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Mathieu Amalric: «Le idee morali non aiutano, trovare il Weinstein che è dentro di noi sì».

06 venerdì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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cinema, Cristiana Allievi, I fantasmi di Isamel, Les Fantomes d'Ismael, Mathieu Amalric, Miti, Weinstein

 

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Mathieu Amalric, attore e regista, 52 anni, fotografato da Erik Tanner (courtesy Icon).

ATTORE (DI SUCCESSO) PER CASO, MA DIRECTEUR PER VOCAZIONE. DIFENDE IL CINEMA COME CREAZIONE DEMOCRATICA, LO NEGA COME LUOGO MORALE. E SOTTOLINEA LA PERICOLOSITA’ DEL BISOGNO UMANO DI “LAVARE LA STORIA”

Siamo nel cuore di Parigi, accanto a quell’hotel Scribe in cui i fratelli Lumiere hanno proiettato in pubblico i loro primi film, nel lontano 1895. Del resto è difficile separare Amalric dal cinema. Padre francese e madre polacca ebrea, entrambi giornalisti, ha sempre voluto essere un regista. Ma Arnaud Desplechin gli ha regalato il successo come attore grazie a Comment je me suis disputé (ma vie sexuelle), e da lì in avanti è stato capace di tutto, persino di recitare solo attraverso un occhio. Ma guai a chiamarlo attore. «La mia vita è scrivere e dirigere i miei film, recitare è cosa da niente, lo sa vero?». Con quegli occhi a metà fra l’allucinato e il curioso, il regista di Tournée ha l’empatia giusta per restituire l’essere umano con tutti i suoi chiaroscuri e senza l’ombra di un giudizio. Dal 19 aprile in I fantasmi d’Ismaele, di Depleschin, presentato all’ultimo Festival di Cannes, camminerà sul sottile confine fra realtà e incubo. E lo farà proprio nei panni di un regista ossessionato, che scrive di notte per scacciare le proprie paure.

Recitare è una cosa da niente? «Lo possono fare tutti, per questo adoro lavorare con attori non professionisti: basta amarli e li porti dove vuoi».

I registi dicono che lei non ha paura di niente, si spinge oltre i limiti e non teme di sembrare ridicolo. «Perché non faccio solo l’attore e non accetto brutti film solo perchè ho bisogno di sentirmi vivo. Le dirò la verità, il mio non è un lavoro, è pura fascinazione».

Depleschin mi ha raccontato di essere terrorizzato ogni singola mattina in cui si presenta su un set, lei lo è? «È come negli sport, quando i muscoli ti fanno male e credi di non poter andare oltre un certo limite ma sai che grazie alla sofferenza diventerai più forte. Uso la paura allo stesso modo, indica che sto andando in un qualche posto in cui non sono mai stato prima, e contiene anche una venatura di piacere».

Cosa le fa paura? «I serpenti, come a tutti, credo».

Ne ha mai incontrato uno? «Certo! Non mi piacciono nemmeno i cani grandi, da bambino sono stato morsicato da un pastore tedesco».

Paure psicologiche? «Mentire a me stesso senza saperlo, e poi farlo in coppia, senza accorgersi che non c’è più vibrazione».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon di Aprile 2018 

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Christian Bale: «Voglio essere il miglior padre possibile».

02 lunedì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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actors, attori, Batman, Christian Bale, Cristiana Allievi, F, New Mexico, Ostiles-Ostili

 

christian-bale-3-720x720.jpgSUL SET AMMETTE DI CERCARE “UN’OSSESSIONE”, L’UNICO MODO PER NON ANNOIARSI. LA FAMA NON GLI INTERESSA. «SONO ME STESSO QUANDO GUIDO IL MIO VECCHIO PICK UP», RACCONTA L’ATTORE CHE TRA FAMIGLIA E LAVORO NON HA DUBBI: «MIA MOGLIE E I MIEI FIGLI SONO LA MIA VITA».

Christian Bale è così bravo a cambiar pelle da essersi meritato l’appellativo di “grande camaleonte”. Finora ci ha convinti su più fronti. Nei panni di Gesù, in quelli di Mosè, di un operaio della Pennsylvania e persino di Batman. Ma se gli riesce facile essere qualcun altro sullo schermo, altra cosa è essere se stesso nelle interviste: è il terreno su cui si ritrae di più, nonostante ce la metta tutta per essere professionale. Nato in Galles 44 anni fa, cresciuto fra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohémien, Bale è figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista. Ha iniziato col teatro shakesperiano, poi è finito sul grande schermo a soli 12 anni grazie a Spielberg con L’impero del sole. Da lì in avanti si è specializzato nel prendere e perdere (tanto) peso, fino a vincere l’Oscar con The fighter di David O. Russel nel 2011, e a sfiorarlo di nuovo tre anni dopo, con American Hustle. Nell’ultimo film, Ostili, definito dal Guardian “un western brutale e meraviglioso” e nelle sale dal 22 marzo, è un leggendario capitano dell’esercito che accetta suo malgrado di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte e la sua famiglia fino alle loro terre natie. Nel viaggio incontrerà una giovane vedova (Rosamund Pike) a cui sono stati assassinati tutti i membri della famiglia, e i due dovranno sopravvivere al dolore e alle ostili tribù Comanche.

Da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana, quello in cui è impegnato è un viaggio da Odissea. «Abbiamo girato nel Nuovo Messico col caldo più intenso, indossando le vere uniformi di lana del periodo. Per questo motivo siamo diventati sempre più magri durante l’arco del film! Durante il lavoro ho visto i fulmini e le tempeste più incredibili della mia vita, seguiti da doppi arcobaleni. Ne ho contati quattordici durante le riprese!».

L’uomo che interpreta è costretto a fare cose tremende. «Ha conosciuto solo guerra e orrore per tutta la vita e non può fare quello che fa senza accumulare odio. La violenza che conosce non è spavalderia, è molto specifica, brutale, efferata ed anche molto veloce. E lui deve reprimere tutto, perché un leader non può mostrare alcuna vulnerabilità, in effetti vive una specie di incubo (ride, ndr)».

Quando si trova in un incubo lei come ne esce? «Come dicono i saggi, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità di chi lo ha creato, e anche questa storia lo dimostra. È un percorso interiore, un viaggio su come si impara a spegnere l’odio, attraversando quell’enorme senso di colpa che si prova nel farlo. In effetti il manoscritto originale di Donald Stewart, scritto negli anni ’70, mostra un problema molto attuale: ci ostiniamo a non ammettere che tutti i conflitti che continuiamo ad alimentare non hanno senso».

