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La disperazione e la ricerca di Dio davanti allo sfacelo in un film preciso che incalza lo spirito senza tregua

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L’attore texano Ethan Hawke in una scena di First Reformed di Paul Schrader.

Dalle prime inquadrature arriva chiaro il messaggio: si tratta di un film riflessivo, intenso, senza scampo. Lo dicono la composizione delle immagini, studiatissima, e il gioco di luci dell’alba invernale, dominante del film. Come il volto del suo interprete, Ethan Hawke, inquadrato da vicino.

First Reformed di Paul Schrader, presentato in concorso, al secondo giorno di Mostra del cinema è la cosa più bella vista finora. E come altri film (ad esempio Downsizing di Alexander Payne), affronta il problema dell’emergenza del pianeta, tra clima, rifiuti, sfruttamento e mancanza generale di fiducia davanti alle demoniache multinazionali che inquinano. Ma qui la riflessione – che è anche una critica a Trump e alle sue posizioni sul clima- ruota innanzitutto intorno a domande di spiritualità, tema molto caro al regista di American Gigolò eMishima- Una vita in quattro capitoli e sceneggiatore di Taxi Driver.

Ernst Toller (Hawke) è un pastore protestante che in passato ha perso un figlio, da lui stesso spinto a entrare nell’esercito e poi morto in Iraq. L’angoscia che vive nel suo cuore, seguita anche alla fine del matrimonio, si svela a poco a poco grazie all’incontro con una coppia di attivisti ecologisti (lei è Amanda Seyfried), che gli chiedono aiuto. Toller decide di tenere un diario confessione per un anno, in cui annota le inquietudini più profonde che restituiscono allo spettatore un’analisi tagliente quanto necessaria. «Non avevo mai recitato una simile parte prima, ma sono stato circondato dalla religione per tutta la vita, mia nonna pensava sarei diventato prete», racconta un Ethan Hawke al top della forma. «Quello che si vede sullo schermo è un dialogo importante che ho sempre avuto nella testa, quindi sono molto grato di aver avuto l’opportunità di raccontarlo. Il film racconta di un movimento trascendentale che cerca una connessione con il mondo esterno più grande di quanto non faccia la comunità religiosa rispetto alla crisi ambientale».

Si capisce che Schrader, calvinista, mastica bene la materia di quello che forse è il miglior film della sua carriera, potente quanto Silence del suo amico Scorsese.

«Non pensavo di fare un film del genere, ma due anni fa mentre cenavo con Ida Pavelaski ho pensato fosse il momento giusto, e mi sono messo al lavoro». E se gli si chiede perché ha avvolto il suo protagonista nel fil di ferro, ferendolo, lo spiega così. «L’idea di lavare le pene con il sangue, come Cristo, è molto radicata. Si ispira all’idea che con il sangue si possono espiare grandi colpe».

Il titolo del film si riferisce all’unica chiesa ancora attiva nella contea di Albany, stato di New York. Il grande merito è far riflettere su Dio e le domande più profonde che scatena, sulla vocazione e sul senso della preghiera. “Il coraggio è la risposta alla disperazione, e la ragione non è d’aiuto”, mentre la chiesa è ridotta a merchandising di magliette e cappellini.

Il finale, imprevedibile, farà discutere appena messo piede fuori dalla sala.

Articolo pubblicato su GQ Italia

© Riproduzione riservata

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