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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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D’accordo, mi chiamo Depp. E allora?

02 venerdì Giu 2017

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Cannes2017, Chanel, Cristiana Allievi, Io danzerò, Johnny Depp, Karl Lagerfeld, Lily-Rose Depp, Vanessa Paradis

18 ANNI APPENA COMPIUTI, HA PRESO LA BELLEZZA DI MAMMA VANESSA PARADIS E L’INTENSITA’ PIRATESCA DI PAPA’ JOHNNY DEPP. MA VERE GENITORI COSì FAMOSI NON FRENA LILY-ROSE DAL PROVARCI CON IL CINEMA: COSì SARA’ ISADORA DUNCAN

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Lily-Rose Depp sul red carpet di Cannes 2017 (courtesy of IBTimes UK)

È la primogenita di una famiglia bella e ingombrante, perché se per mamma hai Vanessa Paradis e per padre Johnny Depp. ti tocca essere diva sin da piccola. E lei lo è, fino al midollo. A soli 18 anni (compiuti il 27 maggio) pochi giorni fa ha sfilato sul red carpet del festival di Cannes sfoggiando quel suo sguardo sornione e profondo sopra una maglia che, causa assenza di reggiseno, lasciava immaginare tutto. Magnetica e sfrontata come una piratessa, bella come una modella. Non è un caso se Lily Rose Depp è stata scelta da Chanel come testimonial. Di più:  durante l’ultima Paris fashion week lo stilista Karl Lagerfeld è uscito sulla passerella a braccetto con lei, consacrandola propria  musa (anni fa ad essere musa di Kaiser Karl era proprio mamma Vanessa). I quasi tre milioni di follower su Instagram hanno molto apprezzato. E lo fanno anche adesso che inizia la sua ascesa al cinema (dopo un cameo nell’horror comedy del 2014, Tusk, e dopo una parte nell’altrettanto grottesco Yoga Hosers). In aprile è apparsa in Planetarium, come sorella di Natalie Portman, e dal 15 giugno arriva con la sua vera prima prova da attrice: sarà in Io danzerò, esordio alla regia di Stephanie Di Giusto passato da Cannes l’anno scorso, film su Isadora Duncan, ballerina-mito vissuta a cavallo tra Otto e Novecento.

Cosa ha scoperto di sé nei panni di un’icona come Isadora Duncan? «Di lei sapevo che era un mito, ma non conoscevo la sua filosofia né quante cose avesse trasformato nel mondo della danza. È stata la prima a mostrare il corpo in un certo modo, e non amava fare prove. La cosa migliore per lei era ciò che emerge da dentro, che non si ottiene faticando per ore. Mentre la sua “rivale”, Loie Fuller era un’artista che lavorava fino alla sofferenza fisica».

 Lei è più incline al perfezionismo o alla naturalezza? «Sono a metà tra le due. Per questo ruolo ho cercato di lasciar andare me stessa, per avvicinarmi al personaggio, ma nella vita reale sono perfezionista. Ho sempre voluto essere brava in quello che faccio, ma non arriverei a soffrire».

Come si è preparata fisicamente per fare la ballerina? «Molta della danza che vede è veramente mia, ci ho lavorato sodo. Ma occorrono anni per arrivare a quel livello e avevo solo due mesi, quindi per i passaggi molto tecnici ho avuto una controfigura».

Nella vita vera è competitiva? «Non lo sono mi stata, ed è divertente recitare qualcuno di così distante da me. Ancor più interessante l’aspetto manipolatorio e seduttivo del personaggio».

 Come si può pensare a una carriera nel cinema senza essere competitivi? «Si deve essere determinati, e voler lavorare sodo, ma è diverso dall’essere competiviti. Per come la vedo io devi solo mettere le esitazioni da parte, sono quelle che ti tirano giù».

Quando ha capito che voleva fare l’attrice? «A 15 anni quando sono apparsa cinque minuti in Tusk, per divertimento. Non avevo mai fatto lezioni di recitazione, ma mi ha subito divertita».

 Chiamarsi Depp aiuta o ostacola? «Non posso negare che il nome porta con sé una certa pressione. Ma le dico una cosa, non accetterei mai un ruolo perché il mio nome attira attenzione. Sono piuttosto brava a leggere le intenzioni delle persone, mi sposto molto velocemente».

La lezione più importante imparata dai suoi genitori? «Fidarsi dell’istinto, sono stati i miei nonni a passare questo messaggio a entrambi. So che cosa voglio fare e come arrivarci, e quando sento una cosa nelle viscere so che devo procedere, se esito so che è meglio lasciar perdere».

“Mi conosci e non mi conosci” (lo slogan del video di Chanel n. 5 L’Eau) le calza a pennello… «Del resto Karl è un genio, non c’è nessuno come lui al mondo. È il genere di talento che non abbassa mai l’asticella, lo conosco da quando avevo otto anni e per me è come un parente. Chanel è una specie di famiglia che mi ispira parecchio, e sono praticamente cresciuta con loro».

Sulla sua famiglia si è detto di tutto ultimamente (la separazione dei suoi e i guai che hanno seguito Johnny Depp da allora), come si protegge? «Quando sei un personaggio pubblico in qualche modo autorizzi gli altri a dire quello che pensano di te, e ovviamente anche io ho i miei sentimenti. Ma so già tutto di me stessa e non leggo le opinioni di chi nemmeno mi conosce. Per me conta solo quello che pensa la mia famiglia».

Intervista pubblicata su Panorama dell’1 giugno

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Festival di Cannes 2017: i vincitori, il bilancio, le polemiche

28 domenica Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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bilanci cannes, Cannes 2017, cinema, Diane Kruger, Joaquin Phoenix, Loveless, polemiche, premiati, The square

Chi è salito in vetta e chi meritava di più, le storie di cui parleremo ancora e le cose che invece non vorremmo rivedere nella prossima edizione

È quasi metaforico che la Palma d’Oro per il 70° del festival di Cannes sia stata assegnata allo svedese The square, di Ruben Ostlund, un film sulla decadenza del mondo dell’arte (e non solo quello).

Pochi secondi prima di annunciare il titolo, il presidente di giuria Pedro Almodovar ha dichiarato “tutto dipende dalla luce”, un’altra frase variamente interpretabile, in questa annata che verrà ricordata come la più povera di film davvero degni del festival di cinema più importante del mondo.

E proprio quest’anno è stato assegnato un premio eccezionale per il 70° anno: lo ha vinto Nicole Kidman, che con un video messaggio ha ringraziato Sofia Coppola e il festival, «grazie di esistere». Un premio meritato, se si pensa che l’attrice e produttrice australiana era presente sulla Croisette con ben quattro film, di cui due in concorso, L’inganno, proprio della Coppola, e The Killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos.

