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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Personaggi

Antonio Banderas, «Se solo fossi un poeta»

25 sabato Mag 2019

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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Antonio Banderas, Cannes 2019, CAnnes 72, Dolor Y Gloria, interviste illuminanti

GLI AMORI DEL PASSATO E LA DONNA CON LA QUALE OGGI HA CONQUISTATO LA SERENITA’. L’ESPERIENZA DI INTERPRETARE IL REGISTA PEDRO ALMODOVAR NEL FILM CHE PORTA A CANNES. LA SCELTA DI GUIDARE UN TEATRO NELLA SUA SPAGNA. ANTONIO BANDERAS PARLA CON GRAZIA DELLE SUE EMOZIONI, COSI’ FORTI CHE ANCORA NON TROVA LE PAROLE GIUSTE PER ESPRIMERLE

di Cristiana Allievi

«È andata così, a un certo punto nella mia vita l’amore si è preso tutto lo spazio che prima aveva la carriera». Quando incontriamo Antonio Banderas ha voglia di parlare di setimenti, quelli veri, che prova per sua figlia Stella, avuta con la ex moglie, l’attrice Melanie Griffith. «Quello che vedo riflesso in lei è il tipo di donna che amo, e le confesso che mi rende molto orgoglioso». I conti tornano: Stella oggi ha 22 anni, è nata alla fine degli anni Novanta, l’epoca in cui sbarcato in America, il “latin lover” costruiva la sua carriera di star mondiale con Philadelphia, accanto a Tom Hanks, La maschera di Zorro, con la Zeta Jones, e Intervista col vampiro insieme ad altri sex symbol come Brad Pitt e Tom Cruise. «Sono stati anni bellissimi, e in America mi sono anche innamorato e ho messo su famiglia. Per i successivi 20 anni la mia vita ha conosciuto una fase molto diversa da quella precedente», dice. Poi nel 2015 Banderas ha divorziato dalla Griffith, sua seconda moglie, e oggi è legato a Nicole Kimpel, la consulente finanziaria conosciuta cinque anni fa proprio a Cannes e con cui vive nel Surrey, a sud di Londra. Atteso a Cannes il 17 maggio,  sarà la star più fotografata del Festival di Cannes il giorno in cui verrà proiettato Dolor Y Gloria, lo stesso giorno  in cui uscirà al cinema e in cui interpreta Salvador Mallo, un regista sul viale del tramonto alle prese con ricordi, depressione e potenza dirompente della creazione artistica. In pratica Banderas racconta la vita del regista del film, Pedro Almodovar, l’uomo che 37 anni fa lo volle in Labirinto di passioni, il primo di otto film insieme. La somiglianza fra i due è impressionante. «Mi sono immerso in un contesto in cui tutto era suo, dalla casa ai mobili della cucina al resto dell’arredamento, incluse le scarpe e molti dei vestiti che indosso. Poi ci sono i capelli, mi hanno pettinato proprio come Pedro».

Cosa le ha detto per trasformarla in se stesso? «“Se pensi che in qualche sequenza ti possa aiutare imitarmi, puoi farlo”. Gli ho detto che non era necessario, preferivo che il personaggio emergesse da dentro di me».

Anche la depressione che mostra sembra reale. «Perché la conosco, è vera, l’ho vissuta anch’io. Qualche tempo fa sono finito in ospedale, è bastato non potermi muovere come prima per iniziare a pensare a tutto quello che è accaduto nella mia vita. Ho capito molte cose, sono cresciuto». 

Almodovar l’ha fatta tornare a un personaggio intenso e profondo, come quelli che recitava prima di lasciare l’Europa. Cosa prova oggi quando guarda l’America? «Dipende, gli Usa sono tante cose insieme, anche in Italia non si mangia solo pizza… C’è il lato oscuro, soprattutto in politica, fatto di populismo, nazionalismo, estremismo, ma c’è anche l’innocenza, quel modo adorabile di creare cose dal nulla. In Europa ci portiamo un gran peso sulle spalle, siamo lenti quando ci muoviamo, lì sono pratici e molto più veloci. E Melanie per ha rappresentato qualcosa che mi faceva perdonare i peccati commessi dall’America».

