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~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Javier Bardem: «Io che ho dato un cuore al mostro».

18 mercoledì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Cannes 2018, cinema, Cristiana Allievi, Escobar Il fascino del male, Everybody Knows, interviste, Javier Bardem, Loving Pablo, Penelope Cruz, Star

AL CINEMA RIVELA IL LATO SEDUCENTE DEL NARCOTRAFFICANTE COLOMBIANO PABLO ESCOBAR. SUL SET IL DIVO SPAGNOLO SI È TROVATO DI FRONTE SUA MOGLIE, L’ATTRICE PENELOPE CRUZ. E ANCHE GRAZIE  A LEI, RACCONTA, È RIUSCITO A SCAVARE L’ANIMA DI UN CATTIVO

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L’attore spagnolo Javier Bardem, 49 anni, al cinema con Escobar, il fascino del male. Aprirà anche la 71° edizione del Festival di Cannes.

Lo vedo a un metro da me, in piedi, mentre mangia un succoso pezzo d’anguria. Indossa una camicia azzurra con i jeans, e una giacca di pelle nera.  Ha un fisico e un fascino possenti, aumentati dal fatto che non sembra farci caso. Il suo è davvero un volto inusuale, anche se quel naso, che si è rotto in una rissa da bar a 20 anni, mi sembra molto meno evidente di quanto non lo sia sullo schermo. Sono gli occhi, però, a colpirmi davvero, mobili e inquieti, che di rado posa sul suo interlocutore. Sono lo specchio attraverso il quale Bardem riesce a diventare qualsiasi uomo, il motivo per cui si è guadagnato il soprannome di camaleonte. Pochi attori sono capaci come lui di straordinarie trasformazioni emotive e fisiche. Ha saputo essere poeta gay, in Prima che sia notte, tetraplegico con aspirazioni suicide in Mare dentro, artista fra due donne in Vicky Cristina Barcelona, assassino surreale in Non è un paese per vecchi. «Sono uno che viene dalla strada, e lo sarò sempre, è nel mio dna. Guardo, osservo, prendo quello che vedo e diventa parte di me», racconta.

Dal 19 aprile incarnerà al massimo la sua abilità, dare la sensazione a chi lo guarda di poter esplodere da un momento all’altro. Escobar, il fascino del male, film presentato all’ultima Mostra di Venezia insieme a Mother!, è la storia vera del narcotrafficante e criminale colombiano, dall’ascesa, all’inizio degli anni Ottanta, fino alla morte nel 1993. Ma la storia è raccontata da un punto di vista inedito: quello della giornalista e conduttrice tv Virginia Vallejo, amante di Escobar, con cui ha vissuto una passione travolgente e distruttiva durata quattro anni. La donna è interpretata dalla diva Penelope Cruz, moglie di Bardem dal 2010 e madre dei suoi due figli, Leonardo, 7 anni, e Luna, 4 anni. Per i due premi Oscar è il terzo film insieme (ma il primo da sposati), e l’8 maggio li ritroveremo di nuovo insieme nel quarto, Everybody Knows, opera di Asghar Farhadi che darà il via al prossimo Festival di Cannes. Racconta il viaggio di Laura (Penelope Cruz) con la famiglia da Buenos Aires alla sua cittadina natale in Spagna, per una cerimonia. Un viaggio che sconvolgerà la vita dei suoi protagonisti.

 

Lei è spesso alle prese con personaggi forti. Come definirebbe il carisma di un uomo? «È qualcosa che sta più negli occhi di chi guarda, che nella persona osservata. Per esempio in Pablo Escobar non vedo nessun carisma, non mi innamorerei mai di lui, ma qualcuno lo ha fatto».

Cosa crede possa aver attratto la sua amante? «Virginia voleva quell’uomo per quello che rappresentava, e Pablo stesso era attratto dall’oro, dalle cose che luccicavano. Gli anni Ottanta erano così, c’erano ambizioni diverse da quelle di oggi e alle persone semplici l’avidità fa quello scherzo.  Ma al tempo aveva stile, ho preso peso per interpretarlo. La cosa complicata è che abbiamo girato in 45 giorni e la scena della telefonata finale è stata fatta solo il terzo giorno, quindi non potevo essere già troppo robusto. Il team di make up e costumi è stato grandioso».

Qual è la vera difficoltà nel trasformarsi in un personaggio simile? «Entrare nella mente di un uomo che ha cambiato la storia e seguirlo nel suo essere un padre amorevole, quando era un mostro. Non credo sia mai stato consapevole dell’orrore che è diventato, aveva una mancanza totale di empatia, altrimenti non avrebbe potuto uccidere così tanti uomini. Credo che il suo orrore venisse da una mancanza di rispetto, lui lo voleva a ogni costo e quell’ansia gli ha fatto fare le cose più atroci».».

Non è pericoloso, in un certo senso, cercare di capire un mostro e percepirlo come un essere umano? «È parte della nostra responsabilità di attori portare luce, mostrare il lato umano di un orrore.  Se recito un cattivo in I pirati dei Caraibi so di essere in una favola e mi diverto. Se sono Pablo Escobar, che ha cambiato la storia, devo mostrare quello che lo avvicina a tutti noi, ed è diverso dall’umanizzarlo o dal renderlo glamour. Infatti non so se vorrei passere dieci minuti con lui».

 Tempo fa ha dichiarato che l’attenzione la fa sentire vulnerabile, è ancora così? «Dipende dalla situazione, non mi piace  ricevere attenzione mentre cammino per strada con i miei bambini, ma mentre parlo con lei sì. È un confine sottile non facile da proteggere, ma so che stare fuori dalla mischia, stare con se stessi e respirare, è importantissimo».

Lei era un giocatore di rugby, un atleta. «In modo modesto, però».

(l’intervista continua…)

 

Intervista pubblicata su Grazia del 12 Aprile 2018

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Rupert Everett: «La mia magnifica ossessione».

12 giovedì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Letteratura, Personaggi

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cinema, Cristiana Allievi, GQ Italia, Il nome della rosa, Oscar Wilde, Rupert Everett, The happy prince

 

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L’attore inglese Rupert Everett, 58 anni, è lo scrittore Oscar Wilde in The Happy Prince, di cui firma anche sceneggiatura e regia. 

