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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Il potere di Rebecca

19 venerdì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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Artù, Denis Villeneuve, Il ragazzo che diventerà re, interviste illuminanti, Mission: Impossible, Rebecca Ferguson, Reminiscence, Tom Cruise

Rebecca Ferguson, attrice, 35 anni, fotografata da Jem Mitchell (courtesy of Grazia).

È STATA LA REGINA ELISABETTA, LA PARTNER DI TOM CRUISE IN MISSION: IMPOSSIBLE E ORA È LA FATA MORGANA. REBECCA FERGUSON INTERPRETA SEMPRE DONNE INDOMABILI PERCHE’, DICE, BISOGNA FARSI RISPETTARE DENTRO E FUORI DAL SET

Mentre la guardo parlare capisco perché in tanti l’hanno paragonata a Ingrid Bergman: una volta visti i suoi occhi liquidi, a metà fra il grigio e il verde, con la bocca carnosa, restano impressi nella mente per sempre. La incontro a Soho, nel rinnovato Ham Yard Hotel. Chi la segue da vicino ricorderà questa attrice di 36 anni, padre svedese e madre inglese, per la mini serie storica The white Queen: la sua iconica regina Elisabetta le è valsa non solo la nomination ai Golden Globes, ma ha fatto sì che Tom Cruise, intercettandola sulla BBC, la scegliesse come coprotagonista femminile di Mission: Impossible, in cui è Ilsa Faust da due episodi (il terzo nel 2021). Da lì in avanti l’ascesa è stata inarrestabile: al momento sta girando Dune con Denis Villeneuve, e presto sarà sul set di  Riminiscence, seconda volta accanto a Hugh Jackman dopo The greatest Showman.

Uno dei grandi pregi di Ferguson è la capacità d’interpretare sempre donne indomabili che mettono alle strette i protagonisti maschili. Anche se, Rebecca ammette, conquistare il successo in un mondo come quello del cinema non è stato facile. «Ma ormai gli uomini devono capire che siamo in una nuova società. Il loro posto può essere accanto a noi donne, non più un passo avanti». Ora l’attrice arriva nelle sale nei panni della fata Morgana, l’antagonista di Re Artù nel film Il ragazzo che diventerà re, diretto da Joe Cornish (in sala dal 18 aprile). Rivisitata in chiave moderna, con giovani attori che indossano felpe con cappucci e sneakers,  è la leggendaria storia di un bambino che trova la spada Excalibur, riunisce un gruppo di cavalieri diventandone il leader.

È vero che stava lavorando a Mission Impossible – Fallout quando l’hanno suggerita al regista per il ruolo chiave di Morgana, la figura centrale nella storia di Artù? «Non ho nemmeno avuto il tempo di leggere il copione, ho incontrato Joe in un caffè e lui ha percorso la storia in lungo e in largo per un’ora e mezza, facendo le voci di tutti i personaggi. A un certo punto l’ho guardato e gli ho detto: “Non ho ancora letto una riga, ma mi hai conquistata”.  Ho accettato così, su due piedi, senza un contratto».

Cosa l’ha spinta a fidarsi? «Joe ha elaborato la storia nella sua mente per decenni, dopo aver visto Excalibur di John Boorman ed E. T. di Spielberg, poi gli sono serviti sette anni per scrivere la sceneggiatura. Quando hai un progetto che è un sogno, ogni volta che ne parli bruci: è stato questo a conquistarmi».

Morgana è una donna forte e con poteri soprannaturali. Fuori dal set quali poteri ha usato per farsi largo in un mondo dominato da uomini? «La nostra è una dura battaglia da combattere, questo è innegabile. Ma poco tempo fa riflettevo con un’amica, del fatto che forse parliamo troppo della vittimizzazione della donna nella società e poco ddi quanto gli uomini stiano imparando a diventare “femministi”, alla loro maniera.

Sta dicendo che non ci interroghiamo abbastanza sull’identità del maschio? «Ovviamente esistono tanti maschilisti e noi donne non siamo ancora pagate in modo equo: quello è un altro capitolo e non si può generalizzare. Però intorno a me vedo uomini mascolini ma femminili, gentili, accoglienti, e io mi sento una loro pari».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 18/4/2019

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James Marsden, «Il tempo rende migliori»

17 mercoledì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Lusso, Moda & cinema, Personaggi

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Al Pacino, Brad Pitt, C'era una volta a Hollywood, interviste illuminanti, IWC, James Marsden, Laureus, Leonardo di Caprio, Montecarlo, Quentin Tarantino, Sport

L’evoluzione di James Marsden, l’uomo che dalla trilogia di X-Men e Superman passa direttamente a Quentin Tarantino.