Addirittura? «Certo, infatti l’ho sposata. Ha qualità come bellezza, generosità e allo stesso tempo vulnerabilità, le stesse che ho visto anche negli occhi di Marilyn Monroe e di Ava Gardner. È un femminile molto speciale, che in un certo senso rappresenta una nuova nazione, una nuova speranza, un progetto fatto di molte persone di diverse razze e religioni che convivono insieme. È un esempio di come potrebbe essere il mondo, con tutti i problemi che comporta. C’è qualcosa che ho amato in quegli occhi e che è difficile da spiegare: parlare d’amore e di come ti innamori non è facile, devi essere un poeta».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 16 maggio 2019

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C’era una volta a Hollywood, di Quentin Tarantino

22 mercoledì Mag 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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Brad Pitt, C'era una volta a Hollywood, Cannes 2019, CAnnes 72, DiCaprio, Margot Robbie, Quentin Tarantino

Dopo tanta attesa, poche ore fa sulla Croisette abbiamo assistito all’anteprima mondiale di C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino. Nella sala Lumiere, alle 16.30, è stato letto un messaggio ufficiale del regista: “Cari giornalisti amanti del cinema, vi preghiamo di non diffondere dettagli sul film che ne rovinerebbero la visione. Fate che sia la stessa che avete avuto voi”. Solo a lui è concesso di fare certe cose, diciamolo, e non meraviglia, perché per il regista che 25 anni fa ha vinto qui la Palma d’Oro per Pulp Fiction sulla Croisette c’è un tifo da stadio. E alla fine della proiezione si contano sei minuti di standing ovation per lui e il cast presente.

Questo è forse il film più tarantiniano di Quentin Tarantino, che ne è regista, scrittore e produttore. Ci ha messo dentro il suo adorato western e il cinema dei generi, i suoi ricordi da giovane, le serie tv di culto come FBI, i produttori, le star di un tempo, i set di Hollywood. A distanza di poche ore da Nicolas Bedos, che anche lui con il suo ottimo La belle Epoque ci ha fatto vedere il cinema dentro il cinema.

L’ambientazione, senza spoilerare, è nel 1969 e precede noti fatti criminali  avvenuti a Hollywood. La storia ruota intorno a Rick Dalton (uno straordinario Leonardo DiCaprio), idolo della tv, che vive un momento di cambiamento  nella carriera. Al suo fianco c’è il compagno storico, il suo stunt Cliff Booth, interpretato da Brad Pitt (un figurino, con abbronzatura californiana). I due sono molto amici e cercano di cavarsela nell’ultima fase della golden age di Hollywood, con Rick che vive in una casa sulle colline e ha come vicini di casa i Polanski, mentre Cliff ha come dimora una roulotte con il cane e la tv. Dopo aver girato un grosso western, Rick accetta di andare in Italia a girare lì quattro film con Sergio Corbucci (che Tarantino ama e che ha omaggiato con Django). Torna quindi a Los Angeles con moglie italiana e un bel po’ di soldi. Una volta a casa lui e Cliff si ritrovano per una memorabile serata di sbronze che culmina in un tripudio di cinema destinato a passare alla storia (e che non riveleremo per rispettare la richiesta del regista).

Il racconto è pieno di salti temporali, in avanti e indietro, e come al solito porta cambiamenti alla storia. Sul set si incrociano personaggi favolosi interpretati da Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russell, e Luke Perry poco prima della sua scomparsa. Per godere della presenza di tutti occorrerà aspettare il 19 settembre, mentre gli Usa anticipano al 26 luglio, esattamente  a distanza di 50 anni dai terribili fatti di cronaca che racconta.

Leggi cosa mi è piaciuto del film e cosa meno nel mio articolo per GQ.it

Pubblicato il 22 maggio 2019

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Antonio Banderas, «Adesso divento Pedro»

16 giovedì Mag 2019

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Antonio Banderas, Cannes 2019, CAnnes 72, Dolor Y Gloria, GQ Italia, interviste illuminanti, Pedro Almodovar

Nella lunga conversazione avuta con Antonio Banderas a Madrid, l’attore e produttore mi ha parlato della sua esperienza con la morte, per prima cosa. Ovvero di quando, due anni e mezzo fa, ha subito tre interventi al cuore e ha toccato la morte da vicino. Fatto, questo, che lo ha riavvicinato alla vita e che ha lasciato tracce visibili in lui. E mentre l’icona latina di Hollywood faceva i conti con quello squarcio apertosi su qualcosa di vertiginoso, sulla scena della sua vita si ripalesava un mentore. Anzi, il mentore, Pedro Almodovar, a sua volta pronto per un film epocale. È così dopo essere stato Dalì, Pancho Villa, Picasso e Mussolini -solo per citare i personaggi realmente esistiti che ha incarnato- Antonio Banderas si è trovato a interpretare l’uomo che 37 anni prima lo aveva notato, fuori da un caffè di Madrid.  Hanno fatto sei film insieme, Banderas è diventato una star europea. Ma lui voleva di più, voleva Hollywood. Così è volato Oltreoceano, costringendo Almodovar a incassare un duro colpo. E dopo anni di successi clamorosi al botteghino, deve aver sentito il richiamo della profondità dei personaggi di Pedro, così i due si sono ritrovati in Dolor Y Gloria, nelle nostre sale dal 17 maggio, in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes, in Concorso. Una prova di recitazione minimalista ma della massima efficacia, la materializzazione di una connessione fra anime per cui Banderas interpreta Pedro stesso. E per cui, ne siamo certi, entrambi avranno riconoscimenti importanti. La nostra conversazione è avvenuta il giorno dopo la visione di Dolore e Gloria a Madrid.

L’intervista è pubblicata sul GQ Italia, numero Maggio/giugno 2019

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Stacy Martin, «La mia vita in transito».

26 venerdì Apr 2019

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Attrici, Il racconto dei racconti, interviste illuminanti, Lars Von Trier, Matteo Garrone, MeToo, Quel giorno d'estate, Stacy Martin, Vanity Fair

HA LASCIATO PARIGI DA BAMBINA, E SI È TRASFERITA A TOKYO. POI, QUANDO HA DECISO DI DIVENTARE ATTRICE, HA INTERPRETATO UNA PARTE DI CUI TUTTI HANNO PARLATO. NON STUPISCE ALLORA CHE STACY MARTIN ABBIA VUTO BISOGNO DI TEMPO PER SCOPRIRE LA PROPRIA IDENTITA’ (E PER NON DOVERSI OGNI VOLTA SPOGLIARE)

Stacy Martin, 28 anni, attrice (courtesy CR fashion book)

«Ho tradotto un film in giapponese per il mio fidanzato. Quando ho capito che ce l’avevo fatta mi è sembrato di avere un potere segreto». Qualcosa di simile Stacy Martin deve averlo sviluppato davvero. Forse essere stata catapultata da Parigi a Tokio all’età di sette anni l’ha resa una specie di aliena, obbligandola ad adattarsi a situazioni estreme.

Poi però, quando Lars von Trier le ha proposto Nymphomaniac con un ruolo da drogata del sesso, essere allenata al disagio ha fatto la differenza. Perché con l’ottima performance della giovane Joe, il mondo si è accorto all’improvviso che esisteva una Stacy Martin, e  Miu Miu l’ha presa al volo come volto del suo profumo. Da lì in avanti ha militato nel cinema indipendente (fatta eccezione per Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott), e scelto molto bene i registi con cui lavorare. Padre francese e madre inglese, Stacy vive a Londra con il fidanzato musicista indie rock Daniel Blumberg. Il paio di Dr Martens che indossa con una lunga gonna nera plissettata abbinata a un maglioncino millerighe, insieme alla voce pacata e sottile, racconta che riserva gli estremi solo ai film. A marzo in Francia è uscito Dernier Amour, di Benoit Jacquot, con Valeria Golino e Vincent Lindon, «racconta il periodo dell’esilio di Casanova a Londra, io sono Marianne de Charpillon, l’unica donna che non ha mai conquistato». A breve inizierà le riprese di The evening hour, storia di un giovane che cerca di sopravvivere nel declino della West Virginia, mentre attende di essere diretta da Kirsten Dunst che esordirà dietro la macchina da presa con The Bell Jar, adattamento del romanzo di Sylvia Plath. Intanto dal 30 maggio la vedremo in Quel giorno d’estate di Mikhael Hers. David (Vincent Lacoste), sbarca il lunario a Parigi facendo il giardiniere e affittando stanze. Un giorno nella sua vita arriva Lena (Stacy Martin) e fra i due nasce l’amore, ma la festa finisce qui: un attacco terroristico nel cuore della città gli strappa la sorella e lui si ritrova a fare i conti con una madre mai frequentata, il dolore e un assetto di vita tutto da ricostruire. «Ho accettato il film perché Michael fa bellissimi ritratti di persone e città in fase di transizione. È un tema che mi tocca, trovo molto interessante chi cerca di capire dove si trova».

(continua…)

Intervista esclusiva uscita su Vanity Fair n. 17 dell’1 maggio 2019

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Il potere di Rebecca

19 venerdì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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Artù, Denis Villeneuve, Il ragazzo che diventerà re, interviste illuminanti, Mission: Impossible, Rebecca Ferguson, Reminiscence, Tom Cruise

Rebecca Ferguson, attrice, 35 anni, fotografata da Jem Mitchell (courtesy of Grazia).

È STATA LA REGINA ELISABETTA, LA PARTNER DI TOM CRUISE IN MISSION: IMPOSSIBLE E ORA È LA FATA MORGANA. REBECCA FERGUSON INTERPRETA SEMPRE DONNE INDOMABILI PERCHE’, DICE, BISOGNA FARSI RISPETTARE DENTRO E FUORI DAL SET

Mentre la guardo parlare capisco perché in tanti l’hanno paragonata a Ingrid Bergman: una volta visti i suoi occhi liquidi, a metà fra il grigio e il verde, con la bocca carnosa, restano impressi nella mente per sempre. La incontro a Soho, nel rinnovato Ham Yard Hotel. Chi la segue da vicino ricorderà questa attrice di 36 anni, padre svedese e madre inglese, per la mini serie storica The white Queen: la sua iconica regina Elisabetta le è valsa non solo la nomination ai Golden Globes, ma ha fatto sì che Tom Cruise, intercettandola sulla BBC, la scegliesse come coprotagonista femminile di Mission: Impossible, in cui è Ilsa Faust da due episodi (il terzo nel 2021). Da lì in avanti l’ascesa è stata inarrestabile: al momento sta girando Dune con Denis Villeneuve, e presto sarà sul set di  Riminiscence, seconda volta accanto a Hugh Jackman dopo The greatest Showman.

Uno dei grandi pregi di Ferguson è la capacità d’interpretare sempre donne indomabili che mettono alle strette i protagonisti maschili. Anche se, Rebecca ammette, conquistare il successo in un mondo come quello del cinema non è stato facile. «Ma ormai gli uomini devono capire che siamo in una nuova società. Il loro posto può essere accanto a noi donne, non più un passo avanti». Ora l’attrice arriva nelle sale nei panni della fata Morgana, l’antagonista di Re Artù nel film Il ragazzo che diventerà re, diretto da Joe Cornish (in sala dal 18 aprile). Rivisitata in chiave moderna, con giovani attori che indossano felpe con cappucci e sneakers,  è la leggendaria storia di un bambino che trova la spada Excalibur, riunisce un gruppo di cavalieri diventandone il leader.

È vero che stava lavorando a Mission Impossible – Fallout quando l’hanno suggerita al regista per il ruolo chiave di Morgana, la figura centrale nella storia di Artù? «Non ho nemmeno avuto il tempo di leggere il copione, ho incontrato Joe in un caffè e lui ha percorso la storia in lungo e in largo per un’ora e mezza, facendo le voci di tutti i personaggi. A un certo punto l’ho guardato e gli ho detto: “Non ho ancora letto una riga, ma mi hai conquistata”.  Ho accettato così, su due piedi, senza un contratto».

Cosa l’ha spinta a fidarsi? «Joe ha elaborato la storia nella sua mente per decenni, dopo aver visto Excalibur di John Boorman ed E. T. di Spielberg, poi gli sono serviti sette anni per scrivere la sceneggiatura. Quando hai un progetto che è un sogno, ogni volta che ne parli bruci: è stato questo a conquistarmi».

Morgana è una donna forte e con poteri soprannaturali. Fuori dal set quali poteri ha usato per farsi largo in un mondo dominato da uomini? «La nostra è una dura battaglia da combattere, questo è innegabile. Ma poco tempo fa riflettevo con un’amica, del fatto che forse parliamo troppo della vittimizzazione della donna nella società e poco ddi quanto gli uomini stiano imparando a diventare “femministi”, alla loro maniera.

Sta dicendo che non ci interroghiamo abbastanza sull’identità del maschio? «Ovviamente esistono tanti maschilisti e noi donne non siamo ancora pagate in modo equo: quello è un altro capitolo e non si può generalizzare. Però intorno a me vedo uomini mascolini ma femminili, gentili, accoglienti, e io mi sento una loro pari».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 18/4/2019

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James Marsden, «Il tempo rende migliori»

17 mercoledì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Lusso, Moda & cinema, Personaggi

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Al Pacino, Brad Pitt, C'era una volta a Hollywood, interviste illuminanti, IWC, James Marsden, Laureus, Leonardo di Caprio, Montecarlo, Quentin Tarantino, Sport

L’evoluzione di James Marsden, l’uomo che dalla trilogia di X-Men e Superman passa direttamente a Quentin Tarantino.

«Grazie per non avermi chiesto quale supereroe vorrei essere nella vita». La fine della conversazione con James Marsden illumina tutto ciò che è venuto prima. Siamo a Monaco, dove ha appena presentato la Laureus World Sports Awards, la notte degli Oscar dello Sport. Un universo a cui è stato introdotto dal marchio del lusso IWC, «da cinque anni sono come una famiglia per me, e voglio guardare alla mia carriera con lo stesso orgoglio con cui loro guardano alle loro creazioni».  46 anni e altrettanti film all’attivo, è stato uno degli eroi della trilogia di X-Men e di Superman. Ma invece di una conversazione su sport e cinema, come ti aspetteresti da un uomo con il suo fisico, gli occhi color blu mare e i denti di un bianco scintillante, lui rilancia. E snocciola visioni esistenziali più ampie, passando dal baseball ai suoi tre figli, senza schivare il doloroso divorzio, (anche se preferisce non menzionare la parola). Dettagli che spiegano come mai uno come Quentin Tarantino lo abbia voluto in C’era una volta ad Hollywood, il film in cui lo vedremo a fine agosto accanto a Leo DiCaprio, Brad Pitt e Al Pacino.

Che sport ha praticato, da ragazzo? «Sono cresciuto in Oklahoma, lì c’erano molto basket, calcio e baseball. Io ero piccolino di statura in confronto a quei giganti del Midwest, e finivo spesso nelle linee laterali. Ma a dire il vero all’epoca mi interessavano più l’arte, il teatro e la musica. È stato dopo il liceo che ho iniziato ad appassionarmi davvero allo sport, scoprendo di essere molto portato».

E cosa è successo? «Sono diventato molto competitivo, il mio ego è uscito allo scoperto. Le dico solo che la mia fidanzata oggi non vuole nemmeno fare un gioco di società con me, dice che devo sempre vincere». 

Le sue più grandi conquiste, fino a qui? «I miei tre figli, la ragione per cui faccio tutto quello che faccio. Imparo tanto quanto insegno loro, se non di più, essere padre è il cuore della mia identità. Il più grande ha 18 anni, in lui vedo il buono che c’è in me».

Cosa l’ha sorpresa di più di loro, fino a oggi? «Io e la mia ex moglie, con cui oggi c’è per fortuna una buona amicizia, li abbiamo cresciuti tutti allo stesso modo. Ma abbiamo dovuto adattarci leggermente a ciascuno di loro, perché arrivano con un codice personale. E soprattutto ti devi ricordare che quando vengono al mondo non sono più tuoi».

(continua…)

Intervista esclusiva per GQ Italia di marzo 2019.

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Kevin Costner, «Non vengo mai bene nelle foto con i fan»

15 lunedì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi

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Bonnie a Clyde, Donna Moderna, Frank Hamer, interviste illuminanti, Kevin Costner, The highwaymen

ANCHE SE NON AMA I SELFIE, L’ATTORE RIMANE UN INDISCUSSO SEX SYMBOL. E SU NETFLIX TORNA A VESTIRE I PANNI DEL GIUSTIZIERE : IN HIGHWAYMEN-L’ULTIMA IMBOSCATA, DA’ LA CACCIA NIENTEMENO CHE A BONNIE E CLYDE. «PER LA GENTE NON ERANO CRIMINALI: ERANO MITI. CI VOLLERO 20 ANNI PER CATTURARLI».

Mi interessava capire 3 cose, andando a intervistare Kevin Costner. La prima: se è ancora un sex symbol, a 64 anni compiuti. La seconda: se è alto. E la terza: se usa il suo potere da seduttore. Attore, produttore e regista, ma anche cantante country e padre di 7 figli, lo incontro a Madrid, dove ha appena presentato The Highwaymen – L’ultima imboscata, il film di Lee Hancock in onda su Netflix. Indossa jeans beige e camicia blu, si avvicina con calma e con il sorriso sulle labbra (la risposta alle prime 2 domande che mi facevo è un sì, senza esitazioni). Mi parla del suo personaggio, Frank Hamer, l’ex Texas ranger passato alla storia per aver catturato Bonnie e Clyde, la leggendaria coppia di banditi che ha commesso decine di rapine e 13 omicidi a sangue freddo negli anni ’30. E mentre parla scopro che è sul punto di girare il suo quarto film da regista, un western ancora top secret.

Il suo è un ritorno alla grande, da giustiziere. Un po’ come ne Gli intoccabili, del 1987, in cui recitava al fianco di Sean Connery. Cosa l’ha attratta di questo ruolo? «Avevo nel cassetto la sceneggiatura del film da 10 anni, ma non riuscivo mai a decidermi. Hamer era un poliziotto che ha ucciso il triplo di persone rispetto a Bonnie e Clyde. Però era una leggenda e questo ritratto inedito gli rende onore». 

Ha qualcosa in comune con Hamer? «L’amore per la natura e la pazienza. Nella mia vita ho passato molto tempo nei boschi: capisco il suo essere quieto, a osservare».

Bonnie e Clyde erano criminali eppure la gente li adorava, come mostrano le immagini del film. «Sì, c’erano 20.000 persone al loro funerale, e molte altre lo seguirono in diretta alla radio. Erano diventati dei miti, all’epoca ci vollero 20 anni per acciuffarli».

La loro storia insegna che la fama può proteggere, anche in situazioni limite. «C’è un detto americano che dice: “Se ti seguo con l’auto per mezzo chilometro probabilmente ti vedrò passare con 2 rossi”. Vale per tutti, ma spesso a chi è famoso si concedono più attenuanti. Non dico che sia giusto».

A proposito di fama: con più di 50 film alle spalle e 2 Oscar, lei come vive la celebrità? «Con disagio. Per esempio, quando sono al ristorante e vedo che le persone mi fissano: si aspettano che faccia cose strane, che risolva situazioni strane».

Fuori dalla sala dove stiamo parlando la aspettano tantissimi fan: vogliono scattare un selfie con lei. Le va bene finire ovunque, in Rete? «Non tanto, per la verità. Mi sembra di non venire bene nelle foto. A volte capita persino che un marito e una moglie litighino per mettersi in posa di fianco a me, e dopo un po’ non riesco più a stare nella posizione della foto».

(continua…)

Intervista pubblicata su Donna Moderna dell’11 Aprile 2019

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Nadine Labaki, dalla parte dei bambini»

14 domenica Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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bambini, Cafarnao, D La repubblica, interviste illuminanti, Nadine Labaki, senza identità, Siria

Zain è un ragazzino che trascina dietro una tinozza legata a una corda.  Dentro c’è la sorellina Yonas, poco più che neonata.  Cammina nella miseria e solitudine di Beirut, e sembra che la vita si sia dimenticata di lui. È una delle tante immagini che restano impresse di Cafarnao, il terzo film della nota regista e attrice libanese Nadine Labaki. Un grido che, attraverso le vicende di Zain Al Rafeea, nato in Siria e trasferitosi in Libano, dà voce a quei 280 milioni di piccoli nel mondo che vengono maltrattati, abusati, picchiati, violentati, imprigionati, e di cui non si conosce nemmeno l’esistenza perché privi di identità.

«La storia lavorava dentro di me da tempo», racconta la Labaki, che dal 14 maggio al festival di Cannes sarà presidente di giuria nella sezione Un Certain Regard.  «Ci dicono di non dare denaro ai bambini per la strada, perché sono gestiti dalla mafia che li lascia di mattina e li riprendere alla sera, io volevo capire di più, cosa succede quando uno come Zain sparisce dietro l’angolo? C’è troppa tendenza a etichettare e disumanizzare questi bambini. E ho scoperto, fra le altre cose, che un piccolo non può andare a letto finché non ha procurato una certa quantità di denaro alla famiglia, quindi prima glieli diamo noi, quei soldi, prima andrà a dormire». I 123 minuti di immagini dalla forza dirompente che sono passati in Concorso all’ultimo festival di Cannes hanno suscitato reazioni nette. Qualche critico cinico ha gridato al misery porn, mentre il pubblico omaggiava con 15 minuti di standing ovation. E adesso è nelle nostre sale. Dopo Caramel e E ora dove andiamo?, con cui la regista ha avuto molto successo anche al botteghino, Cafarnao è il suo primo film apertamente drammatico. Segue la storia vera di Zain Al Rafeea, profugo siriano che porta i propri genitori in tribunale e gli fa causa. Il motivo? «Avermi messo al mondo».

(continua)

Articolo pubblicato su D la Repubblica del 10 Aprile 2019.

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Laetitia Casta, «Il matrimonio è stato un atto di ribellione»

10 mercoledì Apr 2019

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coppie, Cristiana Allievi, fashion, interviste illuminanti, L'uomo fedele, Laetitia Casta, lavorare in coppia, Lily-Rose Depp, Luois Garrel, tradimento

Laetitia Casta, attrice e regista, 40 anni (photo by Philip Gay/F).

HA SPOSATO L’UOMO CHE AMA, FREGANDOSENE DEI PREGIUDIZI E DELLE ASPETTATIVE FAMILIARI. «MI SONO PRESA UN RICHIO», DICE L’ATTRIC E E MODELLA FRANCESE. CHE OGGI TORNA SUL SET DIRETTA DLA MARITO E CONFESSA: «NON È STATO SEMPLICE, HO LOTTATO PER FARMI RISPETTARE, IL CINEMA È UN MONDO ANCORA DOMINATO DAGLI UOMINI».

«Com’è stato girare un film con mio marito? Un’esperienza eccitante e ricca. E per fortuna è durata solo quattro settimane». Me la ricordavo così Laetitia Casta. Simile a un gatto che sembra sonnecchiare ma che, quando meno te lo aspetti, fa un incredibile balzo in avanti.  «Non ci conoscevamo come attrice e regista, in una situazione in cui lui lottava per il suo film e il suo personaggio, e io per il mio. Entrambi dovevamo sopravvivere». Dal momento che il marito di cui sta parlando è Louis Garrel, e che rappresenta una novità su più fronti, c’era da aspettarsi questo fuoco e fiamme. È l’uomo a cui ha detto finalmente sì, dopo anni di interviste in cui dichiarava che lei, il matrimonio, mai. E nel film in cui la vedremo dall’11 aprile Garrel la dirige ma è anche l’uomo che lei tradisce (per copione): di carne al fuoco ce n’è parecchia. Grazie all’escamotage del triangolo amoroso, L’uomo fedele indaga la natura dei sentimenti umani attraverso una storia densa, ironica e autoironica. La Casta è Marianne e vive con Abel (Garrel), finché non scopre di essere incinta del miglior amico di lui, Paul. A complicare le cose c’è la sorella di quest’ultimo, Eve (Lily Rose-Depp), che vuole strappare Abel a Marianne. Mentre me ne parla faccio un veloce ripasso mentale. Da top model planetaria Laetitia è finita su almeno un centinaio di copertine, fra cui ci sono Sport Illustrated e il nudo integrale su Elle. È diventata famosa grazie a un paio di jeans di Guess? di cui è testimonial dal 1993, ha conquistato l’attenzione nientemeno che di Yves Saint Laurent e in Francia la adorano tanto da averla scelta come “Marianne” nazionale (la donna simbolo della repubblica francese).

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 17 Aprile 2019

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Charlotte Gainsbourg: «La famiglia che mi porto dentro»

18 lunedì Mar 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Moda & cinema, Musica, Personaggi

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Charlotte Gainsbourg, Eric Barbier, giornalismo, Grazia, interviste illuminanti, La promessa dell'Alba, Pierre Niney, Rest, Yvan Attal

DOPO TANTI RUOLI AL LIMITE, ORA L’ATTRICE FRANCESE AL CINEMA È UNA MADRE CHE FA DI TUTTO PER SUO FIGLIO. UNA PARTE, DICE A GRAZIA, CHE L’HA RICONCILIATA CON L’AMORE, GLI ERRORI E GLI ADDII DEI SUOIO GENITORI STAR, IL CANTANTE SERGE E L’ATTRICE JANE BIRKIN

Ho appena visto Charlotte Gainsbourg nel suo prossimo film, La promessa dell’alba di Eric Barbier. Sono certa che sia l’interpretazione  cinematografica migliore della figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Non ci sono scene di sesso, o di morte, e nemmeno atroci  torture, come ci aveva abituati nei film Antichrist e Nymphomaniac del regista Lars Von Trier. Ma nonostante questo, la donna che vedremo sugli schermi dal 14 marzo nei panni di una madre eccessiva e lievemente mitomane mi è sembrata molto più estrema che in passato. Gainsbourg è Nina, madre coriacea, ebreo polacca, che dalla Lituania, fra mille peripezie, porta  il figlio nel sud della Francia per fuggire dalle conseguenze della presa di potere di Hitler in Germania. La storia è tratta dal bestseller autobiografico sulla straordinaria vita di Romain Gary (interpretato da Pierre Niney), uno dei più famosi romanzieri francesi, l’unico ad aver vinto due volte il Goncourt Prize. «Ho girato il film mentre registravo il mio ultimo disco, Rest, non ho mai avuto un parte come questa, in cui presto il volto a una donna fra i 30 e i 60 anni. Avere un altro corpo, un’altra voce, parlare il polacco, sono stati una liberazione per me, ho potuto esplorare un’identità diversa.  Questo film mi ha resa più forte». Libertà è una parola che questa attrice e cantante dalla voce eterea pronuncerà molte volte durante la nostra conversazione. La sensazione è abbia trovato la serenità  e che i tempi in cui si torturava con i personaggi di Lars von Trier siano alle spalle. Così come il lutto che l’ha colpita quando la sorella Kate Barry si è tolta la vita, cinque anni fa: era la persona a cui era più legata in assoluto. Subito dopo si è trasferita a vivere a New York con la famiglia, il regista Yvan Attal e  tre figli Ben, Alice e Joe, 21, 16 e 7 anni. «Non riuscivo più a respirare a Parigi, troppi ricordi dolorosi. Per un po’ di tempo starò via dall’Europa, poi si vedrà».

(Continua…)

Intervista integrale su Grazia del 7 Marzo 2019

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