Andy Garcia: «Se smetti di inseguire un desiderio, puoi essere certo che non si avvererà mai»
13 giovedì Ago 2026
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08 martedì Feb 2022
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famiglia, Il sole 24 Ore, interviste illuminanti, lutto, Mathieu Amalric, perdita, Stingimi forte, Vicky Krieps
Il suo film “Je reviens de loin” ha per protagonista Vicky Krieps
di Cristiana Allievi

«Nanni Moretti ha apprezzato molto il mio film e mi ha chiesto di presentarlo al Cinema Nuovo Sacher, il 4 Febbraio». Famoso come compagno di James Bond in “Quantum of Solace”, e come l’uomo dalla sindrome locked-in nel capolavoro di Julian Schnabel, “Lo scafandro e la farfalla”, in realtà Mathieu Amalric considera la recitazione un secondo impiego. Il primo è essere un regista, e ce lo ha fatto capire con la pellicola che lo ha reso famoso, “Tournée”. Ed è già la sesta volta che si mette dietro una macchina da presa, con quel “Stringimi forte”, presentato allo scorso Festival di Cannes, un’esplorazione delle radici del lutto. Tratto da una piece teatrale di Claudine Galea, “Je reviens de loin”, la trama ambigua (ma solo fino al quarantesimo minuto) ha per protagonista un’ottima Vicky Krieps che ci fa viaggiare a ritroso nei meandri di un’anima ferita a causa di uno strappo lacerante. «L’ho incontrata a Parigi, non avevo ancora scritto il film», racconta il regista francese. «Era il 2019, l’avevo vista solo tre mesi prima in “Il filo nascosto”. Proprio le prime scene del film di Paul Thomas Anderson l’hanno impressa nella mia mente. Fa la cameriera, e a me capita spesso di immaginare le vite che ci sono dietro le facce delle persone che incontro, soprattutto nei ristoranti e nei caffè».
“Stringimi forte” si ispira a un testo teatrale. «Claudine lo ha scritto 15 anni fa, ma non è mai stato rappresentato. È immaginato per il palcoscenico, ma molte frasi sono dialoghi interiori, e anche il tempo e lo spazio sono incerti. La storia è nata da un sogno, dalla visione della mano di una donna su una porta, non era chiaro se fosse viva o morta».
La musica è un “mezzo” importante, nel film. «Da bambino ho studiato pianoforte, ho smesso a 17 anni quando me ne sono andato da Mosca lasciando la casa dei miei. Ho scritto la colonna sonora del film ricordandomi quello che avevo studiato allora, la Sonata n. 1 di Beethoven, Gradus ad Parnassum di Debussy… Ho continuato la vita di pianista che non avevo vissuto allora, perché sono pigro».
Vive da sette anni con la direttrice d’orchestra e soprano Barbara Hannigan. «Mi ha fatto scoprire Ligeti, con cui ha lavorato personalmente. Nel film c’è quella nota “la” ripetuta che troviamo in “Ricercata 1”. Poi è arrivato Rameau suonato da Marcelle Meyer, una delle prime pianiste a suonare su un vero pianoforte, negli anni Trenta».
Dove vivete, lei e la Hannigan? «In Bretagna, dove ho scritto il film, fra vento, mare, sole e pioggia. Leggendo la storia ho pianto molto, poi sono partito dalla lista degli oggetti menzionati nella piece teatrale, l’accendino, la macchina, il cavallo… Chiudevo gli occhi per mettere la storia in ordine e per immaginare cosa mostrare sullo schermo e cosa affidare sole alle parole».
Conosce da vicino quel dolore che fa diventare matti? «Come tutti noi. Quando finisce un amore diventiamo pazzi, è come se esplodesse una bomba, tutto diventa frammentato… Immaginiamo cose che non esistono, sentiamo perfino l’odore del corpo dell’altro, che non c’è. E devi trovare un modo per mettere un piede davanti all’altro. Chiamiamolo spiritismo, o spiritualità: tutti dobbiamo credere in qualcosa, per andare avanti».
