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La libertà di correre, secondo Pierre Morath

03 sabato Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Sport

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corsa, Cristiana Allievi, Free to run, KAthrine Switzer, maratona, New York, Noel Tamini, Olimpiadi, Pierre Morath, Spiridon, Steve Prefontaine

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Pierre Morath, giornalista sportivo, regista, storico ed ex atleta (foto di Miguel Bueno).

 

Chi crede che infilarsi le sneakers e lanciarsi in una corsa al parco sia uno dei gesti più naturali che si possano immaginare, non crederà ai propri occhi. Davanti alle immagini di Free to run (al cinema), si resta di stucco e allo stesso tempo si esce galvanizzati. Si vedono i primi corridori “liberi” per le strade del Bronx a petto nudo, inseguiti dalla polizia come sovversivi. Ma anche la nascita della Maratona di New York, le battaglie di Steve Prefontaine -il James Dean della corsa-, le vittorie olimpiche di Franck Shorter e le prime Olimpiadi a cui parteciparono anche le donne.

Pierre Morath, 47 anni, svizzero francese, è l’autore di un vero e proprio inno alla libertà individuale attraverso la corsa. Il suo occhio di storico e giornalista ha voluto raccontare una storia sportiva facendola andare di pari passo con le trasformazioni sociali e, soprattutto, con gli step dell’emancipazione femminile. Perché per quanto surreale sia da credere, le donne hanno dovuto lottare persino per conquistarsi il diritto di correre, e hanno potuto partecipare alla prima Olimpiade solo nel 1984. «Sono state Bobbi Gibb e Kathrine Switzer a sfondare vere barriere ideologiche», racconta Morat, un incrocio perfetto tra Chris Martin, Vincent Cassel e Benedict Cumberbatch, «quando i preconcetti e l’ignoranza in fatto di medicina faceva si che esistessero slogan come “se corri diventerai un uomo” e “se ti spingi oltre gli 800 metri ti cadrà l’utero…” volte a scoraggiare le donne», ricorda questo runner che ha mancato le qualificazioni alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 nei 1500 metri per colpa di una tendinite. Quello che mostra sembra un altro mondo. «Negli anni Sessanta lo sport non era visto come oggi, era una cosa utile nella misura in cui si gareggiava e si dava visibilità a un team e a una nazione, altrimenti non aveva senso. Inoltre la corsa era praticata solo in pista, in un’area chiusa, e la maratona non solo era vista come qualcosa per ottimi atleti, ma era la specialità dei lavoratori, contro la corsa sulla media distanza che vedeva tra i suoi runnes studenti di medicina». In pratica correre in mutande per strada, e senza essere dei campioni, era vista come una follia, e dal 1968 in poi, allo scoppio delle prime proteste, la libertà di correre viene presa anche in Europa come il simbolo di egualitarismo e di ribellione nei confronti di una società troppo conformista.

Nel 2002, quando viene folgorato dalla storia di Kathrine Switzer e Noel Tamini, Morath non è un regista ma sta scrivendo un libro sulla corsa su strada. Inizia a collaborare come giornalista con una tv di Ginevra e nel 2005 dirige il suo primo documentario, Les regles du jeu, ritratto del mondo dell’hockey su ghiaccio, Nel 2008 è la volta di Togo, ambientato nel paese africano. «Racconta la miracolosa qualificazione della squadra di football per la World Cup nel 2006, uno specchio di come il football in Africa fosse connesso alla politica: “se ci qualifichiamo tutti i problemi spariranno”, dicevano». E in effetti la qualificazione della nazionale ha evitato una guerra civile ormai alle porte. Più avanti, nel 2012, Morath fa una divagazione dal mondo dello sport con Chronique d’une mort oubliée, la ricostruzione del caso di Michel Christen, trovato nel suo appartamento a Ginevra a due anni dalla morte.

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Gli archivi olimpionici costano qualcosa come 20 mila dollari per un minuto di immagini, e allo stesso tempo mostrare un movimento “libertarian” che diventa liberalismo, come quello della corsa, diventa un’ossessione per Morath. Ma nel frattempo si è affermato come regista ed è riuscito a raccogliere il budget di un milione e mezzo di euro, così contta la donna che lo aveva folgorato anni prima. «Katherine era una teeneger americana a cui il padre consiglia di correre un miglio al giorno per diventare forte. Lei si allena, si sente sempre meglio, ma la federazione non vuole farla correre con gli uomini». A Boston nel 1967 si corre la prima maratona aperta a tutti, e lei riesce a farsi registare ufficialmente con il nome di un uomo. Ma Jock Semple, direttore della corsa, si presenta in pista per strapparle il pettorale numero 261 e farla ritirare dalla corsa. Stretta tra il fidanzato e il coach, la Switzer procede fino al nastro d’arrivo. «Quando ho contattato Kathrine è stata molto aperta, ma tempo dopo ho scoperto che era piuttosto scettica: da giornalista non credeva che saremmo riusciti a terminare il lavoro. Mi ha aiutato molto a fare le prime interviste, è diventata centrale nel film perché il problema delle donne lo è, in questa storia. All’epoca non esisteva la medicina sportiva, e la verità è che la società aveva paura che le donne lasciassero le case come mogli e madri, l’idea era troppo spaventosa». Mentre quella combatte la sua battaglia negli Usa, dall’altra parte del mondo, in Svizzera-dove il clima è ancora più inflessibile e le donne non hanno nemmemno diritto di voto- c’è Noel Tamini, fondatore della rivista Spiridon. È l’uomo a cui si deve la diffusione di una nuova visione della corsa a lunga distanza e il recupero del suo aspetto mistico in mezzo alla natura. E soprattutto è lui che mostra le prime immagini di donne che corrono e sono belle, femminili e in forma.

E se si vede Spiridon che contribuisce in modo fondamentale all’emancipazione dai sistemi federali per organizzare gare al di fuori degli stadi, una delle provocazioni di Free to run è mostrare gli Usa come pionieri di qualcosa di “libero”, per trasformarlo poco dopo in un business. In questo senso Fred Lebow, entusiasta della corsa e con grandi visioni imprenditoriali, è un personaggio chiave: è lui ad aver fondato la maratona di New York trasformando una corsa di poche centinaia di persone in una delle sfide più ambite al mondo, e in un affare da milioni di dollari. «Da storico è interessante chiedersi dove ci ha portati la rivoluzione. Nel 2017 abbiamo un senso idealistico degli anni Settanta, ma si dice che molti rivoluzionari dell’epoca oggi lavorino in banca. E la Nike, che era una società anti establishment, insieme a McDonald è diventata un simbolo del capitalismo moderno».

Le immagini finali del film trasportano lo spettatore in un’Etiopia in cui si corre di nuovo liberi nella natura. «Noel Tamini è il mio eroe, il mio modello. È l’uomo che ha creato un cambiamento di coscienza in Europa, ma appena ha visto il suo amore trasformato in business se n’è andato in Africa a “vivere con se stesso”». Non solo, a quanto pare. Perché lì ha fatto rivivere lo spirito originario e libero da cui era nata la maratona.

Articolo pubblicato su D La Repubblica  del 3/6/2017

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D’accordo, mi chiamo Depp. E allora?

