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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Tom Ford: «Vi racconto la nostra paura di viverci fino in fondo».

04 domenica Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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A single man, Amy Adams, Back to Black films, Cristiana Allievi, GQitalia, Jake Gyllenhaal, Nocturnal Animals, Tom Ford, Venezia 73

Il senso delle scelte, la capacità di capire «chi sono le persone che contano, per tenercele strette», la necessità di ascoltarsi e «avere fiducia in se stessi» ma anche l’arte ironica di «goderti l’assurdità del mondo che ti sei scelto». Il regista couturier regala Nocturnal Animals, un altro film esteticamente perfetto e insieme profondo

Risultati immagini per Tom Ford Venezia 2016

Il regista, produttore e stilista texano Tom Ford, 55 anni.

Dopo aver visto Nocturnal Animals non stupirebbe scoprire che Tom Ford sa anche cantare, perché è una delle poche cose che non lo abbiamo (ancora) visto fare.
Sul fatto che sappia dirigere e scrivere una sceneggiatura, ormai nessuno può avere più dubbi, e si scoprirà anche se vincerà la nuova sfida di produttore, avendo creato da poco la sua Back to Black Films.

Il secondo film da regista dello stilista texano, presentato oggi in concorso alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia e applauditissimo dalla critica, presenta un apprezzabile lavoro di adattamento del libro Tony and Susan di Austin Wright, del 1993.

È la storia di una donna, Susan (Amy Adams), gallerista di New York, che a un certo punto riceve un manoscritto. Lo ha scritto il suo ex marito Tony (Jake Gyllenhall), un aspirante scrittore che finalmente colpisce nel segno. Il libro si chiama “Nocturnal Animals”, ed è violento fino all’horror, con uno scopo: far rivivere a Susan la sua vita con l’ex marito, con tutta la sua incapacità di amarlo includendo le sue fragilità.

Leggendo quelle pagine Susan rifletterà su tutta la sua vita, e sulla propria incapacità di accettare se stessa e la propria natura, tratto che l’ha portata a vivere una vuota vita borghese.

«Il senso di questa storia è capire chi sono le persone che contano, nella nostra vita, per tenercele strette», racconta il regista.
«Ma si tratta anche di avere fiducia in se stessi. Il personaggio di Amy Admas, Susan, è vittima della propria insicurezza, cade in quello che gli altri volevano che fosse, nello specifico sua madre, invece che in se stessa. Rappresenta la mia parte femminile, mentre Jake, che recita un uomo che viene dal Texas, e che non è il tradizionale macho ma è sensibile, rappresenta il mio maschile. Ed è un uomo che alla fine, perseverando sulla propria strada, diventa più forte».

La sequenza di apertura del film, con donne grassissime alla Botero, che ballano vestite solo di stivali e cappello da majorettes, catturano prepotentemente l’attenzione dello spettatore. «Volevo ambientare la storia in un mondo contemporaneo, ed enfatizzare alcune delle sue assurdità. Di solito non amo quando nei film l’arte è falsa, così ho dovuto inventare la scena iniziale, e l’ho fatto mettendo la testa in un immaginario di artista. Ho vissuto gli ultimi 27 anni in Europa, così ho pensato a un artista europeo che esagera, con queste donne cariche di dettagli americani, grasse ed eccessive. Mentre giravo mi sono innamorato di loro, erano così belle, felici, libere perché hanno abbandonato tutte le convenzioni culturali su come le donne dovrebbero essere. Bisogna lasciar andare l’idea di come dovremmo essere per trovare chi siamo davvero», continua Ford.

Uno stilista sul set, Tom Ford e la coppia Gyllenhaal-Adams: "Un tuffo dentro l'io"

Il regista (al centro) con il cast di Nocturnal Animals, film in concorso alla 73° Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

Il film è esteticamente perfetto, come il precedente, e si mantiene in un equilibrio pericoloso e straordinario, estetizzando anche i momenti più brutali della storia, come quello in cui si vedono i cadaveri di due donne perfettamente adagiati su un divano rosso, in mezzo a una discarica. «Per me lo stile deve servire la sostanza, sempre, in particolare nei film. Il personaggio di Susan dice a Jake “dovresti scrivere di te stesso”, e lui le risponde “nessuno scrive di altro che non sia se stesso”. Lei in quel momento è sdraiata su un divano rosso, e lo fa arrabbiare moltissimo. Per questo quando lui nel libro la “uccide”, torna di nuovo il divano rosso: l’uomo vuole far provare alla ex moglie quello che ha provato lui, e io lo restituisco visivamente».

Nel film si conversa anche sul fatto di non essere felici del proprio lavoro e della propria carriera, che si porta avanti solo per dovere. «Da giovane sei ottimista», prosegue il regista, «e sei attratto da cose che sembarno meravigliose ma solo superficialmente. È così che crescendo ti trovi intrappaolato, perchè devi pagare le bollette e mandare i figli a scuola. A quel punto non ti resta che goderti l’assurdità del mondo che ti sei scelto».

Il film non ha un lieto fine, e per Ford questo è un bene. «Non sapremo cosa farà la donna protagonista, di certo però non tornerà alla sua vita: il suo passato è definitivamente alle spalle, in questo senso il film contiene una trasformazione».

Alla domanda se vuole dedicare più tempo alla regia, in futuro, compatibilmente con tutti i suoi impegni, risponde sorridendo. «Non vedo l’ora di girare il prossimo lavoro, ma non è ancora il momento di rivelarne i dettagli. Posso solo dire di essere old fashion, il mio intento quando dirigo una storia è sempre farmi domande sulla mia vita. E se lo spettatore lascia il cinema senza essersi fatto domande, vuol dire che il film che ha visto ha fallito…».

 

Articolo pubblicato da GQItalia sett 2016

© Riproduzione riservata 

Guerra e droni: “Il diritto di Uccidere” è un film di urgente attualità

25 giovedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Barak Obama, Colin Firth, Cristiana Allievi, Eye in the sky, Gavin Hood, Good Kill, Guy Hibbert, Il diritto di uccidere, NAtional Birds, New York Times, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

Diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, il film che racconta dettagliatamente cosa sia la “kill chain” che è al cuore di ogni attacco con droni, diventa quasi di utilità sociale. Perché questo tipo di guerra ci coinvolge tutti.

Il colonnello inglese Katherine Powell, dopo aver inseguito per anni una connazionale divenuta terrorista, la rintraccia in Kenya grazie all’uso dei droni.
Il suo “occhio” sul campo è pilotato in Nevada da un giovane ufficiale che, al momento di sferrare l’inevitabile attacco alla cellula terroristica di Nairobi, intercetta una bambina che si piazza a vendere il pane proprio a pochi metri dall’obiettivo. A questo punto tutto ruota intorno alla percentuale di probabilità che ci sono di far morire anche quell’innocente, per colpire il gruppo di terroristi. Inizia un gioco di rimbalzi in cui nessun politico nella “war room” londinese vuole prendersi la responsabilità di decidere, mentre da parte Usa arriva più volte l’ok a procedere.

Nelle sale dal 25 agosto Il diritto di uccidere (Eye in the Sky), diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, solleva una domanda fondamentale nello spettatore: il danno collaterale è moralmente accettabile nel contesto della lotta al terrorismo?«Non sapevo niente dalla moderna guerra con i droni, su cui tra l’altro non c’è mai stato un vero dibattito pubblico. Per molti mesi ho studiato la sceneggiatura di Guy Hibbert, ho letto libri, guardato documentari e preso contatti con l’esercito. Poi ho parlato con piloti di droni e avvocati che si occupano di diritti umani», racconta Hood. «Ma la cosa che mi ha coinvolto nel progetto, affascinandomi, è stato il fatto che al cuore della storia c’è un genuino dilemma etico e morale. Da ex avvocato mi ha ricordato il vecchio “dilemma del vagone”, spesso presentato alle lezioni di etica, in cui si chiede agli studenti se sacrificherebbero una vita per salvarne molte in circostanze che coinvolgono un treno in corsa che non si può fermare. Il diritto di uccidere pone lo stesso dilemma: uccideresti una bambina innocente per prevenire la possibile – ma non inevitabile – morte di molte persone per mano di un kamikaze?».

Il diritto di uccidere

 

 

Il diritto di uccidere

Come regista, Hood presenta questo dilemma allo spettatore in modo viscerale, cinematico ed eccitante, tenendolo inchiodato alla sedia e allo stesso tempo sfidando la sua idea di giusto e sbagliato. Interpretato dal premio Oscar Helen Mirren, da Aaron Paul e da Alan Rickman alla sua ultima e straordinaria prova di attore, il film è particolarmente abile nel far percepire cosa attraversano le persone a livello umano, dai vertici militari a quelli politici, fino al pilota che deve premere l’ultimo bottone della catena. E mette in rilievo come questa nuova guerra non coinvolga solo una tecnologia avanzatissima, ma incastri leggi, etica e politica: il colonnello, per ottenere l’ok a procedere, dovrà prendere una decisione personale, che lascia lo spettatore con qualcosa di cui parlare e lo coinvolge al punto da farlo diventare una specie di giuria.Il diritto di uccidere

Che quello dei droni sarebbe stato il tema dell’anno lo si era capito con l’uscita di Good Kill, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Ethan Hawke, seguito dalla proiezione di National Bird all’ultima Berlinale, il documentario di 90 minuti di Sonia Kennebeck prodotto da Wim Wenders.

