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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Charlie Hunnam: «Per sfidare la natura ci vuole un selvaggio».

23 venerdì Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi, Riflessione del momento

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Charlie Hunnam, cinema, Civiltà perduta, Cristiana Allievi, James Gray, Los Angeles, natura, Percy Fawcett, vita selvaggia

È STATO RE ARTU’, ADESSO E’ ESPLORATORE ALLE PRESE CON UNA MISSIONE IMPOSSIBILE. MA CHARLIE HUNNAM NON HA PAURA NE’ DI COMBATTERE NE’ DI TUFFARSI NEI FIUMI GELATI. PERCHE’, COME AMMETTE LUI STESSO, NON E’ PROPRIO FATTO PER LA VITA COMODA

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Charlie Hunnam, attore inglese, 37 anni (courtesy theritualistic.com)

Ha la barba incolta e gli occhi blu. Indossa una camicia azzurra e i jeans, e capisco al volo che non se la tira, Charlie Hunnam. Mi racconta che a 17 anni lo hanno notato durante un’improvvisazione in un negozio di scarpe, inscenata allo scopo di scegliere un regalo per uno dei suoi tre fratelli. È così che il nipote della prima ritrattista del Newcastle è finito in uno show televisivo, e poco dopo su un volo con destinazione Los Angeles. Vet’anni dopo ha già lavorato con registi importanti come Guillermo del Toro, Anthony Minghella e Alfonso Cuaron e parte di questo successo lo deve al motociclista molto sporco e molto grunge Jax Teller della serie tv Sons of anarchy. Ora è nelle sale come protagonista del pirotecnico King Arthur- Il potere della spada di Guy Ritchie e nei panni dell’altra icona inglese, Percy Fawcett, in Civiltà perduta, scritto e diretto da James Gray. Il film molto applaudito all’ultima Berlinale è basato sul bestseller di David Grann che racconta la vera storia dell’esploratore inglese che all’alba del ventesimo secolo ha scoperto una civiltà precedente, sconosciuta e avanzata, nel cuore dell’Amazzonia. Un vero maschio solitario che ha avuto tutto il supporto della moglie e del suo aiutante sul campo, interpretati nel film da Sienna Miller e da un ottimo Robert Pattinson.

Grazie agli ultimi due ruoli, quello di re Artù e dell’esploratore inglese, ha passato molto tempo nella natura selvaggia, le è piaicuto? «Vivo a Los Angeles ma sono cresciuto ai confini tra l’inghilterra e la Scozia, la natura mi ha sempre reso più felice. Soprattutto allontanarmi dagli aspetti superficiali della vita sociale e dalla pressione che c’è nello stare costantemente immersi tra gli esseri umani!».

E cosa fa quando sta in mezzo alla natura? «Cammino in montagna, faccio bagni nel fiume, cucino sul fuoco. E cambio ritmi, specie se è autunno avanzato o inverno. Lì ti svegli e fa freddo, devi prima accendere il fuoco, scaldarti, poi ti viene fame e devi iniziare a cucinare. A quel punto pensi a lavarti, così vai a cercare il fiume ed è gelato… C’è un’immediatezza nel vivere che rende tutto più naturale, semplice, e soprattutto ti allontana dalla nevrosi della vita sofisticata».

Lei ormai è un uomo di Hollywood, come mantiene questo equilibrio? «Facendo esercizio fisico, se viviamo una vita sedentaria la chimica non funziona, si diventa tristi! Quando produci endorfine ti senti bene, regala le stesse sensazioni che si provano stando in natura, senti una stabilità emotiva».

E del grande mondo là fuori, che cosa pensa? «Fra Trump, la Brexit e le elezioni francesi, ultimamente mi sono sentito consumato dalla continua percezione di un’Apocalisse in arrivo. In realtà gli ultimi vent’anni sono sempre stati così, tra i cambiamenti climatici e i modelli economici americani non c’è niente di nuovo, se non che la gente non crede più nei politici. Viviamo in un casino, credo che nei prossimi anni assisteremo a grandi e necessari cambiamenti».

Ha declinato 50 sfumature di grigio per lealtà verso un altro regista a cui aveva dato prima la parola: si è mai pentito della scelta? «Non ci ho più ripensato. Sono arrivato a un punto della carriera in cui il mio nome fa la differenza, quindi mi offrono un sacco di film. Il paradosso è che tutta questa scelta mi crea molta insicurezza e dubbi, e prendere decisioni per me è un incubo, ci metto molto tempo. Per questo una volta che decido non mi volto più indietro».

Com’è stato lavorare con Guy Ritchie a King Arthur- Il potere della spada? «Mi sono molto divertito, ha mescolato tra figure storiche e mi ha trsformato mell’archetipo di eroe. Guy è un tornado, non avevo mai lavorato come fa lui. Io sono molto lungo nella preparazione, lui fa funzionare tutto sul set, nel momento. Prende decisioni in tempo reale, le cambia in continuazione e funziona. È un modo di procedere molto sfidante».

 

Invece diventare un uomo realmente esistito, come Percy Fawcett, è più facile? «No, direi solo che è un modo diverso di procedere. Ho visitato la Royal Geographical Society, dove sono successe realmente cose importanti che il film mostra, e ho letto tutte le lettere che Percy ha scritto alla moglie Nina. Ho voluto anche indossare l’esatta replica dell’anello che indossava lui. Mi dicono che a volte esagero con i dettagli, ma questo era importante: Fawcett lo indossava quando è scomparso e molti anni dopo il suo anello è apparso in un negozio di pegni, una cosa che infittisce il mistero sulla fine della sua vita».

 

In Civiltà perduta ha una relazione particolare con suo figlio, nella vita reale vuole diventare padre? «È un istinto primario, fa parte del nostro essere animali. Ma non ho nutrito abbastanza la mia vita personale, sono stato in una specie di centrifuga di film, prima devo ribilanciare tutto. Perché se avrò figli voglio essere presente davvero nella loro vita, e dovrò imparare a bilanciare carriera e famiglia. Spero non sia troppo difficile».