È vero che ha passato molto tempo con i Cheyenne? «Il Capo Phillip è stato inestimabile. Ho dovuto imparare la lingua, e lui diceva che non me l’avrebbe insegnata senza prima insegnarmi tutto sulla cultura del suo popolo, e così è stato».

La cosa che porterà sempre con sè? «Ogni mattina il Capo Phillip ci metteva tutti in cerchio per benedirci, ed era un processo che richiedeva tempo. Per la troupe, che su un set cerca di velocizzare tutto al massimo, è stata una specie di incubo. Per me invece è stato fondamentale, mi ha dato la possibilità di centrarmi e di sentirmi legato a tutto quello che mi circondava. Mi ha dato una forza e una potenza che mi hanno aiutato in tutto quello che ho fatto, e ho capito che prendersi del tempo per stare insieme e sentirsi parte di una comunità rende le cose molto più facili».

(….continua)

 

Intervista pubblicata su F del 4 Aprile 2018 

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The Terror: la nave che cercando il passaggio a Nord Ovest trovò l’inferno

31 sabato Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Serie tv, Televisione

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Amazon, Canada, cannibalismo, Cristiana Allievi, GQ, Passaggio Nord Ovest, Ridley Scott, Royal Navy, The terror

Un horror a ritroso nel tempo, quando la marina britannica si avventurava verso i confini del mondo sul continente artico. Tra iceberg, naufragi, ammutinamenti, inuit, cannibalismo e mostri (ma nessuno più pericoloso dell’uomo)

Presentata in anteprima mondiale all’ultima Berlinale, la serie The terror, prodotta da Ridley Scott, è ora in onda su Amazon Prime Video. Basata sul romanzo di Dan Simmons del 2007, che a sua volta si ispira a una storia vera accaduta alla Royal Navy britannica, ci porta indietro al 1845, quando Sir John Franklin era in viaggio nelle terre sconosciute dell’Artico, alla ricerca del passaggio a Nord Ovest e le due navi della spedizione (Erebus e Terror) scomparvero nel nulla (per essere ritrovate solo nel 2014 e nel 2016, nella zona di King Willim Island).

La serie tv in 10 episodi, dalla produzione piuttosto ambiziosa, mostra pian piano come la scarsità delle risorse e le condizioni avverse devono aver portato gli equipaggi alla catastrofe. Nel gelodi quelle terre isolate ai confini del mondo, succedono cose orrende che mettono in luce il peggio di un gruppo di marinai che lotta per la sopravvivenza e invece di sconfiggere un male esterno finisce per combattersi al suo interno, fino al culmine di una violenza primordiale.

Nella serie Jared Harris (Sherlock Holmes, Operazione U.N.C.L.E, Allied e la serie The crown) è il Capitano Francis Crozier, al comando della HMS Terror e secondo al comando della spedizione. È un marinaio senza eguali ma è anche un irlandese che è cresciuto nelle gerarchie della Royal Navy, e ha quindi dovuto accettare uno stato di inferiorità senza metabolizzarlo.
Il suo consiglio da esperto non viene mai ascoltato e lui affoga i dolori nell’alcol.
Quando la spedizione si rivela disastrosa può finalmente mostrare il proprio valore, ma i suoi demoni sono duri da combattere.

Suo antagonista è il Capitano James Fitzjames, terzo capo della spedizione, interpretato da Tobias Menzies (già nella serie The crown, in Games of Thrones e presto nel film tv King Lear con Anthony Hopkins e nel mistery ispirato al romanzo gotico Carmilla). È una promessa della Royal Navy, ha la stima di Franklin nonostante non abbia mai navigato verso il Polo ed è in competizione con Crozier. La sua falsa sicurezza verrà frantumata e i suoi tremendi segreti emergeranno.

The Terror

Conoscevate la storia narrata in The terror?
T. «In inghilterra non è molto nota, al tempo hanno voluto dimenticarla, mentre in Canada viene insegnata nelle scuole».
J. «Per via del cannibalismo, gli inglesi dicono “non è vero, non è mai successo”…».

Non ci sono stati sopravvissuti, come facciamo a conoscere i fatti oggi?
J. «Una nave che viaggiava sul ghiaccio ha incontrato due gruppi di Inuit che cacciavano, in due punti diversi del percorso. Quegli Inuit sapevano cosa stava succedendo. Durante successive ricerche, che sono andate avanti per 10 anni, gli Inuit hanno raccontato tutto. Quindi sono iniziati i ritrovamenti di ossa lunghe; c’era una famosa foto con un uomo su una barca circondato di ossa umane, ed erano visibili i segni dai coltelli, quindi non ci sono dubbi su quanto accaduto».

È una coincidenza il fatto che questa storia vada in onda oggi, o è lo specchio di qualcosa?
J. «L’idea era mostrare come stiamo impattando l’ambiente, l’arroganza delle persone che entrano nel mondo e credono di esserne i padroni. Un’attitudine che produce degli effetti».
T. «Sento il tema della sopravvivenza, e forse anche l’idea di incontrare una forza più grande di te, l’arroganza dell’imperialismo».

The Terror

Siete attori esperti, anche di teatro, come si crea un’atmosfera horror sul set, da far respirare poi agli spettatori?
T. «Jonathan, il production designer, ha creato un mondo magnifico. Poi si è trattato di calarsi con l’immaginazione in un mondo pre moderno e vedervi dei mostri».
J. «I mostri cambiano, uno di loro è Cornelius Hickey, ma poi per un paio di episodi lo sono io, poi lo diventa Tobias… forse il mostro peggiore è l’ammutinamento…».
T. «L’ammutinamento è la cosa più temibile per un capitano, sempre».

Dove avete girato il film?
J. «Principalmente a Budapest, sede del set, per sette mesi, poi siamo stati un mese in Croazia: un’isola chiamata Pag, piena di pietre, funzionava bene come paesaggio per la fine della storia, quando si scioglie il ghiaccio».

Cosa c’è di nuovo in questa serie, nella vostra percezione?T. «La cosa più importante è il fatto di raccontare la storia stessa, che non è molto nota. Sembra diversa dalle cose che ho visto fin qui, ma è difficile spiegare perché. Dovevano trovare un modo originale di fare un horror, e David Kajganich e Soo Hugh che hanno scritto la storia conoscono il genere, eravamo in ottime mani».
J. «Il primo episodio mi ha reso chiaro che non ci sono clichè sul modo di intrattenere il pubblico. La storia si costruisce lentamente, non salta subito sulle terrificanti forze esterne presenti nei ghiacci, per esempio. Direi che è reale, non ruba dai classici del genere per attirare l’attenzione, non copia i finali di Brian De Palma, per intenderci».