Il gran premio della giuria è andato a 120 Battements par minute di Robin Campillo, che in molti avrebbero voluto Palma d’oro, così come non ha convinto la miglior regia attribuita a Sofia Coppola, che con un video messaggio ha ringraziato sua madre, per aver sostenuto l’arte nella sua vita, e Jane Champion, per essere un modello artistico.

I due premi che hanno messo d’accordo tutti, o quasi, sono stati quelli alla miglior attrice, Diane Kruger, e al miglior attore, Joaquin Phoenix. La prima era sensibilmente toccata, «dedico la mia vittoria alle vittime della strage di Manchester, e a chi ha perso parte della propria vita», ha dichiarato con la voce spezzata. Mentre Phoenix ci ha messo un bel po’ ad alzarsi dalla poltrona per andare sul palco, visibilmente sorpreso. La spiegazione possibile è che avendo visto il suo You were never really here vincere il premio per la miglior sceneggiatura, pensava i giochi fossero chiusi. Invece proprio la sceneggiatura, che quest’anno è stata premiata a pari merito in due film, è la scelta più contestabile del festival.

Sono stati premiati infatti i questa categoria The killing of a sacred deer di Lanthimos e il film già citato di Lynne Ramsay, e soprattutto questo secondo non trova affatto la sua forza nella storia, ma nella regia e nella recitazione di Phoenix.

Anche il Premio della giuria, andato a Loveless, ha suscitato perplessità: il film del russo Andrey Zvyaginstev meritava di vincere un premio più importante.

Ma premi a parte, questa edizione sarà ricordata come l’edizione delle polemiche.Prima fra tutte quella che ha coinvolto Netflix, scoppiata per i titoli di Noah Baumbach e Bong Joon Ho, The Meyerowitz Stories con Dustin Hoffman e Adam Sandler e Okja con Tilda Swinton. Polemiche necessarie, che hanno fatto chiarezza sul dna del festival: dal 2018, ha dichiarato Thierry Fremaux, Cannes accetterà in concorso per la Palma d’Oro solo film pensati per uscire sul grande schermo.

Hanno fatto molto discutere anche i ritardi e le lungaggini delle procedure di sicurezza per entrare al Palais des Festival, con apertura delle borse una a una. Si ringrazia per aver scoraggiato atti di terrorismo, ma bisogna trovare un modo per snellire le code.

E per chiudere in bellezza, anche vista l’estate alle porte, vale la pena spendere una parola sulla Grecia, una specie di protagonista silenziosa. Almeno di tre film. In Sea Sorrow, proiettato fuori concorso, la regia esordiente Vanessa Redgrave la osanna come la terra capace di insegnare al resto del mondo come vanno trattati i rifugiati. In The killing of a sacred deerviene invece citata mitologicamente. Il cuore della storia è un parallelismo con il sacrificio di Ifigenia, figlia minore di Agamennone, che il padre sacrifica solo per andare a Troia, quindi per il potere. In ultimo la si vede in Aus Dem Nichts di Fatih Akin, come la terra che accoglie l’ultimo atto della sua protagonista, proprio Diane Kruger. Un gesto che diremo solo sembrare incomprensibile, per non svelare il finale del film, e che a detta della stessa attrice «ognuno dovrà spiegarsi a modo proprio». Un po’ come questa edizione del festival.

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Good Time, Robert Pattinson diventa un criminale da applausi

27 sabato Mag 2017

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, fratelli Safdie, Good time, GQ Italia, recensioni, Robert Pattinson

L’ex teenager da botteghino si trasforma una volta per tutte nelle mani dei fratelli Safdie, o meglio della loro «energia autentica e selvaggia». E partecipa alla sceneggiatura di un film che è più volte un pugno nello stomaco. E per cui si aggiudica sei minuti di standing ovation

La nona giornata del festival di Cannes ha proposto il brillante Robert Pattinson di Good Time, diretto dai fratelli Josh e Benny Safdie, due bravi del cinema indipendente. L’ex vampiro di Twilight veste i panni di un disgraziato immerso nelle strade della New York degradata del Queens.

Gli occhi pallati, l’aria tutt’altro che in sé, si trascina dietro, per una rapina in banca, il fratello affetto da ritardo mentale: i due si infilano in un casino via l’altro, in una spirale negativa che non molla lo spettatore neanche per un minuto.

Scappa Pattinson, scappa per tutta la notte, dopo che la sua rapina è andata male, ed è sudato, trafelato e a caccia di una via d’uscita per tutto il tempo. Nella sua trasformazione in “villain” si tinge persino i capelli di biondo platino, e gira per le strade tra delinquenti veri.

A guidarlo è la bravura dei Safdie, che a Cannes avevano già portato Lenny and the kids (e successivamente alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia Mad Love in New York). «Abbiamo preparato in film in modo molto speciale», racconta Pattinson, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura. «Amo l’energia dei Safdie, sento che è autentica e selvaggia».

L’attore è ormai di casa sulla Croisette, dove negli anni ha presentato Cosmopolis, The rover e Maps to the stars, ma questo è un film in concorso, ed è un’altra cosa. «Volevamo fare qualcosa di espressamente adatto a lui, e abbiamo lavorato a un’idea di ossessione scrivendo la storia insieme. Ci ha fatto un sacco di domande, Rob è peggio di qualsiasi sceneggiatura, non sapevamo quanta passione avesse».

L’attore inglese è sincero quando racconta che c’è stato qualcosa di mai sperimentato nei film precedenti. «Ho incontrato molte persone che ti dicono di fare tutte le domande che vuoi, anche su dettagli che sembrano stupidi, ma non ho mai trovato questa disponibilità. Stavolta ho sentito che ogni domanda era bene accolta, e che non era mai il momento sbagliato per farla. Non mi era mai capitato nemmeno di sperimentare questo livello di intensità su un set, in cui si guida a 200 all’ora e ci si sente dire “fa niente se i freni non funzionano bene!”, mi sono molto divertito».

In questo film guerriglia style è un vero disperato. «Connie èun uomo a cui non importa di nessuno, ed è inconsapevole di quello che gli accade intorno. È un po’ la stessa cosa che è successa a me come attore, per il resto non ho molto in comune con lui».

I fratelli Safdie hanno messo tutta la loro esperienza passata in un lavoro che flirta col genere pulp e soprattutto con Martin Scorsese. «Non avevamo punti di riferimento, quando abbiamo girato il film, e poi l’ispirazione non viene da altri film, ma dalla vita reale. Per noi contano certe amicizie, e la nostra ossessione per le serie tv sui poliziotti. Si trovano più verità lì che altrove, per questo i poliziotti sono persone con cui vorresti passare un sacco di tempo».