02 venerdì Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Moda & cinema, Personaggi

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Cannes2017, Chanel, Cristiana Allievi, Io danzerò, Johnny Depp, Karl Lagerfeld, Lily-Rose Depp, Vanessa Paradis

18 ANNI APPENA COMPIUTI, HA PRESO LA BELLEZZA DI MAMMA VANESSA PARADIS E L’INTENSITA’ PIRATESCA DI PAPA’ JOHNNY DEPP. MA VERE GENITORI COSì FAMOSI NON FRENA LILY-ROSE DAL PROVARCI CON IL CINEMA: COSì SARA’ ISADORA DUNCAN

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Lily-Rose Depp sul red carpet di Cannes 2017 (courtesy of IBTimes UK)

È la primogenita di una famiglia bella e ingombrante, perché se per mamma hai Vanessa Paradis e per padre Johnny Depp. ti tocca essere diva sin da piccola. E lei lo è, fino al midollo. A soli 18 anni (compiuti il 27 maggio) pochi giorni fa ha sfilato sul red carpet del festival di Cannes sfoggiando quel suo sguardo sornione e profondo sopra una maglia che, causa assenza di reggiseno, lasciava immaginare tutto. Magnetica e sfrontata come una piratessa, bella come una modella. Non è un caso se Lily Rose Depp è stata scelta da Chanel come testimonial. Di più:  durante l’ultima Paris fashion week lo stilista Karl Lagerfeld è uscito sulla passerella a braccetto con lei, consacrandola propria  musa (anni fa ad essere musa di Kaiser Karl era proprio mamma Vanessa). I quasi tre milioni di follower su Instagram hanno molto apprezzato. E lo fanno anche adesso che inizia la sua ascesa al cinema (dopo un cameo nell’horror comedy del 2014, Tusk, e dopo una parte nell’altrettanto grottesco Yoga Hosers). In aprile è apparsa in Planetarium, come sorella di Natalie Portman, e dal 15 giugno arriva con la sua vera prima prova da attrice: sarà in Io danzerò, esordio alla regia di Stephanie Di Giusto passato da Cannes l’anno scorso, film su Isadora Duncan, ballerina-mito vissuta a cavallo tra Otto e Novecento.

Cosa ha scoperto di sé nei panni di un’icona come Isadora Duncan? «Di lei sapevo che era un mito, ma non conoscevo la sua filosofia né quante cose avesse trasformato nel mondo della danza. È stata la prima a mostrare il corpo in un certo modo, e non amava fare prove. La cosa migliore per lei era ciò che emerge da dentro, che non si ottiene faticando per ore. Mentre la sua “rivale”, Loie Fuller era un’artista che lavorava fino alla sofferenza fisica».

 Lei è più incline al perfezionismo o alla naturalezza? «Sono a metà tra le due. Per questo ruolo ho cercato di lasciar andare me stessa, per avvicinarmi al personaggio, ma nella vita reale sono perfezionista. Ho sempre voluto essere brava in quello che faccio, ma non arriverei a soffrire».

Come si è preparata fisicamente per fare la ballerina? «Molta della danza che vede è veramente mia, ci ho lavorato sodo. Ma occorrono anni per arrivare a quel livello e avevo solo due mesi, quindi per i passaggi molto tecnici ho avuto una controfigura».

Nella vita vera è competitiva? «Non lo sono mi stata, ed è divertente recitare qualcuno di così distante da me. Ancor più interessante l’aspetto manipolatorio e seduttivo del personaggio».

 Come si può pensare a una carriera nel cinema senza essere competitivi? «Si deve essere determinati, e voler lavorare sodo, ma è diverso dall’essere competiviti. Per come la vedo io devi solo mettere le esitazioni da parte, sono quelle che ti tirano giù».

Quando ha capito che voleva fare l’attrice? «A 15 anni quando sono apparsa cinque minuti in Tusk, per divertimento. Non avevo mai fatto lezioni di recitazione, ma mi ha subito divertita».

 Chiamarsi Depp aiuta o ostacola? «Non posso negare che il nome porta con sé una certa pressione. Ma le dico una cosa, non accetterei mai un ruolo perché il mio nome attira attenzione. Sono piuttosto brava a leggere le intenzioni delle persone, mi sposto molto velocemente».

La lezione più importante imparata dai suoi genitori? «Fidarsi dell’istinto, sono stati i miei nonni a passare questo messaggio a entrambi. So che cosa voglio fare e come arrivarci, e quando sento una cosa nelle viscere so che devo procedere, se esito so che è meglio lasciar perdere».

“Mi conosci e non mi conosci” (lo slogan del video di Chanel n. 5 L’Eau) le calza a pennello… «Del resto Karl è un genio, non c’è nessuno come lui al mondo. È il genere di talento che non abbassa mai l’asticella, lo conosco da quando avevo otto anni e per me è come un parente. Chanel è una specie di famiglia che mi ispira parecchio, e sono praticamente cresciuta con loro».

Sulla sua famiglia si è detto di tutto ultimamente (la separazione dei suoi e i guai che hanno seguito Johnny Depp da allora), come si protegge? «Quando sei un personaggio pubblico in qualche modo autorizzi gli altri a dire quello che pensano di te, e ovviamente anche io ho i miei sentimenti. Ma so già tutto di me stessa e non leggo le opinioni di chi nemmeno mi conosce. Per me conta solo quello che pensa la mia famiglia».

Intervista pubblicata su Panorama dell’1 giugno

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Good Time, Robert Pattinson diventa un criminale da applausi

27 sabato Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, fratelli Safdie, Good time, GQ Italia, recensioni, Robert Pattinson

L’ex teenager da botteghino si trasforma una volta per tutte nelle mani dei fratelli Safdie, o meglio della loro «energia autentica e selvaggia». E partecipa alla sceneggiatura di un film che è più volte un pugno nello stomaco. E per cui si aggiudica sei minuti di standing ovation

La nona giornata del festival di Cannes ha proposto il brillante Robert Pattinson di Good Time, diretto dai fratelli Josh e Benny Safdie, due bravi del cinema indipendente. L’ex vampiro di Twilight veste i panni di un disgraziato immerso nelle strade della New York degradata del Queens.

Gli occhi pallati, l’aria tutt’altro che in sé, si trascina dietro, per una rapina in banca, il fratello affetto da ritardo mentale: i due si infilano in un casino via l’altro, in una spirale negativa che non molla lo spettatore neanche per un minuto.

Scappa Pattinson, scappa per tutta la notte, dopo che la sua rapina è andata male, ed è sudato, trafelato e a caccia di una via d’uscita per tutto il tempo. Nella sua trasformazione in “villain” si tinge persino i capelli di biondo platino, e gira per le strade tra delinquenti veri.

A guidarlo è la bravura dei Safdie, che a Cannes avevano già portato Lenny and the kids (e successivamente alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia Mad Love in New York). «Abbiamo preparato in film in modo molto speciale», racconta Pattinson, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura. «Amo l’energia dei Safdie, sento che è autentica e selvaggia».

