Quella volta che McConaughey mi ha parlato di suo padre (e di bellezza)

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L’attore texano Matthew McConaughey, 47 anni e un Oscar all’attivo (courtesy of Grazia Italia). 

Vedo chiaramente affiorare due bicipiti perfettamente disegnati, sotto la camicia rosa. E nonostante l’infelice capello castano (tinto per ragioni di copione), ha occhi blu molto difficili da dimenticare. Matthew McConaughey, in fondo, non è molto diverso dal ragazzo di tanti anni fa, dal figlio del proprietario di una pompa di benzina che aveva anche un business nel petrolio, dall’aspirante avvocato che ha sfondato nel cinema grazie al fisico bestiale.

All’improvviso, però, eccolo grasso, sfatto, stempiato e con quelle camicie a manica corta che spegnerebbero ogni sguardo femminile. Sto guardando Gold – La grande truffa, ora nelle sale, il film diretto dal regista di Syriana Stephen Gaghan, in cui l’attore e produttore Matthew McConaughey interpreta la vera storia di Kenny Wells, un uomo d’affari che per anni ha cercato la fortuna senza successo finché, con l’aiuto di un geologo, sembra trovare il più grande giacimento d’oro del secolo.

In pratica McConaughey incarna lo spirito imprenditoriale dell’America nel 1988, alla fine di quello che è conosciuto proprio come il “secolo americano”. Per quanto si tratti della sua ennesima “umiliazione” fisica, non posso non ammirare la tenacia di Matthew, un uomo che da un giorno all’altro è fuggito dalla gabbia delle commedie romantiche e ha costruito un cambiamento radicale, centimetro dopo centimetro, fino all’apice raggiunto grazie al ruolo di malato terminale scheletrico in Dallas Buyers Club, che gli è valso un Oscar, un Golden Globe e chelo ha trasformato da oggetto del desiderio in attore di culto.

Non meraviglia che questo texano di Uvalde, 47 anni,abbia trovato la forza in valori veri, come la famiglia. Nel 2012 ha sposato la modella brasiliana Camila Alves, con cui ha avuto tre figli. E diventare padre gli ha portato molta fortuna, anche nel lavoro.

Chi è il suo personaggio in Gold e soprattutto che cosa vuole?
«Kenny Wells di mestiere fa il prospettore, cioè qualcuno che studia i terreni e fa ricerche minerarie. Nessuno sa mai in anticipo se le risorse ci siano effettivamente, ma un prospettore, in genere, raccoglie i soldi, mette insieme una squadra. E se non si trova niente e finiscono i soldi, si perde la squadra e si rimane soli. Ma Kenny Wells è il tipo che segue una voce interiore che gli dice di non mollare. Il 99 per cento dei prospettori non trova mai ciò che sta cercando. Kenny Wells sì, grazie alla forza della pura volontà».

Sembra più un’ossessione, non trova?
«Che tipo di ragazzo inizia da un bar polveroso e sull’orlo del fallimento a Reno, Nevada, e finisce a viaggiare nelle giungle dell’Indonesia, arrivando ad avere una società quotata a Wall Street? Sono molto attratto da personaggi come lui, dal loro spirito puro. Kenny aveva un’ossessione singolare, era un outsider, un sopravvissuto, un uomo al collasso. E, posso dirlo?».

Prego.
«Era un uomo che aveva due palle così. Ha avuto il coraggio di fare un biglietto di sola andata per IPAl’Indonesia per inseguire il suo sogno In un certo senso è qualcosa che ho fatto anche io».

Il 2010, infatti, è stato l’anno della sua svolta: era il fidanzato di ogni film romantico e da lì in avanti l’abbiamo vista in ruoli tostissimi come Killer Joe, Mud, Interstellar. Che cosa l’ha spinta a un cambiamento radicale?
«Una commedia è una favola, sai che cosa accadrà. Io cercavo un riconoscimento diverso e profondo da parte di chi mi guarda. Perché ho voluto smuovere le acque? Non lo so, nonostante abbia amato tutto quello che ho fatto in vita mia, qualcosa si è acceso. Ho iniziato a ricevere proposte di film indipendenti e a sentirmi attratto da gente e personaggi fuori da ogni tipo di convenzione».