Jared, lei ha altre due serie in uscita, una Amazon Original, Carnival Row, e una per HBO, Chernobyl.
J. «Carnival Row uscirà alla fine del 2019, io sono Absalom Breakspear, un cancelliere imperioso assediato da nemici politici da tutti i lati. È una grande storia fantasy, in cui devi buttarti senza esitazioni. E in Chernobyl, che uscirà all’inizio del prossimo anno, sono un investigatore mandato a cercare di risolvere un problema che negano esistere».

Tobias lei invece ha girato Re Lear…
T. «Alla fine dell’anno scorso, con Anthony Hopkins. Uscirà alla fine del 2018 sulla BBC, è una produzione inglese. Io sono Cornwall, membro della famiglia Lear, e ho lavorato molto accanto a Emily Watson (che è anche in Chernobyl, ndr). Hopkins è sempre stato un mio eroe, non è stato difficile accettare».

Amazon e Netflix sono buona cosa, per la libertà degli attori?
J. «Il problema è che gli studios hanno abdicato, hanno deciso molto tempo fa di rinunciare a grandi film. Paramount sette anni fa ha detto “non ne faremo più”, e HBO, Amazon e Netflix hanno sentito quel vuoto. E poi… organizzare le uscite di un’intera famiglia è difficile, se puoi vedere qualcosa di molto ben fatto anche stando a casa, non è male».
T. «Credo che tutta questa concorrenza forzerà il cinema ad alzare di nuovo l’asticella, quindi credo che andrà bene per tutti».

Articolo pubblicato su GQ.italia 

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Luca Guadagnino, seduzione e bellezza

03 sabato Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Moda & cinema, Oscar 2018

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Call me by your name, Chiamami col tuo nome, cinema, Cristiana Allievi, Giorgio Armani, Icon, interior design, Luca Guadagnino, Suspiria, talenti italiani, talento

FA CINEMA PER SODDISFARE IL SUO ANIMO DA VOYEUR. PERCHE’ OSSERVARE IL MONDO E’ DA SEMPRE LA SUA PASSIONE. CHE SI TRATTI DI SCRUTARE IL SUO PUBBLICO O GLI INVITATI AL SUO DESCO. TRA PIACERE E CRUDELTA’

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Il regista e produttore Luca Guadagnino fotografato da Alessandro Furchino Capria per Icon.

«Ho sempre pensato che se ti organizzi bene fai tutto. In tredici anni Fassbinder ha girato quaranta film e serie tv lunghe anche venti episodi». Siamo seduti sul divano del soggiorno della splendida dimora del diciassettesimo secolo che possiede a Crema, una proprietà che è stata disabitata per quarant’anni prima che lavorasse personalmente alla ristrutturazione durata sei mesi. Di questo luogo ha curato ogni dettaglio, dai tessuti che ricoprono divani e sedie, alle tende, alle tinte delle pareti. Nel soggiorno, a cui si accede attraversando la lunga loggia tutta vetrate con una collezione di piante tropicali, i soffitti sono affrescati, le sedie e i divani di Piero Castellini virano fra il porpora e il ciliegia, mentre le pareti sono pervinca scuro e aiutano i pavimenti di cotto rosso a spiccare. La bellezza è nell’aria, e perdercisi è un rischio reale. Del resto le dimore per Luca Guadagnino sono un tratto distintivo, e nei suoi film hanno la stessa sensualità degli attori. L’ultima è stata la Seicentesca Villa Albergoni che ospita le vicende di Chiamami col tuo nome, e che irretisce lo spettatore tanto quanto i favolosi Armie Hammer e Timothée Chalamet. Tornando a Fassbinder, me lo cita quando gli faccio notare che l’ultimo è stato un anno vissuto davvero pericolosamente. Tra il Sundance, Berlino, Toronto e altri festival nel mondo si è parlato solo del suo film, con lui e il cast sempre presenti. In quegli stessi mesi ha terminato le riprese di Suspiria -attualmente in fase di montaggio- e si prepara a girare il film in costume con Jennifer Lawrence, Burial rites, tratto da una storia vera, e il thriller Rio con Jake Gyllenhaal e Benedict Cumberbatch. Non bastasse, mentre segue i progetti della sua casa di produzione, la Frenesy, ha iniziato una nuova vita professionale. «Ho avuto la brillante idea di aprire uno studio di interior design, ho un team di architetti che lavorano con me e al momento stiamo seguendo un cliente in Italia e uno in Germania. Sto chiedendo parecchio al mio corpo, ma c’è molta adrenalina in circolo che mi permette di farlo».

A guardare quello che ti sta succedendo, e gli attori coinvolti nei prossimi progetti, non c’è da meravigliarsi: è sotto i riflettori come mai prima d’ora. «Ho sempre lavorato con quel tipo di attori, non è cambiato nulla. In A bigger splash c’erano Ralph Fiennes, una delle leggende viventi del cinema anglosassone, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson, una delle giovani più in ascesa a Hollywood. In Suspiria ci sono Chloe Grace Moretz, Mia Goth e ancora Dakota e Tilda. E sono almeno cinque anni che io e Jake Ghyllenhal cerchiamo di fare un film insieme».

Quindi non si sente cambiato, nonostante il suo nome ormai sia noto a tutti? «Arrogarsi il diritto di percepirsi cambiati come persone, in base a fenomeni esteriori, è una totale stupidaggine. Io sono l’amore è stato candidato ai Golden Globes e ai Bafta, e avrei potuto prendere la nomination agli Oscar per il film ma ce l’hanno data per i costumi. Quello che conta, per me, è che ho ricevuto lettere straordinarie da colleghi importanti, ho stretto amicizie con registi straordinari».

Come si sentirebbe con un Oscar in mano? «È una domanda che non posso nemmeno ascoltare. Un premio può far parte della tua storia professionale, quando fai il mio mestiere e partecipi a un processo professionale che hai deciso di affrontare a un certo livello, se hai un gruppo di collaboratori straordinario e la fortuna di scegliere la storia giusta al momento giusto. Un premio va affrontato per quello che è, come un riconoscimento del lavoro di un gruppo di persone ma anche qualcosa di transeunte, il risultato di una casualità e di una costanza».

