Andy Garcia: «Se smetti di inseguire un desiderio, puoi essere certo che non si avvererà mai»
13 giovedì Ago 2026
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03 venerdì Feb 2023
Tag
actors, attori, Brendan Gleeson, Colin Farrell, F magazine, GLi spiriti dell'Isola, Hollywood, interviste illuminanti, Martin McDonagh, men, red carpets, style, uomini
È A UN PASSO DALLA SUA PRIMA STATUETTA, MA A 46 ANNI INSEGUE ANCORA L’OBIETTIVO PIU’ IMPORTANTE PER LUI: «ESPRIMERE CON ONESTA’ E AMORE I MIEI BISOGNI, NELLE RELAZIONI SENTIMENTALI, CON GLI AMICI, CON I MIEI FIGLI». PER FARE PRATICA INTERPRETA UN EREMITA A CUI È RIMASTO SOLO UN ASINO
di Cristiana Allievi

Da una parte concede pochissime interviste. Lo fa per non rileggere ogni volta un passato che si è impegnato molto a lasciarsi alle spalle. D’altro canto però, l’uomo che ha flirtato per vent’anni con i guai (alcol e droghe, paparazzi e video hard finiti in rete), quando parla è un torrente impetuoso, pieno di mulinelli, gorghi e vortici. Colin Farrell è un uomo ricco di vita e di cose belle da condividere, e il giorno della nostra intervista è vestito con colori chiari, ha i capelli corti ed è di ottimo umore.
L’uomo che è stato così paparazzato da decidere di indossare una maglietta con la scritta “Leave Colin Alone” – un successo tale da diventare una linea di abbigliamento – oggi è arrivato a una verità importante, che lo rende anche più maturo: «la solitudine è sempre più essenziale per me, e l’ho scoperto grazie alla pandemia». Proprio nella solitudine di Inishmore Island, la più grande isola dell’arcipelago irlandese delle Aran, ha girato il film che gli è già valso la Coppa Volpi a Venezia e un Golden Globe, e con molta probabilità a marzo lo porterà a vincere il suo primo Oscar. Gli spiriti dell’Isola racconta la vita in un luogo in cui non c’è molto, a parte tanta erba verdissima, un pub e una comunità chiusa e bigotta. In questo scenario Padraic (Farrell) è un uomo che si prende cura da anni del suo asino, e Colm (Brendan Gleeson) è l’amico di una vita che all’improvviso non vuole più né vederlo né parlare con lui.
«Non ti voglio più bene», «Non sono più tuo amico» sono frasi che feriscono profondamente. Cosa pensa di una comunicazione così diretta?
Credo che le persone usino un linguaggio “brutalmente onesto” per giustificare il loro essere crudeli e meschini. D’altro canto trovo ci sia anche una bassezza nel non comunicare la verità di quello che sentiamo.
In questo cammino verso la comunicazione dei propri sentimenti, lei a che punto è?
Anche se ho 46 anni, sto ancora imparando a esprimere i miei pensieri e i miei bisogni, e vale per le amicizie, le relazioni sentimentali e quelle con i miei due figli. Voglio essere onesto ed esprimermi con amore, ma questo non rende le cose più facili, al contrario.
La cosa più importante che ha capito delle relazioni umane?
Troppo spesso ci dimentichiamo che la responsabilità di un rapporto ricade al 50 per cento su di noi: se manchiamo questo concetto, perdiamo il punto.
Tagliare fuori una persona, o una situazione, o cercare di trasformarla dall’interno: quale via sceglierebbe?
Non sono un grande fan degli opposti, del “giusto” e “sbagliato”. Siamo tutti d’accordo sul fatto che non sia indicato fare coscientemente del male a qualcuno e godere del dolore causato. Ma credo anche che a volte, se faccio davvero la scelta migliore per me non è detto che questa sia in sintonia con quello che le persone della mia vita vorrebbero. ¶
Un equilibrio delicato.
