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~ Interviste illuminanti

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Noomi Rapace: «Ora che non sono più Lisbeth».

01 venerdì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Torino Film Festival

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cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Millennium, Noomi Rapace, Seven Sisters, Star, Torino Film Festival

 

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L’attrice Svedese Noomi Rapace, 37 anni (courtesy Pinterest)

«Quando ero ragazza giocavo solo con i maschi. Poi a 13 anni mi sono infuriata quando ho capito che mi guardavano con un occhio più sessuale. Allora ho preso una decisione: “sarò io quella al comando, mi amerete ma non mi avrete mai…”». Noomi Rapace è un incrocio fra ghiaccio e fuoco, e questo la rende una donna unica nel suo genere, prima che un’artista fuori dai canoni. Figlia di un’attrice svedese e di un cantante di flamenco gitano, il suo carattere mascolino venato di una forte femminilità è un cocktail esplosivo che l’ha resa l’attrice svedese più famosa del mondo dai tempi della Bergman. 37 anni, nata a Hudiksvall, nel nord della Svezia, a sette era già sul set del primo film. La fama mondiale arriva nel 2009, grazie al ruolo di Lisbeth Salander, l’hacker geniale e violenta protagonista degli adattamenti cinematografici della trilogia Millennium, scritta dallo svedese Stieg Larsson.

Oggi vive a Londra, con il figlio Lev avuto dal primo marito, Ola Rapace. E tanto quanto si concede completamente sul set, nella vita reale è riservatissima: da quando si è seprata dal campione di kickboxing Sanny Dahlbeck, due anni fa, non si sa praticamente nulla delle sue relazioni sentimentali. Il futuro lavorativo, invece, la vede impegnata in film importanti, come Bright di David Ayer, con Will Smith e Joel Edgerton, e soprattutto Stockholm, accanto a Ethan Hawke. Nel 2018 interpreterà Ferrari di Michael Mann, in cui è Linda, moglie del fondatore della casa automobilistica. Ma già in questi giorni affronta una grande sfida: interpretare le sette sorelle di Seven Sister, presentato al Torino Film Festival. Siamo nel 2073, in Cina, sotto un regime che costringe le famiglie ad avere un solo figlio e a ibernare quelli in più. L’amore di un nonno (Willem Defoe), però, potrebbe costituire un’eccezione. Quando la figlia muore di parto dando alla luce sette gemelle, lui decide di nasconderle escogitando un modo geniale per salvarle tutte: usciranno a turno, una volta alla settimana, fingendo di essere la stessa persona. Le donne sono tutte interpretate da Noomi Rapace.

Come è riuscita a calarsi in sette personalità differenti? «È stata un’esperienza molto fuori dall’ordinario. Per un lungo periodo ho vissuto in una realtà parallela, non sono mai uscita di sera, non ho visto nessuno, dentro di me non c’era spazio per nient’altro che non fossero queste sette donne. Mi venivano a prendere all’alba, e prima ancora andavo in palestra. Dopo questa interpretazione ho rifiutato molti film, ho avuto bisogno di un lungo stacco».

Era completamente sola, sul set? «Per due mesi e mezzo sì. Poi mi ha raggiunta Willem ed è stato un sogno. Ricordo di essere scoppiata a piangere, mi ha fatto molto effetto avere qualcuno vicino».

Interpreta spesso donne difficili, che tengono tutto dentro. «Il mio temperamento è caldo ma ho imparato a controllare le emozioni, perché nella cultura svedese non sono apprezzate, si aspettano che non mostri troppo di te. Ho dovuto imparare a controllarmi, ed è diventato un lavoro».

Però dopo aver interpretato la Lisbeth di Millennium ha dichiarato di essere stata male. «Finite le riprese sono corsa in bagno a vomitare, il mio corpo l’ha letteralmente rigettata. È stato come un esorcismo».

In Seven sister cambia identità, intenzione e look in modo sorprendente. Riesce ad essere sofisticata e ambiziosa, new age, atletica, sensibile, un maschiaccio e molto altro ancora. «Sono tutte parti di me, e quando l’ho riconosciuto il lavoro è diventato più semplice. Per anni ho praticato boxe e arti marziali, era la mia parte combattente, ma sono stata anche una punk, i piercing di Lisbeth erano i miei. E poi c’è una parte di me che sembra fredda ed egoista, ce n’è una selvaggia, insieme a quella sexy e più femminile».

[…]

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 30/11/2017 

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Ryan Gosling, dal futuro allo zio travestito da Elvis

11 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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arte, Blade Runner 2049, cinema, Cultura, Denis Villeneuve, futuro, Harrison Ford, icone, interviste, pianeta, Ryan Gosling

«Mi piace usare il simbolismo per comunicare. È molto più efficace dell’approccio diretto e letterale». Piazzate nell’incipit di una conversazione, queste parole suonano come una minaccia. “Non pensare che sarà facile, con me”, sembra voler dire il ragazzo che a scuola aveva come soprannome trouble. Ci sono almeno altri tre indizi a confermare questa ipotesi. Primo, l’assoluto silenzio che ci avvolge nella suite nel cuore di Barcellona in cui ci incontriamo e in cui tutto sembra rarefatto. Secondo, il volume della voce con cui mi parla, basso, oltre che calmo. Terzo, il suo modo di descrivere la Gosling-mania, fenomeno che impazza dai tempi di Drive senza segni di cedimento. «Stavo portando a spasso il mio cane, saranno state le due del mattino. Ho visto un ragazzo che camminava per strada con addosso la giacca bianca lucida con lo scorpione. Quel tipo di apprezzamento senza stress mi rende davvero felice». È la giacca del suo personaggio nel film e ha fatto la fortuna di Steady Clothing a suon di 170 dollari al pezzo. Ma soprattuto è una metafora a indicare che l’imbarazzo che ha nel parlare di se stesso è reale. Poi ci sono tutti i suoi ruoli, spesso quieti ed emozionalmente distanti, che la dicono lunga.

Indossa jeans marrone bruciato e t-shirt  bianca con omino in sella a una moto, e la scritta Trans- AMA International, nome di un campionato che si corre oltreoceano. Mi ricorda che in Come un tuono non ha voluto nemmeno uno stunt per le pericolose fughe su due ruote. Ha mani grandi, con un grosso anello d’argento etnico all’anulare destro. Al collo, una vistosa collana di pelle con una medaglia incastonata.

La sua prima nomination agli Oscar nel 2007, per il professore tossico di Half Nelson. Da allora ha una moglie, Eva Mendes, e due figlie in più, ma ha continuato ad essere molto selettivo nei ruoli e a concedersi pochissimo. Però per quanto cerchi di tenere basso il profilo della carriera, optando spesso per i film d’arte, dal 5 ottobre sarà nelle sale con Blade Runner 2049, pellicola diretta da Denis Villeneuve che è il sequel del film culto di Ridley Scott, ed è anche l’evento dell’anno.