Insomma, per lei la statuetta non farebbe la differenza? «Assolutamente no, ci sono cineasti immensi che non hanno mai vinto un Oscar e altri di una mediocrità sconfortante che hanno ricevuto parecchi premi. Mi sono laureato in Storia del cinema con il professor Spagnoletti, a Roma, e prima ho insegnato per lui come ricercatore, poi ho fatto il critico per molti anni. Voglio dire che non posso non essere consapevole del fatto che si sta parlando di variabili».

Il momento più doloroso, fino a qui? «Melissa P., un lavoro che non rispecchia la mia visione. Ma ho imparato la lezione, e non posso lamentarmi. Dal 1995, quando ho iniziato a fare il regista in modo professionale, ho sempre fatto quello che ho voluto. In 25 anni incontri, scoperte ed errori fatti mi stanno bene. Dal allora mi muovo a piccoli passi che mi portano dove voglio essere, che non è necessariamente il luogo del successo».

Che luogo è? «È il luogo in cui ho la possibilità di fare ciò in cui credo. Mi piace lavorare con strumenti che mi fanno sentire tranquillo rispetto alla resa di ciò che voglio fare».

Come definisce il successo? «È qualcosa determinato da variabili che non hanno niente a che vedere con la realtà identitaria del soggetto che ne viene coinvolto».

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicata su ICON Panorama di Marzo, anno 2018

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Eva conto Eva (Green, naturalmente)

03 sabato Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Attrici, attualità, cinema, Cristiana Allievi, dark lady, Eva Green, Festival di Cannes, Roman Polanski

 

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Eva Green, 37 anni, al cinema con Quello che non so di lei di roman Polanski (photo courtesy Pinterest). 

C’E’ L’ATTRICE CHE AL CINEMA INTERPRETA SEMPRE RUOLI DA DISINIBITA LADY DARK. E POI C’E’ LA VERA GREEN: CHE NELA VITA E’ RISERVATA, AMA GUARDARE LE SERIE TV DI NETFLIX ED È BIONDA NATURALE.

«Mi tingo da quando avevo 15 anni, ma sono una bionda naturale». Una frase apparentemente insignificante potrebbe essere la spiegazione a un marchio di fabbrica che si porta addosso. Perché se cercano una donna complicata, che potrebbe avere un lato omicida o soprannaturale, Eva Green è in cima alla lista delle attrici. Non meraviglia quando racconta che Shining l’ha traumatizzata quando era piccola, ma che allo stesso tempo Jeff Nicholson è il motivo per cui è diventata un’attrice. Nata in Francia 37 anni fa, è figlia dell’attrice Marlène Jobert e di Walter Green, dentista. Ha mosso i primi passi in teatro finchè non ha incontrtato Bertolucci che l’ha scelta per The Dreamers, e da lì in avanti i registi le hanno chiesto (spesso) di spogliarsi mentre lei si è aggiudicata vari ruoli da femme fatale. Ma è stata capace di attraversare tutti i generi del cinema, dai film indie a quelli d’autore, passando per i blockbusters. Ha convinto come Bond Girl (Casino Royale) e come medium a caccia di demoni (Penny Dreadful), ma anche come “strega” nei film di Tim Burton (Dark Shadows e Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children), regista che l’attrice francese frequenta da un po’. «È vero che mi sento sempre un po’ come se galleggiassi, e mi piacerebbe essere più radicata. Ma se non succede è per colpa della mia timidezza». Dall’1 marzo sarà Leila in Quello che non so di lei, il thriller psicologico di Roman Polanski prodotto da Leone Film Group con Rai Cinema, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes. Tratto dal romanzo di Delphine De Vigan e basato sulla sceneggiatura di Olivier Assayas, è un lungo testa a testa fra questa donna misteriosa che appare dal nulla e Delphine (Emanuelle Seigner), scrittrice di romanzi che dopo aver pubblicato un best seller ha un blocco creativo. Leila riuscirà a infilarsi nella sua vita e a diventare una presenza indispensabile quanto inquietante.

Quello che non so di lei è una storia fra donne ma anche una storia di manipolazione e ambiguità: aveva mai pensato di impossessarsi della vita di qualcun altro? «Mai, è un gesto estremo. Anche se nella vita vera sono una donna ossessionata, riconosco che Leila è un vampiro, non è sana».

In che senso lei è ossessionata? «Lo sono per qualsiasi cosa, e in certi casi ti aiuta a raggiungere obiettivi che non raggiungeresti altrimenti, ma in altri è un atteggiamento fuori misura. In amore, per esempio, l’ossessione e l’eccesso di controllo sono pericolosi».

Leila ha un rapporto morboso e ambiguo con l’amica, c’è qualcosa in cui le assomiglia? «Direi di no, lei sè sofisticata, e in un certo senso si “mangia” Delphine. Questo è un racconto di un lato ossessivo femminile, che tutte abbiamo sperimentato almeno una volta, da giovani. Mi viene in mente Réspire di Melanie Laurent, in cui la relazione diventa sempre più tossica, e come dicevo prima, l’ossessione è spaventosa e pericolosa».

(…continua)

Intervista pubblicata su D LA REPUBBLICA del 3 marzo 2018

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Festival di Cannes 2017: i vincitori, il bilancio, le polemiche

22 giovedì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti

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Bilancio Cannes 2017, Cannes 2018, Cristiana Allievi, Festival di Cannes 2017, Netflix, Palma D'Oro, polemiche, Star, vincitori 2017

Chi è salito in vetta e chi meritava di più, le storie di cui parleremo ancora e le cose che invece non vorremmo rivedere nella prossima edizione. Ripasso in vista dell’edizione 2018…

È quasi metaforico che la Palma d’Oro per il 70° del festival di Cannes sia stata assegnata allo svedese The square, di Ruben Ostlund, un film sulla decadenza del mondo dell’arte (e non solo quello).

Pochi secondi prima di annunciare il titolo, il presidente di giuria Pedro Almodovar ha dichiarato “tutto dipende dalla luce”, un’altra frase variamente interpretabile, in questa annata che verrà ricordata come la più povera di film davvero degni del festival di cinema più importante del mondo.

E proprio quest’anno è stato assegnato un premio eccezionale per il 70° anno: lo ha vinto Nicole Kidman, che con un video messaggio ha ringraziato Sofia Coppola e il festival, «grazie di esistere». Un premio meritato, se si pensa che l’attrice e produttrice australiana era presente sulla Croisette con ben quattro film, di cui due in concorso, L’inganno, proprio della Coppola, e The Killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos.