PER DIECI ANNI NON HA PENSATO AD ALTRO. ORA CHE IL SUO FILM SU OSCAR WILDE ESCE NELEL SALE. RUPERT EVERETT SI LIBERA. QUESTA È LA GENESI DI UN’OPERA MOLTO INTIMA, RACCONTATA PASSO A PASSO, MENTRE PRENDEVA FORMA

«Ho scritto la prima sceneggiatura nel 2007,  le riprese sono iniziate solo nel 2016. È stata una lotta dura, i finanziamenti non arrivavano mai. È diventata una questione di vita e di morte, il personaggio si è impossessato di me e mi ha preso un senso di disperazione: temevo che alla fine non sarei riuscito a fare niente». È evidente che per Rupert Everett The Happy Prince – in cui ripercorre gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, è molto più di un film: è una passione che lo ha rapito per dieci anni. Finalmente l’attore inglese ha potuto presentare il suo film in anteprima mondiale all’ultimo Sundance e poi alla Berlinale, è nelle sale dal 12 aprile. Everett, 58 anni di fascino, si porta addosso il marchio dell’upper class da cui proviene, da discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia. Per lui questo è un esordio alla regia, ma anche l’interpretazione per cui è nato, visto che racconta gli scandali, gli eccessi, le ribellioni e l’anticonformismo di un gigante la cui vita assomiglia per molti aspetti alla sua: cresciuto a Norfolk, Inghilterra, l’attore ha dato scandalo dai tempi della scuola. Finchè nel 1989 ha fatto coming out, distruggendo le sue possibilità di diventare un’icona a Hollywood. «Gli anni 70, 80 e 90 sono stati fortemente eterosessuali e dominati da un certo tipo di maschio», racconta. «E il cinema è come il calcio, stessa cultura: quando ho iniziato a recitare io, per un gay era come nuotare contro corrente». Però lui, invece di nascondere l’omosessualità dietro il suo fascino alla Cary Grant, è stato guidato dalla convinzione che essere se stesso valesse più del resto. Un tema presente in The Happy Prince, che parte dall’incarcerazione del poeta e scrittore, tra il 1895 e il 1897, per “indecenza con gli uomini” a causa della relazione con Lord Alfred “Bosie” Douglas) e lo segue quando, scontata la pena, trascorre l’ultimo anno di vita in esilio fra Napoli e la Francia, impoverito e debole, in incognito e senza un soldo, fra sensi di colpa e i dolori per un ascesso a un orecchio. Morirà a 46 anni e verrà sepolto a Parigi.  «I film su di lui finiscono sempre con la galera e, a parte il fatto che ne ho già visti tre, ho sempre trovato più interessante la parte dell’esilio». Everett ha trascorso gli ultimi due mesi in Italia, impegnato nelle riprese del Nome della Rosa, una serie tv in otto episodi ispirata al best seller di Eco in cui, riassume con la sua solita schiettezza, «sono l’Inquisitore Bernard Gui e uccido tutti!». Come spesso gli capita nelle interviste, spende poche parole sul progetto del momento, poi la sua attenzione va altrove. Perché raccontare la vita di un uomo che prima tutti osannano e poi trattano da reietto è per lui il punto d’arrivo di una carriera e anche un percorso personale, che necessita di una ricostruzione. 

PARIGI , 2011.

Siamo in un caffè a pochi passi dal cimitero di Perè Lachaise. Insieme a Merlin Holland, l’unico nipote di Wilde, Everett è appena stato protagonista della cerimonia che ha restituito la tomba dello scrittore ai cittadini. «È stata ripulita dai baci dei rossetti e protetta tutt’intorno con il vetro. Sarebbe stato felice di sapere che migliaia di ferventi ammiratori sono venuti a baciare la sua lapide, Oscar amava essere al centro delle attenzioni. E poi indossava abiti perfetti e viveva in case impeccabili, sono certo che anche lui avrebbe preferito una tomba linda». Sul suo film ha brutte notizie, «sono molto affaticato, non trovo finanziatori, si sta rivelando un viaggio lunghissimo». Everett non ha un carattere facile.  A sette anni è finito in collegio all’Ampleforth, un istituto dei monaci Benedettini. Questo, unito al fatto che il padre era un ufficiale militare, spiega come abbia sviluppato una certa allergia alle imposizioni. «Sono stato un bambino molto solitario e riflessivo, mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, senza la tv e con poche cose. Ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole, poi il collegio mi ha trasformato: sono diventato esibizionista, urlavo e mi facevo notare». Finchè a 15 anni si iscrive alla Central School of Speech and Drama di Londra. «La mia famiglia avrebbe voluto qualcosa di più convenzionale, ma la vita vagabonda mi piaceva, era perfetta per scappare da quel mondo gelido». Il dio dell’arte è dalla sua: all’esordio nei panni dello studente omosessuale di Another Country, nel 1982, ha un successo sfacciato.

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ di Aprile 

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«Charlie va veloce». Plummer a cavallo verso una carriera stellare

10 martedì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Andrew Haigh, Charley Thompson, Charlie Plummer, cinema, Cristiana Allievi, D La repubblica, interviste, Lean on Pete, Ridley Scott

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L’attore Usa Charlie Plummer, 19 anni a maggio, nelle sale con Charley Thompson (Courtesy Mondo Fox).

«Ho perso peso, non perché lo volessi ma perché il lavoro è stato molto duro. Charlie è un ragazzo isolato, che combatte per cercare l’amore e il contatto con gli altri,  e viene costantemente respinto.  Alla fine del film ero esausto e mi ci è voluto tempo per tornare alla mia vita normale». Magro di natura, biondo con gli occhi azzurri, ha persino quasi lo stesso nome del personaggio che interpreta. Figlio di un’attrice e di un produttore, Charlie Plummer, 19 anni fra un mese, ha vissuto tra New York e Los Angeles. Primi passi con la serie HBO  Boardwalk Empire, è arrivato a farsi notare nel film King Jack, applaudito al Tribeca, per poi venire diretto da Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo, in cui era John Paul Getty III, ruolo per cui è appena stato candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista. Dal 5 aprile è protagonista di Charley Thompson (Lean on Pete) per cui ha vinto il premio Mastroianni come rivelazione all’ultima Mostra di Venezia. Di Andrew Haigh e basato sul romanzo La ballata di Charlie Thompson, di Willy Vlautin, è un road movie ambientato a Portland, dove Plummer è un quindicenne con un padre sciupafemmine  (Travis Fimmel) e una madre che non ha mai conosciuto. La famiglia in frantumi, lui si ritrova a lavorare per un allevatore di cavalli da corsa (Steve Buscemi) che spreme la figlia come fantina (Chloe Sevigny). Charley fa di tutto per cercare una stabilità e un senso di appartenenza: con il fidato cavallo Lean viaggerà per gli Stati Uniti, in un’Odissea a caccia di una casa e della zia, unica parente rimastagli.

