L’attore francese incarna un simbolo di Francia e del cinema mondiale nel film diretto dal genio di Richard Linklater, appena premiato con il Cesar per il Miglior film.
VA A FARE SURF (E AL CINEMA) CON IL SUO GOLDEN RETRIEVER. HA RICOMINCIATO A LAVORARE IL LEGNO E UFFICIALIZZATO LA RELAZIONE CON UNA DONNA DI 34 ANNI PIU’ GIOVANE. SEAN PENN SI SENTE ABBASTANZA MATURO PER GODERSI LA VITA. IN ATTESA DELLA VECCHIAIA, CHE PER LUI INIZIERA’ UN GIORNO PRECISO
di Cristiana Allievi
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su U La Repubblica – 16 Gennaio 2025
È LUI IL GIOVANE THE DONALD IN THE APPRENTICE: IL SUO NARCISISMO È L’EFFETTO DI UN PASSATO IN CUI SI È SENTITO IMPOTENTE. PER REAGIRE SI È RIPROMESSO CHE NON SARA’ MAI PIU’ iN UNA POSIZIONE DI INFERIORITA’
di Cristiana Allievi
L’attore Sebastian Stan sul green carpet del Zurigo Film Festival, dove ha presentato The apprentice– Alle origini di Trump, il film in cui interpreta l’ex presidente Usa diretto dal regista Ali Abbasi.
Quando ha raccontato alla madre che il suo prossimo ruolo al cinema sarebbe stato quello dell’ex presidente Trump, lei era felice perché il figlio si sarebbe dovuto radere. Diversa la reazione a Hollywood: quando ha chiesto un parere a publicist e ceo, gli hanno sconsigliato di accettare quel ruolo. Essendo però il super soldato della Marvel Bucky Barnes, Sebastian Stan (un astro del cinema d’autore, lo si capirà quando vedremo in Italia A different man) non si è spaventato. Si è affidato al talentuoso regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi, e insieme hanno costruito il protagonista di The apprentice – Alle origini di Trump. Un film la cui genesi è durata sei anni perché le istituzioni di Hollywood non volevano finanziarlo, e che dall’anteprima mondiale a Cannes in avanti ha ricevuto minacce di denunce da parte dello stesso Trump, che pochi giorni fa lo ha dichiarato “un lavoro d’accetta politicamente disgustoso”. Abbiamo incontrato Sebastian Stan qualche giorno fa al Festival di Zurigo. È stato capace di restituirci un Trump meno conosciuto di quello che domina la comunicazione e spara sui social. Già diretto da grandi del cinema, da Ridley Scott a Steven Soderbergh, l’attore eccelle nella figura di un Trump ventenne nella Manhattan degli anni 70, che ha frequentato la scuola militare ed è determinato a uscire dall’ombra del potente e anaffettivo padre, facendosi un nome nel settore immobiliare. Ma le sue ambizioni sono superiori alle sue capacità, e gli serve l’aiuto di Roy Cohn (Jeremy Strong), un avvocato faccendiere che assomiglia a un demonio. La loro relazione è la chiave per comprendere il Trump che cresce imparando le regole che lo hanno reso famoso: l’inganno, l’intimidazione e la manipolazione mediatica. The apprentice è un invito a spostarci su un terreno di confronto più profondo dell’odi et amo che va per la maggiore, perché il giovane Trump, se ben compreso nelle sue dinamiche, spiega l’uomo di oggi, colui che con la sua reazione al film ha ribadito la prima lezione impartitagli da Cohn: “Negare, negare, negare”.
Lei ci restituisce un Trump che assume anfetamine, si sottopone a liposuzione e riceve un trapianto di capelli. Una versione in un certo senso “umanizzata” è un pregio o un difetto del film? «Ho pensato molto a questo aspetto. Credo che non ci si debba fermare alla riflessione che suscita, cioè che gli esseri umani hanno dei difetti. Se cresci insicuro e castrato da tuo padre quello è sicuramente un difetto, e da spettatore non basta osservare “provo un po’ di empatia per lui e la cosa mi sorprende…”. Occorre chiedersi “come farà, una persona così compromessa, a prendere in futuro decisioni che riguardano milioni di persone?”».