Il gran premio della giuria è andato a 120 Battements par minute di Robin Campillo, che in molti avrebbero voluto Palma d’oro, così come non ha convinto la miglior regia attribuita a Sofia Coppola, che con un video messaggio ha ringraziato sua madre, per aver sostenuto l’arte nella sua vita, e Jane Champion, per essere un modello artistico.

I due premi che hanno messo d’accordo tutti, o quasi, sono stati quelli alla miglior attrice, Diane Kruger, e al miglior attore, Joaquin Phoenix. La prima era sensibilmente toccata, «dedico la mia vittoria alle vittime della strage di Manchester, e a chi ha perso parte della propria vita», ha dichiarato con la voce spezzata. Mentre Phoenix ci ha messo un bel po’ ad alzarsi dalla poltrona per andare sul palco, visibilmente sorpreso. La spiegazione possibile è che avendo visto il suo You were never really here vincere il premio per la miglior sceneggiatura, pensava i giochi fossero chiusi. Invece proprio la sceneggiatura, che quest’anno è stata premiata a pari merito in due film, è la scelta più contestabile del festival.

Sono stati premiati infatti i questa categoria The killing of a sacred deer di Lanthimos e il film già citato di Lynne Ramsay, e soprattutto questo secondo non trova affatto la sua forza nella storia, ma nella regia e nella recitazione di Phoenix.

Anche il Premio della giuria, andato a Loveless, ha suscitato perplessità: il film del russo Andrey Zvyaginstev meritava di vincere un premio più importante.

Ma premi a parte, questa edizione sarà ricordata come l’edizione delle polemiche.
Prima fra tutte quella che ha coinvolto Netflix, scoppiata per i titoli di Noah Baumbach e Bong Joon Ho, The Meyerowitz Stories con Dustin Hoffman e Adam Sandler e Okja con Tilda Swinton. Polemiche necessarie, che hanno fatto chiarezza sul dna del festival: dal 2018, ha dichiarato Thierry Fremaux, Cannes accetterà in concorso per la Palma d’Oro solo film pensati per uscire sul grande schermo.

Hanno fatto molto discutere anche i ritardi e le lungaggini delle procedure di sicurezza per entrare al Palais des Festival, con apertura delle borse una a una. Si ringrazia per aver scoraggiato atti di terrorismo, ma bisogna trovare un modo per snellire le code.

E per chiudere in bellezza, anche vista l’estate alle porte, vale la pena spendere una parola sulla Grecia, una specie di protagonista silenziosa. Almeno di tre film. In Sea Sorrow, proiettato fuori concorso, la regia esordiente Vanessa Redgrave la osanna come la terra capace di insegnare al resto del mondo come vanno trattati i rifugiati. In The killing of a sacred deer viene invece citata mitologicamente. Il cuore della storia è un parallelismo con il sacrificio di Ifigenia, figlia minore di Agamennone, che il padre sacrifica solo per andare a Troia, quindi per il potere. In ultimo la si vede in Aus Dem Nichts di Fatih Akin, come la terra che accoglie l’ultimo atto della sua protagonista, proprio Diane Kruger. Un gesto che diremo solo sembrare incomprensibile, per non svelare il finale del film, e che a detta della stessa attrice «ognuno dovrà spiegarsi a modo proprio». Un po’ come questa edizione del festival.

FULLSCREEN

I VINCITORI
Palma d’oro al miglior film: The Square di Ruben Ostlund
Grand Prix speciale della giuria: 120 Beats Per Minute di Robin Campillo
Migliore attrice: Diane Kruger per Aus dem Nichts (In the Fade)
Miglior attore: Joaquin Phoenix per Were Never Really Here!
Miglior regista: Sofia Coppola per L’inganno
Premio della giuria: Loveless di Andrei Zvyagintsev
Miglior sceneggiatura: A Killing of a Sacred Deer e You Were Never Really Here ex aequo
Camera d’Or (miglior opera prima di tutte le sezioni): Jeune femme(Léonor Serraille)
Palma d’oro al miglior cortometraggio: Xiao cheng er yue di Qiu Yang
Premio “Un certain Regard”: A Man of Integrity di Mohammad Rasoulof
Premio speciale della 70esima edizione: Nicole Kidman
Articolo pubblicato il 28/5/2017 su GQ.it
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Central Airport THF, il crocevia dei cieli che diventò centro di accoglienza

21 mercoledì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, Cultura, Festival di Berlino

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aeroporti, architettura, Berlino2018, Central Airport THF, Cristiana Allievi, Germania, GQ Italia, Karim Ainouz, Tempelhof

Un pezzo di storia di Berlino, un non luogo che accoglie chi non ha più patria e gli effetti positivi del condividere gli spazi migliori con chi sta ancora cercando uno spazio sicuro nel mondo

«Sono partito dall’idea di fare un documentario su Tegel, l’aeroporto di Berlino che avrebbe dovuto chiudere. Ma non è successo, così ho pensato di fare un lavoro sui quattro aeroporti della città, restituendo una specie di sua storia.
Ho iniziato a fare ricerche su diversi fronti, BER – il nuovo aeroporto che di fatto non è mai stato aperto-, quello che avrebbe dovuto chiudere e non è mai stato chiuso, e quello che ha effettivamente chiuso, Tempelhof ». A parlare è Karim Ainouz, autore del documentario Central Airport THF presentato in anteprima mondiale alla sessantottesima Berlinale. Il regista e artista visivo brasiliano, che è anche un architetto, ha scelto di raccontare un luogo simbolo della città, che riflette moltissimo della recente storia tedesca.

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Il film apre con un tour guidato di turisti che illustra le idee su questo luogo da Hitler in avanti. Disegnato nel 1923, è stato parzialmente ricostruito dai Nazisti negli anni trenta come simbolo di magnificenza, poi è stato usato per testare i primi aeroplani, come casa per i prigionieri della Seconda guerra mondiale, quindi come base militare americana.Dopo la caduta del Muro di Berlino, e la costruzione di Tegel nella Berlino ovest, ha iniziato a operare i voli domestici. «Nel 2010 hanno chiuso l’aerodromo e Tempelhof è diventato il più grande parco pubblico della città. Mi è sembrato un grande esercizio di civiltà, per questo volevo già girare un documentario che ne parlasse. Ma poi le cose sono cambiate, e nel novembre del 2015 hanno iniziato ad arrivare rifugiati. C’erano delle tende, stavano cercando di capire cosa fare in quell’emergenza, finché dalla sera alla mattina hanno deciso di diventare un centro di accoglienza, e hanno messo la sicurezza».