(…)

L’intervista integrale su ICON Panorama del 5 ottobre 2017

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Cillian Murphy: «Dal rock al cinema, sono solo un uomo vero»

31 lunedì Lug 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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Batman, Christopher Nolan, cillianmurphy, cinema, Dunkirk, filmdanonperdere, WarnerBros

 

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Cillian Murphy, anto a Cork 41 anni fa (courtesy of @cillianmonline)

Ci sono sguardi a cui non si sfugge. Quello di Cillian, pronuncia “Kil-lian”, fa parte di questa categoria. Christopher Nolan ha puntato sui suoi grandi occhi per cimentarsi col primo film di guerra, Dunkirk, racconto della battaglia del 1940 in cui le truppe alleate sono riuscite a sfuggire via mare alla grande offensiva di Hitler in Europa tra il 26 maggio e il 3 giugno. Finalmente un ruolo principale per l’attore irlandese, dopo tutti quelli secondari interpretati proprio per Nolan. In questa parte lo sguardo di Murphy  riesce a trasmettere tutto lo sgomento di uno dei 400 mila soldati che si trovano intrappolati sulla spiaggia francese con le spalle al mare.

A pensare che all’ultima Berlinale lo si è visto nei panni di un banchiere cocainomane in preda alla gelosia, nel bellissimo The party di Sally Potter – anche in quel caso insieme a un cast stellare- si ha l’ennesima conferma che Murphy è uno bravo davvero. Negli anni si è spostato con nonchalance da spettacoli teatrali in cui era solo sul palco a personaggi come il medico irlandese di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Per questo è stato nominato sia ai Golden Globes sia agli Mtv Movie Awards, e grazie alla sua interpretazione in 28 giorni dopo, di Danny Boyle, lo ha voluto Nolan come lo Spaventapasseri della trilogia di Batman. E contando anche Inception, siamo a quota cinque film girati insieme. «Chris mi ha telefonato dicendo che aveva qualcosa per me. Mi conosce abbastanza bene da immaginare cosa mi interessa e che tipo di ruoli vedo come una sfida. Quando si tratta di un suo film so già che sarà straordinario, ma in questo caso mi ha davvero steso». Nelle sale dal 31 agosto, Dunkirk è atteso come il più ambizioso film di guerra dai gloriosi anni di Spielberg e Oliver Stone, tanto che pare che il regista abbia avuto a disposizione cinque milioni di sterline da spendere per un aereo vintage della guerra nazista che si dice abbia gioiosamente fracassato in mille pezzi per la conclusione del film. «La prima cosa che ha catturato la mia attenzione è che non si trattava di un film di guerra americano, come sono stati finora i migliori», prosegue Murphy. «Chris ha riconosciuto qualcosa di unico nella storia, qualcosa che gli spettatori non hanno mai visto finora». Nato a Cork, primo di quattro figli di due insegnanti, Murphy è uno che dopo aver girato blockbuster si ritira per lavorare solo a progetti minori. Schivo e pochissimo interessato a stare sotto ai riflettori, è sposato dal 2004 con la visual artist Yvonne McGuinness con cui ha due figli. A vivere a Hollywood non pensa minimamente, si sente “europeo” e preferisce stare vicino alla sua famiglia. Uno normale, verrebbe da dire, che in Dunkirk interpreta un personaggio senza un nome, ma indicato come “shivering soldier”, soldato che trema. «Il mio personaggio rappresenta qualcosa di cui migliaia di soldati hanno fatto esperienza, che è il profondo impatto emozionale e psicologico che la guerra può avere su un individuo. Lo incontriamo quando viene raccolto dalla Moonstone, una delle navi civili che attraversano il canale della Manica per evacuare i soldati a Dunkerque. È qualcuno che è sopravvissuto a un’esperienza tanto orribile da alterarti la mente, per sentirsi dire “in realtà stiamo tornando lì”». Nella parata di talenti inglesi e irlandesi spiccano anche Tom Hardy, Mark Rylance, Kenneth Branagh e nientemeno che il cantante dei One direction Harry Styles, per cui Cillian ha solo elogi. «È molto bravo, abbiamo girato pochissime scene insieme ma abbiamo passato tempo insieme fuori dal set ed è un tipo in gamba e molto, molto divertente. E se un regista che conosce bene il talento come Nolan lo sceglie, ha i suoi motivi». Del resto molto prima che attore Cillian è un musicista, e a 10 anni ha detto ai suoi genitori che di lavoro voleva fare la rockstar. «Credo che esista una specie di gene della performance, e se lo hai prima o poi viene fuori. I miei mi hanno mandato a studiare chitarra, per anni ho suonato col mio gruppo di cinque musicisti, The Sons of Mr. Greengenes. Poi quel gene si è trasferito nella recitazione, e quando avremmo dovuto incidere un disco non ho firmato il contratto discografico (con la Acid Jazz Records, ndr). Non sono il tipo di uomo che può fare due cose insieme, così ho provato a eccellere in una sola».

Il suo amore per le performance live dev’esersi incontrato benissimo con le tendenze di Nolan. «La sua determinazione a catturare la maggior parte delle azioni nella camera da presa è il motivo per cui i suoi film hanno una qualià così viscerale e intensa. In Inception ricordo di aver sparato sul fianco di una montagna nel mezzo di una tempesta di neve, e lui continuava a girare anche quando la condizione diventava impossibile. Se vuoi ottenere le reazioni più utentiche e le risposte più veritiere da parte degli attori, buttali nel mare vero o fai volare dei veri Spitfire sulle loro teste. Gli spettatori sentiranno la veridicità, gli attori la sentono di sicuro». Tra i budget e la forza della storia lui non ha dubbi. «I grossi budget non significano nulla, se non sono mossi da una grande storia. Interstellar ha avuto successo perché era un film molto emozionale, e mi ha fatto piangere. Non conta quanto sono grandi gli oggetti su un set, o quanto tolgano il fiato, niente di tutto questo avrebbe avuto alcun impatto se la storia e le interpretazioni non avessero colpito il centro del plesso solare». E al contrario di molti maschi indecisi, lui ha idee chiare anche in fatto di responsabilità sentimentali. «Ho sempre saputo di voler metter su famiglia. Oggi in Irlanda non è così, i maschi stanno a casa fino a 30 anni perché non hanno lavoro. E allo stesso tempo le donne hanno bisogno di stabilità, di qualcuno che si occupi di loro, anche questo è un fatto». Più parla, più si capisce che le sue sono radici sane. «I miei modelli? Vengo da una dinastia di insegnanti, i miei lo sono entrambi, mio nonno era preside e tutti i miei zii e zie si sono dedicati alla scuola. Mi hanno insegnato indirettamente che è un lavoro enorme, ricordo il loro forte senso di responsabilità». A insegnare non ha mai pensato, perché «è una vocazione», ma sa cosa vuole per i suoi figli. «Penso ancora al mio insegnante di inglese in Irlanda, un uomo straordinario che mi ha fatto amare la letteratura e il teatro e mi ha portato persino ai concerti. Ma ricordo anche persone davvero stupide, avevo una certa abilità nel provocarle per far emergere la loro debolezza: per i miei ragazzi voglio maestri migliori». Uno come Ken Loach ne ha avuto la statura, quando ha girato Il vento che accarezza l’erba ed è finito a Cannes, nel 2006. «Il suo modo di lavorare, senza sceneggiatura e quindi senza capire esattamente cosa succede durante le riprese, è stato fondamentale. Ken mi ha insegnato a recitare con l’istinto, senza intellettualizzare ma rispondendo come una persona normale a ciò che succede. Ed è stata una rivelazione, perché recitare dovrebbe riguardare proprio questo, l’onestà e la verità, non la vanità e la fama».