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Elton John: The cut, le hit storiche si fanno corti d’autore. E spunta Spike Lee

24 mercoledì Mag 2017

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Cannes 2017, Elton John, Elton John: The cut, Spike Lee, video

Con un concorso assieme a Youtube Elton John premia tre giovani talenti imbattibili nel tradurre in videoclip alcuni dei suoi classici, poi, intervistato da un regista cult si lascia andare a una riflessione utilissima su arte visiva e musica

«Volevamo che la nostra musica fosse disponibile per altre generazioni. E poi l’adrenalina dei nuovi talenti è meravigliosa, ci piace molto sostenere i giovani».

Con queste parole Elton John, artista pop rock con 400 milioni di dischi venduti all’attivo, racconta l’idea di Elton John: The cut, una competizione globale voluta per creare i video ufficiali di tre famossissimi brani del baronetto che ne erano ancora sprovvisti.

Al richiamo hanno risposto talenti creativi ancora sconosciuti da 50 paesi, e ad avere la meglio sono stati Majid Adin e l’animazione che ha proposto per Rocket Man, Jack Whiteley e Laura Broownhill che hanno creato le coregrafie per Bennie and the Jets, infine Max Weiland con una sorta di live action pensato per Tiny dancer.

Il cantautore e musicista britannico è approdato a Cannes insieme a Bernie Taupin, e i due hanno festeggiato 50 anni esatti di collaborazione artistica assistendo all’anteprima mondiale dei tre corti.

Subito dopo la proiezione è salito sul palco del cinema Olympia nientemeno che Spike Lee, due volte nominato all’Oscar (prima di vincere quello alla carriera), che ha intervistato personalmente Elton e Bernie. Ecco i passaggi migliori di questo inco

SL. Ho avuto la fortuna di frequentare grandi musicisti come Michael Jackson, Prince, Miles Davies, Stevie Wonder, e di chiedere loro qualcosa sulla canzone particolare che tutti hanno. Lo chiedo anche a voi, come arriva quella canzone?

EJ. «Da cinquant’anni tutti i miei pezzi arrivano prima a Bernie, che scrive le parole, poi io vado in un’altra stanza e scrivo la musica. L’unica eccezione in cui è arrivata prima la melodia è stata Sorry seems to be the hardest word».

BT. «Sono andato a trovare Elton nella sua casa di Los Angeles e mi ha detto “mi è venuta quest’idea”. Me l’ha fatta sentire e ho pensato subito al titolo. Don’t break my heart è stata l’altra eccezione, ci siamo sentiti al telefono e dopo che mi ha fatto ascoltare la melodia gli ho detto “dammi cinque minuti, ti richiamo con le parole…”».

SL. Decidete insieme che storia raccontare?
EJ. «Dalla prima canzone fatta fino a oggi, non ho mai saputo che tipo di storia verrà fuori. Quando leggo le parole di Bernie cerco di immaginare la musica, un po’ come hanno lavorato i tre artisti che hanno fatto i nostri video, hanno ascoltato le nostre canzoni cercando di visualizzare delle immagini. È come se avessero fatto il botox ai pezzi!».

SL. Come vi siete conosciuti, 50 anni fa?
EJ. «Bernie aveva 17 anni e io 20, suonavo in una soul band. Grazie a Long John Baldry, che aveva un certo successo commerciale, siamo finiti in quei club in cui la gente cena mentre ascolta la musica, una cosa che ho sempre odiato. Mi sono detto che quello non era il motivo per cui volevo fare il musicista».

SL: E allora cosa hai fatto?
EJ. «Ho scritto un paio di canzoni e le ho registrate con la mia band, poi ho risposto a un annuncio su un giornale musicale, era della Liberty records che aveva aperto un ufficio a Londra. Negli uffici ho incontrato un uomo, Ray Williams, che mi ha chiesto cosa sapevo fare. Ho risposto “so cantare e scrivere, ma non le parole”. Mi ha dato una busta dicendo “questo signore le sa scrivere…”. Era un testo di Bernie, e come dico spesso anche ai miei figli, da 50 anni a questa parte non abbiamo mai avuto una discussione».

SL: Non avere video è stata una scelta vostra o della casa discografica?
E. «Non esisteva questo processo, siamo preistorici (grandi risate, ndr)».
B. «Quando abbiamo visto il lavoro di questi tre ragazzi eravamo così eccitati che la prima cosa che ci siamo detti è “quali sono i prossimi?”. Le immagini danno cuore, mostrano come si può far parlare la musica ancora di più,danno un ulteriore twist».

SL: Non avere un video è come vivere in un’altra epoca.
E. «Noi siamo la generazione precedente a Mtv, e siamo fortunati, perché quell’emittente ha fatto esplodere anche un sacco di gente che semplicemente fa video, mentre gli artisti devono avere la musica. Ma è vero che se ce l’hai, un video, un disegno o uno stralcio di film la migliorano, ti fanno affondare dentro la melodia».

C’è un caso particolare, nei lavori che abbiamo appena visto, ed è quello di Majid Adin: era incredulo per il fatto di essere a Cannes a presentare un suo corto, quando solo un anno fa era un rifugiato. «Majid è riuscito a raggiungere Londra dall’Iran nel 2015, dopo essere passato dall’infame “jungle camp” di Calais. Laureato in Belle arti all’università, si sta ricostruendo una vita artistica in Inghilterra», spiega Elton John. «Con una simile esperienza personale, ha dato la prospettiva migliore ai temi chiave di Rocket Men, che sono la solitudine e il viaggio».

Articolo pubblicato da GQItalia.it 
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Kristen Stewart debutta alla regia, e non scherza

21 domenica Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Moda & cinema, Personaggi

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Cannes2017, Come Swim, cortometraggi, debutto alla regia, Kristen Stewart

Dai vampiri, ormai lontani anni luce, a incubi alla Cronenberg e onde alla Malick (ma senza maniera). Il primo corto da regista dell’ex ragazza di Twilight  fa capire di che pasta è fatta

Uno spaventoso e magmatico muro d’acqua si muove in slow motion. Poi l’onda s’infrange e un uomo sott’acqua si lascia andare alla sua forza, finendo col galleggiare sospeso in superficie. L’atmosfera di Come Swim, esordio alla regia di Kristen Stewart presentato al Festival di Cannes dopo essere passato dal Sundance, fa capire che non si scherza.

Col procedere delle immagini del cortometraggio si capisce che la realizzatrice sta raccontando un incubo, in cui il protagonista è prima sopraffatto dal mare, poi tremendamente assetato, nonostante continui a bere. Una voce fuori campo lo martella, anche con frasi di una ex fidanzata, che non riesce a uscirgli dalla testa. Il lavoro fa venire in mente un certo Cronenberg nelle scelte cromatiche ed estetiche, ma anche Malick nelle immagini delle onde e persino le opere di Anselm Kiefer, con quelle macerie a circondare il letto del protagonista, Josh Kaye.

