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Cerca luoghi estremi, intensi e isolati, che lo facciano star bene. Proprio come Aragorn, l’alter ego che lo ha reso famoso. Proprio come Viggo, esploratore di esperienze, affamato di vita: fotografa, dipinge, scrive poesie e recita. Tutto insieme, «perché la vita è breve e questo limita l’esperienza. Io cerco di fané il più possibile», ha dichiarato. Per spiegare che tra le arti non ci sono distinzioni. Come nel mondo non ci dovrebbero essere frontiere. 

Viggo Mortensen, 57 anni, attore, fotografo, musicista e poeta.

Viggo Mortensen, 57 anni, attore, fotografo, musicista e poeta.

Se hai una madre americana e padre danese, e i due si incontrano sciando in Norvegia, nelle vene ti scorre già un destino. E nel caso di Viggo, nato a Manhattan 55 anni fa, maggiore di tre fratelli, si sdoppia tra realtà e schermo. Si ritrova a frequentare le elementari in Argentina, ma studierà all’Università negli Stati Uniti e poi farà il poeta-operaio di fonderia in Danimarca. Un pezzo più in là, naturalmente, eccolo attore a Los Angeles. Anche sullo schermo, quello del viaggiare è un marchio di fabbrica. La carriera inizia a metà anni Ottanta, appena terminato il college, e nel 1991 inizia ad attirare l’attenzione: sigaretta in bocca, petto nudo e aria da Richard Gere, Sean Penn lo sceglie per il suo esordio alla regia in Lupo solitario. Ma la svolta planetaria è con quel Viggo-Aragorn che inizia a viaggiare in Il signore degli anelli e non si fermerà più. L’attore feticcio di Cronenberg si presenta all’intervista di Icon con un look da rocciatore, camicia a quadretti sdrucida e un paio di pantaloni cargo che lo sono altrettanto, con tanto di sacchetto della spesa in mano. Ma guai a credere al suo look shabby: Mortensen sa che l’immagine è una lama a doppio taglio su cui scorre in modo molto prudente, da sempre, ma sa anche molto bene di potersi fidare del proprio fascino ruvido. E poi ha una predilezione per i film d’autore, sfoggia un film più sofisticato dell’altro, e questo parla per lui. Gli ultimi arrivati (ancora inediti in Italia, speriamo per poco) sono Jauja, di Lisandro Alonso, in cui guarda il caso cammina per giorni e giorni tra le rocce della Patagonia, praticamente da solo. Il secondo è Loin des Hommes di David Oelhoffen, di cui è anche produttore, e in cui fa il maestro di scuola di sangue misto, in Algeria, nel 1954. Anche nell’ultimo lavoro, di cui ha da poco terminato le riprese, Capitan Fantastic, fonde due tratti importanti della sua personalità: quella di padre e quella di viaggiatore-filosofo. Guai a togliergli Socrate, la parte che è più rintracciabile nel sito della sua casa editrice, la Perceval Press. Ma non provateci nemmeno con Martin Cauteruccio, attaccante della squadra argentina San Lorenzo de Almagro, la squadra a cui dedica un intero blog (www.sobrevueloscuervos.com).

1991, mostra le sue qualità in Lupo solitario, il debutto alla regia di Sean Penn. 2015, finite le riprese di Captain Fantastic, in cui è ancora una specie di lupo solitario, ma con sei figli. «È la seconda volta che lavoro con Matt Ross, e in effetti interpreto un padre idealista che vive con i suoi ragazzi in una foresta del Pacifico dell’Ovest, per dieci anni. Ma a un certo punto devo tornare nella civiltà, diciamo così (sorride, ndr)».

Anche lei è noto per preferire la natura allo star system… «Anche prima di diventare attore ho sempre gli animali, i cavalli, stare all’aria aperta, fare amicizia con i cani per strada, sono sempre stato così in realtà. Ma è vero, questo mondo ha peggiorato le cose, mi ha fatto venire voglia di starne sempre più alla larga (ride, ndr)».