L’attore è ormai di casa sulla Croisette, dove negli anni ha presentato Cosmopolis, The rover e Maps to the stars, ma questo è un film in concorso, ed è un’altra cosa. «Volevamo fare qualcosa di espressamente adatto a lui, e abbiamo lavorato a un’idea di ossessione scrivendo la storia insieme. Ci ha fatto un sacco di domande, Rob è peggio di qualsiasi sceneggiatura, non sapevamo quanta passione avesse».

L’attore inglese è sincero quando racconta che c’è stato qualcosa di mai sperimentato nei film precedenti. «Ho incontrato molte persone che ti dicono di fare tutte le domande che vuoi, anche su dettagli che sembrano stupidi, ma non ho mai trovato questa disponibilità. Stavolta ho sentito che ogni domanda era bene accolta, e che non era mai il momento sbagliato per farla. Non mi era mai capitato nemmeno di sperimentare questo livello di intensità su un set, in cui si guida a 200 all’ora e ci si sente dire “fa niente se i freni non funzionano bene!”, mi sono molto divertito».

In questo film guerriglia style è un vero disperato. «Connie èun uomo a cui non importa di nessuno, ed è inconsapevole di quello che gli accade intorno. È un po’ la stessa cosa che è successa a me come attore, per il resto non ho molto in comune con lui».

I fratelli Safdie hanno messo tutta la loro esperienza passata in un lavoro che flirta col genere pulp e soprattutto con Martin Scorsese. «Non avevamo punti di riferimento, quando abbiamo girato il film, e poi l’ispirazione non viene da altri film, ma dalla vita reale. Per noi contano certe amicizie, e la nostra ossessione per le serie tv sui poliziotti. Si trovano più verità lì che altrove, per questo i poliziotti sono persone con cui vorresti passare un sacco di tempo».

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Okja e il mostro Tilda Swinton, volto del capitalismo a due facce

20 sabato Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Riflessione del momento

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animalisti, Bong Joon Ho, Brad Pitt, Cannes2017, capitalismo, Cristiana Allievi, Okja, Tilda Swinton

Il progetto di cui si parla di più in questi giorni al festival è il racconto in stile fantasy (nato 7 anni fa) di un argomento politico, economico e globale

Altissima, abito e stiletti bianchi, capelli platino, Lucy (Tilda Swinton) imbonisce la folla. Siamo nel cuore di New York e la corporation di famiglia di cui è a capo, la Mirando, in passato ha sfruttato i suoi dipendenti e l’ambiente. Ma oggi con lei,esperta di immagine, cambia faccia: a suon di slogan, auricolari da rockstar e sorrisi hollywoodiani. La sua azienda metterà fine al problema della fame nel mondo grazie a un maialino trovato in Cile e destinato a trasformare l’impatto ambientale della produzione di carne nell’arco dei successivi dieci anni. Ma i suoi abiti dal taglio clinico non devono confondere: il candore che mostra è una maschera.

Dopo il suo monologo pirotecnico lo spettatore è trasportatonella quiete delle montagne coreane, per essere catturato dal cuore della storia: tredicenne Mija e Okja, l’animale che dà il titolo al film in concorso del regista coreano Bong Joon Ho che a Cannes ha incendiato le polemiche (anche per un errore tecnico che ha fatto sospendere e ricominciare la proiezione a pochi minuti dall’inizio, con grandi fischi in sala).

Mija gioca felice con il suo amico enorme, un incrocio tra un ippopotamo e un maiale. Okja ricambia l’affetto della sua amica e con l’intelligenza speciale di cui è dotato le salva anche la vita. A rompere l’idillio, però, arriva uno scienziato-star della tv (Jake Gyllenhaal) assunto dalla Mirando per mostrare al mondo il prossimo livello di produzione della carne sul pianeta, presentato come miracoloso.

Mija non sapeva che il suo amico le sarebbe stato strappato via, ed è disposta a tutto per non perderlo. In uno dei suoi momenti di disperata rincorsa dell’animale incrocia un team di animalisti capitanati da Jay (Paul Dano) e determinato a far emergere la vera intenzione della corporation: fare duri esperimenti di laboratorio e produrre cibo geneticamente modificato per far lievitare le azioni dell’azienda.

Il viaggio della bambina al salvataggio di Okja è molto doloroso, e mostra allo spettattore l’agghiacciante catena del macello e degli esperimenti genetici, senza bypassare certe stranezze anche da parte dell’organizzazione animalista.

C’è chi lo ha definito Okja “il nuovo E.T.”, e ci sta ma non al 100%. L’idea del film prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt, in associazione con Netflix, nasce nel 2011, mentre il regista era ancora impegnato con il suo Snowpiercer, nel 2011. «Ricordo che, pochi giorni dopo l’anteprima del film a Seoul, andando all’aeroporto, Bong Joon Ho mi ha mostrato dei disegni con l’idea iniziale», racconta la Swinton. «Più avanti, ogni volta che ci incontravamo veniva naturale parlarne. Quest’idea del capitalismo con due facceè diventata centrale: una parte che cerca di decorare la sua brutalità, e l’altra che crede che i soldi siano tutto». E questi due aspetti, che la Swinton regala nel doppio ruolo di due sorelle a capo dell’azienda, si vedono all’opera con New York sullo sfondo, contrapposta al paradiso naturale della Corea.

 

Articolo pubblicato su GQITALIA.it

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Sea Sorrow, Vanessa Redgrave regista tra gli immigrati

18 giovedì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti, Senza categoria

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, GQ.it, rifugiati, Sea Sorrow, Vanessa Redgrave

La festa per il settantesimo compleanno del festival di cinema più importante del mondo è iniziata sotto un sole insolitamente caldo ma la fredda accoglienza di Les Fantomes D’Ismael, di Arnaud Desplechin, che ha fatto da apripista. Degno di nota nella giornata inziale è stato invece il film passato fuori concorso che segna l’esordio alla regia di Vanessa Redgrave, Sea Sorrow.

74 minuti di documentario sulla crisi dei rifugiati (tema che quest’anno tornerà, per esempio in Happy End di Michael Haneke) di cui il figlio della Redgrave, Carlo Nero, è produttore, che colpiscono al cuore per la loro sincerità e coraggio. Siamo lontani dall’estetica che regala un effetto raggelante din Fuocoammare di Rosi, ma la semplicità della regia di questa attrice veterana e attivista politica, che si mette in prima persona davanti alla camera e dialoga con gli spettatori, parlando di sua figlia e mostrandone i disegni, è da vedere più come forza del film, che come limite.

Si parte con interviste a due uomini con due occhi scuri che trafiggono, uno arrivato dall’Afganistan e l’altro dalla Guinea. Entrambi raccontano nei dettagli il loro viaggio da incubo fino in Italia. L’attrice ottantenne parla poi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, prima di spostarsi su immagini durissime: la telecamera puntano un barcone e quello che succede tra le urla di chi implora di essere raccolto e trasportato in un’altra vita. Il focus si sposta sui bambini e sulle loro madri, con un reportage molto forte dal caotico “Jungle camp” a Calais, in cui vengono letteralmente abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza. Una battuta dell’attrice inglese riassume la situazione: “mi sento tornata a Riccardo III, è terrificante quello che ho visto”.

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L’attrice e regista Vanessa Redgrave, 80 anni.