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Intervista pubblicata su D La repubblica del 29 luglio 2017

 

 

Charlie Hunnam: «Per sfidare la natura ci vuole un selvaggio».

23 venerdì Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi, Riflessione del momento

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Charlie Hunnam, cinema, Civiltà perduta, Cristiana Allievi, James Gray, Los Angeles, natura, Percy Fawcett, vita selvaggia

È STATO RE ARTU’, ADESSO E’ ESPLORATORE ALLE PRESE CON UNA MISSIONE IMPOSSIBILE. MA CHARLIE HUNNAM NON HA PAURA NE’ DI COMBATTERE NE’ DI TUFFARSI NEI FIUMI GELATI. PERCHE’, COME AMMETTE LUI STESSO, NON E’ PROPRIO FATTO PER LA VITA COMODA

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Charlie Hunnam, attore inglese, 37 anni (courtesy theritualistic.com)

Ha la barba incolta e gli occhi blu. Indossa una camicia azzurra e i jeans, e capisco al volo che non se la tira, Charlie Hunnam. Mi racconta che a 17 anni lo hanno notato durante un’improvvisazione in un negozio di scarpe, inscenata allo scopo di scegliere un regalo per uno dei suoi tre fratelli. È così che il nipote della prima ritrattista del Newcastle è finito in uno show televisivo, e poco dopo su un volo con destinazione Los Angeles. Vet’anni dopo ha già lavorato con registi importanti come Guillermo del Toro, Anthony Minghella e Alfonso Cuaron e parte di questo successo lo deve al motociclista molto sporco e molto grunge Jax Teller della serie tv Sons of anarchy. Ora è nelle sale come protagonista del pirotecnico King Arthur- Il potere della spada di Guy Ritchie e nei panni dell’altra icona inglese, Percy Fawcett, in Civiltà perduta, scritto e diretto da James Gray. Il film molto applaudito all’ultima Berlinale è basato sul bestseller di David Grann che racconta la vera storia dell’esploratore inglese che all’alba del ventesimo secolo ha scoperto una civiltà precedente, sconosciuta e avanzata, nel cuore dell’Amazzonia. Un vero maschio solitario che ha avuto tutto il supporto della moglie e del suo aiutante sul campo, interpretati nel film da Sienna Miller e da un ottimo Robert Pattinson.

Grazie agli ultimi due ruoli, quello di re Artù e dell’esploratore inglese, ha passato molto tempo nella natura selvaggia, le è piaicuto? «Vivo a Los Angeles ma sono cresciuto ai confini tra l’inghilterra e la Scozia, la natura mi ha sempre reso più felice. Soprattutto allontanarmi dagli aspetti superficiali della vita sociale e dalla pressione che c’è nello stare costantemente immersi tra gli esseri umani!».

E cosa fa quando sta in mezzo alla natura? «Cammino in montagna, faccio bagni nel fiume, cucino sul fuoco. E cambio ritmi, specie se è autunno avanzato o inverno. Lì ti svegli e fa freddo, devi prima accendere il fuoco, scaldarti, poi ti viene fame e devi iniziare a cucinare. A quel punto pensi a lavarti, così vai a cercare il fiume ed è gelato… C’è un’immediatezza nel vivere che rende tutto più naturale, semplice, e soprattutto ti allontana dalla nevrosi della vita sofisticata».

Lei ormai è un uomo di Hollywood, come mantiene questo equilibrio? «Facendo esercizio fisico, se viviamo una vita sedentaria la chimica non funziona, si diventa tristi! Quando produci endorfine ti senti bene, regala le stesse sensazioni che si provano stando in natura, senti una stabilità emotiva».

E del grande mondo là fuori, che cosa pensa? «Fra Trump, la Brexit e le elezioni francesi, ultimamente mi sono sentito consumato dalla continua percezione di un’Apocalisse in arrivo. In realtà gli ultimi vent’anni sono sempre stati così, tra i cambiamenti climatici e i modelli economici americani non c’è niente di nuovo, se non che la gente non crede più nei politici. Viviamo in un casino, credo che nei prossimi anni assisteremo a grandi e necessari cambiamenti».

Ha declinato 50 sfumature di grigio per lealtà verso un altro regista a cui aveva dato prima la parola: si è mai pentito della scelta? «Non ci ho più ripensato. Sono arrivato a un punto della carriera in cui il mio nome fa la differenza, quindi mi offrono un sacco di film. Il paradosso è che tutta questa scelta mi crea molta insicurezza e dubbi, e prendere decisioni per me è un incubo, ci metto molto tempo. Per questo una volta che decido non mi volto più indietro».

Com’è stato lavorare con Guy Ritchie a King Arthur- Il potere della spada? «Mi sono molto divertito, ha mescolato tra figure storiche e mi ha trsformato mell’archetipo di eroe. Guy è un tornado, non avevo mai lavorato come fa lui. Io sono molto lungo nella preparazione, lui fa funzionare tutto sul set, nel momento. Prende decisioni in tempo reale, le cambia in continuazione e funziona. È un modo di procedere molto sfidante».

 

Invece diventare un uomo realmente esistito, come Percy Fawcett, è più facile? «No, direi solo che è un modo diverso di procedere. Ho visitato la Royal Geographical Society, dove sono successe realmente cose importanti che il film mostra, e ho letto tutte le lettere che Percy ha scritto alla moglie Nina. Ho voluto anche indossare l’esatta replica dell’anello che indossava lui. Mi dicono che a volte esagero con i dettagli, ma questo era importante: Fawcett lo indossava quando è scomparso e molti anni dopo il suo anello è apparso in un negozio di pegni, una cosa che infittisce il mistero sulla fine della sua vita».

