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Mathieu Amalric, attore e regista, 52 anni, fotografato da Erik Tanner (courtesy Icon).

ATTORE (DI SUCCESSO) PER CASO, MA DIRECTEUR PER VOCAZIONE. DIFENDE IL CINEMA COME CREAZIONE DEMOCRATICA, LO NEGA COME LUOGO MORALE. E SOTTOLINEA LA PERICOLOSITA’ DEL BISOGNO UMANO DI “LAVARE LA STORIA”

Siamo nel cuore di Parigi, accanto a quell’hotel Scribe in cui i fratelli Lumiere hanno proiettato in pubblico i loro primi film, nel lontano 1895. Del resto è difficile separare Amalric dal cinema. Padre francese e madre polacca ebrea, entrambi giornalisti, ha sempre voluto essere un regista. Ma Arnaud Desplechin gli ha regalato il successo come attore grazie a Comment je me suis disputé (ma vie sexuelle), e da lì in avanti è stato capace di tutto, persino di recitare solo attraverso un occhio. Ma guai a chiamarlo attore. «La mia vita è scrivere e dirigere i miei film, recitare è cosa da niente, lo sa vero?». Con quegli occhi a metà fra l’allucinato e il curioso, il regista di Tournée ha l’empatia giusta per restituire l’essere umano con tutti i suoi chiaroscuri e senza l’ombra di un giudizio. Dal 19 aprile in I fantasmi d’Ismaele, di Depleschin, presentato all’ultimo Festival di Cannes, camminerà sul sottile confine fra realtà e incubo. E lo farà proprio nei panni di un regista ossessionato, che scrive di notte per scacciare le proprie paure.

Recitare è una cosa da niente? «Lo possono fare tutti, per questo adoro lavorare con attori non professionisti: basta amarli e li porti dove vuoi».

I registi dicono che lei non ha paura di niente, si spinge oltre i limiti e non teme di sembrare ridicolo. «Perché non faccio solo l’attore e non accetto brutti film solo perchè ho bisogno di sentirmi vivo. Le dirò la verità, il mio non è un lavoro, è pura fascinazione».

Depleschin mi ha raccontato di essere terrorizzato ogni singola mattina in cui si presenta su un set, lei lo è? «È come negli sport, quando i muscoli ti fanno male e credi di non poter andare oltre un certo limite ma sai che grazie alla sofferenza diventerai più forte. Uso la paura allo stesso modo, indica che sto andando in un qualche posto in cui non sono mai stato prima, e contiene anche una venatura di piacere».

Cosa le fa paura? «I serpenti, come a tutti, credo».

Ne ha mai incontrato uno? «Certo! Non mi piacciono nemmeno i cani grandi, da bambino sono stato morsicato da un pastore tedesco».

Paure psicologiche? «Mentire a me stesso senza saperlo, e poi farlo in coppia, senza accorgersi che non c’è più vibrazione».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon di Aprile 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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