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su F Magazine del 7/2/2023
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01 venerdì Apr 2022
Posted in arte, Attulità, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi
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actors, cinema, DEad man walking, directors, Dylan Penn, festival, figli, Flag Day, genitori, Milk, padri, red carpet, Robin Wright, Sean Penn, Usa
di Cristiana Allievi

ARRIVA NELLE SALE UNA VITA IN FUGA, E RACCONTA LA VITA DEL PIU’ GRANDE FALSARIO DELLA STORIA USA. È IL DEBUTTO DI DYLAN PENN, PRIMOGENITA DI SEAN, CHE PER QUESTA VOLTA LA SEGUE MOLTO DA VICINO.
Ci sono almeno due volti di Sean Penn. Il primo è quello del (due volte) premio Oscar che si presenta all’intervista con le guardie del corpo. E quando entra dalla porta crea un misto di imbarazzo e meraviglia che fermano l’aria. Poi c’è l’altro Penn, quello della foto che ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane: cammina da solo con il suo trolley, sulla strada che dall’Ucraina lo porta in salvo in Polonia. A guidare entrambi i Penn è l’istinto, non fa differenza che si trovi a raccontare l’invasione russa in Ucraina, come sta facendo in questo momento, o i fili emotivi e misteriosi che legano un padre a una figlia, come vedremo nel suo Una vita in fuga (Flag Day) dal 30 marzo, dopo essere stato in Concorso a Cannes. È la storia del più noto falsario conosciuto in Usa, John Vogel, raccontata dalla figlia Jennifer nell’autobiografia Flim-Flam Man. Vogel (Penn) è un padre che insegna a vivere una vita avventurosa a Jennifer, ma man mano che lei cresce, le sue storie si scoprono sempre meno credibili e più dolorose, fino al tragico finale. A interpretare Jennifer è Dylan, la figlia che il divo americano ha avuto con la ex moglie Robin Wright. Quando parla di lei papà Penn si illumina.
Cos’ha di personale la storia di Una vita in fuga? «Ho sempre fallito nel rispondere a questa domanda, me ne sono accorto dopo svariati giorni da sobrio. È come spiegare perché mi piace quella donna, non ci riesco. Ho pensato raccontasse qualcosa che volevo approfondire, e quando mi è venuto in mente il volto di Dylan ho visto una grandiosa storia di verità e inganno, tutti aspetti dello stesso flag day (la festa che celebra la bandiera americana a stelle e strisce adottata il 14 giugno 1777, ndr).
È il primo film in cui recita e dirige insieme, oltre a guidare l’esordio di Dylan. Cercava una nuova sfida per i suoi sessant’anni? «Il multitasking mi ha sempre attratto e messo in ginocchio allo stesso tempo, non dirigermi era stata una specie di scelta religiosa. Sapevo che mi avrebbe fatto impazzire, e infatti è stata la cosa più dura che abbia mai fatto in vita mia».
L’ha anche costretta ad analizzare i suoi fallimenti come padre? «Da genitore devi riesaminare tutti i giorni il rapporto con i tuoi figli, è la cosa più vera che posso dirle. Ma sapevo dal primo giorno di riprese che sarei stato orgoglioso di Dylan, e che non sarebbe stato un fallimento».
Cosa, invece, non sapeva? «Quanto fosse sofisticata, quanta profondità avrebbe portato al racconto».
John Vogel amava molto la figlia, ma non riusciva ad essere sincero con lei… «La parte che ci siamo goduti io e Dylan riguarda certi aspetti della relazione, le cose che da padre vorresti credere che tua figlia conosca di te, e altrettante cose che una figlia vorrebbe che un padre capisse e sapesse di lei, nel bene e nel male».

(…continua)
Intervista pubblicata su Vanity Fair del 6 aprile 2022
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02 lunedì Apr 2018
Posted in cinema, Cultura, Personaggi
SUL SET AMMETTE DI CERCARE “UN’OSSESSIONE”, L’UNICO MODO PER NON ANNOIARSI. LA FAMA NON GLI INTERESSA. «SONO ME STESSO QUANDO GUIDO IL MIO VECCHIO PICK UP», RACCONTA L’ATTORE CHE TRA FAMIGLIA E LAVORO NON HA DUBBI: «MIA MOGLIE E I MIEI FIGLI SONO LA MIA VITA».
Christian Bale è così bravo a cambiar pelle da essersi meritato l’appellativo di “grande camaleonte”. Finora ci ha convinti su più fronti. Nei panni di Gesù, in quelli di Mosè, di un operaio della Pennsylvania e persino di Batman. Ma se gli riesce facile essere qualcun altro sullo schermo, altra cosa è essere se stesso nelle interviste: è il terreno su cui si ritrae di più, nonostante ce la metta tutta per essere professionale. Nato in Galles 44 anni fa, cresciuto fra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohémien, Bale è figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista. Ha iniziato col teatro shakesperiano, poi è finito sul grande schermo a soli 12 anni grazie a Spielberg con L’impero del sole. Da lì in avanti si è specializzato nel prendere e perdere (tanto) peso, fino a vincere l’Oscar con The fighter di David O. Russel nel 2011, e a sfiorarlo di nuovo tre anni dopo, con American Hustle. Nell’ultimo film, Ostili, definito dal Guardian “un western brutale e meraviglioso” e nelle sale dal 22 marzo, è un leggendario capitano dell’esercito che accetta suo malgrado di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte e la sua famiglia fino alle loro terre natie. Nel viaggio incontrerà una giovane vedova (Rosamund Pike) a cui sono stati assassinati tutti i membri della famiglia, e i due dovranno sopravvivere al dolore e alle ostili tribù Comanche.
Da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana, quello in cui è impegnato è un viaggio da Odissea. «Abbiamo girato nel Nuovo Messico col caldo più intenso, indossando le vere uniformi di lana del periodo. Per questo motivo siamo diventati sempre più magri durante l’arco del film! Durante il lavoro ho visto i fulmini e le tempeste più incredibili della mia vita, seguiti da doppi arcobaleni. Ne ho contati quattordici durante le riprese!».
L’uomo che interpreta è costretto a fare cose tremende. «Ha conosciuto solo guerra e orrore per tutta la vita e non può fare quello che fa senza accumulare odio. La violenza che conosce non è spavalderia, è molto specifica, brutale, efferata ed anche molto veloce. E lui deve reprimere tutto, perché un leader non può mostrare alcuna vulnerabilità, in effetti vive una specie di incubo (ride, ndr)».
Quando si trova in un incubo lei come ne esce? «Come dicono i saggi, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità di chi lo ha creato, e anche questa storia lo dimostra. È un percorso interiore, un viaggio su come si impara a spegnere l’odio, attraversando quell’enorme senso di colpa che si prova nel farlo. In effetti il manoscritto originale di Donald Stewart, scritto negli anni ’70, mostra un problema molto attuale: ci ostiniamo a non ammettere che tutti i conflitti che continuiamo ad alimentare non hanno senso».
È vero che ha passato molto tempo con i Cheyenne? «Il Capo Phillip è stato inestimabile. Ho dovuto imparare la lingua, e lui diceva che non me l’avrebbe insegnata senza prima insegnarmi tutto sulla cultura del suo popolo, e così è stato».
La cosa che porterà sempre con sè? «Ogni mattina il Capo Phillip ci metteva tutti in cerchio per benedirci, ed era un processo che richiedeva tempo. Per la troupe, che su un set cerca di velocizzare tutto al massimo, è stata una specie di incubo. Per me invece è stato fondamentale, mi ha dato la possibilità di centrarmi e di sentirmi legato a tutto quello che mi circondava. Mi ha dato una forza e una potenza che mi hanno aiutato in tutto quello che ho fatto, e ho capito che prendersi del tempo per stare insieme e sentirsi parte di una comunità rende le cose molto più facili».
(….continua)
Intervista pubblicata su F del 4 Aprile 2018
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