 

In Civiltà perduta ha una relazione particolare con suo figlio, nella vita reale vuole diventare padre? «È un istinto primario, fa parte del nostro essere animali. Ma non ho nutrito abbastanza la mia vita personale, sono stato in una specie di centrifuga di film, prima devo ribilanciare tutto. Perché se avrò figli voglio essere presente davvero nella loro vita, e dovrò imparare a bilanciare carriera e famiglia. Spero non sia troppo difficile».

L’ossessione di Fawcett è l’Amazzonia, la sua? «Negli ultimi tempi sono stato insoddisfatto dei film girati, non li sentivo all’altezza di ciò che volevo fare e non vedevo l’ora di rompere il circolo vizioso. In pratica volevo dimostrare a me stesso a che livello potevo arrivare dando tutto, e credo di esserci finalmente riuscito».

Intervista pubblicata su Grazia del 21/6/2017

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Festival di Cannes 2017: i vincitori, il bilancio, le polemiche

28 domenica Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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bilanci cannes, Cannes 2017, cinema, Diane Kruger, Joaquin Phoenix, Loveless, polemiche, premiati, The square

Chi è salito in vetta e chi meritava di più, le storie di cui parleremo ancora e le cose che invece non vorremmo rivedere nella prossima edizione

È quasi metaforico che la Palma d’Oro per il 70° del festival di Cannes sia stata assegnata allo svedese The square, di Ruben Ostlund, un film sulla decadenza del mondo dell’arte (e non solo quello).

Pochi secondi prima di annunciare il titolo, il presidente di giuria Pedro Almodovar ha dichiarato “tutto dipende dalla luce”, un’altra frase variamente interpretabile, in questa annata che verrà ricordata come la più povera di film davvero degni del festival di cinema più importante del mondo.

E proprio quest’anno è stato assegnato un premio eccezionale per il 70° anno: lo ha vinto Nicole Kidman, che con un video messaggio ha ringraziato Sofia Coppola e il festival, «grazie di esistere». Un premio meritato, se si pensa che l’attrice e produttrice australiana era presente sulla Croisette con ben quattro film, di cui due in concorso, L’inganno, proprio della Coppola, e The Killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos.

Il gran premio della giuria è andato a 120 Battements par minute di Robin Campillo, che in molti avrebbero voluto Palma d’oro, così come non ha convinto la miglior regia attribuita a Sofia Coppola, che con un video messaggio ha ringraziato sua madre, per aver sostenuto l’arte nella sua vita, e Jane Champion, per essere un modello artistico.

I due premi che hanno messo d’accordo tutti, o quasi, sono stati quelli alla miglior attrice, Diane Kruger, e al miglior attore, Joaquin Phoenix. La prima era sensibilmente toccata, «dedico la mia vittoria alle vittime della strage di Manchester, e a chi ha perso parte della propria vita», ha dichiarato con la voce spezzata. Mentre Phoenix ci ha messo un bel po’ ad alzarsi dalla poltrona per andare sul palco, visibilmente sorpreso. La spiegazione possibile è che avendo visto il suo You were never really here vincere il premio per la miglior sceneggiatura, pensava i giochi fossero chiusi. Invece proprio la sceneggiatura, che quest’anno è stata premiata a pari merito in due film, è la scelta più contestabile del festival.

Sono stati premiati infatti i questa categoria The killing of a sacred deer di Lanthimos e il film già citato di Lynne Ramsay, e soprattutto questo secondo non trova affatto la sua forza nella storia, ma nella regia e nella recitazione di Phoenix.

Anche il Premio della giuria, andato a Loveless, ha suscitato perplessità: il film del russo Andrey Zvyaginstev meritava di vincere un premio più importante.

Ma premi a parte, questa edizione sarà ricordata come l’edizione delle polemiche.Prima fra tutte quella che ha coinvolto Netflix, scoppiata per i titoli di Noah Baumbach e Bong Joon Ho, The Meyerowitz Stories con Dustin Hoffman e Adam Sandler e Okja con Tilda Swinton. Polemiche necessarie, che hanno fatto chiarezza sul dna del festival: dal 2018, ha dichiarato Thierry Fremaux, Cannes accetterà in concorso per la Palma d’Oro solo film pensati per uscire sul grande schermo.

Hanno fatto molto discutere anche i ritardi e le lungaggini delle procedure di sicurezza per entrare al Palais des Festival, con apertura delle borse una a una. Si ringrazia per aver scoraggiato atti di terrorismo, ma bisogna trovare un modo per snellire le code.

E per chiudere in bellezza, anche vista l’estate alle porte, vale la pena spendere una parola sulla Grecia, una specie di protagonista silenziosa. Almeno di tre film. In Sea Sorrow, proiettato fuori concorso, la regia esordiente Vanessa Redgrave la osanna come la terra capace di insegnare al resto del mondo come vanno trattati i rifugiati. In The killing of a sacred deerviene invece citata mitologicamente. Il cuore della storia è un parallelismo con il sacrificio di Ifigenia, figlia minore di Agamennone, che il padre sacrifica solo per andare a Troia, quindi per il potere. In ultimo la si vede in Aus Dem Nichts di Fatih Akin, come la terra che accoglie l’ultimo atto della sua protagonista, proprio Diane Kruger. Un gesto che diremo solo sembrare incomprensibile, per non svelare il finale del film, e che a detta della stessa attrice «ognuno dovrà spiegarsi a modo proprio». Un po’ come questa edizione del festival.

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Good Time, Robert Pattinson diventa un criminale da applausi

27 sabato Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, fratelli Safdie, Good time, GQ Italia, recensioni, Robert Pattinson

L’ex teenager da botteghino si trasforma una volta per tutte nelle mani dei fratelli Safdie, o meglio della loro «energia autentica e selvaggia». E partecipa alla sceneggiatura di un film che è più volte un pugno nello stomaco. E per cui si aggiudica sei minuti di standing ovation

La nona giornata del festival di Cannes ha proposto il brillante Robert Pattinson di Good Time, diretto dai fratelli Josh e Benny Safdie, due bravi del cinema indipendente. L’ex vampiro di Twilight veste i panni di un disgraziato immerso nelle strade della New York degradata del Queens.

Gli occhi pallati, l’aria tutt’altro che in sé, si trascina dietro, per una rapina in banca, il fratello affetto da ritardo mentale: i due si infilano in un casino via l’altro, in una spirale negativa che non molla lo spettatore neanche per un minuto.

Scappa Pattinson, scappa per tutta la notte, dopo che la sua rapina è andata male, ed è sudato, trafelato e a caccia di una via d’uscita per tutto il tempo. Nella sua trasformazione in “villain” si tinge persino i capelli di biondo platino, e gira per le strade tra delinquenti veri.

A guidarlo è la bravura dei Safdie, che a Cannes avevano già portato Lenny and the kids (e successivamente alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia Mad Love in New York). «Abbiamo preparato in film in modo molto speciale», racconta Pattinson, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura. «Amo l’energia dei Safdie, sento che è autentica e selvaggia».

