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~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Wes Anderson scalda Berlino con L’Isola dei cani (e un cast stellare)

16 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Festival di Berlino

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20th Century Fox, Berlinale 2018, Cristiana Allievi, Festival di Berlino, Isle of dogs, L'isola dei cani, Wes Anderson

Il regista texano torna lì dove ha lanciato il suo The Grand Budapest Hotel e, al solito, incanta tutti. Con una storia semplice ma visionaria e piena di magia (vera) del cinema

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Dal film L’isola dei cani di Wes Anderson, che ha aperto la 68esima Berlinale (© 2018 Twentieth Century Fox)

«Volevamo raccontare una storia di cani. Si trattava di partire da loro, e di vedere dove ci avrebbero portati. Quando racconto certe storie non ho subito tutto chiaro in mente: parto da un’idea che cresce strada facendo». Con queste parole il visionario regista texano Wes Anderson ha aperto stamattina la sessantottesima Berlinale.
In una sala stampa gremitissima, con il cast che si è messo addirittura a cantare, ha presentato il suo film animato L’isola dei cani, a quattro anni di distanza da The grand Budapest Hotel che aveva dato il via all’edizione del 2014. E fa di nuovo centro, con la brillante fantasia che lo caratterizza e uno stuolo di superstar che hanno prestato la propria voce.

Siamo in un arcipelago in Giappone, fra 20 anni. A causa di una “saturazione canina”, e di un tipo di influenza che rischia di oltrepassare la soglia della specie e colpire anche gli umani, il sindaco della città di Magasaki emette un decreto esecutivo: tutti i cani devono essere esiliati su un’isola di immondizia. È così che Trash Island diventa una colonia di esilio di animali sia randagi sia addomesticati. Ognuno arriva chiuso nella propria gabbia, e viene abbandonato a un destino di solitudine, mancanza di cibo e di cure. Finché un ragazzino di 12 anni, Atari Kobayashi, decide di disubbidire al sindaco e vola con il suo Junior-Turbo Prop sull’isola per andare a cercare il suo animale. Con cinque amici speciali a quattro zampe (Chief, Rex, King, Duke, Boss, tutti nomi che servono a ricordare quanto agli animali manchino la casa e la famiglia di umani da cui provengono) scoprirà una cospirazione per sterminare per sempre tutti i cani della città. Ma il team porterà a termine una missione che cambierà il destino di tutti.

Il nono film di Anderson, e il secondo dopo Fantastic Mr. Fox a essere stato creato con la tecnica stop-motion, racconta la fantasiosa storia di un’isteria nei confronti dei cani, con una grande dose di ironia, dettagli e umorismo. «In origine erano due idee che poi sono diventate una. C’erano i cani, anche quelli Alfa, l’immondizia e i bambini. Poi è arrivata la location, e ha catalizzato la storia», racconta il regista sei volte candidato agli Oscar, che ha scritto questa versione fantasy del Giappone con gli storici collaboratori Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura. «Volevamo rendere omaggio al cinema giapponese di Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki». Del primo regista sono film come L’angelo ubriaco, Cane randagio, Anatomia di un rapimento e I cattivi dormono in pace ad averlo ispirato, con quelle storie che ruotano intorno a temi come criminalità e corruzione e in cui si trascende il male grazie a personaggi dalla grande umanità e onestà. La stessa umanità che ritroviamo nei cani, che hanno sentimenti forti e versano lacrime di empatia. «I dettagli e i silenzi sono importantissimi e hanno un ritmo tutto loro, e per questi mi sono rifatto invece a Miyazaki. Anche la scelta di Alexander Desplat di stare un passo indietro con la musica in certi momenti, viene da quel tipo di ispirazione». Il regista ha lavorato vecchio stile, usando miniature di cani fatti a mano. «C’è una certa parte dello stop motion che usa modellini, e se lavori così, abbracci il vecchio metodo combinandolo con i processi digitali. Abbiamo ripreso miniature, e si vede, ed è un modo di lavorare che mi piace perché mi ricorda la storia del cinema». Un’idea di fantasia che, in anni di lavoro, si è plasmata sui fatti che, nel frattempo, accadevano nel mondo. «Temi come il futuro, la spazzatura e le avventure dei bambini valgono in ogni luogo e ogni tempo».

Le voci degli animali e dei protagonisti umani appartengono a un pool di superstar, da Bryan Cranston a Edward Norton, passando per Bill Murray, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Greta Gerwig e Scarlett Johansson. «Sono persone che amo e con cui ho lavorato nel corso degli anni. Il bello è che una proposta di prestare le voci a un film animato non si può rifiutare, è un lavoro che puoi fare quando vuoi, anche a casa tua», conclude il regista.

Il film sarà distribuito in Italia dalla 20th Century Fox nel mese di maggio.

Articolo pubblicato su GQ.it 

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Kristin Scott Thomas: «Resisto a tutto, tranne che alle sfide».

