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~ Interviste illuminanti

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Noomi Rapace: «Ora che non sono più Lisbeth».

01 venerdì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Torino Film Festival

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cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Millennium, Noomi Rapace, Seven Sisters, Star, Torino Film Festival

 

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L’attrice Svedese Noomi Rapace, 37 anni (courtesy Pinterest)

«Quando ero ragazza giocavo solo con i maschi. Poi a 13 anni mi sono infuriata quando ho capito che mi guardavano con un occhio più sessuale. Allora ho preso una decisione: “sarò io quella al comando, mi amerete ma non mi avrete mai…”». Noomi Rapace è un incrocio fra ghiaccio e fuoco, e questo la rende una donna unica nel suo genere, prima che un’artista fuori dai canoni. Figlia di un’attrice svedese e di un cantante di flamenco gitano, il suo carattere mascolino venato di una forte femminilità è un cocktail esplosivo che l’ha resa l’attrice svedese più famosa del mondo dai tempi della Bergman. 37 anni, nata a Hudiksvall, nel nord della Svezia, a sette era già sul set del primo film. La fama mondiale arriva nel 2009, grazie al ruolo di Lisbeth Salander, l’hacker geniale e violenta protagonista degli adattamenti cinematografici della trilogia Millennium, scritta dallo svedese Stieg Larsson.

Oggi vive a Londra, con il figlio Lev avuto dal primo marito, Ola Rapace. E tanto quanto si concede completamente sul set, nella vita reale è riservatissima: da quando si è seprata dal campione di kickboxing Sanny Dahlbeck, due anni fa, non si sa praticamente nulla delle sue relazioni sentimentali. Il futuro lavorativo, invece, la vede impegnata in film importanti, come Bright di David Ayer, con Will Smith e Joel Edgerton, e soprattutto Stockholm, accanto a Ethan Hawke. Nel 2018 interpreterà Ferrari di Michael Mann, in cui è Linda, moglie del fondatore della casa automobilistica. Ma già in questi giorni affronta una grande sfida: interpretare le sette sorelle di Seven Sister, presentato al Torino Film Festival. Siamo nel 2073, in Cina, sotto un regime che costringe le famiglie ad avere un solo figlio e a ibernare quelli in più. L’amore di un nonno (Willem Defoe), però, potrebbe costituire un’eccezione. Quando la figlia muore di parto dando alla luce sette gemelle, lui decide di nasconderle escogitando un modo geniale per salvarle tutte: usciranno a turno, una volta alla settimana, fingendo di essere la stessa persona. Le donne sono tutte interpretate da Noomi Rapace.

Come è riuscita a calarsi in sette personalità differenti? «È stata un’esperienza molto fuori dall’ordinario. Per un lungo periodo ho vissuto in una realtà parallela, non sono mai uscita di sera, non ho visto nessuno, dentro di me non c’era spazio per nient’altro che non fossero queste sette donne. Mi venivano a prendere all’alba, e prima ancora andavo in palestra. Dopo questa interpretazione ho rifiutato molti film, ho avuto bisogno di un lungo stacco».

Era completamente sola, sul set? «Per due mesi e mezzo sì. Poi mi ha raggiunta Willem ed è stato un sogno. Ricordo di essere scoppiata a piangere, mi ha fatto molto effetto avere qualcuno vicino».

Interpreta spesso donne difficili, che tengono tutto dentro. «Il mio temperamento è caldo ma ho imparato a controllare le emozioni, perché nella cultura svedese non sono apprezzate, si aspettano che non mostri troppo di te. Ho dovuto imparare a controllarmi, ed è diventato un lavoro».

Però dopo aver interpretato la Lisbeth di Millennium ha dichiarato di essere stata male. «Finite le riprese sono corsa in bagno a vomitare, il mio corpo l’ha letteralmente rigettata. È stato come un esorcismo».

In Seven sister cambia identità, intenzione e look in modo sorprendente. Riesce ad essere sofisticata e ambiziosa, new age, atletica, sensibile, un maschiaccio e molto altro ancora. «Sono tutte parti di me, e quando l’ho riconosciuto il lavoro è diventato più semplice. Per anni ho praticato boxe e arti marziali, era la mia parte combattente, ma sono stata anche una punk, i piercing di Lisbeth erano i miei. E poi c’è una parte di me che sembra fredda ed egoista, ce n’è una selvaggia, insieme a quella sexy e più femminile».

[…]

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 30/11/2017 

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Charlotte Gainsbourg: «Le note della mia anima»

11 sabato Nov 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Musica, Personaggi

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Charlotte Gainsbourg, D La repubblica, Independence day, Kate, Lars Von Trier, nuovo album, Nuovo film, Rest, Serge Gainsbourg, YSL

«Mia sorella Kate era tutto il mio mondo. Quando è morta sono entrata in una paralisi che è durata sei mesi. Con Yvanne e i nostri figli volevamo lasciare Parigi, scappare da tutto ciò che è successo, ma non sapevamo dove andare. Venendo qui non è stato come se nulla fosse accaduto, ma almeno sono tornata a respirare e ad essere una madre, a vivere». Per chi conosce Charlotte Gainsbourg questa non è una premessa normale. Anche se la riservata figlia della superstar francese Serge Gainsbourg e della modella e attrice inglese Jane Birkin predilige gli incontri a due a quelli più social, l’esordio parla di un cambio di rotta. Siamo a Manhattan, e all’ora prevista per l’incontro è già seduta in un angolo del The Marlton Hohel. Il volto luminosissimo, che vedremo per tutto l’inverno nella campagna YSL, risalta ancora di più sulla t-shirt nera d’ordinanza e il trench in pelle vintage portati con jeans attillati. Siamo a due passi dagli Electric Lady Studios, gli studi di registrazione in cui ha inciso Rest, il quarto album della carriera, nei negozi dal 17 novembre. Nei cinema di tutto il mondo intanto c’è L’uomo di neve, in cui recita accanto a Michael Fassbender, ma confida di non averlo ancora visto. Oggi si parla delle 11 canzoni che sembrano uno spartiacque nella sua vita. Marcano il confine fra i complessi di inferiorità nei confronti del padre Serge e una ritrovata forza personale, su vari fronti. Queste song dallo scintillante suono electro pop dividono il tempo in cui Charlotte si vergognava a parlare in prima persona, e demandava la firma delle sue canzioni a parolieri esperti, da quello in cui è lei a firmare i testi e a svelare la se stessa più intima e (anche) dolorosa. Sono passati sette anni dal suo disco precedente, Stage Whisper, è maturata, ha girato una valanga di film fra cui due Nymphomaniac con Lars Von Trier e un blockbuster come Independence Day con Roland Emmerich. Per Rest (su etichetta Because/Warner) ha voluto al suo fianco un produttore che viene dall’elettronica, SebastiAn, e musicisti come Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, Owen Pallett, Connan Mockasin e altri ancora. C’è persino una song del Beatle Paul McCartney, dal titolo lievemente inquietante, Songbird in a cage. «Quest’album è nato cinque anni fa, quando ho avuto l’idea intorno a cui incentrare il lavoro. Sapevo che SebastiAn aveva lavorato con Kavinsky ed ero curiosa di vedere se avrebbe accettato di lavorare con me. Ma il primo incontro è stato disastroso, lui è arrivato molto in ritardo ed era completamente ubriaco. Non bastasse, mi ha detto “so cosa devi fare, un disco in francese, come tuo padre…”. Mi sono detta, “ok, cos’altro mi deve capitare nella vita? (scoppia a ridere, ndr)». Parole che devono essere pesate come macigni, su una donna che ce la stava mettendo tutta per smarcarsi da un padre/artista ingombrante, scomodo, geniale e pure alcolista. A partire dal nascondersi dietro testi scritti da altri fino al cantare in inglese, piuttosto che in francese. Ma poi la perdita della sorella Kate Barry, la fotografa di moda che si è tolta la vita a Parigi, nel dicembre 2013, ha spazzato via ogni indugio, lasciando spazio a un dolore e a un’urgenza di esprimerlo brucianti.