«Grazie per non avermi chiesto quale supereroe vorrei essere nella vita». La fine della conversazione con James Marsden illumina tutto ciò che è venuto prima. Siamo a Monaco, dove ha appena presentato la Laureus World Sports Awards, la notte degli Oscar dello Sport. Un universo a cui è stato introdotto dal marchio del lusso IWC, «da cinque anni sono come una famiglia per me, e voglio guardare alla mia carriera con lo stesso orgoglio con cui loro guardano alle loro creazioni».  46 anni e altrettanti film all’attivo, è stato uno degli eroi della trilogia di X-Men e di Superman. Ma invece di una conversazione su sport e cinema, come ti aspetteresti da un uomo con il suo fisico, gli occhi color blu mare e i denti di un bianco scintillante, lui rilancia. E snocciola visioni esistenziali più ampie, passando dal baseball ai suoi tre figli, senza schivare il doloroso divorzio, (anche se preferisce non menzionare la parola). Dettagli che spiegano come mai uno come Quentin Tarantino lo abbia voluto in C’era una volta ad Hollywood, il film in cui lo vedremo a fine agosto accanto a Leo DiCaprio, Brad Pitt e Al Pacino.

Che sport ha praticato, da ragazzo? «Sono cresciuto in Oklahoma, lì c’erano molto basket, calcio e baseball. Io ero piccolino di statura in confronto a quei giganti del Midwest, e finivo spesso nelle linee laterali. Ma a dire il vero all’epoca mi interessavano più l’arte, il teatro e la musica. È stato dopo il liceo che ho iniziato ad appassionarmi davvero allo sport, scoprendo di essere molto portato».

E cosa è successo? «Sono diventato molto competitivo, il mio ego è uscito allo scoperto. Le dico solo che la mia fidanzata oggi non vuole nemmeno fare un gioco di società con me, dice che devo sempre vincere». 

Le sue più grandi conquiste, fino a qui? «I miei tre figli, la ragione per cui faccio tutto quello che faccio. Imparo tanto quanto insegno loro, se non di più, essere padre è il cuore della mia identità. Il più grande ha 18 anni, in lui vedo il buono che c’è in me».

Cosa l’ha sorpresa di più di loro, fino a oggi? «Io e la mia ex moglie, con cui oggi c’è per fortuna una buona amicizia, li abbiamo cresciuti tutti allo stesso modo. Ma abbiamo dovuto adattarci leggermente a ciascuno di loro, perché arrivano con un codice personale. E soprattutto ti devi ricordare che quando vengono al mondo non sono più tuoi».

(continua…)

Intervista esclusiva per GQ Italia di marzo 2019.

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Kevin Costner, «Non vengo mai bene nelle foto con i fan»

15 lunedì Apr 2019

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Bonnie a Clyde, Donna Moderna, Frank Hamer, interviste illuminanti, Kevin Costner, The highwaymen

ANCHE SE NON AMA I SELFIE, L’ATTORE RIMANE UN INDISCUSSO SEX SYMBOL. E SU NETFLIX TORNA A VESTIRE I PANNI DEL GIUSTIZIERE : IN HIGHWAYMEN-L’ULTIMA IMBOSCATA, DA’ LA CACCIA NIENTEMENO CHE A BONNIE E CLYDE. «PER LA GENTE NON ERANO CRIMINALI: ERANO MITI. CI VOLLERO 20 ANNI PER CATTURARLI».

Mi interessava capire 3 cose, andando a intervistare Kevin Costner. La prima: se è ancora un sex symbol, a 64 anni compiuti. La seconda: se è alto. E la terza: se usa il suo potere da seduttore. Attore, produttore e regista, ma anche cantante country e padre di 7 figli, lo incontro a Madrid, dove ha appena presentato The Highwaymen – L’ultima imboscata, il film di Lee Hancock in onda su Netflix. Indossa jeans beige e camicia blu, si avvicina con calma e con il sorriso sulle labbra (la risposta alle prime 2 domande che mi facevo è un sì, senza esitazioni). Mi parla del suo personaggio, Frank Hamer, l’ex Texas ranger passato alla storia per aver catturato Bonnie e Clyde, la leggendaria coppia di banditi che ha commesso decine di rapine e 13 omicidi a sangue freddo negli anni ’30. E mentre parla scopro che è sul punto di girare il suo quarto film da regista, un western ancora top secret.

