghi con meno della metà dei suoi anni.

“Come fa?”, viene da chiedersi
Come fa a togliersi la giacca e restare in t-shirt, senza sfigurare, nonostante non abbia mai puntato sul fisico? «Non mi sono mai visto particolarmente bello. Così come non credo di essermi apprezzato come attore per un lunghissimo periodo di tempo», racconta a sorpresa.

«Sono sempre stato tremendamente esigente con me stesso, forse troppo».

Forse la bellezza, mista a molto talento e anche a una certa distrazione da se stesso, rende un uomo davvero un’icona.
Se poi si pensa che ha sempre puntato il dito su tutto ciò che del suo paese non gli piace, vedi alle voci Tutti gli uomini del Presidente, I tre giorni del condor, Leoni per Agnelli solo per citarne alcuni, il resto è fatto.

L’arte di andare al cuore delle cose con semplicità
Se la politica, con le sue bugie, i media e l’istruzione sono gli highlights della sua arte, quando si passa ai sentimenti Redford mantiene la stessa semplicità e incisività.

Basta guardare l’ultimo film, tratto dal romanzo di Kent Haruf, di cui è produttore e coprotagonista con Jane Fonda, amica e collega con cui ha girato quattro pellicole e con cui – prima volta nella storia del festival che accade a una coppia- ha vinto il Leone alla carriera. «Nel 1965 ci siamo incontrati per La caccia, da quel momento le cose sono sempre state facili tra noi. Volevo lavorare ancora con Jane prima di morire, ho scelto questa storia perché funzionava bene per la nostra età».

Le nostre anime di notte, dalla sceneggiatura molto semplice, racconta due persone della terza età che cercano ancora un’intimità, nonostante il mondo intorno a loro non pensi che questo sia giusto. Un film che scalda il cuore e in cui Redford ha mostrato tutte le sue passioni, dalle passeggiate nella natura alla pesca alla pittura.

Il naso per la politica
Nato a Santa Monica, figlio di un lattaio, da ragazzo era una vera testa calda. A scuola non riusciva a stare, e le grandi perdite della sua vita non lo hanno certo aiutato: prima lo zio con cui era cresciuto, poi la madre, e a ruota il primo figlio, trovato morto nella culla. Si definisce un pessimo studente, ma le cose sono cambiate quando ha lasciato l’Università del Colorado per venire a studiare all’Istituto d’arte Firenze, per poi passare all’Ecole des Beaux Arts di Parigi.
Con il suo Sundance Institute ha cambiato il corso del cinema americano, e da tutta la vita incarna lo stereotipo del vincente che non usa l’aggressività. «Credo che nel mondo farebbe una differenza se ci fossero più donne in politica. Tutto il sistema ha bisogno di avere più donne, e mi riferisco a ciò che possono portare in termini di valore aggiunto. La compassione in grado di dare la vita a un figlio, sapere come nutrirlo, abbiamo più bisogno di queste qualità che di qualcuno che vada in guerra, specie quando non sa cosa sta facendo».
E visto che questo pianeta finirà nelle mani delle nuove generazioni, gli interessa suscitare in loro una domanda. «“Io cosa scelgo di fare”? Quando ero studente mi hanno espulso dalla scuola, quindi mi interessa sempre mettermi dall’altra parte, anche da regista».

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Dai rischi del divismo al circolo vizioso del business
E dei nuovi maschi di Hollywood, cosa pensa? «I tempi sono molto cambiati, e con loro l’industria cinematografica. Gli attori più giovani non possono non essere influenzati dal ruolo di internet, della tv, dalla miriade di informazioni e dagli altrettanti canali che le distribuiscono. Sono completamente concentrati su di sè, hanno interi staff con il trainer, lo psichiatra, molta gente intorno. Voglio dire che sono più attenti alla cura dell’immagine, il lavoro rischia di diventare un fatto di marketing». Quando ha iniziato lui, i giochi erano diversi. «e penso a quando ho recitato in Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid, 1969, ndr) non ricordo di aver neppure parlato del film, è semplicemente uscito nelle sale. Adesso i giovani sottostanno alle leggi di mercato, sono spinti a vendersi a livello commerciale, sono invischiati nel circolo vizioso del business». E del carisma cosa pensa? «Non saprei cosa dire, non vorrei sembrare naif. So cosa mi ha detto la gente in tutti questi anni, ma non so se ci ho mai creduto. Il carisma viene da chi sei, da quello che tiri fuori di te come artista, e va al di là del personaggio».
I tempi sono cinici, si sa, e quando è così nè commedie né film romantici fioriscono. «Basta guardare in che cultura ci troviamo, cosa fanno i media. C’è così tanta disonestà che le persone giovani non hanno nulla a cui guardare, questo riflette la mancanza di una leadership morale. Non c’è rispetto, non c’è integrità nel comportamento, solo l’idea “dammi qualcosa di facile e veloce”. La commedia è spesso così, una soddisfazione facile e veloce. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, ci interessava qualcosa di sofisticato.

Il sapore, anzi il gusto, della Libertà
Libertà è fare un film come quello appena fatto, è la libertà che mi piace in quanto artista. Poi c’è la libertà di dire quello che penso. E poi… Mi piace ritirarmi dal mondo, andare in un posto dove c’è solo natura, e cavalcare per miglia, vedere solo cielo, alberi, montagne. Posso farlo nella mia tenuta, è una libertà molto speciale…».

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Ethan Hawke, spirito e carne in First Reformed

01 venerdì Set 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Amand Seyfried, Ethan Hawke, First Reformed, Paul Schrader, ricerca di dio, spirito, Venezia74

La disperazione e la ricerca di Dio davanti allo sfacelo in un film preciso che incalza lo spirito senza tregua

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L’attore texano Ethan Hawke in una scena di First Reformed di Paul Schrader.

Dalle prime inquadrature arriva chiaro il messaggio: si tratta di un film riflessivo, intenso, senza scampo. Lo dicono la composizione delle immagini, studiatissima, e il gioco di luci dell’alba invernale, dominante del film. Come il volto del suo interprete, Ethan Hawke, inquadrato da vicino.