Se il film interpretato da Ethan Hawke intrattiene con il tormento dell’uomo che passa dalla guerra fisica, combattuta in Afganistan, a quella in cui si uccide a distanza, freddamente e senza nessun tipo di percezione, la giornalista freelance Kennebeck, che ha lavorato per la CNN e le tv tedesche, ha fatto un altro tipo di operazione: ha cercato fonti interne e le ha fatte parlare direttamente, raccontando per la prima volta cosa succede a chi si arruola in “un programma di droni”, con tanto di numeri sui tentati suicidi per il disagio causato alla psiche.

Poche settimane fa Barak Obama ha finalmente rilasciato dichiarazioni sul numero di “vittime collaterali” dei droni dal 2009 al 2015: da 64 a 116 in sei anni è la cifra rivelata dalla Casa Bianca, un numero molto inferiore a quello dichiarato da media e Ong. Negli ultimi sette anni sono stati 473 gli attacchi degli aerei senza pilota contro obiettivi del terrorismo internazionale, che hanno ucciso circa 2500 terroristi. Il tema è quanto mai scottante, e secondo il New York Times la dichiarazione di Obama a sei mesi dalla fine della sua presidenza ha un valore simbolico: sarebbe un modo per rendere i bombardamenti al di fuori di zone di guerra una routine accettata della politica di difesa.Il diritto di uccidere

Per questo motivo il racconto dettagliato di cosa è la “kill chain”, che è al cuore di Il diritto di Uccidere, diventa un fatto quasi di utilità sociale, dal momento che questo tipo di guerra ci coinvolge tutti. «È fondamentalmente la catena militare e politica del comando attraverso cui passa la decisione di colpire un individuo, prima che venga dato il via libera a ucciderlo», spiega Hood. «Nel film vediamo la catena in azione in tempo reale. Nel caso di un “individuo di alto valore” o di un target politicamente sensibile, questa catena della morte porta dritti al Primo ministro britannico e addirittura al presidente Usa. Il fatto che a rendere legale un assassinio sia una catena di permessi è materia di grande dibattito. Se la gente parla di quello che ha visto, e di come la fa sentire, e di cosa farebbe e non farebbe se si trovasse a prendere decisioni sulla vita e la morte di qualcuno, ne sarei entusiasta. È l’effetto che ha fatto a me leggere la sceneggiatura di Guy: mi ha fatto davvero pensare».

Articolo pubblicato su GQ Italia 

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Cara Delevingne: «Ragazze, imparate a dire no».

24 mercoledì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Anna Karenina, Annie Clark, Cara Delevingne, Cristiana Allievi, David Ayer, Faudel-Phillips, Karl Lagerfeld, Luc Besson, St. VIncent, Suicide Squad, Tom Ford, Tulip fever

 

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L’attrice e modella Cara Delevingne, 24 anni (courtesy of Grazia Italia).

“Chi sono io? Chi sto cercando di essere? Non me stessa, chiunque ma non me stessa…”. Parole che colpiscono, quelle di Cara Delevingne, specie se affiancate a dichiarazioni altrettanto forti, come l’ammissione di aver sofferto di depressione e di aver voluto diventare modella per cercare una scappatoia a questa gabbia. Ma facciamo un passo indietro. A 17 anni questa londinese cresciuta nel quartiere di Belgravia abbandona la scuola e firma un contratto con la Storm Management, e di colpo è catapultata nel mondo delle campagne pubblicitarie. Tutti la vogliono, da Burberry a Victoria’s Secret, da Mango a Fendi a sua maestà Karl Lagerfeld, che le fa aprire la sfilata di Chanel a Parigi. Non bastasse, Tom Ford la mette nuda tra le orchidee per il suo profumo, Black Orchid. Riceve due volte il titolo di modella dell’anno ai British fashion Awards, Forbes la indica come la seconda modella più pagata al mondo (a pari merito con la Lima), con nove milioni di dollari l’anno. Ma questo non cambia il suo stato interiore, finchè l’anno scorso annuncia al Time di volersi ritirare dalle passerelle, a soli 23 anni, per dedicarsi alla recitazione. Motivazione ufficiale, un tale stress che le ha probabilmente provocato la psoriasi. Quelle di cui sopra sono le parole che ha usato per descrivere il proprio stato d’animo dal microfono di Women in the World Summit, davanti a un Rupert Everett maestro di cerimonie. Non un caso, forse, che abbia condiviso proprio con lui una confessione a cuore aperto. Se Everett è un discendente della famiglia degli Stuart, infatti, Cara proviene da parte di madre dai baroni Faudel-Phillips; e come Rupert, Cara ha fatto outing l’anno scorso, raccontando a tutto il mondo di essere innamorata della musicista Usa Anna Clark, nota come St. Vincent. Alta, magra, con quelle sopracciglia importanti che sono un marchio di fabbrica, è cresciuta in una famiglia privilegiata ma tutt’altro che perfetta. La madre, Pandora, sta scrivendo un libro di memorie sulla sua dipendenza dall’eroina, e per madrina ha Joan Collins, mentre il padre è un uomo di successo nel campo immobiliare. Cara suona la batteria e canta, e il cinema è sempre stato il suo vero amore, ma per essere credibile in una nuova veste ha dovuto lottare, e parecchio. L’abbiamo vista in Anna Karenina di Joe Wright accanto a Keira Kniegtly, in London Fields con Johnny Depp e Amber Heard. E in Tulip fever condivideva il set nientemeno che con Judi Dench e Christoph Waltz. E considerato che in Suicide Squad sarà insieme a Jared Leto e Will Smith, nelle sale dal 18 agosto, possiamo affermare con cognizione di causa che Cara è una di quelle modelle a cui la transizione ad attrice è riuscita per davvero, come a Charlize Theron. O come ha detto un celebre critico di Variety, a giudicare dal suo lavoro, Cara è una arrivata sulla scena per restarci, considerato anche che il suo prossimo ruolo è nella science-fiction di Luc Besson, Valerian. Intanto possiamo godercela in Suicide Squad, il cui racconto si basa sui personaggi della DC Comics. Nel film lei è l’Incantatrice e fa parte di una banda di super cattivi a cui viene fornito il più nutrito arsenale immaginabile dal governo, il tutto per sconfiggere un’entità sconosciuta. Quando scopriranno il vero motivo per cui sono stati scelti si troveranno a dover decidere se combattere ancora insieme o se fare ognuno per sé.

L’Incantatrice è un antico essere malvagio che si risveglia nell’esploratrice June Moone dopo un lungo periodo di prigionia. Come si è preparata a questo ruolo? «Sono una donna cattiva e contorta che fa saltare in aria i corpi, e li fa a pezzi… Mi ci sono preparata immaginando silenziosamente modi per uccidere i miei amici (ride, ndr), a quanto pare funziona!».

Lei sarà una strega. «Il mio personaggio è fuori dal mondo, o almeno da questo mondo. Ma la genialità di David Ayer (che ha scritto e diretto il film, ndr) è stata rendere tutto molto radicato e reale, ha voluto che incarnassi una persona potente, quasi prepotente, di cui sfugge sempre un pezzo. Si scoprirà che si tratta di una donna ferita e molto vulnerabile, ed è questo aspetto che la rende umana e con cui tutti potranno relazionarsi».

 Non è facile avere bei ruoli al cinema, specie agli inizi, come ha reagito quando David Ayer l’ha scelta? «L’ho incontrato due anni fa e mi ha solo dato la sua visione generale del personaggio, attraverso immagini che aveva trovato in rete. Tutto il progetto era segretissimo, ha scatenato la mia immaginazione, dal momento in cui mi ha parlato dell’Incantatrice e del mondo etereo di cui fa parte ho detto subito di sì. Più avanti ci siamo parlati ancora al telefono, mi ha chiesto pareri sulla salute mentale, un argomento che mi interessa molto».

Lei ha sorpreso molte persone, l’anno scorso, annunciando di abbandonare le passerelle… «Eppure quello di fare la modella non è mai stato il mio sogno, a quattro anni volevo già recitare, ho sempre preferito essere un’altra, sin da bambina. C’è stato un momento della mia vita in cui ho letteralmente vissuto attraverso la macchina fotografica, e il problema è che quello è un mondo in cui vieni usata: ti spremono come un limone, poi ti buttano via per la prossima che arriva. Quel lavoro stava uccidendo la mia anima, ho iniziato a farlo per sfuggire alla depressione di cui ho sofferto sin da ragazzina».