L’attore è ormai di casa sulla Croisette, dove negli anni ha presentato Cosmopolis, The rover e Maps to the stars, ma questo è un film in concorso, ed è un’altra cosa. «Volevamo fare qualcosa di espressamente adatto a lui, e abbiamo lavorato a un’idea di ossessione scrivendo la storia insieme. Ci ha fatto un sacco di domande, Rob è peggio di qualsiasi sceneggiatura, non sapevamo quanta passione avesse».

L’attore inglese è sincero quando racconta che c’è stato qualcosa di mai sperimentato nei film precedenti. «Ho incontrato molte persone che ti dicono di fare tutte le domande che vuoi, anche su dettagli che sembrano stupidi, ma non ho mai trovato questa disponibilità. Stavolta ho sentito che ogni domanda era bene accolta, e che non era mai il momento sbagliato per farla. Non mi era mai capitato nemmeno di sperimentare questo livello di intensità su un set, in cui si guida a 200 all’ora e ci si sente dire “fa niente se i freni non funzionano bene!”, mi sono molto divertito».

In questo film guerriglia style è un vero disperato. «Connie èun uomo a cui non importa di nessuno, ed è inconsapevole di quello che gli accade intorno. È un po’ la stessa cosa che è successa a me come attore, per il resto non ho molto in comune con lui».

I fratelli Safdie hanno messo tutta la loro esperienza passata in un lavoro che flirta col genere pulp e soprattutto con Martin Scorsese. «Non avevamo punti di riferimento, quando abbiamo girato il film, e poi l’ispirazione non viene da altri film, ma dalla vita reale. Per noi contano certe amicizie, e la nostra ossessione per le serie tv sui poliziotti. Si trovano più verità lì che altrove, per questo i poliziotti sono persone con cui vorresti passare un sacco di tempo».

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Sea Sorrow, Vanessa Redgrave regista tra gli immigrati

18 giovedì Mag 2017

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, GQ.it, rifugiati, Sea Sorrow, Vanessa Redgrave

La festa per il settantesimo compleanno del festival di cinema più importante del mondo è iniziata sotto un sole insolitamente caldo ma la fredda accoglienza di Les Fantomes D’Ismael, di Arnaud Desplechin, che ha fatto da apripista. Degno di nota nella giornata inziale è stato invece il film passato fuori concorso che segna l’esordio alla regia di Vanessa Redgrave, Sea Sorrow.

74 minuti di documentario sulla crisi dei rifugiati (tema che quest’anno tornerà, per esempio in Happy End di Michael Haneke) di cui il figlio della Redgrave, Carlo Nero, è produttore, che colpiscono al cuore per la loro sincerità e coraggio. Siamo lontani dall’estetica che regala un effetto raggelante din Fuocoammare di Rosi, ma la semplicità della regia di questa attrice veterana e attivista politica, che si mette in prima persona davanti alla camera e dialoga con gli spettatori, parlando di sua figlia e mostrandone i disegni, è da vedere più come forza del film, che come limite.

Si parte con interviste a due uomini con due occhi scuri che trafiggono, uno arrivato dall’Afganistan e l’altro dalla Guinea. Entrambi raccontano nei dettagli il loro viaggio da incubo fino in Italia. L’attrice ottantenne parla poi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, prima di spostarsi su immagini durissime: la telecamera puntano un barcone e quello che succede tra le urla di chi implora di essere raccolto e trasportato in un’altra vita. Il focus si sposta sui bambini e sulle loro madri, con un reportage molto forte dal caotico “Jungle camp” a Calais, in cui vengono letteralmente abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza. Una battuta dell’attrice inglese riassume la situazione: “mi sento tornata a Riccardo III, è terrificante quello che ho visto”.

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L’attrice e regista Vanessa Redgrave, 80 anni.

A questo punto il film inizia un ping pong tra passato e presente in cui vari personaggi raccontano la loro esperienza di “rifugiati”, rafforzata da riflessione sull’importanza dei diritti umani. La Redgrave racconta la propria storia personale di bambina evacuata da Londra, durante la seconda guerra mondiale, per scappare alle bombe tedesche. Più avanti negli anni, quella di volontaria per aiutare gli ungheresi scappati dagli orrori sovietici. Un modo per continuare a sottolineare che quello dei rifugiati è un probelma antico. Subito dopo c’è Alf Dubs, un politico britannico molto attivo nella Camera di Lord che da tempo ispira molti a occuparsi di aiutare i bambini, lui che a sua volta è fuggito dall’occupazione nazista. Anche Ralph Fiennes, Emma Thompson e Simon Coates danno il loro contributo con scene uniche per i rifugiati, Fiennes è impegnato anche in una scena da La tempesta di Shakespeare, nella parte di Prospero.

Un ulteriore tocco al lavoro lo da la testimonianza di Martin Sherman, drammaturgo, a cui spetta il compito di sottolineare argutamente lo stato di shock in cui si trovano le migliaia di persone che scappano dalle bombe della Siria, dell’Afganistan o dell’Africa per affrontano un viaggio terribile. È l’adreanlina a guidarli attraverso un incubo, ma li sostiene solo fino al momento in cui si fermano: da lì in avanti si ritrovano in un campo profughi, con il mondo che gli crolla addosso e lo shock che sale nel corpo.

Insomma, è una materia talmente significativa quella che la Redgrave propone in Sea Sorrow, da farsi perdonare qualche ingenuità di regia.

Pubblicato su GQITALIA.it

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Louis Garrel, «Non fatemi ridere»

29 mercoledì Mar 2017

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amore, attori, cinema, cristianaallievi, figlidarte, Laetitia Casta, Louis Garrel, Mal di pietre, Planetarium, Redoutable