Il suo è un ritorno alla grande, da giustiziere. Un po’ come ne Gli intoccabili, del 1987, in cui recitava al fianco di Sean Connery. Cosa l’ha attratta di questo ruolo? «Avevo nel cassetto la sceneggiatura del film da 10 anni, ma non riuscivo mai a decidermi. Hamer era un poliziotto che ha ucciso il triplo di persone rispetto a Bonnie e Clyde. Però era una leggenda e questo ritratto inedito gli rende onore». 

Ha qualcosa in comune con Hamer? «L’amore per la natura e la pazienza. Nella mia vita ho passato molto tempo nei boschi: capisco il suo essere quieto, a osservare».

Bonnie e Clyde erano criminali eppure la gente li adorava, come mostrano le immagini del film. «Sì, c’erano 20.000 persone al loro funerale, e molte altre lo seguirono in diretta alla radio. Erano diventati dei miti, all’epoca ci vollero 20 anni per acciuffarli».

La loro storia insegna che la fama può proteggere, anche in situazioni limite. «C’è un detto americano che dice: “Se ti seguo con l’auto per mezzo chilometro probabilmente ti vedrò passare con 2 rossi”. Vale per tutti, ma spesso a chi è famoso si concedono più attenuanti. Non dico che sia giusto».

A proposito di fama: con più di 50 film alle spalle e 2 Oscar, lei come vive la celebrità? «Con disagio. Per esempio, quando sono al ristorante e vedo che le persone mi fissano: si aspettano che faccia cose strane, che risolva situazioni strane».

Fuori dalla sala dove stiamo parlando la aspettano tantissimi fan: vogliono scattare un selfie con lei. Le va bene finire ovunque, in Rete? «Non tanto, per la verità. Mi sembra di non venire bene nelle foto. A volte capita persino che un marito e una moglie litighino per mettersi in posa di fianco a me, e dopo un po’ non riesco più a stare nella posizione della foto».

(continua…)

Intervista pubblicata su Donna Moderna dell’11 Aprile 2019

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Nadine Labaki, dalla parte dei bambini»

14 domenica Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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bambini, Cafarnao, D La repubblica, interviste illuminanti, Nadine Labaki, senza identità, Siria

Zain è un ragazzino che trascina dietro una tinozza legata a una corda.  Dentro c’è la sorellina Yonas, poco più che neonata.  Cammina nella miseria e solitudine di Beirut, e sembra che la vita si sia dimenticata di lui. È una delle tante immagini che restano impresse di Cafarnao, il terzo film della nota regista e attrice libanese Nadine Labaki. Un grido che, attraverso le vicende di Zain Al Rafeea, nato in Siria e trasferitosi in Libano, dà voce a quei 280 milioni di piccoli nel mondo che vengono maltrattati, abusati, picchiati, violentati, imprigionati, e di cui non si conosce nemmeno l’esistenza perché privi di identità.

«La storia lavorava dentro di me da tempo», racconta la Labaki, che dal 14 maggio al festival di Cannes sarà presidente di giuria nella sezione Un Certain Regard.  «Ci dicono di non dare denaro ai bambini per la strada, perché sono gestiti dalla mafia che li lascia di mattina e li riprendere alla sera, io volevo capire di più, cosa succede quando uno come Zain sparisce dietro l’angolo? C’è troppa tendenza a etichettare e disumanizzare questi bambini. E ho scoperto, fra le altre cose, che un piccolo non può andare a letto finché non ha procurato una certa quantità di denaro alla famiglia, quindi prima glieli diamo noi, quei soldi, prima andrà a dormire». I 123 minuti di immagini dalla forza dirompente che sono passati in Concorso all’ultimo festival di Cannes hanno suscitato reazioni nette. Qualche critico cinico ha gridato al misery porn, mentre il pubblico omaggiava con 15 minuti di standing ovation. E adesso è nelle nostre sale. Dopo Caramel e E ora dove andiamo?, con cui la regista ha avuto molto successo anche al botteghino, Cafarnao è il suo primo film apertamente drammatico. Segue la storia vera di Zain Al Rafeea, profugo siriano che porta i propri genitori in tribunale e gli fa causa. Il motivo? «Avermi messo al mondo».