Lo stress le ha causato una forte psoriasi, ha dichiarato anche di essere arrivata a odiare il suo corpo, e a sperare che qualcuno arrivasse da fuori a fermarla, perché lei non ci riusciva… «È stata Kate Moss a farlo. Sapendo a che pressione siamo sottoposte, vivendo sempre per soddisfare le aspettative altrui, mi ha consigliato di rallentare. Così mi sono dedicata allo yoga e al rilassamento, mi sono ricaricata per il passo successivo: fare quello che volevo davvero della mia vita».

Ci sono attrici che arrivano dal mondo della moda che si lamentano dei ruoli che vengono offerti loro come attrici, poco credibili. «Anche a me hanno chiesto di interpretare la modella svedese o inglese, che muore sempre, o la ragazza scema, come in American Pie 27, con scene di sesso gratuite. Non sa quante volte sono andata in crisi declinando ruoli, perché tutto quello che volevo fare era recitare… Ma ho capito che la mia dignità era più importante anche di questo».

Qual è la cosa che oggi trova più sfidante di questo lavoro? «Imparare a tenere fuori dal set le distrazioni della mia vita. Ed essere innamorata aiuta, quando lo sei stai con quella persona come se nella stanza non ci fosse nessun altro. Recitare è un po’ lo stesso, quando guardi in faccia un altro attore non deve esistere nient’altro».

Il suo primo ruolo è stato in Anna Karenina, quattro anni fa: come lo ricorda? «Ho passato ore tra trucco e capelli, per girare una grande scena, ero così nervosa… Poi è arrivato il regista e mi ha detto “Smettila di fare la modella, e smettila di cercare di sembrare bella!”. È successo qualcosa dentro di me».

Ha superato la paura di essere incasellata e poco credibile? «La gente può incasellarmi in qualsiasi modo, come modella e com quello che vuole. Ma se semplicemente vado avanti e faccio le cose al meglio, cosa che spero succeda, so di poter dimostrare di valere molto».

Suicide Squad è uno di quei film che si girano in gruppo, com’è andata con i colleghi? «Abbiamo avuto un mese di prove, prima di girare. È stato molto divertente perché fuori dal set ci scatenavamo come bambini. È ovvio che noi non siamo i personaggi che interpretiamo, ma in qualche modo incontrandoci ci trasformavamo in ragazzacci pestiferi. Ha presente quando a scuola ci si sedeva in fondo al pullman, a cantare a squarciagola? Eravamo così. Ma una volta sul set la situazione cambiava al volo, volevamo tutti rendere al meglio quando arrivava David».

 

Ha una scena preferita? «Direi quando ho incontrato me stessa la prima volta, nell’essenza, ovvero quando June incontra per la prima volta l’Incantatrice.  Ho recitato le due parti in due giorni diversi, proprio per costruire il momento in cui i due personaggi arrivano a incontrarsi vis a vis».

Nel film ha un look straordinario, ha collaborato con la costume designer Kate Hawley nel costruirlo? «Il dipartimento che si è occupato di trucco e costumi era così straordinario che sarei stata ridicola a pensare di dare un contributo! Da parte mia ho sentito che creare il personaggio, e giocare sulla sua fisicità e l’accento, era abbastanza».

Prima parlava di essere innamorata, è stata coraggiosa quando ha dichiarato di essere legata alla musicista Annie Clark, nota ai fans come St. Vincent… «A un certo punto è meglio rivelarsi per chi si è davvero, e la mia sessualità non una fase passeggera, come qualcuno pensa».

Il prossimo anno ha vari film in uscita, ma davvero non la vedremo più in passerella? «Farò ancora la modella, ma in modo molto selettivo. Adoro dire di no, e finora non lo avevo fatto. Questo mi ha rubato molta salute e felicità, e non riaccadrà mai più».

Ha quattro milioni di follower su Twitter e 20 su Instagram: cosa consiglia alle ragazze che vogliono fare le modelle? «Perché non sognare alla grande, per esempio di diventare delle politiche di successo? Scherzi a parte, il mio consiglio è: qualsiasi cosa vogliate fare, state bene con voi stesse, perché con voi stesse ci dovrete stare un bel po’ di tempo».

Articolo uscito sul n. 33 di Grazia

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Giorgia Benusiglio: «Il mio errore l’ho pagato tutta la vita».

22 lunedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina, Senza categoria

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Ambrogio Crespi, Carlotta Benusiglio, Cristiana Allievi, ecstasy, Giorgia Benusiglio, Giorgia Vive, Grazia, Lamberto Lucaccioni, Mdma, smart drugs, Vuoi trasgredire? Non farti

 

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Giorgia Benusiglio, 34 anni (courtesy Mediaset.it)

«Un giorno ho letto su un opuscolo “la droga fa male, se vuoi provarla ti diamo consigli su come farlo”. Anche sui pacchetti di sigarette c’è scritto “il fumo uccide”, ma se ti fai una sigaretta non muori. Ho pensato che per una volta non mi sarebbe successo niente, l’ho pagata molto cara». È il 1999 quando Giorgia Benusiglio si cala mezza pasticca di ecstasy in discoteca e in poche ore è colpita da un’epatite tossica fulminante. Il padre, Mario, si danna per farle avere un fegato nuovo in tempi brevissimi. Dopo la terapia intensiva e le crisi di rigetto (le hanno dato due volte l’estrema unzione), è proprio il padre ad accompagnarla per mano verso la rinascita. La incontro su una terrazza siciliana dopo la proiezione del docu film di Ambrogio Crespi che racconta la sua battaglia, Giorgia Vive– La storia di una fine che è solo l’inizio, appena premiato con il Cariddi alla 62° edizione del festival di Taormina e da settembre in tour per le scuole e i palazzetti d’Italia. Tuta pantalone in seta a stampe, cintura che le fascia un vitino minuscolo, parla con Grazia pochi giorni dopo dopo aver incassato l’ennesimo colpo. Il destino due anni fa le ha strappato l’adorato padre e solo poche settimane fa la sorella Carlotta, trovata impiccata a un albero di un parco di Milano. Mentre me lo racconta Giorgia non versa una lacrima. Ha quel naturale sistema di protezione che ci fa sopravvivere al dolore quando pare impensabile riuscirci. Al di là dalla vetrata che ci separa dal terrazzo c’è la mamma, Giovanna, che cammina senza una meta con lo sguardo ferito. Cerca continuamente un contatto con gli occhi grandi e luminosi della figlia.

Credo sua madre la stia cercando… «Devo starle vicino, dopo l’odissea con me e la perdita di mio padre, adesso anche mia sorella. È davvero troppo. Io e il mio compagno stavamo per tornare a vivere insieme, ma il lutto che ha colpito di nuovo la mia famiglia ci ha fermati».

C’è qualcosa che vuole dire su quello che è appena successo? «Non posso, gli inquirenti mi hanno pregata di mantenere il silenzio e ho totale fiducia sul fatto che la verità verrà fuori. Ma dedico a Carlotta il premio ricevuto, a lei e a tutte quelle donne che non sanno dire no a un amore sbagliato, pagandolo con la vita».

In Giorgia Vive sorprende vedere quanto amore le abbia dato la sua famiglia. Si è chiesta da dove è nata la sua esigenza di ricorrere all’ecstasy? «Quello che ti droghi perché i genitori non ti amano è un falso mito. Oggi si fa uso di stupefacenti per paura di comunicare con gli amici, per far parte di un gruppo, per noia. È un altro tipo di disagio».

Perché questo film a distanza di tanto tempo? «Sei anni fa ho scritto Vuoi trasgredire? Non farti, che è alla sesta ristampa. La mia vita era andare in giro a presentarlo e a parlare con le persone, come mi ha insegnato mio padre. Poi ho incontrato Ambrogio Crespi al Cocoricò, in occasione della morte di Lamberto Lucaccioni (deceduto a 16 anni per overdose, ndr). Lui ha sentito la mia capacità di comunicare e mi ha proposto di fare il film: è stato con me 24 ore su 24 dandomi un supporto straordinario».

Sua sorella Carlotta appare di spalle, nel film. «All’inizio non voleva apparire, poi le cose sono cambiate. Un mese prima della conclusione dei lavori ha chiesto lei di “leggere” una lettera che mi aveva scritto 16 anni prima, mentre ero in terapia intensiva e non poteva avvicinarsi. Tra le parole che pronuncia ci sono queste: “ricorda che sono qui per sempre, sono accanto a te”. Eravamo d’accordo per incontrarci a Taormina, invece è stata l’ultima cosa che ha fatto, non l’ho più potuta abbracciare. Non credo niente accada per caso, la sua presenza nel film che racconta la mia storia dimostra che l’amore ha vinto ancora, nonostante il dramma».