First Reformed di Paul Schrader, presentato in concorso, al secondo giorno di Mostra del cinema è la cosa più bella vista finora. E come altri film (ad esempio Downsizing di Alexander Payne), affronta il problema dell’emergenza del pianeta, tra clima, rifiuti, sfruttamento e mancanza generale di fiducia davanti alle demoniache multinazionali che inquinano. Ma qui la riflessione – che è anche una critica a Trump e alle sue posizioni sul clima- ruota innanzitutto intorno a domande di spiritualità, tema molto caro al regista di American Gigolò eMishima- Una vita in quattro capitoli e sceneggiatore di Taxi Driver.

Ernst Toller (Hawke) è un pastore protestante che in passato ha perso un figlio, da lui stesso spinto a entrare nell’esercito e poi morto in Iraq. L’angoscia che vive nel suo cuore, seguita anche alla fine del matrimonio, si svela a poco a poco grazie all’incontro con una coppia di attivisti ecologisti (lei è Amanda Seyfried), che gli chiedono aiuto. Toller decide di tenere un diario confessione per un anno, in cui annota le inquietudini più profonde che restituiscono allo spettatore un’analisi tagliente quanto necessaria. «Non avevo mai recitato una simile parte prima, ma sono stato circondato dalla religione per tutta la vita, mia nonna pensava sarei diventato prete», racconta un Ethan Hawke al top della forma. «Quello che si vede sullo schermo è un dialogo importante che ho sempre avuto nella testa, quindi sono molto grato di aver avuto l’opportunità di raccontarlo. Il film racconta di un movimento trascendentale che cerca una connessione con il mondo esterno più grande di quanto non faccia la comunità religiosa rispetto alla crisi ambientale».

Si capisce che Schrader, calvinista, mastica bene la materia di quello che forse è il miglior film della sua carriera, potente quanto Silence del suo amico Scorsese.

«Non pensavo di fare un film del genere, ma due anni fa mentre cenavo con Ida Pavelaski ho pensato fosse il momento giusto, e mi sono messo al lavoro». E se gli si chiede perché ha avvolto il suo protagonista nel fil di ferro, ferendolo, lo spiega così. «L’idea di lavare le pene con il sangue, come Cristo, è molto radicata. Si ispira all’idea che con il sangue si possono espiare grandi colpe».

Il titolo del film si riferisce all’unica chiesa ancora attiva nella contea di Albany, stato di New York. Il grande merito è far riflettere su Dio e le domande più profonde che scatena, sulla vocazione e sul senso della preghiera. “Il coraggio è la risposta alla disperazione, e la ragione non è d’aiuto”, mentre la chiesa è ridotta a merchandising di magliette e cappellini.

Il finale, imprevedibile, farà discutere appena messo piede fuori dalla sala.

Articolo pubblicato su GQ Italia

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La Macchina di Amleto di Bob Wilson festeggia i 60 anni di Spoleto

24 giovedì Ago 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Miti, Personaggi, Teatro

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Accademia Silvio d'Amico, calcio brasiliano, Cultura, Festival dei Due Mondi, Garrincha, Hamletmachine, l'Italia migliore, La macchina di Amleto, Robert Wilson, Shakespeare, Teatro

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Il registra e drammaturgo Robert Wilson, anche scultore, pittore, video artista e designer di suono e luci  (courtesy of Slamp)

«Nel 1973 ho fatto la mia prima performance a Spoleto. All’epoca ero un artista completamente sconosciuto e Gian Carlo Menotti ha avuto il coraggio di presentare Una lettera per la regina Vittoria, un lavoro in cui ho avvicinato un testo “nonsense” di Christopher Knowles  a un nuovo tipo di musica, un quartetto d’archi con musiche di Loyd. Per questo motivo tenevo a celebrare in molto speciale l’anniversario dei 60 anni del festival da lui creato». A parlare è uno dei più importanti artisti contemporanei viventi, il regista texano Robert Wilson, che il 14 luglio al Festival dei Due Mondi porterà l’Hamletmachine di Heiner Müller, un testo con cui aveva debuttato 31 anni fa a New York, e che da allora non aveva più affrontato. «I tempi sono cambiati, io stesso lo sono, e le persone che andranno in scena. Ricordo che già tra la prima rappresentazione con gli studenti della New York University e quella successiva, con gli allievi di Amburgo, c’era stato uno scarto notevole. I tedeschi conoscevano Müller ed erano più vicini ai fatti della rivoluzione di Budapest, su cui è blandamente basata l’opera. Gli americani, invece, erano lontani da quello che Heiner pensava di quel periodo». 75 anni, cresciuto in una piccola cittadina del Texas dove non c’erano teatri, gallerie d’arte o musei, Wilson è noto per una concezione di teatro che include il movimento e la danza, la pittura e il design, ma anche scultura, musica e parole. Un eclettismo che lo ha visto creare sodalizi con artisti di ogni provenienza, da Philip Glass a Tom Waits, da Lou Reed a Susan Sontag. E da anni il suo cuore batte in modo speciale per Shakespeare. «Quando studiavo in Texas lo trovavo difficile da leggere, e quando mi sono trasferito a New York, a vent’anni, lo percepivo come noioso. Ma quando ho sentito John Gielgud a un reading, per la prima volta, all’improvviso, qualcosa è risuonato dentro di me». Tanto che a un certo punto della carriera, negli anni Novanta, ha voluto cimentarsi lui stesso con il drammaturgo inglese. «La più grande sfida è stata proprio Amleto, ho passato quattro anni e mezzo per memorizzare le parti di tutti i personaggi, da Gertrude a Ofelia, e per sette anni l’ho portato in giro come un monologo». Il suo Hamletmachine è diversissimo, qui Amleto è una specie di macchinae il regista lo spiega per connessioni. «Andy Warhol ha detto “dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina”, e Heinrich von Kleist ha scritto Il teatro delle marionette, un testo straordinario in cui ha dichiarato “un bravo attore è come un orso, non si muove mai per primo, aspetta che sia tu a farlo…”». Fatto particolarmente degno di nota è che allo spettacolo del 14 luglio Wilson dirigerà il debutto di 15 attori ancora non diplomati dell’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico. «Di questi ragazzi mi ha molto colpito il fatto che guardassero al testo di Hamletmachine dal punto di vista filosofico e non storico. E come me all’epoca, si ritroveranno davanti a un’audience e a critici provenienti da tutto il mondo, sarà un’occasione unica per la loro carriera». Prima ancora del maestro, però, gli allievi della Silvio d’Amico devono ringraziare Salvatore Nastasi, vice segretario generale della Presidenza del Consiglio. 44 anni, laureato in Legge, ex direttore generale dello Spettacolo dal vivo e da quest’anno Presidente della Silvio D’Amico, l’idea di creare una compagnia di attori remunerati che poi porterà lo spettacolo per i teatri nazionali è stata sua. «Volevo che gli studenti avessero l’opportunità di mettere in pratica da subito e ad altissimo livello ciò che apprendono. Al Festival dei Due Mondi debutteranno anche due giovanissimi registi, Lorenzo Collalti, autore di Un ricordo d’inverno, e Mario Scandale, che dirigerà Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, di Annibale Ruccello». Il legame di Nastasi col teatro affonda le radici indietro nel tempo. «Direi che viene dai miei nonni, che si sono conosciuti al San Carlo di Napoli e di quel teatro mi hanno sempre parlato con gioia. Il destino ha voluto che conoscessi lì anche mia moglie Giulia (figlia di Giovanni Minoli, ndr), una coincidenza che trovo molto particolare».