In poche parole ha tolto di mezzo il fisico. Eppure lei resta uno degli attori più fisici in circolazione.
«Ero un atleta e vengo da una famiglia dove i muscoli contano. Una delle cose che mi piacciono di più al mondo è il movimento, usare il corpo. Ma ci sono almeno tre tipi di fisicità. La prima è nella testa, la seconda nel cuore e solo l’ultima è nei quadricipiti. E comunque è vero, sono un uomo molto fisico. Mi piace la vicinanza, il contatto, come amico, amante e persino sconosciuto, mi piace stare vicino alle persone».

La sua trasformazione in Gold è importante e radicale come quella fatta per Dallas Buyers Club.
«Il personaggio di Ron Woodroof era nell’ultima fase di una malattia terminale, ho praticamente smesso di mangiare e perso 30 chili. Con Kenny Wells ho iniziato il processo inverso, cercando di vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Ho cominciato a bere birra e frullati e mangiare cheeseburger. Sei settimane dopo non riuscivo più ad abbottonarmi i pantaloni e in sei mesi ho preso 22 chili. Ho pensato a tutte le persone che avevo incontrato da piccolo, mio padre mi ha presentato molti uomini come Kenny Wells, lavoravano con lui nel settore petrolifero, lui stesso assomigliava molto a Kenny».

Che tipo di uomo era suo padre?
«Corpulento, del genere che non si guarda mai allo specchio perché non ha tempo. Ha investito in una miniera di diamanti in Ecuador, e non c’erano diamanti. È andato lì, ha preso il suo machete e si è fatto strada attraverso la giungla. Dicevamo sempre a papà che, se c’era di mezzo un affare fallimentare, lui si lanciava. Lui rispondeva che preferiva lavorare con persone divertenti e vivere un’avventura, piuttosto che fare davvero un buon affare con un gruppo di cadaveri».

Il film è stato girato nella giungla della Thailandia, nella stagione dei monsoni. Anche questa dev’essere stata una bella sfida.
«I nostri set sono stati letteralmente inondati e trascinati via dalle correnti. Siamo rimasti chiusi nelle roulotte per molto tempo. C’erano serpenti velenosi praticamente ovunque, ma soprattutto i nostri piani non contavano: un minuto pioveva, e giravamo alcune scene, e quello dopo sbucava il sole e allora facevamo tutt’altro. L’eccitazione e il mistero erano palpabili, in una simile situazione nessuno poteva nascondere la fatica».

Nel film molte scene sono state girate a Reno, in Nevada, dentro un bar chiamato The Three Greenhorns, che Kenny e i suoi collaboratori usavano come ufficio.
«Mio fratello maggiore è diventato multimilionario a 21 anni. L’attività petrolifera gli ha fruttato tantissimo, ma non aveva un ufficio. Soggiornava in un hotel a Houston o a Dallas quando faceva affari, si svegliava a mezzogiorno, bevendosi una caffettiera intera e poi si dirigeva verso un posto simile a quello che si vede nel film. Dalle due del pomeriggio a mezzanotte potevi guadagnare fino a 150 mila dollari, il denaro scorreva a fiumi e tanti come lui hanno fatto affari con i ragazzi con cui si andavano a bere una birra».

Lei nel film ha una fidanzata di lunga data, Kay, il classico rapporto iniziato da ragazzi.
«La storia è meravigliosamente semplice e questo ha a che col fatto che siamo nel 1988: i due non si sono mai lasciati, non hanno il lusso di poter discutere con l’analista o di dire: “Non voglio vederti mai più”. Lui è il ragazzo di cui lei si è innamorata, e lui la ama. Colpisce anche un certo rispetto tra i due, l’amore senza troppe elucubrazioni. Ne ho viste tante di storie così quando ero giovano in Texas».

Pensa ci sia una connessione tra il suo essere diventato padre, nella vita vera, e la buona sorte che accompagna la sua carriera?
«Hollywood è un mondo pieno di paure, sei sempre lì a chiederti quando lavorerai ancora, come andranno le cose, se procederanno bene e per quanto. Da padre ti senti più coraggioso, hai la forza di attraversare le zone buie. Se sei felice a casa, e io in famiglia sto molto bene, ti senti più libero di volare. O forse, di volare più in alto».

Intervista pubblicata su Grazia del 4 maggio 2017 

© Riproduzione riservata

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