Da architetto Arouz non poteva che essere interessato a documentare un simile spazio, e da artista si è accorto della sua frustrazione per come i media stavano coprendo la questione dei rifugiati, lì gli è scattato qualcosa dentro. «L’unica immagine che abbiamo tutti dei rifugiati è quella di gente che salta dalle navi, e che arriva in Grecia, ma non sappiamo mai niente di chi sono queste persone. Così ho messo le due cose insieme, documentando un luogo di guerra che si trasformava in un punto di speranza».

È così che vediamo 97 minuti di immagini del luogo che è stato usato anche come set per The Hunger games, The bourne Supremacy e Il ponte delle spie, e che oggi ospita tremila rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Iraq. «All’improvviso erano arrivati tutti i media a coprire l’evento, la gente non voleva più vedere una telecamera. Sono andato avanti e indietro per sei mesi, senza avere un’autorizzazione, ma mi sono detto che non importava: se non avessi potuto girare un film avrei scritto un articolo».

Per mesi ha osservato ossessivamente molte cose, soprattutto il modo di negoziare la vita di queste persone e la burocrazia. E mostra allo spettatore la storia di una comunità che vive in piccoli box all’interno dell’aeroporto, che si è creata i tavoli da ping pong come il negozio del barbiere, fino al centro che somministra vaccinazioni. «Ho seguito molte storie, finché mi è stato chiaro che dovevo focalizzarmi su due vite, e in questo c’entrava la mia storia personale». Arrivato dal Brasile a Parigi per vivere col padre algerino, a causa del nome, Karim, la sua esperienza si è trasformata in un incubo: nessuno credeva che fosse anche brasiliano, tutti pensavano si dovesse comportare come un immigrato algerino.
Dopo un anno, la cosa era diventata insopportabile. «Il problema è che mi hanno scambiato per un arabo e non è la cosa più semplice in Francia. A 17 anni non sapevo come difendermi, ero molto arrabbiato e frustrato».
Per questo nel film ha scelto di focalizzarsi su un arabo, per contribuire a mostrare un’angolazione differente da quella con cui ce ne parlano da dieci anni a questa parte. Ha trovato un ragazzo siriano di 17 anni, Ibrahim Al Hussein (oggi 18 anni), diventato il narratore del film. Ed essendo interessato a due generazioni, ha scelto anche un iracheno di 35 enne, Qutaiba Nafea (oggi 40 anni). Due uomini provenienti da diversi background e con diverse prospettive di vita.

«Ricordo il momento in cui ho deciso di lasciare il mio paese», racconta Ibrahim, che oggi lavora in un cinema. «Non avevo possibilità di restare a Manbij (Aleppo, ndr), sono stato chiuso in casa per sei mesi a non fare niente, non potevo finire gli studi all’Università a causa della guerra. Volevo un’altra vita, e come ogni altro rifugiato proveniente dalla Siria ho fatto il viaggio passando dalla Turchia, poi dalla Grecia, per arrivare a Berlino. Ci sono voluti sei giorni non stop, fra treni e autobus. Mia sorella è venuta con me, abbiamo cugini in Germania. Ho iniziato a imparare il tedesco, per fare le carte, e dopo due anni ho ottenuto la residenza come rifugiato. Dopo 15 mesi passati a Tempelhof mi sono cercato una casa mia».
Qutaiba Nafea è arrivato qui allo stesso modo, a causa della guerra dopo che la sua città, Ramadhi è stata invasa dai terroristi. «Ho perso mio fratello più giovane, e poco dopo il mio compagno di casa: qualcuno è arrivata nell’edificio e lo ha ucciso. Sono molto grato al mio professore dell’Università, capo del dipartimento di Psichiatria. Mi ha incontrato a un esame e ha capito che non dormivo da tempo, ero paralizzato. Il giorno dopo mi ha convocato da lui, mi ha fatto molte domande e poi mi ha chiesto se avevo il passaporto. Quando gli ho risposto di sì, mi ha detto “domani lasci questo paese”. Mi sono fidato, lui mi ha salvato», continua, «io trovavo sempre scuse per aspettare, mi dicevo che avrei perso i miei studi da medico, e poi che non sapevo dove andare. Ma ho visto così tanta gente morire, che se non fossi sparito subito sarebbe successo anche a me». A differenza di Ibrahim ci ha messo 19 notti ad raggiungere Berlino, perché le cose nel frattempo si erano fatte più difficile. Dopo tre mesi a Tempelhof ha continuato a lavorare al centro medico che ha lasciato recentemente per iniziare a lavorare con un’altra compagnia. Oggi quando è in giro per la città con la moglie, scappata con lui, sono in molti a riconoscerlo e a salutarlo. «In un anno e mezzo ho fatto più di cinquemila vaccinazioni, ognuna aveva tre richiami. Le persone erano diventate delle specie di clienti che venivano a trovarmi un negozio».

La chiave di Central Airport THF sta mettere l’accento sul positivo, sul buono che può succedere ai rifugiati. E non solo. Oggi lo spazio intorno a Tempelhof è stato reclamato dal pubblico come oasi per ciclisti e amanti dei pic nic. Il messaggio implicito, quindi, è che i tedeschi sono stati così generosi da dividere i loro spazi migliori con i rifugiati. Un merito indiscusso, a cui il film rende un dovuto omaggio.

 

Articolo pubblicato su GQ.it 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Wes Anderson scalda Berlino con L’Isola dei cani (e un cast stellare)

16 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Festival di Berlino

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20th Century Fox, Berlinale 2018, Cristiana Allievi, Festival di Berlino, Isle of dogs, L'isola dei cani, Wes Anderson

Il regista texano torna lì dove ha lanciato il suo The Grand Budapest Hotel e, al solito, incanta tutti. Con una storia semplice ma visionaria e piena di magia (vera) del cinema

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Dal film L’isola dei cani di Wes Anderson, che ha aperto la 68esima Berlinale (© 2018 Twentieth Century Fox)

«Volevamo raccontare una storia di cani. Si trattava di partire da loro, e di vedere dove ci avrebbero portati. Quando racconto certe storie non ho subito tutto chiaro in mente: parto da un’idea che cresce strada facendo». Con queste parole il visionario regista texano Wes Anderson ha aperto stamattina la sessantottesima Berlinale.
In una sala stampa gremitissima, con il cast che si è messo addirittura a cantare, ha presentato il suo film animato L’isola dei cani, a quattro anni di distanza da The grand Budapest Hotel che aveva dato il via all’edizione del 2014. E fa di nuovo centro, con la brillante fantasia che lo caratterizza e uno stuolo di superstar che hanno prestato la propria voce.

