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Charlotte Gainsbourg, «Finalmente ho smesso di paragonarmi a Serge, mio padre»

29 mercoledì Apr 2015

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Charlotte Gainsbourg, Cristiana Allievi, Donna Moderna, Jane Birkin, Lars Von Trier, Nymphomaniac, Omar Sy, Samba, Serge Gainsbourg, Yvan Attal

Tra una risposta e l’altra Charlotte Gainsbourg beve varie tazze di tè verde. E sorride. Fa uno strano effetto trovarla così serena, dopo averla vista sul grande schermo devastata dalla perdita del figlio in Antichrist, sconvolta dall’imminente fine del mondo in Melancholia, dipendente dal sesso in Nymphomaniac. I tre film di Lars von Trier l’hanno resa un’attrice cult, ma ci hanno fatto conoscere solo il suo lato tormentato. Adesso Charlotte, 43 anni, figlia Serge Gainsbourg, la più grande e provocatoria rockstar di Francia, e della diva del cinema Jane Birkin, è finalmente protagonista di una commedia: Samba, al cinema dal 23 aprile. Interpreta Alice, dirigente d’azienda che in seguito a un esaurimento nervoso decide di cambiare vita. Va a lavorare per un’associazione di volontariato e qui si innamora di Samba, un clandestino senegalese aspirante cuoco, interpretato Omar Sy.

Quanto c’è di te in Alice? «Parecchio. Lei ha un crollo psicofisico, io da ragazza ho sofferto di depressione. So cosa significa essere isolata, persa nelle tue preoccupazioni, ossessionata dalle bugie che racconti a te stessa: sono stati d’animo che causano dolore fisico e psicologico».

Che ricordi hai di quel periodo? «All’epoca in cui stavo male tutti mi dicevano che per guarire dovevo fare un piccolo sforzo. Mi ripetevano: “Guarda quante cose meravigliose hai…”. Ma non funziona così, a volte non basta la volontà per riuscire a reagire, anche perché quando sei depressa hai la sensazione di essere del tutto diversa da quella che eri».

Cosa ti ha aiutato a uscirne? «Riemergere da quel vortice è difficile, non so spiegare come accada. Di sicuro, è importante avere qualcuno a cui appoggiarsi, qualcuno di “reale” che ti  accompagni nel percorso per dissolvere l’incubo in cui ti trovi. Nel film Alice si innamora, e questo le dà una via d’uscita più facile».

Anche tu hai incontrato il tuo compagno, il regista e attore Yvan Attal, subito dopo la morte di tuo padre Serge. «Avevo 19 anni ed ero un relitto, passavo ore e ore ad ascoltare le canzoni di papà allo stereo solo per sentire la sua voce… Mi sono compiaciuta nel dolore, ci sono voluti anni per riprendermi. Ma Yvan è stato paziente, mi ha aspettato».

Charlotte Gainsbourg, 44 anni, attrice. Con Independence day 2 farà il suo ingresso a Hollywood.

Charlotte Gainsbourg, 44 anni, attrice. Con Independence day 2 farà il suo ingresso nel cinema di Hollywood.

E adesso avete 3 figli: Ben, 18 anni, Alice, 13, e Joe, 3. «Siamo una famiglia tranquilla,  in questo non ho seguito le orme dei miei genitori (che negli anni ’70 furono protagonisti di una storia d’amore tanto scandalosa quanto tormentata, ndr). Sto con Ivan da 23 anni, trascorro molto tempo con i nostri figli e trovo la routine quotidiana rassicurante per loro. Verso me stessa, però, sono severa, ipercritica. Sentirmi in bilico è parte della mia identità».

 Il tuo personaggio in Samba fa molte battute ironiche su se stessa e il sesso. Credi che recitare nuda, per di più in scene estreme, nei film di Lars von Trier ti abbia “sciolto”? «Lavorare con lui mi ha cambiata: fino a qualche anno fa mi vergognavo del mio corpo. Posso dire che esiste un “prima” e un “dopo” Lars. E non solo dal punto di vista del nudo e del sesso. Ho scoperto di avere tanta rabbia dentro e l’ho buttata fuori grazie a quei film: ho pianto e gridato come una disperata. Sul set tutto era spinto così al limite che niente era più un problema. E questo, dopo, mi ha dato tranquillità e portato ad affrontare le cose in modo più rilassato».

La Gainsbourg in una scena di Samba, con Omar Sy (cortesi of primissima.it).

La Gainsbourg in una scena di Samba, con Omar Sy (courtesy of primissima.it).

(continua…)

Intervista integrale su Donna Moderna del 28/4/2015

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Kenneth Branagh, «Amleto è un leader, oltre che un gentleman»

21 martedì Apr 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Amleto, Camelot, Cenerentola, Chris Hemsworth, Christian Bale, Cristiana Allievi, De Niro, Disney, Enrico V, Kenneth Branagh, Kentucky Derby, Marvel, Shakespeare, Thor, Tom Clancy, Wallande, Wasp

Kenneth Branagh, l’enfant prodige di Hollywood,  ha mixato con uno stile unico cinema e serie televisive, Shakespeare e supereroi della Marvel. Uscito indenne dalla campagna mondiale di Cenerentola, a Icon racconta di quando era bambino e della figura di suo padre. Ma anche di due debolezze: per il puritanesimo e i clan. E poi c’è quel rimorso segreto… 

Non c’è modo di sfilarsi dall’argomento. Ha appena ordinato un caffè e vuole sapere perché non ne voglio uno anch’io. Scoperto che ho abbandonato l’abitudine, vuole sapere quando e perché. Il tutto mentre mi prepara un tè verde con le sue mani, nella suite di un hotel a cinque stelle nel cuore di Berlino. Dettagli da cui si intuisce quanto un uomo sia interessato al cuore e alla mente degli esseri umani. Il suo, di cuore, batte per domande esistenziali. Ma non disdegna le serie tv (vedi alla voce Wallander, in cui nei panni di un ispettore di polizia si è aggiudicato una pioggia di nominations) né le produzioni hollywoodiane ed europee (passa da Thor alla nuova Cenerentola della Disney, un successo nelle sale, lo scorso marzo). Insomma Ken- per colleghi e amici- è anche uomo da record terreni. Con Orson Welles, Laurence Olivier, Woody Allen, Warren Betty e Roberto Benigni è uno dei sei uomini ad essere stati nominati agli Academy Awards come miglior attore e miglior regista per lo stesso film. Ma già a 23 anni era il più giovane attore della Royal Shakespeare Company ad aver mai interpretato il protagonista dell’Enrico V. Il record più peculiare, però, risale all’età di 28 anni, e non ne va affatto fiero, come racconta ad Icon. In giacca blu spigata, camicia bianca e sciarpa di seta color ghiaccio, sembra di ottimo umore.

Attore e regista, 55 anni, Branagh è nato a Belfast (courtesy of http://www.listal.com)

Dagli eroi di Shakespeare a quelli della Marvel, passando per Jack Ryan, celebre personaggio dei romanzi di Tom Clancy, lei ha raccontato tipi di uomini molto diversi tra loro. Cosa li accomuna? «Il farsi delle domande. Vicktor Frankl, psichiatra e filosofo austriaco, diceva che l’uomo cerca un senso. E anche quando si manifesta come sete di potere, non si limita a questo. Il personaggio a cui sono più legato, dai miei esordi in teatro, è Amleto, un uomo rinascimentale che ama lo sport, la letteratura e la musica, un leader oltre che un gentlemen. Ma è pieno di dubbi, pian piano diventa schiavo del suo intelletto, quindi infelice. Questo si traduce nel farsi domande su ciò che conta nella vita: è questa la costante, per ripsonderle».

Cosa invece cambia, nel maschio di epoche diverse? «Il senso di sicurezza in se stesso, il ruolo rispetto alle donne, almeno nel mondo occidentale. Lo vedo in difficoltà nell’adattarsi alla sfocatura dei ruoli tradizionali, era più felice una volta, quando le cose erano più semplici, “tu stai a casa e tiri su i figli, io vado nel mondo a cacciare e a portarti la preda. Non mi vedrai per un po’ e mentre sarò fuori vedrò altre donne, perché ho bisogno di spargere il mio seme…”. Qual è il posto dell’uomo, oggi? Io so che il mio compito, adesso, è essere un uomo nuovo».

Come lo descriverebbe? «Un tipo sensibile, capace di ascoltare, di controllare il testosterone e di non essere troppo competitivo. Sembra un cliché, ma significa essere capaci di abbracciare il proprio lato femminile. Un cambiamento tutt’ora in atto, facile da accettare per alcuni, meno per altri. C’è anche chi si sente evirato».

Come vede il maschio americano, da europeo? «Credo nell’uomo americano bianco. In lui c’è un forte residuo di puritanesimo, una certa spinta e agitazione. Non è sempre a proprio agio con se stesso, specialmente lontano da casa. I miei amici americani hanno bisogno del loro grande paese, non sopportano di stare al chiuso, vogliono spazi selvaggi, in cui fare i pionieri e portare avanti il progresso».

Apprezza il loro stile lavorativo? «C’è un’etica fenomenale, una visione puritana e fanatica, in un certo tipo di uomo americano wasp. Ammiro enormemente lo spirito “I can do” nel suo senso migliore, ma portato all’estremo diventa eccesso d’azione, e mancanza di gioia».

