Carey Mulligan: «Non voglio più scappare».

Tag

, , , , , , ,

 

NEL FILM APPENA PRESENTATO AL FESTIVAL DI TORINO È UNA DONNA TORMENTATA CHE FUGGE DA SUO MATRIMONIO. E L’ATTRICE RACCONTA A GRAZIA DEI SUOI DUBBI E DEL MOMENTO IN CUI HA FINALMENTE CAPITO QUALE FOSSE IL SUO POSTO NEL MONDO

IMG_20181126_153249 (1).jpg

L’attrice Carey Mulligan, 33 anni, fotografata da Richard Phibbs per Grazia.

«Farebbe questa domanda anche a un uomo?». Quando le rispondo che si, chiederei anche a un attore se l’arrivo di due figli ha cambiato il suo modo di scegliere ruoli al cinema, Carey Mulligan sembra sollevata. «L’unica cosa che è cambiata è che, ancor più di prima, lavoro solo se vale davvero la pena di stare lontano dai miei figli. Dev’essere tutto perfetto, per farmi venire la voglia di lasciarli». Quella parola, perfetto, mi colpisce, e presto capisco perché. Abito castigato sotto il ginocchio, blu a pois bianchi, e caschetto biondo decolorato, poco dopo mi dice di non rivedere mai i propri film. «È terribile, intercetto tutti gli errori e penso che avrei dovuto fare le cose diversamente. Guardarsi su uno schermo è un’esperienza strana, è come sentire la propria voce nella segreteria telefonica e confrontarla con quella vera». Il fatto di essere british rincara la dose, in fatto di perfezionismo. 33 anni, nata a Westminster da una madre lettrice universitaria e un padre manager di hotel, Mulligan è sposata con Marcus Mumford, il leader dei Mumford & Sons, con cui ha due figli, l’ultimo di poco più di un anno. Ha iniziato a recitare a scuola a sei anni, ma dopo il liceo non è stata accettata dalla scuola di teatro. Una parte in Downtown Abbey e quella in Orgoglio e pregiudizio hanno fatto partire la sua carriera, mentre a fare di lei una star del cinema è stato An education, con cui si è ritrovata catapultata di colpo sotto i riflettori. «Non mi ero mai vista così tanto tempo sullo schermo, ho pensato di essere veramente noiosa, ero tutta faccia e non facevo niente… Ho chiamato mia madre, prima dell’anteprima al Sundance, per dirle “è terribile, non voglio andarci, torno a casa”. Poi il film ha avuto un tale successo, le nomination agli Oscar… Mi spiace non essermelo goduto, ho iniziato a riconoscere il mio lavoro solo alla fine». Diciamo che non stupisce che non si sia fatta divorare dalla macchina della notorietà, anche perché protegge la sua privacy con determinazione. Parliamo del suo ultimo film, una storia ambientata nel Montana negli anni Sessanta che racconta di una giovane coppia con un figlio che va in crisi e di una madre, lei, che tenta di cambiare radicalmente vita.  Wildlife, esordio alla regia di Paul Dano, passato all’ultimo Festival di Cannes e sugli schermi del Torino Film Festival il 23 novembre,  è basato su un romanzo di Richard Ford. Lei è Jeanette, una casalinga che deve badare a se stessa e a suo figlio dopo che il marito (Jake Gyllenhaal) le pianta in asso per andare a spegnere un incendio forestale. Si imbarca in una relazione pericolosa che può stabilizzare la sua famiglia o distruggerla. Un altro personaggio molto sfidante, adattato dal regista e dalla sua cosceneggiatrice e compagna, Zoe Kazan.

In Wildlife mostra aspetti di una donna che non si vedono spesso al cinema. «È inusuale vedere donne che mandano tutto in malora, per un momento. E se sbagliano fanno solo quello, non sai mai chi sono davvero, da fallite. La donna che interpreto è una brava madre e una brava moglie, ma non vedi questo di lei, quanto i suoi lati più deboli».

Da mamma perfetta a donna che beve e che cerca un amante ricco, da cui porta anche il figlio: è stato un viaggio interessante? «Mi piace l’esplorazione di varie versioni di sé. Jeanette si accorge di colpo, a 34 anni, che non ne avrà più 21 e che le cose che si era immaginata di essere, da teenager, sono sparite: è ridotta a essere una madre e una moglie, ed è normale essere molto spaventate. E poi diciamo la verità, non ci piace vedere donne infedeli, mentre tolleriamo che lo siano gli uomini, quindi sono felicissima di averla incarnata io!».

Cosa le è risultato più difficile? «Le scene da ubriaca, sono difficili da recitare, mentre la guerra con mio marito è stata facile».

Crede che la situazione delle donne è cambiata, dagli anni Sessanta?  «All’epoca il tabù sui matrimoni che finiscono in divorzi era molto più grande, il divorzio era quasi innominabile in certi ambienti. Ma sotto la superficie, in termini di ciò che ci si aspetta dalle donne è abbastanza simile, c’è ancora molta pressione: ora si possono fare scelte leggermente diverse, ma che tu sia una casalinga o una madre che lavora devi essere tutto e fare tutto, ed è ciò a cui reagisce il mio personaggio».