Siamo in un arcipelago in Giappone, fra 20 anni. A causa di una “saturazione canina”, e di un tipo di influenza che rischia di oltrepassare la soglia della specie e colpire anche gli umani, il sindaco della città di Magasaki emette un decreto esecutivo: tutti i cani devono essere esiliati su un’isola di immondizia. È così che Trash Island diventa una colonia di esilio di animali sia randagi sia addomesticati. Ognuno arriva chiuso nella propria gabbia, e viene abbandonato a un destino di solitudine, mancanza di cibo e di cure. Finché un ragazzino di 12 anni, Atari Kobayashi, decide di disubbidire al sindaco e vola con il suo Junior-Turbo Prop sull’isola per andare a cercare il suo animale. Con cinque amici speciali a quattro zampe (Chief, Rex, King, Duke, Boss, tutti nomi che servono a ricordare quanto agli animali manchino la casa e la famiglia di umani da cui provengono) scoprirà una cospirazione per sterminare per sempre tutti i cani della città. Ma il team porterà a termine una missione che cambierà il destino di tutti.

Il nono film di Anderson, e il secondo dopo Fantastic Mr. Fox a essere stato creato con la tecnica stop-motion, racconta la fantasiosa storia di un’isteria nei confronti dei cani, con una grande dose di ironia, dettagli e umorismo. «In origine erano due idee che poi sono diventate una. C’erano i cani, anche quelli Alfa, l’immondizia e i bambini. Poi è arrivata la location, e ha catalizzato la storia», racconta il regista sei volte candidato agli Oscar, che ha scritto questa versione fantasy del Giappone con gli storici collaboratori Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura. «Volevamo rendere omaggio al cinema giapponese di Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki». Del primo regista sono film come L’angelo ubriaco, Cane randagio, Anatomia di un rapimento e I cattivi dormono in pace ad averlo ispirato, con quelle storie che ruotano intorno a temi come criminalità e corruzione e in cui si trascende il male grazie a personaggi dalla grande umanità e onestà. La stessa umanità che ritroviamo nei cani, che hanno sentimenti forti e versano lacrime di empatia. «I dettagli e i silenzi sono importantissimi e hanno un ritmo tutto loro, e per questi mi sono rifatto invece a Miyazaki. Anche la scelta di Alexander Desplat di stare un passo indietro con la musica in certi momenti, viene da quel tipo di ispirazione». Il regista ha lavorato vecchio stile, usando miniature di cani fatti a mano. «C’è una certa parte dello stop motion che usa modellini, e se lavori così, abbracci il vecchio metodo combinandolo con i processi digitali. Abbiamo ripreso miniature, e si vede, ed è un modo di lavorare che mi piace perché mi ricorda la storia del cinema». Un’idea di fantasia che, in anni di lavoro, si è plasmata sui fatti che, nel frattempo, accadevano nel mondo. «Temi come il futuro, la spazzatura e le avventure dei bambini valgono in ogni luogo e ogni tempo».

Le voci degli animali e dei protagonisti umani appartengono a un pool di superstar, da Bryan Cranston a Edward Norton, passando per Bill Murray, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Greta Gerwig e Scarlett Johansson. «Sono persone che amo e con cui ho lavorato nel corso degli anni. Il bello è che una proposta di prestare le voci a un film animato non si può rifiutare, è un lavoro che puoi fare quando vuoi, anche a casa tua», conclude il regista.

Il film sarà distribuito in Italia dalla 20th Century Fox nel mese di maggio.

Articolo pubblicato su GQ.it 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Kristin Scott Thomas: «Resisto a tutto, tranne che alle sfide».

09 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino, Personaggi, Teatro

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Cristiana Allievi, Donna Moderna, Gosford Park, Il paziente inglese, Kristin Scott Thomas, L'ora più buia, Sally Potter, The party, Wiston Churchill

DOPO QUATTRO ANNI DI LONTANANZA DAL SET, RECITA IN DUE FILM DI CARATTERE. IL CULT THE PARTY, GIRATO IN SOLI 15 GIORNI. E IL CANDIDATO ALL’OSCAR L’ORA PIU’ BUIA, IN CUI VESTE I PANNI DELLA MOGLIE DI WISTON CHURCHILL. UN RUOLO CHE ALL’INIZIO NON VOLEVA, TANTO CHE PER CONVINCERLA IL REGISTA HA RISCRITTO TUTTI I SUOI DIALOGHI

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L’attrice Kristin Scott Thomas, 57 anni (courtesy of The Sidney Morning Herald):

«Odio guardarmi sullo schermo. Vedo qualcuno che finge di essere qualcun altro, e non ci credo». Fa un certo effetto sentir pronunciare una frase così dissacrante da un’icona del cinema come lei. L’unica spiegazione a tanta audacia da parte dell’interprete di Gosford Park e Il paziente inglese viene forse dal suo Dna. Kristin Scott Thomas, 57 anni, nata in Cornovaglia ma trapiantata a Parigi dall’età di 19 anni, è la pronipote del capitano Scott, l’esploratore che ha perso la vita durante la competizione per raggiungere il Polo Sud. E suo padre, mancato quando aveva solo cinque anni, era un pilota della componente aerea della Marina Militare del Regno Unito. Non stupisce, quindi, che qualche tempo fa abbia dichiarato che non avrebbe mai più accettato ruoli da spalla: per convincerla a calarsi nei panni della moglie di Churchill, Joe Wright ha dovuto riscrivere tutti i suoi dialoghi. Non stupisce nemmeno la proverbiale riservatezza, se si pensa che dal divorzio dal marito François Olivennes nel 2008, un famoso medico francese con cui ha a vuto tre figli, non ha mai parlato di nuove relazioni sentimentali. E ad ascoltare cosa racconta di The party, film accettato dopo quattro anni di assenza dai set, risulta chiaro che le sfide sono l’unica cosa a cui non sa resistere. Questa è una pirotecnica girandola di incontri con un cast stellare, scritta e diretta da Sally Potter e nelle sale dall’8 febbraio.