Spesso la scambiano per un inglese, mentre lei è irlandese. «Pensano tutti che venga da Oxford o da Cambridge e che sia anche molto intelligente (ride, ndr). Ma io so come stanno le cose!».

Che interpreti un detective, come in Wallander, o diriga una straordinaria versione di Cenerentola, l’elemento umano resta il centro della sua arte. Da dove viene, questo interesse? «Come recita un celebre motto, “datemi un bambino nei primi sette anni di vita e vi mostrerò l’uomo”. In quegli anni ho vissuto in visita continua ai molti cugini, zii e zie. I miei genitori lavoravano, io ero sempre a pranzo dai nonni, con cui ho avuto una relazione molto forte fino alla loro morte. Questo ha significato essere sempre in mezzo a dinamiche familiari, conoscere i dettagli della natura umana in azione».

E ascoltare tante storie… «Infinite, ricordo tante emozioni, si rideva e piangeva molto insieme. C’è anche un altro aspetto, sono stato incoraggiato all’indipendenza sin da molto piccolo, a sette anni prendevo già i pullman da solo. Finchè ho vissuto a Belfast mi sentivo molto sicuro…».

Cosa intende dire? «Che sapevo letteralmente dove mi trovavo. Non potevo perdermi, c’era sempre un altro Branagh a raccattarmi, da qualche parte. Quando ci siamo trasferiti in Inghilterra è stato un shock: siamo diventati un nucleo familiare più piccolo, non avevo più una rete di protezione e mi trovavo in un luogo molto più grande. Ho perso il senso di chi ero, una sconnessione che si è fatta sentire per molti anni, e forse il mio lavoro è stato una reazione a tutto questo».

Deve essersi anche ritrovato, per dirigere tante superstar… Partiamo da De Niro. «Un gran timido, un uomo intenso, ritualistico, molto meticoloso. Il processo per conquistare la sua fiducia è stato lunghissimo, ma una volta avutala, siamo diventati fratelli di sangue».

Chris Hemsworth, l'attore australiano a cui Branagh ha regalato la fama mondiale grazie a Thor (courtesy www.movieinsider.com).

Chris Hemsworth, l’attore australiano a cui Branagh ha regalato la fama mondiale grazie a Thor (courtesy http://www.movieinsider.com).

Ha diretto Christian Bale che aveva 15 anni, molto più recentemente ha cambiato la vita a Chris Hemsworth, con Thor. «Il primo incontro è stato difficile. Non stava bene, era scontroso, e noi non avevamo nemmeno la sceneggiatura, lo abbiamo abbandonato. Ma cercando quell’inusuale mix di atleticità e sensibilità, ci siamo rincontrati dopo un lunghissimo casting. Ero a un punto della vita in cui avevo molta esperienza e un forte interesse a passarla ad altri, la relazione è diventata un po’ quella tra padre e figlio. Sapevo che la vita di Chris sarebbe cambiata e che ci sarebbero stati ostacoli da affrontare, come i photocall con migliaia di fotografi… Ho cercato di rendergli le cose più facili, lui ha saputo ascoltarmi e imparare».

Chi era il suo ero, da bambino? «Mio padre. Lo adoravo, credevo fosse l’uomo migliore del mondo. Aveva un dono speciale per il legno, poteva costruire qualsiasi cosa. Con gli anni si è spostato verso il lavoro manageriale, ma fino alla morte è andato fiero del suo percorso, iniziato da una working class senza prospettive, dopo aver abbandonato la scuola a 14 anni».

Il vostro miglior momento insieme? «Quando l’ho portato al Kentucky Derby, nel 1994, con mio fratello. Andava pazzo per le corse dei cavalli, e quello era un evento dalle proporzioni mitiche, una specie di Camelot. Ha visto il Bluegrass del Kentucky, credo abbia sofferto molto quando ce ne siamo andati, apprezzava quegli uomini e i loro solidi valori».

Ultima domanda: perché ha scritto la sua biografia a 30 anni? «Ne avevo 28 (ride, ndr), e l’ho fatto per soldi. Non ho molti rimorsi, nella vita, ma questo è uno di quelli. Avevo diretto il primo film e a 27 anni avevo già scritto un libro, ero quel qualcosa di diverso che stavano cercando. Oggi provo compassione per quel giovane me stesso, e direi a chiunque di non imitarmi, nemmeno sotto tortura».

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Articolo pubblicato su Icon del 20 aprile 2015

Viggo Mortensen: «Viaggio nella vita come nei miei film»

14 martedì Apr 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Aragorn, Argentina, Buckethead, Captain Fantastic, Guns N’ Roses, Henry Blake Mortensen, Hole in the sun, Jauja, Loin des Hommes, Quentin Tarantino, San Lorenzo de Almagro, Viggo Mortensen

Cerca luoghi estremi, intensi e isolati, che lo facciano star bene. Proprio come Aragorn, l’alter ego che lo ha reso famoso. Proprio come Viggo, esploratore di esperienze, affamato di vita: fotografa, dipinge, scrive poesie e recita. Tutto insieme, «perché la vita è breve e questo limita l’esperienza. Io cerco di fané il più possibile», ha dichiarato. Per spiegare che tra le arti non ci sono distinzioni. Come nel mondo non ci dovrebbero essere frontiere. 

Viggo Mortensen, 57 anni, attore, fotografo, musicista e poeta.

Viggo Mortensen, 57 anni, attore, fotografo, musicista e poeta.

Se hai una madre americana e padre danese, e i due si incontrano sciando in Norvegia, nelle vene ti scorre già un destino. E nel caso di Viggo, nato a Manhattan 55 anni fa, maggiore di tre fratelli, si sdoppia tra realtà e schermo. Si ritrova a frequentare le elementari in Argentina, ma studierà all’Università negli Stati Uniti e poi farà il poeta-operaio di fonderia in Danimarca. Un pezzo più in là, naturalmente, eccolo attore a Los Angeles. Anche sullo schermo, quello del viaggiare è un marchio di fabbrica. La carriera inizia a metà anni Ottanta, appena terminato il college, e nel 1991 inizia ad attirare l’attenzione: sigaretta in bocca, petto nudo e aria da Richard Gere, Sean Penn lo sceglie per il suo esordio alla regia in Lupo solitario. Ma la svolta planetaria è con quel Viggo-Aragorn che inizia a viaggiare in Il signore degli anelli e non si fermerà più. L’attore feticcio di Cronenberg si presenta all’intervista di Icon con un look da rocciatore, camicia a quadretti sdrucida e un paio di pantaloni cargo che lo sono altrettanto, con tanto di sacchetto della spesa in mano. Ma guai a credere al suo look shabby: Mortensen sa che l’immagine è una lama a doppio taglio su cui scorre in modo molto prudente, da sempre, ma sa anche molto bene di potersi fidare del proprio fascino ruvido. E poi ha una predilezione per i film d’autore, sfoggia un film più sofisticato dell’altro, e questo parla per lui. Gli ultimi arrivati (ancora inediti in Italia, speriamo per poco) sono Jauja, di Lisandro Alonso, in cui guarda il caso cammina per giorni e giorni tra le rocce della Patagonia, praticamente da solo. Il secondo è Loin des Hommes di David Oelhoffen, di cui è anche produttore, e in cui fa il maestro di scuola di sangue misto, in Algeria, nel 1954. Anche nell’ultimo lavoro, di cui ha da poco terminato le riprese, Capitan Fantastic, fonde due tratti importanti della sua personalità: quella di padre e quella di viaggiatore-filosofo. Guai a togliergli Socrate, la parte che è più rintracciabile nel sito della sua casa editrice, la Perceval Press. Ma non provateci nemmeno con Martin Cauteruccio, attaccante della squadra argentina San Lorenzo de Almagro, la squadra a cui dedica un intero blog (www.sobrevueloscuervos.com).

1991, mostra le sue qualità in Lupo solitario, il debutto alla regia di Sean Penn. 2015, finite le riprese di Captain Fantastic, in cui è ancora una specie di lupo solitario, ma con sei figli. «È la seconda volta che lavoro con Matt Ross, e in effetti interpreto un padre idealista che vive con i suoi ragazzi in una foresta del Pacifico dell’Ovest, per dieci anni. Ma a un certo punto devo tornare nella civiltà, diciamo così (sorride, ndr)».

Anche lei è noto per preferire la natura allo star system… «Anche prima di diventare attore ho sempre gli animali, i cavalli, stare all’aria aperta, fare amicizia con i cani per strada, sono sempre stato così in realtà. Ma è vero, questo mondo ha peggiorato le cose, mi ha fatto venire voglia di starne sempre più alla larga (ride, ndr)».

L’ufficiale danese che vaga per le lande desolate della Patagonia del bellissimo Jauja (per girare il quale ha rifiutato un ruolo in The Hateful Eight di Tarantino) ricorda per molti aspetti Aragorn, il re avventuriero de Il signore degli anelli. Passano gli anni, lei è sempre in viaggio. «(ride, ndr) Da bambino ero molto preso da romanzi d’avventura, racconti di Vichinghi ed esploratori, vivere con un coltello nella cintura era il mio sogno. Ho anche vissuto nei boschi, e in generale in molti luoghi selvaggi, mi fa stare bene e ogni tanto lo faccio tutt’ora. So cacciare e pescare, quando mi hanno presentato Aragorn come un cacciatore della terra di mezzo ho detto “perché gli volete far uccidere i cervi con la spada?”. Sono stato io a chiedere un arco e un coltello… In pratica le sto confessando che Aragorn ero io (ride, ndr)».

Le terre di Jauja le sono familiari. Era piccolo, quando suo padre ha trasferito la famiglia in Sud America e in Argentina, cosa ricorda di quel mondo? «La fattoria in cui mio padre coltivava prodotti agricoli ed allevava bestiame. In quei luoghi ho imparato ad andare a cavallo, gli odori, il clima, il tempo, tutto mi è molto famigliare, ho ricordi fortissimi. Se vuole, la sfida è stata proprio interpretare un personaggio che vuole scappare da quella terra, per tornare in Danimarca».

La cosa più strana che ricorda dell’Argentina? «L’ironia delle persone. I danesi e gli argentini hanno qualcosa in comune, se per esempio qualcuno esce di casa e piove, urla “paese di m…” (ride, ndr), anche se si tratta solo di due gocce… All’estero tutti ridono di questa follia».

Lei parla sette idiomi, e ormai recita in qualsiasi lingua originale. «A parte inglese, italiano, francese, norvegese e svedese, parlo lo spagnolo come lo parla mio padre, bene ma con un certo accento. Invece il mio danese assomiglia a quello di mio nonno. Era un contadino, è il motivo per cui io sono un uomo vintage (sorride, ndr)».

I suoi viaggi sullo schermo sono spesso anche viaggi interiori. Come l’ha cambiata, il continuo peregrinare? «Credo siano molti gli attori che hanno avuto un’infanzia movimentata, nel senso letterale del termine. A livello inconscio facciamo questo mestiere per continuare a vivere così, vedendo cose diverse, culture distanti da loro. Un aspetto che ha anche a che fare con il non saper stare fermi, indubbiamente».

Più si viaggia, più si diventa? «Flessibili, ed è una buona cosa. I passaporti, le bandiere, le divisioni sono idee stupide, occorre una mente più aperta».

In che modo si sente diverso, quando viaggia? «Sono più attento, osservo di più. Anche se, paradossalmente, torno spesso in luoghi già visti, noto che cambiano. Come fotografo dico sempre che tutto è già stato immortalato, entri in libreria e c’è già tutto, dai paesaggi minimalisti ai fotoritocchi più spinti. Lo stesso si potrebbe dire dei film, del sesso, dei dipinti, delle emozioni, ma è il punto di vista che cambia le cose. Ho fotografato centinaia di volte una piscina, negli anni Novanta, ho finito col pubblicarci un libro, tante erano le cose diverse che sono riuscito a rintracciare (Hole in the sun, ndr)».

 Che tipo di luce preferisce, da fotografo? «Dipende da quello che voglio fare, anche essere artificiali e carichi, come i western degli anni Cinquanta, può avere un valore aggiunto… Il modo in cui guardi le cose e la tua sensibilità dipendono molto da dove sei cresciuto. Ci sono zone del mondo in cui non userebbero mai luci “dure”, né certe inquadrature».

Ad esempio? «Solo nel nord Europa cercano una logica nell’uso della luce, e anche del tempo lineare. Vedi tutte le cose in ordine, con una spiegazione dall’inizio alla fine… Alla mia età ho capito che non serve a niente cercare di capire tutto, le cose vanno bene anche quando non si capiscono (ride, ndr)».

I luoghi cosa sono? «Posti reali o anche di più, incarnazioni di un’idea, evocazioni di soddisfazione, di un certo feeling, di una contentezza, di tranquillità…».

In passato ha scritto musiche sperimentali con Buckethead, ex chitarrista dei Guns N’ Roses. Di Jauia firma addirittura la colonna sonora, e propone una musica minimalista e incisiva… «Ho mandato delle idee a Lisandro, mi ha chiamato subito chiedendomi se poteva usarle. Erano cose mie, libere da diritti, non potevo che esserne lieto. Il suono in generale è jazz, ho usato quell’atmosfera per raccontare il mio personaggio, che vaga in un paesaggio sconfinato. Mi piace l’idea di spingere lo spettatore in un altro spazio, in un’altra dimensione, con delle note».

All’improvviso si sentono una chitarra elettrica, un organo… «E anche qualche nota di pianoforte (ride, ndr). In una creazione l’importante è che tutto venga da uno spazio organico e sincero, in cui non senti che qualcuno – di solito il regista – ti sta dicendo “Guarda quanto sono bravo…”. Odio le cose pretenziose, e anche la musica è un modo per far sentire come la si pensa».

Pittura, fotografa, recita, scrive poesie: cosa sceglierebbe, se obbligato? «Non distinguo, per me sono la stessa cosa. La vita è breve e questo limita l’esperienza, io cerco di farne il più possibile e ho la sensazione che il mio lavoro migliori, con questa modalità. Oggi sovrappongo meno le cose di quanto non facessi un tempo, perché ho meno energie: faccio una cosa alla volta e non con il senso di urgenza di una volta».

Un dipinto di Mortensen (courtesy of www.angelfire.com)

Un dipinto di Mortensen (courtesy of http://www.angelfire.com)

Cos’è lo stile? «Saper ascoltare gli altri è parte delle buone maniere. Spesso le persone sembrano ascoltare, ma non è vero. Mi capita di vedere uomini che aprono la porta a una donna, ma lo fanno per l’immagine, non gliene frega niente di lei, è un gesto senza nessuna sostanza».

La mancanza di stile? «È molte cose, in una relazione per esempio, che sia fisica, emozionale o entrambe le cose, è quanto sei interessato solo a te stesso e alla tua esperienza».

Ha definito più volte suo figlio Henry Blake, nato dalla sua ex moglie Exena Cervenka, come la persona che stima più al mondo. La vostra avventura più memorabile, insieme? «Ho girato un film con un attore giapponese che mi ha regalato un grande Godzilla di plastica. Henry è diventato matto, era ossessionato al punto da voler imparare il giapponese. Era pasqua, siamo partiti insieme, volando fino a Sapporo. Nessuno parlava una parola d’inglese, dopo una lunga e complicata negoziazione mi hanno dato una macchina a noleggio. Ma anche la cartina era in giapponese, si immagina?».

Come siete sopravvissuti? «Abbiamo trovato l’autostrada e anche il modo di pagare (ride, ndr), ma confondevamo un posto con l’altro, siamo finiti in mezzo alla neve, nel nulla, sulle montagne, a fine stagione, senza nessuno! In tutto questo Henry mi guarda e mi dice, seccatissimo: “ti sei perso, papà…”. E io, “No caro, ci siamo persi!”. Nonostante questo lui è rimasto molto leale a quella gente e a quella civiltà, mentre io inventavo tremende barzellette su di loro (ride, ndr). Siamo stati due pazzi, ma ci siamo divertiti moltissimo…».

pubblicato su Icon, Aprile 2015

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Kate Blanchett, «Non sono così cattiva»

27 venerdì Mar 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Cate Blanchett, Cavaliere di coppe, Cenerentola, Cinderella, Cristiana Allievi, Elizabeth, favole, Kenneth Branagh, Oscar, Sandy Powell, Terrence Malick

L'attrice due volte premio Oscar Cate Blanchett (courtesy of alfemminile.com)

L’attrice due volte premio Oscar Cate Blanchett (courtesy of alfemminile.com)

In tanti anni di interviste non avevo mai incontrato una donna come Cate Blanchett. Anzi, una ci sarebbe, Meryl Streep, e quando è successo ho capito perché ogni volta che gira un film le danno un Oscar. Non è un caso, penso, se Blanchett viene definita “la Meryl Streep della sua generazione”. Un marito, tre figli, due statuette d’oro e una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, la diva australiana, al cinema il 12 marzo nel ruolo di matrigna nel nuovo Cenerentola, diretto da Kenneth Branagh, è una forza della natura. E con gli anni è diventata più sicura di se stessa, decisamente più ironica. Quando, più di 15 anni fa, vinse l’Oscar per Elizabeth, quasi non pronunciò parola, sopraffatta dall’emozione. Ma quando l’anno scorso ha fatto il bis con Blue Jasmine, la prima frase che ha detto, salita sul palco, è stata: “Sedetevi tutti, siete troppo vecchi per stare in piedi”, facendo scoppiare la platea in una sonora risata. In una delle sue apparizioni allo show televisivo di David Letterman si è lanciata in una gag, inginocchiandosi appena lui l’ha invitata in studio. E alla prima mondiale diCenerentola a Berlino, città che adora e in cui passa lunghi periodi di vacanza con il marito sceneggiatore Andrew Upton, ha regalato al pubblico più di uno show. Per esempio sul red carpet lei, che è altissima, non ha sopportato i tacchi vertiginosi di Givenchy: si è tolta tutto, ha proseguito spedita a piedi nudi, per poi giocare infilandosi una sola scarpetta, proprio come farebbe Cenerentola. E come ha risposto a chi, forse per punzecchiarla, le ha chiesto perché la produzione Disney ha preferito Lily James a lei come protagonista del film? Con un semplice gesto, mimando un lifting, ovvero tirandosi il contorno del viso con il pollice e l’indice. Blanchett, che è diventata bravissima nello sfuggire ai giornalisti, è una delle attrici più trasformiste del momento. In autunno la vedremo in Cavaliere di Coppe, il prossimo film di Terrence Malick. Sarà la moglie di un Christian Bale schiavo di Hollywood e schiacciato dalla vacuità di quel mondo. Sommessa e silenziosa, interpreta una delle due donne che contano nella vita del protagonista. E il suo ruolo, quello di medico in un ambulatorio per poveri, sottolinea la concretezza del suo impegno nella vita, molto diversa da quella superficiale del marito. In Cenerentola, invece, l’attrice non ha niente di dimesso o sottotono: capelli rossi, piglio aggressivo, è una straordinaria Lady Tremaine, versione aggiornata della matrigna della celebre favola. Il look di Blanchett (e di tutto il cast) lascia senza fiato e ne amplifica la bravura. Appena lei entra in scena, se la prende tutta. Quando incontro Cate per questa intervista è tornata bionda, indossa una camicia bianca e ampi pantaloni palazzo neri. Mi sembra ancora più alta di come la ricordavo.

Lei è perfetta in versione crudele. Come è riuscita ad apparire così naturale?
«Osservo tutto quello che mi circonda sul set, guardo come è stato costruito. Sono dettagli fondamentali per mettere a fuoco il mio personaggio. All’inizio delle riprese mi sono detta: “Se qui sono tutti così bravi, sarà il caso che mi dia una mossa” . Parlo molto anche con gli altri attori. Dalle conversazioni, anche quelle apparentemente banali, mi arriva molto. Se facessi delle prove da sola in bagno davanti allo specchio non riuscirei a raggiungere gli stessi risultati».

Quando era bambina le raccontavano le favole? «I miei genitori ogni domenica sera ci facevano guardare in televisione i cartoni animati della Disney, ma Cenerentola non è tra i personaggi che ricordo. Incarnava un modello femminile un po’ vittimistico che non piaceva a mamma e papà. Per questo ho apprezzato come Lily James ha affrontato questo ruolo, dandogli una nuova dignità. Mentre Kenneth Branagh, con la sua regia, ha scavato nella psicologia dei personaggi, rendendoli molto attuali».

La vestaglia di leopardo che indossa Lady Tremaine è destinata a diventare un abito icona. «Nasce da un’idea di Sandy Powell, costumista geniale candidata nove volte agli Oscar. Ma soprattutto è uno di quei vestiti ai quali una donna difficilmente sa resistere. Per ispirarci io e Sandy abbiamo passato in rassegna i look di attrici leggendarie come Marlene Dietrich, Joan Crawford e Barbara Stanwyck, donne che ammiro ancora oggi e che hanno nel dna il senso del mistero».

Cate Blanchett nei panni di  Lady Tremaine, nella nuova Cenerentola di Kenneth Branagh (courtesy of turntherightcorner.com)

Cate Blanchett nei panni di Lady Tremaine, nella nuova Cenerentola di Kenneth Branagh (courtesy of turntherightcorner.com)

Perché le favole classiche piacciono tanto a Hollywood? «Toccano temi molto complessi e affrontano risvolti psicologici complicati. Infatti i miei tre figli maschi si sono addormentati con La bella e la Bestia, Cenerentola e Biancaneve».

Sono storie diverse da quelle che si raccontano ai bambini di oggi?
«Ho la sensazione che ultimamente si tenti di far sentire i bambini degli eroi con superpoteri, evitando temi come la tristezza e dipingendo il mondo come un posto perfetto. Sono orgogliosa di fare parte di un film che lancia un altro tipo di messaggio, cioè che la gentilezza è il vero superpotere che conta. E non è tutto. Come ci raccontano le favole di una volta, il mondo può essere un posto tremendo. Ci vuole coraggio per vivere, per cadere e sapersi rialzare».

Il tema del dolore è centrale negli ultimi due film che ha interpretato.  
«Nel caso di Cavaliere di Coppe è il filo conduttore di tutta la storia. Mentre in Cenerentola serve a nobilitare i personaggi, svela quello che la storia classica non ci aveva raccontato. La matrigna è una vedova con due figlie. La sua grande paura sono l’amore e l’affetto che il nuovo marito prova verso la figlia, bella e gentile come lei, purtroppo, non potrà più essere».

Ci sta dicendo che non esistono persone semplicemente cattive?
«Proprio così. C’è sempre una motivazione dietro le quinte. Trovo molto interessante mettere a confronto una ragazza dall’animo splendido con una donna che diventa brutta e perversa. Mi interessava capire che cosa può trasformare una persona. La gelosia e la paura di diventare poveri o di essere abbandonati diventano armi letali».

La gelosia, un altro tema che lei ha incarnato più di una volta. Che idea se n’è fatta? «Dobbiamo capire qual è la radice di questi sentimenti, altrimenti il rischio è di diventare persone spregevoli. Spesso tra donne facciamo troppi confronti e, peggio ancora, proiettiamo la nostra infelicità sulle altre».

Com’è stato lavorare con il regista Terrence Malick in Cavaliere di Coppe?
«È come vivere in un altro mondo. Terrence sa sempre in ogni momento che cosa vuole e che cosa  sta cercando. Ma tiene gli attori all’oscuro di tutto, non ti lascia nemmeno una riga di testo a cui appigliarti, vuole vedere come ti muovi in ogni momento. Il set per lui è improvvisazione allo stato puro. Però è un regista molto stimolante. Anche se è all’opposto di Woody Allen, che ti dà in mano un copione perfetto e che rende tutto infinitamente più facile».

Sa che esistono solo 19 donne che hanno vinto più di un Oscar?
«È vero. Ma mi sta chiedendo se mi incontro a pranzo con le altre per raccontarcelo?».

E allora mi dica qual è la prima domanda stupida che le ha mai fatto un giornalista. «È successo durante un’intervista per Elizabeth. Una sua collega mi ha chiesto: “Nel film lei si muove in modo lentissimo, mentre oggi è entrata nella stanza correndo. Ha trovato difficile rallentare?”».

Oddio, e che cosa ha risposto? «È stato in quel momento che ho iniziato a respirare profondamente prima di rispondere, sempre educatamente, a molte altre domande così».

Quando ci lasciamo ho una certezza in più. Cate scherza moltissimo, ma è molto attenta. Se chi ha davanti è assente o superficiale, lei si chiude a riccio, parla ma non si rivela. Ma se l’interlocutore è interessato e presente, lei è generosa. E pronta a farti ridere fuori programma.

11 marzo 2015 su Grazia

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«Ma la più trasgressiva sono io». Melanie Griffith parla di sè (e di sua figlia Dakota)

13 venerdì Feb 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Akil, Antonio Banderas, Automata, Cassevetes, Cinquanta sfumature di grigio, Cristiana Allievi, Dakota Johnson, Day ouf Days, Don Johnson, Festival di Locarno, Hollywood, Melanie Griffith, Thirst, Tippi Hedren

Sua figlia Dakota è la star del film hot del momento. Melanie Griffith, invece, oltre i limiti è andata soprattutto fuori dal set: quattro divorzi, l’alcolismo e la lotta contro Hollywood che l’ha esclusa troppo presto. Ora, però, sta tornando sugli schermi con ruoli significativi, a partire  dall’interpretazione di parti di sé che la spaventano.

L’attrice Melanie Griffith, 57 anni.

Camicia di seta color panna e pantaloni grigi, la prima cosa che mi colpisce è che ha due gambe infinite. Sono a caccia di segni, di quel tipo indelebile che le dovrebbero aver lasciato addosso le crisi, le dipendenze da alcol e droghe, le riabilitazioni, gli eccessi e soprattutto svariati divorzi. In fondo ne ha attraversate davvero tante nella vita. A partire dall’avere una madre, l’attrice e modella Tippi Hedren, che da bambina la faceva dormire con un leone vero nel letto- c’è solo da immaginarsi la paura accumulata grazie a questi gusti materni – per finire con l’ultimo divorzio da Antonio Banderas, la scorsa primavera, il quarto dopo quelli da Don Johnson (sposato due volte) e Steven Bauer. No, tutto questo non può averla lasciata senza cicatrici. Eppure gli occhi di Melanie sono luminosissimi, forse solo un filo meno azzurri di un tempo. A 17 anni era già sul set in nudo integrale, è stata candidata agli Academy, ha vinto il Golden Globe, l’hanno diretta Abel Ferrara, Jonathan Demme e Brian De Palma. E cosa ha scelto per il suo ritorno sugli schermi, a 57 anni, dopo anni di assenza, la scorsa estate? Un corto della bravissima Rachel McDonald, dal titolo Thirst, sete, ancora inedito in Italia e presentato al Festival del cinema di Locarno, in cui interpreta una donna offuscata dall’alcol, maltrattata dal chirurgo estetico e per giunta esposta alle luci impietose del set. Insomma, ha avuto il coraggio di esporsi, mostrando una se stessa tremendamente simile alla realtà, cosa sorprendente se si pensa che ha girato il film mentre era sulla via della separazione dal marito. Ora, ironia della sorte, Banderas la dirigerà presto in Akil, mentre il 26 febbraio saranno insieme in Automata, pellicola ambientata nel 2044 su una terra che si avvia alla  desertificazione, e su cui sta scomparendo l’uomo. «Per me Melanie è prima di tutto una grade attrice», ha detto di lei Benderas, «ma è anche la persona che ho amato, che amo e che amerò per sempre». Una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo, nel momento in cui di Melanie si parla anche per un altro motivo: sua figlia Dakota è la diva del momento nei panni dell’eroina sexy Anastasia Steele nel film 5o sfumature di grigio. La nostra conversazione inizia naturalmente da qui.

Ci sono somiglianze tra lei e Dakota, da una parte, e tra lei e sua madre, un’icona di Hitchcock? «Dakota è meglio di me e di mia madre messe insieme. Sembra aver fatto tesoro dei miei errori e anche di quelli della nonna, davvero è molto meglio di noi due. La trovo un’attrice straordinaria, ma non ho ancora visto il film di Sam Taylor-Johnson (pare che Dakota lo abbia “vietato” sia a lei sia al padre, l’attore Don Johnson, ndr)».

Andrà a vederla? «Mai, temo che la metterei in difficoltà. Ma credo in lei, da piccola diceva sempre che sarebbe diventata una grande attrice, non le è mai mancata la fiducia in se stessa».

Negli ultimi vent’anni ha avuto piccoli ruoli, anche se molto significativi: è dipeso dalle sue difficoltà personali? «In molti hanno pensato che non volessi più lavorare, e c’è del vero. Sono stata occupata nell’essere la moglie di Antonio, e nel crescere Stella. Fare la madre mi piace moltissimo, ma adesso le ragazze sono cresciute. C’è un altro fatto, rispetto ai ruoli a cui si riferisce, come quello in Pazzi in Alabama. L’ho girato a 41 anni, e mi creda, a Hollywood compiere 40 anni è come diventare vecchi… Questo fattore ha inciso molto, oltre alle difficoltà personali a cui si riferisce, per cui confesso di aver avuto bisogno di uscire da tutte le superficialità hollywoodiane».

Crede al nuovo motto di moda proprio da quelle parti, “i cinquanta sono i nuovi trenta”? «Mi piacerebbe (sorride, ndr). Quando ho compiuto 50 anni Antonio e i miei figli hanno scritto una canzone che hanno intitolato proprio così. Tecnicamente adesso sta parlando con una trentaseienne…».

La Griffith con sua figlia, Dakota Johnson (courtesy of USWeekly.com)

Ha definitivamente superato la crisi di non vedersi più chiamare per l’età? «Sono così vecchia che le dico di sì (ride, ndr), infatti oggi lavoro di nuovo. Sto per girare due film, Day out of days con Cassavetes che racconta proprio di una donna di quarant’anni che compete con le più giovani, a Hollywood, e uno con Joe Berlinger, il drammatico Facing the wind. Sarò anche a Broadway tutto l’inverno, ma soprattutto, oggi ho la sensazione di poter fare quello che voglio: sono una donna libera, posso fare quello che mi pare».

Come affrontare le dipendenze sullo schermo, come ha fatto con Thirst? «Ci sono due aspetti che contano. Primo, non è facile avere dei ruoli in cui senti di poter davvero affondare i denti, cose sostanziose intendo. E secondo sono un’alcolista in cura, ho accettato spinta dal desiderio di uscire da questa schiavitù. Ho pensato che recitare la mia parte alcolizzata fosse un modo per liberarmene».

Com’è finita invece in un film futuristico come  Automata? «È una storia grandiosa, adoro il regista, Gabe Ibanéz. Profetizza un futuro in cui l’intelligenza umana e quella artificiale vivranno fianco a fianco. Io sono Susan Dupre, la scienziata che programma i robot. Lavoro per una società leader nel campo dell’intelligenza robotica, e per una volta  non indosso i soliti abiti disegnati dai migliori stilisti».

Chi è oggi Melanie Griffith? «Mi sono occupata di stupidaggini, in vita mia, i miei pensieri erano tutti rivolti a costruire una carriera, “dovrei fare questo, e non quello….”, mi dicevo… Oggi sono una donna felice, felice di aver fatto tutto e di non dovermi più occupare del fatto che mi paghino o di quanto sia importante una produzione».

Preferisce essere diretta da un uomo o da una donna? «Mi vanno bene entrambi, non sono una femminista ma sono femminile. Certo, potendo scegliere sosterrei le donne: le registe a Hollywood sono il 2 per cento, non le sembra strano?».

Ha mai pensato di farsi una nuova vita, lontano dal cinema? «Ho molte altre idee, in effetti. Lavorerei con i bambini, ho già fatto molto raccogliendo fondi e facendo assistenza negli ospedali. Vorrei anche scrivere, e anche dirigere, e andare in qualche luogo remoto del mondo a fare la monaca o l’insegnante di yoga… La verità è che mi è rimasto un solo figlio e che sono libera. Come le ho detto, da qui in avanti potrò fare quello che mi pare!».

Intervista su Grazia dell’11 febbraio 2015

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«Non rinuncerei mai a due cose: la disciplina ferrea e l’amore totale», Olga Kurylenko

28 mercoledì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Cristiana Allievi, Daniel Craig, Danny Huston, Olga Kurylenko, Quantum of Solace, Russel Crowe, The water diviner, Tom Cruise, Ucraina

«Mi crede se le dico che non avevamo da mangiare? So che per voi è una frase fatta, ma dove sono cresciuta io il senso è proprio letterale…». È talmente bella Olga Kurylenko, l’ucraina che da Berdyansk, un paese dell’ex Urss, è arrivata a sfilare per Cavalli e Kenzo, e poi addirittura a incarnare la Bond girl di Daniel Craig in Quantum of solace, che si rischia di prestare poca attenzione alle parole che pronuncia. Recitare la interessava da quando era bambina, nel 2005 corona il sogno grazie a L’annulaire di Diane Betrand, poi a Paris Je t’aime accanto a Elijah Wood quindi al thriller francese Le Serpent. La fama mondiale le arriva accanto all’agente segreto più sfuggente del pianeta: da lì in avanti una serie di “no” a ruoli sexy e spirito di sacrificio hanno fatto il resto. Oggi Olga passa da un regista top all’altro, lo stesso dicasi per i colleghi di set. Da Tom Cruise (Oblivion) a un altro Bond, Pierce Brosnan (November Man) fino alla doppietta Ben Affleck-Xavier Bardem (To the wonder). Sembrava avesse raggiunto il top, quando le arriva una mail di Russel Crowe che le invia il copione di Water Diviner, il suo esordio alla regia attualmente nelle nostre sale. È un’avventura epica ambientata quattro anni dopo la devastante battaglia di Gallipoli in Turchia, durante la prima Guerra Mondiale. Un contadino australiano (Crowe stesso) va a Istanbul per scoprire la verità sui suoi figli, dati per scomparsi in battaglia, e lì inizia una relazione con la proprietaria turca del suo albergo. Neanche a dirlo, quella donna è Olga. Labbra carnose rosso fiammante, capelli neri lucenti, in un abito di seta scuro ha grandissimi occhi verdi che sorridono.

L'ex modella e attrice Olga Kurylenko

L’ex modella e attrice ucraina Olga Kurylenko (courtesy wall.alphacoders.com).

Come l’ha coinvolta nel film l’ex Gladiatore? «Mi ha scritto una mail “Ciao Olga, ti allego la sceneggiatura del mio film, leggila e dimmi se ti piace”. L’ho letta e gli ho risposto “il mio personaggio mi piace molto”. E Russel “Quanto ci metti a imparare il turco?”, gli ho risposto che mi bastava un giorno (ride, ndr)».

Vi conoscevate, lei e Crowe? «Non l’ho mai incontrato prima, è arrivato dal nulla! Mi sono chiesta perché mi ha scelta, forse il mio essere nata dall’altra parte del Mar Nero, non molto lontano dalla Turchia, ha aiutato. Nel film sono Ayshe, una donna che manda avanti un hotel da sola con coraggio, dopo aver perso il marito, di cui col passare del tempo si capisce che era follemente innamorata. Tutto quello che le è rimasto è un albergo e suo figlio. Sono queste perdite reciproche ad avvicinare me a Connor».

Come avete lavorato insieme? «La prima volta che ci siamo incontrati di persona è stato a Parigi, di rientro dalle riprese di November Men con Pierce Brosnan. Confesso che credevo sarebbe stato faticoso essere diretta da un regista esordiente, ma non avrei potuto sbagliarmi di più: è stato il lavoro più fluido che mi sia mai capitato, la sicurezza di Russel faceva si che un paio di riprese gli bastassero, non siamo mai andati ai tempi supplementari (ride, nr)».

Ha citato Parigi, una città chiave nella sua vita. «Sono cresciuta con mia nonna e mia madre in Ucraina, nella povertà più estrema, mio padre se ne è andato presto. Avevamo veramente poco, anche se mamma faceva l’insegnante. Eravamo in tanti, tutti in un appartamento: avevamo la nostra stanza e quando mancava il cibo, ce lo dividevamo tra zii e cugini. A 15 anni sono andata a Mosca a fare la modella, l’ho accettato per soldi, di lì mi hanno spedita a Parigi».

Com’è stato quel lavoro? «Non l’ho scelto perché mi divertiva, non ho mai parlato con nessuno, non andavo alle feste, non avevo idea di quello che stavo facendo. Voglio dire che non ero modella nella mia testa, andavo in giro in sneakers… Era solo per i soldi, e se oggi mia madre vive bene lo devo a quel lavoro, mi ha fatto campare. Pensi che non parlavo una parola della lingua del posto, so cosa significa sentirsi soli, credo che sia il motivo per cui Malick mi ha scelta, mi ha sentita vagamente alienata…».

Da non sapere una parola di francese a diventare una Bond girl, come ha fatto? «Grazie alla disciplina. Mia madre mi ha tirata su con idee molto chiare in merito. Ricordo la tabella di marcia delle mie vacanze da bambina: sveglia alle sette, colazione, lettura del tal libro, matematica, ero molto organizzata. Quando mi sono trasferita a Parigi non sono andata a scuola, ho studiato da sola: tutte le sere alle sette facevo le lezioni di francese, con tanto di compiti. Diciamo che l’amore per la disciplina è stato un punto a mio favore».

Da modella a mito, Quantum of Solace le ha cambiato la vita? «La stampa è impazzita, tutti hanno scoperto chi ero, credevano che fosse il mio primo film e se penso a quanto avevo lavorato prima… È stato un po’ come quando ho iniziato a danzare, da bambina, e tutti mi scoraggiavano, ma sono sempre stata caparbia, non ho mai mollato. Finchè un incidente si è messo di mezzo, mi sono rotta una gamba e ho smesso di ballare. Ma l’ho deciso io».

Due matrimoni alle spalle, da tre anni è fidanzata con Danny Huston (figlio del grande John Huston). Le sue idee sull’amore sono cambiate?

«Molto. A vent’anni stavo nel mio piccolo appartamento a Parigi, il mio agente mi ha detto “sono due anni che sei qui, com’è che non hai un fidanzato?”. Non ci ho mai pensato di doverlo avere, questo per capire com’ero giovane di testa. Poi mi sono sposata due volte, credevo a tutto quello che mi dicevano, e soprattutto non davo grande valore al legame. Oggi sono più consapevole, il film di Malik mi ha cambiata ulteriormente. Ho cominciato a farmi domande, cos’è l’amore? perché comincia? perché finisce? Ho capito che è la cosa più importante della vita, e che significa anche accettare di perdere delle cose che sembravano irrinunciabili, perché conta di più l’uomo e quello che stai costruendo con lui…».

La Kurylenko nell’ultimo film, The water diviner, diretta da Russel Crowe (courtesy of http://www.dailymail.co.uk)

L’articolo è su Donna Moderna del 27 gennaio 2015.

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«Sono un uomo in fuga», parola di Keanu Reeves

27 martedì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Cristiana Allievi, Eli Roth, Grazia, Hollywood, John Wick, Keanu Reeves, Knock, Matrix, Men of tai chi, The whole Truth, Willem Dafoe

Era sparito dalle scene, ma ora, a 50 anni, Keanu Reeves è tornato in un film d’azione, John Wick, subito osannato dalla critica. Il quotidiano americano The New York Times ne celebra la perfezione, il settimanale Time loda l’humor nelle scene violente. Ora anche il pubblico italiano potrà rivedere l’attore al cinema e rimanere per lo meno sedotto dai suoi occhi esotici e da quell’aria timida così irresistibilmente sexy.

Per Reeves è un ritorno alla grande, ma non bisogna illudersi: presto scomparirà di nuovo, perché lui non è il solito divo di Hollywood. È un uomo che ama le fughe, che diserta la mondanità, che nasconde il proprio nome anche quando regala in beneficenza migliaia di dollari, che è stato scoperto dai paparazzi a passare la mattina con un barbone a Los Angeles, per donare ascolto e conforto.

L'attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962

L’attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962 (courtesy Grazia.it)

Reeves è imprevedibile, perché non segue le logiche del business. All’apice del successo si è messo a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti con la band che aveva fondato, i Dogstar, vivendo senza fissa dimora per mesi. Oggi ha ripreso a suonare il basso e sta pensando di rimettere in piedi i Dogstar: «La band non è ancora ricostituita del tutto. Abbiamo ricominciato da poco. È un po’ come reincontrare dei vecchi amici dopo tanto tempo», racconta. Come faccia a essere così indipendente dalle regole di Hollywood? Per Reeves i soldi non contano: «Potrei tranquillamente vivere per i prossimi secoli con quello che ho già guadagnato», ha dichiarato.

Ma dietro la sua irrequietezza c’è anche altro. Il padre drogato e spacciatore, la leucemia che ha colpito la sorella Kim, di due anni più giovane di lui, il suo più grande punto di riferimento familiare, la figlia nata morta e la compagna Jennifer Syme scomparsa in un incidente d’auto.
Keanu Reeves è in fuga, ma i demoni del suo passato lo seguono ovunque. Oggi dice di essere single, di non avere tempo per l’amore, la verità è che il fantasma di Jennifer non è facile da sostituire. Meglio la solitudine. In una vita lontana dai fasti, l’unico capriccio che l’attore si concede è la passione per le moto. Ha fondato la Arch Motorcycle Co., che costruisce moto su misura. Ha scritto un libretto di poesie, Ode to Happiness, Ode alla felicità, quasi per esorcizzare il dolore. E l’anno scorso ha debuttato alla regia con Man of Tai Chi, girato interamente in Cina e di cui è anche protagonista.

Reeves parla a Grazia da Los Angeles, quando ha appena terminato la produzione dei thriller Knock, Knock, di Eli Roth, e The Whole Truth, con Renée Zellweger. E per le fan italiane c’è una buona notizia: Maria De Filippi l’ha voluto fortissimamente in questa edizione del suo programma C’è posta per te.

Reeves in una scena di John Wick: non si era mai visto prima un killer così ben vestito (courtesy Collider.com)

Che cosa l’ha attratta di John Wick? 

«Mi è piaciuto il mondo un po’ di fantasia in cui vive, con case bellissime, soldi a palate, oggetti sofisticati e opere d’arte. Mi sono piaciuti i dialoghi, ma soprattutto le cose che non vengono dette. Prediligo il mistero e le strade che si incrociano silenziosamente. I film d’azione mi sono sempre piaciuti, ma cerco di raccontare storie che abbiano qualcosa in più. È il motivo per cui sono andato da Chat e David (Stahelski e Leitch, i registi di John Wick, ndr) con questo progetto, avevo intuito che potevano rendere al meglio questo mondo sommerso».

Hanno un passato di stunt, hanno lavorato in molti film d’azione e uno dei due era la sua controfigura in Matrix. Com’è stato averli come registi? 

«Ho sentito che l’asticella si alzava, in termini di aspettative. Entrambi vengono dal mondo delle arti marziali e non cedono di un millimetro sui dettagli, per questo mi sono sottoposto a una preparazione fisica estremamente impegnativa, ho cominciato mesi prima delle riprese, cinque volte a settimana otto ore al giorno. Poi mi sono allenato un’estate intera per diventare John Wick».

Un uomo che è praticamente scomparso dopo aver detto addio alla vita da killer. Anche lei, uno degli attori più famosi di Hollywood, riesce a rimanere defilato dallo sguardo del  pubblico.
«Non so se John sia un uomo che cerca più di scomparire o di uscire dalla vita. Io non ho mai cercato di abbandonare la vita, ho sempre e solo voluto raccontare storie e mi reputo estremamente fortunato di riuscirci ancora».

C’è una linea sottile nel film, riassumibile in “ognuno ha un prezzo”, concorda?
«Sì, ogni persona ha il suo prezzo. Ma credo dipenda da quello che si sta comprando e vendendo, non trova?».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza.
«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza. 

«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Quali sono i tocchi personali che ha dato al film?
«Il mio apporto più grande è stato il video di John e sua moglie, che lui continua a guardare e riguardare. Lei avrebbe dovuto essere solo un flashback all’inizio del film, ma mi è venuta l’idea del video e ho voluto che diventasse una specie di leitmotiv per ricordare allo spettatore qual è il motore di tutta la storia».

I suoi colleghi di Hollywood si lamentano spesso del fatto che è sempre più difficile ottenere  parti che piacciano davvero, è d’accordo?
«A me sembra che nel cinema indipendente si stia vivendo un vero Rinascimento, ci sono molte opportunità. Mi vengono in mente i film di Paul Thomas Anderson e di Christopher Nolan, geni che hanno stravolto le regole del settore».

Come si è sentito in una New York leggermente proiettata nel futuro?
«Sono contento che la nomini, è una componente importante dell’atmosfera e ai miei occhi è un misto di passato, presente e futuro. Il look più forte che rintracci è nelle linee degli abiti, eleganti, ma dai colori futuristici come gli ori e i rossi. Ci si ispira al cinema di Hong Kong ma anche a Steven Spielberg e ai noir degli Anni 70».

C’è un’ultima domanda che voglio fare prima di salutarlo: in questo film l’attore ha scelto l’eleganza. Mi racconta che il costumista Luca Mosca ha dato agli abiti molti significati simbolici: «Il nero è funereo ed è sacerdotale, è anche molto elegante, ma non richiama l’attenzione. Quando lo indosso, senz’altro mi influenza», spiega Reeves, che d’altronde con il look di Matrix aveva lanciato uno stile.

Poi lo saluto, sapendo già che presto lui “scomparirà” di nuovo.