«Non ho mai ucciso nessuno in vita mia. Le sembra che stia scherzando, ma è difficile capire un personaggio distante da come si è davvero. Questo uomo che uccide e ordina ad altre persone di fare altrettanto era uno sconosciuto, mi sono chiesto se ero in grado di interpretarlo. Io non so nemmeno fare a pugni, e non sono per niente coraggioso…». Tra una parola e l’altra Louis Garrel prende grandi boccate dalla sua sigaretta elettronica. Giacca blu, camicia bianca alla coreana e pantaloni scuri, per la prima volta da quando lo conosco non tiene il broncio per tutta la conversazione, fa battute e mi alzerò dal tavolo a cui siamo seduti senza la sensazione che mi sfugga qualcosa. Fatto non scontato, con un francese che è anche il rampollo di una famiglia di cineasti molto impegnati. Figlio del regista Philippe e dell’attrice e regista Brigitte Sy, Luois è anche nipote del due volte premio César Maurice Garrel. Non è un caso se Michel Hazanavicius lo ha voluto nei panni di Jean Luc Godard, cineasta simbolo della Nouvelle Vague. Con Redoutable ci dimenticheremo del conturbante Theo di The dreamers e del dandy di Saint Laurent (ma anche dei cartelloni della fragranza uomo di Valentino): Garrel avrà un’incipiente calvizie e pesanti occhiali neri. Ma molto prima, dal 13 aprile, sarà un leggero teatrante in Planetarium di Rebecca Zlotowski, pellicola ambientata nell’Europa degli anni Trenta, e ufficiale in Male di pietre, che dopo essere stato presentato allo scorso Festival di Cannes ha ottenuto otto candidature ai Cesar. La nostra conversazione inizia parlando proprio del film di Nicole Garcia, in cui interpreta un uomo che ha combattuto in Indocina ed è ricoverato in una clinica svizzera dove incontrerà Gabrielle- un’ottima Marion Cotillard- in cura per i calcoli renali. Tra i due sarà amore, per molti versi folle. A questo proposito va detto che nonostante il fascino, Louis non è un uomo sentimentalmente spericolato. Per anni è stato legato all’attrice e regista Valeria Bruni Tedeschi (con cui ha adottato una bambina), finchè non si è innamorato di Golshifteh Farahani, attrice iraniana conosciuta sul set del suo cortometraggio da regista, La règle de trois. E oggi, tra alti e bassi- presunti o reali- sembra resistere anche la sua relazione con l’attrice e modella Letitia Casta.

Poco fa raccontava della difficoltà di trasformarsi in un personaggio molto distante da lei. Nel caso di questo ufficiale come ha fatto? «Per diventare un uomo molto vicino alla morte mi sono chiesto cosa mi mette a tappeto, da che tipo di guerra potrei tornare nella mia vita…».

Si è risposto? «Mi capita spesso di sentirmi depresso, combatto tutto il tempo con l’ansia e quando non lo faccio sono appunto depresso (pausa, ndr). Però il mio personaggio usa l’oppio, e la depressione in quel caso diventa una cosa diversa: non senti più la sofferenza ma la stanchezza (ride, ndr). Per calarmi nei panni dell’uomo idealizzato di cui si innamora Marion ho cercato di essere anche neutrale, come un oggetto su cui si possono proiettare molte cose».

Un po’ come facciamo tutti con le star del cinema come lei? «Esattamente. Non rido mai nelle foto, e questo lascia spazio alle fantasie di chi mi osserva. Però da quando ho scoperto che i blogger ci costruiscono sopra delle leggende, ho cambiato attitudine. Adesso sorrido a metà, anche sui red carpet, perché ho un naso grosso e se esagero la mia faccia diventa disastrosa».

Ricorda il momento in cui ha deciso che sarebbe diventato un attore? «Difficile dirlo, la prima volta che ho recitato è stato in un film di mio padre, Les Baisers de Secours. Avevo sei anni, sul set c’erano anche mia madre, mio nonno, la ex di mio padre (la cantante Nico, che ha recitato in molti dei suoi film, ndr), non so è stata una scelta. Però ricordo il momento in cui ho detto “vorrei i miei soldi, quelli che avete messo in banca!”, perché quando si recita da bambini i tuoi guadagni vengono depositati su un conto».

Sua padre, che l’ha “uccisa” in due delle quattro pellicole in cui l’ha diretta, cos’ha avuto il coraggio di risponderle? «Che li aveva usati per comprarmi i vestiti e il cibo! Forse ho fatto l’attore per riavere indietro quello che mi spettava».

Di altri motivi ne rintraccia? «Quando sono tra le persone mi sento responsabile dell’atmosfera, nei momenti in cui sembra che tutti si annoino sento di dover intrattenere. È così da quando avevo 13 anni».

Cos’è lo stile per lei? «Non è una parola che uso spesso, ma in francese c’è un’espressione che dice “smetti di fingere”, quello è stile».

Come va l’amore? «Come in Indiana Jones, è pieno di pericoli, gioie e speranza, perché una storia contiene proprio tutto. Sono stato da solo un anno, nella mia vita, e non ero certo felice: senza la presenza di una donna che amo la vita è più difficile».

Sempre più uomini lo ammettono… «Essere in due rilassa qualcosa e aiuta a vivere, ci si sente meno in pericolo, ci si aiuta».

Posso dire di non averla mai vista così felice? «Davvero? Sarà perché ho iniziato a fumare un liquido per sigarette elettroniche che si chiama “London gin”, mi fa sentire come la regina Elisabetta…».

Articolo pubblicato su Io Donna il 18 marzo 2017

© Riproduzione riservata 

Caterina Murino, fiore di Sardegna

26 domenica Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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Casino Royale, Caterina Murino, Chi salverà le rose?, cinema, gioielli, Personaggi

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L’attrice Caterina Murino, 39 anni.

“Sardegna” e “casa sono due parole che pronuncia spesso. Originaria di Alghero – ma residente a Parigi dopo il grande successo di Il bandito corso, 11 anni fa- Caterina Murino ha girato nella campagna sarda vicino casa un vero gioiellino, nelle sale dal 25 marzo. Chi salverà le rose?, spin off di Regalo di Natale di Pupi Avati, è l’opera prima del regista isolano Cesare Furesi, una storia d’amore speciale che ha per protagonisti Carlo Delle Piane e Lando Buzzanca. La Murino interpreta Valeria, figlia conflittuale che comprenderà dinamiche del passato e un amore mai espresso per il padre anche grazie al sopraggiungere di una malattia. «Cesare ha scritto un film molto autobiografico, per questo è toccante. La sua è una visione della vita amara ma ricca di ironia», racconta. «È stata un’esperienza incredibile e difficile lavorare con tre attori monumentali di 80, 82 e 86 anni (c’è anche Philippe Leroy, ndr). A volte perdevano la memoria, ed è un evento doloroso da osservare per un’attrice». Una cinquantina di film all’attivo tra tv e cinema- tra cui Casino Royale con Daniel Craig, The garden of Eden di John Irvin e Ustica di Renzo Martinelli- nella vita vera Caterina è legatissima ai suoi genitori, un dirigente dell’Enel e una casalinga ex mezzo soprano d’opera.

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Caterina Murino e Mena Suvari in The garden of Eden di John Irvin (Courtesy of Movie Still database).