In The party è una politica in carriera che organizza una cena fra amici. In pochi minuti la festa si trasformerà in un disastro, a causa delle dinamiche profonde che si scatenano fra i partecipanti. «Ero terrorizzata sapendo che avevamo solo una settimana di prove e due per girare, temevo che non mi sarei ricordata i dialoghi. È stata un’esperienza intensissima, in cui noi attori siamo costantemente esposti. Avevo deciso di smettere di recitare per il cinema e fare solo teatro, ma è stata l’esperienza più piacevole avuta su un set».

Merito della regista di Lezioni di tango? «È una delle poche donne a dirigire su questo pianeta, sa scrivere sceneggiature che sembrano scolpite e ti costringe a diventare il personaggio che crea per te».

Nel suo caso, una politica spudoratamente diretta. «Nella vita vera sono molto più idealista di Janet: sono nata e cresciuta a Redruth, lì anche se si pensano certe cose, non si dicono! È stato liberatorio calarmi in una donna piena di brutale verità, viviamo un momento storico di disintegrazione, è arrivata l’ora di fare qualcosa, di diventare più politici».

Cosa intende dire? «Mia madre Deborah (Hurlbatt, ndr) era una politica, conosco bene quella vita, è brutale, non perdona. Per me è triste vedere che abbiamo perso fede e rispetto per le persone che cercano di combattere per il bene comune, e credo sia successo da quando abbiamo perso Hilary Clinton».

Sua madre ha cambiato la sua attitudine verso la politica? «Lei agiva a livello locale, ma mentre era a New Orleans ha attraversato la tragedia Katrina. Io sono arrivata lì quattro giorni dopo, ho visto quanto bene può fare una persona in una città distrutta. Sono onorata di avere una madre che ha combattuto per cambiare, non a livello nazionale ma nei piccoli centri, quelli in cui si può ottenere o distruggere di più. E comunque spero ancora di vedere una donna alla Casa Bianca».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 5 febbraio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’altra Grace Jones. Amante, figlia, madre, sorella e nonna. Senza filtri

30 martedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Musica, Torino Film Festival

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Cristiana Allievi, documentario, GQ Italia, Grace Jones, Grace Jones: Bloodlight and Bami, Sophie Fiennes

Sophie Fiennes, sorella delle star hollywoodiane Ralph e Joseph, ci fa conoscere la donna che si nasconde dietro una delle icone più indelebili e graffianti degli Anni Ottanta

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Grace Jones con la regista Sophie Fiennes (courtesy Billboard, ndr)

Il viso come un teschio d’oro. Un corpo che pare scolpito nella pietra scura. E scenografie potenti quanto le coreografie che scorrono davanti agli occhi sulle note di Slave to the Rythm o La vie en rose in versione disco. Poi si passa al dietro le quinte, alla vita vera. Così, in un sapiente alternarsi di masquerade, episodi della vita più intima e personale, immersioni nella natura della Jamaica, cappelli eccentrici e soprattutto incursioni nella dolorosa storia familiare, si snoda il racconto di Grace Jones: Bloodlight and Bami, raffinato film di Sophie Fiennes presentato in anteprima all’ultimo Torino Film Festival che sarà in sala come evento il 30 e 31 gennaio 2018 grazie a Officine UBU in collaborazione con SkyArteHD.

Con un mix inedito di immagini mai viste prima, la documentarista inglese, sorella delle star hollywoodiane Ralph e Joseph, ci fa conoscere la donna che si nasconde dietro l’icona degli anni Ottanta.

Quello che sorprende di più del suo lavoro è la mancanza di filtri, per cui la Jones si mostra così com’è nei panni di figlia, madre, sorella, amante, creando una sensazione che fa da contrappunto alla pantera nera che divora il palcoscenico e che conosciamo bene. Sophie, 50 anni e un figlio di otto anni, Horace, è apprezzatissima a livello internazionale per i suoi lungometraggi che vanno a ritrarre grandi personalità del mondo dell’arte e della cultura.

Perché dopo l’artista tedesco Anselm Kiefer ha scelto proprio Grace Jones?
«L’ho incontrata quando ho girato un film su suo fratello Noel, che è pastore della City of Refuge Church, in California. Così ho conosciuto un essere bellissimo, con i suoi sessant’anni. Era il momento giusto per fare un film su una personalità così forte, e credo di aver trovato una chiave molto inusuale che sorprenderà. Mostro una Jones lontanissima dalle masquerade a cui ci ha abituati, mi ha permesso di entrare in una parte molto privata della sua vita».

Grazie al film scopriamo che Grace e i suoi fratelli, Chris e Noel, sono stati cresciuti per anni da un terribile patrigno: Mas P., uomo violento e autoritario…
«Eppure lei non è una vittima e non ha paura: trasforma la paura, butta fuori questa energia e la scaglia sul pubblico. Credo che abbia deciso di portarmi con lei perché desiderava esplorare la sua relazione con la Giamaica e la sua famiglia. Per cinque anni ho avuto la valigia sempre pronta, quando chiamava partivo. Ho raccolto moltissimo materiale, fra Tokyo, Parigi, Mosca, Londra e New York, e solo in un secondo tempo mi sono occupata di selezionarlo pensando a cosa avrei voluto farci».

Cosa significano le parole che ha scelto per il titolo del suo film?
«‘Bloodlight’ si riferisce alla luce rossa che si illumina quando un artista è impegnato in una registrazione in sala d’incisione. Mentre ‘Bami’ fa riferimento a una focaccia giamaicana di farina e tapioca, che simboleggia il pane della vita».

Grace dà la sensazione di essere una donna che preferisce stare nuda e sul palco, è così?
«Si sente più forte, in quella versione, e il palcoscenico è la sua àncora, il punto fermo a cui ritornare. Le abbiamo fatto indossare anche quegli incredibili cappelli di Philip Treacy che sottolineano le sue movenze da ex top model».

La Jones è anche una tenace donna d’affari, che discute dei suoi progetti musicali con un certo piglio.
«“Voglio essere libera di fare la musica che desidero” è una delle frasi che fanno capire che non si piega alle logiche del mercato. Il suo è un continuo processo sperimentale che la porta a capire chi è e chi vuole essere in quel momento, assecondando ciò che prova in quell’istante».

Altro elemento soprendente è scoprire la tanta religione nella vita della Jones. 
«Ho mostrato Grace mentre applaude la performance della madre in chiesa, e da spettatore senti che c’è qualcosa di potente mentre le guardi. Credo che sia dovuto alla mancanza di intimità con i suoi genitori, durante l’infanzia, che poi è il tema di tutta la parte del film girata in Giamaica».

[Continua…]

Intervista pubblicata su GQ.it il 30 gennaio 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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