Ancora Reevs in una scena di  John Wick (Courtesy it.ign.com)

Ancora Reevs in una scena di John Wick (Courtesy it.ign.com)

L’articolo è su Grazia del 25 gennaio 2015 

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«Perchè dopo il buio c’è sempre l’Alba», e Saverio Costanzo lo sa

15 giovedì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Alba Rohrwacher, Cristiana Allievi, diventare genitori, Hungry Hearts, inquinamento, manie alimentari, Maurizio Costanzo, Saverio Costanzo

Per il suo film più importante il regista Saverio Costanzo ha scelto la sua musa e compagna di vita, Alba Rohrwacher. E lei per Hungry Hearts, da oggi nelle nostre sale, si è aggiudicata la coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia. Costanzo l’ha resa protagonista di una storia d’amore folle e di paure, a testimonianza del fatto che certe coppie fanno dell’andare in profondità il centro della propria relazione. Un fatto che fa ben sperare, perché per raccontare bene qualcosa, è meglio conoscerlo a fondo

Il regista Saverio Costanzo all'ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

Il regista Saverio Costanzo all’ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

«UCCIDE PIU’ IL TROPPO AMORE O IL NON AMORE?», chiedo a Saverio Costanzo. «Uccidono allo stesso modo», mi risponde. Incontro il regista per parlare del suo nuovo film, Hungry Hearts (“Cuori affamati”), nelle sale in questi giorni. La storia è di quelle che fanno discutere: racconta di una madre, Mina (Alba Rohrwacher), che ha la pretesa di preservare il figlio da un mondo esterno inquinato. Il padre Judd (Adam Driver) arriverà a strapparglielo per salvarlo, ma non riuscirà a evitare il peggio. Un tema forte, un’interpretazione intensa e drammatica, che è valsa ai due protagonisti la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia come migliori attori. E il fatto che per un ruolo così estremo, quello della madre travolta da ossessioni e paure, il regista abbia scelto proprio Alba Rohrwacher, la sua musa e compagna, è singolare, ma anche significativo: l’ha voluta accanto nella sua prova più difficile.

Saverio Costanzo è molto schivo: risulta chiaro, parlandogli, che delle interviste farebbe volentieri a meno. Normale, per uno che cerca di fuggire praticamente da sempre alla scomoda posizione di “figlio di”. Nel caso specifico, del giornalista Maurizio Costanzo,che lo ha avuto dalla prima moglie, la giornalista Flaminia Morandi. Ma il regista, padre di due bambini nati dalla relazione con Sabrina Nobile, inviata del programma di Italia Uno Le Iene, è un bell’esemplare di figlio al quale un genitore ingombrante ha reso necessario fare un salto: è probabile che proprio l’esigenza di stabilire un centro proprio, inespugnabile, lo abbia reso l’artista dal punto di vista originale e netto che oggi è. «La cosa interessante di Hungry Hearts è che mostra due genitori in buonissima fede», inizia il regista. «C’è una madre che mi ha profondamente colpito perché fa cose giuste, eppure…».

Eppure si fa divorare dall’ossessione: non porta il figlio fuori per non fargli respirare l’aria di New York, coltiva le verdure sul tetto per nutrirlo. Follia o amore di madre? 

«Non sono sicuro di niente, quando si parla del personaggio di Mina. Ma so per certo che il passaggio dall’essere figlio al diventare genitore è molto doloroso. Ci ostiniamo a presentarlo come naturale, ma non lo è».

Adam Driver, il padre del film Hungry Hearts, si è aggiudicato la Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia come miglior attore protagonista (foto http://www.indie-eye.it)

Che cosa è doloroso nel diventare genitori?
«Il cambiamento del punto di vista. Da figlio ti vedi in un certo modo: all’improvviso devi fare i conti con una nuova dimensione».
Visto il cognome che porta, è inevitabile fare i conti con il suo, di padre. Che ha ammesso: «Con i miei figli non ci sono stato, ho sempre lavorato». Questo l’ha influenzata? 
«Penso di no, ma non so risponderle. E a proposito del cognome, non mi sono mai presentato come figlio di Maurizio Costanzo: voglio dire che già a 12 anni cercavo di essere Saverio, non “il figlio di”. Non mi sono mai sentito il figlio del personaggio, quello pubblico, ho tenuto le cose separate. Credo si sia trattato di una forma di rispetto innanzitutto per me stesso, poi per mio padre e infine per lo spettatore: mi è stato insegnato così».
È un caso che disagio e malessere esistenziale siano le cifra del suo cinema?
«Sì, non cerco il dolore, né il disagio o la sofferenza. Mi interessa fare un percorso attraverso una storia, il centro dei miei film è la ricerca, è un tendere a una scoperta attraverso un processo che faccio io, per primo. Quando dirigo so sempre qual è la sua tensione, so dove vuole andare, ma non so dove arriverà, lo scopro strada facendo».
Che cosa le interessa della quotidianità estrema che racconta? 
«Imparare a non giudicare i personaggi, che poi è un modo per giudicare meno anche me stesso». 
È severo con se stesso?  
«Decisamente sì». 
Ha detto di sé: «Sono pieno di paure, sono un codardo». 
«È vero, ho paura quasi di tutto nel quotidiano. Quando giro un film ne ho meno perché le cose diventano più chiare. Hai un ritmo prestabilito, la vita è più ordinata. E poi condivido con gli altri, sono costretto a fidarmi, ad affidarmi: per questo quando lavoro ho meno paura, perché mi aiutano gli altri, non sono solo».
Sullo schermo Alba Rohrwacher esce fisicamente distorta, dalla macchina da presa o dalle diete: lei non si è ribellata? 
«Non è contro di lei, naturalmente, e poi per un’attrice lavorare su un personaggio con il proprio corpo è un’esperienza molto intensa. Ad Alba piace». 
Come regista e attrice, ma anche come coppia, state facendo un viaggio incredibile. 
«Il lavoro che condividiamo è una cosa grossa e anche un grande piacere, ci permette di stare più tempo insieme. E scavare su certi temi è il modo migliore di essere una coppia».
Perché i suoi film sono tratti da romanzi (vedi riquadro a destra, ndr)? 
«Per pudore. Vince sempre la storia di qualcun altro perché dietro quella io mi difendo, mi nascondo. E nascondermi mi da più libertà». 
Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

su Grazia del 21/1/2015

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Robert Pattinson, «Io, vagabondo in The rover»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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animal kingdom, cosmopolis, david michod, Panorama, Robert Pattinson, the rover, Twilight

Con The rover,  nelle sale dal 4 dicembre, Pattinson convince anche gli indecisi. Dopo i lavori con Cronenberg, ecco l’impegnativo film girato con David Michod (regista di Animal Kingdom) che seppellisce definitivamente il passato mainstream di Twilight

Pattinson in The Rover

Sporco, brutto (si fa per dire) ma tutt’altro che cattivo, con i capelli mal rasati, i denti neri, la barba corta biondiccia, eccolo aggirarsi per una landa desolata australiana. Siamo in un’epoca non specificata, dopo il collasso del sistema economico occidentale. Il mondo non ha più né risorse né tantomeno una morale e tra parassiti, reietti e criminali, spicca lui, Rey, fratello minore di un criminale che con la sua band ha rubato l’auto a Eric (Guy Pearce), un vagabondo distrutto dall’odio e dalla noia e mosso dal desiderio di tornare in possesso del suo unico bene. Guardando The rover, “il vagabondo”, nelle sale dal 4 dicembre, del regista di Animal Kingdom David Michod, non si può che concordare con Variety, “Pattinson è la sorpresa del film, Pearce è impressionante”. Il nostro Robert ha studiato molto per essere questo Rey, ferito e, forse solo apparentemente, ritardato: cammina spingendo la testa in avanti e strizza gli occhi, dimostrando ancora una volta quanto le sue abilità performative siano articolate, in generi molto meno mainstream delle saghe dei vampiri. «Per questo film ho fatto tre ore di audizione, per ben due volte, e pensare che le odio… Sono pessimo in quelle situazioni, però poi tutte le volte, quando le supero, mi accorgo di avere più fiducia in me stesso». A sentire queste parole uno non crede che siano di Pattinson, diventato oggetto del desiderio da quando è apparso sullo schermo, in Harry Potter e il calice di fuoco. Da quel momento prima il cinema, poi a ruota la moda e le donne, lo corteggiano insistentemente. E per quanto si continui a salutare ogni nuovo bello che sbuca all’orizzonte come “il nuovo Pattinson”, di fatto continua a esserci solo lui. Va detto, non ha sbagliato un colpo. Da Edward Cullen in avanti, ha sedotto in Cosmopolis di Cronenberg, tanto che al grido “anch’io sulla limousine con Pattinson…” ha conquistato le ultime indecise (se ce n’erano). I maschi? Li ha catturati con l’aplomb del miliardario e i folli testa a testa con Paul Giamatti. Anche in Come l’acqua per gli elefanti di Francis Lawrence ha fatto fuori uno del calibro di Christoph Waltz e si è aggiudicato Reese Wintherspoon con una storia non banale (peccato per il nome affibbiato al suo personaggio: con tutti quelli a disposizione, dovevano chiamarlo proprio Jacob, come il suo rivale in Twilight?).