Prima della proiezione a Cannes la Stewart era emozionata e non ha detto molto. Ma qualcosa aveva spiegato in un’altra circostanza, parole che rendono molto chiaro questo lavoro.

«C’è stata un’immagine che non mi ha abbandonato per molto tempo», ha raccontato. «Era un uomo che dormiva sul fondo dell’oceano, isolato e lontano da tutto. In realtà è un’immagine tremenda, ma evidentemente mi piaceva e ho cercato di capire come potevo esteriorizzare questo feeling. A volte il dolore prende strane forme, e ci sentiamo come se stessimo morendo e nessuno fosse mai stato male come noi… Poi ti guardi da fuori, e ti rendi conto di essere patetico, perché ce la farai, come ce l’hanno fatta tutti. Ecco, di questo si tratta».

L’attrice americana non specifica a chi si riferisce questaelaborazione di un lutto, ma se i conti tornano – ha anche dichiarato di aver scritto i dialoghi quattro anni fa – non è pensare alla rottura con l’ex partner di vita e di lavoro Robert Pattinson.

Ieri sera qui a Cannes ha sbaragliato tutti, sicura nel suo look grunge oro di Chanel e con la testa rasata. Ma ancora più raggiante di lei era il delegato generale del festival Thierry Fremaux, arrivato sul palco in smoking per presentare il corto della sua pupilla. Il festival di Cannes ormai l’ha adottata, presentarla nella veste di debuttante a un compleanno importante come questo 70° testimonia che Kristen è una specie di genio mediatico.
È proprio sulla Croisette che la si è vista crescere. Non era ancora terminato il ciclone Twilight che era già qui come personaggio di Jack Kerouac in On the road, nel 2012. Poi ha convinto davvero nei panni dell’assistente occhialuta della Binoche in Sils Maria, del 2014. Ma l’anno scorso, quando si è presentata con due film e due registri interpretativi parecchio diversi tra loro (quello di Cafè Society di Woody Allen e diPersonal Shopper di Assayas), sembrava aver raggiunto l’apice. Anche il look era radicalmente cambiato (un caschetto platino con la ricrescita nera). Non fossero bastati tutti questi argomenti, a far scorrere fiumi di inchiostro si era aggiunta anche una scelta (molto ponderata) dell’attrice americana: mettere da parte ogni incertezza sentimentale e dichiarare finalmente il proprio amore per la sua assistente, Alicia Cargile.

Con Kristen non ci si annoia mai, e con un’altra fidanzata all’attivo, la strepitosa modella Stella Maxwell, ieri sera ha fatto di nuovo centro reinventandosi nei panni della regista. Inutile dire che la proiezione di Come Swim è stata un evento annunciato. E, a proposito di tormenti e lutti, la colonna sonora del corto luttuoso è di St Vincent, una sua ex.

La rivedremo presto nei panni di attrice: in Underwater, su una catastorfe naturale, cui seguirà JT Leroy, sulla storia del “misterioso” scrittore di cui si sono innamorate varie celebrity, e quindi Lizzie, un thriller basato su un omicidio realmente accaduto nel 1892.

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Loveless, connessi senza amore

19 venerdì Mag 2017

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Alexey Rozin, Cannes2017, Concorso, cristianaallievi, Festival di Cannes, Loveless, Maryana Spivak

Nel nuovo film del regista russo di Leviathan, genitori così occupati con se stessi da dimenticare di avere un figlio. Lei attaccata al cellulare, come in trance. E il bambino? Che fine ha fatto il bambino?

Una coppia sta divorziando nel peggiore dei modi: litiga in modo feroce e convive sotto lo stesso tetto, in attesa di vendere la propria casa. È il figlio dodicenne a farne le spese, si nasconde dietro la porta della cucina e ascolta – non visto – le cose più terribili che si dicono i suoi genitori, e che fanno male soprattutto a lui.

A pochi minuti dall’inizio, e con una scena molto potente che mostra proprio la sua disperazione, il quadro è completo: il titolo del film, Loveless, “senza amore” (Nelyubov quello originale) si riferisce a tutti i protagonisti del nuovo film del regista russo di Leviathan, Andrey Zvyaginstev, che a Cannes corre di nuovo per la Palma d’Oro.

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Il regista di Loveless Andrey Zvyaginstev a Cannes con i protagonisti, Alexey Rozin e Maryana Spivak.

«Con i miei produttori parlavamo di che film girare, avevamo molte sceneggiature pronte», racconta. «Poi ho sentito questa storia di una coppia che stava divorziando e il cui bambino è sparito all’improvviso, e non abbiamo avuto dubbi sul trasformarlo subito in una sceneggiatura».

Alexey Rozin e Maryana Spivak incarnano due genitori così occupati con se stessi da dimenticare di avere un figlio. Zhenya è attaccata al cellulare, ed è molto impegnata a postare, chattare, fare selfie. È come in trance, e racconta molto bene un universo di persone che non sono più in contatto con quello che hanno davanti agli occhi. «È difficile dire se sono una madre che ama o meno il figlio, perché non è detto che si pensi davvero ciò che si dice, le cose sono più sottili e complesse di come sembrano», commenta la Spivak.

Per Rozin questo è il terzo film col regista, «però prima si era trattato di una serie: è diverso dall’affrontare un film. Stavolta ho sentito di più la forza direttoriale di Andrey, è un uomo educato che sa esattamente dove portarti».

La storia è ambientata in Russia ma i dialoghi – quelli che raccontano “terrificanti” verità sono per lo più in bocca alla madre – trascendono i confini geografici. Ogni tanto qualche elemento del film riporta al paese d’origine, come i luoghi.

Il produttore Alexander Rodnyansky ha lavorato a tutti gli aspetti pratici più delicati, facendo costruire esattamente i tre appartamenti che Zvyaginstev aveva in mente per raccontare la sua storia. Il primo è quello della ex coppia, gli altri sono le dimore delle nuove relazioni che i due protagonisti hanno già in corso.

Poi ci sono i monumentali e fatiscenti edifici abbandonati in mezzo alla natura. «Volevo posti in cui ci fossero ancora alberi vivi intorno, hanno trovato un teatro e una sala da banchetti in cui c’erano ancora i resti di un matrimonio del 2007».

Poi ci sono le immagini di frammenti di notiziari che scorrono in tv, che raccontano lo stesso fenomeno distruttivo che stanno vivendo i protagonisti. «Quelle immagini ci servono a combinare la vita in Russia con quella dei protagonisti. Ma è tutto un po’ metafisico, la perdita di qualcosa di fondamentale nella nostra vita resta il tema centrale del film», dice Zvyagintsev.