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Come definirebbe la sua occupazione, oggi? «Sono una consulente per la prevenzione giovanile contro l’uso di sostanze stupefacenti. Giro l’Italia da 10 anni, all’inizio era una volta alla settimana, poi sono diventate tre, oggi è un continuo. Voglio dare l’informazione che non mi è stata data all’epoca, poi ognuno può fare le proprie scelte. L’anno scorso ho incontrato un ragazzo che ha preso Mdma,  era giallo dalla testa ai piedi, aveva un’epatite tossica non fulminante e ha avuto più tempo di me. Mi guardava piangendo e mi diceva “non lo sapevo…”. Sulla mia pagina FB (Giorgia Benusiglio Prevenzione Droghe, ndr) ricevo 25 messaggi al giorno, anche da genitori che hanno molto bisogno di sostegno. Oggi gli adolescenti usano ecstasy, anfetamine, cannabinoidi, Mdma, e sta tornando l’eroina, non iniettata ma fumata. Poi ci sono le “smart drugs” le droghe sintetiche che si acquistano su internet vendute come tisane, profumatori d’ambiente e molto altro. Ne escono 100 nuove all’anno, la polizia non riesce a classificarle come illegali e non puoi arrestare i pusher».

I dati ufficiali sull’uso delle droghe? «Dicono che tra gli adolescenti il 78.2 per cento ha fatto uso, fa uso o userà sostanze stupefacenti».

Come sta il suo corpo oggi? «Il problema del trapianto sono i medicinali. Ho una malattia autoimmune all’intestino, ho avuto un tumore tre anni dopo il trapianto, ogni mese faccio gli esami del sangue e ogni sei un check up completo, è il mio modo di sopravvivere».

Ha una dieta speciale? «La terapia che mi ha dato l’Ospedale San Raffaele vieta l’acido arachidonico, cioè gli omega 6 e 9. In pratica posso mangiare solo verdura, frutta, formaggi magri, legumi, grano saraceno, riso e pesce bianco. E quando sgarro sto male, me lo permetto solo se il giorno dopo non ho niente da fare».

Cosa le succede esattamente? «Mi si bloccano gli arti, non mi alzo nemmeno dal letto».

Si è perdonata per quello che ha fatto? «Sarei disonesta a risponderle di sì, ma ci sto lavorando. Sono in terapia con una dottoressa specializzata in EMDR (un approccio mirato al trattamento del trauma, ndr), in pratica riapro cicatrici chiuse male, per farle guarire. Sono razionalissima, purtroppo, ma pian piano ho fiducia nel fatto che questo aspetto si sgretoli, almeno un po’…».

È la testimonianza vivente che da una tragedia si può tirar fuori qualcosa di buono. «Quello che non mi stancherò mai di dire, a tutte le persone che incontro, è che le tragedie nella vita accadono. Bisogna rialzarsi e continuare a vivere».

Mentre la saluto penso che nessuno, più lei ha, ha i titoli per pronunciare simili parole.

Articolo pubblicato sul n. 35 di Grazia, 2016 

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Oliver Stone: «Soltanto la verità».

10 domenica Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina

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Cia, Cristiana Allievi, Donald Trump, Hilary Clinton, Igor Lopatonok, JFK, Kennedy, Kiev, Louis Stone, Nato, Oliver Stone, ONG, Platoon, Salvador, Snowden, The Untold History of United States, Ucraina, Ukraine on fire, Vladimir Putin, Wall Street

Dal nuovo documentario Ukraine on fire, prodotto e appena presentato in anteprima mondiale in Italia, al prossimo film Snowden, sullo scandalo del Datagate, il regista e produttore tre volte premio Oscar prosegue la sua missione: indagare i fatti. E mostrare, ancora una volta, il volto più controverso dell’America

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Oliver Stone, regista attore e produttore Usa (courtesy youwoncannes.com)

«Non ha idea di quanto sia stato doloroso essere coinvolto in questo film. In passato ho girato documentari sul Sudamerica e conosco bene gli attacchi che ci si trova a subire, in questo caso sono stati violenti. Trovo inconcepibile dover essere accusati per difendere fatti che è importante che vengano conosciuti. Le opinioni possono essere discusse, ma i fatti devono essere presentati, e finora nessuno lo ha fatto come noi». Non a caso si è meritato il titolo di “coscienza dell’America”. Salvador, Platoon, Wall Street, JFK: nessun regista come Oliver Stone ha messo in dubbio il mito degli Usa come ha fatto lui. E pensare che quelli citati sono film mentre quando è davvero arrabbiato- parole sue- lavora a un documentario. L’ultima volta che si è cimentato sul tema è stato con il monumentale Untold History of United States, 12 ore di immagini che smontano 70 anni di storia ufficiale americana alle voci Seconda Guerra mondiale e Guerra fredda. 69 anni, tre Oscar, tre figli e tre matrimoni all’attivo, questo regista, sceneggiatore, produttore e attore non pare abbassare la guardia. È appena stato in Italia come produttore esecutivo di Ukraine on fire, presentato in anteprima mondiale al 62° TaorminaFilmFest, in cui appare nientemeno che come intervistatore del presidente russo Vladimir Putin e dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich. Stone ha vigilato sul regista Igor Lopatonok, ucraino trasferitosi negli Usa dal 2008, che ha voluto raccontare le complicate vicende di una terra di confine da sempre contesa tra Occidente ed Oriente. La ricostuzione è dal 1941 al 2014 e mostra quanto abbiano pesato i movimenti nazionalisti e la politica estera americana sulla rivoluzione in Ucraina, con particolare attenzione ai fatti di febbraio 2014 conosciuti come Euromaidan. Il regista di Platoon dà un altro colpo all’immagine del sistema-Usa prima di uscire nel suo paese (e in varie nazioni europee) con l’attesissimo Snowden. Il film racconta le vicende dell’informatico dipendente dell’Agenzia per la sicurezza nazionale che ha passato migliaia di documenti classificati alla stampa. Storia con cui, come rivela Stone stesso, è pronto a scommettere che sorprenderà i suoi spettatori.

Cosa l’ha spinta a produrre Ukraine on fire? «Il desiderio di esprimere una visione della crisi ucraina diversa da quella che propongono i corporate media, sembra che in Occidente la voce dell’Ucraia orientale non sia ascoltata. Ho incontrato molte difficoltà, lo ammetto, anche a causa dell’inglese di Igor e di molti ucraini con cui ho collaborato, persino riconoscere i vari nomi è stato complicato, a un orecchio occidentale sembrano tutti simili. Forse anche per questo in Occidente tendiamo ad accettare la visione che ci viene presentata».

Siete partiti da prima della rivoluzione arancione mostrando quanto corrotti siano sempre stati i governi ucraini e soprattutto cosa c’è dietro le manifestazioni a Kiev: i movimenti nazionalisti che nella seconda Guerra mondiale hanno affiancato i nazisti nelle stragi di ebrei e polacchi, supportati dalla Cia. Secondo voi dietro la crisi dell’Ucraina c’è una seconda guerra fredda per cui si rischia un conflitto mondiale. «L’anno scorso Winter on fire: Ukraine’s Fight for Freedom di Evgeny Afineevsky, è stato a un passo da vincere l’Oscar. L’ho visto perché sono membro dell’Academy e sono rimasto molto colpito in senso negativo. Raccontava solo la protesta in piazza Maidan e sembrava che tante persone pacifiche avessero voluto di loro spontanea volontà dar vita a una manifestazione che è sconfinata in violenza senza controllo. Afineevsky non contestualizzava i fatti, non diceva che alla polizia era stato ordinato di non sparare, non menzionava l’escalation di violenza, con i manifestanti che hanno attaccato gli edifici governativi. Nel massacro metà erano poliziotti e metà manifestanti e l’esame balistico ha dimostrato che i proiettili che li hanno colpiti erano gli stessi: vuol dire che a uccidere le persone sono stati i cecchini della destra nazionalista, nascosti tra i manifestanti. Fosse stato un mio film avrei insistito di più su questa parte».

Perché i fatti di Kiev sono al centro delle sue attenzioni? «Hanno portato a sanzioni, all’embargo, a conseguenze dure per l’economia. Molti paesi europei dopo l’abbattimento del jet della Malesya Airways hanno cambiato posizione verso la Russia, le conseguenze geopolitiche di questo fatto saranno molto pesanti. E ovunque andrà nel mondo, persino a Okinawa, ci sarà il governo americano coinvolto negli incidenti: ma negli Usa si parla solo dell’aggressione russa».

Che impressione la ha fatto Vladimir Putin, intervistandolo? «Mi ha colpito per la calma, non è un emotivo. Sembra un uomo che prende il suo lavoro molto seriamente, è preparato, non era lì per giocare con la macchina da presa o diventare tuo amico. Non ha avuto bisogno di un testo scritto per rispondere alle domande, la conversazione con lui è stata articolata e complessa».