(continua)

Articolo pubblicato su D la Repubblica del 10 Aprile 2019.

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Laetitia Casta, «Il matrimonio è stato un atto di ribellione»

10 mercoledì Apr 2019

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coppie, Cristiana Allievi, fashion, interviste illuminanti, L'uomo fedele, Laetitia Casta, lavorare in coppia, Lily-Rose Depp, Luois Garrel, tradimento

Laetitia Casta, attrice e regista, 40 anni (photo by Philip Gay/F).

HA SPOSATO L’UOMO CHE AMA, FREGANDOSENE DEI PREGIUDIZI E DELLE ASPETTATIVE FAMILIARI. «MI SONO PRESA UN RICHIO», DICE L’ATTRIC E E MODELLA FRANCESE. CHE OGGI TORNA SUL SET DIRETTA DLA MARITO E CONFESSA: «NON È STATO SEMPLICE, HO LOTTATO PER FARMI RISPETTARE, IL CINEMA È UN MONDO ANCORA DOMINATO DAGLI UOMINI».

«Com’è stato girare un film con mio marito? Un’esperienza eccitante e ricca. E per fortuna è durata solo quattro settimane». Me la ricordavo così Laetitia Casta. Simile a un gatto che sembra sonnecchiare ma che, quando meno te lo aspetti, fa un incredibile balzo in avanti.  «Non ci conoscevamo come attrice e regista, in una situazione in cui lui lottava per il suo film e il suo personaggio, e io per il mio. Entrambi dovevamo sopravvivere». Dal momento che il marito di cui sta parlando è Louis Garrel, e che rappresenta una novità su più fronti, c’era da aspettarsi questo fuoco e fiamme. È l’uomo a cui ha detto finalmente sì, dopo anni di interviste in cui dichiarava che lei, il matrimonio, mai. E nel film in cui la vedremo dall’11 aprile Garrel la dirige ma è anche l’uomo che lei tradisce (per copione): di carne al fuoco ce n’è parecchia. Grazie all’escamotage del triangolo amoroso, L’uomo fedele indaga la natura dei sentimenti umani attraverso una storia densa, ironica e autoironica. La Casta è Marianne e vive con Abel (Garrel), finché non scopre di essere incinta del miglior amico di lui, Paul. A complicare le cose c’è la sorella di quest’ultimo, Eve (Lily Rose-Depp), che vuole strappare Abel a Marianne. Mentre me ne parla faccio un veloce ripasso mentale. Da top model planetaria Laetitia è finita su almeno un centinaio di copertine, fra cui ci sono Sport Illustrated e il nudo integrale su Elle. È diventata famosa grazie a un paio di jeans di Guess? di cui è testimonial dal 1993, ha conquistato l’attenzione nientemeno che di Yves Saint Laurent e in Francia la adorano tanto da averla scelta come “Marianne” nazionale (la donna simbolo della repubblica francese).

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 17 Aprile 2019

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Pierre Niney, «Se ami tuo figlio lascialo libero»

02 martedì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Letteratura, Miti, Moda & cinema

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Charlotte Gainsbourg, diventare genitori, GQ Italia, interviste illuminanti, La promessa dell'Alba, Pierre Niney

Appoggiato al muro accanto a una grande finestra che affaccia sulla Torre Eiffel, mani in tasca, il suo sguardo viaggia lontano. Si capisce che è completamene assorbito dai suoi pensieri. Quando si accorge che è entrato qualcuno nella stanza saluta con modi gentili, e la prima parola che viene in mente incontrandolo, è “elegante”. Non c’entra Yves Saint Laurent, lo stilista che ha interpretato magistralmente qualche anno fa e che gli è valsa un César: Pierre Niney emana la grazia di chi vive un senso diverso del tempo. La sensazione è che non lo rincorra mai, nemmeno quando scava fra i ricordi alla ricerca di sensazioni vissute a 11 anni, quando annunciò ai suoi genitori- critico di cinema e documentarista il padre, consulente d’arte la madre- che avrebbe fatto l’artista. «Per fortuna erano aperti alla creatività, mi hanno incoraggiato a darmi al cento per cento in quello che avrei scelto. Se non lo avessi fatto me ne sarei pentito per il resto della vita», racconta. Nato a Boulogne-Billancourt e cresciuto a Parigi, inizia a recitare da bambino, e a soli 21 anni è il più giovane attore di sempre a unirsi alla Comédie-Française, un’istituzione fondata addirittura da Luigi XVI. Non sorprende sentirlo elogiare Molière e Shakespeare, quanto scoprire che avrebbe voluto fare il giocatore di basket professionista, ma non aveva l’altezza adatta. Ma gioca con il suo club tutte le settimane, da quando era un teenager. Grande colpo di fulmine  anche quello avuto sette anni fa per il surf da onda, scoperto grazie alla compagna australiana, Natasha Andrews. «Ogni volta che posso corro in Portogallo, nello Sri Lanka e a Biarritz. La chiave del surf non è l’allenamento fisico, ma la perseveranza. E il fatto di non poter controllare la marea e le onde ti insegna ad arrenderti alla natura e a contemplare invece di agire. Qualcosa da ricordare anche nella vita…».