(… continua)

Cover story di D La Repubblica dell’11 novembre 2017

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Ryan Gosling, dal futuro allo zio travestito da Elvis

11 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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arte, Blade Runner 2049, cinema, Cultura, Denis Villeneuve, futuro, Harrison Ford, icone, interviste, pianeta, Ryan Gosling

«Mi piace usare il simbolismo per comunicare. È molto più efficace dell’approccio diretto e letterale». Piazzate nell’incipit di una conversazione, queste parole suonano come una minaccia. “Non pensare che sarà facile, con me”, sembra voler dire il ragazzo che a scuola aveva come soprannome trouble. Ci sono almeno altri tre indizi a confermare questa ipotesi. Primo, l’assoluto silenzio che ci avvolge nella suite nel cuore di Barcellona in cui ci incontriamo e in cui tutto sembra rarefatto. Secondo, il volume della voce con cui mi parla, basso, oltre che calmo. Terzo, il suo modo di descrivere la Gosling-mania, fenomeno che impazza dai tempi di Drive senza segni di cedimento. «Stavo portando a spasso il mio cane, saranno state le due del mattino. Ho visto un ragazzo che camminava per strada con addosso la giacca bianca lucida con lo scorpione. Quel tipo di apprezzamento senza stress mi rende davvero felice». È la giacca del suo personaggio nel film e ha fatto la fortuna di Steady Clothing a suon di 170 dollari al pezzo. Ma soprattuto è una metafora a indicare che l’imbarazzo che ha nel parlare di se stesso è reale. Poi ci sono tutti i suoi ruoli, spesso quieti ed emozionalmente distanti, che la dicono lunga.

Indossa jeans marrone bruciato e t-shirt  bianca con omino in sella a una moto, e la scritta Trans- AMA International, nome di un campionato che si corre oltreoceano. Mi ricorda che in Come un tuono non ha voluto nemmeno uno stunt per le pericolose fughe su due ruote. Ha mani grandi, con un grosso anello d’argento etnico all’anulare destro. Al collo, una vistosa collana di pelle con una medaglia incastonata.

La sua prima nomination agli Oscar nel 2007, per il professore tossico di Half Nelson. Da allora ha una moglie, Eva Mendes, e due figlie in più, ma ha continuato ad essere molto selettivo nei ruoli e a concedersi pochissimo. Però per quanto cerchi di tenere basso il profilo della carriera, optando spesso per i film d’arte, dal 5 ottobre sarà nelle sale con Blade Runner 2049, pellicola diretta da Denis Villeneuve che è il sequel del film culto di Ridley Scott, ed è anche l’evento dell’anno.

(…)

L’intervista integrale su ICON Panorama del 5 ottobre 2017

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Ana de Armas: «Mai stare ferme ad aspettare»

05 giovedì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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Ana de Armas, Blade Runner 2049, Clive Owen, Cristiana Allievi, Denis Villeneuve, Grazia, Ridley Scott, Ryan Gosling

 

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L’attrice cubana Ana de Armas, 29 anni, protagonista  di Blade Runner 2049.

Ordina un caffè e mi dice che durante le riprese di Blade Runner 2049 non lo beveva mai, per non metterci lo zucchero. Ma Ana de Armas è un tipo solare, e se da una parte capisco non sta scherzando, presto mi accogerò che sa prendere con ironia le fisime del suo lavoro di attrice. Siamo nel cuore di Barcellona, fa caldo e sono i frenetici giorni prima dell’uscita del film più atteso dell’anno. Boccoli biondi e labbra carnose, mi racconta che interpreta Joi, la miglior amica dell’Agente K, nientemeno che Ryan Gosling. Mi ricorda anche che quando Ridley Scott ha girato il suo capolavoro, lei non era nemmeno nata. 29 anni, Ana ha lasciato Cuba a 18 anni per trasferirsi in Spagna da sola. Poi è stata la volta di Los Angeles, dove vive.

Coraggiosa senza ombra di dubbio, l’attrice è già stata sposata all’attore spagnolo Marc Clotet, da cui si è divisa dopo due anni, e ogi si dichiara single. Ma considerato che ha debuttato a Hollywood con due film, solo un paio di anni fa (entrambe al fianco di Keanu Reeves), e che si trova già sul set di Three Seconds, diretta da Andrea Di Stefano, con Rosamund Pike e Clive Owen, siamo sicuri che di lei si sentirà parlare parecchio, d’ora in poi.

Come descriverebbe la sua Joi? «È una donna molto coraggiosa e appassionata, è la miglior amica, amante e cheer leader dell’Agente K, lo supporta e lo incoraggia a fare ciò che deve fare. Lo ama davvero, per lui farebbe qualsiasi cosa».

Come ha ottenuto un ruolo così importante? «Facendo tre audizioni, la mia gente ha spinto un po’ per ottenere la prima. All’inizio non credevano fossi adatta, ma quando Denis è venuto sul set, la seconda volta, e mi ha visto nella scena in cui dico “ti ho sempre detto che sei speciale”, ha capito che ero perfetta Ho davvero avuto il tempo di crescere e prepararmi al ruolo, con tutti quei provini».

Ricorda la prima volta in cui ha visto Blade Runner? «Ero molto giovane, a Cuba, e non ho capito quello che poi ho realizzato dopo, lavorandoci. Scott è stato un genio visionario, ha raccontato il futuro dell’umanità, il senso degli esseri umani, la tecnologia, il futuro…».

 

[…]

L’intervista integrale è su Grazia del 14/9/2017

© Riproduzione riservata

 

 

Redford fa ancora riflettere, con Le nostre anime di notte

04 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria, Televisione

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Cristiana Allievi, film romantici, icone, Jane Fonda, Le nostre anime di notte, Netflix, riflessioni, Robert Redford, Sundance

Punto numero uno: viene da chiedersi, di nuovo, come fa? Già, come fa a essere l’icona leggera e insieme profonda e politica che è? Anche con il film romantico in onda su Netflix?