Intanto a Spoleto si parlerà di nuovo di Wilson, che negli ultimi dieci anni è stato un appuntamento fisso. È già al lavoro con uno spettacolo (molto costoso) sul grande giocatore di calcio brasiliano Garrincha. «Con un folto gruppo di attori e una nutrita band di musicisti abbiamo letteralmente scritto le parole insieme. Improvvisiamo su tutto il fronte, dalla musica al lavoro di scena, un modo di procedere che sarebbe impensabile con i tedeschi con cui sto lavorando adesso». Perché ha scelto questo mito del dribbling? «Ero in Brasile ho scoperto lì questo eroe così noto di cui non sapevo nulla. Ho iniziato a conoscere la sua vita, tutto è inziato da lì».

Articolo pubblicato su D La repubblica del 15 luglio 2017

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Elton John: The cut, le hit storiche si fanno corti d’autore. E spunta Spike Lee

24 mercoledì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti, Musica, Personaggi

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Cannes 2017, Elton John, Elton John: The cut, Spike Lee, video

Con un concorso assieme a Youtube Elton John premia tre giovani talenti imbattibili nel tradurre in videoclip alcuni dei suoi classici, poi, intervistato da un regista cult si lascia andare a una riflessione utilissima su arte visiva e musica

«Volevamo che la nostra musica fosse disponibile per altre generazioni. E poi l’adrenalina dei nuovi talenti è meravigliosa, ci piace molto sostenere i giovani».

Con queste parole Elton John, artista pop rock con 400 milioni di dischi venduti all’attivo, racconta l’idea di Elton John: The cut, una competizione globale voluta per creare i video ufficiali di tre famossissimi brani del baronetto che ne erano ancora sprovvisti.

Al richiamo hanno risposto talenti creativi ancora sconosciuti da 50 paesi, e ad avere la meglio sono stati Majid Adin e l’animazione che ha proposto per Rocket Man, Jack Whiteley e Laura Broownhill che hanno creato le coregrafie per Bennie and the Jets, infine Max Weiland con una sorta di live action pensato per Tiny dancer.

Il cantautore e musicista britannico è approdato a Cannes insieme a Bernie Taupin, e i due hanno festeggiato 50 anni esatti di collaborazione artistica assistendo all’anteprima mondiale dei tre corti.

Subito dopo la proiezione è salito sul palco del cinema Olympia nientemeno che Spike Lee, due volte nominato all’Oscar (prima di vincere quello alla carriera), che ha intervistato personalmente Elton e Bernie. Ecco i passaggi migliori di questo inco

SL. Ho avuto la fortuna di frequentare grandi musicisti come Michael Jackson, Prince, Miles Davies, Stevie Wonder, e di chiedere loro qualcosa sulla canzone particolare che tutti hanno. Lo chiedo anche a voi, come arriva quella canzone?

EJ. «Da cinquant’anni tutti i miei pezzi arrivano prima a Bernie, che scrive le parole, poi io vado in un’altra stanza e scrivo la musica. L’unica eccezione in cui è arrivata prima la melodia è stata Sorry seems to be the hardest word».

BT. «Sono andato a trovare Elton nella sua casa di Los Angeles e mi ha detto “mi è venuta quest’idea”. Me l’ha fatta sentire e ho pensato subito al titolo. Don’t break my heart è stata l’altra eccezione, ci siamo sentiti al telefono e dopo che mi ha fatto ascoltare la melodia gli ho detto “dammi cinque minuti, ti richiamo con le parole…”».

SL. Decidete insieme che storia raccontare?
EJ. «Dalla prima canzone fatta fino a oggi, non ho mai saputo che tipo di storia verrà fuori. Quando leggo le parole di Bernie cerco di immaginare la musica, un po’ come hanno lavorato i tre artisti che hanno fatto i nostri video, hanno ascoltato le nostre canzoni cercando di visualizzare delle immagini. È come se avessero fatto il botox ai pezzi!».

SL. Come vi siete conosciuti, 50 anni fa?
EJ. «Bernie aveva 17 anni e io 20, suonavo in una soul band. Grazie a Long John Baldry, che aveva un certo successo commerciale, siamo finiti in quei club in cui la gente cena mentre ascolta la musica, una cosa che ho sempre odiato. Mi sono detto che quello non era il motivo per cui volevo fare il musicista».

SL: E allora cosa hai fatto?
EJ. «Ho scritto un paio di canzoni e le ho registrate con la mia band, poi ho risposto a un annuncio su un giornale musicale, era della Liberty records che aveva aperto un ufficio a Londra. Negli uffici ho incontrato un uomo, Ray Williams, che mi ha chiesto cosa sapevo fare. Ho risposto “so cantare e scrivere, ma non le parole”. Mi ha dato una busta dicendo “questo signore le sa scrivere…”. Era un testo di Bernie, e come dico spesso anche ai miei figli, da 50 anni a questa parte non abbiamo mai avuto una discussione».