L’ufficiale danese che vaga per le lande desolate della Patagonia del bellissimo Jauja (per girare il quale ha rifiutato un ruolo in The Hateful Eight di Tarantino) ricorda per molti aspetti Aragorn, il re avventuriero de Il signore degli anelli. Passano gli anni, lei è sempre in viaggio. «(ride, ndr) Da bambino ero molto preso da romanzi d’avventura, racconti di Vichinghi ed esploratori, vivere con un coltello nella cintura era il mio sogno. Ho anche vissuto nei boschi, e in generale in molti luoghi selvaggi, mi fa stare bene e ogni tanto lo faccio tutt’ora. So cacciare e pescare, quando mi hanno presentato Aragorn come un cacciatore della terra di mezzo ho detto “perché gli volete far uccidere i cervi con la spada?”. Sono stato io a chiedere un arco e un coltello… In pratica le sto confessando che Aragorn ero io (ride, ndr)».

Le terre di Jauja le sono familiari. Era piccolo, quando suo padre ha trasferito la famiglia in Sud America e in Argentina, cosa ricorda di quel mondo? «La fattoria in cui mio padre coltivava prodotti agricoli ed allevava bestiame. In quei luoghi ho imparato ad andare a cavallo, gli odori, il clima, il tempo, tutto mi è molto famigliare, ho ricordi fortissimi. Se vuole, la sfida è stata proprio interpretare un personaggio che vuole scappare da quella terra, per tornare in Danimarca».

La cosa più strana che ricorda dell’Argentina? «L’ironia delle persone. I danesi e gli argentini hanno qualcosa in comune, se per esempio qualcuno esce di casa e piove, urla “paese di m…” (ride, ndr), anche se si tratta solo di due gocce… All’estero tutti ridono di questa follia».

Lei parla sette idiomi, e ormai recita in qualsiasi lingua originale. «A parte inglese, italiano, francese, norvegese e svedese, parlo lo spagnolo come lo parla mio padre, bene ma con un certo accento. Invece il mio danese assomiglia a quello di mio nonno. Era un contadino, è il motivo per cui io sono un uomo vintage (sorride, ndr)».

I suoi viaggi sullo schermo sono spesso anche viaggi interiori. Come l’ha cambiata, il continuo peregrinare? «Credo siano molti gli attori che hanno avuto un’infanzia movimentata, nel senso letterale del termine. A livello inconscio facciamo questo mestiere per continuare a vivere così, vedendo cose diverse, culture distanti da loro. Un aspetto che ha anche a che fare con il non saper stare fermi, indubbiamente».

Più si viaggia, più si diventa? «Flessibili, ed è una buona cosa. I passaporti, le bandiere, le divisioni sono idee stupide, occorre una mente più aperta».

In che modo si sente diverso, quando viaggia? «Sono più attento, osservo di più. Anche se, paradossalmente, torno spesso in luoghi già visti, noto che cambiano. Come fotografo dico sempre che tutto è già stato immortalato, entri in libreria e c’è già tutto, dai paesaggi minimalisti ai fotoritocchi più spinti. Lo stesso si potrebbe dire dei film, del sesso, dei dipinti, delle emozioni, ma è il punto di vista che cambia le cose. Ho fotografato centinaia di volte una piscina, negli anni Novanta, ho finito col pubblicarci un libro, tante erano le cose diverse che sono riuscito a rintracciare (Hole in the sun, ndr)».

 Che tipo di luce preferisce, da fotografo? «Dipende da quello che voglio fare, anche essere artificiali e carichi, come i western degli anni Cinquanta, può avere un valore aggiunto… Il modo in cui guardi le cose e la tua sensibilità dipendono molto da dove sei cresciuto. Ci sono zone del mondo in cui non userebbero mai luci “dure”, né certe inquadrature».

Ad esempio? «Solo nel nord Europa cercano una logica nell’uso della luce, e anche del tempo lineare. Vedi tutte le cose in ordine, con una spiegazione dall’inizio alla fine… Alla mia età ho capito che non serve a niente cercare di capire tutto, le cose vanno bene anche quando non si capiscono (ride, ndr)».

I luoghi cosa sono? «Posti reali o anche di più, incarnazioni di un’idea, evocazioni di soddisfazione, di un certo feeling, di una contentezza, di tranquillità…».

In passato ha scritto musiche sperimentali con Buckethead, ex chitarrista dei Guns N’ Roses. Di Jauia firma addirittura la colonna sonora, e propone una musica minimalista e incisiva… «Ho mandato delle idee a Lisandro, mi ha chiamato subito chiedendomi se poteva usarle. Erano cose mie, libere da diritti, non potevo che esserne lieto. Il suono in generale è jazz, ho usato quell’atmosfera per raccontare il mio personaggio, che vaga in un paesaggio sconfinato. Mi piace l’idea di spingere lo spettatore in un altro spazio, in un’altra dimensione, con delle note».

All’improvviso si sentono una chitarra elettrica, un organo… «E anche qualche nota di pianoforte (ride, ndr). In una creazione l’importante è che tutto venga da uno spazio organico e sincero, in cui non senti che qualcuno – di solito il regista – ti sta dicendo “Guarda quanto sono bravo…”. Odio le cose pretenziose, e anche la musica è un modo per far sentire come la si pensa».

Pittura, fotografa, recita, scrive poesie: cosa sceglierebbe, se obbligato? «Non distinguo, per me sono la stessa cosa. La vita è breve e questo limita l’esperienza, io cerco di farne il più possibile e ho la sensazione che il mio lavoro migliori, con questa modalità. Oggi sovrappongo meno le cose di quanto non facessi un tempo, perché ho meno energie: faccio una cosa alla volta e non con il senso di urgenza di una volta».

Un dipinto di Mortensen (courtesy of www.angelfire.com)

Un dipinto di Mortensen (courtesy of http://www.angelfire.com)

Cos’è lo stile? «Saper ascoltare gli altri è parte delle buone maniere. Spesso le persone sembrano ascoltare, ma non è vero. Mi capita di vedere uomini che aprono la porta a una donna, ma lo fanno per l’immagine, non gliene frega niente di lei, è un gesto senza nessuna sostanza».

La mancanza di stile? «È molte cose, in una relazione per esempio, che sia fisica, emozionale o entrambe le cose, è quanto sei interessato solo a te stesso e alla tua esperienza».

Ha definito più volte suo figlio Henry Blake, nato dalla sua ex moglie Exena Cervenka, come la persona che stima più al mondo. La vostra avventura più memorabile, insieme? «Ho girato un film con un attore giapponese che mi ha regalato un grande Godzilla di plastica. Henry è diventato matto, era ossessionato al punto da voler imparare il giapponese. Era pasqua, siamo partiti insieme, volando fino a Sapporo. Nessuno parlava una parola d’inglese, dopo una lunga e complicata negoziazione mi hanno dato una macchina a noleggio. Ma anche la cartina era in giapponese, si immagina?».

Come siete sopravvissuti? «Abbiamo trovato l’autostrada e anche il modo di pagare (ride, ndr), ma confondevamo un posto con l’altro, siamo finiti in mezzo alla neve, nel nulla, sulle montagne, a fine stagione, senza nessuno! In tutto questo Henry mi guarda e mi dice, seccatissimo: “ti sei perso, papà…”. E io, “No caro, ci siamo persi!”. Nonostante questo lui è rimasto molto leale a quella gente e a quella civiltà, mentre io inventavo tremende barzellette su di loro (ride, ndr). Siamo stati due pazzi, ma ci siamo divertiti moltissimo…».

pubblicato su Icon, Aprile 2015

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