È vero che ha scritto una lettera di suo pugno al regista, per ottenere la parte? «Sono stato così colpito dalla tenacia del personaggio che volevo interpretarlo a tutti i costi. È stato molto sfidante e molto appagante allo stesso tempo, sono contento del risultato perché questo film si è preso un pezzo importante della mia vita».

Perché lo sottolinea? «Avevo 17 anni, stavo confrontandomi con le stesse cose con cui si confronta Charley, anche se in modo diverso. A mio modo sono diventato grande, sono stato lontano da casa e dai miei genitori per tre mesi, un periodo consistente. E poi mi ero innamorato da poco, e ho dovuto separarmi dalla mia ragazza per andare sul set».

È stata dura?  «Credo che nel film si veda che ero innamorato. Ho incontrato Samia tre settimane prima di arrivare a Portland, stava facendo una commedia a New York. È stato profondissimo per me, ho vissuto un parallelismo tra innamorarmi di una persona e fidarmi di un’altra creatura vivente, come un cavallo, che pesa 400 chili e può ucciderti con un calcio, se parte all’improvviso e ti colpisce in faccia. E la cosa incredibile è che non puoi avere paura, i cavalli lo sentono: devi avere fiducia in loro…».

Si è mai sentito solo come Charley? «Essere attore include questo aspetto e può essere molto, molto difficile. Nella mia vita famigliare ci siamo spostati molto, avevo il mio migliore amico e non l’ho più rivisto, capisco la solitudine».

Come ha iniziato a recitare? «Ero molto timido, mia madre stava facendo una commedia e mi sono sentito calamitato. Mi sono innamorato del teatro, non pensavo che avrei mai fatto cinema, e i miei sapevano che è una vita durissima, non mi incentivavano in quel senso. Le cose sono cambiate quando hanno visto la mia passione».

Il primo ruolo? «Il primissimo è stato a 10 anni, nel teatro di una comunità, ho recitato Obi-Wan Kenobi  in un adattamento di Star Wars».

(…continua)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 7 aprile 2018

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Mathieu Amalric: «Le idee morali non aiutano, trovare il Weinstein che è dentro di noi sì».

06 venerdì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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cinema, Cristiana Allievi, I fantasmi di Isamel, Les Fantomes d'Ismael, Mathieu Amalric, Miti, Weinstein

 

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Mathieu Amalric, attore e regista, 52 anni, fotografato da Erik Tanner (courtesy Icon).

ATTORE (DI SUCCESSO) PER CASO, MA DIRECTEUR PER VOCAZIONE. DIFENDE IL CINEMA COME CREAZIONE DEMOCRATICA, LO NEGA COME LUOGO MORALE. E SOTTOLINEA LA PERICOLOSITA’ DEL BISOGNO UMANO DI “LAVARE LA STORIA”

Siamo nel cuore di Parigi, accanto a quell’hotel Scribe in cui i fratelli Lumiere hanno proiettato in pubblico i loro primi film, nel lontano 1895. Del resto è difficile separare Amalric dal cinema. Padre francese e madre polacca ebrea, entrambi giornalisti, ha sempre voluto essere un regista. Ma Arnaud Desplechin gli ha regalato il successo come attore grazie a Comment je me suis disputé (ma vie sexuelle), e da lì in avanti è stato capace di tutto, persino di recitare solo attraverso un occhio. Ma guai a chiamarlo attore. «La mia vita è scrivere e dirigere i miei film, recitare è cosa da niente, lo sa vero?». Con quegli occhi a metà fra l’allucinato e il curioso, il regista di Tournée ha l’empatia giusta per restituire l’essere umano con tutti i suoi chiaroscuri e senza l’ombra di un giudizio. Dal 19 aprile in I fantasmi d’Ismaele, di Depleschin, presentato all’ultimo Festival di Cannes, camminerà sul sottile confine fra realtà e incubo. E lo farà proprio nei panni di un regista ossessionato, che scrive di notte per scacciare le proprie paure.

Recitare è una cosa da niente? «Lo possono fare tutti, per questo adoro lavorare con attori non professionisti: basta amarli e li porti dove vuoi».

I registi dicono che lei non ha paura di niente, si spinge oltre i limiti e non teme di sembrare ridicolo. «Perché non faccio solo l’attore e non accetto brutti film solo perchè ho bisogno di sentirmi vivo. Le dirò la verità, il mio non è un lavoro, è pura fascinazione».

Depleschin mi ha raccontato di essere terrorizzato ogni singola mattina in cui si presenta su un set, lei lo è? «È come negli sport, quando i muscoli ti fanno male e credi di non poter andare oltre un certo limite ma sai che grazie alla sofferenza diventerai più forte. Uso la paura allo stesso modo, indica che sto andando in un qualche posto in cui non sono mai stato prima, e contiene anche una venatura di piacere».

Cosa le fa paura? «I serpenti, come a tutti, credo».

Ne ha mai incontrato uno? «Certo! Non mi piacciono nemmeno i cani grandi, da bambino sono stato morsicato da un pastore tedesco».

Paure psicologiche? «Mentire a me stesso senza saperlo, e poi farlo in coppia, senza accorgersi che non c’è più vibrazione».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon di Aprile 2018 

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Christian Bale: «Voglio essere il miglior padre possibile».

02 lunedì Apr 2018

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actors, attori, Batman, Christian Bale, Cristiana Allievi, F, New Mexico, Ostiles-Ostili

 

christian-bale-3-720x720.jpgSUL SET AMMETTE DI CERCARE “UN’OSSESSIONE”, L’UNICO MODO PER NON ANNOIARSI. LA FAMA NON GLI INTERESSA. «SONO ME STESSO QUANDO GUIDO IL MIO VECCHIO PICK UP», RACCONTA L’ATTORE CHE TRA FAMIGLIA E LAVORO NON HA DUBBI: «MIA MOGLIE E I MIEI FIGLI SONO LA MIA VITA».

Christian Bale è così bravo a cambiar pelle da essersi meritato l’appellativo di “grande camaleonte”. Finora ci ha convinti su più fronti. Nei panni di Gesù, in quelli di Mosè, di un operaio della Pennsylvania e persino di Batman. Ma se gli riesce facile essere qualcun altro sullo schermo, altra cosa è essere se stesso nelle interviste: è il terreno su cui si ritrae di più, nonostante ce la metta tutta per essere professionale. Nato in Galles 44 anni fa, cresciuto fra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohémien, Bale è figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista. Ha iniziato col teatro shakesperiano, poi è finito sul grande schermo a soli 12 anni grazie a Spielberg con L’impero del sole. Da lì in avanti si è specializzato nel prendere e perdere (tanto) peso, fino a vincere l’Oscar con The fighter di David O. Russel nel 2011, e a sfiorarlo di nuovo tre anni dopo, con American Hustle. Nell’ultimo film, Ostili, definito dal Guardian “un western brutale e meraviglioso” e nelle sale dal 22 marzo, è un leggendario capitano dell’esercito che accetta suo malgrado di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte e la sua famiglia fino alle loro terre natie. Nel viaggio incontrerà una giovane vedova (Rosamund Pike) a cui sono stati assassinati tutti i membri della famiglia, e i due dovranno sopravvivere al dolore e alle ostili tribù Comanche.

