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Un horror a ritroso nel tempo, quando la marina britannica si avventurava verso i confini del mondo sul continente artico. Tra iceberg, naufragi, ammutinamenti, inuit, cannibalismo e mostri (ma nessuno più pericoloso dell’uomo)

Presentata in anteprima mondiale all’ultima Berlinale, la serie The terrorprodotta da Ridley Scott, è ora in onda su Amazon Prime Video. Basata sul romanzo di Dan Simmons del 2007, che a sua volta si ispira a una storia vera accaduta alla Royal Navy britannica, ci porta indietro al 1845, quando Sir John Franklin era in viaggio nelle terre sconosciute dell’Artico, alla ricerca del passaggio a Nord Ovest e le due navi della spedizione (Erebus e Terror) scomparvero nel nulla (per essere ritrovate solo nel 2014 e nel 2016, nella zona di King Willim Island).

La serie tv in 10 episodi, dalla produzione piuttosto ambiziosa, mostra pian piano come la scarsità delle risorse e le condizioni avverse devono aver portato gli equipaggi alla catastrofe. Nel gelodi quelle terre isolate ai confini del mondo, succedono cose orrende che mettono in luce il peggio di un gruppo di marinai che lotta per la sopravvivenza e invece di sconfiggere un male esterno finisce per combattersi al suo interno, fino al culmine di una violenza primordiale.

Nella serie Jared Harris (Sherlock HolmesOperazione U.N.C.L.EAllied e la serie The crown) è il Capitano Francis Crozier, al comando della HMS Terror e secondo al comando della spedizione. È un marinaio senza eguali ma è anche un irlandese che è cresciuto nelle gerarchie della Royal Navy, e ha quindi dovuto accettare uno stato di inferiorità senza metabolizzarlo.
Il suo consiglio da esperto non viene mai ascoltato e lui affoga i dolori nell’alcol.
Quando la spedizione si rivela disastrosa può finalmente mostrare il proprio valore, ma i suoi demoni sono duri da combattere.

Suo antagonista è il Capitano James Fitzjames, terzo capo della spedizione, interpretato da Tobias Menzies (già nella serie The crown, in Games of Thrones e presto nel film tv King Lear con Anthony Hopkins e nel mistery ispirato al romanzo gotico Carmilla). È una promessa della Royal Navy, ha la stima di Franklin nonostante non abbia mai navigato verso il Polo ed è in competizione con Crozier. La sua falsa sicurezza verrà frantumata e i suoi tremendi segreti emergeranno.

The Terror

Conoscevate la storia narrata in The terror?
T. «In inghilterra non è molto nota, al tempo hanno voluto dimenticarla, mentre in Canada viene insegnata nelle scuole».
J. «Per via del cannibalismo, gli inglesi dicono “non è vero, non è mai successo”…».

Non ci sono stati sopravvissuti, come facciamo a conoscere i fatti oggi?
J. «Una nave che viaggiava sul ghiaccio ha incontrato due gruppi di Inuit che cacciavano, in due punti diversi del percorso. Quegli Inuit sapevano cosa stava succedendo. Durante successive ricerche, che sono andate avanti per 10 anni, gli Inuit hanno raccontato tutto. Quindi sono iniziati i ritrovamenti di ossa lunghe; c’era una famosa foto con un uomo su una barca circondato di ossa umane, ed erano visibili i segni dai coltelli, quindi non ci sono dubbi su quanto accaduto».

È una coincidenza il fatto che questa storia vada in onda oggi, o è lo specchio di qualcosa?
J. «L’idea era mostrare come stiamo impattando l’ambiente, l’arroganza delle persone che entrano nel mondo e credono di esserne i padroni. Un’attitudine che produce degli effetti».
T. «Sento il tema della sopravvivenza, e forse anche l’idea di incontrare una forza più grande di te, l’arroganza dell’imperialismo».

The Terror

Siete attori esperti, anche di teatro, come si crea un’atmosfera horror sul set, da far respirare poi agli spettatori?
T. «Jonathan, il production designer, ha creato un mondo magnifico. Poi si è trattato di calarsi con l’immaginazione in un mondo pre moderno e vedervi dei mostri».
J. «I mostri cambiano, uno di loro è Cornelius Hickey, ma poi per un paio di episodi lo sono io, poi lo diventa Tobias… forse il mostro peggiore è l’ammutinamento…».
T. «L’ammutinamento è la cosa più temibile per un capitano, sempre».

Dove avete girato il film?
J. «Principalmente a Budapest, sede del set, per sette mesi, poi siamo stati un mese in Croazia: un’isola chiamata Pag, piena di pietre, funzionava bene come paesaggio per la fine della storia, quando si scioglie il ghiaccio».

Cosa c’è di nuovo in questa serie, nella vostra percezione?T. «La cosa più importante è il fatto di raccontare la storia stessa, che non è molto nota. Sembra diversa dalle cose che ho visto fin qui, ma è difficile spiegare perché. Dovevano trovare un modo originale di fare un horror, e David Kajganich e Soo Hugh che hanno scritto la storia conoscono il genere, eravamo in ottime mani».
J. «Il primo episodio mi ha reso chiaro che non ci sono clichè sul modo di intrattenere il pubblico. La storia si costruisce lentamente, non salta subito sulle terrificanti forze esterne presenti nei ghiacci, per esempio. Direi che è reale, non ruba dai classici del genere per attirare l’attenzione, non copia i finali di Brian De Palma, per intenderci».

Jared, lei ha altre due serie in uscita, una Amazon Original, Carnival Row, e una per HBO, Chernobyl.
J. «Carnival Row uscirà alla fine del 2019, io sono Absalom Breakspear, un cancelliere imperioso assediato da nemici politici da tutti i lati. È una grande storia fantasy, in cui devi buttarti senza esitazioni. E in Chernobyl, che uscirà all’inizio del prossimo anno, sono un investigatore mandato a cercare di risolvere un problema che negano esistere».

Tobias lei invece ha girato Re Lear…
T. «Alla fine dell’anno scorso, con Anthony Hopkins. Uscirà alla fine del 2018 sulla BBC, è una produzione inglese. Io sono Cornwall, membro della famiglia Lear, e ho lavorato molto accanto a Emily Watson (che è anche in Chernobyl, ndr). Hopkins è sempre stato un mio eroe, non è stato difficile accettare».

Amazon e Netflix sono buona cosa, per la libertà degli attori?
J. «Il problema è che gli studios hanno abdicato, hanno deciso molto tempo fa di rinunciare a grandi film. Paramount sette anni fa ha detto “non ne faremo più”, e HBO, Amazon e Netflix hanno sentito quel vuoto. E poi… organizzare le uscite di un’intera famiglia è difficile, se puoi vedere qualcosa di molto ben fatto anche stando a casa, non è male».
T. «Credo che tutta questa concorrenza forzerà il cinema ad alzare di nuovo l’asticella, quindi credo che andrà bene per tutti».

Articolo pubblicato su GQ.italia 

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