«Diversamente da quello che recito nel film in casa nostra non esiste il non detto, non lo sopporterei. L’anno scorso entrambe i miei si sono ammalati di cancro, uno dopo l’altro, mio padre proprio durante le riprese del film. Sono due leoni e ce l’hanno fatta, oggi li ammiro ancora più di prima». Quattro i film dell’attrice in uscita quest’anno. Voice from the Stone, accanto a Emilia Clark, è girato in un castello fiorentino ed uscirà ad aprile in Usa. Sempre in un castello, ma nel milanese, è ambientato Il manoscritto di Alberto Rondalli, in cui interpreterà una principessa del Settecento. Mentre nella serie Deep di Jean F. Julian (uscirà in tutto il mondo sulla nuova piattaforma per cellulari lanciata da Canal +) sarà una campionessa d’apnea. Ed è previsto per l’autunno Et mon coeur transparent, tratto dal romanzo di successo di Véronique Ovaldé, in cui sarà una terrorista dell’ecologia. Gemmologa, sta attirando l’attenzione internazionale anche per la sua nuova linea di gioielli. «Il mio è un omaggio alla storia millenaria dei nostri preziosi. Vent’anni fa c’erano 400 artigiani a lavorare la filigrana sarda, oggi solo nove. Per questo ho fatto produrre la mia linea quasi interamente in Sardegna, e ne vado fiera».

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L’attrice in una scena di Chi salverà le rose? di Cesare Furesi.

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 marzo 2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

Samuel L. Jackson: «Io violento? No, mi dipingono così».

16 giovedì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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black power, cinema, fashion, Icon, icona, interviste, Quentin Tarantino, Samuel L. Jackson, Skull Island, stile, uomo, Warner Bros

VOLEVA ESSERE IL JACQUES COUSTEAU NERO. E SI SENTE UN PITTORE DELLA RECITAZIONE. CONVERSAZIONE CON UN’ICONA DEL CINEMA CHE HA GIRATO PIU’ DI 150 FILM. E CHE NON TEME DI “SVUOTARE IL SACCO”, NE’ DI SBANCARE IL BOTTEGHINO

«Sono cresciuto nel Tennesse, il clima caldo e umido mi piace moltissimo. Alle Hawaii ci sono ottimi green e io sono un avido giocatore di golf. Inoltre vivendo a Los Angeles apprezzo molto quei quindici minuti al giorno di temporale. Ho vissuto per tre mesi in una casa sull’Oceano circondata da rocce, osservavo i fulmini arrivare dal cielo e sentivo la tempesta che batteva sulle vetrate, era una meraviglia». Siamo sulla terrazza di un hotel nel cuore di Beverly Hills. Dalla strada arriva il rombo delle auto di lusso che scorazzano sulla Sunset Boulevard, mentre questo uomo alto, elegante e dai modi raffinati mi racconta dei viaggi per le riprese dell’ultimo Kong: Skull Island, il film di Jordan Vogt-Roberts nelle sale dal 9 marzo. Ci sono almeno due aspetti che sorprendono incontrando Samuel L. Jackson di persona. Il primo è che l’icona di Spike Lee e Tarantino parla a ritmo di rap. La seconda è che dimostra quindici anni meno di quelli che ha. Nel prossimo film sarà il tenente colonnello Packard che sta per tornare a casa con i suoi soldati alla fine di un conflitto dall’esito non chiaro. Riceve una telefonata con la richiesta di scortare un gruppo di scienziati su un’isola del Pacifico, e sarà la sua ultima spedizione. Jackson si trasformerà in una specie di capitano Achab e King Kong- che sull’isola scopriremo essere un vero re- sarà la sua balena bianca. «Dopo le Hawaii e l’Australia le riprese si sono spostate in Vietnam, e lì ho visto una vera magia», continua. «Hanoi è come essere a New York, ma fatti di crack, e nella campagna circostante trovi una pace speciale. Andavo a lavorare alle cinque del mattino e vedevo centinaia di bambini dirigersi a scuola in bicicletta, gli uomini che si muovevano dalle risaie con i loro bufali d’acqua. Quello stile di vita comune, là fuori, ti da la sensazione che il comunismo non può essere così tremendo. Intendo il comunismo come lo vivono loro». Indossa coppola e giacca di una renna molto leggera, con pantaloni in lino color petrolio, e in poche frasi mi ha già detto tutto del suo mondo: golf, droghe, recitazione e politica sono temi che affronteremo poco dopo. Nel frattempo ho rintracciato il suo terzo marchio di fabbrica: l’attore che ha pronunciato 171 volte e in 27 film la parola “mother fucker” è talmente articolato nella conversazione da far pensare che i dialoghi proverbiali di Jules Winnfield (Pulp fiction), del Maggiore Marquis Warren (The Eightful Eight) o di Purify (Jungle Fever) li abbia scritti lui.

Tra poco vedremo le nuove avventure di King Kong, l’anno scorso era in Tarzan, un’icona del cinema accetta grossi blockbuster solo per denaro? «Scelgo questi film perché erano quelli che volevo vedere da bambino ed erano fatti della stessa materia dei sogni. Da piccolo vuoi stare con Tarzan, vivere nella giungla e vederlo combattere i leoni. È un ambiente piacevole in cui recitare, lo faccio molto volentieri».

Il film visto da bambino che le ha cambiato la vita? «Ne guardavo moltissimi nei weekend. Ero figlio unico, ho sempre fantasticato. Ero costantemente in un altro mondo e in un altro tempo, fino al punto in cui ho capito che non avrei mai vissuto dove mi trovavo, e che sarei stato un altro. Eppure fare l’attore non era realistico per la persona che ero, per chi ero sarebbe stato ipotizzabile diventare avvocato, insegnante o medico».

Invece è finito nel Guinness dei primati per aver realizzato il record di incassi al botteghino: com’è successo? «Ho pensato molto a come sono arrivato qui. Credo che il seme risalga alla sorella di mia madre. Era un’insegnante di arti performative e da molto piccolo ho vissuto in casa sua. Mi vestiva con abiti di scena e io “recitavo”, avevo tre anni. Mi piaceva quando le persone che venivano a trovarla applaudivano e mi dicevano “sei proprio bravo…”. Più avanti, al college, frequentando un corso per parlare in pubblico (consigliatoli per superare una lieve balbuzie, ndr), l’insegnante mi ha offerto di recitare L’Opera da tre soldi e io ho accettato. Mi ha appassionato così tanto da darmi di nuovo una ragione per entrare in classe».

Era uno che marinava? «Spesso e volentieri, ma da quel momento mi sono sentito incoraggiato, ho percepito la serietà di quello che facevo e la chance di una carriera anche per me. È stata la luce in fondo al tunnel».

Proprio ai tempi del teatro fumava erba, beveva e usava l’LSD. «Ero fuori di testa per la maggior parte del tempo, ma avevo una buona reputazione, ero sempre in orario e sapevo le battute alla perfezione. Però avevo un problema di dipendenze ed ero stufo, è così che ho deciso di disintossicarmi. Nel mezzo della riabilitazione ho capito che avevo fatto tutto quello che mi era stato detto di fare, bevevo alle feste perché la gente di teatro lo fa, e poi perché i famosi si devono comportare così e così, ma io avevo una mia individualità. Mi sono detto “e se dessi il meglio di me, senza usare nessuna sostanza, cosa succederebbe?”. All’improvviso è cambiato tutto».