Da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana, quello in cui è impegnato è un viaggio da Odissea. «Abbiamo girato nel Nuovo Messico col caldo più intenso, indossando le vere uniformi di lana del periodo. Per questo motivo siamo diventati sempre più magri durante l’arco del film! Durante il lavoro ho visto i fulmini e le tempeste più incredibili della mia vita, seguiti da doppi arcobaleni. Ne ho contati quattordici durante le riprese!».

L’uomo che interpreta è costretto a fare cose tremende. «Ha conosciuto solo guerra e orrore per tutta la vita e non può fare quello che fa senza accumulare odio. La violenza che conosce non è spavalderia, è molto specifica, brutale, efferata ed anche molto veloce. E lui deve reprimere tutto, perché un leader non può mostrare alcuna vulnerabilità, in effetti vive una specie di incubo (ride, ndr)».

Quando si trova in un incubo lei come ne esce? «Come dicono i saggi, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità di chi lo ha creato, e anche questa storia lo dimostra. È un percorso interiore, un viaggio su come si impara a spegnere l’odio, attraversando quell’enorme senso di colpa che si prova nel farlo. In effetti il manoscritto originale di Donald Stewart, scritto negli anni ’70, mostra un problema molto attuale: ci ostiniamo a non ammettere che tutti i conflitti che continuiamo ad alimentare non hanno senso».

È vero che ha passato molto tempo con i Cheyenne? «Il Capo Phillip è stato inestimabile. Ho dovuto imparare la lingua, e lui diceva che non me l’avrebbe insegnata senza prima insegnarmi tutto sulla cultura del suo popolo, e così è stato».

La cosa che porterà sempre con sè? «Ogni mattina il Capo Phillip ci metteva tutti in cerchio per benedirci, ed era un processo che richiedeva tempo. Per la troupe, che su un set cerca di velocizzare tutto al massimo, è stata una specie di incubo. Per me invece è stato fondamentale, mi ha dato la possibilità di centrarmi e di sentirmi legato a tutto quello che mi circondava. Mi ha dato una forza e una potenza che mi hanno aiutato in tutto quello che ho fatto, e ho capito che prendersi del tempo per stare insieme e sentirsi parte di una comunità rende le cose molto più facili».

(….continua)

 

Intervista pubblicata su F del 4 Aprile 2018 

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Luca Guadagnino, seduzione e bellezza

03 sabato Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Moda & cinema, Oscar 2018

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Call me by your name, Chiamami col tuo nome, cinema, Cristiana Allievi, Giorgio Armani, Icon, interior design, Luca Guadagnino, Suspiria, talenti italiani, talento

FA CINEMA PER SODDISFARE IL SUO ANIMO DA VOYEUR. PERCHE’ OSSERVARE IL MONDO E’ DA SEMPRE LA SUA PASSIONE. CHE SI TRATTI DI SCRUTARE IL SUO PUBBLICO O GLI INVITATI AL SUO DESCO. TRA PIACERE E CRUDELTA’

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Il regista e produttore Luca Guadagnino fotografato da Alessandro Furchino Capria per Icon.

«Ho sempre pensato che se ti organizzi bene fai tutto. In tredici anni Fassbinder ha girato quaranta film e serie tv lunghe anche venti episodi». Siamo seduti sul divano del soggiorno della splendida dimora del diciassettesimo secolo che possiede a Crema, una proprietà che è stata disabitata per quarant’anni prima che lavorasse personalmente alla ristrutturazione durata sei mesi. Di questo luogo ha curato ogni dettaglio, dai tessuti che ricoprono divani e sedie, alle tende, alle tinte delle pareti. Nel soggiorno, a cui si accede attraversando la lunga loggia tutta vetrate con una collezione di piante tropicali, i soffitti sono affrescati, le sedie e i divani di Piero Castellini virano fra il porpora e il ciliegia, mentre le pareti sono pervinca scuro e aiutano i pavimenti di cotto rosso a spiccare. La bellezza è nell’aria, e perdercisi è un rischio reale. Del resto le dimore per Luca Guadagnino sono un tratto distintivo, e nei suoi film hanno la stessa sensualità degli attori. L’ultima è stata la Seicentesca Villa Albergoni che ospita le vicende di Chiamami col tuo nome, e che irretisce lo spettatore tanto quanto i favolosi Armie Hammer e Timothée Chalamet. Tornando a Fassbinder, me lo cita quando gli faccio notare che l’ultimo è stato un anno vissuto davvero pericolosamente. Tra il Sundance, Berlino, Toronto e altri festival nel mondo si è parlato solo del suo film, con lui e il cast sempre presenti. In quegli stessi mesi ha terminato le riprese di Suspiria -attualmente in fase di montaggio- e si prepara a girare il film in costume con Jennifer Lawrence, Burial rites, tratto da una storia vera, e il thriller Rio con Jake Gyllenhaal e Benedict Cumberbatch. Non bastasse, mentre segue i progetti della sua casa di produzione, la Frenesy, ha iniziato una nuova vita professionale. «Ho avuto la brillante idea di aprire uno studio di interior design, ho un team di architetti che lavorano con me e al momento stiamo seguendo un cliente in Italia e uno in Germania. Sto chiedendo parecchio al mio corpo, ma c’è molta adrenalina in circolo che mi permette di farlo».

A guardare quello che ti sta succedendo, e gli attori coinvolti nei prossimi progetti, non c’è da meravigliarsi: è sotto i riflettori come mai prima d’ora. «Ho sempre lavorato con quel tipo di attori, non è cambiato nulla. In A bigger splash c’erano Ralph Fiennes, una delle leggende viventi del cinema anglosassone, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson, una delle giovani più in ascesa a Hollywood. In Suspiria ci sono Chloe Grace Moretz, Mia Goth e ancora Dakota e Tilda. E sono almeno cinque anni che io e Jake Ghyllenhal cerchiamo di fare un film insieme».