In Twilight, con la ex Kristen Stewart

E ci piace anche nei panni di questo disperato in salsa apocalittica, di cui spiga così la perdita di umanità: «se devasti il pianeta non esiste più nessuna speranza, cosa vuoi fare, quando non sai nemmeno dove vivere? Ma non so dire quale sia il vero messaggio del film, è interpretabile in molti modi». In questo caos tremendo, lui rappresenta una sorta di innocenza. «Michod non mi ha chiesto di recitare un ideale, però quando l’ho incontrato e gli ho chiesto se ero uomo handicappato mi ha risposto, “no, sei affetto da una sindrome per cui non si cade a pezzi, piuttosto si è come i cani, a cui si tirano calci e loro continuano a tornare da te…». Animal Kingdom per Pattinson è il miglior film degli ultimi 15 anni, e quando gli si fa notare che sta facendo una meravigliosa carriera, non ha dubbi sul segreto. «Dopo Cosmopolis ho capito la cosa più importante: se lavori con degli autori, non sarai mai scontento di quello che fai. Non importa come andrà il film, tu avrai fatto comunque un’esperienza che ti cambia».

L’articolo pubblicato su Panorama del 4 dicembre  2014

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Quella volta che Brad Pitt mi ha detto: “Non ho più paura della morte”

10 mercoledì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Quella volta che

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Tag

brad pitt; angelina Jolie; cinema; Croisette; Terrence Malik; produttore; Cannes; famiglia; figli

Per Malick doveva essere solo un produttore, poi ha deciso di metterci anche la faccia (“altrimenti chi avrebbe guardato un film così impegnativo?”). Recita senza copione, viaggia di notte  (per i paparazzi) e ha un’idea chiara in testa: i momenti migliori della vita sono quelli che non ha mai pianificato

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La coppia Jolie-Pitt sulla Croisette

È stato la star indiscussa del festival di Cannes. Si è presentato sul red carpet della Croisette con capelli ingellati, pizzetto sale e pepe, occhiali tartarugati e completo bianco. Tocco finale, le catene d’oro bene in vista. Segno che anche quello del sex symbol è un ruolo da interpretare con cura. Perché poche ore dopo, sul red carpet della proiezione ufficiale di The tree of life  – il film scritto e diretto da Terrence Malick che ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes e che lo vede in veste anche di produttore- Brad Pitt si presenta in smoking, ma con la stessa bellezza magnetica.

La nostra intervista si svolge in un lussuosissimo albergo sul mare. L’attore americano, nel film, è protagonista assieme a Sean Penn e a Jessica Chastain (vedi pagina 52). Arriva nella suite in pantaloni color ghiaccio, maglietta bianca. Stessa catena d’oro e occhiali tartarugati.

La mia leggera tachicardia, mai manifestatasi prima davanti a un attore, mi conferma che probabilmente ho davanti l’uomo più bello del mondo (il quale, tra l’altro, sembra essere perfettamente a conoscenza della cosa). Ma un difetto, mi chiedo, lo avrà? Potrebbe non essere interessante, mi dico, mentre vedo i suoi occhi brillare come diamanti, dietro le lenti gialle degli occhiali.

La storia del film, ambientato negli Anni 50,  è quella di una famiglia e degli eventi che affronta. Lei è il signor O’Brien, un padre autoritario, che ama i suoi figli, ma che ha anche molte aspettative…
«Direi che il mio personaggio è un uomo molto triste, uno che non sente di farcela, oppresso dal sistema che lo circonda. O’Brien è in un circolo vizioso che ha un impatto forte su chi gli sta intorno».

Lei, invece, che padre è? 
«Uno che sta molto attento a non scaricare sui bambini le sue frustrazioni. Quando torno a casa, i miei figli sono incredibilmente consapevoli di quello che mi passa per la testa, ma io non voglio coinvolgerli. Voglio che siano liberi. Quello che desidero per tutte le persone, vale ancora di più per loro».

Ha dichiarato più volte che la morte la spaventa: diventare padre l’ha resa più timoroso o più forte? 
«Ha cambiato tutto. Anche i film in cui recito, altro non sono che un’estensione della direzione presa dalla mia vita. Oggi mi preoccupo molto di più, mi chiedo sempre se i ragazzi sono al sicuro, in ogni momento. La paternità ha cambiato anche il mio modo di scegliere i copioni: adesso so che, un giorno, i miei figli li vedranno. E ci penso due volte prima di accettare una parte».

Il regista del film, Terrence Malick, cinque film in quasi 40 anni di carriera e pochissime interviste, è una specie di figura mitica nel mondo del cinema. Com’è lavorare con lui?
«Malick è un mito, gli voglio molto bene. Gli interessa girare quello che

succede, non ha una tabella di marcia. I bambini del film, per esempio, erano alla loro prima esperienza cinematografica, avevano un armadio pieno di vestiti e lui li lasciava liberi di indossare ciò che volevano. Voglio dire che tutto, con Terrence, è molto autentico. Persino le luci sono quelle naturali».

Sembra che nel film ci sia molta poesia e poca “azione”… 
«Nessuno di noi aveva un copione. Ogni giorno il regista ci dava tre o quattro pagine e dovevamo sviluppare qualcosa a partire da lì. Se vedeva i ragazzi che inseguivano una farfalla, tutto il suo interesse andava lì. Non so se potrei rifare un’esperienza simile».

Perché?
«È sfinente, ma davvero incredibile».

Come influenzerà il suo modo di lavorare? 
«La mia esperienza mi dice che i migliori momenti della mia vita non sono mai stati pensati prima, o pianificati, sono eventi felici che sono semplicemente… capitati. Ecco, vorrei andare sempre più in questa direzione, studiare meno e affrontare di più quello che succede».

Malick non parla con la stampa, non ha ritirato nemmeno la Palma d’oro a Cannes. Come si è sentito a dover rappresentare il film parlando anche al suo posto? 
«In effetti è stato strano farmi intervistare e dire: “Terrence pensa”, “Terrence crede…”. Però capisco la dinamica. Quando lui ha iniziato a lavorare, 20 anni fa, il cinema non era come oggi, non c’era questa pressione per farti andare in giro per il mondo a vendere la tua creazione».

E la propria immagine. 
«Capisco la difficoltà della situazione. Io non ci faccio troppo caso e rilascio volentieri interviste, anche perché ci sono così tanti film sul mercato che non è uno scherzo farsi notare. Però cerco di non farmi coinvolgere troppo».

Anche per lei le cose sono molto cambiate. Ai tempi di “Sette anni in Tibet” non rilasciava interviste da solo, c’era sempre qualcuno seduto accanto a lei. Oggi siamo solo in due…
«Ai tempi non ero preparato, pensavo solo ai film e non ero pronto a tutto quello che comportano. Avere un registratore puntato addosso può essere un incubo e io non sapevo davvero come affrontarlo. Tutto quello che volevo era recitare».

E oggi?
«Sono più vecchio, più maturo, capisco più il meccanismo. Non combatto con

la “macchina” di comunicazione perché ormai conosco le sue regole. Le parole dei giornalisti hanno più importanza, in certe situazioni. Per esempio questo film: The tree of life va discusso, capito, affrontato. In genere sono un tipo schivo, cerco di non commentare tutto e preferisco fare le mie scelte. Indipendentemente da quello che si dice e che si scrive».

Sean Penn, in questo film, è suo figlio. E a Cannes era anche in concorso come miglior attore protagonista di “This must be the place” del nostro Paolo Sorrentino. Cosa pensa di lui come attore? 
«Sean è la ragione per cui ho iniziato a recitare. Era uno dei miei idoli quando

cercavo di capire cosa volessi fare da grande. È uno dei pochi che conoscono il timore, ma allo stesso tempo sanno che cos’è l’amore. E porta questa incredibile qualità nella sua recitazione».

Passiamo alla sua di famiglia e ai suoi sei figli. Li ha portati con sé anche per il film di Malick? 
«Sempre. Io e Angelina (Jolie, la sua compagna, ndr) siamo sempre con loro e lavoriamo sul set uno alla volta in modo da non lasciarli da soli. Nel caso di The tree of life abbiamo affittato una casa in Texas. Siamo molto felici dell’educazione che stiamo dando loro immergendoli in altre culture, in tanti posti del mondo diversi».

Hanno capito che sono figli della coppia più famosa di Hollywood?
«Loro pensano che, per lavoro, raccontiamo storie. Non sanno esattamente che cosa facciamo, quindi non ne sono troppo impressionati».

I suoi figli non hanno visto i suoi film?
«Nessuno. Forse nemmeno Angelina l’ha fatto! Non abbiamo molto tempo libero».

Com’è dover sempre fare i bagagli? 
«In famiglia siamo bravissimi in questa attività, soprattutto Angelina».

Come vi organizzate, visto che ogni mossa di lei e della Jolie muove 

stuoli di paparazzi? 
«Cerchiamo di viaggiare di notte, quando la gente dorme, perché è molto, molto difficile farlo alla luce del sole».

Prima diceva che si preoccupa dei suoi figli e di come giudicheranno i suoi film. Ne teme qualcuno in particolare?
«Una volta mi piacevano i personaggi più irriverenti, ora voglio che i ragazzi sappiano che il loro papà è un uomo maturo».

Ci dobbiamo preoccupare? 
«Sono più consapevole di non essere… “eterno”. Ci sono un po’ di film che voglio fare presto. Non dico che cambieranno il mondo, ma sono storie che hanno un senso. E sono sicuro che lo avranno anche per i miei figli».

Cristiana Allievi

La Locandina di "The Tree of Life" in concorso a Cannes

La Locandina di “The Tree of Life” in concorso a Cannes.

Qui il mio articolo su Grazia

2011 © Riproduzione Riservata 

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