SL: Non avere video è stata una scelta vostra o della casa discografica?
E. «Non esisteva questo processo, siamo preistorici (grandi risate, ndr)».
B. «Quando abbiamo visto il lavoro di questi tre ragazzi eravamo così eccitati che la prima cosa che ci siamo detti è “quali sono i prossimi?”. Le immagini danno cuore, mostrano come si può far parlare la musica ancora di più,danno un ulteriore twist».

SL: Non avere un video è come vivere in un’altra epoca.
E. «Noi siamo la generazione precedente a Mtv, e siamo fortunati, perché quell’emittente ha fatto esplodere anche un sacco di gente che semplicemente fa video, mentre gli artisti devono avere la musica. Ma è vero che se ce l’hai, un video, un disegno o uno stralcio di film la migliorano, ti fanno affondare dentro la melodia».

C’è un caso particolare, nei lavori che abbiamo appena visto, ed è quello di Majid Adin: era incredulo per il fatto di essere a Cannes a presentare un suo corto, quando solo un anno fa era un rifugiato. «Majid è riuscito a raggiungere Londra dall’Iran nel 2015, dopo essere passato dall’infame “jungle camp” di Calais. Laureato in Belle arti all’università, si sta ricostruendo una vita artistica in Inghilterra», spiega Elton John. «Con una simile esperienza personale, ha dato la prospettiva migliore ai temi chiave di Rocket Men, che sono la solitudine e il viaggio».

Articolo pubblicato da GQItalia.it 
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Sea Sorrow, Vanessa Redgrave regista tra gli immigrati

18 giovedì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti, Senza categoria

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, GQ.it, rifugiati, Sea Sorrow, Vanessa Redgrave

La festa per il settantesimo compleanno del festival di cinema più importante del mondo è iniziata sotto un sole insolitamente caldo ma la fredda accoglienza di Les Fantomes D’Ismael, di Arnaud Desplechin, che ha fatto da apripista. Degno di nota nella giornata inziale è stato invece il film passato fuori concorso che segna l’esordio alla regia di Vanessa Redgrave, Sea Sorrow.

74 minuti di documentario sulla crisi dei rifugiati (tema che quest’anno tornerà, per esempio in Happy End di Michael Haneke) di cui il figlio della Redgrave, Carlo Nero, è produttore, che colpiscono al cuore per la loro sincerità e coraggio. Siamo lontani dall’estetica che regala un effetto raggelante din Fuocoammare di Rosi, ma la semplicità della regia di questa attrice veterana e attivista politica, che si mette in prima persona davanti alla camera e dialoga con gli spettatori, parlando di sua figlia e mostrandone i disegni, è da vedere più come forza del film, che come limite.

Si parte con interviste a due uomini con due occhi scuri che trafiggono, uno arrivato dall’Afganistan e l’altro dalla Guinea. Entrambi raccontano nei dettagli il loro viaggio da incubo fino in Italia. L’attrice ottantenne parla poi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, prima di spostarsi su immagini durissime: la telecamera puntano un barcone e quello che succede tra le urla di chi implora di essere raccolto e trasportato in un’altra vita. Il focus si sposta sui bambini e sulle loro madri, con un reportage molto forte dal caotico “Jungle camp” a Calais, in cui vengono letteralmente abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza. Una battuta dell’attrice inglese riassume la situazione: “mi sento tornata a Riccardo III, è terrificante quello che ho visto”.

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L’attrice e regista Vanessa Redgrave, 80 anni.

A questo punto il film inizia un ping pong tra passato e presente in cui vari personaggi raccontano la loro esperienza di “rifugiati”, rafforzata da riflessione sull’importanza dei diritti umani. La Redgrave racconta la propria storia personale di bambina evacuata da Londra, durante la seconda guerra mondiale, per scappare alle bombe tedesche. Più avanti negli anni, quella di volontaria per aiutare gli ungheresi scappati dagli orrori sovietici. Un modo per continuare a sottolineare che quello dei rifugiati è un probelma antico. Subito dopo c’è Alf Dubs, un politico britannico molto attivo nella Camera di Lord che da tempo ispira molti a occuparsi di aiutare i bambini, lui che a sua volta è fuggito dall’occupazione nazista. Anche Ralph Fiennes, Emma Thompson e Simon Coates danno il loro contributo con scene uniche per i rifugiati, Fiennes è impegnato anche in una scena da La tempesta di Shakespeare, nella parte di Prospero.

Un ulteriore tocco al lavoro lo da la testimonianza di Martin Sherman, drammaturgo, a cui spetta il compito di sottolineare argutamente lo stato di shock in cui si trovano le migliaia di persone che scappano dalle bombe della Siria, dell’Afganistan o dell’Africa per affrontano un viaggio terribile. È l’adreanlina a guidarli attraverso un incubo, ma li sostiene solo fino al momento in cui si fermano: da lì in avanti si ritrovano in un campo profughi, con il mondo che gli crolla addosso e lo shock che sale nel corpo.

Insomma, è una materia talmente significativa quella che la Redgrave propone in Sea Sorrow, da farsi perdonare qualche ingenuità di regia.