Intervista pubblicata su Il sole 24 Ore
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10 venerdì Dic 2021
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cinema, Il filo nascosto, interviste illuminanti, Mia Hansen-Love, Sull'isola di Bergman, Vanity Fair, Vicky Krieps
PER LE DONNE IL TEMPO DEGLI SFORZI E DELLE GIUSTIFICAZIONI È FINITO: DEVONI PRENDERSI IL LORO SPAZIO PROPRIO COME FANNO GLI UOMINI, DICE VICKY KRIEPS. LEI LO HA FATTO, E ODPO UN PERIODO DI CRISI TORNA AL CINEMA, PASSANDO DALL?ISOLA DI UN GRANDE MAESTRO SVEDESE
di Crisitiana Allievi

Tiene le braccia incrociate, mani all’insù e gomiti appoggiati sul ventre, per un lungo lasso di tempo. È una presenza calma e rassicurante, apaprentemente in contrasto con quel lato punk che, quando aveva 20 anni, l’ha portata in Africa a fare volontariato per evadere da un puntino sulla carta geografica chiamato Lussemburgo. «È il paese più piccolo che ci si possa immaginare, una specie di fiaba, lì nessuna persona è più importante di un’altra…», dice senza inflessioni nella voce, dando lo stesso peso a ogni parola. Madre tedesca e padre a capo di una casa di distribuzione cinematografica, racconta di essere cresciuta in mezzo ai boschi, parlando con gli alberi. E così ti spieghi perché dopo il clamore suscitato da Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson invece di cedere alle lusinghe hollywoodiane sia ritornata in Europa, rinunciando a offerte di lavoro importanti. Le ci sono voluti due anni a riprendersi da quella che definisce un’esperienza traumatizzante: una costante esposizione allo sguardo pubblico e una campagna mediatica per gli Oscar in cui le veniva ripetuto che con la stampa si lasciava andare a troppe opinioni personali. È fuggita, cercando di ritrovare un po’ di pace. Il 2021 è stato l’anno del grande ritorno, soprattutto per il film della regista francese Mia Hanson-Love, Sull’isola di Bergman, uno dei due titoli che l’hanno vista protagonista all’ultimo Festival di Cannes. Nei cinema italiani dal 7 dicembre, con Tim Roth come altro protagonista, racconta la storia di una coppia di registi che cerca ispirazione fra le pieghe della propria relazione, in un gioco di realtà e finzione, ma anche di creatività e competizione, sull’isola di Faro, nel Baltico, dove il cineasta svedese a cui si riferisce il titolo ha girato alcuni dei suoi capolavori e ha vissuto l’ultima parte della vita. «Sono legata a Mia da un ricordo importante», dice a proposito della regista. L’ho vista da spettatrice, prima che lei vedesse me. Recitava in Fin aout, debut septembre. Ricordo che alla fine della proiezione dissi ai miei amici cinefili “è la prima volta che rintraccio una direzione, che vedo la messinscena dietro il film”. Fu un’esperienza molto forte, ero ancora una ragazzina».
Poi è cresciuta, e le è arrivata la proposta per questo film. «È stata molto dura per me accettare quella proposta. Uscivo da un successo frastornante e da un momento affatto facile da attraversare».
Ci spiega perchè? «Ero diventata un’attrice che alcune persone conoscevano, e prima non era così. Mi sembrava di non poter tornare a casa, da dove venivo, perché qualcosa era cambiato dentro di me. Il punto è che non mi vedevo a fare le valigie e andare a vivere in California. Ero davvero persa. Quando mi ha cercata Mia avevo appena programmato una vacanza con i miei due figli, e mi sono trovata nel conflitto, fra vita privata e lavoro».
Guarda il caso, la regista le offre la storia di una donna che si emancipa e si prende la libertà di trarre ispirazione creativa da ciò che le piace e la circonda. In Sull’isola di Bergman il mondo è ancora dominato dagli uomini, e il femminile cerca uno spazio proprio… «Ci augureremmo di non doverne nemmeno parlare in questi termini, ma non possiamo ignorare il tema a cui allude, perché non è superato. Fino a poco tempo fa non c’erano nemmeno registe donne, e anche se la situazione sta cambiando dobbiamo continuare a ricordarcelo».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair del 15 dicembre 2021
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