09 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino, Personaggi, Teatro

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Cristiana Allievi, Donna Moderna, Gosford Park, Il paziente inglese, Kristin Scott Thomas, L'ora più buia, Sally Potter, The party, Wiston Churchill

DOPO QUATTRO ANNI DI LONTANANZA DAL SET, RECITA IN DUE FILM DI CARATTERE. IL CULT THE PARTY, GIRATO IN SOLI 15 GIORNI. E IL CANDIDATO ALL’OSCAR L’ORA PIU’ BUIA, IN CUI VESTE I PANNI DELLA MOGLIE DI WISTON CHURCHILL. UN RUOLO CHE ALL’INIZIO NON VOLEVA, TANTO CHE PER CONVINCERLA IL REGISTA HA RISCRITTO TUTTI I SUOI DIALOGHI

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L’attrice Kristin Scott Thomas, 57 anni (courtesy of The Sidney Morning Herald):

«Odio guardarmi sullo schermo. Vedo qualcuno che finge di essere qualcun altro, e non ci credo». Fa un certo effetto sentir pronunciare una frase così dissacrante da un’icona del cinema come lei. L’unica spiegazione a tanta audacia da parte dell’interprete di Gosford Park e Il paziente inglese viene forse dal suo Dna. Kristin Scott Thomas, 57 anni, nata in Cornovaglia ma trapiantata a Parigi dall’età di 19 anni, è la pronipote del capitano Scott, l’esploratore che ha perso la vita durante la competizione per raggiungere il Polo Sud. E suo padre, mancato quando aveva solo cinque anni, era un pilota della componente aerea della Marina Militare del Regno Unito. Non stupisce, quindi, che qualche tempo fa abbia dichiarato che non avrebbe mai più accettato ruoli da spalla: per convincerla a calarsi nei panni della moglie di Churchill, Joe Wright ha dovuto riscrivere tutti i suoi dialoghi. Non stupisce nemmeno la proverbiale riservatezza, se si pensa che dal divorzio dal marito François Olivennes nel 2008, un famoso medico francese con cui ha a vuto tre figli, non ha mai parlato di nuove relazioni sentimentali. E ad ascoltare cosa racconta di The party, film accettato dopo quattro anni di assenza dai set, risulta chiaro che le sfide sono l’unica cosa a cui non sa resistere. Questa è una pirotecnica girandola di incontri con un cast stellare, scritta e diretta da Sally Potter e nelle sale dall’8 febbraio.

In The party è una politica in carriera che organizza una cena fra amici. In pochi minuti la festa si trasformerà in un disastro, a causa delle dinamiche profonde che si scatenano fra i partecipanti. «Ero terrorizzata sapendo che avevamo solo una settimana di prove e due per girare, temevo che non mi sarei ricordata i dialoghi. È stata un’esperienza intensissima, in cui noi attori siamo costantemente esposti. Avevo deciso di smettere di recitare per il cinema e fare solo teatro, ma è stata l’esperienza più piacevole avuta su un set».

Merito della regista di Lezioni di tango? «È una delle poche donne a dirigire su questo pianeta, sa scrivere sceneggiature che sembrano scolpite e ti costringe a diventare il personaggio che crea per te».

Nel suo caso, una politica spudoratamente diretta. «Nella vita vera sono molto più idealista di Janet: sono nata e cresciuta a Redruth, lì anche se si pensano certe cose, non si dicono! È stato liberatorio calarmi in una donna piena di brutale verità, viviamo un momento storico di disintegrazione, è arrivata l’ora di fare qualcosa, di diventare più politici».

Cosa intende dire? «Mia madre Deborah (Hurlbatt, ndr) era una politica, conosco bene quella vita, è brutale, non perdona. Per me è triste vedere che abbiamo perso fede e rispetto per le persone che cercano di combattere per il bene comune, e credo sia successo da quando abbiamo perso Hilary Clinton».

Sua madre ha cambiato la sua attitudine verso la politica? «Lei agiva a livello locale, ma mentre era a New Orleans ha attraversato la tragedia Katrina. Io sono arrivata lì quattro giorni dopo, ho visto quanto bene può fare una persona in una città distrutta. Sono onorata di avere una madre che ha combattuto per cambiare, non a livello nazionale ma nei piccoli centri, quelli in cui si può ottenere o distruggere di più. E comunque spero ancora di vedere una donna alla Casa Bianca».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 5 febbraio

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L’altra Grace Jones. Amante, figlia, madre, sorella e nonna. Senza filtri

30 martedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Musica, Torino Film Festival

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Cristiana Allievi, documentario, GQ Italia, Grace Jones, Grace Jones: Bloodlight and Bami, Sophie Fiennes

Sophie Fiennes, sorella delle star hollywoodiane Ralph e Joseph, ci fa conoscere la donna che si nasconde dietro una delle icone più indelebili e graffianti degli Anni Ottanta

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Grace Jones con la regista Sophie Fiennes (courtesy Billboard, ndr)

Il viso come un teschio d’oro. Un corpo che pare scolpito nella pietra scura. E scenografie potenti quanto le coreografie che scorrono davanti agli occhi sulle note di Slave to the Rythm o La vie en rose in versione disco. Poi si passa al dietro le quinte, alla vita vera. Così, in un sapiente alternarsi di masquerade, episodi della vita più intima e personale, immersioni nella natura della Jamaica, cappelli eccentrici e soprattutto incursioni nella dolorosa storia familiare, si snoda il racconto di Grace Jones: Bloodlight and Bami, raffinato film di Sophie Fiennes presentato in anteprima all’ultimo Torino Film Festival che sarà in sala come evento il 30 e 31 gennaio 2018 grazie a Officine UBU in collaborazione con SkyArteHD.