Pubblicato su GQITALIA.it

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Luke Evans: il bacio al cinema che fa più paura della Bestia

22 mercoledì Mar 2017

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Bill Condon, censura, Cristiana Allievi, Disney, GQitalia, La bella e la bestia, LeFou, Luke Evans, polemica gay

La versione live action del «cartone che ha rotto le barriere come il primo film del genere nominato agli Oscar» arriva in sala perfettamente sintonizzata col 2017, carica di un’emotività finalmente a tutto spettro ma quanto putiferio per una cosa normale

La bella e la bestia diretta di Bill Condon, versione live action del cartone del 1991 della Disney, che fu il primo film animato a ricevere una candidatura all’Oscar come Miglior lungometraggio – vincendone poi due, per la colonna sonora e la canzone originale-, e il primo film animato a superare 100 milioni di dollari di incasso al botteghino, è arrivato con ben 800 copie nelle sale di tutta Italia ma, guardando le coreografie del musical in cui le teiere danzano e i piumini spolverano, nessuno avrebbe immaginato di assistere al primo film della Disney che avrebbe sollevato un caso “morale”.La Bella e la Bestia

Un caso iniziato due settimane fa, alla prima londinese, coi click sul trailer schizzati alle stelle (128 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore), dopo una dichiarazione del regista che, parlando con il magazine inglese Attitude, ha definito una scena finale del film “un momento bello ed esclusivamente gay”. Di cosa si trattava esattamente? Durante una baruffa tra Gaston e gli abitanti del castello in cui sta rinchiusa la Bestia, Miss guardaroba va contro tre ceffi di Gaston e li “traveste” da donna.La Bella e la Bestia

Uno di loro si guarda compiaciuto allo specchio. Poi, nella scena finale del grande ballo, danza con l’inseparabile amico di Gaston, LeFou. Unendo questi ‘ammiccamenti’ e la confusione che ha in testa LeFou al fatto che Bill Condon è apertamente gay, e che Luke Evans – che interpreta magistralmente Gaston – ha fatto coming out, qualcuno ha deciso che la nuova versione di La bella e la bestia farebbe “propaganda gay”.La Bella e la Bestia

 

Il primo gran rifiuto è arrivato dall’Alabama, dove un dive-in ha dichiarato che non avrebbe proiettato il film “per non compromettere quello che insegna la Bibbia”. Non si sa nemmeno se la Disney glielo aveva proposto o meno, ma fa niente. In Russia, paese in cui l’omoessualità è stata ufficialmente rimossa dalla lista dei disordini psichiatrici nel 1999, un deputato ha chiesto al ministro della cultura di vietare la visione del film agli spettatori sotto i 16 anni (ma la prima reazione era stata quella di vietare del tutto la proiezione nel paese). Ultimo caso, il più eclatante, la Malesia, in cui i censori hanno chiesto di tagliare la scena, ottenendo un secco no dalla Disney.

Bill Condon, regista e sceneggiatore premio Oscar, non ha dubbi quando gli si chiede se avrebbe mai pensato che LeFou poteva innamorarsi di Gaston. «Mai, devo ammetterlo. La nostra idea è che il personaggio in qualche modo sta cercando se stesso: un giorno vuole essere Gaston, il giorno dopo vuole baciarlo. È confuso su quello che vuole. Ma in senso più ampio, credo che sia importante celebrare l’amore in tutte le forme possibili. Siamo nel 2017, dobbiamo parlare al mondo in cui viviamo e sono molto contento che la Disney abbia supportato quest’idea. Quando abbiamo mostrato il film a un pubblico per testarlo ha risposto molto bene».

  1. La Bella e la Bestia

L’attore inglese Luke Evans, un superbo Gaston, aggiunge il resto. «Questo cartone animato ha rotto molte barriere, è stato il primo film del genere nominato agli Oscar, una cosa da non credere. Cosa penso del rapporto tra Gaston e LeFou? Non so se si tratti d’amore, non sono nemmeno sicuro che LeFou sappia cos’è», continua. «Direi che la sua è una “lieve infatuazione”, sta cercando la sua strada e vedere un uomo forte, che tutti nel villaggio amano, e a cui lui è vicinissimo, glielo fa vedere sotto un’altra luce. Nel ventunesimo secolo ci sta mostrare una persona lievemente diversa dalle altre, anche in un piccolo villaggio».

E considerato che i villani vogliono far fuori la Bestia, che è un altro “diverso”, ci sono altre sfumature che dovrebbero far riflettere. «L’aspetto della xenofobia non è stato pianificato», conclude Condon. «È grave, esisteva prima di Donald Trump e in molti altri paesi. Quello che amo di questo film è che le danze di tazzine e piumini riescono ad annullare tutto l’orrore del mondo».

La Bella e la Bestia

Articolo pubblicato su GQ.it

© Riproduzione riservata 

Samuel L. Jackson: «Io violento? No, mi dipingono così».

16 giovedì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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black power, cinema, fashion, Icon, icona, interviste, Quentin Tarantino, Samuel L. Jackson, Skull Island, stile, uomo, Warner Bros

VOLEVA ESSERE IL JACQUES COUSTEAU NERO. E SI SENTE UN PITTORE DELLA RECITAZIONE. CONVERSAZIONE CON UN’ICONA DEL CINEMA CHE HA GIRATO PIU’ DI 150 FILM. E CHE NON TEME DI “SVUOTARE IL SACCO”, NE’ DI SBANCARE IL BOTTEGHINO