È sempre stato un guru dei film “impegnati”. Lealtà verso un ideale. Critica intelligente del sistema. Strenua difesa delle libertà (leggi democrazia), questo sa fare Robert Redford, e per questo da sempre incarna il volto buono dell’America. E i colleghi che hanno lo stesso obiettivo glielo riconoscono, primo fra tutti George Clooney.

Ora, se tutto questo è molto chiaro, resta più difficile da spiegare quell’aura da icona che nemmeno a 81 anni gli scivola via di dosso. All’ultima mostra d’arte cinematografica di Venezia, dove ha presentato con la sua amica di vecchia data Jane Fonda Le nostre anime di notte, in onda su Netflix, la sua luce ha oscurato la presenza di tanti colleghi con meno della metà dei suoi anni.

“Come fa?”, viene da chiedersi
Come fa a togliersi la giacca e restare in t-shirt, senza sfigurare, nonostante non abbia mai puntato sul fisico? «Non mi sono mai visto particolarmente bello. Così come non credo di essermi apprezzato come attore per un lunghissimo periodo di tempo», racconta a sorpresa.

«Sono sempre stato tremendamente esigente con me stesso, forse troppo».

Forse la bellezza, mista a molto talento e anche a una certa distrazione da se stesso, rende un uomo davvero un’icona.
Se poi si pensa che ha sempre puntato il dito su tutto ciò che del suo paese non gli piace, vedi alle voci Tutti gli uomini del Presidente, I tre giorni del condor, Leoni per Agnelli solo per citarne alcuni, il resto è fatto.

L’arte di andare al cuore delle cose con semplicità
Se la politica, con le sue bugie, i media e l’istruzione sono gli highlights della sua arte, quando si passa ai sentimenti Redford mantiene la stessa semplicità e incisività.

Basta guardare l’ultimo film, tratto dal romanzo di Kent Haruf, di cui è produttore e coprotagonista con Jane Fonda, amica e collega con cui ha girato quattro pellicole e con cui – prima volta nella storia del festival che accade a una coppia- ha vinto il Leone alla carriera. «Nel 1965 ci siamo incontrati per La caccia, da quel momento le cose sono sempre state facili tra noi. Volevo lavorare ancora con Jane prima di morire, ho scelto questa storia perché funzionava bene per la nostra età».

Le nostre anime di notte, dalla sceneggiatura molto semplice, racconta due persone della terza età che cercano ancora un’intimità, nonostante il mondo intorno a loro non pensi che questo sia giusto. Un film che scalda il cuore e in cui Redford ha mostrato tutte le sue passioni, dalle passeggiate nella natura alla pesca alla pittura.

Il naso per la politica
Nato a Santa Monica, figlio di un lattaio, da ragazzo era una vera testa calda. A scuola non riusciva a stare, e le grandi perdite della sua vita non lo hanno certo aiutato: prima lo zio con cui era cresciuto, poi la madre, e a ruota il primo figlio, trovato morto nella culla. Si definisce un pessimo studente, ma le cose sono cambiate quando ha lasciato l’Università del Colorado per venire a studiare all’Istituto d’arte Firenze, per poi passare all’Ecole des Beaux Arts di Parigi.
Con il suo Sundance Institute ha cambiato il corso del cinema americano, e da tutta la vita incarna lo stereotipo del vincente che non usa l’aggressività. «Credo che nel mondo farebbe una differenza se ci fossero più donne in politica. Tutto il sistema ha bisogno di avere più donne, e mi riferisco a ciò che possono portare in termini di valore aggiunto. La compassione in grado di dare la vita a un figlio, sapere come nutrirlo, abbiamo più bisogno di queste qualità che di qualcuno che vada in guerra, specie quando non sa cosa sta facendo».
E visto che questo pianeta finirà nelle mani delle nuove generazioni, gli interessa suscitare in loro una domanda. «“Io cosa scelgo di fare”? Quando ero studente mi hanno espulso dalla scuola, quindi mi interessa sempre mettermi dall’altra parte, anche da regista».

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Dai rischi del divismo al circolo vizioso del business
E dei nuovi maschi di Hollywood, cosa pensa? «I tempi sono molto cambiati, e con loro l’industria cinematografica. Gli attori più giovani non possono non essere influenzati dal ruolo di internet, della tv, dalla miriade di informazioni e dagli altrettanti canali che le distribuiscono. Sono completamente concentrati su di sè, hanno interi staff con il trainer, lo psichiatra, molta gente intorno. Voglio dire che sono più attenti alla cura dell’immagine, il lavoro rischia di diventare un fatto di marketing». Quando ha iniziato lui, i giochi erano diversi. «e penso a quando ho recitato in Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid, 1969, ndr) non ricordo di aver neppure parlato del film, è semplicemente uscito nelle sale. Adesso i giovani sottostanno alle leggi di mercato, sono spinti a vendersi a livello commerciale, sono invischiati nel circolo vizioso del business». E del carisma cosa pensa? «Non saprei cosa dire, non vorrei sembrare naif. So cosa mi ha detto la gente in tutti questi anni, ma non so se ci ho mai creduto. Il carisma viene da chi sei, da quello che tiri fuori di te come artista, e va al di là del personaggio».
I tempi sono cinici, si sa, e quando è così nè commedie né film romantici fioriscono. «Basta guardare in che cultura ci troviamo, cosa fanno i media. C’è così tanta disonestà che le persone giovani non hanno nulla a cui guardare, questo riflette la mancanza di una leadership morale. Non c’è rispetto, non c’è integrità nel comportamento, solo l’idea “dammi qualcosa di facile e veloce”. La commedia è spesso così, una soddisfazione facile e veloce. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, ci interessava qualcosa di sofisticato.

Il sapore, anzi il gusto, della Libertà
Libertà è fare un film come quello appena fatto, è la libertà che mi piace in quanto artista. Poi c’è la libertà di dire quello che penso. E poi… Mi piace ritirarmi dal mondo, andare in un posto dove c’è solo natura, e cavalcare per miglia, vedere solo cielo, alberi, montagne. Posso farlo nella mia tenuta, è una libertà molto speciale…».