I temi cambiano, la riflessione resta  profonda. «Divento molto triste quando sento giovani che vorrebbero diventare attori, pittori o cantanti, ma mi dicono che si iscrivono a Legge o a Economia solo perché i loro genitori non li supportano. È un peccato, le scelte fatte per rassicurare la famiglia non funzionano».

(continua….)

Intervista pubblicata su GQ, n. Marzo 2019

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Prime Visioni. Le donne del cinema conquistano visibilità

24 domenica Mar 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Festival di Berlino, Festival di Cannes, Sundance

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cinema, Cinema Italiano, cinema tedesco, cinema Uk, cinema Usa, D La repubblica, donne, interviste illuminanti, Isabelle Giordano, Keri Putnam, Mariette Rissenbeek, Piera Detassis, Sundance, Tricia Tuttle

FORTI, PREPARATE, INNOVATRICI: LE DONNE DEL CINEMA CONQUISTANO VISIBILITA’, A PARTIRE DALLE STANZE DEI BOTTONI. COSI’, GUIDANDO FESTIVAL E KERMESSE INTERNAZIONALI, PUNTANO A UNA MAGGIOR PRESENZA FEMMINILE ANCHE NEI FILM

Le donne del BFI London Film Festival (courtesy D la Repubblica).

La fata dei cavoli. Un titolo che sembra un presagio, per il primo film girato dalla prima regista donna, nel 1896. Alice Guy, francese, fu poi l’autrice di altri seicento lavori, arrivando persino a dirigere studi cinematografici d’Oltreoceano. Ma finì dimenticata e in disgrazia, lasciando ai Lumiere tutti i meriti dell’invenzione del cinema.

Oggi le femministe francesi stanno lavorando perché Alice abbia il riconoscimento che merita e una strada intitolata a suo nome. Così, a mezzo secolo dalla scomparsa di Guy, l’occasione è giusta per fare il punto sulle donne (del cinema) con poteri e visioni forti. Per capire a che punto siamo sulla strada verso la parità fra sessi nel mondo di celluloide.  

«La Francia è il paese con la maggiore presenza di registi donne rispetto agli uomini, abbiamo anche molte produttrici e agenti di vendita», racconta Isabelle Giordano, ex madame del cinema di Canal+ dal 2013 direttrice generale di UniFrance, organismo che promuove il cinema d’Oltralpe all’estero. Con 300 film all’anno, e più di 60 coproduzioni internazionali: il primo in Europa. «Un dato strano, se si pensa che i francesi non hanno mai amato avere donne al potere. Ne parlavamo già 15 anni fa quando lavoravo in tv», aggiunge. «Abbiamo registe note in tutto il mondo, come Rebecca Zlotowski e Claire Denis, che però non hanno mai vinto una Palma d’Oro. Penso che occorre andare oltre il #metoo: la domanda da porsi non è più quante donne ci sono, piuttosto com’è la qualità del loro lavoro? E quanti film facciamo su di loro? Anche Bercot, Satrapi e la stessa Maiwenn girano film tosti, coraggiosi, ed è questo che occorre far capire a chi finanzia il cinema». Nel complesso  la Francia nel 2018 ha avuto un calo dello 0,5 di presenze nelle sale. «Il nuovo trend è avere tanta scelta, veloce e da casa, ma il cinema deve continuare a offrire spunti e richiedere tempo per riflettere. E dovrà lavorare accanto alle piattaforme, invece di far loro la guerra. Ci aspettiamo novità dal Festival di Cannes alle porte». L’unico box office europeo ad aver registrato un +0,6 per cento nel 2018 è quello inglese. «Negli anni Settanta in casa mia si andava al cinema almeno una volta alla settimana, se non due», ricorda Tricia Tuttle, nuovo direttore permanente del BFI London Film Festival, l’ente governativo che distribuisce i fondi per il cinema. «Oggi i costumi sono cambiati, ma invece di aumentare il costo dei biglietti abbiamo attuato una politica di flessibilità dei prezzi e ha funzionato». Laurea alla University of North Carolina, ha lavorato prima con Sandra Hepron, direttrice del London Film Fest, poi con Amanda Berry, amministratore delegato dei Bafta, e Claire Stewart, ex direttrice del BFI. «Sono tutte donne forti che puntano sull’avere intorno a sé persone creative a cui lasciar fare il proprio lavoro, dando molta importanza al contributo di ciascuno». Da Keira Knightley a Emma Thomson, da Helen Mirren ad Olivia Colman, da Rachel Weistz, Carey Mulligan ed Emma Watson, «le nostre sono professioniste versatili e dal forte appeal, non figurine messe lì per essere guardate. E fra le registe, l’anno scorso il 38 per cento erano donne, contro il 24 dell’anno precedente. Numero che precipita però quando si parla di grandi budget: dei 200 film ai vertici del box office nel 2018  solo 15 erano diretti da una donna», precisa Tuttle.

(continua…)

Articolo pubblicato su D la Repubblica del 23 marzo 2019

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Charlotte Gainsbourg: «La famiglia che mi porto dentro»

18 lunedì Mar 2019

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Charlotte Gainsbourg, Eric Barbier, giornalismo, Grazia, interviste illuminanti, La promessa dell'Alba, Pierre Niney, Rest, Yvan Attal

DOPO TANTI RUOLI AL LIMITE, ORA L’ATTRICE FRANCESE AL CINEMA È UNA MADRE CHE FA DI TUTTO PER SUO FIGLIO. UNA PARTE, DICE A GRAZIA, CHE L’HA RICONCILIATA CON L’AMORE, GLI ERRORI E GLI ADDII DEI SUOIO GENITORI STAR, IL CANTANTE SERGE E L’ATTRICE JANE BIRKIN

Ho appena visto Charlotte Gainsbourg nel suo prossimo film, La promessa dell’alba di Eric Barbier. Sono certa che sia l’interpretazione  cinematografica migliore della figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Non ci sono scene di sesso, o di morte, e nemmeno atroci  torture, come ci aveva abituati nei film Antichrist e Nymphomaniac del regista Lars Von Trier. Ma nonostante questo, la donna che vedremo sugli schermi dal 14 marzo nei panni di una madre eccessiva e lievemente mitomane mi è sembrata molto più estrema che in passato. Gainsbourg è Nina, madre coriacea, ebreo polacca, che dalla Lituania, fra mille peripezie, porta  il figlio nel sud della Francia per fuggire dalle conseguenze della presa di potere di Hitler in Germania. La storia è tratta dal bestseller autobiografico sulla straordinaria vita di Romain Gary (interpretato da Pierre Niney), uno dei più famosi romanzieri francesi, l’unico ad aver vinto due volte il Goncourt Prize. «Ho girato il film mentre registravo il mio ultimo disco, Rest, non ho mai avuto un parte come questa, in cui presto il volto a una donna fra i 30 e i 60 anni. Avere un altro corpo, un’altra voce, parlare il polacco, sono stati una liberazione per me, ho potuto esplorare un’identità diversa.  Questo film mi ha resa più forte». Libertà è una parola che questa attrice e cantante dalla voce eterea pronuncerà molte volte durante la nostra conversazione. La sensazione è abbia trovato la serenità  e che i tempi in cui si torturava con i personaggi di Lars von Trier siano alle spalle. Così come il lutto che l’ha colpita quando la sorella Kate Barry si è tolta la vita, cinque anni fa: era la persona a cui era più legata in assoluto. Subito dopo si è trasferita a vivere a New York con la famiglia, il regista Yvan Attal e  tre figli Ben, Alice e Joe, 21, 16 e 7 anni. «Non riuscivo più a respirare a Parigi, troppi ricordi dolorosi. Per un po’ di tempo starò via dall’Europa, poi si vedrà».

(Continua…)

Intervista integrale su Grazia del 7 Marzo 2019

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Reinout Scholten van Aschat: L’arte della quiete

11 lunedì Mar 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Moda & cinema, Personaggi

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Capri Revolution, D La repubblica, interviste illuminanti, Jim Taihuttu, Karl Diefenbach, Martone, Reinout Scholten Van Aschat, The east

FRA CALMA E COMPOSTEZZA NATURALE, LO STILE NORDICO DELL’ATTORE E MUSICISTA CHE CI HA INCANTATI CON CAPRI REVOLUTION DI MARTONE. E LO FARA’ DI NUOVO, A BREVE…

L’attore e musicista fiammingo Reinout Scholten Van Aschat fotografato da Philip Riches per D La Repubblica


«Quando mi sono sdraiato su quel materasso, posando per queste foto, mi sono sentito catapultato sul set di Martone». Siamo ad Amsterdam, la luce fuori che filtra dalle grandi finestre è ancora invernale. Nello studio di artista ci sono fogli e colori ovunque, e le risonanze con Capri Revolution, in concorso all’Ultima Mostra di Venezia, sono molte. Lì era il magnifico Seybu, personaggio ispirato al pittore Karl Diefenbach che a Capri creò una comune fra il 1900 e il 1913. Il film spostava i fatti più avanti, però, collocandoli alla vigilia della prima Guerra mondiale. E il suo protagonista allargava l’orizzonte, diventando un artista performativo che inglobava la danza moderna, la natura, la musica e soprattutto l’idea di una radicale rivoluzione umana in cui il rapporto con la natura è di nuovo al centro.  In tutto questo Reinout Scholten van Aschat, «un nome altisonante, ma non sono un nobile», è una specie di Cristo e indossa solo una veste bianca. Ironia vuole che il film che sta per girare sia di natura tutt’altro che pacifista. The East, di Jim Taihuttu, racconta la Guerra d’Indipendenza dell’Indonesia, avvenuta fra il 1945 e il 1949. «Quando i giapponesi furono cacciati, gli indonesiani avrebbero voluto essere indipendenti ma il governo olandese mandò qui molti giovani facendoli combattere per mantenere la sua colonia. Non erano preparati a nessun livello, ma il governo diceva loro “cacciate i terroristi”. Come è accaduto in Afganistan, Iraq e Siria, in realtà i terroristi erano solo uomini che combattevano per la libertà.  I nostri nonni hanno fatto quella guerra ma non ne parlano, è stata un trauma». Da olandese cresciuto in una famiglia di artisti, era il minimo che finisse su quel set, penseresti. «Ma è un caso, non conoscevo il regista né lui sapeva che ho una madre indonesiana, anche se non si direbbe. I geni sono nascosti, forse se avrò dei figli si vedrà in loro».

(continua…)

Intervista integrale su DLui, inserto di La Repubblica, numero di Marzo 2019

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Pedro Almodovar, «A cuore aperto»

08 venerdì Mar 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Miti, Moda & cinema

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cinema, Dolor Y Gloria, Dolore e Gloria, GQ Italia, intervista esclusiva, interviste illuminanti, Mina, Pedro Almodovar, stile, uomini

LA FAMIGLIA È AL CENTRO DEL SUO CINEMA. VENT’ANNI FA HA VINTO A CANNES CON TUTTO SU MIA MADRE. ORA PEDRO ALMODÓVAR ESPLORA LA SUA VITA CON DOLORE E GLORIA

Il regista Pedro Almodovar, 70 anni (foto di Nico Bustos per GQ Italia).

Colpo di teatro di Pedro Almodóvar. Che stesse girando il suo ventunesimo film, Dolor y gloria, si sapeva. Un po’ meno invece sulla storia e la data di uscita nelle sale. Ma all’improvviso annuncia che è tutto pron- to, che il 22 marzo gli spagnoli potranno ammirare il suo lavoro, che a maggio sarà in Italia. Storiona di famiglia, molto auto- biografica. Proprio 20 anni dopo (gli stessi che compie quest’anno GQ), quel Tutto su mia madre che gli fece vincere il premio per la miglior regia sulla Croisette.


Perché questo film adesso? In Italia ci fa pensare a 8 1⁄2 di Fellini. Spero che non mi paragoniate a 81⁄2, perché perderei il confronto. Tutti i miei film mi rappresentano, ma di sicuro Dolore e gloria mi rappresenta più profondamente. Non so perché l’ho scelto proprio ora, ho l’impressione di non aver scelto io il tema del film, ma che sia stato il tema del film a scegliere me. Generalmente non sono consapevole del perché giro un certo film o un altro; sono consapevole della necessità di affrontare determinati argomenti in determinati momenti, ma non dei motivi.