«Sono cresciuto nel Tennesse, il clima caldo e umido mi piace moltissimo. Alle Hawaii ci sono ottimi green e io sono un avido giocatore di golf. Inoltre vivendo a Los Angeles apprezzo molto quei quindici minuti al giorno di temporale. Ho vissuto per tre mesi in una casa sull’Oceano circondata da rocce, osservavo i fulmini arrivare dal cielo e sentivo la tempesta che batteva sulle vetrate, era una meraviglia». Siamo sulla terrazza di un hotel nel cuore di Beverly Hills. Dalla strada arriva il rombo delle auto di lusso che scorazzano sulla Sunset Boulevard, mentre questo uomo alto, elegante e dai modi raffinati mi racconta dei viaggi per le riprese dell’ultimo Kong: Skull Island, il film di Jordan Vogt-Roberts nelle sale dal 9 marzo. Ci sono almeno due aspetti che sorprendono incontrando Samuel L. Jackson di persona. Il primo è che l’icona di Spike Lee e Tarantino parla a ritmo di rap. La seconda è che dimostra quindici anni meno di quelli che ha. Nel prossimo film sarà il tenente colonnello Packard che sta per tornare a casa con i suoi soldati alla fine di un conflitto dall’esito non chiaro. Riceve una telefonata con la richiesta di scortare un gruppo di scienziati su un’isola del Pacifico, e sarà la sua ultima spedizione. Jackson si trasformerà in una specie di capitano Achab e King Kong- che sull’isola scopriremo essere un vero re- sarà la sua balena bianca. «Dopo le Hawaii e l’Australia le riprese si sono spostate in Vietnam, e lì ho visto una vera magia», continua. «Hanoi è come essere a New York, ma fatti di crack, e nella campagna circostante trovi una pace speciale. Andavo a lavorare alle cinque del mattino e vedevo centinaia di bambini dirigersi a scuola in bicicletta, gli uomini che si muovevano dalle risaie con i loro bufali d’acqua. Quello stile di vita comune, là fuori, ti da la sensazione che il comunismo non può essere così tremendo. Intendo il comunismo come lo vivono loro». Indossa coppola e giacca di una renna molto leggera, con pantaloni in lino color petrolio, e in poche frasi mi ha già detto tutto del suo mondo: golf, droghe, recitazione e politica sono temi che affronteremo poco dopo. Nel frattempo ho rintracciato il suo terzo marchio di fabbrica: l’attore che ha pronunciato 171 volte e in 27 film la parola “mother fucker” è talmente articolato nella conversazione da far pensare che i dialoghi proverbiali di Jules Winnfield (Pulp fiction), del Maggiore Marquis Warren (The Eightful Eight) o di Purify (Jungle Fever) li abbia scritti lui.

Tra poco vedremo le nuove avventure di King Kong, l’anno scorso era in Tarzan, un’icona del cinema accetta grossi blockbuster solo per denaro? «Scelgo questi film perché erano quelli che volevo vedere da bambino ed erano fatti della stessa materia dei sogni. Da piccolo vuoi stare con Tarzan, vivere nella giungla e vederlo combattere i leoni. È un ambiente piacevole in cui recitare, lo faccio molto volentieri».

Il film visto da bambino che le ha cambiato la vita? «Ne guardavo moltissimi nei weekend. Ero figlio unico, ho sempre fantasticato. Ero costantemente in un altro mondo e in un altro tempo, fino al punto in cui ho capito che non avrei mai vissuto dove mi trovavo, e che sarei stato un altro. Eppure fare l’attore non era realistico per la persona che ero, per chi ero sarebbe stato ipotizzabile diventare avvocato, insegnante o medico».

Invece è finito nel Guinness dei primati per aver realizzato il record di incassi al botteghino: com’è successo? «Ho pensato molto a come sono arrivato qui. Credo che il seme risalga alla sorella di mia madre. Era un’insegnante di arti performative e da molto piccolo ho vissuto in casa sua. Mi vestiva con abiti di scena e io “recitavo”, avevo tre anni. Mi piaceva quando le persone che venivano a trovarla applaudivano e mi dicevano “sei proprio bravo…”. Più avanti, al college, frequentando un corso per parlare in pubblico (consigliatoli per superare una lieve balbuzie, ndr), l’insegnante mi ha offerto di recitare L’Opera da tre soldi e io ho accettato. Mi ha appassionato così tanto da darmi di nuovo una ragione per entrare in classe».

Era uno che marinava? «Spesso e volentieri, ma da quel momento mi sono sentito incoraggiato, ho percepito la serietà di quello che facevo e la chance di una carriera anche per me. È stata la luce in fondo al tunnel».

Proprio ai tempi del teatro fumava erba, beveva e usava l’LSD. «Ero fuori di testa per la maggior parte del tempo, ma avevo una buona reputazione, ero sempre in orario e sapevo le battute alla perfezione. Però avevo un problema di dipendenze ed ero stufo, è così che ho deciso di disintossicarmi. Nel mezzo della riabilitazione ho capito che avevo fatto tutto quello che mi era stato detto di fare, bevevo alle feste perché la gente di teatro lo fa, e poi perché i famosi si devono comportare così e così, ma io avevo una mia individualità. Mi sono detto “e se dessi il meglio di me, senza usare nessuna sostanza, cosa succederebbe?”. All’improvviso è cambiato tutto».

Non ha più sgarrato? «No perché ho compreso che essere sobrio ed essere me stesso erano due cose correlate, e che sgarrare avrebbe significato tornare a vivere come vivevo prima. Essendo chiaro cosa preferivo, non c’è più stato pericolo».

In Django Unchained ha incarnato il personaggio nero più detestabile della storia del cinema, e in genere sembra avere una specie di predilezione per i personaggi intelligenti con una forte inclinazione per la violenza: da dove viene questa attitudine? «Non so se i personaggi sono davvero intelligenti, di sicuro ce ne sono alcuni più intelligenti di altri. Osservo molto come si comportano le persone, lo faccio mentre guido, viaggio, cammino. Leggo moltissimi romanzi, saggi e science fiction, mi piace prendermi la libertà di immaginare il livello di istruzione e di intelligenza di una persona, captare se ho davanti un uomo di mondo, un viaggiatore, se ha avuto esperienze militari e quanto è sofisticato. È in base a questi elementi che decido di dare più o meno comprensione e compassione ai miei personaggi, li costruisco per poi incarnarli».

Definirebbe Tarantino è un regista “violento”? «La violenza è un ingrediente dei suoi film, ma c’è anche molto altro. Con lui si filosofeggia parecchio, le persone raccontano molto di sé, come si sentono, come vedono il mondo e tutti sembrano avere un punto rottura, cose o persone che non tollerano. E agiscono proprio su quello, in modo molto peculiare. La forza viene loro dall’avere un certo punto di vista».

Qual è il confine tra la forza e la violenza? «Una certa dose di contenimento mista a compassione per gli esseri umani. Una persona normale non assalirebbe fisicamente un suo simile perché capisce le conseguenze di ciò che fa. Questo include la comprensione di diversi aspetti, che non devi fare male all’altro, che il corpo ha una certa dose di fragilità, che le tue azioni hanno delle conseguenze. La comprensione e una certa compassione per la condizione umana segnano quel confine, e i valori della persona determinano se cadrà preda della furia cieca o meno».