Articolo pubblicato su GQ Italia

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La Macchina di Amleto di Bob Wilson festeggia i 60 anni di Spoleto

24 giovedì Ago 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Miti, Personaggi, Teatro

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Accademia Silvio d'Amico, calcio brasiliano, Cultura, Festival dei Due Mondi, Garrincha, Hamletmachine, l'Italia migliore, La macchina di Amleto, Robert Wilson, Shakespeare, Teatro

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Il registra e drammaturgo Robert Wilson, anche scultore, pittore, video artista e designer di suono e luci  (courtesy of Slamp)

«Nel 1973 ho fatto la mia prima performance a Spoleto. All’epoca ero un artista completamente sconosciuto e Gian Carlo Menotti ha avuto il coraggio di presentare Una lettera per la regina Vittoria, un lavoro in cui ho avvicinato un testo “nonsense” di Christopher Knowles  a un nuovo tipo di musica, un quartetto d’archi con musiche di Loyd. Per questo motivo tenevo a celebrare in molto speciale l’anniversario dei 60 anni del festival da lui creato». A parlare è uno dei più importanti artisti contemporanei viventi, il regista texano Robert Wilson, che il 14 luglio al Festival dei Due Mondi porterà l’Hamletmachine di Heiner Müller, un testo con cui aveva debuttato 31 anni fa a New York, e che da allora non aveva più affrontato. «I tempi sono cambiati, io stesso lo sono, e le persone che andranno in scena. Ricordo che già tra la prima rappresentazione con gli studenti della New York University e quella successiva, con gli allievi di Amburgo, c’era stato uno scarto notevole. I tedeschi conoscevano Müller ed erano più vicini ai fatti della rivoluzione di Budapest, su cui è blandamente basata l’opera. Gli americani, invece, erano lontani da quello che Heiner pensava di quel periodo». 75 anni, cresciuto in una piccola cittadina del Texas dove non c’erano teatri, gallerie d’arte o musei, Wilson è noto per una concezione di teatro che include il movimento e la danza, la pittura e il design, ma anche scultura, musica e parole. Un eclettismo che lo ha visto creare sodalizi con artisti di ogni provenienza, da Philip Glass a Tom Waits, da Lou Reed a Susan Sontag. E da anni il suo cuore batte in modo speciale per Shakespeare. «Quando studiavo in Texas lo trovavo difficile da leggere, e quando mi sono trasferito a New York, a vent’anni, lo percepivo come noioso. Ma quando ho sentito John Gielgud a un reading, per la prima volta, all’improvviso, qualcosa è risuonato dentro di me». Tanto che a un certo punto della carriera, negli anni Novanta, ha voluto cimentarsi lui stesso con il drammaturgo inglese. «La più grande sfida è stata proprio Amleto, ho passato quattro anni e mezzo per memorizzare le parti di tutti i personaggi, da Gertrude a Ofelia, e per sette anni l’ho portato in giro come un monologo». Il suo Hamletmachine è diversissimo, qui Amleto è una specie di macchinae il regista lo spiega per connessioni. «Andy Warhol ha detto “dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina”, e Heinrich von Kleist ha scritto Il teatro delle marionette, un testo straordinario in cui ha dichiarato “un bravo attore è come un orso, non si muove mai per primo, aspetta che sia tu a farlo…”». Fatto particolarmente degno di nota è che allo spettacolo del 14 luglio Wilson dirigerà il debutto di 15 attori ancora non diplomati dell’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico. «Di questi ragazzi mi ha molto colpito il fatto che guardassero al testo di Hamletmachine dal punto di vista filosofico e non storico. E come me all’epoca, si ritroveranno davanti a un’audience e a critici provenienti da tutto il mondo, sarà un’occasione unica per la loro carriera». Prima ancora del maestro, però, gli allievi della Silvio d’Amico devono ringraziare Salvatore Nastasi, vice segretario generale della Presidenza del Consiglio. 44 anni, laureato in Legge, ex direttore generale dello Spettacolo dal vivo e da quest’anno Presidente della Silvio D’Amico, l’idea di creare una compagnia di attori remunerati che poi porterà lo spettacolo per i teatri nazionali è stata sua. «Volevo che gli studenti avessero l’opportunità di mettere in pratica da subito e ad altissimo livello ciò che apprendono. Al Festival dei Due Mondi debutteranno anche due giovanissimi registi, Lorenzo Collalti, autore di Un ricordo d’inverno, e Mario Scandale, che dirigerà Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, di Annibale Ruccello». Il legame di Nastasi col teatro affonda le radici indietro nel tempo. «Direi che viene dai miei nonni, che si sono conosciuti al San Carlo di Napoli e di quel teatro mi hanno sempre parlato con gioia. Il destino ha voluto che conoscessi lì anche mia moglie Giulia (figlia di Giovanni Minoli, ndr), una coincidenza che trovo molto particolare».

Intanto a Spoleto si parlerà di nuovo di Wilson, che negli ultimi dieci anni è stato un appuntamento fisso. È già al lavoro con uno spettacolo (molto costoso) sul grande giocatore di calcio brasiliano Garrincha. «Con un folto gruppo di attori e una nutrita band di musicisti abbiamo letteralmente scritto le parole insieme. Improvvisiamo su tutto il fronte, dalla musica al lavoro di scena, un modo di procedere che sarebbe impensabile con i tedeschi con cui sto lavorando adesso». Perché ha scelto questo mito del dribbling? «Ero in Brasile ho scoperto lì questo eroe così noto di cui non sapevo nulla. Ho iniziato a conoscere la sua vita, tutto è inziato da lì».

Articolo pubblicato su D La repubblica del 15 luglio 2017

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Quella volta che McConaughey mi ha parlato di suo padre (e di bellezza)

24 giovedì Ago 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi, Quella volta che

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belli del cinema, Camila Alves, Dallas Buyers Club, Gold, Golden Globe, Grazia, Matthew McConaughey, Oscar, padre, stile

 

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L’attore texano Matthew McConaughey, 47 anni e un Oscar all’attivo (courtesy of Grazia Italia). 

Vedo chiaramente affiorare due bicipiti perfettamente disegnati, sotto la camicia rosa. E nonostante l’infelice capello castano (tinto per ragioni di copione), ha occhi blu molto difficili da dimenticare. Matthew McConaughey, in fondo, non è molto diverso dal ragazzo di tanti anni fa, dal figlio del proprietario di una pompa di benzina che aveva anche un business nel petrolio, dall’aspirante avvocato che ha sfondato nel cinema grazie al fisico bestiale.

All’improvviso, però, eccolo grasso, sfatto, stempiato e con quelle camicie a manica corta che spegnerebbero ogni sguardo femminile. Sto guardando Gold – La grande truffa, ora nelle sale, il film diretto dal regista di Syriana Stephen Gaghan, in cui l’attore e produttore Matthew McConaughey interpreta la vera storia di Kenny Wells, un uomo d’affari che per anni ha cercato la fortuna senza successo finché, con l’aiuto di un geologo, sembra trovare il più grande giacimento d’oro del secolo.

In pratica McConaughey incarna lo spirito imprenditoriale dell’America nel 1988, alla fine di quello che è conosciuto proprio come il “secolo americano”. Per quanto si tratti della sua ennesima “umiliazione” fisica, non posso non ammirare la tenacia di Matthew, un uomo che da un giorno all’altro è fuggito dalla gabbia delle commedie romantiche e ha costruito un cambiamento radicale, centimetro dopo centimetro, fino all’apice raggiunto grazie al ruolo di malato terminale scheletrico in Dallas Buyers Club, che gli è valso un Oscar, un Golden Globe e chelo ha trasformato da oggetto del desiderio in attore di culto.