Cosa pensa delle associazioni non governative Usa che operano in Europa, nord Africa e Oriente? «A volte fanno un ottimo lavoro, altre non sono mosse da fini nobili. Si parla di soft power degli Stati Uniti, è un po’ ovunque. Lei si immagina se una ONG messicana cominciasse a sostenere delle associazioni non governative nei movimenti di rivolta negli Usa, finanziandole, perché non condivide i trattati commerciali, o la politica estera degli Usa? Nel mio paese non durerebbe molto».

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Stone al Teatro Antico di Taormina, tra il regista di Ukraine on fire, Igor Lopatonok, e Tiziana Rocca.

Molti uomini, alla sua età, si rilassano o si chiudono in se stessi. Lei è più combattivo che mai. «Capisco che il tempo acquista sempre più valore, e se mi butto in un progetto devo metterci passione. Devo crederci, devo sentire che mi aiuterà a crescere».

Nel suo sito si legge un motto, “O nasci matto o nasci noioso…”. Oggi cosa considera noioso, se si guarda intorno? «Mettiamola così, i miei film non sembrano noiosi di solito, giusto? Ecco, la maggior parte di quello che vedo mi annoia a morte».

Dal suo punto di vista, se guarda indietro, qual è stata la spinta che l’ha portata a fare esperienze estreme e a buttarsi in progetti controversi? «La spinta è sempre stata conoscere me stesso, e cercare la verità, che continua a cambiare mentre cresciamo. Ho un profondo desiderio di comprendere il tempo e il luogo in cui mi trovo. Quando avevo 20 anni c’era un sacco di tensione e di insicurezza in me, mi ha spinto a fare molte cose, ha ispirato tutta la mia vita. Credo anche che il mio desiderio di migliorare non mi abbia ancora lasciato. E forse ogni regista sente un’insicurezza di base, nei confronti della vita».

È vero che dietro tutti i suoi film c’è suo padre Louis? «Sono nato a New York, nel centro del mondo, quindi in una posizione molto privilegiata, e mio padre era un repubblicano conservatore, supportava Eisenhower e odiava Roosvelt, a quei tempi lo odiavano in molti perché ha imposto molte regole alla borsa e ha fatto pagare tasse su tasse».

Cosa le hanno insegnato dell’America? «Ho imparato la storia ortodossa, quella secondo cui siamo eccezionali e facciamo cose buone nel mondo. Secondo questa regola la vittoria della Seconda guerra Mondiale con la bomba atomica era una necessità, così come il Vietnam, infatti dopo il college mi sono arruolato. Al mio ritorno dalla Guerra non sono cambiato subito. Innanzitutto durante il Vietnam sono successe molte cose nel mio paese, e dopo la guerra e i bombardamenti hanno iniziato a venire alla luce fatti nuovi, sul Watergate, sulla Cia e anche su molti comportamenti di politica estera che negli anni Settanta non erano di dominio pubblico. Fatti che Kennedy sapeva, ma non gli americani. Queste rivelazioni sono state molto importanti per la nostra storia, non a caso dal 1980 in avanti l’America è stata sempre più conservatrice e ha nascosto sempre più fatti al mondo: hanno mentito così tanto che conoscere la verità per gli americani era difficilissimo».

Ha votato Obama due volte, cosa ne pensa oggi? «Non ha riformato le ingiustizie, aveva promesso di cambiare la politica estera di Bush, parlava di trasparenza, voleva smettere con le intercettazioni illegali. Non ha fatto niente di tutto questo».

Come vede i due candidati, Trump e la Clinton? Cosa cambierebbe di politica estera, se vincesse uno piuttosto dell’altro? «Chiunque vinca le elezioni non cambierà niente in politica estera, nei panni di Presidente. Gli Stati uniti sono un sistema ben consolidato, purtroppo i candidati possono cambiare ben poco di questo grande sistema. Però conoscete la posizione di Obama su questo punto, e Hilary è ancora più radicale in fatto di politica estera. Sicuramente Obama si comporta così perché ha informazioni più approfondite di noi, ma non credo ci saranno grandi cambiamenti».

Il 16 settembre negli Usa uscirà Snowden, sullo scandalo del Datagate. «Mi piace ancora fare film, questo l’ho scritto e diretto, ci ho messo tre anni a realizzarlo e ne sono orgoglioso. Per molti Edward Snowden è un’astrazione, quasi una figura mitologica, di cui si conoscono solo stupidaggini. Ho voluto mostrare il vero uomo, spiegare chi era per far capire cosa è successo. E sono sicuro che sarete sorpresi da alcune delle cose che scoprirete su di lui».

Articolo pubblicato da D La repubblica il 9 luglio 2016

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Katherine Kelly Lang: «Beautiful? È più faticoso di una gara di Triathlon».

08 venerdì Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Taormina

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Beach Boys, Beautiful, Cristiana Allievi, Diabolika, Dominique Zoida, Happy Days, kaftani, Kailua-Kona, Katherine Kelly Lang, Ron Moss, triathlon

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Katherine Kelly Lang, 54 anni, attrice e business woman.

«La mia ultima competizione? 120 chilometri di bici, 4 di nuoto e 42 di corsa, per un totale di 15 ore a fila!». Sentirla raccontare la Kailua- Kona, la più grande gara di thriatlon al mondo, ha del surreale. Un po’ per la notizia in sé, e poi perchè anche se mi sforzo di pensare che sto parlando con Katherine Kelly Lang, anni 54, attrice, i miei occhi continuano a vedere davanti a me la Brooke di Beautiful. Del resto è il personaggio a cui da vita da 30 anni, e che incarna tutti giorni, naturale che le resti cucito addosso. Mi riceve nella stanza con giardino fronte mare dell’hotel di lusso che la ospita, in un look così naturale da smentire quanto appena detto: in infradito e kaftano, Katherine non ha un filo di trucco. A pochi metri da noi c’è il suo amore, Dominique Zoida, che si riposa su un’amaca in attesa che gli restituisca la sua fidanzata. È venuta in Italia a ricevere il riconoscimento “città di Taormina” all’interno della 62° edizione del TaorminaFilmFest prodotto da Tiziana Rocca.

Considerato che è nata in California, patria di sportivi, non dovrei stupirmi delle sue imprese…  «Sono nata e cresciuta a Los Angeles, con un padre che è andato alle Olimpiadi per il salto con gli sci e una madre olimpionica di nuoto. Ho imparato tutti gli sport immaginabili ma mi sono innamorata dei cavalli e per 20 anni ho fatto gare di cross country, con corse anche di 100 chilometri».

Oggi invece è diventata un’atleta di thriatlon. «Arrivo da una gara a Pescara! La differenza è che nel thriatlon uso solo il mio corpo, ma il tipo di allenamento è lo stesso di prima. Occorrono un’ottima preparazione di base, sangue freddo, concentrazione, prontezza di riflessi, capacità di reazione agli imprevisti».

Dove tira fuori la determinazione per simili sforzi? «Sono cresciuta tra atleti, ho sempre avuto quel tipo di spinta. E poi mi piace stare molto in forma, essere sana, forte».

A consacrarla sono stati i Beach Boys, che l’hanno immortalata in molti dei loro video. «Ero sempre in spiaggia, mi prendevano per fare surf nei video. Il mio primo film è stato a 17 anni, ero la fidanzata di Patrick Swayze, poi negli Ottanta ho fatto tante ospitate nelle serie tv, persino in Happy days».

Finchè non è arrivata la chiamata di Beautiful. «Quando ho iniziato sapevo che i coniugi Bell, che lo hanno inventato e prodotto, sono dei maestri. Ma nessuno avrebbe pensato che sarebbe diventato un fenomeno mondiale».

Celebri volti della soap non ci sono più, lei è ancora qui, 30 anni dopo. «Ho firmato il primo contratto per quattro anni, per me era già una specie di “per sempre”. Quando sono scaduti i termini ho detto, “va bene, firmo per altri tre anni…”, e a furia di ripeterlo eccomi qui (ride, ndr). Nel frattempo mi sono sposata, ho avuto dei bambini, era un lavoro che si conciliava anche con la vita privata».

Tabella di marcia? «Si registra da lunedì a venerdì, per tre settimane su quattro, da sempre! Il venerdì ricevo la sceneggiatura della settimana successiva ma legge solo quella del giorno dopo, per non farmi idee. Poi ci sono i “blocchi di ferie” per ogni attore, sono i momenti in cui riesci a fare altro nella vita (ride, ndr)».

Cosa pensa di Brooke? «Mi fa molto arrabbiare, vorrei che evolvesse. Era bravissiama a scuola, è diventata una chimica, ha inventato un tessuto per i Forrester ed è diventata una business woman. Poi con la sua ossessione per Ridge si è persa, è diventata inutile. Chiedo spesso agli sceneggiatori quando tornerà a essere una donna forte, ma per questioni di praticità preferiscono che i personaggi restino su un certo binario…».

Ha mai avuto problemi con le persone, a causa di Brooke? «Mi guardano da anni, dai loro salotti, in tutto il mondo, e pensano che io sia quella persona. Ma io non sono come Brooke, sono una donna normale! Per fortuna Instagram e Twitter mi hanno salvata: lì posso mostrare chi sono veramente e cosa faccio davvero nella vita».