In che modo gestisce gli impulsi violenti? «Non ne ho. Mi arrabbio, ma non ho mai dato un pugno in faccia a nessuno, né ho sentito il bisogno di sparare a qualcuno o fargli del male perché non riesco a fargli capire qualcosa. Eppure la gente mi insulta quotidianamente. Sono su Twitter e FB, e tutti si sentono in dovere di dirmi quello che gli passa per la testa. Ma non reagisco mai in modo duro, non alimento l’attenzione che vogliono».

La sua attitudine verso la sensibilità e la fragilità, invece? «Sono sensibile verso la gente che mi tratta diversamente, non voglio si pensi che mi aspetto un trattamento privilegiato. La fama ha aspetti positivi, non fai la coda per prendere un aereo o entrare in un ristorante, puoi guidare la tua macchina fino alla porta di un locale invece di arrivarci a piedi. Ma sono attento al mondo che mi circonda e so di poter usare la mia notorietà per creare un certo livello di consapevolezza. La gente non sopporta che gli attori abbiano visioni politiche, ma devo difendere quello in cui credo, e sono sempre stato un animale politico».

È vero che ha lasciato il college per un anno, è stato membro delle Black Panthers, l’hanno sospesa dal Morehouse College per aver preso in ostaggio alcuni membri del Consiglio di fondazione- tra cui il padre di Martin Luther King– finchè un giorno l’FBI non è venuta a casa di sua madre per dirle che ha rischiato che le sparassero? «Mi sono occupato di diritti civili ma non sono mai sto membro della Pantere Nere, anche se le ho sempre capite. Sono nero e lo sono da sempre, sono sensibile ai problemi razziali che non sono mai stati circoscritti né a un certo periodo storico né a una zona del mondo. Le razze sono sempre state un problema, lo sono tutt’ora».

Condivide l’opinione secondo cui con Obama le cose sono peggiorate? «No, se ne è solo parlato di più perché molte persone non sono state contente di avere un presidente nero. Fuori da questo paese avete pensato che fosse fantastico che l’America fosse finalmente abbastanza cresciuta da eleggere un presidente di colore, si sarebbe pensata la stessa cosa se avessimo scelto una donna per la Casa Bianca».

Invece? «L’America non ama le donne al comando, a prescindere dal fatto che la Clinton sarebbe stata ideale o meno. Ma il problema è che di Obama la prima cosa che è stata vista non è la sua intelligenza: hanno detto subito “wow, è un presidente nero”. Questo è il seme del razzismo».

 Su Twitter Trump ha detto di non conoscerla, ma pare non sia vero. «Abbiamo giocato a golf insieme due volte».

Perché lo nega? «È semplicemente la natura di quello che fa, crea una sua versione dei fatti. Uno potrebbe pensare che non se lo ricordi, invece lo ricorda benissimo».

C’è qualcosa che si aspetta da lui? «No, e credo che non mi occuperò di questioni politiche per un po’. Vediamo cosa succede».

Il King Kong del suo prossimo film è stato descritto come una bestia ferale e un essere incompreso. Ma è anche un re che se ne sta per i fatti suoi, sulla sua isola è una specie di dio: lei si sente un po’ così, a Hollywood? «Chi, io? (scoppia a ridere, ndr) ».

In 40 anni di carriera ha girato 150 film. «Vado a lavorare tutti i giorni perché sento che è quello che devo fare e soprattuto che amo fare. Il mio lavoro mi nutre, e non credo siano in molti a poterlo dire del proprio. In realtà non vedo nemmeno quello che faccio come un lavoro, ma come il privilegio di poter uscire e creare qualcosa. Come un pittore e uno scrittore, ho l’opportunità di raccontare storie e fingere di essere qualcun altro».

Ha girato anche cinque film in un anno, per caso è un workaholic? «Quando un pittore finisce un quadro e lo mette ad asciugare non aspetta tre mesi per passare a un altro, perchè dovrei farlo io? Il mio bisogno di creare, a modo mio, è appunto un bisogno. Posso finire un film un giorno e andare su un nuovo set il giorno dopo, senza problemi».

Non sente mai il bisogno di cazzeggiare? «Normalmente a luglio non lavoro, volo da voi in Italia o in Francia. Adoro Capri, Napoli e la riviera, mi piace spingermi giù, fino verso la Sicilia».

È vero che sognava di lavorare in mare? «Prima di quel corso in teatro volevo diventare il Jacques Cousteau nero. Adoro nuotare e mi piace guardare documentari sull’oceano. Credo che sia la nostra prossima forma di vita sostenibile. Stiamo distruggendo la terra, spero non faremo lo stesso con il mare…».

Storia di copertina pubblicata su Icon Panorama di marzo 2017.

© Riproduzione riservata 

 

 

Charlotte Rampling: «Non posso nascondermi».

21 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Moda & cinema

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45 anni, Andrea Pallaoro, Charlotte Rampling, Cristiana Allievi, Dlarepubblica, IoCharlotte Rampling, Jean-Noel Tassez, Jonathan Anderson, Loewe, Stardust Memories, The Whale, Woody Allen

SCELTA DAL CINEMA (HA CINQUE FILM IN USCITA NEL 2017) E DALLA MODA, A 70 ANNI CHARLOTTE RAMPLING RESTA UNA DELLE PIU’GRANDI, RESISTENTI E AUDACI ICONE DI SEMPRE. E UNA DONNA NON FACILE DA INCONTRARE.

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Charlotte Rampling, 71 anni (courtesy of Loewe)

Capelli corti tirati indietro. Trucco drammatico. Mani appoggiate sul volto. Osservi le foto che Jamie Hawkesworth le ha scattato nel cuore di Parigi, con primi piani in cui le rughe del volto si contano una a una, e non ti capaciti di come quei due occhi verdi abbiano ancora una forza magnetica. È un’icona fashion apparsa in tonnellate di foto che oggi fa la stessa impressione di sempre: con la sua bellezza fredda e distaccata Charlotte Rampling ti mette ancora in soggezione. A 70 anni suonati Jonathan Anderson l’ha scelta per la campagna della sua collezione primavera 2017. Il direttore creativo di Loewe deve aver pensato alle foto con cui l’ha lanciata Helmut Newton, o a film culto come Il portiere di notte di Liliana Cavani, Stardust Memories di Woody Allen, Sotto la sabbia di François Ozon fino a 45 anni, che l’anno scorso le ha fatto vincere l’Orso d’argento al festival di Berlino e le ha regalato la prima candidatura agli Oscar. Fra tutte le espressioni che poteva scegliere per definirla, lo stilista irlandese ne ha usata una che colpisce: “crudezza”. E va detto, non è una donna simpatica. Precisa e creativa nelle risposte, è assolutamente incapace di mettere l’interlocutore a proprio agio. Conosce questo tratto di se stessa, quando dice con un velo di sarcasmo “diventi più interessante quando la gente sa che non può averti”.