L’ossessione di Fawcett è l’Amazzonia, la sua? «Negli ultimi tempi sono stato insoddisfatto dei film girati, non li sentivo all’altezza di ciò che volevo fare e non vedevo l’ora di rompere il circolo vizioso. In pratica volevo dimostrare a me stesso a che livello potevo arrivare dando tutto, e credo di esserci finalmente riuscito».

Intervista pubblicata su Grazia del 21/6/2017

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La libertà di correre, secondo Pierre Morath

03 sabato Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Sport

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corsa, Cristiana Allievi, Free to run, KAthrine Switzer, maratona, New York, Noel Tamini, Olimpiadi, Pierre Morath, Spiridon, Steve Prefontaine

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Pierre Morath, giornalista sportivo, regista, storico ed ex atleta (foto di Miguel Bueno).

 

Chi crede che infilarsi le sneakers e lanciarsi in una corsa al parco sia uno dei gesti più naturali che si possano immaginare, non crederà ai propri occhi. Davanti alle immagini di Free to run (al cinema), si resta di stucco e allo stesso tempo si esce galvanizzati. Si vedono i primi corridori “liberi” per le strade del Bronx a petto nudo, inseguiti dalla polizia come sovversivi. Ma anche la nascita della Maratona di New York, le battaglie di Steve Prefontaine -il James Dean della corsa-, le vittorie olimpiche di Franck Shorter e le prime Olimpiadi a cui parteciparono anche le donne.

Pierre Morath, 47 anni, svizzero francese, è l’autore di un vero e proprio inno alla libertà individuale attraverso la corsa. Il suo occhio di storico e giornalista ha voluto raccontare una storia sportiva facendola andare di pari passo con le trasformazioni sociali e, soprattutto, con gli step dell’emancipazione femminile. Perché per quanto surreale sia da credere, le donne hanno dovuto lottare persino per conquistarsi il diritto di correre, e hanno potuto partecipare alla prima Olimpiade solo nel 1984. «Sono state Bobbi Gibb e Kathrine Switzer a sfondare vere barriere ideologiche», racconta Morat, un incrocio perfetto tra Chris Martin, Vincent Cassel e Benedict Cumberbatch, «quando i preconcetti e l’ignoranza in fatto di medicina faceva si che esistessero slogan come “se corri diventerai un uomo” e “se ti spingi oltre gli 800 metri ti cadrà l’utero…” volte a scoraggiare le donne», ricorda questo runner che ha mancato le qualificazioni alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 nei 1500 metri per colpa di una tendinite. Quello che mostra sembra un altro mondo. «Negli anni Sessanta lo sport non era visto come oggi, era una cosa utile nella misura in cui si gareggiava e si dava visibilità a un team e a una nazione, altrimenti non aveva senso. Inoltre la corsa era praticata solo in pista, in un’area chiusa, e la maratona non solo era vista come qualcosa per ottimi atleti, ma era la specialità dei lavoratori, contro la corsa sulla media distanza che vedeva tra i suoi runnes studenti di medicina». In pratica correre in mutande per strada, e senza essere dei campioni, era vista come una follia, e dal 1968 in poi, allo scoppio delle prime proteste, la libertà di correre viene presa anche in Europa come il simbolo di egualitarismo e di ribellione nei confronti di una società troppo conformista.

Nel 2002, quando viene folgorato dalla storia di Kathrine Switzer e Noel Tamini, Morath non è un regista ma sta scrivendo un libro sulla corsa su strada. Inizia a collaborare come giornalista con una tv di Ginevra e nel 2005 dirige il suo primo documentario, Les regles du jeu, ritratto del mondo dell’hockey su ghiaccio, Nel 2008 è la volta di Togo, ambientato nel paese africano. «Racconta la miracolosa qualificazione della squadra di football per la World Cup nel 2006, uno specchio di come il football in Africa fosse connesso alla politica: “se ci qualifichiamo tutti i problemi spariranno”, dicevano». E in effetti la qualificazione della nazionale ha evitato una guerra civile ormai alle porte. Più avanti, nel 2012, Morath fa una divagazione dal mondo dello sport con Chronique d’une mort oubliée, la ricostruzione del caso di Michel Christen, trovato nel suo appartamento a Ginevra a due anni dalla morte.

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Gli archivi olimpionici costano qualcosa come 20 mila dollari per un minuto di immagini, e allo stesso tempo mostrare un movimento “libertarian” che diventa liberalismo, come quello della corsa, diventa un’ossessione per Morath. Ma nel frattempo si è affermato come regista ed è riuscito a raccogliere il budget di un milione e mezzo di euro, così contta la donna che lo aveva folgorato anni prima. «Katherine era una teeneger americana a cui il padre consiglia di correre un miglio al giorno per diventare forte. Lei si allena, si sente sempre meglio, ma la federazione non vuole farla correre con gli uomini». A Boston nel 1967 si corre la prima maratona aperta a tutti, e lei riesce a farsi registare ufficialmente con il nome di un uomo. Ma Jock Semple, direttore della corsa, si presenta in pista per strapparle il pettorale numero 261 e farla ritirare dalla corsa. Stretta tra il fidanzato e il coach, la Switzer procede fino al nastro d’arrivo. «Quando ho contattato Kathrine è stata molto aperta, ma tempo dopo ho scoperto che era piuttosto scettica: da giornalista non credeva che saremmo riusciti a terminare il lavoro. Mi ha aiutato molto a fare le prime interviste, è diventata centrale nel film perché il problema delle donne lo è, in questa storia. All’epoca non esisteva la medicina sportiva, e la verità è che la società aveva paura che le donne lasciassero le case come mogli e madri, l’idea era troppo spaventosa». Mentre quella combatte la sua battaglia negli Usa, dall’altra parte del mondo, in Svizzera-dove il clima è ancora più inflessibile e le donne non hanno nemmemno diritto di voto- c’è Noel Tamini, fondatore della rivista Spiridon. È l’uomo a cui si deve la diffusione di una nuova visione della corsa a lunga distanza e il recupero del suo aspetto mistico in mezzo alla natura. E soprattutto è lui che mostra le prime immagini di donne che corrono e sono belle, femminili e in forma.

