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Giorgia Benusiglio, 34 anni (courtesy Mediaset.it)

«Un giorno ho letto su un opuscolo “la droga fa male, se vuoi provarla ti diamo consigli su come farlo”. Anche sui pacchetti di sigarette c’è scritto “il fumo uccide”, ma se ti fai una sigaretta non muori. Ho pensato che per una volta non mi sarebbe successo niente, l’ho pagata molto cara». È il 1999 quando Giorgia Benusiglio si cala mezza pasticca di ecstasy in discoteca e in poche ore è colpita da un’epatite tossica fulminante. Il padre, Mario, si danna per farle avere un fegato nuovo in tempi brevissimi. Dopo la terapia intensiva e le crisi di rigetto (le hanno dato due volte l’estrema unzione), è proprio il padre ad accompagnarla per mano verso la rinascita. La incontro su una terrazza siciliana dopo la proiezione del docu film di Ambrogio Crespi che racconta la sua battaglia, Giorgia ViveLa storia di una fine che è solo l’inizio, appena premiato con il Cariddi alla 62° edizione del festival di Taormina e da settembre in tour per le scuole e i palazzetti d’Italia. Tuta pantalone in seta a stampe, cintura che le fascia un vitino minuscolo, parla con Grazia pochi giorni dopo dopo aver incassato l’ennesimo colpo. Il destino due anni fa le ha strappato l’adorato padre e solo poche settimane fa la sorella Carlotta, trovata impiccata a un albero di un parco di Milano. Mentre me lo racconta Giorgia non versa una lacrima. Ha quel naturale sistema di protezione che ci fa sopravvivere al dolore quando pare impensabile riuscirci. Al di là dalla vetrata che ci separa dal terrazzo c’è la mamma, Giovanna, che cammina senza una meta con lo sguardo ferito. Cerca continuamente un contatto con gli occhi grandi e luminosi della figlia.

Credo sua madre la stia cercando… «Devo starle vicino, dopo l’odissea con me e la perdita di mio padre, adesso anche mia sorella. È davvero troppo. Io e il mio compagno stavamo per tornare a vivere insieme, ma il lutto che ha colpito di nuovo la mia famiglia ci ha fermati».

C’è qualcosa che vuole dire su quello che è appena successo? «Non posso, gli inquirenti mi hanno pregata di mantenere il silenzio e ho totale fiducia sul fatto che la verità verrà fuori. Ma dedico a Carlotta il premio ricevuto, a lei e a tutte quelle donne che non sanno dire no a un amore sbagliato, pagandolo con la vita».

In Giorgia Vive sorprende vedere quanto amore le abbia dato la sua famiglia. Si è chiesta da dove è nata la sua esigenza di ricorrere all’ecstasy? «Quello che ti droghi perché i genitori non ti amano è un falso mito. Oggi si fa uso di stupefacenti per paura di comunicare con gli amici, per far parte di un gruppo, per noia. È un altro tipo di disagio».

Perché questo film a distanza di tanto tempo? «Sei anni fa ho scritto Vuoi trasgredire? Non farti, che è alla sesta ristampa. La mia vita era andare in giro a presentarlo e a parlare con le persone, come mi ha insegnato mio padre. Poi ho incontrato Ambrogio Crespi al Cocoricò, in occasione della morte di Lamberto Lucaccioni (deceduto a 16 anni per overdose, ndr). Lui ha sentito la mia capacità di comunicare e mi ha proposto di fare il film: è stato con me 24 ore su 24 dandomi un supporto straordinario».

Sua sorella Carlotta appare di spalle, nel film. «All’inizio non voleva apparire, poi le cose sono cambiate. Un mese prima della conclusione dei lavori ha chiesto lei di “leggere” una lettera che mi aveva scritto 16 anni prima, mentre ero in terapia intensiva e non poteva avvicinarsi. Tra le parole che pronuncia ci sono queste: “ricorda che sono qui per sempre, sono accanto a te”. Eravamo d’accordo per incontrarci a Taormina, invece è stata l’ultima cosa che ha fatto, non l’ho più potuta abbracciare. Non credo niente accada per caso, la sua presenza nel film che racconta la mia storia dimostra che l’amore ha vinto ancora, nonostante il dramma».

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Come definirebbe la sua occupazione, oggi? «Sono una consulente per la prevenzione giovanile contro l’uso di sostanze stupefacenti. Giro l’Italia da 10 anni, all’inizio era una volta alla settimana, poi sono diventate tre, oggi è un continuo. Voglio dare l’informazione che non mi è stata data all’epoca, poi ognuno può fare le proprie scelte. L’anno scorso ho incontrato un ragazzo che ha preso Mdma,  era giallo dalla testa ai piedi, aveva un’epatite tossica non fulminante e ha avuto più tempo di me. Mi guardava piangendo e mi diceva “non lo sapevo…”. Sulla mia pagina FB (Giorgia Benusiglio Prevenzione Droghe, ndr) ricevo 25 messaggi al giorno, anche da genitori che hanno molto bisogno di sostegno. Oggi gli adolescenti usano ecstasy, anfetamine, cannabinoidi, Mdma, e sta tornando l’eroina, non iniettata ma fumata. Poi ci sono le “smart drugs” le droghe sintetiche che si acquistano su internet vendute come tisane, profumatori d’ambiente e molto altro. Ne escono 100 nuove all’anno, la polizia non riesce a classificarle come illegali e non puoi arrestare i pusher».

I dati ufficiali sull’uso delle droghe? «Dicono che tra gli adolescenti il 78.2 per cento ha fatto uso, fa uso o userà sostanze stupefacenti».

Come sta il suo corpo oggi? «Il problema del trapianto sono i medicinali. Ho una malattia autoimmune all’intestino, ho avuto un tumore tre anni dopo il trapianto, ogni mese faccio gli esami del sangue e ogni sei un check up completo, è il mio modo di sopravvivere».

Ha una dieta speciale? «La terapia che mi ha dato l’Ospedale San Raffaele vieta l’acido arachidonico, cioè gli omega 6 e 9. In pratica posso mangiare solo verdura, frutta, formaggi magri, legumi, grano saraceno, riso e pesce bianco. E quando sgarro sto male, me lo permetto solo se il giorno dopo non ho niente da fare».

Cosa le succede esattamente? «Mi si bloccano gli arti, non mi alzo nemmeno dal letto».

Si è perdonata per quello che ha fatto? «Sarei disonesta a risponderle di sì, ma ci sto lavorando. Sono in terapia con una dottoressa specializzata in EMDR (un approccio mirato al trattamento del trauma, ndr), in pratica riapro cicatrici chiuse male, per farle guarire. Sono razionalissima, purtroppo, ma pian piano ho fiducia nel fatto che questo aspetto si sgretoli, almeno un po’…».

È la testimonianza vivente che da una tragedia si può tirar fuori qualcosa di buono. «Quello che non mi stancherò mai di dire, a tutte le persone che incontro, è che le tragedie nella vita accadono. Bisogna rialzarsi e continuare a vivere».

Mentre la saluto penso che nessuno, più lei ha, ha i titoli per pronunciare simili parole.

Articolo pubblicato sul n. 35 di Grazia, 2016 

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