Per mesi molti si sono chiesti se avreste influenzato le elezioni, con il film. «Non è mai stato quello l’intento, anche perché per anni il progetto non ha trovato finanziamenti».
Ma crede che possa spingere più persone ad andare a votare il 5 novembre? «Credo che viverlo con il proprio istinto, con le viscere, abbia un forte valore in sé. Si tratta di guardare questa persona, e le altre persone coinvolte nella storia, chiedendosi: “Mi fido di questo individuo?”, “Di cosa è davvero capace?”».
Potremmo anche definire The apprentice come la genesi di un mostro agghiacciante? «È la quintessenza di un personaggio americano. Se il signor Trump fosse stato un costruttore di successo in Germania, con una moglie che veniva dall’Europa dell’est, sarebbe una di quelle cinque persone che prova a mettersi in politica e forse fallisce, forse no. Ma nel darwinismo sociale americano tutto diventa un fenomeno diverso».
Non ha avuto paura delle ripercussioni del suo ruolo? «Trump si vanta di essere il leader di un mondo libero, mi chiedo se si può aver paura di un film come questo dopo che per anni ne abbiamo visti su personaggi ancora più controversi. Avere paura va contro quello che è il nostro lavoro di creativi, che è cercare di riflettere il più sinceramente possibile l’epoca in cui viviamo».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su 7 Corriere della Sera del 25 ottobre 2024
Il protagonista di Secret Love colleziona ceramiche, adora il giardinaggio, si spoglia senza problemi. E qui fa un invito a se stesso e agli altri uomini: “Dobbiamo capire perché abbiamo avuto così a lungo tanti privilegi. Ed essere più gentili».
di Cristiana Allievi
L’attore inglese Josh O’Connor, 31 anni (courtesy TMDB)
Fa molto caldo nella stanza in cui ci troviamo. Josh O’Connor indossa una camicia bianca di seta con disegni neri ed è seduto su una poltrona. Con un accento molto british mi racconta la sua visione del maschio contemporaneo, mentre scivola in avanti con le gambe, per poi ritirarsi su. Da giovane voleva fare l’attore, ma pensando di non avere la stoffa si è dato al rugby. Gli torna in mente mentre parliamo di Secret Love di Eva Husson, finalmente al cinema dal 20 luglio. Quella che è forse la sua miglior interpretazione di sempre: ambientata nel 1924, lo vede nei panni di Paul, il figlio di una famiglia di nobili che porta sulle spalle vari pesi: i fratelli morti in guerra, un matrimonio imminente che non vorrebbe e soprattutto l’amore segreto per Jane (Odessa Young), domestica dei vicini di casa (Colin Firth e Olivia Colman). Lui è nudo per i tre quarti del film, in quello che è un incontro sublime fra sesso, cinema e scrittura (la storia è tratta dal romanzo Mothering Sunday di Graham Swift). 31 anni, figlio di un insegnante e di un’ostetrica, come principe Carlo d’Inghilterra in The crown ha vinto Emmy e Golden Globe, e molti altri riconoscimenti sono arrivati per La Terra di Dio. A New York, dove vive, fa teatro e film indipendenti e ha un’altra passione insospettabile a cui dedicarsi.
Vado dritta al punto: prima Carlo d’Inghilterra, ora Paul, un altro uomo costretto dall’etichetta. Perché sceglie questi maschi che non conoscono la libertà? «Non è mai stata una decisione cosciente, piuttosto una sorta di gioco. Ho incontrato molti uomini che si misurano con la loro mascolinità e le lotte di potere che questa comporta. Qualcuno mi ha detto di vedere una connessione fra il principe Carlo e il Johnny Saxby che ho interpretato in La terra di Dio. La mia prima reazione è stata “stai scherzando?”, ma riflettendoci l’idea è convincente: il principe Carlo era incapace di esprimere le proprie emozioni a causa del suo status sociale, esattamente come Johnny, che appartiene a una classe sociale molto inferiore. Chi come me viene dalla classe di mezzo, riesce molto bene a parlare di chi sta più in alto e di chi sta più in basso».