In cosa le assomiglia? «Mi sono identificata con la reazione a quella sensazione del tempo che passa, il panico che hai quando ti rendi conto di quanto tempo è passato. Ho riascoltato una canzone che ascoltavo molto quando avevo 19 anni e mi ha fatto saltare il cuore, ho pensato “avevo 19 anni due minuti fa!”».

Nel film dice “ho 34 anni”, come se fosse vecchia. «All’epoca era così. Quando mia madre è tornata nella sua città natale, nel Galles, dalla Giordania in cui viveva, e ha detto che non era sposata, pensavano che fosse divorziata: non potevi essere celibe a 28 anni, ed erano gli anni Ottanta!».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 22 Novembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La grazia di Hadas (Yaron)

Tag

, , , , , , , , ,

IMG_20181125_122659 (1).jpg

L’attrice israeliana Hadas Yaron, 28 anni (foto di Gabriel Baharlia per D La Repubblica)

«Il mio nome tradotto nella sua lingua è quello di un fiore bianco, credo sia il mirto… Ha un profumo meraviglioso». Resta molto sorpresa quando le diciamo che, fra le altre cose, da quel fiore si distilla un liquore molto apprezzato. Un destino che Hadas Yaron, attrice israeliana di 28 anni, condivide con la bevanda, se si pensa a quanto l’Italia l’abbia premiata e adottata. Per La sposa promessa, di Rama Burshtein ha vinto la Coppa Volpi come miglior attrice a Venezia sei anni fa, e quando è tornata a casa le hanno dato l’Academy Award d’Israele.  Era solo il suo secondo film, poi è stata la volta di La felicità è un sistema complesso, di Gianni Zanasi, con cui ha girato di nuovo Troppa grazia, a distanza di tre anni, presentato in anteprima mondiale nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del  festival di Cannes.

Il suo personaggio è nientemeno che la Madonna, che appare a Lucia, una geometra (Alba Rohrwacher) che ha una figlia e si arrabatta fra mille difficoltà pratiche e sentimentali. La Madonna le ordina di far costruire una chiesa nel mezzo di quello che sembra (sembra) il nulla.  «La proposta del regista mi ha resa molto felice anche se non sono religiosa e non ho un’idea forte come l’avete voi sulla Madonna. Non sono cresciuta con questa figura, sapevo chi è in senso generale, ma leggendo la sceneggiatura ho capito che si trattava di qualcuno di più umano. Nel film c’è umorismo, si parla di avere fede ma non in senso religioso: è più un credere ancora, un fidarsi, un saper immaginare nonostante si sia adulti». Nel caso del film di Zanasi la figura interpretata da Hadas è una specie di sguardo netto e senza compromessi sulle cose, con un forte senso etico ed esistenziale. La Madonna è una parte di lei, la fa tornare ad avere fiducia in se stessa, e lo fa mettendola di fronte allo sconosciuto, che è sempre spaventoso. «Come Lucia, a volte anche preferiamo stare dove siamo, nonostante non ci faccia bene, invece di muoverci verso qualcosa di nuovo».

Troppa Grazia mescola temi importanti a momenti di grande ironia, come quando al primo incontro Lucia scambia la Madonna per un’extracomunitaria che vuole denaro, iniziando lei una conversazione con parole ebraiche.  Una metafora, questa, del non capirsi e non sentirsi capiti, quando si incontra qualcuno che parla un linguaggio diverso.  «Credo che ogni persona conosca quella sensazione, viaggiando accade spesso. Io ho imparato l’italiano, ma se vado in Francia mi sembra strano non poter parlare l’idioma locale. Vorrei il super potere di parlare tutte le lingue del mondo. L’ebraico per me è una specie di codice segreto: so che se scrivo qualcosa, in genere nessuno può leggerla».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 24 Novembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Elio Germano: «Un figlio ti cambia prima di nascere».

Tag

, , , , , , ,

Sullo schermo ci ha abituati a personaggi di ogni tipo. Disadattati sociali, delinquenti, poeti leggendari, figli di ricchi contemporanei. L’ultimo è il ragazzo con il codino di Troppa grazia, ostinato nel cercare di tornare con la fidanzata che lo ha piantato da tempo, che è tormentata dalle apparizioni mistiche. Al confronto, la sua vita fuori dal set è molto meno avventurosa: sta da tre anni con Valeria, maestra di sostegno, di cui sappiamo pochissimo. Se non che nel 2017 è nato il loro primo figlio.  Attore e musicista, leader da vent’anni del gruppo rap Bestierare, tempo fa aveva detto: “Non potrei mai stare con una che fa il mio stesso mestiere. Quando torno a casa devo staccare”. Sulla paternità, invece, riusciamo a strappargli solo una battuta: «Mio figlio è ancora piccolo, ma in generale credo che non sia un bambino a cambiarti. Succede prima, quando decidi di diventare genitore». Fine delle confidenze, si torna a parlare dell’ultimo film, nelle sale dal 22 novembre.