Anche l’associazione di volontari che aiuta i genitori nella ricerca del figlio scomparso è un elemento autoctono, oltre a un contraltare al tema della mancanza d’amore di cui sono vittime i protagonisti. «Per rendere tutto credibile abbiamo lavorato davvero con un’associazione molto nota in Russia, i cui volontari dedicano molto del loro tempo per ritrovare bambini scomparsi. Hanno molto successo nel paese, risolvono otto casi su dieci».

Col procedere del film lo spettatore è sempre meno interessato al futuro delle due nuove coppie e sempre più apprensivo verso il ritrovamento del bambino. Il bellissimo finale riporta alle immagini con cui apre il film, e sorprende per l’ultimo dettaglio mostrato.

Loveless sarà distribuito in Italia il prossimo autunno da Academy Two.

Articolo pubblicato da GQItalia.it

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Louis Garrel, «Non fatemi ridere»

29 mercoledì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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amore, attori, cinema, cristianaallievi, figlidarte, Laetitia Casta, Louis Garrel, Mal di pietre, Planetarium, Redoutable

«Non ho mai ucciso nessuno in vita mia. Le sembra che stia scherzando, ma è difficile capire un personaggio distante da come si è davvero. Questo uomo che uccide e ordina ad altre persone di fare altrettanto era uno sconosciuto, mi sono chiesto se ero in grado di interpretarlo. Io non so nemmeno fare a pugni, e non sono per niente coraggioso…». Tra una parola e l’altra Louis Garrel prende grandi boccate dalla sua sigaretta elettronica. Giacca blu, camicia bianca alla coreana e pantaloni scuri, per la prima volta da quando lo conosco non tiene il broncio per tutta la conversazione, fa battute e mi alzerò dal tavolo a cui siamo seduti senza la sensazione che mi sfugga qualcosa. Fatto non scontato, con un francese che è anche il rampollo di una famiglia di cineasti molto impegnati. Figlio del regista Philippe e dell’attrice e regista Brigitte Sy, Luois è anche nipote del due volte premio César Maurice Garrel. Non è un caso se Michel Hazanavicius lo ha voluto nei panni di Jean Luc Godard, cineasta simbolo della Nouvelle Vague. Con Redoutable ci dimenticheremo del conturbante Theo di The dreamers e del dandy di Saint Laurent (ma anche dei cartelloni della fragranza uomo di Valentino): Garrel avrà un’incipiente calvizie e pesanti occhiali neri. Ma molto prima, dal 13 aprile, sarà un leggero teatrante in Planetarium di Rebecca Zlotowski, pellicola ambientata nell’Europa degli anni Trenta, e ufficiale in Male di pietre, che dopo essere stato presentato allo scorso Festival di Cannes ha ottenuto otto candidature ai Cesar. La nostra conversazione inizia parlando proprio del film di Nicole Garcia, in cui interpreta un uomo che ha combattuto in Indocina ed è ricoverato in una clinica svizzera dove incontrerà Gabrielle- un’ottima Marion Cotillard- in cura per i calcoli renali. Tra i due sarà amore, per molti versi folle. A questo proposito va detto che nonostante il fascino, Louis non è un uomo sentimentalmente spericolato. Per anni è stato legato all’attrice e regista Valeria Bruni Tedeschi (con cui ha adottato una bambina), finchè non si è innamorato di Golshifteh Farahani, attrice iraniana conosciuta sul set del suo cortometraggio da regista, La règle de trois. E oggi, tra alti e bassi- presunti o reali- sembra resistere anche la sua relazione con l’attrice e modella Letitia Casta.

Poco fa raccontava della difficoltà di trasformarsi in un personaggio molto distante da lei. Nel caso di questo ufficiale come ha fatto? «Per diventare un uomo molto vicino alla morte mi sono chiesto cosa mi mette a tappeto, da che tipo di guerra potrei tornare nella mia vita…».

Si è risposto? «Mi capita spesso di sentirmi depresso, combatto tutto il tempo con l’ansia e quando non lo faccio sono appunto depresso (pausa, ndr). Però il mio personaggio usa l’oppio, e la depressione in quel caso diventa una cosa diversa: non senti più la sofferenza ma la stanchezza (ride, ndr). Per calarmi nei panni dell’uomo idealizzato di cui si innamora Marion ho cercato di essere anche neutrale, come un oggetto su cui si possono proiettare molte cose».

Un po’ come facciamo tutti con le star del cinema come lei? «Esattamente. Non rido mai nelle foto, e questo lascia spazio alle fantasie di chi mi osserva. Però da quando ho scoperto che i blogger ci costruiscono sopra delle leggende, ho cambiato attitudine. Adesso sorrido a metà, anche sui red carpet, perché ho un naso grosso e se esagero la mia faccia diventa disastrosa».

Ricorda il momento in cui ha deciso che sarebbe diventato un attore? «Difficile dirlo, la prima volta che ho recitato è stato in un film di mio padre, Les Baisers de Secours. Avevo sei anni, sul set c’erano anche mia madre, mio nonno, la ex di mio padre (la cantante Nico, che ha recitato in molti dei suoi film, ndr), non so è stata una scelta. Però ricordo il momento in cui ho detto “vorrei i miei soldi, quelli che avete messo in banca!”, perché quando si recita da bambini i tuoi guadagni vengono depositati su un conto».

Sua padre, che l’ha “uccisa” in due delle quattro pellicole in cui l’ha diretta, cos’ha avuto il coraggio di risponderle? «Che li aveva usati per comprarmi i vestiti e il cibo! Forse ho fatto l’attore per riavere indietro quello che mi spettava».

Di altri motivi ne rintraccia? «Quando sono tra le persone mi sento responsabile dell’atmosfera, nei momenti in cui sembra che tutti si annoino sento di dover intrattenere. È così da quando avevo 13 anni».

Cos’è lo stile per lei? «Non è una parola che uso spesso, ma in francese c’è un’espressione che dice “smetti di fingere”, quello è stile».

Come va l’amore? «Come in Indiana Jones, è pieno di pericoli, gioie e speranza, perché una storia contiene proprio tutto. Sono stato da solo un anno, nella mia vita, e non ero certo felice: senza la presenza di una donna che amo la vita è più difficile».

Sempre più uomini lo ammettono… «Essere in due rilassa qualcosa e aiuta a vivere, ci si sente meno in pericolo, ci si aiuta».

Posso dire di non averla mai vista così felice? «Davvero? Sarà perché ho iniziato a fumare un liquido per sigarette elettroniche che si chiama “London gin”, mi fa sentire come la regina Elisabetta…».

Articolo pubblicato su Io Donna il 18 marzo 2017

© Riproduzione riservata 

Caterina Murino, fiore di Sardegna

26 domenica Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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Casino Royale, Caterina Murino, Chi salverà le rose?, cinema, gioielli, Personaggi

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L’attrice Caterina Murino, 39 anni.