È ancora amica di Ron Moss, alias Ridge? «Molto, ma quando ci vediamo non parliamo di Beautiful! Ron è felice e si dedica alla sua musica».

Nella vita vera lei ha due divorzi alle spalle e tre figli. E soprattutto ha un fidanzato molto più giovane di lei, in famiglia questo è un aspetto problematico? «Mi sento più libera di fare le mie scelte davanti ai miei figli, ora che sono cresciuti, a parte il terzo, che è ancora in casa con noi. Il fatto che abbia un compagno come Dominique (direttore marketing della rete televisiva CBS, ndr) non è un problema per loro, vedono che mi vuole molto bene e sono felici per me».

Ha amato essere madre? «Moltissimo, e mi manca non avere più figli piccoli. Sono anni bellissimi, in cui tutto è così fresco e vedi le cose attraverso i loro occhi… Ora sono più grandi e si chiedono cosa vogliono fare per il resto della loro vita, anche questo momento è interessante».

Le chiedono consigli? «Vogliono incoraggiamento, che partecipi alla loro vita. Quando si trovano in una situazione negativa cerco di indicare loro la parte migliore: “ok, come può aiutarti questa situazione?”. I due più grandi vivono a Los Angeles da soli, ma non sono lontani da casa nostra».

 Si risposerebbe? «Direi di no, io e il mio compagno veniamo entrambe da divorzi e concordiamo sul fatto che non ci serve un altro matrimonio. Ma siamo praticamente inseparabili, viaggiamo insieme anche per lavoro. Da quattro anni ho una società con una designer australiana, creiamo kaftani, e Dom ci cura la parte di home shopping.

 

Perché ha scelto kaftani? «Li indosso da quando sono ragazzina, ho sempre avuto uno stile bohemienne anni ‘70, adoro quei tessuti svolazzanti dai colori intensi. Poi è un prodotto facile da ordinare, a livello di taglie. Il grosso lavoro è la creazione, dipingiamo le sete e poi facciamo le stampe digitali, abbiamo sempre pezzi nuovi. Recitare mi piace molto ed è è la mia occupazione principale, ma ho bisogno di fare altro».

La soap, che ha ritmi serrati, le permette di fare anche cinema? «Giriamo da lunedì a venerdì per tre settimane su quattro, ma riesco a fare anche cinema. Ho appena terminato Diabolika, in Puglia, che uscirà presto in Italia. Io recito la parte della strega, ho occhi molto scuri e mi copro i capelli con un grande foulard. Sono orgogliosa di aver disegnato un kaftano apposta per la mia parte: è nero con disegni tribali».

Articolo pubblicato su Donna Moderna del 12 luglio 2016

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Julianne Moore: «Perchè chiedere ai maschi di scrivere film sulle donne?».

05 martedì Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino

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Bart Freundlich, Berlinale, Cristiana Allievi, Difficult people, Ethan Hawke, Greta Gerwig, Il piano di Maggie, Julianne Moore, Oscar, Planned Parenthood, Rebecca Miller, Still Alice

 

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L’attrice Julianne Moore, 55 anni (courtesy of LA Times)

«Gli esseri umani cercano di imporre una certa struttura sulle cose, che in realtà sono caos puro. Creiamo ordini per cercare di spiegarci i fatti della vita, la realtà è che non li conosciamo e non sappiamo come vanno…». Sembra una frase della sociologa di successo che interpreterà in Il piano di Maggie, appena passato dal Biografilm Festival dopo  quello di Berlino, e al cinema dal 30 giugno. Invece sono parole di una delle attrici più concrete che circolino a Hollywood. Siamo in un hotel di lusso nel cuore di Berlino. È mattina e Julianne Moore indossa un vestitino lilla con una giacca svasata nera. Le è rimasto un filo di voce e, mi dice, si sta imbottendo di rimedi tedeschi sperando che facciano effetto. Non è la prima volta che la incontro, ma resto di nuovo colpita perché dimostra molti meno anni dei 56 che ha. Forse perché è una donna vera, una che nel mezzo dei 30 anni ha capito di sentirsi sola e confusa e ha cominciato a lavorare su di sé, scoprendo che aveva messo al centro della sua vita la carriera, e che era tempo di cambiare rotta. Oggi non ha solo due splendidi figli e un marito, il regista Bart Freundlich (sposato dopo aver divorziato dal regista John Gould Rubin) con cui vive nel west village di Manhattan, ma anche un Oscar in bella mostra in ufficio- vinto per Still Alice– e una serie di cause a cui tiene molto. A dimostrare che avere una carriera al top, una famiglia e degli interessi è possibile, e se ci si impegna per ottenerli. La sua vita lontana dalle luci della ribalta è semplice. Si sveglia tutte le mattine alle 6.30, fa yoga tre volte alla settimana, scrive libri per bambini. E sta dalla parte delle donne: è una delle sostenitrici di Planned Parenthood, grande organizzazione che educa su temi come salute e contraccezione, e ha appoggiato Hilary Clinton nella corsa alla Casa Bianca. Ha anche la passione dell’interior design per cui, oltre a decorare gli interni di casa sua, ha aiutato ad arredare la stanza in cui si svolge la cerimonia di consegna degli Academy Awards. Sullo schermo Julianne Moore ci ha abituato a tutto, dall’erotismo all’omosessualità, dalla pornografia all’incesto, e i prossimi film che girerà saranno con Todd Heynes e con George Clooney. Intanto dal 2 giugno sarà al cinema diretta dalla sua amica Rebecca Miller nei panni di Georgette, un’influente insegnante di sociologia il cui marito (Ethan Hawke), professore universitario, si innamora di Maggie, una donna molto più giovane di lei (Greta Gerwig), con cui va a vivere. Le due donne non si faranno la guerra ma saranno alleate, conducendo il gioco dove vogliono loro.

La commedia romantica che ha debuttato a Toronto per poi passare dal Festival di Berlino sfida ancora una volta le certezze sociali. Lei e la Gerwig proponete una gestione dei figli che mostra una nuova tipologia di famiglia allargata… «Mi ha molto intrigato il fatto che il personaggio di Maggie abbia un’idea di Georgette basata su quello che le dicono gli altri. Ma incontrandola ha una specie di fulmine, per la sua gentilezza. Tra le mie amiche è capitato spesso di sentire che la nuova moglie o compagna ha un ottimo feeling con la ex del marito, e che i loro figli si trovano bene con entrambe le donne. Mi piace che il film faccia riflettere su questa idea».

Propone anche un approccio molto pratico alla maternità: visto che i fidanzati non durano, non si deve per forza amare qualcuno per diventare madri, basta scegliere un donatore di seme, un amico di amici. È una visione moderna della vita, secondo lei? «Non credo si tratti di praticità. Mi ha toccata molto il fatto che a Maggie manchi la madre, che è stata il suo unico genitore quando era bambina. In questo senso lei non fa altro che ricreare le condizioni in cui è cresciuta, lo trovo quasi romantico».

Recita spesso la parte di donne che hanno una vita disordinata. Nella vita vera ama l’ordine? «In sessanta film ho recitato di tutto, non c’è correlazione tra chi sono e i miei personaggi. Credo però che noi esseri umani cerchiamo di imporre una certa struttura sulla realtà. La società, la religione, la comunità, il governo sono tutti ordini che creiamo per cercare di spiegarci le cose, ma non le conosciamo e non sappiamo come vanno».

Le coppie si sfasciano troppo facilmente, al giorno d’oggi? «Non sono un’esperta, ma basta parlare con chi divorzia, per sentire che non è affatto felice. Le relazioni siano sfidanti, e al loro interno succede di tutto. C’è chi sta insieme e soffre, chi si divide e soffre, chi ce la fa, chi fallisce, le variabili sono tante».

Ha un matrimonio che dura negli anni, qual è il segreto? «Credo che gli ingredienti siano molti, ma a contare è soprattutto il voler essere dove si è: stare, impegnarsi nello stare, è il segreto, o almeno uno dei segreti. L’altro è essere grati della vita che si ha».

Una delle cose che ama di suo marito? «Mi fa ridere! Ho capito da poco che prima di un incontro col pubblico o con la stampa è meglio che non legga i suoi sms: mi è capitato di uscire sul palco con le lacrime agli occhi, non sapevo come fare a trattenermi…».

I film che la fanno ridere, invece, quali sono? «Mi viene in mente uno show tv, Difficult people. Lo conducono Julie Klausner e Billy Eichner e lo adoro, è davvero oltraggioso».

Billy è lo stesso di Billy on the street. L’ho vista in una puntata dello street show che mi ha molto divertita. «Ho iniziato a seguire Julie su Twitter e dopo un po’ abbiamo iniziato a messaggiarci, finchè mi ha chiesto se volevo partecipare al suo show, ma non potevo. A quel punto è subentrato Billy, che mi ha chiesto di prendere parte al suo. E così che sono finita per strada a recitare pezzi di film famosi cercando di ottenere la mancia dei passanti!».