Arturo, il personaggio che interpreta in Troppa Grazia, non ha figli. Ma le somiglia, almeno un po’? «Con il lavoro che faccio mi sembra di assomigliare a tutto e al contrario di tutto, mi dimentico di come sono fatto. Non lavoro razionalmente sulle similitudini fra me e i personaggi che interpreto. Arturo è un uomo in balia della sua donna, di cui è innamorato nonostante lei lo abbia lasciato da tempo. È molto ancorato alla realtà, ha problemi assurdi e non si fa contagiare dai sognatori che lo circondano».

Si riconosce, almeno nella sua determinazione? «Nell’ossessione direi, soprattutto quando lavoro. In un certo senso inventarsi un mondo che non c’è, relazioni che non si hanno, pensare che sei a letto con tua moglie o in stanza da solo a sognare, mentre di fronte a te vedi macchinari che si muovono mossi da operai, è roba da autistici e ossessionati».

Il film inizia con una discussione fra il suo personaggio e quello di Alba,  sul tradimento e come i maschi lo affrontino solo con il corpo… «È una voluta sequenza di stereotipi, dimostra quanto sia difficile non cadere in concetti pre masticati da qualcun altro, invece di pensare con la propria testa. Ci appoggiamo a dei sentiti dire che strutturano la nostra vita, e questo riguarda anche questioni più gravi, come la violenza sulle donne, che si stanno ampliando».

A cosa si riferisce? «Al #MeToo, per esempio. In questi mesi si sono creati stereotipi da entrambe le parti, ora è difficile arrivare a un dialogo davvero costruttivo. Si passa alle generalizzazioni, ho letto che in Francia ci si chiede se fare l’amore con la propria donna, mentre dorme, sia una forma di stupro o meno».

Nemmeno gli stereotipi sul tradimento sono solo veri, secondo lei? «Non c’è differenza fra uomini e donne su un argomento simile, dipende da come si imposta la propria vita e su cosa si basa un rapporto. Ho visto coppie che si definiscono aperte, composte da donne, uomini o da entrambe i sessi, e anche che stanno in tre, in quattro… Sono questioni private, è difficile generalizzare».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 28 Novembre 2018.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vincent Lindon, In guerra

Tag

, , , , , , , , , ,

DA SEX SYMBOL A MILITANTE, CONVERSAZIONE CON UN ATTORE CHE NON MA (MAI) ACCETTATO COMPROMESSI. E SI VEDE

«Non faccio pubblicità di profumi. Compro le mie giacche e nessuno mi dice come dovrei vestirmi. Non vado alle feste nè agli show televisivi che non mi piacciono, non rispondo a giornali che odio. Quando ha deciso di seguire queste regole? Quando sono nato». Ecco la ricetta della libertà secondo Vincent Lindon, che da sex symbol di Francia è diventato l’attore più impegnato che la sua nazione possa vantare. Lo si era capito con quei 15 minuti di applausi per la sua interpretazione di un primo ministro in Pater, al Festival di Cannes, un film illuminante in fatto di amministrazione della cosa pubblica. Con La legge del mercato, di Stephane Brizé, in cui è un cinquantenne che ha perso il lavoro ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi, ha vinto la Palma d’oro come miglior protagonista. E diretto dallo stesso regista, dal 15 novembre lo vedremo in un confronto molto più radicale. In guerra, proiettato in anteprima mondiale a Cannes, racconta due mesi di sciopero dei 1100 lavoratori della Perrin Industries e la lotta del loro portavoce con un management che vuole licenziare tutti nonostante i profitti. «Non è un documentario, nonostante il realismo. Lo spettatore non capisce cosa sta succedendo, la drammaturgia è molto forte, e questo è puro cinema», racconta l’attore. «Sappiamo che Amédéo, l’uomo che interpreto, si prende cura della moglie e della figlia, ma di fatto è un uomo in uno stato di guerra: con uno sciopero le persone occupano un posto, non perdono energie su altri aspetti della vita, non dormono, sono focalizzati su una quesitone di vita o di morte. E il film fa lo stesso». Nella vita vera, Lindon è un aristocratico con idee chiare su cos’è lo stile. «Da piccolo chiedevo a mia madre com’era vestito qualcuno, lei mi rispondeva  “con pantaloni e giacca, ma era molto chic”. Per me significa indossare qualcosa che indossano gli altri, ma in modo completamente diverso. A un congresso in Russia una signora ha chiesto a Yves Saint Laurent come essere fatale, attraente e distinta. Lui le ha risposto “ci vogliono una giacca, una gonna nera e un uomo che la ami”. Per un uomo vale lo stesso: bastano una giacca nera, una camicia bianca e una donna lo ami».