“Sardegna” e “casa sono due parole che pronuncia spesso. Originaria di Alghero – ma residente a Parigi dopo il grande successo di Il bandito corso, 11 anni fa- Caterina Murino ha girato nella campagna sarda vicino casa un vero gioiellino, nelle sale dal 25 marzo. Chi salverà le rose?, spin off di Regalo di Natale di Pupi Avati, è l’opera prima del regista isolano Cesare Furesi, una storia d’amore speciale che ha per protagonisti Carlo Delle Piane e Lando Buzzanca. La Murino interpreta Valeria, figlia conflittuale che comprenderà dinamiche del passato e un amore mai espresso per il padre anche grazie al sopraggiungere di una malattia. «Cesare ha scritto un film molto autobiografico, per questo è toccante. La sua è una visione della vita amara ma ricca di ironia», racconta. «È stata un’esperienza incredibile e difficile lavorare con tre attori monumentali di 80, 82 e 86 anni (c’è anche Philippe Leroy, ndr). A volte perdevano la memoria, ed è un evento doloroso da osservare per un’attrice». Una cinquantina di film all’attivo tra tv e cinema- tra cui Casino Royale con Daniel Craig, The garden of Eden di John Irvin e Ustica di Renzo Martinelli- nella vita vera Caterina è legatissima ai suoi genitori, un dirigente dell’Enel e una casalinga ex mezzo soprano d’opera.

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Caterina Murino e Mena Suvari in The garden of Eden di John Irvin (Courtesy of Movie Still database).

«Diversamente da quello che recito nel film in casa nostra non esiste il non detto, non lo sopporterei. L’anno scorso entrambe i miei si sono ammalati di cancro, uno dopo l’altro, mio padre proprio durante le riprese del film. Sono due leoni e ce l’hanno fatta, oggi li ammiro ancora più di prima». Quattro i film dell’attrice in uscita quest’anno. Voice from the Stone, accanto a Emilia Clark, è girato in un castello fiorentino ed uscirà ad aprile in Usa. Sempre in un castello, ma nel milanese, è ambientato Il manoscritto di Alberto Rondalli, in cui interpreterà una principessa del Settecento. Mentre nella serie Deep di Jean F. Julian (uscirà in tutto il mondo sulla nuova piattaforma per cellulari lanciata da Canal +) sarà una campionessa d’apnea. Ed è previsto per l’autunno Et mon coeur transparent, tratto dal romanzo di successo di Véronique Ovaldé, in cui sarà una terrorista dell’ecologia. Gemmologa, sta attirando l’attenzione internazionale anche per la sua nuova linea di gioielli. «Il mio è un omaggio alla storia millenaria dei nostri preziosi. Vent’anni fa c’erano 400 artigiani a lavorare la filigrana sarda, oggi solo nove. Per questo ho fatto produrre la mia linea quasi interamente in Sardegna, e ne vado fiera».

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L’attrice in una scena di Chi salverà le rose? di Cesare Furesi.

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 marzo 2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

Luke Evans: il bacio al cinema che fa più paura della Bestia

22 mercoledì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi

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Bill Condon, censura, Cristiana Allievi, Disney, GQitalia, La bella e la bestia, LeFou, Luke Evans, polemica gay

La versione live action del «cartone che ha rotto le barriere come il primo film del genere nominato agli Oscar» arriva in sala perfettamente sintonizzata col 2017, carica di un’emotività finalmente a tutto spettro ma quanto putiferio per una cosa normale

La bella e la bestia diretta di Bill Condon, versione live action del cartone del 1991 della Disney, che fu il primo film animato a ricevere una candidatura all’Oscar come Miglior lungometraggio – vincendone poi due, per la colonna sonora e la canzone originale-, e il primo film animato a superare 100 milioni di dollari di incasso al botteghino, è arrivato con ben 800 copie nelle sale di tutta Italia ma, guardando le coreografie del musical in cui le teiere danzano e i piumini spolverano, nessuno avrebbe immaginato di assistere al primo film della Disney che avrebbe sollevato un caso “morale”.La Bella e la Bestia

Un caso iniziato due settimane fa, alla prima londinese, coi click sul trailer schizzati alle stelle (128 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore), dopo una dichiarazione del regista che, parlando con il magazine inglese Attitude, ha definito una scena finale del film “un momento bello ed esclusivamente gay”. Di cosa si trattava esattamente? Durante una baruffa tra Gaston e gli abitanti del castello in cui sta rinchiusa la Bestia, Miss guardaroba va contro tre ceffi di Gaston e li “traveste” da donna.La Bella e la Bestia

Uno di loro si guarda compiaciuto allo specchio. Poi, nella scena finale del grande ballo, danza con l’inseparabile amico di Gaston, LeFou. Unendo questi ‘ammiccamenti’ e la confusione che ha in testa LeFou al fatto che Bill Condon è apertamente gay, e che Luke Evans – che interpreta magistralmente Gaston – ha fatto coming out, qualcuno ha deciso che la nuova versione di La bella e la bestia farebbe “propaganda gay”.La Bella e la Bestia

 

Il primo gran rifiuto è arrivato dall’Alabama, dove un dive-in ha dichiarato che non avrebbe proiettato il film “per non compromettere quello che insegna la Bibbia”. Non si sa nemmeno se la Disney glielo aveva proposto o meno, ma fa niente. In Russia, paese in cui l’omoessualità è stata ufficialmente rimossa dalla lista dei disordini psichiatrici nel 1999, un deputato ha chiesto al ministro della cultura di vietare la visione del film agli spettatori sotto i 16 anni (ma la prima reazione era stata quella di vietare del tutto la proiezione nel paese). Ultimo caso, il più eclatante, la Malesia, in cui i censori hanno chiesto di tagliare la scena, ottenendo un secco no dalla Disney.

Bill Condon, regista e sceneggiatore premio Oscar, non ha dubbi quando gli si chiede se avrebbe mai pensato che LeFou poteva innamorarsi di Gaston. «Mai, devo ammetterlo. La nostra idea è che il personaggio in qualche modo sta cercando se stesso: un giorno vuole essere Gaston, il giorno dopo vuole baciarlo. È confuso su quello che vuole. Ma in senso più ampio, credo che sia importante celebrare l’amore in tutte le forme possibili. Siamo nel 2017, dobbiamo parlare al mondo in cui viviamo e sono molto contento che la Disney abbia supportato quest’idea. Quando abbiamo mostrato il film a un pubblico per testarlo ha risposto molto bene».