Non meraviglia che questo texano di Uvalde, 47 anni,abbia trovato la forza in valori veri, come la famiglia. Nel 2012 ha sposato la modella brasiliana Camila Alves, con cui ha avuto tre figli. E diventare padre gli ha portato molta fortuna, anche nel lavoro.

Chi è il suo personaggio in Gold e soprattutto che cosa vuole?
«Kenny Wells di mestiere fa il prospettore, cioè qualcuno che studia i terreni e fa ricerche minerarie. Nessuno sa mai in anticipo se le risorse ci siano effettivamente, ma un prospettore, in genere, raccoglie i soldi, mette insieme una squadra. E se non si trova niente e finiscono i soldi, si perde la squadra e si rimane soli. Ma Kenny Wells è il tipo che segue una voce interiore che gli dice di non mollare. Il 99 per cento dei prospettori non trova mai ciò che sta cercando. Kenny Wells sì, grazie alla forza della pura volontà».

Sembra più un’ossessione, non trova?
«Che tipo di ragazzo inizia da un bar polveroso e sull’orlo del fallimento a Reno, Nevada, e finisce a viaggiare nelle giungle dell’Indonesia, arrivando ad avere una società quotata a Wall Street? Sono molto attratto da personaggi come lui, dal loro spirito puro. Kenny aveva un’ossessione singolare, era un outsider, un sopravvissuto, un uomo al collasso. E, posso dirlo?».

Prego.
«Era un uomo che aveva due palle così. Ha avuto il coraggio di fare un biglietto di sola andata per IPAl’Indonesia per inseguire il suo sogno In un certo senso è qualcosa che ho fatto anche io».

Il 2010, infatti, è stato l’anno della sua svolta: era il fidanzato di ogni film romantico e da lì in avanti l’abbiamo vista in ruoli tostissimi come Killer Joe, Mud, Interstellar. Che cosa l’ha spinta a un cambiamento radicale?
«Una commedia è una favola, sai che cosa accadrà. Io cercavo un riconoscimento diverso e profondo da parte di chi mi guarda. Perché ho voluto smuovere le acque? Non lo so, nonostante abbia amato tutto quello che ho fatto in vita mia, qualcosa si è acceso. Ho iniziato a ricevere proposte di film indipendenti e a sentirmi attratto da gente e personaggi fuori da ogni tipo di convenzione».

In poche parole ha tolto di mezzo il fisico. Eppure lei resta uno degli attori più fisici in circolazione.
«Ero un atleta e vengo da una famiglia dove i muscoli contano. Una delle cose che mi piacciono di più al mondo è il movimento, usare il corpo. Ma ci sono almeno tre tipi di fisicità. La prima è nella testa, la seconda nel cuore e solo l’ultima è nei quadricipiti. E comunque è vero, sono un uomo molto fisico. Mi piace la vicinanza, il contatto, come amico, amante e persino sconosciuto, mi piace stare vicino alle persone».

La sua trasformazione in Gold è importante e radicale come quella fatta per Dallas Buyers Club.
«Il personaggio di Ron Woodroof era nell’ultima fase di una malattia terminale, ho praticamente smesso di mangiare e perso 30 chili. Con Kenny Wells ho iniziato il processo inverso, cercando di vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Ho cominciato a bere birra e frullati e mangiare cheeseburger. Sei settimane dopo non riuscivo più ad abbottonarmi i pantaloni e in sei mesi ho preso 22 chili. Ho pensato a tutte le persone che avevo incontrato da piccolo, mio padre mi ha presentato molti uomini come Kenny Wells, lavoravano con lui nel settore petrolifero, lui stesso assomigliava molto a Kenny».

Che tipo di uomo era suo padre?
«Corpulento, del genere che non si guarda mai allo specchio perché non ha tempo. Ha investito in una miniera di diamanti in Ecuador, e non c’erano diamanti. È andato lì, ha preso il suo machete e si è fatto strada attraverso la giungla. Dicevamo sempre a papà che, se c’era di mezzo un affare fallimentare, lui si lanciava. Lui rispondeva che preferiva lavorare con persone divertenti e vivere un’avventura, piuttosto che fare davvero un buon affare con un gruppo di cadaveri».

Il film è stato girato nella giungla della Thailandia, nella stagione dei monsoni. Anche questa dev’essere stata una bella sfida.
«I nostri set sono stati letteralmente inondati e trascinati via dalle correnti. Siamo rimasti chiusi nelle roulotte per molto tempo. C’erano serpenti velenosi praticamente ovunque, ma soprattutto i nostri piani non contavano: un minuto pioveva, e giravamo alcune scene, e quello dopo sbucava il sole e allora facevamo tutt’altro. L’eccitazione e il mistero erano palpabili, in una simile situazione nessuno poteva nascondere la fatica».

Nel film molte scene sono state girate a Reno, in Nevada, dentro un bar chiamato The Three Greenhorns, che Kenny e i suoi collaboratori usavano come ufficio.
«Mio fratello maggiore è diventato multimilionario a 21 anni. L’attività petrolifera gli ha fruttato tantissimo, ma non aveva un ufficio. Soggiornava in un hotel a Houston o a Dallas quando faceva affari, si svegliava a mezzogiorno, bevendosi una caffettiera intera e poi si dirigeva verso un posto simile a quello che si vede nel film. Dalle due del pomeriggio a mezzanotte potevi guadagnare fino a 150 mila dollari, il denaro scorreva a fiumi e tanti come lui hanno fatto affari con i ragazzi con cui si andavano a bere una birra».

Lei nel film ha una fidanzata di lunga data, Kay, il classico rapporto iniziato da ragazzi.
«La storia è meravigliosamente semplice e questo ha a che col fatto che siamo nel 1988: i due non si sono mai lasciati, non hanno il lusso di poter discutere con l’analista o di dire: “Non voglio vederti mai più”. Lui è il ragazzo di cui lei si è innamorata, e lui la ama. Colpisce anche un certo rispetto tra i due, l’amore senza troppe elucubrazioni. Ne ho viste tante di storie così quando ero giovano in Texas».

Pensa ci sia una connessione tra il suo essere diventato padre, nella vita vera, e la buona sorte che accompagna la sua carriera?
«Hollywood è un mondo pieno di paure, sei sempre lì a chiederti quando lavorerai ancora, come andranno le cose, se procederanno bene e per quanto. Da padre ti senti più coraggioso, hai la forza di attraversare le zone buie. Se sei felice a casa, e io in famiglia sto molto bene, ti senti più libero di volare. O forse, di volare più in alto».