Il suo ottavo film con Banderas dà un’immagine diversa di questo attore?

Secondo me sì. Quando ho lavorato con lui negli anni Ottanta, era molto giovane e quel che mi interessava di Antonio Banderas era la sua passionalità, la follia travolgente che dava ai suoi personaggi. Ora Antonio ha sessant’anni, continua a essere un uomo molto affascinante, ma sul suo viso vedo i due o tre interventi al cuore che ha subito negli ultimi anni, la sua esperienza con il dolore. In Dolore e gloria Antonio offre un’interpretazione per me inedita, gesti mi- nimi, emozioni controllate, una solitudine interpretata con grande economia di risorse. Per me è una sorta di nuova nascita per Antonio Banderas, o quanto meno l’inizio di una splendida tappa di maturità.

E Penélope Cruz sarà sua madre?

Penélope Cruz interpreta la madre di Antonio Banderas negli anni Sessanta, quand’è bambino. Penélope fa nuovamente la casalinga di campagna, in un momento in cui la Spagna non è ancora uscita dal dopoguerra. Per questo il suo look e la sua interpretazione sono molto diversi dalla madre che interpretava in Volver – Tornare.

Nel film c’è una canzone di Mina. Perché ha scelto proprio questa?

La scena si svolge all’inizio degli anni Sessanta e Come sinfonia appartiene a quell’epoca ed evoca la luce e la sensualità dell’estate mediterranea. E inoltre Mina è quasi parte della mia famiglia e io volevo che nel film tutto mi risultasse familiare: gli attori, le opere d’arte che si vedono alle pareti, le canzoni e, naturalmente, le emozioni, le emozioni più profonde.

Non ha studiato cinematografia, ma è diventato uno dei registi più famosi del mondo. Come ha fatto emergere il suo stile?

Quando arrivai a Madrid nel 1969, il generale Franco aveva appena chiuso la Scuola di Cinema. Avevo pensato di studiare lì, ma non essendo possibile, acquistai una videocamera Super 8 e nel corso degli anni Settanta girai molti cortometraggi di diverso minutaggio: 5, 10, 30 minuti; e riuscii anche a girare un film. Questa fu la mia unica scuola e si rivelò molto utile. Il Super 8 non è come il video, il Super 8 è cinema, viene girato in negativo. E io presi molto sul serio sia la parte relativa alla scrittura della sceneggiatura, sia la direzione degli attori e quant’altro. Le mie preoccupazioni principali e le tematiche che avrei affrontato anni dopo erano già presenti in questi film. Lo stile, come ogni processo di presa di coscienza, si scopre con il tempo e ci si arriva – almeno nel mio caso – in modo spontaneo, prendendo decisioni di pancia.

Come il regime di Franco influenzò lo stile degli uomini?

Fino al momento in cui il regime non iniziaa indebolirsi, il modo di vestire, i colori, le acconciature dei capelli degli uomini spagnoli dipendevano da convenzioni sociali molto repressive. Chi non si adeguava, rischiava di finire alla polizia solo per il suo aspetto. C’era pochissimo spazio per coltivare personalità e gusti nel vestire. Nonostante sia stato un Paese intrappolato dalla dittatura, la Spagna cominciò a raccogliere influenze dal resto del mondo dopo il 1965, quando ebbe inizio il processo di sviluppo della nazione. Alla fine degli anni Sessanta irruppe lo stile hippy, soprattutto nelle grandi città, con l’influsso di Carnaby Street. Questo cambiò radicalmente il look dei giovani spagnoli, che divenne più colorato e audace. Chi sognava di lavorare in banca indossava un noioso abito con giacca e cravatta (do- minavano i colori grigio, beige e marrone) e coloro che si sentivano liberi dal consumismo e volevano non solo l’amore libero ma il recupero del rapporto con la natura, si vestivano in un modo ritenuto insolito fino ad allora; inoltre arrivano il pop e la psichedelia. La rottura in termini di look maschile è radicale. Tutti i tipi di stampe possibili e accessori per tutto il corpo. Sono stati gli anni del trionfo della bigiotteria e dei colori e dei tessuti sgargianti e luminosi. Negli anni Settanta, delusi dagli hippies, i giovani spagnoli divennero politicizzati, specialmente nelle università.

(…continua)

L’intervista esclusiva per GQ è sul numero di marzo 2019

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