(continua…)

Articolo pubblicato di D La Repubblica del 17 novembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Kossakovsky da brividi

Tag

, , , , , , , ,

L’ultimo lavoro, che il regista ha presentato prima al Festival di Cannes e poi a quello di  Zurigo, racconta la potenza dell’acqua in tutte le sue forme. Liquide e no

 

coverlg.jpg

Un’immagine del docu film Aquarela, di Kossakovsky (Courtesy of Mymovies).

 

Si vedono 500 metri di iceberg che si staccano in Groenlandia, spostando una massa d’acqua immensa tale da scatenare piccoli maremoti circostanti. Si passa alle superfici ghiacciate del lago Baykal, in Russia, poi sull’isola Bornholm, dove si resta senza fiato davanti al colore dell’acqua del Mar Baltico che cambia col passare delle ore: rossa, verde, grigia, poi completamente nera.  Arriva la strabiliante visione frontale delle Angel Falls in Venezuela, mille metri di cascate in cui l’acqua non arriva mai a terra, polverizzandosi a metà percorso. «Mi ha chiamato un produttore scozzese chiedendomi se volevo girare un film sull’acqua», racconta il pluripremiato documentarista russo Victor Kossakovsky, incontrato al Festival di Zurigo. «Ho detto subito di no, quelli che avevo visto raggruppavano vari tipi di persone, dai politici agli scienziati agli attivisti. Tutti parlavano di clima, di inquinamento, di leggi, ma non si vedeva mai l’acqua. Finchè un giorno, ricontattandomi, ha detto “e se lo chiamassi Aquarela?”. Mi sono visto con un pennello in mano, e ho accettato». Così è iniziato un viaggio incredibile, anche per cercare i finanziamenti di un film senza esseri umani,  senza una storia, solo acqua in diverse forme e tre momenti di musica degli Apocalyptica, un gruppo symphonic metal finlandese. «Nel 2011 stavo girando Viva gli antipodi!, e il personaggio all’improvviso ha detto una cosa strana: “nella prossima vita vorrei non essere una persone, ma acqua”. Quando si è presentata l’opportunità ho deciso di partire da lì: ho messo la macchina nello stesso posto, sul lago Baycal, per riprendere quel ghiaccio spesso solo un metro, trasparente, sotto cui riuscivi a vedere i pesci… Ma è accaduto qualcosa di orribile, e  ho preso una direzione diversa». Conosciuto come il Rembrandt dei documentari (“perché metto le immagini al primo posto, prima ancora delle storie”), ha presentato questi 90 minuti mozzafiato in anteprima mondiale a Cannes. Girato a 96 fotogrammi al secondo, con un suono creato grazie al lavoro di 120 canali, è una chiamata viscerale all’umanità sotto forma d’arte, perché si svegli davanti al bene più prezioso che abbiamo. Un lavoro immane, incominciando lontano dal set. «Ogni mattina col mio team facevamo disegni, chiedendoci come regalare immagini che non si erano mai viste prima. Siamo stati dentro una tempesta  per tre settimane nell’oceano Atlantico, con onde di 20 metri, ci voleva un giorno per spostare la macchina da una parte all’altra della barca». Considerato che a Hollywood film come I Pirati del Caraibi sono girati in piscina, i segreti dietro ogni ripresa di questo lavoro hanno suscitato immediatamente l’interesse di Participant Media.  «I produttori americani mi hanno chiesto di smettere di parlare di come abbiamo lavorato perché volevano farne un libro. Ho appena incominciato a lavorarci, oltre alle parole ci saranno molti disegni».

Articolo pubblicato su GQ numero di Novembre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

Alla ricerca c’è Juli Jakab

Tag

, , , ,

«Tutto era molto più lento di oggi, e questo dava alla vita uno stile e una grazia che mi piacerebbe esistessero ancora». Con grandi occhi blu e una calma apparente, Juli Jakab racconta l’atmosfera del film di cui è stata interprete all’ultima Mostra del cinema di Venezia e nelle sale dal 15 novembre. Lei il cuore di Tramonto, è quella che lo spettatore segue, quasi sempre di spalle, in una storia personale che si trasforma in un declino sociale globale a ridosso della Prima Guerra mondiale. Siamo nell’Impero Austro-ungarico, Vienna e Budapest sono il centro culturale del mondo, ma sotto una superficie di benessere e prosperità ci sono vorticose tensioni sociali.  Una giovane donna, Irisz Leiter, arriva a Budapest in quello che era stato il negozio dei suoi genitori, creatori di cappelli leggendari.  Respinta dal nuovo proprietario, senza conoscerne il motivo, avvolta dal mistero e completamente sola, non cede: inseguirà indizi molto flebili che la riporteranno sulle tracce del fratello, unico legame col suo passato.

La nostra conversazione avviene mentre la stanno preparando per un servizio fotografico, sulla terrazza di un hotel veneziano in stile Art déco, e fuori dallo schermo la protagonista è minuta e parla in modo delicato.  La truccatrice le chiede se vuole che le metta il gloss sulle labbra, lei accenna a un no con la testa. Ma quando la domanda passa al mascara, è indecisa: la make up artist non capisce che Juli le sta chiedendo un consiglio, e procede spedita caricandole le ciglia.  Ascoltandola parlare ci si sente ancora immersi nel film in costume che uscirà nelle sale il 15 novembre, il secondo in cui a dirigerla è Laszlo Nemes, dopo la piccola parte avuta in Il figlio di Saul.