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La Moore con Ethan Hawke in Il piano di Maggie- A cosa servono gli uomini (courtesy film.it).

 

Anche in jeans e giacca blu, come in quel caso, lei ha sempre un’eleganza sobria. «Non mi piace attirare troppo l’attenzione, mi piace essere cool senza farmi notare troppo. Trovo molto interessante il modo in cui si decide di presentarsi al mondo, vale per un’attrice come per qualsiasi donna. Mi rendo conto di fare delle scelte, ogni volta che apro l’armadio, e vado un po’ da un eccesso all’altro. Quando lavoro sono davvero vestita, mi piacciono i tessuti e le forme decise, cose semplici e interessanti allo stesso tempo, mentre quando sto con i miei figli sono molto casual. In entrambe i casi sto attenta ai colori che scelgo, per una rossa è fondamentale non sbagliarli»

La sera che ha consegnato l’Oscar a DiCaprio, in Chanel nero, è stata fantastica. «È stata un’edizione straordinaria, i film in concorso quest’anno erano bellissimi, anche quelli rimasti fuori dalle nominations».

Avrebbe mai immaginato di vincere un Oscar, in vita sua? «Nemmeno per sogno. Mi sono ritrovata ad avere una carriera cinematografica all’improvviso, con tre film usciti quasi in contemporanea. Avevo 32 anni, e fino a quel momento avevo recitato per la tv e il teatro di Broadway, al cinema non pensavo nemmeno. Poi ho incrociato registi del cinema indipendente Usa, come Todd Haynes e Paul Thomas Anderson, che ha cambiato tutto».

Lavora ininterrottamente da molti anni, cosa pensa della condizione delle donne a Hollywood? «Che sta cambiando qualcosa, e se guarda a Il piano di Maggie, in cui siamo tre donne, e la regista è anche scrittrice della sceneggiatura (tratta da un romanzo mai pubblicato di Karen Rinaldi, ndr), si capisce qual è la direzione da seguire. È inutile andare da un uomo e dirgli “devi scrivere più storie sulle donne…”, perché le storie sono soggettive, nascono da un impulso personale. Se si vuole che le cose cambino, in termini di diversificazione, l’unico modo è coltivare un punto di vista femminile».

 

Cover story di F del 6 luglio 2016

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Carmine Amoroso, «Porno e rivoluzione»

29 mercoledì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Biografilm festival, Carmine Amoroso, Cristiana Allievi, D La repubblica, Giuliana Gamba, Helena Velena, Judith Malina, Lasse Braun, Porn to be free, Riccardo Schicchi, Woodstock

 

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Ilona Staller in Porno & libertà di Carmine Amoroso

C’era la cultura psichedelica. C’era il rock. C’era l’opposizione violenta del terrorismo. E poi c’era una specie di scossa fortissima, quella del porno. Da una prospettiva mai raccontata prima, attraverso pionieri del cinema erotico made in Italy come Lasse Braun (alias Alberto Ferro), Judith Malina, Helena Velena e molti altri, il regista Carmine Amoroso ci racconta il fremito degli anni Settanta nel nostro paese. Nel suo Porno e libertà (Porn to be free il titolo internazionale), presentato in anteprima al Biografilm Festival e in tutte le sale dal 24 giugno, racconta la forza propulsiva di quella che è stata un’energia nuova e sconvolgente. Tutto è iniziato nel 2011, incontrando lo scomparso Riccardo Schicchi. «È stato come trovarmi davanti a Topolino», ricorda Amoroso. «Schicchi è un mito per la generazione degli anni Sessanta. Dopo i suoi reportage dall’Afganistan per Epoca pian piano il suo interesse si è spostato sul corpo femminile e sull’erotismo. Con i suoi film e i suoi scatti ha creato un immaginario porno che ha permeato due generazioni. Riccardo incarna bene quella controcultura che ha usato il porno come mezzo per passare tante istanze, soprattutto politiche».

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Una foto di Riccardo Schicchi in Porno & libertà

Le meravigliose immagini di repertorio al Parco Lambro, Mario Mieli che urla “battere e combattere”, le parole di Giuliana Gamba, prima regista donna a luci rosse, ci ricordano che l’Italia ha avuto la sua Woodstook. «Gli americani si vendono molto bene, ma anche qui abbiamo avuto i nostri Barry Flynn. Anzi, è stato Lasse Braun, alias Alberto Ferro, che in pochi sanno essere italiano, a portare il porno negli Usa». L’eccesso come carica propulsiva, quindi, come mezzo per accedere a una dimensione più profonda delle cose: tutti aspetti che si sono persi per strada, parlando del porno contemporaneo. «Non sono un esperto di pornografia né voglio diventarlo, ma oggi manca una concettualizzazione. L’industria è molto cambiata, è legata a forme mentali di perversione. Su YouPorn trovi vari frammenti che le rappresentano». Di finanziamenti per il suo film, nemmeno l’ombra. «Al Ministero una signora mi ha riso in faccia, e solo per l’uso della parola “porno” non sono riuscito ad avere spezzoni di certi film. Evidentemente manca ancora una riflessione approfondita su quel periodo».

articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 giugno 2016

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Richard Gere: «Sono con tutti gli invisibili del mondo»

21 martedì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina

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Alain Zimmermann, Coalition For The Homeless, Cristiana Allievi, FIO.Psd Foundation, Gli invisibili, HomelessZero, Lucky Red, Richard Gere, Taormina Film Fest, Tiziana Rocca

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Come una sfida amichevole è diventata un’occasione per lasciare il segno. Sul grande schermo e nel sociale. È successo al 62° TaorminaFilmFest, con questi ingredienti: un testimonial che è un divo tra i più amati; una comunicazione intelligente e un film, Gli invisibili, nato col preciso intento di per fare qualcosa per gli altri

A volte tutto concorre a far si che un evento diventi qualcosa che travalica i propri confini. Così la presentazione di un film a un festival, di per sè una routine, si può trasformare in un qualcosa di molto più grande di quello che sembrerebbe sulla carta. Scatenando emozioni, applausi, promesse, riflessioni, cambi di direzione nella vita. «L’anno scorso Richard Gere mi ha lanciato una sfida: “Tornerò in Sicilia se organizzerai qualcosa per i senza tetto, gli invisibili. Voglio che si faccia una campagna in merito, che il governo firmi un accordo e che le persone siano davvero responsabilizzate in prima persona», racconta Tiziana Rocca, general manager della kermesse cinematografica taorminese. «Su queste indicazioni ho pensato a cosa potevo costruire che girasse intorno al film con cui abbiamo aperto il festival, Gli invisibili, interpretato e diretto da Gere».
Compito non facile, considerato che la pellicola distribuita da Lucky Red e adesso presente nelle sale di tutta Italia era già uscita nel resto del mondo ed era stata presentata al festival di Roma due anni fa.

Infatti quando l’American Gigolò ha ringraziato pubblicamente la Rocca al Teatro Antico ha detto che non credeva che ce l’avrebbe fatta. Lei, una napoletana che vive a Roma col marito – l’attore e regista Giulio Base – e tre figli, ha iniziato 25 anni fa a fare il lavoro di pr in Italia, e ha sempre avuto un occhio attento al sociale nell’organizzazione dei suoi eventi. Per il festival, nelle sue mani da cinque anni, vola regolarmente negli Usa e convince le star una a una a venire al Sud. Fa tutto personalmente, non delega nulla. «Non ho effetti speciali, non ho aerei privati, né budget milionari, e avere grossi personaggi a Taormina richiede una lunghissima preparazione. Ma metto tanta passione nel mio lavoro, e viene sempre premiata». Qualsiasi cosa chiedano le star lei è sempre a disposizione, a qualsiasi ora, e ci tiene a far vivere ai suoi vip un’esperienza concreta del territorio, anche fuori dalle sale del Palacongressi. Ma soprattutto chi la conosce bene dice che se promette una cosa la mantiene. Il risultato si è visto l’11 giugno, quando è stato firmato il Protocollo d’Intesa tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e la fio.PSD Onlus (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora), a supporto della campagna di sensibilizzazione #HomelessZero. Il ministro Giuliano Poletti ha stanziato 100 milioni di euro che serviranno a promuovere azioni per ridurre il numero delle persone senza dimora, che in Italia si stimano essere intorno ai 50mila.

