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HA STREGATO BEN AFFLECK, WOODY ALLEN E PATRICE LECONTE. È STATA ANCHE LA MOGLIE DI RICHARD GERE, UNA DONNA CHE HA DETESTATO. ED È CONVINTA CHE OGNI FAMIGLIA ABBIA UNA STORIA DA RACCONTARE, A PARTIRE DALLA SUA. E PRESTO SI METTERA’ DIETRO LA MACCHINA DA PRESA PER SCOPRIRLA MEGLIO

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L’attrice Rebecca Hall, 35 anni, esordirà presto dietro la macchina da presa.

«Come mi definirei? Una donna atroce». Ha due occhi grandi e una bocca molto carnosa, Rebecca Hall. Alta, magra, indossa un tubino color crema e accavalla le gambe accanto al tavolino di fronte a noi. «Il mio personaggio non era presente nel romanzo di Herman Koch, ma funziona bene per la storia. Sono quella che si può definire la moglie di un politico», racconta divertita riferendosi al suo personaggio in The dinner, il film di Oren Moverman appena passato in concorso all’ultima Berlinale, in cui Hall lavora accanto a Richard Gere, Steve Coogan e Laura Linney.

Nonostante l’accento very british, che sullo schermo la rende spesso sofisticata, non è né fredda né distaccata. Cerrto, ha un aplomb per cui sembra che stia per ad andare a parlare con la regina, ma Il Grande Gigante Gentile  di Speven Spielberg (film in cui lo faceva per copione) non c’entra: essere figlia di Peter, il regista teatrale inglese che ha fondato la Royal Shakespeare Company e di una cantante d’opera americana che è stata Carmen e Salomè lascia il segno. In una manciata di anni abbiamo ammirato Rebecca Hall in tutti i generi cinematografici possibili, dai blockbusters (Iron Men 3) alle science-fiction (Transcendence), fino ai thriller ad alta tensione (Regali da uno sconosciutoThe gift). E soprattutto a dirigerla sono stati i migliori registi su piazza, da Woody Allen a Ben Affleck.

Per The dinner, lo scuro thriller psicologico su un feroce scontro tra due coppie a cena in un ristorante di lusso- basato sull’omonimo bestseller di Koch venduto in 37 paesi- ha cambiato radicalmente ritmi lavorativi. «Lo abbiamo girato tutto di notte. Andavo sul set alle sette di sera e tornavo alle 8 di mattina, dopo tre settimane così diventi matta», racconta ridendo. «Gere è Stan, un membro del Congresso popolare candidato a governatore. È un calcolatore che pensa tutto il tempo e io sono la donna di potere che gli sta accanto. Diplomatica e molto ambiziosa, è una specie di centrale elettrica dietro le quinte». Il film si svolge quasi del tutto a tavola. Stan invita a cena il fratello minore e travagliato che ha smesso di frequentare quando erano ragazzi. «I loro figli sedicenni però sono amici, hanno appena commesso un crimine terribile per cui non verranno mai scoperti, ma i genitori devono decidere che azione intraprendere. È un film sulla diplomazia, mostra come quattro membri di una famiglia sono in grado di manipolarsi a vicenda». Proprio parlando di famiglia si capisce che è un tema centrale anche nella sua vita vera. «Nelle famiglie tutti hanno una storia interessante da raccontare, e le storie mi piacciono moltissimo». Menzionando il padre, un colosso del teatro, non nasconde quanto abbia aiutato la sua carriera. «Ho avuto una vita facile in termini di conoscenze per il mio lavoro, non posso certo lamentarmi. Ma per tutto c’è il rovescio della medaglia, e io sono sempre entrata in stanze in cui le persone davano per scontato di conoscermi. All’inizio la cosa mi spiazzava, poi ho imparato a lasciar credere alle persone ciò che vogliono: inutile andare a dire in giro che anche tu soffri e non ti senti perfetta». C’è un punto in cui il tema famiglia si incrocia con la vita di attrice, e riguarda nientemeno che suo marito. Sul set di Christine (per cui si è trasformata nella Chubbuck, la giornalista malata di depressione che ha trovato notorietà suicidandosi in diretta tv), ha incontrato Morgan Spector, che poco dopo è diventato suo marito. «Sono cresciuta nel caos più totale della mia famiglia, credevo che la stabilità non facesse per me, figuriamoci con un attore. Ma mi sbagliavo, la vita matrimoniale mi fa stare molto bene». Insieme hanno faticato non poco, ma Christine è stato un grande successo sia al Sundance sia a Toronto. «Quando ho letto la sceneggiatura mi ha molto disturbata e l’ho chiusa in un cassetto. Poi ho pensato fosse un ottimo motivo per accettare il ruolo. La Chubbuck era una giornalista in una piccolissima stazione tv della Florida, nel 1974, e il solo motivo per cui la gente la conosce è il suo gesto estremo. L’unico materiale che avevo per farmi un’idea di chi era sono 20 minuti di riprese di una sua trasmissione, in cui parlava con degli ospiti di argomenti assolutamente non importanti». «Per raccontare le due settimane prima del tragico evento. Ho dovuto immaginare come dev’essere stato non “funzionare” come gli altri, come ci si sente all’idea che il mondo esterno si accorga che sei malata. La medicina non aveva ancora scoperto cure, il litio è uscito l’anno dopo la sua morte. È stato un lavoro molto difficile ma necessario». Le ha fatto scoprire cose di sé che non conosceva. «Prendendo in mano una pistola finta e simulando di farmi fuori si è alzata l’adrenalina e ho iniziato a tremare come una foglia. Ho scoperto che il corpo reagisce come se lo stessi facessi davvero». A Hollywood, di personaggi “sgradevoli” come la Chubbuck se ne vedono pochi. «Non so perché succeda, ma come attrice mi sono presa l’impegno di far riflettere e sollevare certe domande». Ma è anche vero che non perde ocasione per dichiarare di non vedere l’ora di recitare in una commedia, «intelligente, come piacciono a me. Sono cresciuta guardando Barbara Stanwyck, Bette Davis e Myrna Loy e adoro i film che giravano Katharine Hepburn o Carole Lombard, ma al momento ruoli così non esistono». La rivelazione della conversazione arriva adesso: la Hall, che scrive da quando aveva 13 anni, sta pensando di dirigere se stessa, e sta cercando i soldi per il suo primo film: sarà tratto dalla storia che ha scritto chiuso in cassetto un decennio fa. È tratta da Passing, il romanzo di Nella Larsen del 1929 in cui due donne nere in Olanda sembrano abbastanza bianche da fingere di esserlo. «Mio nonno era nero e intorno alla sua vita ci sono fatti molto misteriosi. Su alcuni formulari scriveva “nero”, su altri “bianco”. È morto quando mia madre aveva 16 anni, scoprire la verità sulla sua storia mi intriga. Più ampiamente il racconto riguarda il sentirsi intrappolati da un’identità che ci creiamo e che poi dobbiamo sostenere». Se teme di presentarsi al mondo nella veste di regista? «In passato non ero pronta a espormi, mi è difficile ammettere che posso essere brava a fare più di una cosa, credo sia un problema di noi donne. Ma adesso tutti mi incoraggiano, e credo davvero di poter fare un bellissimo film».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 febbraio 2017 

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