Ma partiamo dall’inizio. Jakab nasce a Budapest 30 anni fa e  si laurea in sceneggiatura all’Università di Teatro e Belle Arti nel 2013, senza che la recitazione sfiorasse i suoi pensieri. «Da bambina era molto timida, il palcoscenico mi terrorizzava. Ma all’Università è normale partecipare ai progetti di altri studenti e mi sono ritrovata in molti ruoli. Ricordo il giorno in cui a dirigermi è stato un compagno di scuola. Era un suo corto di cui avevamo scritto insieme la sceneggiatura. All’ultimo momento mi ha voluta al posto dell’attrice che avevano scelto, e all’improvviso tutta la mia timidezza è sparita, lì ho capito che stare davanti alla macchina da presa mi piaceva moltissimo». Una serie di coincidenze e vari corti dopo, arriva un piccolo ruolo in Il figlio di Soul, passato dal festival di Cannes tre anni fa per vincere poi un Oscar come miglior film straniero. «Avevo incontrato Laszlo 10 anni fa, ma il direttore del casting di Tramonto all’inizio non mi aveva considerata. È capitato però di incontrarci in uno dei peggiori periodi della mia vita. era nel 2014, me ne stavo sdraiata su un divano,  sfatta. Mi ha vista e mi ha detto “dovresti provare la parte di Juli…”. Così è arrivato il mio secondo film».

Diversamente da Il figlio di Saul, che aveva un approccio di tipo documentaristico, Tramonto assomiglia a un mistero a cui lo spettatore viene invitato a partecipare per 142 minuti accanto alla sua protagonista, senza trovare una via d’uscita da quello che sembra essere un labirinto stratificato. «Il processo di casting è durato 10 mesi, ho avuto il tempo di familiarizzare con la storia di Irisz Leiter, abbiamo percorso la sceneggiatura in lungo e in largo, parlando molto, ed eravamo d’accordo su tutto. Ho iniziato a capire presto che non dovevo pensare ma focalizzarmi sui sentimenti, una volta accettatolo abbiamo iniziato a lavorare bene da subito». Lei che fa la sceneggiatrice per la Hungarian national film fund, e che quindi oltre a recitare è impegnata attivamente sul fronte della scrittura di film, ha preso una decisione radicale prima di girare Tramonto: non partecipare alla stesura della storia. «Nel mio primo lavoro da protagonista volevo focalizzarmi completamente su questa donna, che per molti aspetti mi somiglia: è una persona che sente di dover risolvere un mistero e non molla. Conosco persone come lei, che riescono sempre a scivolare via e a risolvere ogni situazione. Hanno una certa determinazione e sono devote a una causa, questo rende tutto più facile. E prima o poi tutti nella vita ci confrontiamo con qualcosa di inevitabile, è successo anche a me: occorre resistere e aiutare le persone intorno a noi». Indagare su cosa sia stato quel momento drammatico a cui alludeva poco fa è impossibile: significa vederla sparire davanti a i propri occhi.  «I miei genitori sono insegnanti e amano i film, in casa non avevamo la tv ma andavamo sempre al cinema». Poi, il muro, sulla semplice domanda se ha fratelli o sorelle: «Ho un fratello e una sorella, ma ho avuto una tragedia personale di cui non voglio parlare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 10 novembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

 

Spike Lee: «Lassù qualcuno mi ama».

Tag

, , , , , , , , , ,

Spike-Lee-2-1500x1000.jpg

Il regista, attore, produttore e sceneggiatore Spike Lee, 61 anni (photo courtesy Vibe.com).