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Richard Gere presenta Gli invisibili a Sant’Egidio

Certo, il divo hollywoodiano ha fatto da forte catalizzatore. Almeno tre i momenti caldi della sua presenza. Il primo alla Comunità di Sant’Egidio di Roma, sede scelta per la presentazione del progetto alla stampa con proiezione del film ai senza tetto. «L’idea è stata quella di far ritrovare tutti alla mensa della Comunità, e non in un grande hotel. Era necessario andare da loro: noi siamo gli ospiti, loro i padroni di casa, e i protagonisti dell’evento», racconta Rocca. Lì i momenti di commozione non sono mancati, come è successo pochi giorni dopo a Taormina, all’incontro seguito alla proiezione ufficiale de Gli invisibili a cui erano presenti 300 homeless provenienti da tutto il sud d’Italia ma di varie nazionalità. Richard Gere voleva sperimentare di persona la disperazione di queste persone, farle raccontare a modo loro e fare da tramite con le istituzioni. «Ho iniziato molti anni fa a lavorare con la Coalition For The Homeless a New York, il gruppo principale nel sostenere i diritti dei senza tetto. È così che sono venuto a conoscenza di questo problema», racconta. «Quando mi è arrivata la sceneggiatura del film ho capito che era qualcosa che volevo fare, ma in modo diverso da come me l’avevano proposto. Non volevo semplicemente che si vedesse la storia di un uomo che finisce a vivere per strada, volevo che guardando il film si sentisse cosa significa». Nel corso delle riprese nell’Est village di New York, l’attore non è stato riconosciuto nei panni di un barbone. «Nessuno mi guardava in faccia, ero invisibile e mi trovavo alla stazione centrale di Manhattan».

Arriva la domanda che fa corto circuito tra cinema e realtà, rivolta a Gere da Vincenzo, un homeless italiano venuto a Taormina per incontrarlo: “Lei come si è sentito, mentre chiedeva la carità?”. «Sono un attore, e ho chiesto soldi non avendone bisogno, quindi la situazione è diversa», ha risposto Gere. «Ma abbiamo voluto che fosse il più realistica possibile, nessuno si è accorto che stavamo girando un film, le telecamere erano nascoste dentro gli edifici. Quando mi sono ritrovato lì da solo e ho tirato fuori la mano, impegnandomi nel rendere il gesto credibile, credo di aver sentito la sensazione reale di chi chiede l’elemosina».

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Tiziana Rocca, Gere e i sindaci di Taormina e Messina.

Un altro aspetto che stava a cuore all’attore, nel girare la pellicola, è il concetto del tempo.«Quando vivi per la strada sei quasi scollegato dalla realtà temporale, non è un caso che il film parta inquadrando un uomo con una ferita sul volto che si butta dell’acqua sulla faccia: non si da da dove arrivi e non si sa cosa gli sia successo, è una figura misteriosa». Sempre nell’incontro al Palacongressi prende la parola Bolgdan, di origine polacca. «Questo film parla di noi, che dalle stelle siamo finiti nelle stalle. Io sono contro la politica, ma per il sindaco di Messina ho solo rispetto, ci sta davvero aiutando…», conclude commuovendosi. «Pian piano ho capito che stavo raccontando una storia universale, che parla davvero di tante persone, soprattuto qui in Europa in questo momento», prosegue Gere. «Ho letto le statistiche dell’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, parlano di qualcosa come 60 milioni di persone che sono fuggiti per vari motivi e non hanno un posto su questo pianeta. Non risolve niente costruire un rifugio e dare un letto per la notte, anzi spesso crea più problemi. “Casa” non è solo un tetto sulla testa, è comunità, è avere persone a cui interessa di noi, per cui sappiamo di contare qualcosa. Per questo motivo trovo che Gli invisibili sia una metafora per tutti, non c’è nessuno che non abbia una storia che potrebbe portarlo a finire sulla strada».

Anche la casa svizzera di orologi di lusso Baume & Mercier, main sponsor del TaorminaFilmFest, è stata coinvolta nei giochi di sinergie di quest’operazione. «Ho conosciuto Gere l’anno scorso e sentendo quanto era coinvolto nel supportare la FIO.Psd Foundation è stato naturale affiancarlo», racconta Alain Zimmermann, CEO dell’azienda. «La responsabilità sociale è nel dna della nostra casa, da anni siamo impegnati su diversi fronti, tra cui quello di Love 146, un’organizzazzione che lavora per mettere fine al traffico e allo sfruttamento di minori nel Nord America». Per supportare la campagna HomelessZero abbiamo offerto uno dei 62 pezzi della Clifton limited-edition, il “Clifton Taormina Award”. Avrebbe dovuto essere battuto all’asta l’11 giugno durante la serata inaugurale della kermesse, ma un illustre acquirente, che vuole conservare l’anonimato, ha sborsato un’ingente somma per aggiudicarselo, devolvendo poi il tutto in beneficienza alla FIO.Psd Foundation. «Per me casa significa stabilità, comfort, momenti condivisi con le persone vicine a noi. In qual che modo è il luogo in cui ci sentiamo sostenuti nei momenti di difficoltà», conclude Zimmermann.

Uno degli ultimi scambi di Richard Gere prima di volare a Washington e seguire la visita del Dalai Lama, è stato con un homeless che gli ha detto di non vedere più l’orizzonte davanti a sé, e gli ha chiesto cosa deve fare, per non vivere come un cane bastonato. «Ci sono due strade per uscire dalla crisi», gli risponde Gere, alzandosi dalla sedia sul palco e sedendosi a cavalcioni accanto a lui. «Per prima cosa trova una casa, un posto dove vivere. Poi la comunità, persone a cui interessa di te. Vedo che sei una persona calorosa, guardi dritto negli occhi, hai un cuore aperto. A quel punto puoi passare all’ultimo step: a 66 anni ho capito che se vuoi essere felice, devi fare felice gli altri». Boato in sala, e una promessa fatta in diretta prima di sparire: «Il prossimo anno tornerò a trovarvi, lo prometto».

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Adriana Ugarte: «Nella vita dobbiamo ringraziare chi è stato crudele con noi»

08 mercoledì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Adriana Ugarte, Cabeza de Perro, Cristiana Allievi, D La repubblica, Emma Suarez, Pedro Almodovar

 

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Adriana Ugarte, 31 anni, attrice. Per Pedro Almodovar è Julieta, nel film in concorso all’ultimo festival di Cannes (courtesy levante-emv.com).

«Ricordo ancora il giorno in cui l’ho guardato negli occhi e gli ho detto: “Non voglio più libri e film da studiare, prendimi per mano e andiamo all’inferno insieme”. In quel momento abbiamo iniziato a sentire la stessa musica, è stato straordinario». Da queste parole si intuisce che Pedro Almodovar le ha cambiato la vita, scegliendola per il suo riuscitissimo film, Julieta, passato in concorso all’ultimo festival di Cannes e ora nelle nostre sale. Ha due occhi grandi color nocciola che sorridono, Adriana Ugarte. Indossa un abito di chiffon color panna con disegnini rossi e il tono della sua voce è morbido e avvolgente. Nata a Madrid 31 anni fa, una ventina di produzioni all’attivo tra cinema e tv, ha dimostrato da subito di avere stoffa per il mestiere di attrice. Col primo cortometraggio Mala espina, le sono arrivati tanti riconoscimenti, e col primo film, Cabeza de Perro, la candidatura ai Goya, gli Oscar spagnoli. Julieta è la storia di una madre tra i 25 e 40 anni, e di sua figlia Antia. E visto che Almodovar non ama invecchiare artificialmente le sue attrici col trucco, si è preso il rischio di affidare lo stesso personaggio (la madre del titolo) a due donne, Adriana nella sua parte giovane, ed Emma Suarez in quella più matura.

«Abbiamo lavorato separatamente, poi quando abbiamo scoperto di avere lo stesso personaggio ci siamo telefonate per incontrarci e scoprire insieme chi era questa donna. Quando poi abbiamo incontrato Pedro abbiamo capito che lui è davvero la mente che sta dietro a tutto: ci ha portate nello stesso luogo di dolore e di comprensione attraverso strade diverse».

Una strada che Adriana ha affrontato con un’attitudine tutta sua. «Prima di girare mi aveva chiesto di vedere un film tedesco chiamato Phoenix, ma io non l’ho fatto. Un mese dopo la fine delle riprese sono andata al cinema con i miei genitori e mi sono innamorata dell’attrice, guardandola avevo sentito Julieta. Sono tornata a casa e ho cercato qualcosa in rete, solo allora ho realizzato che si trattava del film di cui mi aveva parlato Almodovar!».

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L’attrice spagnola con Almodovar sul red carpet a Cannes.

A scatenare la tragedia nella storia del regista spagnolo più amato al mondo è una governante che rivela alla figlia che la morte di suo padre è dovuta a una lite avuta con la madre, motivo per cui la ragazza sparirà da casa per sempre. «Se ho mai incontrato una persona cattiva in vita mia? Certo, ma la cosa importante è conoscere la parte crudele che tutti abbiamo dentro di noi. Siamo esseri complessi, e nella vita dobbiamo ringraziare anche chi è stato crudele con noi e ci ha detto cose tremende. Fanno male, ma servono a svegliarci».

Articolo pubblicato su D La repubblica il 6 giugno 2016

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