Il comune denominatore è l’essere “trattenuti”. «È un aspetto che mi affascina molto, ma mi interessa più quel senso di colpa che ha chi sopravvive. Paul è un uomo che eredita uno status in una certa società, e si deve portare sulle spalle il peso e la pressione dei suoi due fratelli morti in guerra, incluso il matrimonio con una donna che non ama ma che tutti intorno a lui amano, è la ricetta per un disastro perfetto!».
Cos’ha a che fare con lei, questo disastro? «Sto esplorando qualcosa che mi sembra interessante, ma non so perché continui a tornare. Sembra che non le stia rispondendo, la verità è che non conosco la risposta».
Come vede questa fase di confronto fra i sessi? «Credo che non sia un caso se vediamo spesso ruoli come quello che interpreto in Secret love. Gli uomini devono comprendere il loro posto nel mondo, e capire perché hanno avuto così tanti privilegi per così tanto tempo. In altre parole, dobbiamo capire come essere più gentili».
Il fatto che la regista sia una donna è un caso? «Neanche un po’. Finalmente abbiamo registe e sceneggiatrici che scrivono personaggi maschili per un pubblico di uomini e di donne. Diciamo che stiamo rivalutando le cose, ci stiamo lavorando su».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 21 luglio 2022
UN PADRE, SERGE GAINSBOURG, MAI DIMENTICATO. UNA MADRE, JANE BIRKIN, SPESSO ALLONTANATA, ORA, A 50 ANNI, L’ATTRICE FRANCESE FA PACE CON I “FANTASMI” DEL PASSATO. GRAZIE A UN MUSEO E A UN FILM
di Cristiana Allievi
(… continua)
Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 14 aprile 2022
L’attore, regista e produttore Sean Penn sul set del nuovo film da lui diretto e interpretato Una vita in fuga (Courtesy Lucky Red)
ARRIVA NELLE SALE UNA VITA IN FUGA, E RACCONTA LA VITA DEL PIU’ GRANDE FALSARIO DELLA STORIA USA. È IL DEBUTTO DI DYLAN PENN, PRIMOGENITA DI SEAN, CHE PER QUESTA VOLTA LA SEGUE MOLTO DA VICINO.
Ci sono almeno due volti di Sean Penn. Il primo è quello del (due volte) premio Oscar che si presenta all’intervista con le guardie del corpo. E quando entra dalla porta crea un misto di imbarazzo e meraviglia che fermano l’aria. Poi c’è l’altro Penn, quello della foto che ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane: cammina da solo con il suo trolley, sulla strada che dall’Ucraina lo porta in salvo in Polonia. A guidare entrambi i Penn è l’istinto, non fa differenza che si trovi a raccontare l’invasione russa in Ucraina, come sta facendo in questo momento, o i fili emotivi e misteriosi che legano un padre a una figlia, come vedremo nel suo Una vita in fuga (Flag Day) dal 30 marzo, dopo essere stato in Concorso a Cannes. È la storia del più noto falsario conosciuto in Usa, John Vogel, raccontata dalla figlia Jennifer nell’autobiografia Flim-Flam Man. Vogel (Penn) è un padre che insegna a vivere una vita avventurosa a Jennifer, ma man mano che lei cresce, le sue storie si scoprono sempre meno credibili e più dolorose, fino al tragico finale. A interpretare Jennifer è Dylan, la figlia che il divo americano ha avuto con la ex moglie Robin Wright. Quando parla di lei papà Penn si illumina.