Intervista pubblicata su Grazia del 4 maggio 2017 

© Riproduzione riservata

Cillian Murphy: «Dal rock al cinema, sono solo un uomo vero»

31 lunedì Lug 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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Batman, Christopher Nolan, cillianmurphy, cinema, Dunkirk, filmdanonperdere, WarnerBros

 

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Cillian Murphy, anto a Cork 41 anni fa (courtesy of @cillianmonline)

Ci sono sguardi a cui non si sfugge. Quello di Cillian, pronuncia “Kil-lian”, fa parte di questa categoria. Christopher Nolan ha puntato sui suoi grandi occhi per cimentarsi col primo film di guerra, Dunkirk, racconto della battaglia del 1940 in cui le truppe alleate sono riuscite a sfuggire via mare alla grande offensiva di Hitler in Europa tra il 26 maggio e il 3 giugno. Finalmente un ruolo principale per l’attore irlandese, dopo tutti quelli secondari interpretati proprio per Nolan. In questa parte lo sguardo di Murphy  riesce a trasmettere tutto lo sgomento di uno dei 400 mila soldati che si trovano intrappolati sulla spiaggia francese con le spalle al mare.

A pensare che all’ultima Berlinale lo si è visto nei panni di un banchiere cocainomane in preda alla gelosia, nel bellissimo The party di Sally Potter – anche in quel caso insieme a un cast stellare- si ha l’ennesima conferma che Murphy è uno bravo davvero. Negli anni si è spostato con nonchalance da spettacoli teatrali in cui era solo sul palco a personaggi come il medico irlandese di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Per questo è stato nominato sia ai Golden Globes sia agli Mtv Movie Awards, e grazie alla sua interpretazione in 28 giorni dopo, di Danny Boyle, lo ha voluto Nolan come lo Spaventapasseri della trilogia di Batman. E contando anche Inception, siamo a quota cinque film girati insieme. «Chris mi ha telefonato dicendo che aveva qualcosa per me. Mi conosce abbastanza bene da immaginare cosa mi interessa e che tipo di ruoli vedo come una sfida. Quando si tratta di un suo film so già che sarà straordinario, ma in questo caso mi ha davvero steso». Nelle sale dal 31 agosto, Dunkirk è atteso come il più ambizioso film di guerra dai gloriosi anni di Spielberg e Oliver Stone, tanto che pare che il regista abbia avuto a disposizione cinque milioni di sterline da spendere per un aereo vintage della guerra nazista che si dice abbia gioiosamente fracassato in mille pezzi per la conclusione del film. «La prima cosa che ha catturato la mia attenzione è che non si trattava di un film di guerra americano, come sono stati finora i migliori», prosegue Murphy. «Chris ha riconosciuto qualcosa di unico nella storia, qualcosa che gli spettatori non hanno mai visto finora». Nato a Cork, primo di quattro figli di due insegnanti, Murphy è uno che dopo aver girato blockbuster si ritira per lavorare solo a progetti minori. Schivo e pochissimo interessato a stare sotto ai riflettori, è sposato dal 2004 con la visual artist Yvonne McGuinness con cui ha due figli. A vivere a Hollywood non pensa minimamente, si sente “europeo” e preferisce stare vicino alla sua famiglia. Uno normale, verrebbe da dire, che in Dunkirk interpreta un personaggio senza un nome, ma indicato come “shivering soldier”, soldato che trema. «Il mio personaggio rappresenta qualcosa di cui migliaia di soldati hanno fatto esperienza, che è il profondo impatto emozionale e psicologico che la guerra può avere su un individuo. Lo incontriamo quando viene raccolto dalla Moonstone, una delle navi civili che attraversano il canale della Manica per evacuare i soldati a Dunkerque. È qualcuno che è sopravvissuto a un’esperienza tanto orribile da alterarti la mente, per sentirsi dire “in realtà stiamo tornando lì”». Nella parata di talenti inglesi e irlandesi spiccano anche Tom Hardy, Mark Rylance, Kenneth Branagh e nientemeno che il cantante dei One direction Harry Styles, per cui Cillian ha solo elogi. «È molto bravo, abbiamo girato pochissime scene insieme ma abbiamo passato tempo insieme fuori dal set ed è un tipo in gamba e molto, molto divertente. E se un regista che conosce bene il talento come Nolan lo sceglie, ha i suoi motivi». Del resto molto prima che attore Cillian è un musicista, e a 10 anni ha detto ai suoi genitori che di lavoro voleva fare la rockstar. «Credo che esista una specie di gene della performance, e se lo hai prima o poi viene fuori. I miei mi hanno mandato a studiare chitarra, per anni ho suonato col mio gruppo di cinque musicisti, The Sons of Mr. Greengenes. Poi quel gene si è trasferito nella recitazione, e quando avremmo dovuto incidere un disco non ho firmato il contratto discografico (con la Acid Jazz Records, ndr). Non sono il tipo di uomo che può fare due cose insieme, così ho provato a eccellere in una sola».

Il suo amore per le performance live dev’esersi incontrato benissimo con le tendenze di Nolan. «La sua determinazione a catturare la maggior parte delle azioni nella camera da presa è il motivo per cui i suoi film hanno una qualià così viscerale e intensa. In Inception ricordo di aver sparato sul fianco di una montagna nel mezzo di una tempesta di neve, e lui continuava a girare anche quando la condizione diventava impossibile. Se vuoi ottenere le reazioni più utentiche e le risposte più veritiere da parte degli attori, buttali nel mare vero o fai volare dei veri Spitfire sulle loro teste. Gli spettatori sentiranno la veridicità, gli attori la sentono di sicuro». Tra i budget e la forza della storia lui non ha dubbi. «I grossi budget non significano nulla, se non sono mossi da una grande storia. Interstellar ha avuto successo perché era un film molto emozionale, e mi ha fatto piangere. Non conta quanto sono grandi gli oggetti su un set, o quanto tolgano il fiato, niente di tutto questo avrebbe avuto alcun impatto se la storia e le interpretazioni non avessero colpito il centro del plesso solare». E al contrario di molti maschi indecisi, lui ha idee chiare anche in fatto di responsabilità sentimentali. «Ho sempre saputo di voler metter su famiglia. Oggi in Irlanda non è così, i maschi stanno a casa fino a 30 anni perché non hanno lavoro. E allo stesso tempo le donne hanno bisogno di stabilità, di qualcuno che si occupi di loro, anche questo è un fatto». Più parla, più si capisce che le sue sono radici sane. «I miei modelli? Vengo da una dinastia di insegnanti, i miei lo sono entrambi, mio nonno era preside e tutti i miei zii e zie si sono dedicati alla scuola. Mi hanno insegnato indirettamente che è un lavoro enorme, ricordo il loro forte senso di responsabilità». A insegnare non ha mai pensato, perché «è una vocazione», ma sa cosa vuole per i suoi figli. «Penso ancora al mio insegnante di inglese in Irlanda, un uomo straordinario che mi ha fatto amare la letteratura e il teatro e mi ha portato persino ai concerti. Ma ricordo anche persone davvero stupide, avevo una certa abilità nel provocarle per far emergere la loro debolezza: per i miei ragazzi voglio maestri migliori». Uno come Ken Loach ne ha avuto la statura, quando ha girato Il vento che accarezza l’erba ed è finito a Cannes, nel 2006. «Il suo modo di lavorare, senza sceneggiatura e quindi senza capire esattamente cosa succede durante le riprese, è stato fondamentale. Ken mi ha insegnato a recitare con l’istinto, senza intellettualizzare ma rispondendo come una persona normale a ciò che succede. Ed è stata una rivelazione, perché recitare dovrebbe riguardare proprio questo, l’onestà e la verità, non la vanità e la fama».