Quindi non si sente cambiato, nonostante il suo nome ormai sia noto a tutti? «Arrogarsi il diritto di percepirsi cambiati come persone, in base a fenomeni esteriori, è una totale stupidaggine. Io sono l’amore è stato candidato ai Golden Globes e ai Bafta, e avrei potuto prendere la nomination agli Oscar per il film ma ce l’hanno data per i costumi. Quello che conta, per me, è che ho ricevuto lettere straordinarie da colleghi importanti, ho stretto amicizie con registi straordinari».

Come si sentirebbe con un Oscar in mano? «È una domanda che non posso nemmeno ascoltare. Un premio può far parte della tua storia professionale, quando fai il mio mestiere e partecipi a un processo professionale che hai deciso di affrontare a un certo livello, se hai un gruppo di collaboratori straordinario e la fortuna di scegliere la storia giusta al momento giusto. Un premio va affrontato per quello che è, come un riconoscimento del lavoro di un gruppo di persone ma anche qualcosa di transeunte, il risultato di una casualità e di una costanza».

Insomma, per lei la statuetta non farebbe la differenza? «Assolutamente no, ci sono cineasti immensi che non hanno mai vinto un Oscar e altri di una mediocrità sconfortante che hanno ricevuto parecchi premi. Mi sono laureato in Storia del cinema con il professor Spagnoletti, a Roma, e prima ho insegnato per lui come ricercatore, poi ho fatto il critico per molti anni. Voglio dire che non posso non essere consapevole del fatto che si sta parlando di variabili».

Il momento più doloroso, fino a qui? «Melissa P., un lavoro che non rispecchia la mia visione. Ma ho imparato la lezione, e non posso lamentarmi. Dal 1995, quando ho iniziato a fare il regista in modo professionale, ho sempre fatto quello che ho voluto. In 25 anni incontri, scoperte ed errori fatti mi stanno bene. Dal allora mi muovo a piccoli passi che mi portano dove voglio essere, che non è necessariamente il luogo del successo».

Che luogo è? «È il luogo in cui ho la possibilità di fare ciò in cui credo. Mi piace lavorare con strumenti che mi fanno sentire tranquillo rispetto alla resa di ciò che voglio fare».

Come definisce il successo? «È qualcosa determinato da variabili che non hanno niente a che vedere con la realtà identitaria del soggetto che ne viene coinvolto».

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicata su ICON Panorama di Marzo, anno 2018

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Tim Roth: «Ero un uomo in pericolo»

02 venerdì Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Serie tv

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attore, Icon, Panorama, Quentin Tarantino, Tim Roth, Tin Star, Twin Peaks

RECITARE GLI HA SALVATO LA VITA, SUO PADRE GLI HA SALVATO l’ANIMA. E ORA L’ATTORE INGLESE È PRONTO PER TORNARE DIETRO LA MACCHINA DA PRESA (COME L’AMICO QUENTIN)

«Lei è una di quelle giornaliste che twitta giudizi prima della fine dei film per battere la concorrenza facendo felice il suo direttore?». Scenario numero uno. È rovente, e gli succede quando si parla di cinema, ma soprattutto quando si impossessa di lui il personaggio di membro di una giuria, ruolo che ha ricoperto varie volte nella sua lunga carriera. In queste circostanze diventa l’accusa, e sfodera prove a suo favore. «A Cannes mi è capitato di scendere da un treno e vedere che in rete impazzavano già pareri su un film, quando sapevo con certezza che la proiezione non era ancora finita». Scenario numero due. Interno molto soleggiato, qualche giorno dopo aver visto i primi episodi dell’acclamatissima nuova stagione di Twin Peaks. «Molti anni fa una donna ha capito che ero in pericolo, e ha deciso di salvarmi. Con il contribuito di Samuel Beckett…». Scenario numero tre. Al telefono da New York, poco prima dell’inizio delle riprese della seconda serie di Tin Star, produzione anglo canadese di Amazon di cui è protagonista e che la scorsa stagione ha fatto impazzire l’America. «Un giorno mio padre mi ha portato al pub e mi ha fatto domande su una vicenda molto scura che ci riguardava entrambe. È stato così che abbiamo iniziato a guarire, insieme». Tre sguardi diversi che, messi insieme, fanno intuire i frammenti di un caleidoscopio nell’anima dell’attore e regista inglese che reputa Quentin Tarantino uno di famiglia. Padre giornalista e membro del Partito comunista, madre pittrice e insegnante, da giovanissimo Tim Roth è arrivato in California e oggi vive ancora lì, con moglie e due figli.

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Partendo dall’inizio, perché suo padre ha cambiato il cognome di famiglia lasciando l’americano Smith per l’ebreo Roth? «Non ne ha mai parlato davvero, ma credo che nel periodo della Seconda guerra mondiale qualcosa in lui sia cambiato per sempre. Ha visto cose terrificanti, è entrato in spazi molto bui. Alla fine di quel periodo ha preso un nome ebreo, è stato più un fatto di solidarietà. Era un socialista, è tornato dalla guerra ancora più a sinistra, e approdato di nuovo a Londra ha tradotto i racconti dei soldati italiani in inglese, pubblicandoli sui giornali».

Potrebbe quasi quasi essere una vicenda contemporanea. «Stiamo andando troppo a destra, se è questo che intende. Ma non è una sorpresa, almeno non del tutto. Siamo pilotati dalle grandi corporazioni a cui conviene farci sentire insicuri e in pericolo. E poi ci sono due guerre in Medio Oriente, la situazione in Siria è disastrosa, e il governo inglese ha un ordine del giorno basato sugli stessi obiettivi di Trump, un fomentatore le divisioni».

Perché da giovane ha lasciato Londra per Los Angeles? «Avevo già iniziato una carriera ma in Inghilterra non c’erano fondi per l’arte, il cinema e la tv. Mi hanno offerto un lavoro in Australia, non era un ottimo film ma ci sono andato lo stesso. Mi hanno offerto un film dopo l’altro, poi ho conosciuto mia moglie e oggi mi trovo nel punto della vita in cui ho vissuto più anni in Usa che nel Regno Unito».

A proposito di casa, ha frequentato l’Istituto d’arte, come sua sorella. «Mia madre era una pittrice, mio padre un ottimo illustratore, era normale partire da lì. Ma nello stesso periodo ho iniziato a fare teatro, nella scena pop che mi ha portato fino a Glasgow. Frequentavo classi di improvvisazione e mi sono accorto che mi interessava più sparire lì, per cui dopo un anno e mezzo ho lasciato la scuola».

Ai professori sarà dispiaciuto, so che era un ottimo scultore. «Lavorare la creta e scolpire mi piaceva moltissimo, ma hanno capito e mi hanno sostenuto. Mi hanno detto “prova a fare l’attore, se non funziona ti teniamo un posto qui…”».