«Cosa è successo da quando BlaKkKlansmen è stato presentato all’ultimo festival di Cannes, lo scorso maggio? Il film ha avuto una grande risposta, e la cosa mi rende particolarmente felice: sta portando luce sulle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Giorno dopo giorno le notizie si stringono  intorno al collo dell’Agente arancio. Non fatemi pronunciare il suo nome, io lo chiamo così». Considerate che Agent Orange si riferisce ovviamente al colore della chioma  di Donald Trump, ma è anche il nome tristemente noto di un defoliante utilizzato durante la guerra in Vietnam e accusato di aver causato tumori e disabilità a centinaia di migliaia di civili. Vi sarete fatti un’idea  di quanto Spike Lee ami il suo presidente. Spike, 61 anni, di Brooklyn, è una palla di fuoco. Ha appena ritirato a Venezia il premio Filming Italy, nato per promuovere l’Italia come set cinematografico nel mondo. Gli nomino Charlottesville, da cui sono tornata da poco, mi chiede se il motivo della mia visita è stato l’anniversario di Unite the Right. Comprensibile, visto che dopo lo scontro mortale tra suprematisti bianchi dell’estrema destra e i contro manifestanti, il 12 agosto dello scorso anno, la cittadina che per lungo tempo era stata affascinante sede della University of Virginia e del suo fondatore, Thomas Jefferson, è ormai sinonimo di lotta razziale. Per questo motivo il regista di Fa’ la cosa giusta ha inserito gli avvenimenti di Charlottesville a chiusura del film che aveva appena terminato, e che ha poi vinto il Premio della giuria al festival di Cannes: un finale che inchioda alla sedia, in un silenzioso sgomento.Il film è un adattamento cinematografico del libro Black Klansman, scritto dall’ex agente di polizia Ron Stallworth, e racconta la vera storia di questo poliziotto nero che nel 1979 si è infiltrato nel Ku Klux Klan, vicenda mantenuta segreta fino al 2014. Stallworth avrebbe voluto che a interpretarlo fosse Denzel Washington, ma considerato che all’epoca degli eventi narrati aveva 25 anni, la strategia di Spike Lee è stata di fidarsi del sangue e puntare sul figlio di Denzel, John David. Scommessa che il pubblico – il 10 agosto scorso BlaKkKlansmen è uscito negli Usa, e a ruota un po’ in tutto il mondo, fino ad arrivare nelle nostre sale il 27 settembre –ha giudicato riuscitissima.Siamo in una suite di uno degli alberghi più belli del Lido di Venezia, Lee ha un piatto di frutta fresca davanti, ma non la toccherà per tutta la conversazione. Racconta di aver appena terminato le riprese della seconda stagione  della serie tv She’s gotta have it, ma torna sul rabbiosissimo BlacKkKlansman, che per molti versi, come vedremo, fa anche rima con amicizia. Anche se è una parola che  lui riserva a pochi eletti.

È stato Jordan Peele, uno dei produttori, a chiamarla per proporle la sceneggiatura di BlaKkKlansmen. Si può dire sia un successo nato da un’amicizia? «Non eravamo proprio amici. È andata così: mia moglie Tonya  Lewis era nel consiglio del Sarah Lawrence College, e un giorno mi ha detto “devi andare a parlare agli studenti di cinema della scuola”, e visto che volevo farla felice, ho seguito il suggerimento. Lì uno degli studenti mi ha detto “ciao, io ti conosco”, era Jordan Peele. Anni dopo mi ha proposto la sceneggiatura perché dice che so creare la tensione giusta e poi tirare un pugno allo stomaco. A me invece era piaciuto Scappa-Get Out, che Jordan ha scritto, diretto e interpretato».

Il cuore del film è la relazione fra due poliziotti, interpretati da Adam Driver e John David: come l’ha costruita sul set? «L’amicizia è uno dei tanti livelli del film, ci sono anche  il thriller, il poliziesco, il film d’epoca, tutto va insieme.  L’alchimia a cui allude è un fatto chimico, e glielo dimostro. Prendiamo due bicchieri, quello sulla destra del tavolo è Adam Driver, quello a sinistra è John David. L’attore A è bravo, l’attore B anche. Ma insieme non sai cosa succederà. Quindi proviamo ad avvicinare i bicchieri: sul set la chimica c’era dall’inizio, ma Adam e John David hanno dovuto lavorarci giorno per giorno. I personaggi non sono amici dal primo momento: l’avvicinamento è progressivo e avviene grazie a un goal comune, il Ku Klux Klan».

Ho sentito John David dire “non so cosa abbia visto in me Spike Lee”. «Lo conosco da prima che nascesse, glielo ripeto spesso. Sapevo che sarebbe stato perfetto, l’ho visto nella serie tv Borders e in alcuni film indipendenti. Non gli ho fatto audizioni, non ci siamo nemmeno incontrati prima, mi ha semplicemente risposto “Ok, ci sto”».

L’aveva già ingaggiato insieme al padre Denzel nel suo Malcom X, quando aveva solo 9 anni. «Io e Denzel siamo vicini, abbiamo lavorato insieme, anche se non siamo migliori amici».

Come ha scelto Adam Driver? «Per il lavoro che ha fatto. È un tipo di attore che non si ripete mai e questo mi piace molto».

Lei e John David siete neri, Adam è bianco… «Sul set c’erano molti altri attori bianchi, la linea di separazione che s’immagina non c’era. Thoper Grace, per dire, mi ha parlato di quanto sia stato duro per lui interpretare David  Duke, il capo del Klan. Per quanto mi riguarda, nel cuore ho amore per tutti, non odio. Inoltre quando le persone si incontrano su un set, sesso e differenze sociali spariscono. Di Jaspar Paakkonen non sapevo nemmeno che fosse finlandese, per me era uno dell’Alabama o del Mississippi. Mi ha invitato a un festival a Helsinki, a fine settembre, e lì ho scoperto che ha una delle 10 top Spa nel mondo».

 

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su GQ n. Ottobre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lady Gaga «Ho tenuto stretta la mia musica».