E se si vede Spiridon che contribuisce in modo fondamentale all’emancipazione dai sistemi federali per organizzare gare al di fuori degli stadi, una delle provocazioni di Free to run è mostrare gli Usa come pionieri di qualcosa di “libero”, per trasformarlo poco dopo in un business. In questo senso Fred Lebow, entusiasta della corsa e con grandi visioni imprenditoriali, è un personaggio chiave: è lui ad aver fondato la maratona di New York trasformando una corsa di poche centinaia di persone in una delle sfide più ambite al mondo, e in un affare da milioni di dollari. «Da storico è interessante chiedersi dove ci ha portati la rivoluzione. Nel 2017 abbiamo un senso idealistico degli anni Settanta, ma si dice che molti rivoluzionari dell’epoca oggi lavorino in banca. E la Nike, che era una società anti establishment, insieme a McDonald è diventata un simbolo del capitalismo moderno».

Le immagini finali del film trasportano lo spettatore in un’Etiopia in cui si corre di nuovo liberi nella natura. «Noel Tamini è il mio eroe, il mio modello. È l’uomo che ha creato un cambiamento di coscienza in Europa, ma appena ha visto il suo amore trasformato in business se n’è andato in Africa a “vivere con se stesso”». Non solo, a quanto pare. Perché lì ha fatto rivivere lo spirito originario e libero da cui era nata la maratona.

Articolo pubblicato su D La Repubblica  del 3/6/2017

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D’accordo, mi chiamo Depp. E allora?

02 venerdì Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Moda & cinema, Personaggi

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Cannes2017, Chanel, Cristiana Allievi, Io danzerò, Johnny Depp, Karl Lagerfeld, Lily-Rose Depp, Vanessa Paradis

18 ANNI APPENA COMPIUTI, HA PRESO LA BELLEZZA DI MAMMA VANESSA PARADIS E L’INTENSITA’ PIRATESCA DI PAPA’ JOHNNY DEPP. MA VERE GENITORI COSì FAMOSI NON FRENA LILY-ROSE DAL PROVARCI CON IL CINEMA: COSì SARA’ ISADORA DUNCAN

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Lily-Rose Depp sul red carpet di Cannes 2017 (courtesy of IBTimes UK)

È la primogenita di una famiglia bella e ingombrante, perché se per mamma hai Vanessa Paradis e per padre Johnny Depp. ti tocca essere diva sin da piccola. E lei lo è, fino al midollo. A soli 18 anni (compiuti il 27 maggio) pochi giorni fa ha sfilato sul red carpet del festival di Cannes sfoggiando quel suo sguardo sornione e profondo sopra una maglia che, causa assenza di reggiseno, lasciava immaginare tutto. Magnetica e sfrontata come una piratessa, bella come una modella. Non è un caso se Lily Rose Depp è stata scelta da Chanel come testimonial. Di più:  durante l’ultima Paris fashion week lo stilista Karl Lagerfeld è uscito sulla passerella a braccetto con lei, consacrandola propria  musa (anni fa ad essere musa di Kaiser Karl era proprio mamma Vanessa). I quasi tre milioni di follower su Instagram hanno molto apprezzato. E lo fanno anche adesso che inizia la sua ascesa al cinema (dopo un cameo nell’horror comedy del 2014, Tusk, e dopo una parte nell’altrettanto grottesco Yoga Hosers). In aprile è apparsa in Planetarium, come sorella di Natalie Portman, e dal 15 giugno arriva con la sua vera prima prova da attrice: sarà in Io danzerò, esordio alla regia di Stephanie Di Giusto passato da Cannes l’anno scorso, film su Isadora Duncan, ballerina-mito vissuta a cavallo tra Otto e Novecento.

Cosa ha scoperto di sé nei panni di un’icona come Isadora Duncan? «Di lei sapevo che era un mito, ma non conoscevo la sua filosofia né quante cose avesse trasformato nel mondo della danza. È stata la prima a mostrare il corpo in un certo modo, e non amava fare prove. La cosa migliore per lei era ciò che emerge da dentro, che non si ottiene faticando per ore. Mentre la sua “rivale”, Loie Fuller era un’artista che lavorava fino alla sofferenza fisica».

 Lei è più incline al perfezionismo o alla naturalezza? «Sono a metà tra le due. Per questo ruolo ho cercato di lasciar andare me stessa, per avvicinarmi al personaggio, ma nella vita reale sono perfezionista. Ho sempre voluto essere brava in quello che faccio, ma non arriverei a soffrire».

Come si è preparata fisicamente per fare la ballerina? «Molta della danza che vede è veramente mia, ci ho lavorato sodo. Ma occorrono anni per arrivare a quel livello e avevo solo due mesi, quindi per i passaggi molto tecnici ho avuto una controfigura».

Nella vita vera è competitiva? «Non lo sono mi stata, ed è divertente recitare qualcuno di così distante da me. Ancor più interessante l’aspetto manipolatorio e seduttivo del personaggio».

 Come si può pensare a una carriera nel cinema senza essere competitivi? «Si deve essere determinati, e voler lavorare sodo, ma è diverso dall’essere competiviti. Per come la vedo io devi solo mettere le esitazioni da parte, sono quelle che ti tirano giù».

Quando ha capito che voleva fare l’attrice? «A 15 anni quando sono apparsa cinque minuti in Tusk, per divertimento. Non avevo mai fatto lezioni di recitazione, ma mi ha subito divertita».

 Chiamarsi Depp aiuta o ostacola? «Non posso negare che il nome porta con sé una certa pressione. Ma le dico una cosa, non accetterei mai un ruolo perché il mio nome attira attenzione. Sono piuttosto brava a leggere le intenzioni delle persone, mi sposto molto velocemente».

La lezione più importante imparata dai suoi genitori? «Fidarsi dell’istinto, sono stati i miei nonni a passare questo messaggio a entrambi. So che cosa voglio fare e come arrivarci, e quando sento una cosa nelle viscere so che devo procedere, se esito so che è meglio lasciar perdere».

“Mi conosci e non mi conosci” (lo slogan del video di Chanel n. 5 L’Eau) le calza a pennello… «Del resto Karl è un genio, non c’è nessuno come lui al mondo. È il genere di talento che non abbassa mai l’asticella, lo conosco da quando avevo otto anni e per me è come un parente. Chanel è una specie di famiglia che mi ispira parecchio, e sono praticamente cresciuta con loro».

Sulla sua famiglia si è detto di tutto ultimamente (la separazione dei suoi e i guai che hanno seguito Johnny Depp da allora), come si protegge? «Quando sei un personaggio pubblico in qualche modo autorizzi gli altri a dire quello che pensano di te, e ovviamente anche io ho i miei sentimenti. Ma so già tutto di me stessa e non leggo le opinioni di chi nemmeno mi conosce. Per me conta solo quello che pensa la mia famiglia».

Intervista pubblicata su Panorama dell’1 giugno

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Festival di Cannes 2017: i vincitori, il bilancio, le polemiche

28 domenica Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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bilanci cannes, Cannes 2017, cinema, Diane Kruger, Joaquin Phoenix, Loveless, polemiche, premiati, The square

Chi è salito in vetta e chi meritava di più, le storie di cui parleremo ancora e le cose che invece non vorremmo rivedere nella prossima edizione

È quasi metaforico che la Palma d’Oro per il 70° del festival di Cannes sia stata assegnata allo svedese The square, di Ruben Ostlund, un film sulla decadenza del mondo dell’arte (e non solo quello).

Pochi secondi prima di annunciare il titolo, il presidente di giuria Pedro Almodovar ha dichiarato “tutto dipende dalla luce”, un’altra frase variamente interpretabile, in questa annata che verrà ricordata come la più povera di film davvero degni del festival di cinema più importante del mondo.

E proprio quest’anno è stato assegnato un premio eccezionale per il 70° anno: lo ha vinto Nicole Kidman, che con un video messaggio ha ringraziato Sofia Coppola e il festival, «grazie di esistere». Un premio meritato, se si pensa che l’attrice e produttrice australiana era presente sulla Croisette con ben quattro film, di cui due in concorso, L’inganno, proprio della Coppola, e The Killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos.

Il gran premio della giuria è andato a 120 Battements par minute di Robin Campillo, che in molti avrebbero voluto Palma d’oro, così come non ha convinto la miglior regia attribuita a Sofia Coppola, che con un video messaggio ha ringraziato sua madre, per aver sostenuto l’arte nella sua vita, e Jane Champion, per essere un modello artistico.

I due premi che hanno messo d’accordo tutti, o quasi, sono stati quelli alla miglior attrice, Diane Kruger, e al miglior attore, Joaquin Phoenix. La prima era sensibilmente toccata, «dedico la mia vittoria alle vittime della strage di Manchester, e a chi ha perso parte della propria vita», ha dichiarato con la voce spezzata. Mentre Phoenix ci ha messo un bel po’ ad alzarsi dalla poltrona per andare sul palco, visibilmente sorpreso. La spiegazione possibile è che avendo visto il suo You were never really here vincere il premio per la miglior sceneggiatura, pensava i giochi fossero chiusi. Invece proprio la sceneggiatura, che quest’anno è stata premiata a pari merito in due film, è la scelta più contestabile del festival.

Sono stati premiati infatti i questa categoria The killing of a sacred deer di Lanthimos e il film già citato di Lynne Ramsay, e soprattutto questo secondo non trova affatto la sua forza nella storia, ma nella regia e nella recitazione di Phoenix.

Anche il Premio della giuria, andato a Loveless, ha suscitato perplessità: il film del russo Andrey Zvyaginstev meritava di vincere un premio più importante.

Ma premi a parte, questa edizione sarà ricordata come l’edizione delle polemiche.Prima fra tutte quella che ha coinvolto Netflix, scoppiata per i titoli di Noah Baumbach e Bong Joon Ho, The Meyerowitz Stories con Dustin Hoffman e Adam Sandler e Okja con Tilda Swinton. Polemiche necessarie, che hanno fatto chiarezza sul dna del festival: dal 2018, ha dichiarato Thierry Fremaux, Cannes accetterà in concorso per la Palma d’Oro solo film pensati per uscire sul grande schermo.

Hanno fatto molto discutere anche i ritardi e le lungaggini delle procedure di sicurezza per entrare al Palais des Festival, con apertura delle borse una a una. Si ringrazia per aver scoraggiato atti di terrorismo, ma bisogna trovare un modo per snellire le code.

E per chiudere in bellezza, anche vista l’estate alle porte, vale la pena spendere una parola sulla Grecia, una specie di protagonista silenziosa. Almeno di tre film. In Sea Sorrow, proiettato fuori concorso, la regia esordiente Vanessa Redgrave la osanna come la terra capace di insegnare al resto del mondo come vanno trattati i rifugiati. In The killing of a sacred deerviene invece citata mitologicamente. Il cuore della storia è un parallelismo con il sacrificio di Ifigenia, figlia minore di Agamennone, che il padre sacrifica solo per andare a Troia, quindi per il potere. In ultimo la si vede in Aus Dem Nichts di Fatih Akin, come la terra che accoglie l’ultimo atto della sua protagonista, proprio Diane Kruger. Un gesto che diremo solo sembrare incomprensibile, per non svelare il finale del film, e che a detta della stessa attrice «ognuno dovrà spiegarsi a modo proprio». Un po’ come questa edizione del festival.

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Good Time, Robert Pattinson diventa un criminale da applausi

27 sabato Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, fratelli Safdie, Good time, GQ Italia, recensioni, Robert Pattinson

L’ex teenager da botteghino si trasforma una volta per tutte nelle mani dei fratelli Safdie, o meglio della loro «energia autentica e selvaggia». E partecipa alla sceneggiatura di un film che è più volte un pugno nello stomaco. E per cui si aggiudica sei minuti di standing ovation

La nona giornata del festival di Cannes ha proposto il brillante Robert Pattinson di Good Time, diretto dai fratelli Josh e Benny Safdie, due bravi del cinema indipendente. L’ex vampiro di Twilight veste i panni di un disgraziato immerso nelle strade della New York degradata del Queens.

Gli occhi pallati, l’aria tutt’altro che in sé, si trascina dietro, per una rapina in banca, il fratello affetto da ritardo mentale: i due si infilano in un casino via l’altro, in una spirale negativa che non molla lo spettatore neanche per un minuto.

Scappa Pattinson, scappa per tutta la notte, dopo che la sua rapina è andata male, ed è sudato, trafelato e a caccia di una via d’uscita per tutto il tempo. Nella sua trasformazione in “villain” si tinge persino i capelli di biondo platino, e gira per le strade tra delinquenti veri.

A guidarlo è la bravura dei Safdie, che a Cannes avevano già portato Lenny and the kids (e successivamente alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia Mad Love in New York). «Abbiamo preparato in film in modo molto speciale», racconta Pattinson, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura. «Amo l’energia dei Safdie, sento che è autentica e selvaggia».

L’attore è ormai di casa sulla Croisette, dove negli anni ha presentato Cosmopolis, The rover e Maps to the stars, ma questo è un film in concorso, ed è un’altra cosa. «Volevamo fare qualcosa di espressamente adatto a lui, e abbiamo lavorato a un’idea di ossessione scrivendo la storia insieme. Ci ha fatto un sacco di domande, Rob è peggio di qualsiasi sceneggiatura, non sapevamo quanta passione avesse».

L’attore inglese è sincero quando racconta che c’è stato qualcosa di mai sperimentato nei film precedenti. «Ho incontrato molte persone che ti dicono di fare tutte le domande che vuoi, anche su dettagli che sembrano stupidi, ma non ho mai trovato questa disponibilità. Stavolta ho sentito che ogni domanda era bene accolta, e che non era mai il momento sbagliato per farla. Non mi era mai capitato nemmeno di sperimentare questo livello di intensità su un set, in cui si guida a 200 all’ora e ci si sente dire “fa niente se i freni non funzionano bene!”, mi sono molto divertito».

In questo film guerriglia style è un vero disperato. «Connie èun uomo a cui non importa di nessuno, ed è inconsapevole di quello che gli accade intorno. È un po’ la stessa cosa che è successa a me come attore, per il resto non ho molto in comune con lui».

I fratelli Safdie hanno messo tutta la loro esperienza passata in un lavoro che flirta col genere pulp e soprattutto con Martin Scorsese. «Non avevamo punti di riferimento, quando abbiamo girato il film, e poi l’ispirazione non viene da altri film, ma dalla vita reale. Per noi contano certe amicizie, e la nostra ossessione per le serie tv sui poliziotti. Si trovano più verità lì che altrove, per questo i poliziotti sono persone con cui vorresti passare un sacco di tempo».

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Elton John: The cut, le hit storiche si fanno corti d’autore. E spunta Spike Lee

24 mercoledì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti, Musica, Personaggi

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Cannes 2017, Elton John, Elton John: The cut, Spike Lee, video

Con un concorso assieme a Youtube Elton John premia tre giovani talenti imbattibili nel tradurre in videoclip alcuni dei suoi classici, poi, intervistato da un regista cult si lascia andare a una riflessione utilissima su arte visiva e musica

«Volevamo che la nostra musica fosse disponibile per altre generazioni. E poi l’adrenalina dei nuovi talenti è meravigliosa, ci piace molto sostenere i giovani».

Con queste parole Elton John, artista pop rock con 400 milioni di dischi venduti all’attivo, racconta l’idea di Elton John: The cut, una competizione globale voluta per creare i video ufficiali di tre famossissimi brani del baronetto che ne erano ancora sprovvisti.

Al richiamo hanno risposto talenti creativi ancora sconosciuti da 50 paesi, e ad avere la meglio sono stati Majid Adin e l’animazione che ha proposto per Rocket Man, Jack Whiteley e Laura Broownhill che hanno creato le coregrafie per Bennie and the Jets, infine Max Weiland con una sorta di live action pensato per Tiny dancer.

Il cantautore e musicista britannico è approdato a Cannes insieme a Bernie Taupin, e i due hanno festeggiato 50 anni esatti di collaborazione artistica assistendo all’anteprima mondiale dei tre corti.

Subito dopo la proiezione è salito sul palco del cinema Olympia nientemeno che Spike Lee, due volte nominato all’Oscar (prima di vincere quello alla carriera), che ha intervistato personalmente Elton e Bernie. Ecco i passaggi migliori di questo inco

SL. Ho avuto la fortuna di frequentare grandi musicisti come Michael Jackson, Prince, Miles Davies, Stevie Wonder, e di chiedere loro qualcosa sulla canzone particolare che tutti hanno. Lo chiedo anche a voi, come arriva quella canzone?

EJ. «Da cinquant’anni tutti i miei pezzi arrivano prima a Bernie, che scrive le parole, poi io vado in un’altra stanza e scrivo la musica. L’unica eccezione in cui è arrivata prima la melodia è stata Sorry seems to be the hardest word».

BT. «Sono andato a trovare Elton nella sua casa di Los Angeles e mi ha detto “mi è venuta quest’idea”. Me l’ha fatta sentire e ho pensato subito al titolo. Don’t break my heart è stata l’altra eccezione, ci siamo sentiti al telefono e dopo che mi ha fatto ascoltare la melodia gli ho detto “dammi cinque minuti, ti richiamo con le parole…”».

SL. Decidete insieme che storia raccontare?
EJ. «Dalla prima canzone fatta fino a oggi, non ho mai saputo che tipo di storia verrà fuori. Quando leggo le parole di Bernie cerco di immaginare la musica, un po’ come hanno lavorato i tre artisti che hanno fatto i nostri video, hanno ascoltato le nostre canzoni cercando di visualizzare delle immagini. È come se avessero fatto il botox ai pezzi!».

SL. Come vi siete conosciuti, 50 anni fa?
EJ. «Bernie aveva 17 anni e io 20, suonavo in una soul band. Grazie a Long John Baldry, che aveva un certo successo commerciale, siamo finiti in quei club in cui la gente cena mentre ascolta la musica, una cosa che ho sempre odiato. Mi sono detto che quello non era il motivo per cui volevo fare il musicista».

SL: E allora cosa hai fatto?
EJ. «Ho scritto un paio di canzoni e le ho registrate con la mia band, poi ho risposto a un annuncio su un giornale musicale, era della Liberty records che aveva aperto un ufficio a Londra. Negli uffici ho incontrato un uomo, Ray Williams, che mi ha chiesto cosa sapevo fare. Ho risposto “so cantare e scrivere, ma non le parole”. Mi ha dato una busta dicendo “questo signore le sa scrivere…”. Era un testo di Bernie, e come dico spesso anche ai miei figli, da 50 anni a questa parte non abbiamo mai avuto una discussione».

SL: Non avere video è stata una scelta vostra o della casa discografica?
E. «Non esisteva questo processo, siamo preistorici (grandi risate, ndr)».
B. «Quando abbiamo visto il lavoro di questi tre ragazzi eravamo così eccitati che la prima cosa che ci siamo detti è “quali sono i prossimi?”. Le immagini danno cuore, mostrano come si può far parlare la musica ancora di più,danno un ulteriore twist».

SL: Non avere un video è come vivere in un’altra epoca.
E. «Noi siamo la generazione precedente a Mtv, e siamo fortunati, perché quell’emittente ha fatto esplodere anche un sacco di gente che semplicemente fa video, mentre gli artisti devono avere la musica. Ma è vero che se ce l’hai, un video, un disegno o uno stralcio di film la migliorano, ti fanno affondare dentro la melodia».

C’è un caso particolare, nei lavori che abbiamo appena visto, ed è quello di Majid Adin: era incredulo per il fatto di essere a Cannes a presentare un suo corto, quando solo un anno fa era un rifugiato. «Majid è riuscito a raggiungere Londra dall’Iran nel 2015, dopo essere passato dall’infame “jungle camp” di Calais. Laureato in Belle arti all’università, si sta ricostruendo una vita artistica in Inghilterra», spiega Elton John. «Con una simile esperienza personale, ha dato la prospettiva migliore ai temi chiave di Rocket Men, che sono la solitudine e il viaggio».

Articolo pubblicato da GQItalia.it 
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Kristen Stewart debutta alla regia, e non scherza

21 domenica Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Moda & cinema, Personaggi

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Cannes2017, Come Swim, cortometraggi, debutto alla regia, Kristen Stewart

Dai vampiri, ormai lontani anni luce, a incubi alla Cronenberg e onde alla Malick (ma senza maniera). Il primo corto da regista dell’ex ragazza di Twilight  fa capire di che pasta è fatta

Uno spaventoso e magmatico muro d’acqua si muove in slow motion. Poi l’onda s’infrange e un uomo sott’acqua si lascia andare alla sua forza, finendo col galleggiare sospeso in superficie. L’atmosfera di Come Swim, esordio alla regia di Kristen Stewart presentato al Festival di Cannes dopo essere passato dal Sundance, fa capire che non si scherza.

Col procedere delle immagini del cortometraggio si capisce che la realizzatrice sta raccontando un incubo, in cui il protagonista è prima sopraffatto dal mare, poi tremendamente assetato, nonostante continui a bere. Una voce fuori campo lo martella, anche con frasi di una ex fidanzata, che non riesce a uscirgli dalla testa. Il lavoro fa venire in mente un certo Cronenberg nelle scelte cromatiche ed estetiche, ma anche Malick nelle immagini delle onde e persino le opere di Anselm Kiefer, con quelle macerie a circondare il letto del protagonista, Josh Kaye.

Prima della proiezione a Cannes la Stewart era emozionata e non ha detto molto. Ma qualcosa aveva spiegato in un’altra circostanza, parole che rendono molto chiaro questo lavoro.

«C’è stata un’immagine che non mi ha abbandonato per molto tempo», ha raccontato. «Era un uomo che dormiva sul fondo dell’oceano, isolato e lontano da tutto. In realtà è un’immagine tremenda, ma evidentemente mi piaceva e ho cercato di capire come potevo esteriorizzare questo feeling. A volte il dolore prende strane forme, e ci sentiamo come se stessimo morendo e nessuno fosse mai stato male come noi… Poi ti guardi da fuori, e ti rendi conto di essere patetico, perché ce la farai, come ce l’hanno fatta tutti. Ecco, di questo si tratta».

L’attrice americana non specifica a chi si riferisce questaelaborazione di un lutto, ma se i conti tornano – ha anche dichiarato di aver scritto i dialoghi quattro anni fa – non è pensare alla rottura con l’ex partner di vita e di lavoro Robert Pattinson.

Ieri sera qui a Cannes ha sbaragliato tutti, sicura nel suo look grunge oro di Chanel e con la testa rasata. Ma ancora più raggiante di lei era il delegato generale del festival Thierry Fremaux, arrivato sul palco in smoking per presentare il corto della sua pupilla. Il festival di Cannes ormai l’ha adottata, presentarla nella veste di debuttante a un compleanno importante come questo 70° testimonia che Kristen è una specie di genio mediatico.
È proprio sulla Croisette che la si è vista crescere. Non era ancora terminato il ciclone Twilight che era già qui come personaggio di Jack Kerouac in On the road, nel 2012. Poi ha convinto davvero nei panni dell’assistente occhialuta della Binoche in Sils Maria, del 2014. Ma l’anno scorso, quando si è presentata con due film e due registri interpretativi parecchio diversi tra loro (quello di Cafè Society di Woody Allen e diPersonal Shopper di Assayas), sembrava aver raggiunto l’apice. Anche il look era radicalmente cambiato (un caschetto platino con la ricrescita nera). Non fossero bastati tutti questi argomenti, a far scorrere fiumi di inchiostro si era aggiunta anche una scelta (molto ponderata) dell’attrice americana: mettere da parte ogni incertezza sentimentale e dichiarare finalmente il proprio amore per la sua assistente, Alicia Cargile.

Con Kristen non ci si annoia mai, e con un’altra fidanzata all’attivo, la strepitosa modella Stella Maxwell, ieri sera ha fatto di nuovo centro reinventandosi nei panni della regista. Inutile dire che la proiezione di Come Swim è stata un evento annunciato. E, a proposito di tormenti e lutti, la colonna sonora del corto luttuoso è di St Vincent, una sua ex.

La rivedremo presto nei panni di attrice: in Underwater, su una catastorfe naturale, cui seguirà JT Leroy, sulla storia del “misterioso” scrittore di cui si sono innamorate varie celebrity, e quindi Lizzie, un thriller basato su un omicidio realmente accaduto nel 1892.

Articolo pubblicato su GQItalia.it

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Okja e il mostro Tilda Swinton, volto del capitalismo a due facce

20 sabato Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Riflessione del momento

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animalisti, Bong Joon Ho, Brad Pitt, Cannes2017, capitalismo, Cristiana Allievi, Okja, Tilda Swinton

Il progetto di cui si parla di più in questi giorni al festival è il racconto in stile fantasy (nato 7 anni fa) di un argomento politico, economico e globale

Altissima, abito e stiletti bianchi, capelli platino, Lucy (Tilda Swinton) imbonisce la folla. Siamo nel cuore di New York e la corporation di famiglia di cui è a capo, la Mirando, in passato ha sfruttato i suoi dipendenti e l’ambiente. Ma oggi con lei,esperta di immagine, cambia faccia: a suon di slogan, auricolari da rockstar e sorrisi hollywoodiani. La sua azienda metterà fine al problema della fame nel mondo grazie a un maialino trovato in Cile e destinato a trasformare l’impatto ambientale della produzione di carne nell’arco dei successivi dieci anni. Ma i suoi abiti dal taglio clinico non devono confondere: il candore che mostra è una maschera.

Dopo il suo monologo pirotecnico lo spettatore è trasportatonella quiete delle montagne coreane, per essere catturato dal cuore della storia: tredicenne Mija e Okja, l’animale che dà il titolo al film in concorso del regista coreano Bong Joon Ho che a Cannes ha incendiato le polemiche (anche per un errore tecnico che ha fatto sospendere e ricominciare la proiezione a pochi minuti dall’inizio, con grandi fischi in sala).

Mija gioca felice con il suo amico enorme, un incrocio tra un ippopotamo e un maiale. Okja ricambia l’affetto della sua amica e con l’intelligenza speciale di cui è dotato le salva anche la vita. A rompere l’idillio, però, arriva uno scienziato-star della tv (Jake Gyllenhaal) assunto dalla Mirando per mostrare al mondo il prossimo livello di produzione della carne sul pianeta, presentato come miracoloso.

Mija non sapeva che il suo amico le sarebbe stato strappato via, ed è disposta a tutto per non perderlo. In uno dei suoi momenti di disperata rincorsa dell’animale incrocia un team di animalisti capitanati da Jay (Paul Dano) e determinato a far emergere la vera intenzione della corporation: fare duri esperimenti di laboratorio e produrre cibo geneticamente modificato per far lievitare le azioni dell’azienda.

Il viaggio della bambina al salvataggio di Okja è molto doloroso, e mostra allo spettattore l’agghiacciante catena del macello e degli esperimenti genetici, senza bypassare certe stranezze anche da parte dell’organizzazione animalista.

C’è chi lo ha definito Okja “il nuovo E.T.”, e ci sta ma non al 100%. L’idea del film prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt, in associazione con Netflix, nasce nel 2011, mentre il regista era ancora impegnato con il suo Snowpiercer, nel 2011. «Ricordo che, pochi giorni dopo l’anteprima del film a Seoul, andando all’aeroporto, Bong Joon Ho mi ha mostrato dei disegni con l’idea iniziale», racconta la Swinton. «Più avanti, ogni volta che ci incontravamo veniva naturale parlarne. Quest’idea del capitalismo con due facceè diventata centrale: una parte che cerca di decorare la sua brutalità, e l’altra che crede che i soldi siano tutto». E questi due aspetti, che la Swinton regala nel doppio ruolo di due sorelle a capo dell’azienda, si vedono all’opera con New York sullo sfondo, contrapposta al paradiso naturale della Corea.

 

Articolo pubblicato su GQITALIA.it

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Loveless, connessi senza amore

19 venerdì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Alexey Rozin, Cannes2017, Concorso, cristianaallievi, Festival di Cannes, Loveless, Maryana Spivak

Nel nuovo film del regista russo di Leviathan, genitori così occupati con se stessi da dimenticare di avere un figlio. Lei attaccata al cellulare, come in trance. E il bambino? Che fine ha fatto il bambino?

Una coppia sta divorziando nel peggiore dei modi: litiga in modo feroce e convive sotto lo stesso tetto, in attesa di vendere la propria casa. È il figlio dodicenne a farne le spese, si nasconde dietro la porta della cucina e ascolta – non visto – le cose più terribili che si dicono i suoi genitori, e che fanno male soprattutto a lui.

A pochi minuti dall’inizio, e con una scena molto potente che mostra proprio la sua disperazione, il quadro è completo: il titolo del film, Loveless, “senza amore” (Nelyubov quello originale) si riferisce a tutti i protagonisti del nuovo film del regista russo di Leviathan, Andrey Zvyaginstev, che a Cannes corre di nuovo per la Palma d’Oro.

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Il regista di Loveless Andrey Zvyaginstev a Cannes con i protagonisti, Alexey Rozin e Maryana Spivak.

«Con i miei produttori parlavamo di che film girare, avevamo molte sceneggiature pronte», racconta. «Poi ho sentito questa storia di una coppia che stava divorziando e il cui bambino è sparito all’improvviso, e non abbiamo avuto dubbi sul trasformarlo subito in una sceneggiatura».

Alexey Rozin e Maryana Spivak incarnano due genitori così occupati con se stessi da dimenticare di avere un figlio. Zhenya è attaccata al cellulare, ed è molto impegnata a postare, chattare, fare selfie. È come in trance, e racconta molto bene un universo di persone che non sono più in contatto con quello che hanno davanti agli occhi. «È difficile dire se sono una madre che ama o meno il figlio, perché non è detto che si pensi davvero ciò che si dice, le cose sono più sottili e complesse di come sembrano», commenta la Spivak.

Per Rozin questo è il terzo film col regista, «però prima si era trattato di una serie: è diverso dall’affrontare un film. Stavolta ho sentito di più la forza direttoriale di Andrey, è un uomo educato che sa esattamente dove portarti».

La storia è ambientata in Russia ma i dialoghi – quelli che raccontano “terrificanti” verità sono per lo più in bocca alla madre – trascendono i confini geografici. Ogni tanto qualche elemento del film riporta al paese d’origine, come i luoghi.

Il produttore Alexander Rodnyansky ha lavorato a tutti gli aspetti pratici più delicati, facendo costruire esattamente i tre appartamenti che Zvyaginstev aveva in mente per raccontare la sua storia. Il primo è quello della ex coppia, gli altri sono le dimore delle nuove relazioni che i due protagonisti hanno già in corso.

Poi ci sono i monumentali e fatiscenti edifici abbandonati in mezzo alla natura. «Volevo posti in cui ci fossero ancora alberi vivi intorno, hanno trovato un teatro e una sala da banchetti in cui c’erano ancora i resti di un matrimonio del 2007».

Poi ci sono le immagini di frammenti di notiziari che scorrono in tv, che raccontano lo stesso fenomeno distruttivo che stanno vivendo i protagonisti. «Quelle immagini ci servono a combinare la vita in Russia con quella dei protagonisti. Ma è tutto un po’ metafisico, la perdita di qualcosa di fondamentale nella nostra vita resta il tema centrale del film», dice Zvyagintsev.

Anche l’associazione di volontari che aiuta i genitori nella ricerca del figlio scomparso è un elemento autoctono, oltre a un contraltare al tema della mancanza d’amore di cui sono vittime i protagonisti. «Per rendere tutto credibile abbiamo lavorato davvero con un’associazione molto nota in Russia, i cui volontari dedicano molto del loro tempo per ritrovare bambini scomparsi. Hanno molto successo nel paese, risolvono otto casi su dieci».

Col procedere del film lo spettatore è sempre meno interessato al futuro delle due nuove coppie e sempre più apprensivo verso il ritrovamento del bambino. Il bellissimo finale riporta alle immagini con cui apre il film, e sorprende per l’ultimo dettaglio mostrato.

Loveless sarà distribuito in Italia il prossimo autunno da Academy Two.

Articolo pubblicato da GQItalia.it

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Sea Sorrow, Vanessa Redgrave regista tra gli immigrati

18 giovedì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti, Senza categoria

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, GQ.it, rifugiati, Sea Sorrow, Vanessa Redgrave

La festa per il settantesimo compleanno del festival di cinema più importante del mondo è iniziata sotto un sole insolitamente caldo ma la fredda accoglienza di Les Fantomes D’Ismael, di Arnaud Desplechin, che ha fatto da apripista. Degno di nota nella giornata inziale è stato invece il film passato fuori concorso che segna l’esordio alla regia di Vanessa Redgrave, Sea Sorrow.

74 minuti di documentario sulla crisi dei rifugiati (tema che quest’anno tornerà, per esempio in Happy End di Michael Haneke) di cui il figlio della Redgrave, Carlo Nero, è produttore, che colpiscono al cuore per la loro sincerità e coraggio. Siamo lontani dall’estetica che regala un effetto raggelante din Fuocoammare di Rosi, ma la semplicità della regia di questa attrice veterana e attivista politica, che si mette in prima persona davanti alla camera e dialoga con gli spettatori, parlando di sua figlia e mostrandone i disegni, è da vedere più come forza del film, che come limite.

Si parte con interviste a due uomini con due occhi scuri che trafiggono, uno arrivato dall’Afganistan e l’altro dalla Guinea. Entrambi raccontano nei dettagli il loro viaggio da incubo fino in Italia. L’attrice ottantenne parla poi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, prima di spostarsi su immagini durissime: la telecamera puntano un barcone e quello che succede tra le urla di chi implora di essere raccolto e trasportato in un’altra vita. Il focus si sposta sui bambini e sulle loro madri, con un reportage molto forte dal caotico “Jungle camp” a Calais, in cui vengono letteralmente abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza. Una battuta dell’attrice inglese riassume la situazione: “mi sento tornata a Riccardo III, è terrificante quello che ho visto”.

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L’attrice e regista Vanessa Redgrave, 80 anni.

A questo punto il film inizia un ping pong tra passato e presente in cui vari personaggi raccontano la loro esperienza di “rifugiati”, rafforzata da riflessione sull’importanza dei diritti umani. La Redgrave racconta la propria storia personale di bambina evacuata da Londra, durante la seconda guerra mondiale, per scappare alle bombe tedesche. Più avanti negli anni, quella di volontaria per aiutare gli ungheresi scappati dagli orrori sovietici. Un modo per continuare a sottolineare che quello dei rifugiati è un probelma antico. Subito dopo c’è Alf Dubs, un politico britannico molto attivo nella Camera di Lord che da tempo ispira molti a occuparsi di aiutare i bambini, lui che a sua volta è fuggito dall’occupazione nazista. Anche Ralph Fiennes, Emma Thompson e Simon Coates danno il loro contributo con scene uniche per i rifugiati, Fiennes è impegnato anche in una scena da La tempesta di Shakespeare, nella parte di Prospero.

Un ulteriore tocco al lavoro lo da la testimonianza di Martin Sherman, drammaturgo, a cui spetta il compito di sottolineare argutamente lo stato di shock in cui si trovano le migliaia di persone che scappano dalle bombe della Siria, dell’Afganistan o dell’Africa per affrontano un viaggio terribile. È l’adreanlina a guidarli attraverso un incubo, ma li sostiene solo fino al momento in cui si fermano: da lì in avanti si ritrovano in un campo profughi, con il mondo che gli crolla addosso e lo shock che sale nel corpo.

Insomma, è una materia talmente significativa quella che la Redgrave propone in Sea Sorrow, da farsi perdonare qualche ingenuità di regia.

Pubblicato su GQITALIA.it

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