Figlia di un ex colonnello dell’esercito due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi e di una pittrice ereditiera, la modella, attrice e cantante inglese racconta che le linee e le forme audaci l’hanno sempre attratta, come il coraggio di sperimentare. «Le creazioni di Jonathon di quest’anno erano teatrali, colorate e stravaganti, un vero azzardo. È l’approccio che preferisco, per questo ho accettato la sua offerta di indossarle. E anche perchè con quei capi addosso ho sentito che diventavo me stessa all’ennesima potenza».  Sul come si veste nella vita di tutti i giorni, l’entusiasmo si smorza. «Non sono molto avventurosa, so che mi stanno bene le cose semplici e abbastanza maschili, ed è quello che indosso più spesso».

Aveva 17 anni quando è iniziata la sua carriera di modella, poi è arrivato il cinema e da Georgy Svegliati a oggi ha girato più di 100 film, ha cantato e ha sempre lavorato anche in teatro. Ma soprattutto, ha mostrato un’inclinazione per la provocazione. «Dopo le prime commedie che ho girato la mia vita è cambiata radicalmente, e i ruoli che ho scelto hanno rispecchiato questi cambiamenti». Per quanto parli, con lei è difficile stabilire un reale contatto. Non stupisce, la sua non è stata un vita felice, e con i sette traslochi in 13 anni con la sua famiglia deve aver imparato a non attaccarsi a niente. Ma la radice dell’attaccamento è stata estirpata in modo ben più drastico, come ha finalmente fatto sapere al mondo la scorsa estate grazie alla biografia Io, Charlotte Rampling. Nel libro scritto a quattro mani con Christophe Bataille trova finalmente una spiegazione quel feeling di dolore e shoc che l’ha sempre accompagnata: a 23 anni, subito dopo essere diventata madre, l’amatissima sorella Sarah con cui da ragazza si esibiva nel cabaret, si è tolta la vita in Argentina, e questo lei lo ha scoperto molti anni dopo l’accaduto. Da lì in avanti la storia della Rampling è venata di fatica. Ancora giovanissima inizia una relazione a tre col fotografo Randall Lawrence e con il pubblicitario Bryan Southcombe, con cui si sposa. Dopo quattro anni di matrimonio incontra a una festa a Saint Tropez il musicista Jean Michel Jarre e va avivere con lui a Versailles. Ma soffre di depressione e scoprire che il suo uomo la tradisce non migliora questo continuo oscillare tra alti e bassi. Evidentemente la stoffa della Rampling è parecchio resistente, va avanti a lavorare finchè nel 2000 non torna una star grazie a François Ozon di cui diventa la musa e con cui girerà tre film. La morte della madre, nel 2001, la incoraggerà a uscire allo scoperto e a iniziare a scrivere la famosa biografia di cui sopra.

Uno dei grandi paradossi di una donna che è fisicamente esposta da cinquant’anni è che è molto riservata quando si tratta della sua anima. «Finchè non mi sono accorta che è quasi impossibile nascondersi. Essere fotografata è parte della mia vita, le cose cambiano, evolvono, ma nell’essenza tutto rimane lo stesso. Grazie al mio lavoro mi consegno a un film, mi do completamente all’arte. Qualsiasi sia il mezzo con cui la condivido, fotografie, cinema, tv, condivido la mia vita interiore. E in tutto quello che ho fatto ho voluto creare una continuità visibile: la faccia è cambiata, sto invecchiando, ma è riconoscibile».

Ha un talento tutto suo nel rappresentare in modo naturale persone reali e nel trasmettere una vulnerabilità. «Entri in contatto con le tue emozioni vere vivendole sin dall’inizio in modo appassionato e senza paura. A quel punto le puoi veicolare attraverso il corpo e gli occhi, per restituirle allo schermo. È quando invecchi che processi le cose, se non lo fai iniziano i problemi». Perchè I suoi ruoli più recenti sono più vulnerabili? «Mostrano l’accumulo di una vita dedicata alla ricerca della verità, in questo modo si diventa sempre più vulnerabili».

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L’attrice sul set di 45 anni, il film di Francois Ozon che le ha regalato la prima candidatura agli Oscar.

Alla sfilza di cose spiacevoli che la vita le ha messo davanti c’è da aggiungere la morte del suo partner da vent’anni, il businessmen francese Jean-Noël Tassez, mancato lo scorso anno dopo una relazione durata quanto il matrimonio con Michel Jarre.  Ma la sua vita a Parigi è quella di prima: nuoto, yoga e meditazione, «Non sono regolare, perchè odio fare le stesse cose tutti i giorni». Quando le fai notare che nel 2017 la vedremo in ben cinque film, tra cui The Whale diretto da Andrea Pallaoro («è il ritratto di una donna che vive uno sconvolgimento emotivo»), sdrammatizza a modo suo. «Non sono tutti ruoli principali, va detto. Tutto quello che ho fatto nel passato mi ha portata a questo momento, e adoro le possibilità che ancora oggi ho davanti». Sarà merito anche della stoffa atletica ereditata dal padre, fatto sta che se la chiamano tutti significa che c’è qualcosa in lei che è ancora molto vivo. «Ci ho lavorato su, non capita per caso. Devi essere disponibile per la vita, tenerti aperta, perché le cose succedano. E con i pensieri debilitanti c’è una sola strategia da attuare: imparare trucchi per rimandarli da dove vengono».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 14 gennaio 2017

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

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