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«Sono un uomo in fuga», parola di Keanu Reeves

27 martedì Gen 2015

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Cristiana Allievi, Eli Roth, Grazia, Hollywood, John Wick, Keanu Reeves, Knock, Matrix, Men of tai chi, The whole Truth, Willem Dafoe

Era sparito dalle scene, ma ora, a 50 anni, Keanu Reeves è tornato in un film d’azione, John Wick, subito osannato dalla critica. Il quotidiano americano The New York Times ne celebra la perfezione, il settimanale Time loda l’humor nelle scene violente. Ora anche il pubblico italiano potrà rivedere l’attore al cinema e rimanere per lo meno sedotto dai suoi occhi esotici e da quell’aria timida così irresistibilmente sexy.

Per Reeves è un ritorno alla grande, ma non bisogna illudersi: presto scomparirà di nuovo, perché lui non è il solito divo di Hollywood. È un uomo che ama le fughe, che diserta la mondanità, che nasconde il proprio nome anche quando regala in beneficenza migliaia di dollari, che è stato scoperto dai paparazzi a passare la mattina con un barbone a Los Angeles, per donare ascolto e conforto.

L'attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962

L’attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962 (courtesy Grazia.it)

Reeves è imprevedibile, perché non segue le logiche del business. All’apice del successo si è messo a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti con la band che aveva fondato, i Dogstar, vivendo senza fissa dimora per mesi. Oggi ha ripreso a suonare il basso e sta pensando di rimettere in piedi i Dogstar: «La band non è ancora ricostituita del tutto. Abbiamo ricominciato da poco. È un po’ come reincontrare dei vecchi amici dopo tanto tempo», racconta. Come faccia a essere così indipendente dalle regole di Hollywood? Per Reeves i soldi non contano: «Potrei tranquillamente vivere per i prossimi secoli con quello che ho già guadagnato», ha dichiarato.

Ma dietro la sua irrequietezza c’è anche altro. Il padre drogato e spacciatore, la leucemia che ha colpito la sorella Kim, di due anni più giovane di lui, il suo più grande punto di riferimento familiare, la figlia nata morta e la compagna Jennifer Syme scomparsa in un incidente d’auto.
Keanu Reeves è in fuga, ma i demoni del suo passato lo seguono ovunque. Oggi dice di essere single, di non avere tempo per l’amore, la verità è che il fantasma di Jennifer non è facile da sostituire. Meglio la solitudine. In una vita lontana dai fasti, l’unico capriccio che l’attore si concede è la passione per le moto. Ha fondato la Arch Motorcycle Co., che costruisce moto su misura. Ha scritto un libretto di poesie, Ode to Happiness, Ode alla felicità, quasi per esorcizzare il dolore. E l’anno scorso ha debuttato alla regia con Man of Tai Chi, girato interamente in Cina e di cui è anche protagonista.

Reeves parla a Grazia da Los Angeles, quando ha appena terminato la produzione dei thriller Knock, Knock, di Eli Roth, e The Whole Truth, con Renée Zellweger. E per le fan italiane c’è una buona notizia: Maria De Filippi l’ha voluto fortissimamente in questa edizione del suo programma C’è posta per te.

Reeves in una scena di John Wick: non si era mai visto prima un killer così ben vestito (courtesy Collider.com)

Che cosa l’ha attratta di John Wick? 

«Mi è piaciuto il mondo un po’ di fantasia in cui vive, con case bellissime, soldi a palate, oggetti sofisticati e opere d’arte. Mi sono piaciuti i dialoghi, ma soprattutto le cose che non vengono dette. Prediligo il mistero e le strade che si incrociano silenziosamente. I film d’azione mi sono sempre piaciuti, ma cerco di raccontare storie che abbiano qualcosa in più. È il motivo per cui sono andato da Chat e David (Stahelski e Leitch, i registi di John Wick, ndr) con questo progetto, avevo intuito che potevano rendere al meglio questo mondo sommerso».

Hanno un passato di stunt, hanno lavorato in molti film d’azione e uno dei due era la sua controfigura in Matrix. Com’è stato averli come registi? 