Qual è stato l’elemento che ha direzionato la sua vita diversamente, lo ha capito? «È la stessa domanda che ho fatto a una donna molti anni dopo. Gli ho chiesto cosa avesse visto in me, dopo un’audizione. “Una persona in pericolo, un uomo che era meglio afferrare…”, mi ha risposto “. Credo che avesse ragione».

 

[…continua]

L’intervista integrale sul numero di ICON Panorama di marzo 2018

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The happy prince, Rupert Everett è Oscar Wilde

23 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, Cultura, Festival di Berlino, Miti, Personaggi

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Berlino 2018, esordio alla regia, Film, Oscar Wilde, Rupert Everett, The happy prince

Come l’uomo che ha prestato il volto a Dylan Dog (anche in un doppio gioco di specchi tra fumetto e cinema) si cala ora nei panni del suo mito in un film, di lunga genesi, che lo vede regista e interprete

«Era affascinato da Cristo e dal Cristianesimo, il suo è stato un sacrificio. Avrebbe avuto l’opportunità di scappare dall’Inghilterra e di non finire in prigione, ma ha deciso diversamente: si è sacrificato per tornare a vivere. Per me Oscar Wilde è una figura ‘cristica’». Parola di Rupert Everett.

Ci sono film preceduti dalla loro stessa fama, per svariati motivi. A causa del soggetto che trattano, o del regista che lo affronta, oppure per il momento storico particolarmente favorevole a riceverlo. Nel caso di The happy prince si tratta di un vero e proprio corto circuito di tutti questi elementi.
È l’esordio alla regia di Rupert Everett, 58 anni, e racconta la storia molto poco conosciuta degli ultimi tre anni di vita di Oscar Wilde. E, cosa non di poco conto, a interpretare il celebre scrittore irlandese dell’epoca vittoriana, che ha dato scandalo ante litteram in fatto di omosessualità, è Everett stesso, che sembra nato per questo ruolo, lui che ha pagato caro in termini di carriera l’aver fatto coming out con largo anticipo sui tempi. Non ha caso il discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia, ha impiegato più di un decennio per trovare i fondi per portare a termine il film presentato in anteprima mondiale all’ultima Berlinale, probabilmente il più importante della sua vita.

The Happy Prince

La storia propone il “sacrificio” di un artista acclamatissimo, l’uomo che è stato il più famoso personaggio di Londra e che finisce i suoi giorni crocifisso dalla stessa società che lo ha acclamato.

Imprigionato con l’accusa di indecenza a causa di una liason scandalosa con Lord Alfred “Bosie” Douglas, e per questo amore sbeffeggiato e oltraggiato, Oscar Wilde passa l’ultimo anno di vita in tour per l’Europa, in incognito, fra sensi di colpa, dolori dovuti all’ascesso a un orecchio e giovani pagati a poco prezzo.
Everett si è presentato a Berlino con cappotto blu e cappellino alla The Edge, che non ha tolto nemmeno in sala stampa. E nonostante nel film sia chiaro che abbia messo tutto se stesso (e soprattutto tutto il suo cuore), nel parlarne non perde la sua inconfondibile compostezza british.

«Abbiamo faticato molto a raccogliere i soldi», ha raccontato ai giornalisti di tutto il mondo parlando del film che vede come altri protagonisti anche Emily Watson, Colin Morgan, Colin Firth ed Edwin Thomas. «A un certo punto ho deciso di fare una tournée teatrale per risvegliare l’interesse nei confronti di Wilde, e grazie a The Judas Kiss le cose si sono sbloccate ed è arrivata la BBC».

Al centro del racconto di Everett, la forza autodistruttiva di Wilde. «Era un uomo che la gente non capiva, perché non è facile comprendere il fascino dell’autodistruzione. Ma lui ha percorso strade con largo anticipo rispetto a Freud stesso».

Uscito di prigione, Wilde scandalizza i suoi amici tornando fra le braccia di Bosie, ma Everett se lo immagina mentre legge la favola The happy prince a due giovani parigini, e molto tempo prima ai suoi figli, insegnando loro con una grande metafora che “l’amore è tutto”.

The Happy Prince

A proposito di sacrificio, non è da trascurare quello della moglie di Wilde, Constance, che viene letteralmente distrutta dal marito. «Era quasi impossibile non amare quell’uomo, aveva molto fuoco dentro di sé ed era molto attraente », racconta l’attrice nominata due volte agli Oscar Emily Watson, che interpreta la malcapitata. «Per costruire il mio personaggio ho letto Very tragic and scandalous life of Mrs Oscar Wilde e ho scoperto che era una donna piena di vita e agli inizi faceva parte del movimento artistico. Ma ha dovuto pagare un prezzo altissimo per le scelte del marito: è morta triste e sola, la sua vita è stata letteralmente divorata dall’ipocrisia».

Il film è una coproduzione anglo-franco-tedesco-italiana ed è girato per metà in Germania.
«Abbiamo trovato un vecchio castello in Bavaria che ha funzionato perfettamente», ricorda Everett, «in pratica abbiamo lavorato dove Wilde non ha mai messo piede e non siamo mai stati a Parigi dove invece è ambientato il film».
Alla domanda se è stato difficile scriversi il copione, recitarlo e dirigere se stessi, risponde senza esitazioni. «Adoro lavorare con me stesso come regista, anche se è stato molto impegnativo e metà delle mie performance di attore ne hanno risentito. Ma ho sistemato tutto durante l’editing».

La vita di Rupert Everett, la sua vena polemica, il narcisismo e l’eleganza dei suoi modi lo hanno reso una miscela esplosiva, un vero idolo, al punto da spingere Tiziano Sclavi a creare a sua immagine il protagonista del suo Dylan Dog.
Non stupisce che un uomo così sia stato stregato da Wilde, vero iniziatore del movimento di liberazione dei gay.

«Prima di Oscar la parola “omosessuale” non esisteva nemmeno, la comunità LGTB di oggi deve sapere che è stato assassinato un uomo per difendere la sua sessualità, e che gli dobbiamo il cambiamento che stiamo vivendo oggi».