Tag

, , , , , , ,

lady-gaga-venezia-1.jpg

La cantante e attrice Lady Gaga, nome d’arte di Stefani Germanotta, 32 anni,

Cronaca di un incontro avvenuto in tre fasi all’ultima Mostra di Venezia. La prima, sullo schermo. Struccata, con i capelli castani, in jeans e maglietta, la Ally che canta in un locale per drag queen e non crede nelle sue capacità mi arriva dritta allo stomaco. Mi chiedo quanto la protagonista di A star is born assomigli alla vera Stefani Germanotta, alias Lady Gaga, ragazza della East coast americana con origini italianissime. Poche ore dopo la incontro sul red carpet, e stavolta è biondo platino, avvolta in piume di struzzo rosa. È diversa da Ally ma ridimensionata rispetto al passato (chi se la ricorda da David Letterman in mutande, guepiere, giacca in pelle e maschera neri, solo qualche anno fa?). C’è un altro dettaglio che mi colpisce: inizia a piovere a dirotto, lei non smette di firmare autografi e fare selfie con i fans per 10 minuti cronometrati. Segno di professionalità, ma anche  di generosità. Il giorno successivo la incontro per l’intervista, Gaga indossa un sobrio completo blu con i capelli raccolti.

La popstar da 30 milioni di dischi venduti nel mondo ha due film e la serie tv American Horror Story alle spalle. Ma A star is born, terzo remake del film cult del 1937 è il suo esordio da protagonista. Il ruolo è quello di una cameriera con doti canore che si cimenta in bar frequentati da drag queen  e si innamora di un cantante pop rock che la porterà sulle vette del successo. Anche Gaga, ex compagna di classe di Paris Hilton, è partita dal coro del liceo per poi iniziare a proporre pop music nella New York underground, anche in questo caso cantando fra le drag queen. Poi sono venuti i dischi d’oro, i sold out, le piogge di premi e i tour su palchi vertiginosi, come quello del Super Bowl dell’anno scorso.

Come la devo chiamare? «Gaga o Stefani, come le piace di più. Gaga è un nome partito come scherzo del mio produttore, dal brano Radio Ga Ga dei Queen. Ho iniziato a usarlo per gli show di Burlesque che successivamente ho incorporato nelle performance pop. Ormai è un soprannome, è come un mantra».

 Com’è successo che Bradley Cooper arrivasse a proporle il suo film? «Ero a un evento per la lotta al cancro, c’era anche lui e mi ha sentita cantare La vie en rose. Poi ho ricevuto una sua telefonata, è venuto a casa mia. Mi ha raccontato il suo progetto e guardandolo negli occhi ho sentito una chimica immediata. Siamo entrambe della East coast, e con radici italiane».

Sullo schermo siete esplosivi, cosa ha acceso quel fuoco fra voi? «Il fatto che per molti anni abbiamo entrambe accumulato un talento che voleva esprimersi in un’altra direzione, e quando succede è una specie di esplosione. Dopo 15 minuti che ci conoscevamo stavamo già cantando insieme: mi ha portato una canzone, The midnight special, e la cantava dalle viscere».

Ha cantato al Super Bowl e con Tony Bennett, dove si posiziona la prova attoriale con Cooper? «Sulle stesse vette, e forse più in alto… Perché stavo anche recitando, e Bradley ha dovuto accettarmi in veste di attrice. All’inizio dell’avventura ci siamo stretti la mano e gli ho detto: “Credo in te come musicista”, lui ha risposto “Credo in te come attrice”, e così è stato».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su F del 10 ottobre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tom Schilling: «Se ti amo, ti porto via con me».

Tag

, , , ,

L1008583.jpg

L’attore Tom Schilling fotografato da Julian Hargreaves. 

Sullo schermo si trova nella peggiore delle posizioni. Nei panni di Kurt Barnert, è un pittore che si innamora appassionatamente di Elisabeth (Paula Beer) ma si ritrova contro il suocero (Sebastian Koch), che è un medico e anche un criminale . In Opera senza autore, del regista premio Oscar  Florian Henckel Von Donnersmarck, ha convinto pubblico e critica all’ultima Mostra di Venezia, e il film, basato su fatti realmente accaduti, sarà nelle sale dal 4 ottobre.Per fortuna nella vita vera l’attore di Oh Boy, un caffè a Berlino, 36  anni e una faccia che assomiglia ad Alain Delon da giovane, e felicemente legato a Annie Mosebach, con cui ha tre figli.

Un film di tre ore da protagonista, come si è preparato? «Scelgo pochi lavori perché ci metto molto a calarmi in un personaggio, e sono il mio critico più acerrimo. Ho passato molto tempo all’Università a parlare con un insegnante di pittura, e poi in studio con Andreas Schon, l’artista di cui si vedono i dipinti nel film. Per anni è stato assistente di Gerard Richter, l’ispiratore del film e il pittore contemporaneo più quotato del momento».

Una storia d’amore, un dramma che attraversa ben tre epoche di storia tedesca. «Da attore preferisco le trame difficili, dal tempo dei greci la tragedia è più attraente della commedia, fa riflettere di più».