«Ho sentito che l’asticella si alzava, in termini di aspettative. Entrambi vengono dal mondo delle arti marziali e non cedono di un millimetro sui dettagli, per questo mi sono sottoposto a una preparazione fisica estremamente impegnativa, ho cominciato mesi prima delle riprese, cinque volte a settimana otto ore al giorno. Poi mi sono allenato un’estate intera per diventare John Wick».

Un uomo che è praticamente scomparso dopo aver detto addio alla vita da killer. Anche lei, uno degli attori più famosi di Hollywood, riesce a rimanere defilato dallo sguardo del  pubblico.
«Non so se John sia un uomo che cerca più di scomparire o di uscire dalla vita. Io non ho mai cercato di abbandonare la vita, ho sempre e solo voluto raccontare storie e mi reputo estremamente fortunato di riuscirci ancora».

C’è una linea sottile nel film, riassumibile in “ognuno ha un prezzo”, concorda?
«Sì, ogni persona ha il suo prezzo. Ma credo dipenda da quello che si sta comprando e vendendo, non trova?».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza.
«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza. 

«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Quali sono i tocchi personali che ha dato al film?
«Il mio apporto più grande è stato il video di John e sua moglie, che lui continua a guardare e riguardare. Lei avrebbe dovuto essere solo un flashback all’inizio del film, ma mi è venuta l’idea del video e ho voluto che diventasse una specie di leitmotiv per ricordare allo spettatore qual è il motore di tutta la storia».

I suoi colleghi di Hollywood si lamentano spesso del fatto che è sempre più difficile ottenere  parti che piacciano davvero, è d’accordo?
«A me sembra che nel cinema indipendente si stia vivendo un vero Rinascimento, ci sono molte opportunità. Mi vengono in mente i film di Paul Thomas Anderson e di Christopher Nolan, geni che hanno stravolto le regole del settore».

Come si è sentito in una New York leggermente proiettata nel futuro?
«Sono contento che la nomini, è una componente importante dell’atmosfera e ai miei occhi è un misto di passato, presente e futuro. Il look più forte che rintracci è nelle linee degli abiti, eleganti, ma dai colori futuristici come gli ori e i rossi. Ci si ispira al cinema di Hong Kong ma anche a Steven Spielberg e ai noir degli Anni 70».

C’è un’ultima domanda che voglio fare prima di salutarlo: in questo film l’attore ha scelto l’eleganza. Mi racconta che il costumista Luca Mosca ha dato agli abiti molti significati simbolici: «Il nero è funereo ed è sacerdotale, è anche molto elegante, ma non richiama l’attenzione. Quando lo indosso, senz’altro mi influenza», spiega Reeves, che d’altronde con il look di Matrix aveva lanciato uno stile.

Poi lo saluto, sapendo già che presto lui “scomparirà” di nuovo.

Ancora Reevs in una scena di  John Wick (Courtesy it.ign.com)

Ancora Reevs in una scena di John Wick (Courtesy it.ign.com)

L’articolo è su Grazia del 25 gennaio 2015 

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«Perchè dopo il buio c’è sempre l’Alba», e Saverio Costanzo lo sa

15 giovedì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Alba Rohrwacher, Cristiana Allievi, diventare genitori, Hungry Hearts, inquinamento, manie alimentari, Maurizio Costanzo, Saverio Costanzo

Per il suo film più importante il regista Saverio Costanzo ha scelto la sua musa e compagna di vita, Alba Rohrwacher. E lei per Hungry Hearts, da oggi nelle nostre sale, si è aggiudicata la coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia. Costanzo l’ha resa protagonista di una storia d’amore folle e di paure, a testimonianza del fatto che certe coppie fanno dell’andare in profondità il centro della propria relazione. Un fatto che fa ben sperare, perché per raccontare bene qualcosa, è meglio conoscerlo a fondo

Il regista Saverio Costanzo all'ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

Il regista Saverio Costanzo all’ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