The Happy Prince

Autore di due romanzi e di due autobiografie, come di articoli pubblicati dall’Observer, The Times, Vogue, Harper’s Bazaar e Vanity Fair, Everett al momento è in Italia e sta girando Il nome della rosa. Vedremo The happy prince nelle nostre sale dal 25 aprile, distribuito da Vision Distribution.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Festival di Cannes 2017: i vincitori, il bilancio, le polemiche

22 giovedì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti

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Bilancio Cannes 2017, Cannes 2018, Cristiana Allievi, Festival di Cannes 2017, Netflix, Palma D'Oro, polemiche, Star, vincitori 2017

Chi è salito in vetta e chi meritava di più, le storie di cui parleremo ancora e le cose che invece non vorremmo rivedere nella prossima edizione. Ripasso in vista dell’edizione 2018…

È quasi metaforico che la Palma d’Oro per il 70° del festival di Cannes sia stata assegnata allo svedese The square, di Ruben Ostlund, un film sulla decadenza del mondo dell’arte (e non solo quello).

Pochi secondi prima di annunciare il titolo, il presidente di giuria Pedro Almodovar ha dichiarato “tutto dipende dalla luce”, un’altra frase variamente interpretabile, in questa annata che verrà ricordata come la più povera di film davvero degni del festival di cinema più importante del mondo.

E proprio quest’anno è stato assegnato un premio eccezionale per il 70° anno: lo ha vinto Nicole Kidman, che con un video messaggio ha ringraziato Sofia Coppola e il festival, «grazie di esistere». Un premio meritato, se si pensa che l’attrice e produttrice australiana era presente sulla Croisette con ben quattro film, di cui due in concorso, L’inganno, proprio della Coppola, e The Killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos.

Il gran premio della giuria è andato a 120 Battements par minute di Robin Campillo, che in molti avrebbero voluto Palma d’oro, così come non ha convinto la miglior regia attribuita a Sofia Coppola, che con un video messaggio ha ringraziato sua madre, per aver sostenuto l’arte nella sua vita, e Jane Champion, per essere un modello artistico.

I due premi che hanno messo d’accordo tutti, o quasi, sono stati quelli alla miglior attrice, Diane Kruger, e al miglior attore, Joaquin Phoenix. La prima era sensibilmente toccata, «dedico la mia vittoria alle vittime della strage di Manchester, e a chi ha perso parte della propria vita», ha dichiarato con la voce spezzata. Mentre Phoenix ci ha messo un bel po’ ad alzarsi dalla poltrona per andare sul palco, visibilmente sorpreso. La spiegazione possibile è che avendo visto il suo You were never really here vincere il premio per la miglior sceneggiatura, pensava i giochi fossero chiusi. Invece proprio la sceneggiatura, che quest’anno è stata premiata a pari merito in due film, è la scelta più contestabile del festival.

Sono stati premiati infatti i questa categoria The killing of a sacred deer di Lanthimos e il film già citato di Lynne Ramsay, e soprattutto questo secondo non trova affatto la sua forza nella storia, ma nella regia e nella recitazione di Phoenix.

Anche il Premio della giuria, andato a Loveless, ha suscitato perplessità: il film del russo Andrey Zvyaginstev meritava di vincere un premio più importante.

Ma premi a parte, questa edizione sarà ricordata come l’edizione delle polemiche.
Prima fra tutte quella che ha coinvolto Netflix, scoppiata per i titoli di Noah Baumbach e Bong Joon Ho, The Meyerowitz Stories con Dustin Hoffman e Adam Sandler e Okja con Tilda Swinton. Polemiche necessarie, che hanno fatto chiarezza sul dna del festival: dal 2018, ha dichiarato Thierry Fremaux, Cannes accetterà in concorso per la Palma d’Oro solo film pensati per uscire sul grande schermo.

Hanno fatto molto discutere anche i ritardi e le lungaggini delle procedure di sicurezza per entrare al Palais des Festival, con apertura delle borse una a una. Si ringrazia per aver scoraggiato atti di terrorismo, ma bisogna trovare un modo per snellire le code.

E per chiudere in bellezza, anche vista l’estate alle porte, vale la pena spendere una parola sulla Grecia, una specie di protagonista silenziosa. Almeno di tre film. In Sea Sorrow, proiettato fuori concorso, la regia esordiente Vanessa Redgrave la osanna come la terra capace di insegnare al resto del mondo come vanno trattati i rifugiati. In The killing of a sacred deer viene invece citata mitologicamente. Il cuore della storia è un parallelismo con il sacrificio di Ifigenia, figlia minore di Agamennone, che il padre sacrifica solo per andare a Troia, quindi per il potere. In ultimo la si vede in Aus Dem Nichts di Fatih Akin, come la terra che accoglie l’ultimo atto della sua protagonista, proprio Diane Kruger. Un gesto che diremo solo sembrare incomprensibile, per non svelare il finale del film, e che a detta della stessa attrice «ognuno dovrà spiegarsi a modo proprio». Un po’ come questa edizione del festival.

FULLSCREEN

I VINCITORI
Palma d’oro al miglior film: The Square di Ruben Ostlund
Grand Prix speciale della giuria: 120 Beats Per Minute di Robin Campillo
Migliore attrice: Diane Kruger per Aus dem Nichts (In the Fade)
Miglior attore: Joaquin Phoenix per Were Never Really Here!
Miglior regista: Sofia Coppola per L’inganno
Premio della giuria: Loveless di Andrei Zvyagintsev
Miglior sceneggiatura: A Killing of a Sacred Deer e You Were Never Really Here ex aequo
Camera d’Or (miglior opera prima di tutte le sezioni): Jeune femme(Léonor Serraille)
Palma d’oro al miglior cortometraggio: Xiao cheng er yue di Qiu Yang
Premio “Un certain Regard”: A Man of Integrity di Mohammad Rasoulof
Premio speciale della 70esima edizione: Nicole Kidman
Articolo pubblicato il 28/5/2017 su GQ.it
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Central Airport THF, il crocevia dei cieli che diventò centro di accoglienza

21 mercoledì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, Cultura, Festival di Berlino

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aeroporti, architettura, Berlino2018, Central Airport THF, Cristiana Allievi, Germania, GQ Italia, Karim Ainouz, Tempelhof

Un pezzo di storia di Berlino, un non luogo che accoglie chi non ha più patria e gli effetti positivi del condividere gli spazi migliori con chi sta ancora cercando uno spazio sicuro nel mondo

«Sono partito dall’idea di fare un documentario su Tegel, l’aeroporto di Berlino che avrebbe dovuto chiudere. Ma non è successo, così ho pensato di fare un lavoro sui quattro aeroporti della città, restituendo una specie di sua storia.
Ho iniziato a fare ricerche su diversi fronti, BER – il nuovo aeroporto che di fatto non è mai stato aperto-, quello che avrebbe dovuto chiudere e non è mai stato chiuso, e quello che ha effettivamente chiuso, Tempelhof ». A parlare è Karim Ainouz, autore del documentario Central Airport THF presentato in anteprima mondiale alla sessantottesima Berlinale. Il regista e artista visivo brasiliano, che è anche un architetto, ha scelto di raccontare un luogo simbolo della città, che riflette moltissimo della recente storia tedesca.