A questo punto il film inizia un ping pong tra passato e presente in cui vari personaggi raccontano la loro esperienza di “rifugiati”, rafforzata da riflessione sull’importanza dei diritti umani. La Redgrave racconta la propria storia personale di bambina evacuata da Londra, durante la seconda guerra mondiale, per scappare alle bombe tedesche. Più avanti negli anni, quella di volontaria per aiutare gli ungheresi scappati dagli orrori sovietici. Un modo per continuare a sottolineare che quello dei rifugiati è un probelma antico. Subito dopo c’è Alf Dubs, un politico britannico molto attivo nella Camera di Lord che da tempo ispira molti a occuparsi di aiutare i bambini, lui che a sua volta è fuggito dall’occupazione nazista. Anche Ralph Fiennes, Emma Thompson e Simon Coates danno il loro contributo con scene uniche per i rifugiati, Fiennes è impegnato anche in una scena da La tempesta di Shakespeare, nella parte di Prospero.

Un ulteriore tocco al lavoro lo da la testimonianza di Martin Sherman, drammaturgo, a cui spetta il compito di sottolineare argutamente lo stato di shock in cui si trovano le migliaia di persone che scappano dalle bombe della Siria, dell’Afganistan o dell’Africa per affrontano un viaggio terribile. È l’adreanlina a guidarli attraverso un incubo, ma li sostiene solo fino al momento in cui si fermano: da lì in avanti si ritrovano in un campo profughi, con il mondo che gli crolla addosso e lo shock che sale nel corpo.

Insomma, è una materia talmente significativa quella che la Redgrave propone in Sea Sorrow, da farsi perdonare qualche ingenuità di regia.

Pubblicato su GQITALIA.it

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Luke Evans: il bacio al cinema che fa più paura della Bestia

22 mercoledì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi

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Bill Condon, censura, Cristiana Allievi, Disney, GQitalia, La bella e la bestia, LeFou, Luke Evans, polemica gay

La versione live action del «cartone che ha rotto le barriere come il primo film del genere nominato agli Oscar» arriva in sala perfettamente sintonizzata col 2017, carica di un’emotività finalmente a tutto spettro ma quanto putiferio per una cosa normale

La bella e la bestia diretta di Bill Condon, versione live action del cartone del 1991 della Disney, che fu il primo film animato a ricevere una candidatura all’Oscar come Miglior lungometraggio – vincendone poi due, per la colonna sonora e la canzone originale-, e il primo film animato a superare 100 milioni di dollari di incasso al botteghino, è arrivato con ben 800 copie nelle sale di tutta Italia ma, guardando le coreografie del musical in cui le teiere danzano e i piumini spolverano, nessuno avrebbe immaginato di assistere al primo film della Disney che avrebbe sollevato un caso “morale”.La Bella e la Bestia

Un caso iniziato due settimane fa, alla prima londinese, coi click sul trailer schizzati alle stelle (128 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore), dopo una dichiarazione del regista che, parlando con il magazine inglese Attitude, ha definito una scena finale del film “un momento bello ed esclusivamente gay”. Di cosa si trattava esattamente? Durante una baruffa tra Gaston e gli abitanti del castello in cui sta rinchiusa la Bestia, Miss guardaroba va contro tre ceffi di Gaston e li “traveste” da donna.La Bella e la Bestia

Uno di loro si guarda compiaciuto allo specchio. Poi, nella scena finale del grande ballo, danza con l’inseparabile amico di Gaston, LeFou. Unendo questi ‘ammiccamenti’ e la confusione che ha in testa LeFou al fatto che Bill Condon è apertamente gay, e che Luke Evans – che interpreta magistralmente Gaston – ha fatto coming out, qualcuno ha deciso che la nuova versione di La bella e la bestia farebbe “propaganda gay”.La Bella e la Bestia

 

Il primo gran rifiuto è arrivato dall’Alabama, dove un dive-in ha dichiarato che non avrebbe proiettato il film “per non compromettere quello che insegna la Bibbia”. Non si sa nemmeno se la Disney glielo aveva proposto o meno, ma fa niente. In Russia, paese in cui l’omoessualità è stata ufficialmente rimossa dalla lista dei disordini psichiatrici nel 1999, un deputato ha chiesto al ministro della cultura di vietare la visione del film agli spettatori sotto i 16 anni (ma la prima reazione era stata quella di vietare del tutto la proiezione nel paese). Ultimo caso, il più eclatante, la Malesia, in cui i censori hanno chiesto di tagliare la scena, ottenendo un secco no dalla Disney.

Bill Condon, regista e sceneggiatore premio Oscar, non ha dubbi quando gli si chiede se avrebbe mai pensato che LeFou poteva innamorarsi di Gaston. «Mai, devo ammetterlo. La nostra idea è che il personaggio in qualche modo sta cercando se stesso: un giorno vuole essere Gaston, il giorno dopo vuole baciarlo. È confuso su quello che vuole. Ma in senso più ampio, credo che sia importante celebrare l’amore in tutte le forme possibili. Siamo nel 2017, dobbiamo parlare al mondo in cui viviamo e sono molto contento che la Disney abbia supportato quest’idea. Quando abbiamo mostrato il film a un pubblico per testarlo ha risposto molto bene».

  1. La Bella e la Bestia

L’attore inglese Luke Evans, un superbo Gaston, aggiunge il resto. «Questo cartone animato ha rotto molte barriere, è stato il primo film del genere nominato agli Oscar, una cosa da non credere. Cosa penso del rapporto tra Gaston e LeFou? Non so se si tratti d’amore, non sono nemmeno sicuro che LeFou sappia cos’è», continua. «Direi che la sua è una “lieve infatuazione”, sta cercando la sua strada e vedere un uomo forte, che tutti nel villaggio amano, e a cui lui è vicinissimo, glielo fa vedere sotto un’altra luce. Nel ventunesimo secolo ci sta mostrare una persona lievemente diversa dalle altre, anche in un piccolo villaggio».

E considerato che i villani vogliono far fuori la Bestia, che è un altro “diverso”, ci sono altre sfumature che dovrebbero far riflettere. «L’aspetto della xenofobia non è stato pianificato», conclude Condon. «È grave, esisteva prima di Donald Trump e in molti altri paesi. Quello che amo di questo film è che le danze di tazzine e piumini riescono ad annullare tutto l’orrore del mondo».

La Bella e la Bestia

Articolo pubblicato su GQ.it

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Rebecca Hall «So essere una moglie atroce».

11 sabato Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Personaggi

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Berlinale 2017, Christine, Cristiana Allievi, GGG-Il grande gigante gentile, Herman Koch, Katharine Hepburn, Nella Larsen, Oren Moverman, Passing, Rebecca Hall, Regali da uno sconosciuto - The gift, Richard Gere, The dinner

HA STREGATO BEN AFFLECK, WOODY ALLEN E PATRICE LECONTE. È STATA ANCHE LA MOGLIE DI RICHARD GERE, UNA DONNA CHE HA DETESTATO. ED È CONVINTA CHE OGNI FAMIGLIA ABBIA UNA STORIA DA RACCONTARE, A PARTIRE DALLA SUA. E PRESTO SI METTERA’ DIETRO LA MACCHINA DA PRESA PER SCOPRIRLA MEGLIO

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L’attrice Rebecca Hall, 35 anni, esordirà presto dietro la macchina da presa.

«Come mi definirei? Una donna atroce». Ha due occhi grandi e una bocca molto carnosa, Rebecca Hall. Alta, magra, indossa un tubino color crema e accavalla le gambe accanto al tavolino di fronte a noi. «Il mio personaggio non era presente nel romanzo di Herman Koch, ma funziona bene per la storia. Sono quella che si può definire la moglie di un politico», racconta divertita riferendosi al suo personaggio in The dinner, il film di Oren Moverman appena passato in concorso all’ultima Berlinale, in cui Hall lavora accanto a Richard Gere, Steve Coogan e Laura Linney.

Nonostante l’accento very british, che sullo schermo la rende spesso sofisticata, non è né fredda né distaccata. Cerrto, ha un aplomb per cui sembra che stia per ad andare a parlare con la regina, ma Il Grande Gigante Gentile  di Speven Spielberg (film in cui lo faceva per copione) non c’entra: essere figlia di Peter, il regista teatrale inglese che ha fondato la Royal Shakespeare Company e di una cantante d’opera americana che è stata Carmen e Salomè lascia il segno. In una manciata di anni abbiamo ammirato Rebecca Hall in tutti i generi cinematografici possibili, dai blockbusters (Iron Men 3) alle science-fiction (Transcendence), fino ai thriller ad alta tensione (Regali da uno sconosciuto – The gift). E soprattutto a dirigerla sono stati i migliori registi su piazza, da Woody Allen a Ben Affleck.

Per The dinner, lo scuro thriller psicologico su un feroce scontro tra due coppie a cena in un ristorante di lusso- basato sull’omonimo bestseller di Koch venduto in 37 paesi- ha cambiato radicalmente ritmi lavorativi. «Lo abbiamo girato tutto di notte. Andavo sul set alle sette di sera e tornavo alle 8 di mattina, dopo tre settimane così diventi matta», racconta ridendo. «Gere è Stan, un membro del Congresso popolare candidato a governatore. È un calcolatore che pensa tutto il tempo e io sono la donna di potere che gli sta accanto. Diplomatica e molto ambiziosa, è una specie di centrale elettrica dietro le quinte». Il film si svolge quasi del tutto a tavola. Stan invita a cena il fratello minore e travagliato che ha smesso di frequentare quando erano ragazzi. «I loro figli sedicenni però sono amici, hanno appena commesso un crimine terribile per cui non verranno mai scoperti, ma i genitori devono decidere che azione intraprendere. È un film sulla diplomazia, mostra come quattro membri di una famiglia sono in grado di manipolarsi a vicenda». Proprio parlando di famiglia si capisce che è un tema centrale anche nella sua vita vera. «Nelle famiglie tutti hanno una storia interessante da raccontare, e le storie mi piacciono moltissimo». Menzionando il padre, un colosso del teatro, non nasconde quanto abbia aiutato la sua carriera. «Ho avuto una vita facile in termini di conoscenze per il mio lavoro, non posso certo lamentarmi. Ma per tutto c’è il rovescio della medaglia, e io sono sempre entrata in stanze in cui le persone davano per scontato di conoscermi. All’inizio la cosa mi spiazzava, poi ho imparato a lasciar credere alle persone ciò che vogliono: inutile andare a dire in giro che anche tu soffri e non ti senti perfetta». C’è un punto in cui il tema famiglia si incrocia con la vita di attrice, e riguarda nientemeno che suo marito. Sul set di Christine (per cui si è trasformata nella Chubbuck, la giornalista malata di depressione che ha trovato notorietà suicidandosi in diretta tv), ha incontrato Morgan Spector, che poco dopo è diventato suo marito. «Sono cresciuta nel caos più totale della mia famiglia, credevo che la stabilità non facesse per me, figuriamoci con un attore. Ma mi sbagliavo, la vita matrimoniale mi fa stare molto bene». Insieme hanno faticato non poco, ma Christine è stato un grande successo sia al Sundance sia a Toronto. «Quando ho letto la sceneggiatura mi ha molto disturbata e l’ho chiusa in un cassetto. Poi ho pensato fosse un ottimo motivo per accettare il ruolo. La Chubbuck era una giornalista in una piccolissima stazione tv della Florida, nel 1974, e il solo motivo per cui la gente la conosce è il suo gesto estremo. L’unico materiale che avevo per farmi un’idea di chi era sono 20 minuti di riprese di una sua trasmissione, in cui parlava con degli ospiti di argomenti assolutamente non importanti». «Per raccontare le due settimane prima del tragico evento. Ho dovuto immaginare come dev’essere stato non “funzionare” come gli altri, come ci si sente all’idea che il mondo esterno si accorga che sei malata. La medicina non aveva ancora scoperto cure, il litio è uscito l’anno dopo la sua morte. È stato un lavoro molto difficile ma necessario». Le ha fatto scoprire cose di sé che non conosceva. «Prendendo in mano una pistola finta e simulando di farmi fuori si è alzata l’adrenalina e ho iniziato a tremare come una foglia. Ho scoperto che il corpo reagisce come se lo stessi facessi davvero». A Hollywood, di personaggi “sgradevoli” come la Chubbuck se ne vedono pochi. «Non so perché succeda, ma come attrice mi sono presa l’impegno di far riflettere e sollevare certe domande». Ma è anche vero che non perde ocasione per dichiarare di non vedere l’ora di recitare in una commedia, «intelligente, come piacciono a me. Sono cresciuta guardando Barbara Stanwyck, Bette Davis e Myrna Loy e adoro i film che giravano Katharine Hepburn o Carole Lombard, ma al momento ruoli così non esistono». La rivelazione della conversazione arriva adesso: la Hall, che scrive da quando aveva 13 anni, sta pensando di dirigere se stessa, e sta cercando i soldi per il suo primo film: sarà tratto dalla storia che ha scritto chiuso in cassetto un decennio fa. È tratta da Passing, il romanzo di Nella Larsen del 1929 in cui due donne nere in Olanda sembrano abbastanza bianche da fingere di esserlo. «Mio nonno era nero e intorno alla sua vita ci sono fatti molto misteriosi. Su alcuni formulari scriveva “nero”, su altri “bianco”. È morto quando mia madre aveva 16 anni, scoprire la verità sulla sua storia mi intriga. Più ampiamente il racconto riguarda il sentirsi intrappolati da un’identità che ci creiamo e che poi dobbiamo sostenere». Se teme di presentarsi al mondo nella veste di regista? «In passato non ero pronta a espormi, mi è difficile ammettere che posso essere brava a fare più di una cosa, credo sia un problema di noi donne. Ma adesso tutti mi incoraggiano, e credo davvero di poter fare un bellissimo film».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 febbraio 2017 

© Riproduzione riservata 

 

 

 

 

 

Mel Gibson Story: ascesa, caduta e rinascita tra due Oscar

26 domenica Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Andrew Garfield, Braveheart, Cristiana Allievi, Desmond Doss, Hacksaw RIdge, La resurrezione, Mad Max, Mel Gibson, Oscar2017, Suicide Squad

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A 21 anni dal doppio premio a Braveheart, l’attore e regista australiano torna sotto le luci e nel teatro degli Oscar dopo 10 anni bui e con un nuovo film di guerra ed eroismo

 

«Il mio prossimo film? Sarà un processo investigativo, voglio mostrare luci e ombre di un evento misterioso. Ho idee poco ortodosse e molto interessanti in merito…». Il film in questione, guarda il caso, si chiamerà La resurrezione, e sarà la continuazione di La passione. I conti tornano. Se infatti Mel Gibson oggi corre per l’Oscar, è di rinascita che è il caso di parlare, di ritorno dopo 10 anni di assoluto silenzio. I critici hanno applaudito il suo film di guerra, Hacksaw Ridge, nominandolo in ben sei categorie, inclusa quella di miglior regista per Gibson stesso. E dopo anni di esilio nel deserto – l’ultima nomination era stata perBraveheart – è questa la dichiarazione che l’autore australiano è stato accolto di nuovo, e a braccia aperte, nella famiglia del cinema. Non vincerà, questo è praticamente certo. E non solo perché i titoli in corsa includono Moonlight di Barry Jenkins e La La Land di Damien Chazelle. Il fatto è che gli organizzatori della cerimonia non lascerebbero mai Mel vicino a un microfono aperto.

Se per sempre, o per ora, si scoprirà col tempo.

Del resto il suo ritorno ufficiale ha già del miracoloso, se si pensa che l’attore e regista premio Oscar, arrestato per guida in stato di ebrezza, ha dichiarato al poliziotto che lo aveva in custodia che gli ebrei sono responsabili di tutte le guerre del mondo (epic fail con cui seppellire una carriera per sempre). È difficile trovare qualcuno dell’industry che non lo ami, a livello personale. Non è più il burlone delle feste glamour che era vent’anni fa, ma tutti lo considerano intelligente, generoso e parecchio alla mano. Ma il disgelo a livello ufficiale, quello dell’Academy per intenderci, è un’altra cosa, ed è una specie di miracolo. È avvenuto grazie a un film che mette insieme temi fortemente gibsonini come fede, violenza e guerra. Ironia vuole che il film uscisse in un’America che si preparava all’arrivo di Trump, raccontando la vita di Desmond Doss, un giovane pacifista che quando scoppia la seconda guerra mondiale si arruola volontario come medico, ma per le sue convinzioni religiose non toccherà armi. Guidato solo dalla propria incrollabile fede, a Okinawa salva la vita a 75 commilitoni. Questo eroe interpretato dal bravissimo Andrew Garfield è il primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore dal presidente Truman. E in molti hanno pensato che, consciamente o meno, in qualche modo rappresenti Gibson stesso, che ha anche scelto (simbolicamente?) di tornare a casa, in Australia, a girare il suo quinto film da regista.

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Il regista e attore australiano, 61 anni, con Andrew Garfield, protagonista di Hacksaw Ridge, in corsa per gli Oscar con 6 nominations.

Con la barba folta sale e pepe con cui lo si vede girare da diversi mesi sembra più un profeta dell’antico testamento che una star di Hollywood. Per rintracciare nella mente l’immagine della giovinezza di attore-sex symbol che ha alimentato successi come Mad Max e la serie di Arma letale bisogna attingere a ricordi da vite passate. Così come adesso sembra voler solo dirigere, e il ricordo dell’ultimo ruolo da attore degno di nota è lontano: era stato nel thriller di M. Night Shyamalan sui cerchi di grano, Signs, del 2002, seguito a Quello che vogliono le donne, del 2000.

Nato a New York da un ferroviere di discendenze irlandesi e da una madre irlandese, quando aveva quattro anni la sua famiglia si è trasferita con 11 figli in Australia, nel New South Wales, dove la nonna paterna era stata un noto contralto dell’opera. Dopo il liceo Mel è andato all’Università di Sidney esibendosi poi al National Institute of Dramatic Arts con future star del cinema come Geoffrey Rush e Judy Davis. Ha esordito al cinema con Interceptor, mentre con Tim – Un uomo da odiare, ha vinto il premio di miglior attore secondo l’Australian film institute (che equivale a ricevere un Oscar), cosa che si è ripetuta pochi anni dopo, con Gli anni spezzati. Risale invece al 1984 il suo debutto americano, in Il bounty, interpretato accanto a Anthony Hopkins. È stata poi la volta di Mad Max e, nel 1987, del personaggio di Martin Riggs con cui ha firmato la serie di Arma letale. Gli anni Novanta lo hanno visto vincere due Oscar con Braveheart- Cuore impavido (Miglior fotografia e Miglior Regia), a cui sono seguiti altri innumerevoli successi al box office, fino ai guai con l’alcol e tutto il resto che ne è seguito.
Questo grande ritorno con Hacksaw Ridge è la scintilla di un fuoco che sembra destinato a tornare a scaldare, e parecchio. Mel è un tipo ingestibile, e adesso che ha 61 anni ed è appena diventato padre del nono figlio sembra aver annunciato che le sorprese sono appena iniziate.

Chi crede che si sia ormai votato a dirigere solo film su figure bibliche ed eroi morali, potrebbe ricredersi. Per dirne solo una, circolano voci sul fatto che la Warner lo abbia parecchio corteggiato e che lui stia studiando il materiale di una nuova sceneggiatura. Si tratterebbe del sequel di Suicide Squad di David Ayer, e basterebbe a dire che chi ha pensato di aver capito chi è Mel Gibson si è sbagliato. E di grosso.

Articolo pubblicato su GQ Italia 

© Riproduzione riservata 

Call me by your name, eros e magnifica confusione by Luca Guadagnino

18 sabato Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Armie Hammer, Berlinale, Call me by your name, Cristiana Allievi, Esther Garrel, Luca Guadagnino, Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet

Il nuovo film del regista siciliano celebra il desiderio dei vent’anni, quando, come disse una volta Truman Capote, “l’amore, non avendo una mappa, non conosce confini”

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Da sinistra Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet e Armie Hammer in una scena di Call me by your name (courtesy Sony Pictures Classics).

Con Luca Guadagnino l’Italia ha trionfato alla Berlinale. E con lui, ha vinto l’universalità dell’amore. È successo nonostante Call me by your name, settimo film del produttore e regista palermitano, fosse proiettato nella sezione Panorama, e non in Concorso, perché l’anteprima mondiale è avvenuta un mese prima al Sundance, festival Usa che ha parecchio gradito l’opera. Scritta dallo stesso Guadagnino insieme a James Ivory e Walter Fasano a partire dall’omonimo romanzo dell’americano André Aciman, la pellicola che sarà distribuita in Italia da Sony Picture Classics è un inno alla passione e all’eros che non mostra nemmeno una scena di sesso esplicita e riesce a includere una storia di famiglia. Un successo, va detto, da attribuirsi anche alla scelta di un magnifico cast. Elio Perlman, interpretato dall’astro nascente Timothée Chalamet, è il figlio diciassettenne di una coppia ebrea molto abbiente in cui il padre (Michael Stuhlbarg) è un professore d’inglese specialista dell’epoca greco romana. Siamo in estate, nei dintorni di Crema, e il ragazzo è una specie di genio della musica. Parla tre lingue, trascorre la giornata ascoltando e trascrivendo note di Bach e Berlioz e flirtando con l’amica Marzia (Esther Garrel). Finchè nella meravigliosa villa seicentesca di famiglia – a pochi chilometri dalla vera casa di Guadagnino – arriva Oliver, un giovane ricercatore americano, interpretato da un Armie Hammer al massimo del suo splendore: ha 24 anni ed è una miscela esplosiva di cultura e fascino. A poco a poco tra lui ed Elio si fa strada un sentimento dalla forza inesorabile, che include anche la confusione di Elio tra la ragazza che lo ama e l’attrazione per Oliver, confusione resa dal regista in modo terribilmente empatico.

E pensare che Guadagnino ha fatto di tutto per non dirigere questo film, avrebbe voluto restarne solo il produttore e proporlo ad altri colleghi. Ma da Taylor Wood a Ozpetek, passando per Gabriele Muccino, tutti gli dicevano “perché non lo fai tu?”. Così,  si è convinto. «Mi piace pensare che Call me by your name chiuda una trilogia di film sul desiderio, con Io sono l’amore e A bigger Splash», racconta. «Ma nei film precedenti il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto e al bisogno di liberazione. Mentre qui volevamo esplorare l’idillio della giovinezza. Elio, Oliver e Marzia sono irretiti in una confusione che una volta Truman Capote ha descritto dicendo “l’amore, non avendo una mappa, non conosce confini”».
Come i suoi protagonisti, anche lo spettatore si trova catapultato in un universo idilliaco e passionale, guardando questi 130 minuti di immagini sulle note dei pezzi per pianoforte di John Adams ma anche di Lady, Lady, Lady di Joe Esposito (chi si ricorda di Flashdance?), oltre alla musica creata apposta per il film da Sufjan Stevens. «Io e Armie abbiamo trascorso molto tempo insieme prima delle riprese», racconta Timothée, «per tre settimane ci siamo fatti il caffè, abbiamo guardato film e ascoltato musica. Eravamo sempre insieme». E Hammer, che alla Berlinale era presente anche con il film di Stanley Tucci Final Portrait, rincara la dose. «Abbiamo fatto tutto quello che si vede nel film», provoca, per poi aggiungere un «beh, non proprio tutto. Di sicuro mi sento in sintonia con il modo in cui Luca è stato capace di far emergere il desiderio umano, questa brama che si sente fra i due personaggi. Sono emozioni primarie di desiderio che le persone sentono, e spero che questo aspetto aiuterà il film ad andare oltre ogni barriera».

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Il regista Luca Guadagnino, 46 anni (pic by Alessio Bolzoni).

Mentre si viene trasportati per mano nell’atmosfera ovattata in cui sboccia l’amore, tra bagni al fiume, sguardi e silenzi che dicono più di mille parole, fuori da questa bolla c’è un mondo che sfiorisce. Siamo negli anni Ottanta, nell’Italia di Licio Gelli e Bettino Craxi, delle piazze con i cartelloni elettorali di PCI e PSI. E mentre in questa famiglia molto internazionale, con madre francese e padre inglese, si parla di resti archeologici e di bellezza ellenica, dalla tv sbuca un giovanissimo Beppe Grillo, ancora solo comico. «È l’epoca in cui abbiamo assistito alla fine degli straordinari anni Settanta e all’inizio del conformismo degli Ottanta, con il pensiero di massa che ne è seguito», ricorda Guadagnino. «Mi piaceva mostrare un gruppo di persone che resta intoccato da tutto questo». In questa decadenza si avverte che un’estate molto fuori dal comune sta per finire, anche se nessuno lo vorrebbe. In un tessuto emotivo che non molla lo spettatore nemmeno per un istante, con la fine dell’estate per Elio arrivano i dialoghi illuminanti con il padre, dalla cui bocca escono parole che molti figli sognerebbero di sentirsi dire. E non è un caso, a sentire il regista. «Call me by your name è un omaggio ai padri della mia vita, il mio vero padre e i padri cinematografici, Renoir, Rivette, Rohmer e Bertolucci».

 Articolo pubblicato su GQ Italia
© Riproduzione riservata 

Kristen Stewart: «Sono spericolata, e si vede»

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Personaggi

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Alicia Cargile, Billy Lynn - Un giorno da eroe, Chanel, Cristiana Allievi, Kristen Stewart, Oliver Assayas, Personal Shopper, Stella Maxwell, Twilight

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L’attrice Kristen Stewart, 26 anni (courtesy of Sundance portraits)

«Mi piace l’idea del pranzo domenicale, e sono molto brava a preparare gli spaghetti. Da un po’ di tempo ho smesso di mangiare carne e non uso più prodotti animali, mi sono specializzata in centrifugati. Per esempio uso la polpa di mele, sedano e carote e la combino con l’olio di arachidi e cocco, non sai che meraviglia…». Mentre la ascolto penso che Kristen Stewart sia l’unica attrice in grado di spiazzarmi. In effetti mi vengono in mente le ultime foto che la ritraggono con la nuova fiamma, la modella Stella Maxwell, angelo di Victoria’s Secret. Le due passeggiano con in mano beveroni e centrifugati bio, a testimoniare che la svolta wellness è reale. Del resto da qualche anno a questa parte ha continue novità con cui stupirci, soprattuto a livello sentimentale. Le voci si rincorrevano da tempo, ma ha aspettato la fine del festival di Cannes per dichiarare il suo amore folle per l’assistente e produttrice cinematografica Alicia Cargile, dopo un anno e mezzo di tira e molla (intervallato da svariati flirt, mai accompagnati da conferme o smentite). Così ha messo fine a una valanga di gossip ed è uscita intelligentemente allo scoperto. «Sono innamorata della mia fidanzata, con cui mi sono separata un paio di volte, e con cui finalmente sono tornata a provare sentimenti autentici», ha dichiarato facendoci finalmente tirare un respiro di sollievo. Ma ecco che, a pochi mesi da quelle parole, te la ritrovi a flirtare con la Maxwell: le due passano da un party all’altro e Kristen è più glamour e femminile che mai. Cresciuta a Los Angeles con madre australiana sceneggiatrice e padre assistente regista, e travolta da un successo che avrebbe steso la maggior parte di noi, a 26 anni la Stewart sembra in piena fase sperimentale con un raggio d’azione molto vasto: si va dai sentimenti al colore dei capelli, passando per il lavoro sul grande schermo. Voltate le spalle a incassi da capogiro, infatti, continua a fare scelte da vera ribelle nel cinema indipendente. Al nostro incontro indossa un tailleur di Chanel con pantaloni e agita le mani nervosamente, mentre mi racconta che attraverso i ruoli che sceglie vuole affrontare ogni possibile angolazione di se stessa. «Mi sento al massimo, come attrice, quando mostro cose che il pubblico non vede normalmente, e di cui io non ero consapevole. Comunicare qualcosa a qualcuno è ciò che mi piace di più della vita, essere vista e capita è quanto di più bello ci possa essere». Nei prossimi film in cui la vedremo incarnerà due tipi di sorelle diversi. In Billy Lynn- Un giorno da eroe, film del regista premio Oscar Ang Lee nelle sale dal 2 febbraio, tenterà di convincere il fratello, un tormentato eroe della guerra in Iraq, a non tornare nel conflitto. Mentre in Personal Shopper, di Olivier Assayas, passato all’ultimo festival di Cannes e nelle sale da aprile, grazie alle sue doti psichiche tenterà di mettersi in contatto con il fratello gemello, morto per un attacco di cuore.