«UCCIDE PIU’ IL TROPPO AMORE O IL NON AMORE?», chiedo a Saverio Costanzo. «Uccidono allo stesso modo», mi risponde. Incontro il regista per parlare del suo nuovo film, Hungry Hearts (“Cuori affamati”), nelle sale in questi giorni. La storia è di quelle che fanno discutere: racconta di una madre, Mina (Alba Rohrwacher), che ha la pretesa di preservare il figlio da un mondo esterno inquinato. Il padre Judd (Adam Driver) arriverà a strapparglielo per salvarlo, ma non riuscirà a evitare il peggio. Un tema forte, un’interpretazione intensa e drammatica, che è valsa ai due protagonisti la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia come migliori attori. E il fatto che per un ruolo così estremo, quello della madre travolta da ossessioni e paure, il regista abbia scelto proprio Alba Rohrwacher, la sua musa e compagna, è singolare, ma anche significativo: l’ha voluta accanto nella sua prova più difficile.

Saverio Costanzo è molto schivo: risulta chiaro, parlandogli, che delle interviste farebbe volentieri a meno. Normale, per uno che cerca di fuggire praticamente da sempre alla scomoda posizione di “figlio di”. Nel caso specifico, del giornalista Maurizio Costanzo,che lo ha avuto dalla prima moglie, la giornalista Flaminia Morandi. Ma il regista, padre di due bambini nati dalla relazione con Sabrina Nobile, inviata del programma di Italia Uno Le Iene, è un bell’esemplare di figlio al quale un genitore ingombrante ha reso necessario fare un salto: è probabile che proprio l’esigenza di stabilire un centro proprio, inespugnabile, lo abbia reso l’artista dal punto di vista originale e netto che oggi è. «La cosa interessante di Hungry Hearts è che mostra due genitori in buonissima fede», inizia il regista. «C’è una madre che mi ha profondamente colpito perché fa cose giuste, eppure…».

Eppure si fa divorare dall’ossessione: non porta il figlio fuori per non fargli respirare l’aria di New York, coltiva le verdure sul tetto per nutrirlo. Follia o amore di madre? 

«Non sono sicuro di niente, quando si parla del personaggio di Mina. Ma so per certo che il passaggio dall’essere figlio al diventare genitore è molto doloroso. Ci ostiniamo a presentarlo come naturale, ma non lo è».

Adam Driver, il padre del film Hungry Hearts, si è aggiudicato la Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia come miglior attore protagonista (foto http://www.indie-eye.it)

Che cosa è doloroso nel diventare genitori?
«Il cambiamento del punto di vista. Da figlio ti vedi in un certo modo: all’improvviso devi fare i conti con una nuova dimensione».
Visto il cognome che porta, è inevitabile fare i conti con il suo, di padre. Che ha ammesso: «Con i miei figli non ci sono stato, ho sempre lavorato». Questo l’ha influenzata? 
«Penso di no, ma non so risponderle. E a proposito del cognome, non mi sono mai presentato come figlio di Maurizio Costanzo: voglio dire che già a 12 anni cercavo di essere Saverio, non “il figlio di”. Non mi sono mai sentito il figlio del personaggio, quello pubblico, ho tenuto le cose separate. Credo si sia trattato di una forma di rispetto innanzitutto per me stesso, poi per mio padre e infine per lo spettatore: mi è stato insegnato così».
È un caso che disagio e malessere esistenziale siano le cifra del suo cinema?
«Sì, non cerco il dolore, né il disagio o la sofferenza. Mi interessa fare un percorso attraverso una storia, il centro dei miei film è la ricerca, è un tendere a una scoperta attraverso un processo che faccio io, per primo. Quando dirigo so sempre qual è la sua tensione, so dove vuole andare, ma non so dove arriverà, lo scopro strada facendo».
Che cosa le interessa della quotidianità estrema che racconta? 
«Imparare a non giudicare i personaggi, che poi è un modo per giudicare meno anche me stesso». 
È severo con se stesso?  
«Decisamente sì». 
Ha detto di sé: «Sono pieno di paure, sono un codardo». 
«È vero, ho paura quasi di tutto nel quotidiano. Quando giro un film ne ho meno perché le cose diventano più chiare. Hai un ritmo prestabilito, la vita è più ordinata. E poi condivido con gli altri, sono costretto a fidarmi, ad affidarmi: per questo quando lavoro ho meno paura, perché mi aiutano gli altri, non sono solo».
Sullo schermo Alba Rohrwacher esce fisicamente distorta, dalla macchina da presa o dalle diete: lei non si è ribellata? 
«Non è contro di lei, naturalmente, e poi per un’attrice lavorare su un personaggio con il proprio corpo è un’esperienza molto intensa. Ad Alba piace». 
Come regista e attrice, ma anche come coppia, state facendo un viaggio incredibile. 
«Il lavoro che condividiamo è una cosa grossa e anche un grande piacere, ci permette di stare più tempo insieme. E scavare su certi temi è il modo migliore di essere una coppia».
Perché i suoi film sono tratti da romanzi (vedi riquadro a destra, ndr)? 
«Per pudore. Vince sempre la storia di qualcun altro perché dietro quella io mi difendo, mi nascondo. E nascondermi mi da più libertà». 
Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