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Il film apre con un tour guidato di turisti che illustra le idee su questo luogo da Hitler in avanti. Disegnato nel 1923, è stato parzialmente ricostruito dai Nazisti negli anni trenta come simbolo di magnificenza, poi è stato usato per testare i primi aeroplani, come casa per i prigionieri della Seconda guerra mondiale, quindi come base militare americana.Dopo la caduta del Muro di Berlino, e la costruzione di Tegel nella Berlino ovest, ha iniziato a operare i voli domestici. «Nel 2010 hanno chiuso l’aerodromo e Tempelhof è diventato il più grande parco pubblico della città. Mi è sembrato un grande esercizio di civiltà, per questo volevo già girare un documentario che ne parlasse. Ma poi le cose sono cambiate, e nel novembre del 2015 hanno iniziato ad arrivare rifugiati. C’erano delle tende, stavano cercando di capire cosa fare in quell’emergenza, finché dalla sera alla mattina hanno deciso di diventare un centro di accoglienza, e hanno messo la sicurezza».

Da architetto Arouz non poteva che essere interessato a documentare un simile spazio, e da artista si è accorto della sua frustrazione per come i media stavano coprendo la questione dei rifugiati, lì gli è scattato qualcosa dentro. «L’unica immagine che abbiamo tutti dei rifugiati è quella di gente che salta dalle navi, e che arriva in Grecia, ma non sappiamo mai niente di chi sono queste persone. Così ho messo le due cose insieme, documentando un luogo di guerra che si trasformava in un punto di speranza».

È così che vediamo 97 minuti di immagini del luogo che è stato usato anche come set per The Hunger games, The bourne Supremacy e Il ponte delle spie, e che oggi ospita tremila rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Iraq. «All’improvviso erano arrivati tutti i media a coprire l’evento, la gente non voleva più vedere una telecamera. Sono andato avanti e indietro per sei mesi, senza avere un’autorizzazione, ma mi sono detto che non importava: se non avessi potuto girare un film avrei scritto un articolo».

Per mesi ha osservato ossessivamente molte cose, soprattutto il modo di negoziare la vita di queste persone e la burocrazia. E mostra allo spettatore la storia di una comunità che vive in piccoli box all’interno dell’aeroporto, che si è creata i tavoli da ping pong come il negozio del barbiere, fino al centro che somministra vaccinazioni. «Ho seguito molte storie, finché mi è stato chiaro che dovevo focalizzarmi su due vite, e in questo c’entrava la mia storia personale». Arrivato dal Brasile a Parigi per vivere col padre algerino, a causa del nome, Karim, la sua esperienza si è trasformata in un incubo: nessuno credeva che fosse anche brasiliano, tutti pensavano si dovesse comportare come un immigrato algerino.
Dopo un anno, la cosa era diventata insopportabile. «Il problema è che mi hanno scambiato per un arabo e non è la cosa più semplice in Francia. A 17 anni non sapevo come difendermi, ero molto arrabbiato e frustrato».
Per questo nel film ha scelto di focalizzarsi su un arabo, per contribuire a mostrare un’angolazione differente da quella con cui ce ne parlano da dieci anni a questa parte. Ha trovato un ragazzo siriano di 17 anni, Ibrahim Al Hussein (oggi 18 anni), diventato il narratore del film. Ed essendo interessato a due generazioni, ha scelto anche un iracheno di 35 enne, Qutaiba Nafea (oggi 40 anni). Due uomini provenienti da diversi background e con diverse prospettive di vita.

«Ricordo il momento in cui ho deciso di lasciare il mio paese», racconta Ibrahim, che oggi lavora in un cinema. «Non avevo possibilità di restare a Manbij (Aleppo, ndr), sono stato chiuso in casa per sei mesi a non fare niente, non potevo finire gli studi all’Università a causa della guerra. Volevo un’altra vita, e come ogni altro rifugiato proveniente dalla Siria ho fatto il viaggio passando dalla Turchia, poi dalla Grecia, per arrivare a Berlino. Ci sono voluti sei giorni non stop, fra treni e autobus. Mia sorella è venuta con me, abbiamo cugini in Germania. Ho iniziato a imparare il tedesco, per fare le carte, e dopo due anni ho ottenuto la residenza come rifugiato. Dopo 15 mesi passati a Tempelhof mi sono cercato una casa mia».
Qutaiba Nafea è arrivato qui allo stesso modo, a causa della guerra dopo che la sua città, Ramadhi è stata invasa dai terroristi. «Ho perso mio fratello più giovane, e poco dopo il mio compagno di casa: qualcuno è arrivata nell’edificio e lo ha ucciso. Sono molto grato al mio professore dell’Università, capo del dipartimento di Psichiatria. Mi ha incontrato a un esame e ha capito che non dormivo da tempo, ero paralizzato. Il giorno dopo mi ha convocato da lui, mi ha fatto molte domande e poi mi ha chiesto se avevo il passaporto. Quando gli ho risposto di sì, mi ha detto “domani lasci questo paese”. Mi sono fidato, lui mi ha salvato», continua, «io trovavo sempre scuse per aspettare, mi dicevo che avrei perso i miei studi da medico, e poi che non sapevo dove andare. Ma ho visto così tanta gente morire, che se non fossi sparito subito sarebbe successo anche a me». A differenza di Ibrahim ci ha messo 19 notti ad raggiungere Berlino, perché le cose nel frattempo si erano fatte più difficile. Dopo tre mesi a Tempelhof ha continuato a lavorare al centro medico che ha lasciato recentemente per iniziare a lavorare con un’altra compagnia. Oggi quando è in giro per la città con la moglie, scappata con lui, sono in molti a riconoscerlo e a salutarlo. «In un anno e mezzo ho fatto più di cinquemila vaccinazioni, ognuna aveva tre richiami. Le persone erano diventate delle specie di clienti che venivano a trovarmi un negozio».

La chiave di Central Airport THF sta mettere l’accento sul positivo, sul buono che può succedere ai rifugiati. E non solo. Oggi lo spazio intorno a Tempelhof è stato reclamato dal pubblico come oasi per ciclisti e amanti dei pic nic. Il messaggio implicito, quindi, è che i tedeschi sono stati così generosi da dividere i loro spazi migliori con i rifugiati. Un merito indiscusso, a cui il film rende un dovuto omaggio.

 

Articolo pubblicato su GQ.it 

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