In Billy Lynn- Un giorno da eroe, lei è la sorella pacifista di uno dei centomila soldati che nel 2004 erano in Iraq, interpretato dallo straordinario esordiente Joe Alwyn. Le scene tra di voi, quando torna a casa per ricevere un premio, sono di grande impatto. «Credo che Ang Lee abbia distillato il meglio dei dialoghi del bestseller di Ben Fountain da cui è tratto il film. L’intento di Lee è mostrare una verità sulla guerra distante anni luce da quello che l’opinione pubblica crede, e del film io rappresento la voce alternativa e articolata. Voglio che mio fratello conosca se stesso: se questo accade, sarebbe ancora orgoglioso di fare quello che fa? Non mai stata una che giudica, anche nella vita reale, ma ho sempre creduto che per batterti per qualcosa devi prima capirla, non esserne consumato».

Il tema è più che mai attuale, ci sono tanti ragazzi e ragazze che per sfuggire alla loro realtà di vita pensano di arruolarsi nell’esercito. La scelta di Billy è quella di molti giovani americani? «Credo sia la storia più americana e comune che ci sia. L’esercito ha dato una direzione a tante vite fuori rotta, ha fornito uno scopo anche in senso positivo. Ma non tutti sono preparati a trovarsi coinvolti in qualcosa di molto più grande di loro, con gli esiti che comporta, e questo era ancora più vero ai tempi in cui è ambientato il film, quando le versione dei fatti erano costruite e orientate in modo propagandistico. Ma la cosa più difficile da comprendere era la necessità di chiedersi perché si fanno certe cose, una domanda che porta molta umanità alla figura di un soldato».

In questo film si occupa di suo fratello vivo, mentre in Personal Shopper fatica a riprendersi dalla perdita del suo gemello e a tornare a condurre una vita normale. «Al mio personaggio succedono cose strane. Nel tentativo di colmare il vuoto della perdita fa crescere le sue qualità androgine, emulando il fratello. Il rovescio della medaglia è che la sua femminilità è in difficoltà, non riesce a entraci del tutto a causa del senso di colpa che non le da tregua. La storia è complessa, racconta di una metamorfosi che passa attraverso proiezioni demoniache e il desiderio improvviso di indossare i vestiti di qualcun altro, per riniziare a vivere».

Secondo lei le esperienze dolorose sono necessarie per farci aprire gli occhi? «Servono per tornare a capire conta davvero nella vita, ci distraiamo così facilmente… La perdita ti porta anche a sentire che lo sconosciuto è spaventoso, e lì capisci che noi non avrai mai risposte sullo sconosciuto per eccellenza, la morte. Non sappiamo cosa succederà in quel momento, non sappiamo se saremo da soli o ci sentiremo collegati a qualcosa di più grande, ed è terrorizzante».

Che relazione ha col mondo del soprannaturale? «Da bambina i fantasmi mi facevano paura, e l’idea che ci sia qualcosa di invisibile non mi piace. Oggi non credo ai fantasmi ma agli impulsi e agli istinti che partono dalle viscere e di cui è meglio fidarsi. Sono la ragione per cui ci sentiamo attratti da qualcuno e respinti da qualcun altro, e non hanno niente a che fare con la logica».

La personal shopper che interpreta è molto sui generis… «È una donna molto attratta dalla bellezza e dall’estetica, ma è così auto punitiva da sentirsi in colpa per questo. Prova un senso di vergogna nel voler essere bella e nel volersi circondare di cose belle, perché lei in realtà non si piace, fatica a essere davvero una donna».

La sua, di stylist, l’ha aiutata in questo senso? «Mi conosce molto bene, dopo tanti anni che lavoriamo insieme, e non pensa solo ai vestiti da farmi indossare: mi conosce davvero. Ci sono tante persone distratte dai trend che vogliono solo ridisegnarti, non sono capaci di sottolineare semplicemente chi sei. La mia collaboratrice sa qual è, di volta in volta, il capo perfetto per farmi affrontare il mondo».

Tre anni fa ha dato un taglio drastico ai capelli, e col senno di poi la sua scelta non sembra affatto casuale. «Li ho tagliati appena ho compiuto 23 anni e l’effetto è stato travolgente. I capelli mi permettevano di nascondermi dietro un’aura sexy, appena mi sono trovata scoperta ho dovuto mostrare la mia vera faccia, e la cosa strana è che ho tirato fuori una fiducia in me stessa che non ricordavo da tempo. I capelli mi facevano sentire come una vera ragazza, mi mandavano messaggi del tipo “sono bella, sono femminile”. Non so perché gli ho dato così tanta importanza, forse è a una di quelle credenze sociali secondo cui i capelli lunghi sono più belli. Ma mi sono chiesta “il mio primo obiettivo nella vita è essere desiderata? È di una noia mortale!”».

Lei era esposta come poche, non ha temuto il cambiamento di immagine? «Ho perso due chili prima di incontrare il parrucchiere! Non riuscivo a mandar giù niente, e il giorno che mi sono seduta su quella sedia mi sudavano le mani…».

Ma carattere forte e coraggio non le sono mai mancati. Crede siano stati plasmati dal crescere con tre fratelli (di cui uno biologico e due adottati)? «Se guardo alle mie foto fino ai 15 anni, in cui mi mettevo i vestiti dei miei fratelli, ero un ragazzo! Mi piacevano i trattori, il basket, il calcio, erano tutte prese di corrente per l’energia cinetica che ho sempre avuto. E sono sempre stata un tipo di bambina che voleva stare con i più grandi…».

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La Stewart in Billy Lynn – Un giorno da eroe  (courtesy of Play4movie).

Non fatico a crederle. «Volevo essere vista come grande, ma poi le cose sono cambiate. Tra 15 e 20 anni ero sempre in ansia, se non riuscivo a controllare le cose mi ammalavo, o mi inibivo in modo debilitante».

Ha imparato a sollevare una barriera emotiva nei confronti del mondo esterno? «Dopo 16 anni di lavoro ho imparato a gestire i pensieri che sono sempre stati a mille, un tempo non avevo mai una pausa. Oggi non mi faccio più sopraffare, e se mi capita so che è temporaneo, poi passa».

Più che aver fatto pace con la sua immagine pubblica sembra aver fatto pace con se stessa. «Sono più intelligente e più calma di un avolta. Se temo i miei lati oscuri? Quando sei vera con te stessa e il tuo cuore non esiste più un lato oscuro. E non c’è più domanda che ti dia fastidio, se arriva da uno spazio onesto».

 Mentre la saluto mi viene in mente una frase che mi ha detto poco tempo fa. «Se dovessi scegliere di essere un animale, sceglierei un gatto. Perché quando tutti lo vorrebbero vicino, lui se ne sta a distanza, a osservarti…». Mi basta questo per togliermi l’illusione di averla finalmente conosciuta. Kristen mi stupirà ancora, eccome se lo farà.

 Intervista pubblicata sul n. 6 di Grazia il 26/1/2017

© Riproduzione riservata

 

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