Cos’ha di personale la storia di Una vita in fuga? «Ho sempre fallito nel rispondere a questa domanda, me ne sono accorto dopo svariati giorni da sobrio. È come spiegare perché mi piace quella donna, non ci riesco. Ho pensato raccontasse qualcosa che volevo approfondire, e quando mi è venuto in mente il volto di Dylan ho visto una grandiosa storia di verità e inganno, tutti aspetti dello stesso flag day (la festa che celebra la bandiera americana a stelle e strisce adottata il 14 giugno 1777, ndr).
È il primo film in cui recita e dirige insieme, oltre a guidare l’esordio di Dylan. Cercava una nuova sfida per i suoi sessant’anni? «Il multitasking mi ha sempre attratto e messo in ginocchio allo stesso tempo, non dirigermi era stata una specie di scelta religiosa. Sapevo che mi avrebbe fatto impazzire, e infatti è stata la cosa più dura che abbia mai fatto in vita mia».
L’ha anche costretta ad analizzare i suoi fallimenti come padre? «Da genitore devi riesaminare tutti i giorni il rapporto con i tuoi figli, è la cosa più vera che posso dirle. Ma sapevo dal primo giorno di riprese che sarei stato orgoglioso di Dylan, e che non sarebbe stato un fallimento».
Cosa, invece, non sapeva? «Quanto fosse sofisticata, quanta profondità avrebbe portato al racconto».
John Vogel amava molto la figlia, ma non riusciva ad essere sincero con lei… «La parte che ci siamo goduti io e Dylan riguarda certi aspetti della relazione, le cose che da padre vorresti credere che tua figlia conosca di te, e altrettante cose che una figlia vorrebbe che un padre capisse e sapesse di lei, nel bene e nel male».
Dylan Penn, interprete del film, al suo esordio da attrice e diretta dal padre Sean (courtesy Lucky Red)
(…continua)
Intervista pubblicata su Vanity Fair del 6 aprile 2022
Il suo film “Je reviens de loin” ha per protagonista Vicky Krieps
di Cristiana Allievi
L’attore Mathieu Amalric sul set del suo sesto film da regista, Stringimi forte, con la protagonista Vicky Krieps.
«Nanni Moretti ha apprezzato molto il mio film e mi ha chiesto di presentarlo al Cinema Nuovo Sacher, il 4 Febbraio». Famoso come compagno di James Bond in “Quantum of Solace”, e come l’uomo dalla sindrome locked-in nel capolavoro di Julian Schnabel, “Lo scafandro e la farfalla”, in realtà Mathieu Amalric considera la recitazione un secondo impiego. Il primo è essere un regista, e ce lo ha fatto capire con la pellicola che lo ha reso famoso, “Tournée”. Ed è già la sesta volta che si mette dietro una macchina da presa, con quel “Stringimi forte”, presentato allo scorso Festival di Cannes, un’esplorazione delle radici del lutto. Tratto da una piece teatrale di Claudine Galea, “Je reviens de loin”, la trama ambigua (ma solo fino al quarantesimo minuto) ha per protagonista un’ottima Vicky Krieps che ci fa viaggiare a ritroso nei meandri di un’anima ferita a causa di uno strappo lacerante. «L’ho incontrata a Parigi, non avevo ancora scritto il film», racconta il regista francese. «Era il 2019, l’avevo vista solo tre mesi prima in “Il filo nascosto”. Proprio le prime scene del film di Paul Thomas Anderson l’hanno impressa nella mia mente. Fa la cameriera, e a me capita spesso di immaginare le vite che ci sono dietro le facce delle persone che incontro, soprattutto nei ristoranti e nei caffè».
“Stringimi forte” si ispira a un testo teatrale. «Claudine lo ha scritto 15 anni fa, ma non è mai stato rappresentato. È immaginato per il palcoscenico, ma molte frasi sono dialoghi interiori, e anche il tempo e lo spazio sono incerti. La storia è nata da un sogno, dalla visione della mano di una donna su una porta, non era chiaro se fosse viva o morta».
La musica è un “mezzo” importante, nel film. «Da bambino ho studiato pianoforte, ho smesso a 17 anni quando me ne sono andato da Mosca lasciando la casa dei miei. Ho scritto la colonna sonora del film ricordandomi quello che avevo studiato allora, la Sonata n. 1 di Beethoven, Gradus ad Parnassum di Debussy… Ho continuato la vita di pianista che non avevo vissuto allora, perché sono pigro».
Vive da sette anni conla direttrice d’orchestra e soprano Barbara Hannigan. «Mi ha fatto scoprire Ligeti, con cui ha lavorato personalmente. Nel film c’è quella nota “la” ripetuta che troviamo in “Ricercata 1”. Poi è arrivato Rameau suonato da Marcelle Meyer, una delle prime pianiste a suonare su un vero pianoforte, negli anni Trenta».
Dove vivete, lei e la Hannigan? «In Bretagna, dove ho scritto il film, fra vento, mare, sole e pioggia. Leggendo la storia ho pianto molto, poi sono partito dalla lista degli oggetti menzionati nella piece teatrale, l’accendino, la macchina, il cavallo… Chiudevo gli occhi per mettere la storia in ordine e per immaginare cosa mostrare sullo schermo e cosa affidare sole alle parole».
Conosce da vicino quel dolore che fa diventare matti? «Come tutti noi. Quando finisce un amore diventiamo pazzi, è come se esplodesse una bomba, tutto diventa frammentato… Immaginiamo cose che non esistono, sentiamo perfino l’odore del corpo dell’altro, che non c’è. E devi trovare un modo per mettere un piede davanti all’altro. Chiamiamolo spiritismo, o spiritualità: tutti dobbiamo credere in qualcosa, per andare avanti».
PER LE DONNE IL TEMPO DEGLI SFORZI E DELLE GIUSTIFICAZIONI È FINITO: DEVONI PRENDERSI IL LORO SPAZIO PROPRIO COME FANNO GLI UOMINI, DICE VICKY KRIEPS. LEI LO HA FATTO, E ODPO UN PERIODO DI CRISI TORNA AL CINEMA, PASSANDO DALL?ISOLA DI UN GRANDE MAESTRO SVEDESE
di Crisitiana Allievi
L’attrice lussemburghese Vicky Krieps, 38 anni, protagonista di Sull’Isola di Bergman (foto courtesy Mubi).
Tiene le braccia incrociate, mani all’insù e gomiti appoggiati sul ventre, per un lungo lasso di tempo. È una presenza calma e rassicurante, apaprentemente in contrasto con quel lato punk che, quando aveva 20 anni, l’ha portata in Africa a fare volontariato per evadere da un puntino sulla carta geografica chiamato Lussemburgo. «È il paese più piccolo che ci si possa immaginare, una specie di fiaba, lì nessuna persona è più importante di un’altra…», dice senza inflessioni nella voce, dando lo stesso peso a ogni parola. Madre tedesca e padre a capo di una casa di distribuzione cinematografica, racconta di essere cresciuta in mezzo ai boschi, parlando con gli alberi. E così ti spieghi perché dopo il clamore suscitato da Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson invece di cedere alle lusinghe hollywoodiane sia ritornata in Europa, rinunciando a offerte di lavoro importanti. Le ci sono voluti due anni a riprendersi da quella che definisce un’esperienza traumatizzante: una costante esposizione allo sguardo pubblico e una campagna mediatica per gli Oscar in cui le veniva ripetuto che con la stampa si lasciava andare a troppe opinioni personali. È fuggita, cercando di ritrovare un po’ di pace. Il 2021 è stato l’anno del grande ritorno, soprattutto per il film della regista francese Mia Hanson-Love, Sull’isola di Bergman, uno dei due titoli che l’hanno vista protagonista all’ultimo Festival di Cannes. Nei cinema italiani dal 7 dicembre, con Tim Roth come altro protagonista, racconta la storia di una coppia di registi che cerca ispirazione fra le pieghe della propria relazione, in un gioco di realtà e finzione, ma anche di creatività e competizione, sull’isola di Faro, nel Baltico, dove il cineasta svedese a cui si riferisce il titolo ha girato alcuni dei suoi capolavori e ha vissuto l’ultima parte della vita. «Sono legata a Mia da un ricordo importante», dice a proposito della regista. L’ho vista da spettatrice, prima che lei vedesse me. Recitava in Fin aout, debut septembre. Ricordo che alla fine della proiezione dissi ai miei amici cinefili “è la prima volta che rintraccio una direzione, che vedo la messinscena dietro il film”. Fu un’esperienza molto forte, ero ancora una ragazzina».
Poi è cresciuta, e le è arrivata la proposta per questo film. «È stata molto dura per me accettare quella proposta. Uscivo da un successo frastornante e da un momento affatto facile da attraversare».
Ci spiega perchè? «Ero diventata un’attrice che alcune persone conoscevano, e prima non era così. Mi sembrava di non poter tornare a casa, da dove venivo, perché qualcosa era cambiato dentro di me. Il punto è che non mi vedevo a fare le valigie e andare a vivere in California. Ero davvero persa. Quando mi ha cercata Mia avevo appena programmato una vacanza con i miei due figli, e mi sono trovata nel conflitto, fra vita privata e lavoro».
Guarda il caso, la regista le offre la storia di una donna che si emancipa e si prende la libertà di trarre ispirazione creativa da ciò che le piace e la circonda. In Sull’isola di Bergman il mondo è ancora dominato dagli uomini, e il femminile cerca uno spazio proprio… «Ci augureremmo di non doverne nemmeno parlare in questi termini, ma non possiamo ignorare il tema a cui allude, perché non è superato. Fino a poco tempo fa non c’erano nemmeno registe donne, e anche se la situazione sta cambiando dobbiamo continuare a ricordarcelo».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair del 15 dicembre 2021
NELL’ARCO DI UN MESE PASSERA’ DALL’ESSERE UNA DONNA DISPERATA AL RUOLO DELLA BOND GIRL. MA SEMPRE LEA SEYDOUX SA COME CATTURARE LO SGUARDO DEL PUBBLICO. L’ATTRICE FRANCESE HA POSATO IN ESCLUSIVA PER GRAZIA E HA SPIEGATO CHE PER VINCERE, IN AMORE E IN CARRIERA, BISOGNA SEMPRE DETTARE LE REGOLE DEL GIOCO
di Cristiana Allievi
L’intervista di copertina a Lea Seydoux è accompagnata dalle foto di Eric Guillemain (courtesy of Grazia).
Se si dovesse scegliere una frase che la rappresenta bene sarebbe “amo scomparire”. Parole, quelle dell’attrice Lea Seydoux, che non si riferiscono solo alla vita sotto i riflettori di un personaggio pubblico. Lea è una donna che ama nascondersi dietro i personaggi che interpreta. E fuori dallo schermo è estremamente riservata, oltre che timida. Essere cresciuta con due genitori che si sono separati quando aveva tre anni, età che oggi ha suo figlio George, avuto con il compagno, André Meyer, ha lasciato un’impronta. L’attrice, però, ha imparato a mettere questo aspetto del carattere al servizio del suo carisma. In Francia di lei si parla anche per le radici del suo successo, ovvero l’appartenere alla più importante famiglia del cinema nel Paese. Una madre attrice diventata poi filantropa, Valerie Schlumberger, e un padre, Henri Seydoux, magnate delle telecomunicazioni. Ma soprattutto un nonno che è stato il fondatore della Pathé, e un prozio che ha creato Gaumont: parliamo delle due più grandi e antiche case di produzione cinematografica di Francia. Cresciuta vicino ai giardini Luxembourg, in Saint-Germain-des-Prés, con sei fratelli, in realtà Lea avrebbe voluto fare tutt’altro nella vita. Sognava di diventare una cantante d’Opera, ma il grande amore le ha fatto cambiare idea. È stato quel “lui” attore che non viene mai nominato, a farla invaghire del cinema. Ed è stata una fortuna per tutti, se pensiamo al suo viso, che ammiriamo nel servizio esclusivo delle pagine di Grazia, realizzato sui tetti di Parigi, in cui Lea veste Louis Vuitton, maison di cui è amica da quattro anni. Seydoux ha brillato in tanti film, da Bastardi senza gloria, di Quentin Tarantino, a Robin Hood di Ridley Scott, passando per La vita di Adele, con cui ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2013. Da lì in avanti, Seydoux ha continuato a miscelare film d’autore con grandi blockbuster. Una formula che si ripresenta adesso: dall’1 ottobre arriva Roubaix, une Lumiere di Arnaud Desplechin, film d’autore in Competizione a Cannes nel 2019, e di seguito l’attrice sarà per la seconda volta la Bond Girl nel nuovo James Bond di No Time to Die.Occorre tempo, per entrare in sintonia con lei. «Non sono una persona che spinge le situazioni, preferisco attrarle. È il mio modo di essere educata», racconta descrivendo la propria timidezza. Mentre colpisce subito vederla povera, alcolizzata e senza trucco, amante di un’altra donna, nel thriller che la vede accusata di omicidio in un paesino sperduto nel Nord della Francia.
(continua…)
L’intervista di copertina è su Grazia del 24 settembre 2020
È DIVENTATA FAMOSA CON UN FILN DI SESSO E SENTIMENTI ESTREMI. E ORA SULLO SCHERMO SARA’ LA DONNA CHE SALVO’ LA VITA AL GRANDE BALLERINO RUDOLF NUREYEV. CON GRAZIA ADELE EXARCHOPOULOS HA PARLATO DELLA PASSIONE E DEL PERCHE’ NON VI RINUNCEREBBE MAI
di Cristiana Allievi
L’attrice francese Adele Exarchopoulos fotografata da Eric Catarina (courtesy of Grazia Italia).
Sono passati due minuti da quando ci siamo incontrate e ha già acceso la prima sigaretta. La manicure è in tinta con la tuta rosa di Miu Miu che indossa. Scandisce lentamente il cognome “Ec-sar-co-pu-los” con un accento così francese da far dimenticare le radici greche che la legano al nonno. Di Adele percepisci l’energia e la complessità anche quando sta in silenzio e ti guarda con grandi occhi neri. Così mi spiego l’evento del 2013 che ha segnato la sua carriera. Steven Spielberg, allora presidente di giuria a Cannes, ha voluto premiarla per La vita di Adele insieme all’attrice Lea Seydoux e al film stesso: un’eccezione per le dinamiche di un festival con cui il leggendario regista Usa ha voluto sottolineare la magia d’amore e libertà vista sullo schermo. «Continuano a paragonare ogni cosa che faccio a quel film estremo», mi racconta quando glielo nomino. «Ho incontrato poco fa Abdellatif Kechiche e gli ho detto “mi hai rovinata”. Accetto completamente il fatto che lui è le mie radici nel cinema, mi ha dato luce ed è uno dei migliori registi che ho incontrato. Ma chiedo a tutti di guardare avanti…». Intanto dal 27 giugno sarà in Nureyev, The white Crow, il film di Ralph Fiennes che racconta quando l’icona russa della danza ha chiesto asilo politico in Francia in piena Guerra fredda e lo ha ottenuto grazie all’aiuto dell’amica dell’alta società Clara Saint, interpretata da Adele. Poi sarà la volta di Sybil, di Justine Triet,appena visto all’ultimo festival di Cannes, in cui interpreta una giovane attrice in crisi sentimentale che cerca l’aiuto di una psicoterapeuta (Virginie Efira). E con cui finirà per ritrovarsi in situazioni surreali.
Figli di un’infermiera e di un chitarrista, ha iniziato a fare l’attrice a soli 13 anni in una serie poliziesca per la tv francese. Poi otto film a fila, prima della svolta. Da allora ne ha girati altri nove, ha cercato di fare i conti con la fama improvvisa e ha avuto un figlio, Ismail, due anni, con il rapper francese Morgan Fremont. Difficile, mentre le parlo, tenere a mente che ha solo 25 anni.
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 giugno 2019