su Grazia del 21/1/2015

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Robert Pattinson, «Io, vagabondo in The rover»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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animal kingdom, cosmopolis, david michod, Panorama, Robert Pattinson, the rover, Twilight

Con The rover,  nelle sale dal 4 dicembre, Pattinson convince anche gli indecisi. Dopo i lavori con Cronenberg, ecco l’impegnativo film girato con David Michod (regista di Animal Kingdom) che seppellisce definitivamente il passato mainstream di Twilight

Pattinson in The Rover

Sporco, brutto (si fa per dire) ma tutt’altro che cattivo, con i capelli mal rasati, i denti neri, la barba corta biondiccia, eccolo aggirarsi per una landa desolata australiana. Siamo in un’epoca non specificata, dopo il collasso del sistema economico occidentale. Il mondo non ha più né risorse né tantomeno una morale e tra parassiti, reietti e criminali, spicca lui, Rey, fratello minore di un criminale che con la sua band ha rubato l’auto a Eric (Guy Pearce), un vagabondo distrutto dall’odio e dalla noia e mosso dal desiderio di tornare in possesso del suo unico bene. Guardando The rover, “il vagabondo”, nelle sale dal 4 dicembre, del regista di Animal Kingdom David Michod, non si può che concordare con Variety, “Pattinson è la sorpresa del film, Pearce è impressionante”. Il nostro Robert ha studiato molto per essere questo Rey, ferito e, forse solo apparentemente, ritardato: cammina spingendo la testa in avanti e strizza gli occhi, dimostrando ancora una volta quanto le sue abilità performative siano articolate, in generi molto meno mainstream delle saghe dei vampiri. «Per questo film ho fatto tre ore di audizione, per ben due volte, e pensare che le odio… Sono pessimo in quelle situazioni, però poi tutte le volte, quando le supero, mi accorgo di avere più fiducia in me stesso». A sentire queste parole uno non crede che siano di Pattinson, diventato oggetto del desiderio da quando è apparso sullo schermo, in Harry Potter e il calice di fuoco. Da quel momento prima il cinema, poi a ruota la moda e le donne, lo corteggiano insistentemente. E per quanto si continui a salutare ogni nuovo bello che sbuca all’orizzonte come “il nuovo Pattinson”, di fatto continua a esserci solo lui. Va detto, non ha sbagliato un colpo. Da Edward Cullen in avanti, ha sedotto in Cosmopolis di Cronenberg, tanto che al grido “anch’io sulla limousine con Pattinson…” ha conquistato le ultime indecise (se ce n’erano). I maschi? Li ha catturati con l’aplomb del miliardario e i folli testa a testa con Paul Giamatti. Anche in Come l’acqua per gli elefanti di Francis Lawrence ha fatto fuori uno del calibro di Christoph Waltz e si è aggiudicato Reese Wintherspoon con una storia non banale (peccato per il nome affibbiato al suo personaggio: con tutti quelli a disposizione, dovevano chiamarlo proprio Jacob, come il suo rivale in Twilight?).

In Twilight, con la ex Kristen Stewart

E ci piace anche nei panni di questo disperato in salsa apocalittica, di cui spiga così la perdita di umanità: «se devasti il pianeta non esiste più nessuna speranza, cosa vuoi fare, quando non sai nemmeno dove vivere? Ma non so dire quale sia il vero messaggio del film, è interpretabile in molti modi». In questo caos tremendo, lui rappresenta una sorta di innocenza. «Michod non mi ha chiesto di recitare un ideale, però quando l’ho incontrato e gli ho chiesto se ero uomo handicappato mi ha risposto, “no, sei affetto da una sindrome per cui non si cade a pezzi, piuttosto si è come i cani, a cui si tirano calci e loro continuano a tornare da te…». Animal Kingdom per Pattinson è il miglior film degli ultimi 15 anni, e quando gli si fa notare che sta facendo una meravigliosa carriera, non ha dubbi sul segreto. «Dopo Cosmopolis ho capito la cosa più importante: se lavori con degli autori, non sarai mai scontento di quello che fai. Non importa come andrà il film, tu avrai fatto comunque un’esperienza che ti cambia».

L’articolo pubblicato su Panorama del 4 dicembre  2014

© Tutti i diritti sono riservati     

Quella volta che Brad Pitt mi ha detto: “Non ho più paura della morte”

10 mercoledì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Quella volta che

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brad pitt; angelina Jolie; cinema; Croisette; Terrence Malik; produttore; Cannes; famiglia; figli

Per Malick doveva essere solo un produttore, poi ha deciso di metterci anche la faccia (“altrimenti chi avrebbe guardato un film così impegnativo?”). Recita senza copione, viaggia di notte  (per i paparazzi) e ha un’idea chiara in testa: i momenti migliori della vita sono quelli che non ha mai pianificato

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La coppia Jolie-Pitt sulla Croisette

È stato la star indiscussa del festival di Cannes. Si è presentato sul red carpet della Croisette con capelli ingellati, pizzetto sale e pepe, occhiali tartarugati e completo bianco. Tocco finale, le catene d’oro bene in vista. Segno che anche quello del sex symbol è un ruolo da interpretare con cura. Perché poche ore dopo, sul red carpet della proiezione ufficiale di The tree of life  – il film scritto e diretto da Terrence Malick che ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes e che lo vede in veste anche di produttore- Brad Pitt si presenta in smoking, ma con la stessa bellezza magnetica.

La nostra intervista si svolge in un lussuosissimo albergo sul mare. L’attore americano, nel film, è protagonista assieme a Sean Penn e a Jessica Chastain (vedi pagina 52). Arriva nella suite in pantaloni color ghiaccio, maglietta bianca. Stessa catena d’oro e occhiali tartarugati.

La mia leggera tachicardia, mai manifestatasi prima davanti a un attore, mi conferma che probabilmente ho davanti l’uomo più bello del mondo (il quale, tra l’altro, sembra essere perfettamente a conoscenza della cosa). Ma un difetto, mi chiedo, lo avrà? Potrebbe non essere interessante, mi dico, mentre vedo i suoi occhi brillare come diamanti, dietro le lenti gialle degli occhiali.

La storia del film, ambientato negli Anni 50,  è quella di una famiglia e degli eventi che affronta. Lei è il signor O’Brien, un padre autoritario, che ama i suoi figli, ma che ha anche molte aspettative…
«Direi che il mio personaggio è un uomo molto triste, uno che non sente di farcela, oppresso dal sistema che lo circonda. O’Brien è in un circolo vizioso che ha un impatto forte su chi gli sta intorno».

Lei, invece, che padre è? 
«Uno che sta molto attento a non scaricare sui bambini le sue frustrazioni. Quando torno a casa, i miei figli sono incredibilmente consapevoli di quello che mi passa per la testa, ma io non voglio coinvolgerli. Voglio che siano liberi. Quello che desidero per tutte le persone, vale ancora di più per loro».