Non ha più sgarrato? «No perché ho compreso che essere sobrio ed essere me stesso erano due cose correlate, e che sgarrare avrebbe significato tornare a vivere come vivevo prima. Essendo chiaro cosa preferivo, non c’è più stato pericolo».

In Django Unchained ha incarnato il personaggio nero più detestabile della storia del cinema, e in genere sembra avere una specie di predilezione per i personaggi intelligenti con una forte inclinazione per la violenza: da dove viene questa attitudine? «Non so se i personaggi sono davvero intelligenti, di sicuro ce ne sono alcuni più intelligenti di altri. Osservo molto come si comportano le persone, lo faccio mentre guido, viaggio, cammino. Leggo moltissimi romanzi, saggi e science fiction, mi piace prendermi la libertà di immaginare il livello di istruzione e di intelligenza di una persona, captare se ho davanti un uomo di mondo, un viaggiatore, se ha avuto esperienze militari e quanto è sofisticato. È in base a questi elementi che decido di dare più o meno comprensione e compassione ai miei personaggi, li costruisco per poi incarnarli».

Definirebbe Tarantino è un regista “violento”? «La violenza è un ingrediente dei suoi film, ma c’è anche molto altro. Con lui si filosofeggia parecchio, le persone raccontano molto di sé, come si sentono, come vedono il mondo e tutti sembrano avere un punto rottura, cose o persone che non tollerano. E agiscono proprio su quello, in modo molto peculiare. La forza viene loro dall’avere un certo punto di vista».

Qual è il confine tra la forza e la violenza? «Una certa dose di contenimento mista a compassione per gli esseri umani. Una persona normale non assalirebbe fisicamente un suo simile perché capisce le conseguenze di ciò che fa. Questo include la comprensione di diversi aspetti, che non devi fare male all’altro, che il corpo ha una certa dose di fragilità, che le tue azioni hanno delle conseguenze. La comprensione e una certa compassione per la condizione umana segnano quel confine, e i valori della persona determinano se cadrà preda della furia cieca o meno».

In che modo gestisce gli impulsi violenti? «Non ne ho. Mi arrabbio, ma non ho mai dato un pugno in faccia a nessuno, né ho sentito il bisogno di sparare a qualcuno o fargli del male perché non riesco a fargli capire qualcosa. Eppure la gente mi insulta quotidianamente. Sono su Twitter e FB, e tutti si sentono in dovere di dirmi quello che gli passa per la testa. Ma non reagisco mai in modo duro, non alimento l’attenzione che vogliono».

La sua attitudine verso la sensibilità e la fragilità, invece? «Sono sensibile verso la gente che mi tratta diversamente, non voglio si pensi che mi aspetto un trattamento privilegiato. La fama ha aspetti positivi, non fai la coda per prendere un aereo o entrare in un ristorante, puoi guidare la tua macchina fino alla porta di un locale invece di arrivarci a piedi. Ma sono attento al mondo che mi circonda e so di poter usare la mia notorietà per creare un certo livello di consapevolezza. La gente non sopporta che gli attori abbiano visioni politiche, ma devo difendere quello in cui credo, e sono sempre stato un animale politico».

È vero che ha lasciato il college per un anno, è stato membro delle Black Panthers, l’hanno sospesa dal Morehouse College per aver preso in ostaggio alcuni membri del Consiglio di fondazione- tra cui il padre di Martin Luther King– finchè un giorno l’FBI non è venuta a casa di sua madre per dirle che ha rischiato che le sparassero? «Mi sono occupato di diritti civili ma non sono mai sto membro della Pantere Nere, anche se le ho sempre capite. Sono nero e lo sono da sempre, sono sensibile ai problemi razziali che non sono mai stati circoscritti né a un certo periodo storico né a una zona del mondo. Le razze sono sempre state un problema, lo sono tutt’ora».

Condivide l’opinione secondo cui con Obama le cose sono peggiorate? «No, se ne è solo parlato di più perché molte persone non sono state contente di avere un presidente nero. Fuori da questo paese avete pensato che fosse fantastico che l’America fosse finalmente abbastanza cresciuta da eleggere un presidente di colore, si sarebbe pensata la stessa cosa se avessimo scelto una donna per la Casa Bianca».

Invece? «L’America non ama le donne al comando, a prescindere dal fatto che la Clinton sarebbe stata ideale o meno. Ma il problema è che di Obama la prima cosa che è stata vista non è la sua intelligenza: hanno detto subito “wow, è un presidente nero”. Questo è il seme del razzismo».

 Su Twitter Trump ha detto di non conoscerla, ma pare non sia vero. «Abbiamo giocato a golf insieme due volte».

Perché lo nega? «È semplicemente la natura di quello che fa, crea una sua versione dei fatti. Uno potrebbe pensare che non se lo ricordi, invece lo ricorda benissimo».

C’è qualcosa che si aspetta da lui? «No, e credo che non mi occuperò di questioni politiche per un po’. Vediamo cosa succede».

Il King Kong del suo prossimo film è stato descritto come una bestia ferale e un essere incompreso. Ma è anche un re che se ne sta per i fatti suoi, sulla sua isola è una specie di dio: lei si sente un po’ così, a Hollywood? «Chi, io? (scoppia a ridere, ndr) ».

In 40 anni di carriera ha girato 150 film. «Vado a lavorare tutti i giorni perché sento che è quello che devo fare e soprattuto che amo fare. Il mio lavoro mi nutre, e non credo siano in molti a poterlo dire del proprio. In realtà non vedo nemmeno quello che faccio come un lavoro, ma come il privilegio di poter uscire e creare qualcosa. Come un pittore e uno scrittore, ho l’opportunità di raccontare storie e fingere di essere qualcun altro».

Ha girato anche cinque film in un anno, per caso è un workaholic? «Quando un pittore finisce un quadro e lo mette ad asciugare non aspetta tre mesi per passare a un altro, perchè dovrei farlo io? Il mio bisogno di creare, a modo mio, è appunto un bisogno. Posso finire un film un giorno e andare su un nuovo set il giorno dopo, senza problemi».

Non sente mai il bisogno di cazzeggiare? «Normalmente a luglio non lavoro, volo da voi in Italia o in Francia. Adoro Capri, Napoli e la riviera, mi piace spingermi giù, fino verso la Sicilia».

È vero che sognava di lavorare in mare? «Prima di quel corso in teatro volevo diventare il Jacques Cousteau nero. Adoro nuotare e mi piace guardare documentari sull’oceano. Credo che sia la nostra prossima forma di vita sostenibile. Stiamo distruggendo la terra, spero non faremo lo stesso con il mare…».

Storia di copertina pubblicata su Icon Panorama di marzo 2017.

© Riproduzione riservata 

 

 

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