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«Tutto era molto più lento di oggi, e questo dava alla vita uno stile e una grazia che mi piacerebbe esistessero ancora». Con grandi occhi blu e una calma apparente, Juli Jakab racconta l’atmosfera del film di cui è stata interprete all’ultima Mostra del cinema di Venezia e nelle sale dal 15 novembre. Lei il cuore di Tramonto, è quella che lo spettatore segue, quasi sempre di spalle, in una storia personale che si trasforma in un declino sociale globale a ridosso della Prima Guerra mondiale. Siamo nell’Impero Austro-ungarico, Vienna e Budapest sono il centro culturale del mondo, ma sotto una superficie di benessere e prosperità ci sono vorticose tensioni sociali.  Una giovane donna, Irisz Leiter, arriva a Budapest in quello che era stato il negozio dei suoi genitori, creatori di cappelli leggendari.  Respinta dal nuovo proprietario, senza conoscerne il motivo, avvolta dal mistero e completamente sola, non cede: inseguirà indizi molto flebili che la riporteranno sulle tracce del fratello, unico legame col suo passato.

La nostra conversazione avviene mentre la stanno preparando per un servizio fotografico, sulla terrazza di un hotel veneziano in stile Art déco, e fuori dallo schermo la protagonista è minuta e parla in modo delicato.  La truccatrice le chiede se vuole che le metta il gloss sulle labbra, lei accenna a un no con la testa. Ma quando la domanda passa al mascara, è indecisa: la make up artist non capisce che Juli le sta chiedendo un consiglio, e procede spedita caricandole le ciglia.  Ascoltandola parlare ci si sente ancora immersi nel film in costume che uscirà nelle sale il 15 novembre, il secondo in cui a dirigerla è Laszlo Nemes, dopo la piccola parte avuta in Il figlio di Saul.

Ma partiamo dall’inizio. Jakab nasce a Budapest 30 anni fa e  si laurea in sceneggiatura all’Università di Teatro e Belle Arti nel 2013, senza che la recitazione sfiorasse i suoi pensieri. «Da bambina era molto timida, il palcoscenico mi terrorizzava. Ma all’Università è normale partecipare ai progetti di altri studenti e mi sono ritrovata in molti ruoli. Ricordo il giorno in cui a dirigermi è stato un compagno di scuola. Era un suo corto di cui avevamo scritto insieme la sceneggiatura. All’ultimo momento mi ha voluta al posto dell’attrice che avevano scelto, e all’improvviso tutta la mia timidezza è sparita, lì ho capito che stare davanti alla macchina da presa mi piaceva moltissimo». Una serie di coincidenze e vari corti dopo, arriva un piccolo ruolo in Il figlio di Soul, passato dal festival di Cannes tre anni fa per vincere poi un Oscar come miglior film straniero. «Avevo incontrato Laszlo 10 anni fa, ma il direttore del casting di Tramonto all’inizio non mi aveva considerata. È capitato però di incontrarci in uno dei peggiori periodi della mia vita. era nel 2014, me ne stavo sdraiata su un divano,  sfatta. Mi ha vista e mi ha detto “dovresti provare la parte di Juli…”. Così è arrivato il mio secondo film».

Diversamente da Il figlio di Saul, che aveva un approccio di tipo documentaristico, Tramonto assomiglia a un mistero a cui lo spettatore viene invitato a partecipare per 142 minuti accanto alla sua protagonista, senza trovare una via d’uscita da quello che sembra essere un labirinto stratificato. «Il processo di casting è durato 10 mesi, ho avuto il tempo di familiarizzare con la storia di Irisz Leiter, abbiamo percorso la sceneggiatura in lungo e in largo, parlando molto, ed eravamo d’accordo su tutto. Ho iniziato a capire presto che non dovevo pensare ma focalizzarmi sui sentimenti, una volta accettatolo abbiamo iniziato a lavorare bene da subito». Lei che fa la sceneggiatrice per la Hungarian national film fund, e che quindi oltre a recitare è impegnata attivamente sul fronte della scrittura di film, ha preso una decisione radicale prima di girare Tramonto: non partecipare alla stesura della storia. «Nel mio primo lavoro da protagonista volevo focalizzarmi completamente su questa donna, che per molti aspetti mi somiglia: è una persona che sente di dover risolvere un mistero e non molla. Conosco persone come lei, che riescono sempre a scivolare via e a risolvere ogni situazione. Hanno una certa determinazione e sono devote a una causa, questo rende tutto più facile. E prima o poi tutti nella vita ci confrontiamo con qualcosa di inevitabile, è successo anche a me: occorre resistere e aiutare le persone intorno a noi». Indagare su cosa sia stato quel momento drammatico a cui alludeva poco fa è impossibile: significa vederla sparire davanti a i propri occhi.  «I miei genitori sono insegnanti e amano i film, in casa non avevamo la tv ma andavamo sempre al cinema». Poi, il muro, sulla semplice domanda se ha fratelli o sorelle: «Ho un fratello e una sorella, ma ho avuto una tragedia personale di cui non voglio parlare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 10 novembre 2018

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