La felicità non ci fa bene? «Sì, ma il desiderio di raggiungerla è un motore importantissimo: se mi dessero una pillola che mi rende sempre felice non la prenderei».

Cosa farebbe davanti a un suocero mostruoso? «Il mio personaggio è un po’ come Gesù, porge l’altra guancia. Ma è anche molto focalizzato, ha un dono: trasforma ogni umiliazione in arte. Per questo è così forte».

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia n. 42 del 4/10/2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ana Beatriz Barros: «Ritorno per conquistarvi».

Tag

, , , , , , ,

 

370482.jpg

La modella brasiliana Ana Beatriz Barros, 36 anni. 

«Da quando ho avuto mio figlio porto il 42 di scarpe, mi è cresciuto il piede di un numero». Scherza, Ana Beatriz, mentre prova gli stiletti per il servizio fotografico. Voce profonda e un marcato accento brasiliano nel suo inglese, quello di queste pagine è il primo lavoro che accetta da quando è rimasta incinta di Karim, avuto con l’imprenditore egiziano Karim El Chiaty, sposato nel 2016 a Mykonos. «Mio figlio ha nove mesi ed è la mia priorità assoluta. Ricordo quando viaggiavo quattro giorni alla settimana, dormivo sugli aerei e passavo il resto della giornata sui  set fotografici. Quando sei molto giovane lo puoi fare. Devi essere capace di stare da sola, non sa quanti compleanni ho passato in una stanza d’albergo… Ma ero molto focalizzata: io il successo l’ho cercato, da subito». Barros modella lo è nelle viscere, nonostante la sua vita di moda sia iniziata come quella di tante colleghe: è stata scoperta da un agente dell’agenzia Elite in spiaggia che aveva solo 13 anni. Poi ha vinto vari concorsi di bellezza, finché Guess l’ha lanciata con una campagna. Da lì in avanti ha lavorato per i più grandi della moda, da Victoria’s Secret a Chanel, da Gucci a  Dolce & Gabbana, finendo sulle copertine delle riviste di moda più importanti al mondo nonché fra le divine del calendario Pirelli.  Siamo nella suite veneziana dell’hotel Aman Venice, fuori vorrebbe piovere ma non succederà, mentre  Ana mi racconta che sono già passati 23 anni da quando  ha iniziato a fare la modella.

Cosa ricorda della sua infanzia? «Mio padre è un ingegnere meccanico, sono cresciuta in Brasile cambiando città ogni due anni. Uno dei miei ricordi più belli sono le vacanze dai nonni, nella loro fattoria a Mina Gerais, nel centro del Brasile. Andavamo a cavallo nella campagna, era meraviglioso».

Cosa è rimasto nei suoi occhi, di quell’epoca? «Il fiume, gli animali, il colore verde… Ancora oggi le amo stare dove ci sono l’acqua e il verde, è la cosa che preferisco al mondo».

Soffrirà, a vivere a Londra…«La nostra casa in South Kensington è piena di arte colorata, abbiamo  molti dipinti e statue di artisti brasiliani, è una casa allegra».

Quanto è stata ferma per la maternità? «Un anno e mezzo, e mi mancava il lavoro. Adesso che  Karin ha nove mesi posso tornare a lavorare, non con i ritmi che avevo prima di lui, naturalmente».

Sta allattando Karim? «L’ho fatto fino a sei mesi, poi ho perso il latte, altrimenti sarei andata avanti».

Com’è essere madre? «Tutti mi avevano detto che avere un figlio è bellissimo, ma finché non provi la sensazione in prima persona non puoi capire quanto sia magico. Per me essere madre è la cosa più bella che mi sia successa fino a qui».

Ha la sua famiglia intorno che l’aiuta? «Ho partorito in Brasile, poi siccome mio marito lavora in Egitto, a Londra, in Arabia, siamo dovuti venire via. Abbiamo una tata che ci aiuta».

Come vi siete conosciuti lei e suo marito? «In un bar di New York, mi ha chiesto come mi chiamavo e un suo amico gli ha detto “ma non si chi è?”.  Dopo quella volta ci siamo incrociati in altre due occasioni, se le racconto come non ci crede».

Sono tutta orecchi. «Stavo prendendo un caffè a Soho, e me lo sono ritrovato davanti. Qualche giorno dopo, ero a nord di Manhattan, dove non vado mai, e una mia amica stava facendo shopping. Stava provandosi non so quante paia di scarpe,  ci metteva così tanto che le ho detto “io vado a fare due passi”.  Ed ecco che lui passa di nuovo davanti a me… ».

A quel punto cosa gli ha chiesto se la stava seguendo. «No, ho pensato che forse era il caso di scambiarci i numeri di telefono! Sono abituata a chi cerca di attaccar bottone, non do confidenza a nessuno. Ma la terza volta… non potevo far finta di niente, infatti Karim mi ha chiesto il numero di telefono».

(… continua) 

Intervista di copertina pubblicata su Grazia, n. 42 del 4/10/2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA