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Rupert Everett: «La mia magnifica ossessione».

12 giovedì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Letteratura, Personaggi

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cinema, Cristiana Allievi, GQ Italia, Il nome della rosa, Oscar Wilde, Rupert Everett, The happy prince

 

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L’attore inglese Rupert Everett, 58 anni, è lo scrittore Oscar Wilde in The Happy Prince, di cui firma anche sceneggiatura e regia. 

PER DIECI ANNI NON HA PENSATO AD ALTRO. ORA CHE IL SUO FILM SU OSCAR WILDE ESCE NELEL SALE. RUPERT EVERETT SI LIBERA. QUESTA È LA GENESI DI UN’OPERA MOLTO INTIMA, RACCONTATA PASSO A PASSO, MENTRE PRENDEVA FORMA

«Ho scritto la prima sceneggiatura nel 2007,  le riprese sono iniziate solo nel 2016. È stata una lotta dura, i finanziamenti non arrivavano mai. È diventata una questione di vita e di morte, il personaggio si è impossessato di me e mi ha preso un senso di disperazione: temevo che alla fine non sarei riuscito a fare niente». È evidente che per Rupert Everett The Happy Prince – in cui ripercorre gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, è molto più di un film: è una passione che lo ha rapito per dieci anni. Finalmente l’attore inglese ha potuto presentare il suo film in anteprima mondiale all’ultimo Sundance e poi alla Berlinale, è nelle sale dal 12 aprile. Everett, 58 anni di fascino, si porta addosso il marchio dell’upper class da cui proviene, da discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia. Per lui questo è un esordio alla regia, ma anche l’interpretazione per cui è nato, visto che racconta gli scandali, gli eccessi, le ribellioni e l’anticonformismo di un gigante la cui vita assomiglia per molti aspetti alla sua: cresciuto a Norfolk, Inghilterra, l’attore ha dato scandalo dai tempi della scuola. Finchè nel 1989 ha fatto coming out, distruggendo le sue possibilità di diventare un’icona a Hollywood. «Gli anni 70, 80 e 90 sono stati fortemente eterosessuali e dominati da un certo tipo di maschio», racconta. «E il cinema è come il calcio, stessa cultura: quando ho iniziato a recitare io, per un gay era come nuotare contro corrente». Però lui, invece di nascondere l’omosessualità dietro il suo fascino alla Cary Grant, è stato guidato dalla convinzione che essere se stesso valesse più del resto. Un tema presente in The Happy Prince, che parte dall’incarcerazione del poeta e scrittore, tra il 1895 e il 1897, per “indecenza con gli uomini” a causa della relazione con Lord Alfred “Bosie” Douglas) e lo segue quando, scontata la pena, trascorre l’ultimo anno di vita in esilio fra Napoli e la Francia, impoverito e debole, in incognito e senza un soldo, fra sensi di colpa e i dolori per un ascesso a un orecchio. Morirà a 46 anni e verrà sepolto a Parigi.  «I film su di lui finiscono sempre con la galera e, a parte il fatto che ne ho già visti tre, ho sempre trovato più interessante la parte dell’esilio». Everett ha trascorso gli ultimi due mesi in Italia, impegnato nelle riprese del Nome della Rosa, una serie tv in otto episodi ispirata al best seller di Eco in cui, riassume con la sua solita schiettezza, «sono l’Inquisitore Bernard Gui e uccido tutti!». Come spesso gli capita nelle interviste, spende poche parole sul progetto del momento, poi la sua attenzione va altrove. Perché raccontare la vita di un uomo che prima tutti osannano e poi trattano da reietto è per lui il punto d’arrivo di una carriera e anche un percorso personale, che necessita di una ricostruzione. 

PARIGI , 2011.

Siamo in un caffè a pochi passi dal cimitero di Perè Lachaise. Insieme a Merlin Holland, l’unico nipote di Wilde, Everett è appena stato protagonista della cerimonia che ha restituito la tomba dello scrittore ai cittadini. «È stata ripulita dai baci dei rossetti e protetta tutt’intorno con il vetro. Sarebbe stato felice di sapere che migliaia di ferventi ammiratori sono venuti a baciare la sua lapide, Oscar amava essere al centro delle attenzioni. E poi indossava abiti perfetti e viveva in case impeccabili, sono certo che anche lui avrebbe preferito una tomba linda». Sul suo film ha brutte notizie, «sono molto affaticato, non trovo finanziatori, si sta rivelando un viaggio lunghissimo». Everett non ha un carattere facile.  A sette anni è finito in collegio all’Ampleforth, un istituto dei monaci Benedettini. Questo, unito al fatto che il padre era un ufficiale militare, spiega come abbia sviluppato una certa allergia alle imposizioni. «Sono stato un bambino molto solitario e riflessivo, mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, senza la tv e con poche cose. Ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole, poi il collegio mi ha trasformato: sono diventato esibizionista, urlavo e mi facevo notare». Finchè a 15 anni si iscrive alla Central School of Speech and Drama di Londra. «La mia famiglia avrebbe voluto qualcosa di più convenzionale, ma la vita vagabonda mi piaceva, era perfetta per scappare da quel mondo gelido». Il dio dell’arte è dalla sua: all’esordio nei panni dello studente omosessuale di Another Country, nel 1982, ha un successo sfacciato.

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ di Aprile 

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Mathieu Amalric: «Le idee morali non aiutano, trovare il Weinstein che è dentro di noi sì».

06 venerdì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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cinema, Cristiana Allievi, I fantasmi di Isamel, Les Fantomes d'Ismael, Mathieu Amalric, Miti, Weinstein

 

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Mathieu Amalric, attore e regista, 52 anni, fotografato da Erik Tanner (courtesy Icon).

ATTORE (DI SUCCESSO) PER CASO, MA DIRECTEUR PER VOCAZIONE. DIFENDE IL CINEMA COME CREAZIONE DEMOCRATICA, LO NEGA COME LUOGO MORALE. E SOTTOLINEA LA PERICOLOSITA’ DEL BISOGNO UMANO DI “LAVARE LA STORIA”

Siamo nel cuore di Parigi, accanto a quell’hotel Scribe in cui i fratelli Lumiere hanno proiettato in pubblico i loro primi film, nel lontano 1895. Del resto è difficile separare Amalric dal cinema. Padre francese e madre polacca ebrea, entrambi giornalisti, ha sempre voluto essere un regista. Ma Arnaud Desplechin gli ha regalato il successo come attore grazie a Comment je me suis disputé (ma vie sexuelle), e da lì in avanti è stato capace di tutto, persino di recitare solo attraverso un occhio. Ma guai a chiamarlo attore. «La mia vita è scrivere e dirigere i miei film, recitare è cosa da niente, lo sa vero?». Con quegli occhi a metà fra l’allucinato e il curioso, il regista di Tournée ha l’empatia giusta per restituire l’essere umano con tutti i suoi chiaroscuri e senza l’ombra di un giudizio. Dal 19 aprile in I fantasmi d’Ismaele, di Depleschin, presentato all’ultimo Festival di Cannes, camminerà sul sottile confine fra realtà e incubo. E lo farà proprio nei panni di un regista ossessionato, che scrive di notte per scacciare le proprie paure.

Recitare è una cosa da niente? «Lo possono fare tutti, per questo adoro lavorare con attori non professionisti: basta amarli e li porti dove vuoi».

I registi dicono che lei non ha paura di niente, si spinge oltre i limiti e non teme di sembrare ridicolo. «Perché non faccio solo l’attore e non accetto brutti film solo perchè ho bisogno di sentirmi vivo. Le dirò la verità, il mio non è un lavoro, è pura fascinazione».

Depleschin mi ha raccontato di essere terrorizzato ogni singola mattina in cui si presenta su un set, lei lo è? «È come negli sport, quando i muscoli ti fanno male e credi di non poter andare oltre un certo limite ma sai che grazie alla sofferenza diventerai più forte. Uso la paura allo stesso modo, indica che sto andando in un qualche posto in cui non sono mai stato prima, e contiene anche una venatura di piacere».

Cosa le fa paura? «I serpenti, come a tutti, credo».

Ne ha mai incontrato uno? «Certo! Non mi piacciono nemmeno i cani grandi, da bambino sono stato morsicato da un pastore tedesco».

Paure psicologiche? «Mentire a me stesso senza saperlo, e poi farlo in coppia, senza accorgersi che non c’è più vibrazione».

(continua…)

Intervista pubblicata su Icon di Aprile 2018 

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Christian Bale: «Voglio essere il miglior padre possibile».

02 lunedì Apr 2018

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actors, attori, Batman, Christian Bale, Cristiana Allievi, F, New Mexico, Ostiles-Ostili

 

christian-bale-3-720x720.jpgSUL SET AMMETTE DI CERCARE “UN’OSSESSIONE”, L’UNICO MODO PER NON ANNOIARSI. LA FAMA NON GLI INTERESSA. «SONO ME STESSO QUANDO GUIDO IL MIO VECCHIO PICK UP», RACCONTA L’ATTORE CHE TRA FAMIGLIA E LAVORO NON HA DUBBI: «MIA MOGLIE E I MIEI FIGLI SONO LA MIA VITA».

Christian Bale è così bravo a cambiar pelle da essersi meritato l’appellativo di “grande camaleonte”. Finora ci ha convinti su più fronti. Nei panni di Gesù, in quelli di Mosè, di un operaio della Pennsylvania e persino di Batman. Ma se gli riesce facile essere qualcun altro sullo schermo, altra cosa è essere se stesso nelle interviste: è il terreno su cui si ritrae di più, nonostante ce la metta tutta per essere professionale. Nato in Galles 44 anni fa, cresciuto fra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohémien, Bale è figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista. Ha iniziato col teatro shakesperiano, poi è finito sul grande schermo a soli 12 anni grazie a Spielberg con L’impero del sole. Da lì in avanti si è specializzato nel prendere e perdere (tanto) peso, fino a vincere l’Oscar con The fighter di David O. Russel nel 2011, e a sfiorarlo di nuovo tre anni dopo, con American Hustle. Nell’ultimo film, Ostili, definito dal Guardian “un western brutale e meraviglioso” e nelle sale dal 22 marzo, è un leggendario capitano dell’esercito che accetta suo malgrado di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte e la sua famiglia fino alle loro terre natie. Nel viaggio incontrerà una giovane vedova (Rosamund Pike) a cui sono stati assassinati tutti i membri della famiglia, e i due dovranno sopravvivere al dolore e alle ostili tribù Comanche.

Da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana, quello in cui è impegnato è un viaggio da Odissea. «Abbiamo girato nel Nuovo Messico col caldo più intenso, indossando le vere uniformi di lana del periodo. Per questo motivo siamo diventati sempre più magri durante l’arco del film! Durante il lavoro ho visto i fulmini e le tempeste più incredibili della mia vita, seguiti da doppi arcobaleni. Ne ho contati quattordici durante le riprese!».

L’uomo che interpreta è costretto a fare cose tremende. «Ha conosciuto solo guerra e orrore per tutta la vita e non può fare quello che fa senza accumulare odio. La violenza che conosce non è spavalderia, è molto specifica, brutale, efferata ed anche molto veloce. E lui deve reprimere tutto, perché un leader non può mostrare alcuna vulnerabilità, in effetti vive una specie di incubo (ride, ndr)».

Quando si trova in un incubo lei come ne esce? «Come dicono i saggi, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità di chi lo ha creato, e anche questa storia lo dimostra. È un percorso interiore, un viaggio su come si impara a spegnere l’odio, attraversando quell’enorme senso di colpa che si prova nel farlo. In effetti il manoscritto originale di Donald Stewart, scritto negli anni ’70, mostra un problema molto attuale: ci ostiniamo a non ammettere che tutti i conflitti che continuiamo ad alimentare non hanno senso».

È vero che ha passato molto tempo con i Cheyenne? «Il Capo Phillip è stato inestimabile. Ho dovuto imparare la lingua, e lui diceva che non me l’avrebbe insegnata senza prima insegnarmi tutto sulla cultura del suo popolo, e così è stato».

La cosa che porterà sempre con sè? «Ogni mattina il Capo Phillip ci metteva tutti in cerchio per benedirci, ed era un processo che richiedeva tempo. Per la troupe, che su un set cerca di velocizzare tutto al massimo, è stata una specie di incubo. Per me invece è stato fondamentale, mi ha dato la possibilità di centrarmi e di sentirmi legato a tutto quello che mi circondava. Mi ha dato una forza e una potenza che mi hanno aiutato in tutto quello che ho fatto, e ho capito che prendersi del tempo per stare insieme e sentirsi parte di una comunità rende le cose molto più facili».

(….continua)

 

Intervista pubblicata su F del 4 Aprile 2018 

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Eva conto Eva (Green, naturalmente)

03 sabato Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Attrici, attualità, cinema, Cristiana Allievi, dark lady, Eva Green, Festival di Cannes, Roman Polanski

 

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Eva Green, 37 anni, al cinema con Quello che non so di lei di roman Polanski (photo courtesy Pinterest). 

C’E’ L’ATTRICE CHE AL CINEMA INTERPRETA SEMPRE RUOLI DA DISINIBITA LADY DARK. E POI C’E’ LA VERA GREEN: CHE NELA VITA E’ RISERVATA, AMA GUARDARE LE SERIE TV DI NETFLIX ED È BIONDA NATURALE.

«Mi tingo da quando avevo 15 anni, ma sono una bionda naturale». Una frase apparentemente insignificante potrebbe essere la spiegazione a un marchio di fabbrica che si porta addosso. Perché se cercano una donna complicata, che potrebbe avere un lato omicida o soprannaturale, Eva Green è in cima alla lista delle attrici. Non meraviglia quando racconta che Shining l’ha traumatizzata quando era piccola, ma che allo stesso tempo Jeff Nicholson è il motivo per cui è diventata un’attrice. Nata in Francia 37 anni fa, è figlia dell’attrice Marlène Jobert e di Walter Green, dentista. Ha mosso i primi passi in teatro finchè non ha incontrtato Bertolucci che l’ha scelta per The Dreamers, e da lì in avanti i registi le hanno chiesto (spesso) di spogliarsi mentre lei si è aggiudicata vari ruoli da femme fatale. Ma è stata capace di attraversare tutti i generi del cinema, dai film indie a quelli d’autore, passando per i blockbusters. Ha convinto come Bond Girl (Casino Royale) e come medium a caccia di demoni (Penny Dreadful), ma anche come “strega” nei film di Tim Burton (Dark Shadows e Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children), regista che l’attrice francese frequenta da un po’. «È vero che mi sento sempre un po’ come se galleggiassi, e mi piacerebbe essere più radicata. Ma se non succede è per colpa della mia timidezza». Dall’1 marzo sarà Leila in Quello che non so di lei, il thriller psicologico di Roman Polanski prodotto da Leone Film Group con Rai Cinema, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes. Tratto dal romanzo di Delphine De Vigan e basato sulla sceneggiatura di Olivier Assayas, è un lungo testa a testa fra questa donna misteriosa che appare dal nulla e Delphine (Emanuelle Seigner), scrittrice di romanzi che dopo aver pubblicato un best seller ha un blocco creativo. Leila riuscirà a infilarsi nella sua vita e a diventare una presenza indispensabile quanto inquietante.

Quello che non so di lei è una storia fra donne ma anche una storia di manipolazione e ambiguità: aveva mai pensato di impossessarsi della vita di qualcun altro? «Mai, è un gesto estremo. Anche se nella vita vera sono una donna ossessionata, riconosco che Leila è un vampiro, non è sana».

In che senso lei è ossessionata? «Lo sono per qualsiasi cosa, e in certi casi ti aiuta a raggiungere obiettivi che non raggiungeresti altrimenti, ma in altri è un atteggiamento fuori misura. In amore, per esempio, l’ossessione e l’eccesso di controllo sono pericolosi».

Leila ha un rapporto morboso e ambiguo con l’amica, c’è qualcosa in cui le assomiglia? «Direi di no, lei sè sofisticata, e in un certo senso si “mangia” Delphine. Questo è un racconto di un lato ossessivo femminile, che tutte abbiamo sperimentato almeno una volta, da giovani. Mi viene in mente Réspire di Melanie Laurent, in cui la relazione diventa sempre più tossica, e come dicevo prima, l’ossessione è spaventosa e pericolosa».

(…continua)

Intervista pubblicata su D LA REPUBBLICA del 3 marzo 2018

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Tim Roth: «Ero un uomo in pericolo»

02 venerdì Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Serie tv

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attore, Icon, Panorama, Quentin Tarantino, Tim Roth, Tin Star, Twin Peaks

RECITARE GLI HA SALVATO LA VITA, SUO PADRE GLI HA SALVATO l’ANIMA. E ORA L’ATTORE INGLESE È PRONTO PER TORNARE DIETRO LA MACCHINA DA PRESA (COME L’AMICO QUENTIN)

«Lei è una di quelle giornaliste che twitta giudizi prima della fine dei film per battere la concorrenza facendo felice il suo direttore?». Scenario numero uno. È rovente, e gli succede quando si parla di cinema, ma soprattutto quando si impossessa di lui il personaggio di membro di una giuria, ruolo che ha ricoperto varie volte nella sua lunga carriera. In queste circostanze diventa l’accusa, e sfodera prove a suo favore. «A Cannes mi è capitato di scendere da un treno e vedere che in rete impazzavano già pareri su un film, quando sapevo con certezza che la proiezione non era ancora finita». Scenario numero due. Interno molto soleggiato, qualche giorno dopo aver visto i primi episodi dell’acclamatissima nuova stagione di Twin Peaks. «Molti anni fa una donna ha capito che ero in pericolo, e ha deciso di salvarmi. Con il contribuito di Samuel Beckett…». Scenario numero tre. Al telefono da New York, poco prima dell’inizio delle riprese della seconda serie di Tin Star, produzione anglo canadese di Amazon di cui è protagonista e che la scorsa stagione ha fatto impazzire l’America. «Un giorno mio padre mi ha portato al pub e mi ha fatto domande su una vicenda molto scura che ci riguardava entrambe. È stato così che abbiamo iniziato a guarire, insieme». Tre sguardi diversi che, messi insieme, fanno intuire i frammenti di un caleidoscopio nell’anima dell’attore e regista inglese che reputa Quentin Tarantino uno di famiglia. Padre giornalista e membro del Partito comunista, madre pittrice e insegnante, da giovanissimo Tim Roth è arrivato in California e oggi vive ancora lì, con moglie e due figli.

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Partendo dall’inizio, perché suo padre ha cambiato il cognome di famiglia lasciando l’americano Smith per l’ebreo Roth? «Non ne ha mai parlato davvero, ma credo che nel periodo della Seconda guerra mondiale qualcosa in lui sia cambiato per sempre. Ha visto cose terrificanti, è entrato in spazi molto bui. Alla fine di quel periodo ha preso un nome ebreo, è stato più un fatto di solidarietà. Era un socialista, è tornato dalla guerra ancora più a sinistra, e approdato di nuovo a Londra ha tradotto i racconti dei soldati italiani in inglese, pubblicandoli sui giornali».

Potrebbe quasi quasi essere una vicenda contemporanea. «Stiamo andando troppo a destra, se è questo che intende. Ma non è una sorpresa, almeno non del tutto. Siamo pilotati dalle grandi corporazioni a cui conviene farci sentire insicuri e in pericolo. E poi ci sono due guerre in Medio Oriente, la situazione in Siria è disastrosa, e il governo inglese ha un ordine del giorno basato sugli stessi obiettivi di Trump, un fomentatore le divisioni».

Perché da giovane ha lasciato Londra per Los Angeles? «Avevo già iniziato una carriera ma in Inghilterra non c’erano fondi per l’arte, il cinema e la tv. Mi hanno offerto un lavoro in Australia, non era un ottimo film ma ci sono andato lo stesso. Mi hanno offerto un film dopo l’altro, poi ho conosciuto mia moglie e oggi mi trovo nel punto della vita in cui ho vissuto più anni in Usa che nel Regno Unito».

A proposito di casa, ha frequentato l’Istituto d’arte, come sua sorella. «Mia madre era una pittrice, mio padre un ottimo illustratore, era normale partire da lì. Ma nello stesso periodo ho iniziato a fare teatro, nella scena pop che mi ha portato fino a Glasgow. Frequentavo classi di improvvisazione e mi sono accorto che mi interessava più sparire lì, per cui dopo un anno e mezzo ho lasciato la scuola».

Ai professori sarà dispiaciuto, so che era un ottimo scultore. «Lavorare la creta e scolpire mi piaceva moltissimo, ma hanno capito e mi hanno sostenuto. Mi hanno detto “prova a fare l’attore, se non funziona ti teniamo un posto qui…”».

Qual è stato l’elemento che ha direzionato la sua vita diversamente, lo ha capito? «È la stessa domanda che ho fatto a una donna molti anni dopo. Gli ho chiesto cosa avesse visto in me, dopo un’audizione. “Una persona in pericolo, un uomo che era meglio afferrare…”, mi ha risposto “. Credo che avesse ragione».

 

[…continua]

L’intervista integrale sul numero di ICON Panorama di marzo 2018

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The happy prince, Rupert Everett è Oscar Wilde

23 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, Cultura, Festival di Berlino, Miti, Personaggi

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Berlino 2018, esordio alla regia, Film, Oscar Wilde, Rupert Everett, The happy prince

Come l’uomo che ha prestato il volto a Dylan Dog (anche in un doppio gioco di specchi tra fumetto e cinema) si cala ora nei panni del suo mito in un film, di lunga genesi, che lo vede regista e interprete

«Era affascinato da Cristo e dal Cristianesimo, il suo è stato un sacrificio. Avrebbe avuto l’opportunità di scappare dall’Inghilterra e di non finire in prigione, ma ha deciso diversamente: si è sacrificato per tornare a vivere. Per me Oscar Wilde è una figura ‘cristica’». Parola di Rupert Everett.

Ci sono film preceduti dalla loro stessa fama, per svariati motivi. A causa del soggetto che trattano, o del regista che lo affronta, oppure per il momento storico particolarmente favorevole a riceverlo. Nel caso di The happy prince si tratta di un vero e proprio corto circuito di tutti questi elementi.
È l’esordio alla regia di Rupert Everett, 58 anni, e racconta la storia molto poco conosciuta degli ultimi tre anni di vita di Oscar Wilde. E, cosa non di poco conto, a interpretare il celebre scrittore irlandese dell’epoca vittoriana, che ha dato scandalo ante litteram in fatto di omosessualità, è Everett stesso, che sembra nato per questo ruolo, lui che ha pagato caro in termini di carriera l’aver fatto coming out con largo anticipo sui tempi. Non ha caso il discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia, ha impiegato più di un decennio per trovare i fondi per portare a termine il film presentato in anteprima mondiale all’ultima Berlinale, probabilmente il più importante della sua vita.

The Happy Prince

La storia propone il “sacrificio” di un artista acclamatissimo, l’uomo che è stato il più famoso personaggio di Londra e che finisce i suoi giorni crocifisso dalla stessa società che lo ha acclamato.

Imprigionato con l’accusa di indecenza a causa di una liason scandalosa con Lord Alfred “Bosie” Douglas, e per questo amore sbeffeggiato e oltraggiato, Oscar Wilde passa l’ultimo anno di vita in tour per l’Europa, in incognito, fra sensi di colpa, dolori dovuti all’ascesso a un orecchio e giovani pagati a poco prezzo.
Everett si è presentato a Berlino con cappotto blu e cappellino alla The Edge, che non ha tolto nemmeno in sala stampa. E nonostante nel film sia chiaro che abbia messo tutto se stesso (e soprattutto tutto il suo cuore), nel parlarne non perde la sua inconfondibile compostezza british.

«Abbiamo faticato molto a raccogliere i soldi», ha raccontato ai giornalisti di tutto il mondo parlando del film che vede come altri protagonisti anche Emily Watson, Colin Morgan, Colin Firth ed Edwin Thomas. «A un certo punto ho deciso di fare una tournée teatrale per risvegliare l’interesse nei confronti di Wilde, e grazie a The Judas Kiss le cose si sono sbloccate ed è arrivata la BBC».

Al centro del racconto di Everett, la forza autodistruttiva di Wilde. «Era un uomo che la gente non capiva, perché non è facile comprendere il fascino dell’autodistruzione. Ma lui ha percorso strade con largo anticipo rispetto a Freud stesso».

Uscito di prigione, Wilde scandalizza i suoi amici tornando fra le braccia di Bosie, ma Everett se lo immagina mentre legge la favola The happy prince a due giovani parigini, e molto tempo prima ai suoi figli, insegnando loro con una grande metafora che “l’amore è tutto”.

The Happy Prince

A proposito di sacrificio, non è da trascurare quello della moglie di Wilde, Constance, che viene letteralmente distrutta dal marito. «Era quasi impossibile non amare quell’uomo, aveva molto fuoco dentro di sé ed era molto attraente », racconta l’attrice nominata due volte agli Oscar Emily Watson, che interpreta la malcapitata. «Per costruire il mio personaggio ho letto Very tragic and scandalous life of Mrs Oscar Wilde e ho scoperto che era una donna piena di vita e agli inizi faceva parte del movimento artistico. Ma ha dovuto pagare un prezzo altissimo per le scelte del marito: è morta triste e sola, la sua vita è stata letteralmente divorata dall’ipocrisia».

Il film è una coproduzione anglo-franco-tedesco-italiana ed è girato per metà in Germania.
«Abbiamo trovato un vecchio castello in Bavaria che ha funzionato perfettamente», ricorda Everett, «in pratica abbiamo lavorato dove Wilde non ha mai messo piede e non siamo mai stati a Parigi dove invece è ambientato il film».
Alla domanda se è stato difficile scriversi il copione, recitarlo e dirigere se stessi, risponde senza esitazioni. «Adoro lavorare con me stesso come regista, anche se è stato molto impegnativo e metà delle mie performance di attore ne hanno risentito. Ma ho sistemato tutto durante l’editing».

La vita di Rupert Everett, la sua vena polemica, il narcisismo e l’eleganza dei suoi modi lo hanno reso una miscela esplosiva, un vero idolo, al punto da spingere Tiziano Sclavi a creare a sua immagine il protagonista del suo Dylan Dog.
Non stupisce che un uomo così sia stato stregato da Wilde, vero iniziatore del movimento di liberazione dei gay.

«Prima di Oscar la parola “omosessuale” non esisteva nemmeno, la comunità LGTB di oggi deve sapere che è stato assassinato un uomo per difendere la sua sessualità, e che gli dobbiamo il cambiamento che stiamo vivendo oggi».

The Happy Prince

Autore di due romanzi e di due autobiografie, come di articoli pubblicati dall’Observer, The Times, Vogue, Harper’s Bazaar e Vanity Fair, Everett al momento è in Italia e sta girando Il nome della rosa. Vedremo The happy prince nelle nostre sale dal 25 aprile, distribuito da Vision Distribution.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Kristin Scott Thomas: «Resisto a tutto, tranne che alle sfide».

09 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino, Personaggi, Teatro

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Cristiana Allievi, Donna Moderna, Gosford Park, Il paziente inglese, Kristin Scott Thomas, L'ora più buia, Sally Potter, The party, Wiston Churchill

DOPO QUATTRO ANNI DI LONTANANZA DAL SET, RECITA IN DUE FILM DI CARATTERE. IL CULT THE PARTY, GIRATO IN SOLI 15 GIORNI. E IL CANDIDATO ALL’OSCAR L’ORA PIU’ BUIA, IN CUI VESTE I PANNI DELLA MOGLIE DI WISTON CHURCHILL. UN RUOLO CHE ALL’INIZIO NON VOLEVA, TANTO CHE PER CONVINCERLA IL REGISTA HA RISCRITTO TUTTI I SUOI DIALOGHI

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L’attrice Kristin Scott Thomas, 57 anni (courtesy of The Sidney Morning Herald):

«Odio guardarmi sullo schermo. Vedo qualcuno che finge di essere qualcun altro, e non ci credo». Fa un certo effetto sentir pronunciare una frase così dissacrante da un’icona del cinema come lei. L’unica spiegazione a tanta audacia da parte dell’interprete di Gosford Park e Il paziente inglese viene forse dal suo Dna. Kristin Scott Thomas, 57 anni, nata in Cornovaglia ma trapiantata a Parigi dall’età di 19 anni, è la pronipote del capitano Scott, l’esploratore che ha perso la vita durante la competizione per raggiungere il Polo Sud. E suo padre, mancato quando aveva solo cinque anni, era un pilota della componente aerea della Marina Militare del Regno Unito. Non stupisce, quindi, che qualche tempo fa abbia dichiarato che non avrebbe mai più accettato ruoli da spalla: per convincerla a calarsi nei panni della moglie di Churchill, Joe Wright ha dovuto riscrivere tutti i suoi dialoghi. Non stupisce nemmeno la proverbiale riservatezza, se si pensa che dal divorzio dal marito François Olivennes nel 2008, un famoso medico francese con cui ha a vuto tre figli, non ha mai parlato di nuove relazioni sentimentali. E ad ascoltare cosa racconta di The party, film accettato dopo quattro anni di assenza dai set, risulta chiaro che le sfide sono l’unica cosa a cui non sa resistere. Questa è una pirotecnica girandola di incontri con un cast stellare, scritta e diretta da Sally Potter e nelle sale dall’8 febbraio.

In The party è una politica in carriera che organizza una cena fra amici. In pochi minuti la festa si trasformerà in un disastro, a causa delle dinamiche profonde che si scatenano fra i partecipanti. «Ero terrorizzata sapendo che avevamo solo una settimana di prove e due per girare, temevo che non mi sarei ricordata i dialoghi. È stata un’esperienza intensissima, in cui noi attori siamo costantemente esposti. Avevo deciso di smettere di recitare per il cinema e fare solo teatro, ma è stata l’esperienza più piacevole avuta su un set».

Merito della regista di Lezioni di tango? «È una delle poche donne a dirigire su questo pianeta, sa scrivere sceneggiature che sembrano scolpite e ti costringe a diventare il personaggio che crea per te».

Nel suo caso, una politica spudoratamente diretta. «Nella vita vera sono molto più idealista di Janet: sono nata e cresciuta a Redruth, lì anche se si pensano certe cose, non si dicono! È stato liberatorio calarmi in una donna piena di brutale verità, viviamo un momento storico di disintegrazione, è arrivata l’ora di fare qualcosa, di diventare più politici».

Cosa intende dire? «Mia madre Deborah (Hurlbatt, ndr) era una politica, conosco bene quella vita, è brutale, non perdona. Per me è triste vedere che abbiamo perso fede e rispetto per le persone che cercano di combattere per il bene comune, e credo sia successo da quando abbiamo perso Hilary Clinton».

Sua madre ha cambiato la sua attitudine verso la politica? «Lei agiva a livello locale, ma mentre era a New Orleans ha attraversato la tragedia Katrina. Io sono arrivata lì quattro giorni dopo, ho visto quanto bene può fare una persona in una città distrutta. Sono onorata di avere una madre che ha combattuto per cambiare, non a livello nazionale ma nei piccoli centri, quelli in cui si può ottenere o distruggere di più. E comunque spero ancora di vedere una donna alla Casa Bianca».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 5 febbraio

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Matt Damon: «Il vantaggio di non mentire alla mamma».

17 mercoledì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, dire la verità, Downsizing, emergenza pianeta, Fratelli, GQ Italia, Matt Damon, scandali sessuali a Hollywood, Suburbicon, XX Century Fox

SESSANT’ANNI FA, UN BRAVO RAGAZZO DIVENTA L’ASSASSINO DELL’ULTIMO FILM DEI CLOONEY. LO STESSO RAGAZZO, ORA SI FA RIMPICCIOLIRE PER IL BENE DEL MONDO. PERCHE’ L’ODIO, E LA GENEROSITA’, SONO SEMPRE ATTUALI

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L’attore e produttore Matt Damon, 

Nelle mani di George Clooney l’attore, sceneggiatore e produttore, figlio di un banchiere e di una professoressa di pedagogia, non sarà un bravo ragazzo, anzi: dal 14 dicembre al cinema incarnerà una massiccia dose di ferocia e follia. Suburbicon, la commedia dark diretta dal regista premio Oscar e passata in competizione all’ultima Mostra di Venezia, è un incrocio fra un soggetto dei fratelli Coen e la storia di un documentario girato in Pennsylvania nel 1957 scovato dallo stesso Clooney. Racconta la periferia americana degli anni Cinquanta, quando molte famiglie realizzano il sogno di avere una bella casa con tanto di giardinetto e garage, e tutto sembra assolutamente perfetto. Vale anche per i coniugi Gardner (Damon e Julianne Moore) e il loro figlio undicenne, ma solo finchè arriva in città una distinta coppia di neri a scatenare gli istinti peggiori dell’intera comunità, portando Damon a perdere totalmente il controllo. Poi, da gennaio, l’attore ci porterà nel futuro distopico di Downsizing-Vivere alla grande, diretto da Alexander Payne, in cui accetterà l’unica soluzione possibile alla crisi economica imperante: farsi rimpicciolire per avere un impatto small sull’ecosistema e per vivere una vita da benestante.

Chi è questo Gardner Lodge secondo i Coen e Clooney? «È un marito modello, ma anche un uomo malato di controllo. Ama sua moglie Margaret solo perché rinforza la sua idea di poter gestire tutto, cosa che in realtà non accade, e soprattutto perchè nessun altro gli da retta».

Le vicende sempre più dark di questa storia sono una grande metafora? «Sono un termometro, mostrano il livello di rabbia e di odio che c’è in questo momento nel mio paese. Pensi che io sono un bianco che va in giro ricoperto di sangue ad ammazzare la gente, ma la cosa non interessa a nessuno perché sono tutti occupati a infierire contro una rispettabile famiglia di neri. È da non credere».

 Amici e colleghi dicono che lei è davvero un bravo ragazzo: dove mette la sua parte oscura? «Finisce tutta nel lavoro, dove posso fare cose che alle altre persone sono concesse solo in terapia e a pagamento».

È un tipo d’uomo che ama il controllo? «Mi è impossibile per costituzione, sono abituato da sempre ad accettare le situazioni così come si presentano».

(… continua)

Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017

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Paolo Virzì: Livorno- Key West, in viaggio contromano

14 domenica Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Tag

Cristiana Allievi, D La repubblica, Detroit, Donald Sutherland, Ella & John the Leisure Seeker, Florida, Helen Mirren, Notti magiche, On the road, Paolo Virzì

 

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Ha appena terminato le riprese di Notti magiche, film ambientato a Roma durante i Mondiali di calcio del 1990. E  dal 18 gennaio sarà nelle sale Ella & John- The leisure seeker, passato dall’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia e liberamente ispirato al romanzo di Michael Zadoorian (In viaggio contromano, Marcos Y Marcos), lavoro del regista, sceneggiatore e produttore livornese. Con Donald Sutherland ed Helen Mirren a fare da protagonisti, è il primo film interamente made in Usa del regista. Racconta il viaggio di una coppia in fuga dai sobborghi di Detroit e diretta in Florida, a Key West, a bordo di un vecchio camper. «È una storia diversa e non perché è ambientata in America», racconta Virzì. «Per la prima volta, rispetto ai miei copioni così affollati, ho voluto una storia semplice, fatta di due sole persone. Mi è servita a indagare cos’è un matrimonio, qual è l’elemento che lega due persone per tutta la vita. E per dire che non si tratta di una passeggiata».

Lei è un maestro, nel trattare temi difficili e penosi trasformandoli in avventure vincenti: come le riesce? «Sono cresciuto da solo, mio fratello Carlo è arrivato quando avevo otto anni. Eravamo in periferia, a Torino, i miei genitori non erano in una condizione economica privilegiata in più ero un timido. Evidentemente il tono delle storie che racconto viene da queste premesse».

Un figlio regista sarà stato l’ultimo dei pensieri di un padre carabiniere siciliano e di una casalinga livornese, è così? «Mia madre avrebbe voluto che facessi il medico, perché è molto ipocondriaca e sperava potessi prescriverle tante ricette. Ma a 21 anni grazie a Furio Scarpelli che mi ha preso a lavorare con lui ero già uno sceneggiatore, avevo scelto la mia strada».

Mamma ci è rimasta male? «Un giorno le ho potuto dire che anch’io, in fondo, curavo le persone. È successo dopo aver letto Le storie che curano di Hillman, psicologo junghiano che ha detto che raccontare storie è un modo per guarire dalla mancanza di senso della vita».

(continua…)

Intervista pubblicata su D LaRepubblica il 13 gennaio 2018

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Martin McDonagh: «Le parole sono pietre (tombali)»

08 lunedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Golden Globes, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, Golden Globes, Martin McDonagh, parole, registi, sceneggiatore, scrittura, Tre manifesti a Ebbing, verso gli Oscar

A VENEZIA LO AVEVANO PREMIATO PER LA SCENEGGIATURA. IN SALA VINCERANNO I DIALOGHI. E NEL FRATTEMPO IL REGISTA E SCENEGGIATORE IRLANDESE SI AGGIUDICA QUATTRO GOLDEN GLOBES

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Martin McDonagh, regista e sceneggiatore (courtesy The Hollywood reporter).

Secondo il New York Times è uno dei più grandi commediografi irlandesi viventi. Martin McDonagh, anche sceneggiatore e regista, ha vinto ben tre Laurence Oliver Awards per il teatro e un Oscar al cinema per il corto Six Shooter, e i suoi lavori teatrali sono stati messi in scena in oltre quaranta paesi. E sono tutti ambientati in Irlanda, nonostante sia un britannico di origini irlandesi, con doppia cittadinanza. All’ultima Mostra di Venezia ha presentato il suo terzo lungometraggio, Tre manifesti Ebbing– Missouri, nelle sale dall’11 gennaio, che ha scritto e diretto e che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Come lo descrive Frances McDormand, la sua attrice protagonista, lo stile, di McDonagh è “una forma di realismo magico che si fonde con il gotico americano e si basa sull’idea che la gente di provincia non è prosaica ma poetica”. Perfetto, per un mago della parola che viene dalla working class. La storia del film, ambientata nella provincia americana è quella di Mildred, una donna esasperata dall’omicidio insoluto di sua figlia che porta scompiglio nelle dinamiche relazionali della cittadina. E solleva un bel polverone nei confronti dei poliziotti locali, gli ottimi Woody Harrelson e Sam Rockwell.

La sua commedia dark regala articolati dialoghi fra i personaggi, dove ha imparato questo uso della parola? «Ho sempre ascoltato quello che si dicevano le persone, sui pullman, nei caffè. Cercavo di farlo senza giudizio, anche se mi risultava difficile restare neutrale verso le classi sociali più alte. Ma ho sempre saputo che il mio lavoro è vedere l’umanità delle persone, al di là delle idee politiche».

E una certa raffinatezza, da dove viene? «Dal background teatrale, credo anche se il mio primo amore è stato il cinema e agli inizi odiavo il teatro: quello che andavo a vedere in Inghilterra era terribilmente politico e non aveva storia, non succedeva niente per tre ore! È stata la mia fortuna, la spinta a fare qualcosa di diverso».

I primi passi? «Leggendo libri di sceneggiature in biblioteca. Poi a 14 anni ho visto Al Pacino in American Buffalo, e quel linguaggio così forte mi ha colpito molto. Era il 1984 , ho pensato, “allora non è obbligatorio scrivere schifezze…”».

Il suo metodo? «Scrivo tre ore al giorno, e siccome lo faccio a mano, mi regolo sul portare a termine almeno tre pagine».

 Prossimi lavori? «Ho scritto A very, very, very dark matter. Viaggia in profondità negli abissi dell’immaginazione, andrà in scena a Londra nel 2018».

(… continua)

Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017

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