Con un mix inedito di immagini mai viste prima, la documentarista inglese, sorella delle star hollywoodiane Ralph e Joseph, ci fa conoscere la donna che si nasconde dietro l’icona degli anni Ottanta.

Quello che sorprende di più del suo lavoro è la mancanza di filtri, per cui la Jones si mostra così com’è nei panni di figlia, madre, sorella, amante, creando una sensazione che fa da contrappunto alla pantera nera che divora il palcoscenico e che conosciamo bene. Sophie, 50 anni e un figlio di otto anni, Horace, è apprezzatissima a livello internazionale per i suoi lungometraggi che vanno a ritrarre grandi personalità del mondo dell’arte e della cultura.

Perché dopo l’artista tedesco Anselm Kiefer ha scelto proprio Grace Jones?
«L’ho incontrata quando ho girato un film su suo fratello Noel, che è pastore della City of Refuge Church, in California. Così ho conosciuto un essere bellissimo, con i suoi sessant’anni. Era il momento giusto per fare un film su una personalità così forte, e credo di aver trovato una chiave molto inusuale che sorprenderà. Mostro una Jones lontanissima dalle masquerade a cui ci ha abituati, mi ha permesso di entrare in una parte molto privata della sua vita».

Grazie al film scopriamo che Grace e i suoi fratelli, Chris e Noel, sono stati cresciuti per anni da un terribile patrigno: Mas P., uomo violento e autoritario…
«Eppure lei non è una vittima e non ha paura: trasforma la paura, butta fuori questa energia e la scaglia sul pubblico. Credo che abbia deciso di portarmi con lei perché desiderava esplorare la sua relazione con la Giamaica e la sua famiglia. Per cinque anni ho avuto la valigia sempre pronta, quando chiamava partivo. Ho raccolto moltissimo materiale, fra Tokyo, Parigi, Mosca, Londra e New York, e solo in un secondo tempo mi sono occupata di selezionarlo pensando a cosa avrei voluto farci».

Cosa significano le parole che ha scelto per il titolo del suo film?
«‘Bloodlight’ si riferisce alla luce rossa che si illumina quando un artista è impegnato in una registrazione in sala d’incisione. Mentre ‘Bami’ fa riferimento a una focaccia giamaicana di farina e tapioca, che simboleggia il pane della vita».

Grace dà la sensazione di essere una donna che preferisce stare nuda e sul palco, è così?
«Si sente più forte, in quella versione, e il palcoscenico è la sua àncora, il punto fermo a cui ritornare. Le abbiamo fatto indossare anche quegli incredibili cappelli di Philip Treacy che sottolineano le sue movenze da ex top model».

La Jones è anche una tenace donna d’affari, che discute dei suoi progetti musicali con un certo piglio.
«“Voglio essere libera di fare la musica che desidero” è una delle frasi che fanno capire che non si piega alle logiche del mercato. Il suo è un continuo processo sperimentale che la porta a capire chi è e chi vuole essere in quel momento, assecondando ciò che prova in quell’istante».

Altro elemento soprendente è scoprire la tanta religione nella vita della Jones. 
«Ho mostrato Grace mentre applaude la performance della madre in chiesa, e da spettatore senti che c’è qualcosa di potente mentre le guardi. Credo che sia dovuto alla mancanza di intimità con i suoi genitori, durante l’infanzia, che poi è il tema di tutta la parte del film girata in Giamaica».

[Continua…]

Intervista pubblicata su GQ.it il 30 gennaio 2018

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La forza di The Post nelle voci di Streep, Hanks e Spielberg

30 martedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Golden Globes, Miti

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Cristiana Allievi, freepress, giornalismo, GQ Italia, journalism, libertà di stampa, Meryl Streep, Steven Spielberg, The post, Tom Hanks

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Nessuno può introdurre meglio di loro questo titolo, candidato all’Oscar 2018 per il migliore film e la migliore protagonista, ma anche tutto il suo valore storico, politico e simbolico

1971. Siamo alle prime avvisaglie di interferenza politica in quella che è la libertà chiave nella vita di una democrazia. Steven Spielberg pesca, non a caso, un evento che ha minato la libertà di stampa, e lo sceglie proprio in un momento in cui l’America soffoca sotto i colpi della xenofobia e di un presidente intenzionato a infamare chi non la pensa come lui.

La storia di The post, che sarà nelle sale dall’1 febbraio grazie a 01 Distribution, ruota intono alla figura di Katharine Graham, la prima donna che finisce al comando, da editore, del Washington Post, secondo giornale locale dopo il Washington Star.

Meryl Streep, che ha ottenuto la ventunesima nomination agli Oscar per questa interpretazione, racconta una donna impreparata al ruolo che si ritrova a coprire in una società fortemente maschilista. Grazie al suo straordinario coraggio darà una grande scossa alla storia dell’informazione, decidendo di pubblicare segreti governativi che riguardano la guerra in Vietnam.
«La prima versione della sceneggiatura è stata scritta da Liz Hannah e acquistata da Amy Pascal sei giorni prima delle elezioni presidenziali», racconta la Streep.

«Tutti noi pensavamo si sarebbe trattato di uno sguardo nostalgico al passato, riflettendo su quanta strada avevano fatto le donne fino a oggi, soprattuto in vista di un presidente donna che davamo per scontato. Invece, con le elezioni, sono aumentate le ostilità verso la stampa e gli attacchi alle donne, dall’apice del nostro governo. Così  il film si trasforma, suo malgrado, in una riflessione su quanta strada non abbiamo ancora fatto».

Le vicende ruotano intorno alle Pentagon papers, un rapporto segreto di 7000 pagine stilato nel 1967 per l’allora segretario della difesa Robert Mcnamara. In pratica quei documenti raccontavano una verità a lungo nascosta: per quattro amministrazioni, quelle di Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson, il governo americano aveva mentito ai suoi cittadini e al mondo sulla guerra in Vietnam.
Mentre i politici sostenevano di volere la pace, la Cia e e i militari incrementavano il conflitto sapendo in partenza che non avrebbero avuto la meglio. In pratica, mandando a morte sicura quei 58.220 soldati che hanno perso la vita sul campo.

Il regista di Schindler’s List, Munich, Lincoln e Il ponte delle spieracconta, in un crescendo di tensione, come un brillante analista militare, Daniel Ellsberg, ex soldato dei Marines e poi del Vietnam, abbia deciso di fotocopiare e nascondere tutte quelle pagine, per poi consegnarle al New York Times.

Il 13 giugno 1971 appare in prima pagina un lungo articolo che fa scoppiare un inferno, e l’amministrazione Nixon chiede alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione dei documenti da parte della testata, con la motivazione che quelle informazioni avrebbero messo in pericolo la sicurezza nazionale.

Da qui in avanti la storia si fa ancora più rovente perché gli altri quotidiani iniziano a darsi da fare per pubblicare i documenti, approfittando dello stop dato al New York Times.

«La libertà di stampa è un diritto che consente ai giornalisti di essere i guardiani della democrazia, una verità incontrovertibile», racconta il tre volte premio Oscar Steven Spielberg che segna un altro punto a suo favore per quanto riguarda il filone storico dei suoi lavori. «Nel 1971, il tentativo di Nixon di negare il diritto di pubblicare i Pentagon papers fu un atto inaudito. Era la prima volta che succedeva qualcosa del genere dalla Guerra Civile americana. Oggi ci troviamo ancora una volta a osservare questa minaccia, e questo rende quei fatti tremendamente attuali».

Il due volte premio Oscar Tom Hanks interpreta Dan Bradlee, direttore del quotidiano locale, per niente spaventato dalla competizione con un colosso: «Ben Bradlee era molto competitivo, una vera bestia», racconta. «Aveva passione, era il tipo di uomo che voleva trovare non una grande storia, ma “La” storia. Nel giugno del 1971 il Washington Post era in competizione con il Washington Star, che era il quotidiano principale della capitale: il fatto che il Times avesse una storia che il Post non aveva, era un fatto che teneva sveglio Bradley la notte. Lo faceva impazzire. C’è una scena, in cui sono tutti riuniti nella sala di consiglio e stanno leggendo il giornale avversario, in cui Bradlee dice “siamo gli ultimi a casa nostra!”. È fantastica, racchiude il senso della sfida che guiderà tutto il resto del film».

Bradlee ha la vista lunga, se si pensa che il suo modo di ragionare aprirà la strada a inchieste come quella del Watergate, che porterà alle dimissioni di Nixon. Ma niente sarebbe successo senza di lei, Katharine Graham. «Era una donna che aveva la sensazione che il posto in cui era non le competesse», continua Meryl Streep. «La rappresentazione della redazione del giornale, come era nel 1971, è molto fedele: c’erano solo uomini ed erano tutti bianchi, le donne erano solo segretarie. In un simile contesto, questa donna sfida Nixon, senza sapere che un giorno sarebbe finita a capo di una delle società di Fortune 500, qualcosa di inconcepibile all’epoca, come vincere un Pulitzer con la propria autobiografia. Ma tutto accade grazie all’enorme fiducia fra lei, l’editore, e Ben Bradlee, direttore del suo giornale, uno degli uomini più coraggiosi che abbia incrociato in vita mia, di quel genere disposto a rischiare tutto».

Articolo pubblicato su GQ.it il 29 gennaio 2017

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Matt Damon: «Il vantaggio di non mentire alla mamma».

17 mercoledì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, dire la verità, Downsizing, emergenza pianeta, Fratelli, GQ Italia, Matt Damon, scandali sessuali a Hollywood, Suburbicon, XX Century Fox

SESSANT’ANNI FA, UN BRAVO RAGAZZO DIVENTA L’ASSASSINO DELL’ULTIMO FILM DEI CLOONEY. LO STESSO RAGAZZO, ORA SI FA RIMPICCIOLIRE PER IL BENE DEL MONDO. PERCHE’ L’ODIO, E LA GENEROSITA’, SONO SEMPRE ATTUALI

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L’attore e produttore Matt Damon, 

Nelle mani di George Clooney l’attore, sceneggiatore e produttore, figlio di un banchiere e di una professoressa di pedagogia, non sarà un bravo ragazzo, anzi: dal 14 dicembre al cinema incarnerà una massiccia dose di ferocia e follia. Suburbicon, la commedia dark diretta dal regista premio Oscar e passata in competizione all’ultima Mostra di Venezia, è un incrocio fra un soggetto dei fratelli Coen e la storia di un documentario girato in Pennsylvania nel 1957 scovato dallo stesso Clooney. Racconta la periferia americana degli anni Cinquanta, quando molte famiglie realizzano il sogno di avere una bella casa con tanto di giardinetto e garage, e tutto sembra assolutamente perfetto. Vale anche per i coniugi Gardner (Damon e Julianne Moore) e il loro figlio undicenne, ma solo finchè arriva in città una distinta coppia di neri a scatenare gli istinti peggiori dell’intera comunità, portando Damon a perdere totalmente il controllo. Poi, da gennaio, l’attore ci porterà nel futuro distopico di Downsizing-Vivere alla grande, diretto da Alexander Payne, in cui accetterà l’unica soluzione possibile alla crisi economica imperante: farsi rimpicciolire per avere un impatto small sull’ecosistema e per vivere una vita da benestante.

Chi è questo Gardner Lodge secondo i Coen e Clooney? «È un marito modello, ma anche un uomo malato di controllo. Ama sua moglie Margaret solo perché rinforza la sua idea di poter gestire tutto, cosa che in realtà non accade, e soprattutto perchè nessun altro gli da retta».

Le vicende sempre più dark di questa storia sono una grande metafora? «Sono un termometro, mostrano il livello di rabbia e di odio che c’è in questo momento nel mio paese. Pensi che io sono un bianco che va in giro ricoperto di sangue ad ammazzare la gente, ma la cosa non interessa a nessuno perché sono tutti occupati a infierire contro una rispettabile famiglia di neri. È da non credere».

 Amici e colleghi dicono che lei è davvero un bravo ragazzo: dove mette la sua parte oscura? «Finisce tutta nel lavoro, dove posso fare cose che alle altre persone sono concesse solo in terapia e a pagamento».

È un tipo d’uomo che ama il controllo? «Mi è impossibile per costituzione, sono abituato da sempre ad accettare le situazioni così come si presentano».

(… continua)

Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017

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Paolo Virzì: Livorno- Key West, in viaggio contromano

14 domenica Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, D La repubblica, Detroit, Donald Sutherland, Ella & John the Leisure Seeker, Florida, Helen Mirren, Notti magiche, On the road, Paolo Virzì

 

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Ha appena terminato le riprese di Notti magiche, film ambientato a Roma durante i Mondiali di calcio del 1990. E  dal 18 gennaio sarà nelle sale Ella & John- The leisure seeker, passato dall’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia e liberamente ispirato al romanzo di Michael Zadoorian (In viaggio contromano, Marcos Y Marcos), lavoro del regista, sceneggiatore e produttore livornese. Con Donald Sutherland ed Helen Mirren a fare da protagonisti, è il primo film interamente made in Usa del regista. Racconta il viaggio di una coppia in fuga dai sobborghi di Detroit e diretta in Florida, a Key West, a bordo di un vecchio camper. «È una storia diversa e non perché è ambientata in America», racconta Virzì. «Per la prima volta, rispetto ai miei copioni così affollati, ho voluto una storia semplice, fatta di due sole persone. Mi è servita a indagare cos’è un matrimonio, qual è l’elemento che lega due persone per tutta la vita. E per dire che non si tratta di una passeggiata».

Lei è un maestro, nel trattare temi difficili e penosi trasformandoli in avventure vincenti: come le riesce? «Sono cresciuto da solo, mio fratello Carlo è arrivato quando avevo otto anni. Eravamo in periferia, a Torino, i miei genitori non erano in una condizione economica privilegiata in più ero un timido. Evidentemente il tono delle storie che racconto viene da queste premesse».

Un figlio regista sarà stato l’ultimo dei pensieri di un padre carabiniere siciliano e di una casalinga livornese, è così? «Mia madre avrebbe voluto che facessi il medico, perché è molto ipocondriaca e sperava potessi prescriverle tante ricette. Ma a 21 anni grazie a Furio Scarpelli che mi ha preso a lavorare con lui ero già uno sceneggiatore, avevo scelto la mia strada».

Mamma ci è rimasta male? «Un giorno le ho potuto dire che anch’io, in fondo, curavo le persone. È successo dopo aver letto Le storie che curano di Hillman, psicologo junghiano che ha detto che raccontare storie è un modo per guarire dalla mancanza di senso della vita».

(continua…)

Intervista pubblicata su D LaRepubblica il 13 gennaio 2018

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La Swinging London di Michael Caine

10 mercoledì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Beatles, Bowie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Michael Caine, Miti, My generation, Panorama, Stones, Swinging London, Who

BLOODY COCKNEY DIVENTATO SIR, È STATO TRA I PROTAGONISTI DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE CHE HA CAMBIATO L’EUROPA PER SEMPRE. LUI E QUALCHE AMICO (I BEATLES, GLI STONES, BOWIE, GLI WHO)…

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Michael Caine in uno scatto del 1965 per il Sunday Times (courtesy Icon Panorama).

«A 10 anni volevo già diventare un attore. Ma la mia classe sociale non lo prevedeva, nemmeno il mio accento. Figuriamoci pensare di diventare famosi, era fuori da ogni logica». La sua carriera è iniziata grazie a un paio di pantaloni. E molti altri sono gli aneddoti che ruotano intorno all’abbigliamento e al look. Il primo: a una recita scolastica sale sul palco per una pantomima, e tutti ridono. In realtà non è merito della sua bravura, ma della lampo dei pantaloni che è scesa. Non importa, lui ha trovato ciò che vuole fare nella vita. Poi ci sono gli abiti che separano una classe sociale dall’altra. «A Londra, negli anni Sessanta, lo speaker della BBC che dava le notizie si vestiva in giacca a cravatta, nonostante fosse in radio. La mia generazione ha messo in discussione quei valori. Abbiamo fatto una vera rivoluzione, con la musica pop, il cibo, il look colorato e informale rispetto agli standard britannici…». E quando si fa notare a Sir Michael Caine che è una leggenda di stile, oltre che del cinema, lui sfodera un altro aneddoto. «Il mio miglior amico era un sarto. Qualsiasi cosa dicesse aveva ragione. Ho perso un sacco di chili ultimamente, ma indosso ancora le giacche che ha cucito per me anni fa». Vengono in mente le immagini di Alfie, in cui cammina in doppio petto con le mani in tasca sulle note di Burt Bacharach: alto, biondo e con un paio di occhiali neri che anticipano di cinquant’anni anni quelli che Tom Ford ha fatto indossare a Colin Firth. Sempre una sigaretta accesa fra le dita.

Ha una semplicità che lascia sgomenti, lo capisci quando cita i suoi amici Doug Haywor – il sarto che è stato una star in Inghilterra – George Harrison e Ravi Shankar senza traccia di enfasi. La nostra lunga conversazione parte nel Myfair di Londra e termina sulla spiaggia del Lido di Venezia. All’ultima Mostra d’arte cinematografica ha presentato My generation, il docu film di David Batty in cui è presenza sullo schermo, voce narrante e produttore. Nelle sale dal 22 al 29 gennaio come vento, è un viaggio a ritroso fra i ricordi in cui parla (l’audio è originale) con i Beatles, gli Stones, David Bowie, Twiggy, ma anche con i fotografi più famosi dell’epoca, Bailey, Duffy e Donovan. Sembra uno sforzo fatto per farci capire cosa ha dovuto attraversare- insieme ai colleghi citati – per essere ascoltato. E a 85 anni suonati quello che ancora emerge è l’orgoglio del “bloody cockney”, per dirla con parole sue. Cresciuto in una famiglia povera della working class, suo padre scaricava casse al mercato e la madre era una cuoca. Vivevano in un appartamento di Camberwell, per strada incontrava Charlie Chaplin, anche lui di quelle parti e mai, in vita sua, avrebbe pensato interpretare i giochi psicologici di Gli insospettabili, o blockbuster come Lo squalo e la trilogia del Cavaliere Oscuro, accanto a film d’autore come Youth– La giovinezza, in cui Paolo Sorrentino lo ha voluto compositore e direttore d’orchestra ritiratosi in Svizzera a fine carriera. La miglior performance della sua vita, secondo il due volte premio Oscar (per Anna e le sue sorelle e Le regole della casa del sidro), che continua a girare un film dopo l’altro.

Si è mai reso conto di quanto la sua immagine sia forte? «Non sono mai stato un tipo fashion, mi definirei piuttosto un “mystic cool”. Vede come sono vestito, anche oggi? Ho uno stile severo, e indosso sempre capi di un solo colore, il blu chiaro».

Come si diventa icone di stile? «Il mio miglior amico era Doug Hayword, ha confezionato tutti i miei abiti».

Per i suoi ruoli sullo schermo? «Per la vita di tutti i giorni. Nonostante sia mancato dieci anni fa, e io abbia perso un sacco di chili, indosso ancora gli stessi abiti. Questa giacca che vede è sua».

A che stile si è ispirato negli anni della sua formazione? «A quello degli americani, che facevano sempre foto della working class, cosa che gli inglesi non hanno mai fatto. Quando eravamo giovani mia madre mi portava a vedere i film di guerra, e tutti quelli americani su questo tema parlavano di soldati semplici, mentre nei film inglesi di guerra ci sono sempre solo gli ufficiali, ci ha mai fatto caso?».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon Panorama, gennaio 2018

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Martin McDonagh: «Le parole sono pietre (tombali)»

08 lunedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Golden Globes, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, Golden Globes, Martin McDonagh, parole, registi, sceneggiatore, scrittura, Tre manifesti a Ebbing, verso gli Oscar

A VENEZIA LO AVEVANO PREMIATO PER LA SCENEGGIATURA. IN SALA VINCERANNO I DIALOGHI. E NEL FRATTEMPO IL REGISTA E SCENEGGIATORE IRLANDESE SI AGGIUDICA QUATTRO GOLDEN GLOBES

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Martin McDonagh, regista e sceneggiatore (courtesy The Hollywood reporter).

Secondo il New York Times è uno dei più grandi commediografi irlandesi viventi. Martin McDonagh, anche sceneggiatore e regista, ha vinto ben tre Laurence Oliver Awards per il teatro e un Oscar al cinema per il corto Six Shooter, e i suoi lavori teatrali sono stati messi in scena in oltre quaranta paesi. E sono tutti ambientati in Irlanda, nonostante sia un britannico di origini irlandesi, con doppia cittadinanza. All’ultima Mostra di Venezia ha presentato il suo terzo lungometraggio, Tre manifesti Ebbing– Missouri, nelle sale dall’11 gennaio, che ha scritto e diretto e che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Come lo descrive Frances McDormand, la sua attrice protagonista, lo stile, di McDonagh è “una forma di realismo magico che si fonde con il gotico americano e si basa sull’idea che la gente di provincia non è prosaica ma poetica”. Perfetto, per un mago della parola che viene dalla working class. La storia del film, ambientata nella provincia americana è quella di Mildred, una donna esasperata dall’omicidio insoluto di sua figlia che porta scompiglio nelle dinamiche relazionali della cittadina. E solleva un bel polverone nei confronti dei poliziotti locali, gli ottimi Woody Harrelson e Sam Rockwell.

La sua commedia dark regala articolati dialoghi fra i personaggi, dove ha imparato questo uso della parola? «Ho sempre ascoltato quello che si dicevano le persone, sui pullman, nei caffè. Cercavo di farlo senza giudizio, anche se mi risultava difficile restare neutrale verso le classi sociali più alte. Ma ho sempre saputo che il mio lavoro è vedere l’umanità delle persone, al di là delle idee politiche».

E una certa raffinatezza, da dove viene? «Dal background teatrale, credo anche se il mio primo amore è stato il cinema e agli inizi odiavo il teatro: quello che andavo a vedere in Inghilterra era terribilmente politico e non aveva storia, non succedeva niente per tre ore! È stata la mia fortuna, la spinta a fare qualcosa di diverso».

I primi passi? «Leggendo libri di sceneggiature in biblioteca. Poi a 14 anni ho visto Al Pacino in American Buffalo, e quel linguaggio così forte mi ha colpito molto. Era il 1984 , ho pensato, “allora non è obbligatorio scrivere schifezze…”».

Il suo metodo? «Scrivo tre ore al giorno, e siccome lo faccio a mano, mi regolo sul portare a termine almeno tre pagine».

 Prossimi lavori? «Ho scritto A very, very, very dark matter. Viaggia in profondità negli abissi dell’immaginazione, andrà in scena a Londra nel 2018».

(… continua)

Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017

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Bambini diversi

22 venerdì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Tag

bambini meravigliosi, cinema, emozioni, Film di Natale, Jacob Tremblay, Julia Roberts, Natale 2017, Owen Wilson, rai cinema, Wonder

CHE SIANO PRODIGIO O MOLTO FRAGILI, SONO UNA MERAVIGLIA. CE LO INSEGNA UN FILM DI CUI È PROTAGONISTA  LO SPLENDIDO JACOB TRAMBLEY, DI ANNI 11

 

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Jacob Trambley, 11 anni (courtesy BuzzFeed)

 È una certezza. Perché non c’è dubbio che a Natale ci farà piangere tutti, grandi e piccoli. In Wonder di Stephen Chbosky, il film delle feste di Rai Cinema con Leone Film Group nelle sale dal 21 dicembre, Jacob Trambley è Auggie. Un bambino speciale, una “meraviglia”, come suggerisce l’omonimo best seller del 2012 di R.J. Palacio da cui è tratto il film, nonostante la rara malattia che lo ha colpito sin dalla nascita sfigurandogli il volto. Riuscirà ad attraversare la scomodità dell’ingresso a scuola e a conquistare un posto nel mondo, oltre che nel cuore dei suoi compagni, grazie alla sua intelligenza brillante e alla gentilezza innata. Ma anche grazie a una mamma e un papà (Julia Roberts e Owen Wilson) che con la sorella (Izabela Vidovic) non smettono un minuto di amarlo e sostenerlo. Jacob, il bambino che sta dietro a questo personaggio, nonostante le protesi che indossa per questioni di copione, riesce a creare una forte empatia con lo spettatore. Del resto quando di anni ne aveva solo nove aveva già interpretato Jack, il figlio di Brie Larson in Room. Da lì in avanti ha girato un film dopo l’altro, tra cui Il libro di Henry con Naomi Watts e nientemeno che La mia vita con John F. Donovan, il prossimo film di Xavier Dolan che vedremo prossimamente. Insomma, ha solo 11 anni ma di fatto quella che incontriamo è già una (piccola) star.

 Cosa ci racconti del tuo personaggio, come descriveresti Auggie? «È un bambino con una faccia diversa da quella degli altri, a causa di una malattia che si chiama sindrome di Treacher Collins. Riceve un’istruzione a casa, finchè la mamma decide di mandarlo in una scuola pubblica e per lui inizia una grande avventura. Dovrà superare la vergogna e il bullismo, è una storia bellissima!».

Come ti sei preparato? «Ho incontrato alcuni bambini del SickKids Hospital di Toronto. E soprattutto sono andato due volte di fila al raduno annuale della Children’s Craniofacial Association, che si occupa delle famiglie con bambini affetti da quel tipo di malattia. Ci siamo divertiti, abbiamo mangiato cose buonissime e ho scattato alcune foto che ho radunato in un libro, insieme alle lettere che mi hanno scritto. Con questa esperienza ho compreso davvero che tutti i bambini sono normali, e vogliono essere trattati con gentilezza».

Cosa consiglieresti ad altri che incontrano qualcuno come Auggie, che è un po’ diverso dagli altri? «Suggerirei di non stare a fissarlo, è davvero scortese. E poi direi di non farsi influenzare e di essere amici di tutti».

Hai dovuto indossare protesi per il film? «Ogni giorno mi sottoponevo a due ore di lavoro per trasformare la mia faccia. Ma la cosa bella è che avevo un enorme iPad su cui ho guardato molti film».

Ad esempio? «La storia fantastica, parecchi lavori di Adam Sandler e Star Wars, sono patito della saga. Nella mia camera ho cinque grandi costruzioni di Star Wars fatte col Lego, un’altra mia passione, quando viaggio mi regalano sempre nuove scatole».

Da due anni lavori con le star del cinema, com’è andata con Julia Roberts e Owen Wilson? «Owen è molto divertente, ed è bravissimo. Julia è molto carina, e poi è sempre allegra! L’ho osservata con attenzione e credo di aver imparato molto da lei».

Avete cercato di creare una relazione madre-padre-figlio, per il film? «Ci siamo conosciuti prima ma non moltissimo, il mio lavoro con le protesi portava via parecchio tempo tutti i giorni».

La tua vita è cambiata da quando hai girato Room? «Moltissimo, faccio interviste, conosco tante persone nuove e viaggio spesso. Sono stato in Europa, Messico, Africa, Asia, il Giappone mi è piaciuto moltissimo per il cibo e per le piante fiorite».

 

(…continua)

Intervista pubblicata su F del 21 dicembre 2017 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

L’arte viva di Julian Schnabel

13 mercoledì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Miti, pittura

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Tag

artisti, cinema, creazione artistica, icone, Julian Schnabel, New York, Pappi Corsicato, pittori

Il film di Pappi Corsicato omaggio all’artista newyorkese. Due anni di lavoro che offrono allo spettatore la sensazione di aver conosciuto un gigante

«L’unica foto di me che mi piace davvero è una in cui sto surfando. Ogni volta che la guardo cerco di ricordare la sensazione che provavo in quel momento. È una sensazione unica e irripetibile, mentre stai cavalcando un’onda, è potentissima».

L’acqua, il surf, la natura sono elementi chiave per Julian. Così come lo sono i suoi figli, gli amici e l’atto del creare un’opera d’arte.

In questo senso L’arte viva di Julian Schnabel, nelle sale come evento speciale il 12 e 13 dicembre grazie Nexo Digital, racconta un uomo attraverso le sue autentiche passioni.

Si può chiamarlo un viaggio che parte dall’Italia, dall’isola di Li Galli, davanti a Positano, e finisce nell’empireo dell’arte.

Oppure si può vederlo come l’omaggio di un artista a un altro artista.

 

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Julian Schnabel nel film di Pappi Corsicato (Nexo Digital)

Pappi Corsicato conosce Julian Schanbel (nato a New York nel 1956) da molti anni. Prima come pittore, poi come amico con cui trascorrere le vacanze. E a un certo punto dev’essergli scattato qualcosa dentro, per cui ha deciso di raccontarlo attraverso il film prodotto da Buena Onda con Rai Cinema.

Ci sono voluti due anni per girarlo, e l’effetto è potente: si esce dalla sala con la sensazione di aver conosciuto davvero un gigante, in tutti i sensi. Ci sono il suo amato pigiama, la dimora di Long Island e il palazzo in stole veneziano nel West Village di New York, i figli, le mogli e l’amata natura.

Soprattutto c’è lui, un artista esploso nella New York degli anni Ottanta, con Andy Warhol e Jeff Koons, amico di Al Pacino, Bono e Lou Reed, che nel film vediamo ritratto mentre è intento a creare le proprie opere.

Si alternano in sottofondo le testimonianze di amici e galleristi, che creano un bellissimo affresco.

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Julian Schnabel all’opera, nella natura (courtesy of Nexo Digital)

«Ho lasciato che Pappi frugasse nei miei archivi, anche se non ero entusiasta di partecipare a un film su di me, né ero nel migliore degli umori, in quel periodo. Ma Pappi è una persona molto gentile, ha un modo di fare le cose che mi ha conquistato. È un’operazione delicata, ognuno ha la propria visione delle altre persone, e se lo avesse girato la mia seconda moglie, un film su di me, o mia figlia Lola, entrambe ottime registe, sarebbe stato un lavoro diversissimo».

Al centro di tutto sta l’arte, o meglio la creazione artistica, cuore della vita personale di Schnabel, declinata in giganteschi dipinti e film come Lo scafandro e la farfalla (Miglior regia al Festival di Cannes, due Gloden Globe e la nomination come miglor regista agli Oscar), oPrima che sia notte (Leone d’argento e Gran premio della giuria al Festival di Venezia).

E poi ci sono il mare, le onde, il surf.
Molta acqua. «Per me è una macchina contro la gravità. È terrorizzante e potente allo stesso tempo, mi rigenera. E poi l’acqua è l’incarnazione delle memorie. Nella mia vita ho passato moltissimo tempo in acqua. Ed è il ricordo di me da bambino, quando mia madre mi abbracciava: l’acqua è la mia giovinezza».

Articolo pubblicato su Panorama il 13 dicembre 2017

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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