  1. La Bella e la Bestia

L’attore inglese Luke Evans, un superbo Gaston, aggiunge il resto. «Questo cartone animato ha rotto molte barriere, è stato il primo film del genere nominato agli Oscar, una cosa da non credere. Cosa penso del rapporto tra Gaston e LeFou? Non so se si tratti d’amore, non sono nemmeno sicuro che LeFou sappia cos’è», continua. «Direi che la sua è una “lieve infatuazione”, sta cercando la sua strada e vedere un uomo forte, che tutti nel villaggio amano, e a cui lui è vicinissimo, glielo fa vedere sotto un’altra luce. Nel ventunesimo secolo ci sta mostrare una persona lievemente diversa dalle altre, anche in un piccolo villaggio».

E considerato che i villani vogliono far fuori la Bestia, che è un altro “diverso”, ci sono altre sfumature che dovrebbero far riflettere. «L’aspetto della xenofobia non è stato pianificato», conclude Condon. «È grave, esisteva prima di Donald Trump e in molti altri paesi. Quello che amo di questo film è che le danze di tazzine e piumini riescono ad annullare tutto l’orrore del mondo».

La Bella e la Bestia

Articolo pubblicato su GQ.it

© Riproduzione riservata 

Samuel L. Jackson: «Io violento? No, mi dipingono così».

16 giovedì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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black power, cinema, fashion, Icon, icona, interviste, Quentin Tarantino, Samuel L. Jackson, Skull Island, stile, uomo, Warner Bros

VOLEVA ESSERE IL JACQUES COUSTEAU NERO. E SI SENTE UN PITTORE DELLA RECITAZIONE. CONVERSAZIONE CON UN’ICONA DEL CINEMA CHE HA GIRATO PIU’ DI 150 FILM. E CHE NON TEME DI “SVUOTARE IL SACCO”, NE’ DI SBANCARE IL BOTTEGHINO

«Sono cresciuto nel Tennesse, il clima caldo e umido mi piace moltissimo. Alle Hawaii ci sono ottimi green e io sono un avido giocatore di golf. Inoltre vivendo a Los Angeles apprezzo molto quei quindici minuti al giorno di temporale. Ho vissuto per tre mesi in una casa sull’Oceano circondata da rocce, osservavo i fulmini arrivare dal cielo e sentivo la tempesta che batteva sulle vetrate, era una meraviglia». Siamo sulla terrazza di un hotel nel cuore di Beverly Hills. Dalla strada arriva il rombo delle auto di lusso che scorazzano sulla Sunset Boulevard, mentre questo uomo alto, elegante e dai modi raffinati mi racconta dei viaggi per le riprese dell’ultimo Kong: Skull Island, il film di Jordan Vogt-Roberts nelle sale dal 9 marzo. Ci sono almeno due aspetti che sorprendono incontrando Samuel L. Jackson di persona. Il primo è che l’icona di Spike Lee e Tarantino parla a ritmo di rap. La seconda è che dimostra quindici anni meno di quelli che ha. Nel prossimo film sarà il tenente colonnello Packard che sta per tornare a casa con i suoi soldati alla fine di un conflitto dall’esito non chiaro. Riceve una telefonata con la richiesta di scortare un gruppo di scienziati su un’isola del Pacifico, e sarà la sua ultima spedizione. Jackson si trasformerà in una specie di capitano Achab e King Kong- che sull’isola scopriremo essere un vero re- sarà la sua balena bianca. «Dopo le Hawaii e l’Australia le riprese si sono spostate in Vietnam, e lì ho visto una vera magia», continua. «Hanoi è come essere a New York, ma fatti di crack, e nella campagna circostante trovi una pace speciale. Andavo a lavorare alle cinque del mattino e vedevo centinaia di bambini dirigersi a scuola in bicicletta, gli uomini che si muovevano dalle risaie con i loro bufali d’acqua. Quello stile di vita comune, là fuori, ti da la sensazione che il comunismo non può essere così tremendo. Intendo il comunismo come lo vivono loro». Indossa coppola e giacca di una renna molto leggera, con pantaloni in lino color petrolio, e in poche frasi mi ha già detto tutto del suo mondo: golf, droghe, recitazione e politica sono temi che affronteremo poco dopo. Nel frattempo ho rintracciato il suo terzo marchio di fabbrica: l’attore che ha pronunciato 171 volte e in 27 film la parola “mother fucker” è talmente articolato nella conversazione da far pensare che i dialoghi proverbiali di Jules Winnfield (Pulp fiction), del Maggiore Marquis Warren (The Eightful Eight) o di Purify (Jungle Fever) li abbia scritti lui.

Tra poco vedremo le nuove avventure di King Kong, l’anno scorso era in Tarzan, un’icona del cinema accetta grossi blockbuster solo per denaro? «Scelgo questi film perché erano quelli che volevo vedere da bambino ed erano fatti della stessa materia dei sogni. Da piccolo vuoi stare con Tarzan, vivere nella giungla e vederlo combattere i leoni. È un ambiente piacevole in cui recitare, lo faccio molto volentieri».

Il film visto da bambino che le ha cambiato la vita? «Ne guardavo moltissimi nei weekend. Ero figlio unico, ho sempre fantasticato. Ero costantemente in un altro mondo e in un altro tempo, fino al punto in cui ho capito che non avrei mai vissuto dove mi trovavo, e che sarei stato un altro. Eppure fare l’attore non era realistico per la persona che ero, per chi ero sarebbe stato ipotizzabile diventare avvocato, insegnante o medico».

Invece è finito nel Guinness dei primati per aver realizzato il record di incassi al botteghino: com’è successo? «Ho pensato molto a come sono arrivato qui. Credo che il seme risalga alla sorella di mia madre. Era un’insegnante di arti performative e da molto piccolo ho vissuto in casa sua. Mi vestiva con abiti di scena e io “recitavo”, avevo tre anni. Mi piaceva quando le persone che venivano a trovarla applaudivano e mi dicevano “sei proprio bravo…”. Più avanti, al college, frequentando un corso per parlare in pubblico (consigliatoli per superare una lieve balbuzie, ndr), l’insegnante mi ha offerto di recitare L’Opera da tre soldi e io ho accettato. Mi ha appassionato così tanto da darmi di nuovo una ragione per entrare in classe».

Era uno che marinava? «Spesso e volentieri, ma da quel momento mi sono sentito incoraggiato, ho percepito la serietà di quello che facevo e la chance di una carriera anche per me. È stata la luce in fondo al tunnel».

Proprio ai tempi del teatro fumava erba, beveva e usava l’LSD. «Ero fuori di testa per la maggior parte del tempo, ma avevo una buona reputazione, ero sempre in orario e sapevo le battute alla perfezione. Però avevo un problema di dipendenze ed ero stufo, è così che ho deciso di disintossicarmi. Nel mezzo della riabilitazione ho capito che avevo fatto tutto quello che mi era stato detto di fare, bevevo alle feste perché la gente di teatro lo fa, e poi perché i famosi si devono comportare così e così, ma io avevo una mia individualità. Mi sono detto “e se dessi il meglio di me, senza usare nessuna sostanza, cosa succederebbe?”. All’improvviso è cambiato tutto».

Non ha più sgarrato? «No perché ho compreso che essere sobrio ed essere me stesso erano due cose correlate, e che sgarrare avrebbe significato tornare a vivere come vivevo prima. Essendo chiaro cosa preferivo, non c’è più stato pericolo».

In Django Unchained ha incarnato il personaggio nero più detestabile della storia del cinema, e in genere sembra avere una specie di predilezione per i personaggi intelligenti con una forte inclinazione per la violenza: da dove viene questa attitudine? «Non so se i personaggi sono davvero intelligenti, di sicuro ce ne sono alcuni più intelligenti di altri. Osservo molto come si comportano le persone, lo faccio mentre guido, viaggio, cammino. Leggo moltissimi romanzi, saggi e science fiction, mi piace prendermi la libertà di immaginare il livello di istruzione e di intelligenza di una persona, captare se ho davanti un uomo di mondo, un viaggiatore, se ha avuto esperienze militari e quanto è sofisticato. È in base a questi elementi che decido di dare più o meno comprensione e compassione ai miei personaggi, li costruisco per poi incarnarli».

Definirebbe Tarantino è un regista “violento”? «La violenza è un ingrediente dei suoi film, ma c’è anche molto altro. Con lui si filosofeggia parecchio, le persone raccontano molto di sé, come si sentono, come vedono il mondo e tutti sembrano avere un punto rottura, cose o persone che non tollerano. E agiscono proprio su quello, in modo molto peculiare. La forza viene loro dall’avere un certo punto di vista».

Qual è il confine tra la forza e la violenza? «Una certa dose di contenimento mista a compassione per gli esseri umani. Una persona normale non assalirebbe fisicamente un suo simile perché capisce le conseguenze di ciò che fa. Questo include la comprensione di diversi aspetti, che non devi fare male all’altro, che il corpo ha una certa dose di fragilità, che le tue azioni hanno delle conseguenze. La comprensione e una certa compassione per la condizione umana segnano quel confine, e i valori della persona determinano se cadrà preda della furia cieca o meno».

In che modo gestisce gli impulsi violenti? «Non ne ho. Mi arrabbio, ma non ho mai dato un pugno in faccia a nessuno, né ho sentito il bisogno di sparare a qualcuno o fargli del male perché non riesco a fargli capire qualcosa. Eppure la gente mi insulta quotidianamente. Sono su Twitter e FB, e tutti si sentono in dovere di dirmi quello che gli passa per la testa. Ma non reagisco mai in modo duro, non alimento l’attenzione che vogliono».

La sua attitudine verso la sensibilità e la fragilità, invece? «Sono sensibile verso la gente che mi tratta diversamente, non voglio si pensi che mi aspetto un trattamento privilegiato. La fama ha aspetti positivi, non fai la coda per prendere un aereo o entrare in un ristorante, puoi guidare la tua macchina fino alla porta di un locale invece di arrivarci a piedi. Ma sono attento al mondo che mi circonda e so di poter usare la mia notorietà per creare un certo livello di consapevolezza. La gente non sopporta che gli attori abbiano visioni politiche, ma devo difendere quello in cui credo, e sono sempre stato un animale politico».

È vero che ha lasciato il college per un anno, è stato membro delle Black Panthers, l’hanno sospesa dal Morehouse College per aver preso in ostaggio alcuni membri del Consiglio di fondazione- tra cui il padre di Martin Luther King– finchè un giorno l’FBI non è venuta a casa di sua madre per dirle che ha rischiato che le sparassero? «Mi sono occupato di diritti civili ma non sono mai sto membro della Pantere Nere, anche se le ho sempre capite. Sono nero e lo sono da sempre, sono sensibile ai problemi razziali che non sono mai stati circoscritti né a un certo periodo storico né a una zona del mondo. Le razze sono sempre state un problema, lo sono tutt’ora».

Condivide l’opinione secondo cui con Obama le cose sono peggiorate? «No, se ne è solo parlato di più perché molte persone non sono state contente di avere un presidente nero. Fuori da questo paese avete pensato che fosse fantastico che l’America fosse finalmente abbastanza cresciuta da eleggere un presidente di colore, si sarebbe pensata la stessa cosa se avessimo scelto una donna per la Casa Bianca».

Invece? «L’America non ama le donne al comando, a prescindere dal fatto che la Clinton sarebbe stata ideale o meno. Ma il problema è che di Obama la prima cosa che è stata vista non è la sua intelligenza: hanno detto subito “wow, è un presidente nero”. Questo è il seme del razzismo».

 Su Twitter Trump ha detto di non conoscerla, ma pare non sia vero. «Abbiamo giocato a golf insieme due volte».

Perché lo nega? «È semplicemente la natura di quello che fa, crea una sua versione dei fatti. Uno potrebbe pensare che non se lo ricordi, invece lo ricorda benissimo».

C’è qualcosa che si aspetta da lui? «No, e credo che non mi occuperò di questioni politiche per un po’. Vediamo cosa succede».

Il King Kong del suo prossimo film è stato descritto come una bestia ferale e un essere incompreso. Ma è anche un re che se ne sta per i fatti suoi, sulla sua isola è una specie di dio: lei si sente un po’ così, a Hollywood? «Chi, io? (scoppia a ridere, ndr) ».

In 40 anni di carriera ha girato 150 film. «Vado a lavorare tutti i giorni perché sento che è quello che devo fare e soprattuto che amo fare. Il mio lavoro mi nutre, e non credo siano in molti a poterlo dire del proprio. In realtà non vedo nemmeno quello che faccio come un lavoro, ma come il privilegio di poter uscire e creare qualcosa. Come un pittore e uno scrittore, ho l’opportunità di raccontare storie e fingere di essere qualcun altro».

Ha girato anche cinque film in un anno, per caso è un workaholic? «Quando un pittore finisce un quadro e lo mette ad asciugare non aspetta tre mesi per passare a un altro, perchè dovrei farlo io? Il mio bisogno di creare, a modo mio, è appunto un bisogno. Posso finire un film un giorno e andare su un nuovo set il giorno dopo, senza problemi».

Non sente mai il bisogno di cazzeggiare? «Normalmente a luglio non lavoro, volo da voi in Italia o in Francia. Adoro Capri, Napoli e la riviera, mi piace spingermi giù, fino verso la Sicilia».

È vero che sognava di lavorare in mare? «Prima di quel corso in teatro volevo diventare il Jacques Cousteau nero. Adoro nuotare e mi piace guardare documentari sull’oceano. Credo che sia la nostra prossima forma di vita sostenibile. Stiamo distruggendo la terra, spero non faremo lo stesso con il mare…».

Storia di copertina pubblicata su Icon Panorama di marzo 2017.

© Riproduzione riservata 

 

 

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