© Riproduzione riservata

Intervista pubblicata su D La repubblica del 29 luglio 2017

 

 

Charlie Hunnam: «Per sfidare la natura ci vuole un selvaggio».

23 venerdì Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi, Riflessione del momento

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Charlie Hunnam, cinema, Civiltà perduta, Cristiana Allievi, James Gray, Los Angeles, natura, Percy Fawcett, vita selvaggia

È STATO RE ARTU’, ADESSO E’ ESPLORATORE ALLE PRESE CON UNA MISSIONE IMPOSSIBILE. MA CHARLIE HUNNAM NON HA PAURA NE’ DI COMBATTERE NE’ DI TUFFARSI NEI FIUMI GELATI. PERCHE’, COME AMMETTE LUI STESSO, NON E’ PROPRIO FATTO PER LA VITA COMODA

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Charlie Hunnam, attore inglese, 37 anni (courtesy theritualistic.com)

Ha la barba incolta e gli occhi blu. Indossa una camicia azzurra e i jeans, e capisco al volo che non se la tira, Charlie Hunnam. Mi racconta che a 17 anni lo hanno notato durante un’improvvisazione in un negozio di scarpe, inscenata allo scopo di scegliere un regalo per uno dei suoi tre fratelli. È così che il nipote della prima ritrattista del Newcastle è finito in uno show televisivo, e poco dopo su un volo con destinazione Los Angeles. Vet’anni dopo ha già lavorato con registi importanti come Guillermo del Toro, Anthony Minghella e Alfonso Cuaron e parte di questo successo lo deve al motociclista molto sporco e molto grunge Jax Teller della serie tv Sons of anarchy. Ora è nelle sale come protagonista del pirotecnico King Arthur- Il potere della spada di Guy Ritchie e nei panni dell’altra icona inglese, Percy Fawcett, in Civiltà perduta, scritto e diretto da James Gray. Il film molto applaudito all’ultima Berlinale è basato sul bestseller di David Grann che racconta la vera storia dell’esploratore inglese che all’alba del ventesimo secolo ha scoperto una civiltà precedente, sconosciuta e avanzata, nel cuore dell’Amazzonia. Un vero maschio solitario che ha avuto tutto il supporto della moglie e del suo aiutante sul campo, interpretati nel film da Sienna Miller e da un ottimo Robert Pattinson.

Grazie agli ultimi due ruoli, quello di re Artù e dell’esploratore inglese, ha passato molto tempo nella natura selvaggia, le è piaicuto? «Vivo a Los Angeles ma sono cresciuto ai confini tra l’inghilterra e la Scozia, la natura mi ha sempre reso più felice. Soprattutto allontanarmi dagli aspetti superficiali della vita sociale e dalla pressione che c’è nello stare costantemente immersi tra gli esseri umani!».

E cosa fa quando sta in mezzo alla natura? «Cammino in montagna, faccio bagni nel fiume, cucino sul fuoco. E cambio ritmi, specie se è autunno avanzato o inverno. Lì ti svegli e fa freddo, devi prima accendere il fuoco, scaldarti, poi ti viene fame e devi iniziare a cucinare. A quel punto pensi a lavarti, così vai a cercare il fiume ed è gelato… C’è un’immediatezza nel vivere che rende tutto più naturale, semplice, e soprattutto ti allontana dalla nevrosi della vita sofisticata».

Lei ormai è un uomo di Hollywood, come mantiene questo equilibrio? «Facendo esercizio fisico, se viviamo una vita sedentaria la chimica non funziona, si diventa tristi! Quando produci endorfine ti senti bene, regala le stesse sensazioni che si provano stando in natura, senti una stabilità emotiva».

E del grande mondo là fuori, che cosa pensa? «Fra Trump, la Brexit e le elezioni francesi, ultimamente mi sono sentito consumato dalla continua percezione di un’Apocalisse in arrivo. In realtà gli ultimi vent’anni sono sempre stati così, tra i cambiamenti climatici e i modelli economici americani non c’è niente di nuovo, se non che la gente non crede più nei politici. Viviamo in un casino, credo che nei prossimi anni assisteremo a grandi e necessari cambiamenti».

Ha declinato 50 sfumature di grigio per lealtà verso un altro regista a cui aveva dato prima la parola: si è mai pentito della scelta? «Non ci ho più ripensato. Sono arrivato a un punto della carriera in cui il mio nome fa la differenza, quindi mi offrono un sacco di film. Il paradosso è che tutta questa scelta mi crea molta insicurezza e dubbi, e prendere decisioni per me è un incubo, ci metto molto tempo. Per questo una volta che decido non mi volto più indietro».

Com’è stato lavorare con Guy Ritchie a King Arthur- Il potere della spada? «Mi sono molto divertito, ha mescolato tra figure storiche e mi ha trsformato mell’archetipo di eroe. Guy è un tornado, non avevo mai lavorato come fa lui. Io sono molto lungo nella preparazione, lui fa funzionare tutto sul set, nel momento. Prende decisioni in tempo reale, le cambia in continuazione e funziona. È un modo di procedere molto sfidante».

 

Invece diventare un uomo realmente esistito, come Percy Fawcett, è più facile? «No, direi solo che è un modo diverso di procedere. Ho visitato la Royal Geographical Society, dove sono successe realmente cose importanti che il film mostra, e ho letto tutte le lettere che Percy ha scritto alla moglie Nina. Ho voluto anche indossare l’esatta replica dell’anello che indossava lui. Mi dicono che a volte esagero con i dettagli, ma questo era importante: Fawcett lo indossava quando è scomparso e molti anni dopo il suo anello è apparso in un negozio di pegni, una cosa che infittisce il mistero sulla fine della sua vita».

 

In Civiltà perduta ha una relazione particolare con suo figlio, nella vita reale vuole diventare padre? «È un istinto primario, fa parte del nostro essere animali. Ma non ho nutrito abbastanza la mia vita personale, sono stato in una specie di centrifuga di film, prima devo ribilanciare tutto. Perché se avrò figli voglio essere presente davvero nella loro vita, e dovrò imparare a bilanciare carriera e famiglia. Spero non sia troppo difficile».

L’ossessione di Fawcett è l’Amazzonia, la sua? «Negli ultimi tempi sono stato insoddisfatto dei film girati, non li sentivo all’altezza di ciò che volevo fare e non vedevo l’ora di rompere il circolo vizioso. In pratica volevo dimostrare a me stesso a che livello potevo arrivare dando tutto, e credo di esserci finalmente riuscito».

Intervista pubblicata su Grazia del 21/6/2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La libertà di correre, secondo Pierre Morath

03 sabato Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Sport

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corsa, Cristiana Allievi, Free to run, KAthrine Switzer, maratona, New York, Noel Tamini, Olimpiadi, Pierre Morath, Spiridon, Steve Prefontaine

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Pierre Morath, giornalista sportivo, regista, storico ed ex atleta (foto di Miguel Bueno).

 

Chi crede che infilarsi le sneakers e lanciarsi in una corsa al parco sia uno dei gesti più naturali che si possano immaginare, non crederà ai propri occhi. Davanti alle immagini di Free to run (al cinema), si resta di stucco e allo stesso tempo si esce galvanizzati. Si vedono i primi corridori “liberi” per le strade del Bronx a petto nudo, inseguiti dalla polizia come sovversivi. Ma anche la nascita della Maratona di New York, le battaglie di Steve Prefontaine -il James Dean della corsa-, le vittorie olimpiche di Franck Shorter e le prime Olimpiadi a cui parteciparono anche le donne.

Pierre Morath, 47 anni, svizzero francese, è l’autore di un vero e proprio inno alla libertà individuale attraverso la corsa. Il suo occhio di storico e giornalista ha voluto raccontare una storia sportiva facendola andare di pari passo con le trasformazioni sociali e, soprattutto, con gli step dell’emancipazione femminile. Perché per quanto surreale sia da credere, le donne hanno dovuto lottare persino per conquistarsi il diritto di correre, e hanno potuto partecipare alla prima Olimpiade solo nel 1984. «Sono state Bobbi Gibb e Kathrine Switzer a sfondare vere barriere ideologiche», racconta Morat, un incrocio perfetto tra Chris Martin, Vincent Cassel e Benedict Cumberbatch, «quando i preconcetti e l’ignoranza in fatto di medicina faceva si che esistessero slogan come “se corri diventerai un uomo” e “se ti spingi oltre gli 800 metri ti cadrà l’utero…” volte a scoraggiare le donne», ricorda questo runner che ha mancato le qualificazioni alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 nei 1500 metri per colpa di una tendinite. Quello che mostra sembra un altro mondo. «Negli anni Sessanta lo sport non era visto come oggi, era una cosa utile nella misura in cui si gareggiava e si dava visibilità a un team e a una nazione, altrimenti non aveva senso. Inoltre la corsa era praticata solo in pista, in un’area chiusa, e la maratona non solo era vista come qualcosa per ottimi atleti, ma era la specialità dei lavoratori, contro la corsa sulla media distanza che vedeva tra i suoi runnes studenti di medicina». In pratica correre in mutande per strada, e senza essere dei campioni, era vista come una follia, e dal 1968 in poi, allo scoppio delle prime proteste, la libertà di correre viene presa anche in Europa come il simbolo di egualitarismo e di ribellione nei confronti di una società troppo conformista.

Nel 2002, quando viene folgorato dalla storia di Kathrine Switzer e Noel Tamini, Morath non è un regista ma sta scrivendo un libro sulla corsa su strada. Inizia a collaborare come giornalista con una tv di Ginevra e nel 2005 dirige il suo primo documentario, Les regles du jeu, ritratto del mondo dell’hockey su ghiaccio, Nel 2008 è la volta di Togo, ambientato nel paese africano. «Racconta la miracolosa qualificazione della squadra di football per la World Cup nel 2006, uno specchio di come il football in Africa fosse connesso alla politica: “se ci qualifichiamo tutti i problemi spariranno”, dicevano». E in effetti la qualificazione della nazionale ha evitato una guerra civile ormai alle porte. Più avanti, nel 2012, Morath fa una divagazione dal mondo dello sport con Chronique d’une mort oubliée, la ricostruzione del caso di Michel Christen, trovato nel suo appartamento a Ginevra a due anni dalla morte.

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Gli archivi olimpionici costano qualcosa come 20 mila dollari per un minuto di immagini, e allo stesso tempo mostrare un movimento “libertarian” che diventa liberalismo, come quello della corsa, diventa un’ossessione per Morath. Ma nel frattempo si è affermato come regista ed è riuscito a raccogliere il budget di un milione e mezzo di euro, così contta la donna che lo aveva folgorato anni prima. «Katherine era una teeneger americana a cui il padre consiglia di correre un miglio al giorno per diventare forte. Lei si allena, si sente sempre meglio, ma la federazione non vuole farla correre con gli uomini». A Boston nel 1967 si corre la prima maratona aperta a tutti, e lei riesce a farsi registare ufficialmente con il nome di un uomo. Ma Jock Semple, direttore della corsa, si presenta in pista per strapparle il pettorale numero 261 e farla ritirare dalla corsa. Stretta tra il fidanzato e il coach, la Switzer procede fino al nastro d’arrivo. «Quando ho contattato Kathrine è stata molto aperta, ma tempo dopo ho scoperto che era piuttosto scettica: da giornalista non credeva che saremmo riusciti a terminare il lavoro. Mi ha aiutato molto a fare le prime interviste, è diventata centrale nel film perché il problema delle donne lo è, in questa storia. All’epoca non esisteva la medicina sportiva, e la verità è che la società aveva paura che le donne lasciassero le case come mogli e madri, l’idea era troppo spaventosa». Mentre quella combatte la sua battaglia negli Usa, dall’altra parte del mondo, in Svizzera-dove il clima è ancora più inflessibile e le donne non hanno nemmemno diritto di voto- c’è Noel Tamini, fondatore della rivista Spiridon. È l’uomo a cui si deve la diffusione di una nuova visione della corsa a lunga distanza e il recupero del suo aspetto mistico in mezzo alla natura. E soprattutto è lui che mostra le prime immagini di donne che corrono e sono belle, femminili e in forma.

E se si vede Spiridon che contribuisce in modo fondamentale all’emancipazione dai sistemi federali per organizzare gare al di fuori degli stadi, una delle provocazioni di Free to run è mostrare gli Usa come pionieri di qualcosa di “libero”, per trasformarlo poco dopo in un business. In questo senso Fred Lebow, entusiasta della corsa e con grandi visioni imprenditoriali, è un personaggio chiave: è lui ad aver fondato la maratona di New York trasformando una corsa di poche centinaia di persone in una delle sfide più ambite al mondo, e in un affare da milioni di dollari. «Da storico è interessante chiedersi dove ci ha portati la rivoluzione. Nel 2017 abbiamo un senso idealistico degli anni Settanta, ma si dice che molti rivoluzionari dell’epoca oggi lavorino in banca. E la Nike, che era una società anti establishment, insieme a McDonald è diventata un simbolo del capitalismo moderno».

Le immagini finali del film trasportano lo spettatore in un’Etiopia in cui si corre di nuovo liberi nella natura. «Noel Tamini è il mio eroe, il mio modello. È l’uomo che ha creato un cambiamento di coscienza in Europa, ma appena ha visto il suo amore trasformato in business se n’è andato in Africa a “vivere con se stesso”». Non solo, a quanto pare. Perché lì ha fatto rivivere lo spirito originario e libero da cui era nata la maratona.

Articolo pubblicato su D La Repubblica  del 3/6/2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

 

 

 

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