Ha dichiarato più volte che la morte la spaventa: diventare padre l’ha resa più timoroso o più forte? 
«Ha cambiato tutto. Anche i film in cui recito, altro non sono che un’estensione della direzione presa dalla mia vita. Oggi mi preoccupo molto di più, mi chiedo sempre se i ragazzi sono al sicuro, in ogni momento. La paternità ha cambiato anche il mio modo di scegliere i copioni: adesso so che, un giorno, i miei figli li vedranno. E ci penso due volte prima di accettare una parte».

Il regista del film, Terrence Malick, cinque film in quasi 40 anni di carriera e pochissime interviste, è una specie di figura mitica nel mondo del cinema. Com’è lavorare con lui?
«Malick è un mito, gli voglio molto bene. Gli interessa girare quello che

succede, non ha una tabella di marcia. I bambini del film, per esempio, erano alla loro prima esperienza cinematografica, avevano un armadio pieno di vestiti e lui li lasciava liberi di indossare ciò che volevano. Voglio dire che tutto, con Terrence, è molto autentico. Persino le luci sono quelle naturali».

Sembra che nel film ci sia molta poesia e poca “azione”… 
«Nessuno di noi aveva un copione. Ogni giorno il regista ci dava tre o quattro pagine e dovevamo sviluppare qualcosa a partire da lì. Se vedeva i ragazzi che inseguivano una farfalla, tutto il suo interesse andava lì. Non so se potrei rifare un’esperienza simile».

Perché?
«È sfinente, ma davvero incredibile».

Come influenzerà il suo modo di lavorare? 
«La mia esperienza mi dice che i migliori momenti della mia vita non sono mai stati pensati prima, o pianificati, sono eventi felici che sono semplicemente… capitati. Ecco, vorrei andare sempre più in questa direzione, studiare meno e affrontare di più quello che succede».

Malick non parla con la stampa, non ha ritirato nemmeno la Palma d’oro a Cannes. Come si è sentito a dover rappresentare il film parlando anche al suo posto? 
«In effetti è stato strano farmi intervistare e dire: “Terrence pensa”, “Terrence crede…”. Però capisco la dinamica. Quando lui ha iniziato a lavorare, 20 anni fa, il cinema non era come oggi, non c’era questa pressione per farti andare in giro per il mondo a vendere la tua creazione».

E la propria immagine. 
«Capisco la difficoltà della situazione. Io non ci faccio troppo caso e rilascio volentieri interviste, anche perché ci sono così tanti film sul mercato che non è uno scherzo farsi notare. Però cerco di non farmi coinvolgere troppo».

Anche per lei le cose sono molto cambiate. Ai tempi di “Sette anni in Tibet” non rilasciava interviste da solo, c’era sempre qualcuno seduto accanto a lei. Oggi siamo solo in due…
«Ai tempi non ero preparato, pensavo solo ai film e non ero pronto a tutto quello che comportano. Avere un registratore puntato addosso può essere un incubo e io non sapevo davvero come affrontarlo. Tutto quello che volevo era recitare».

E oggi?
«Sono più vecchio, più maturo, capisco più il meccanismo. Non combatto con

la “macchina” di comunicazione perché ormai conosco le sue regole. Le parole dei giornalisti hanno più importanza, in certe situazioni. Per esempio questo film: The tree of life va discusso, capito, affrontato. In genere sono un tipo schivo, cerco di non commentare tutto e preferisco fare le mie scelte. Indipendentemente da quello che si dice e che si scrive».

Sean Penn, in questo film, è suo figlio. E a Cannes era anche in concorso come miglior attore protagonista di “This must be the place” del nostro Paolo Sorrentino. Cosa pensa di lui come attore? 
«Sean è la ragione per cui ho iniziato a recitare. Era uno dei miei idoli quando

cercavo di capire cosa volessi fare da grande. È uno dei pochi che conoscono il timore, ma allo stesso tempo sanno che cos’è l’amore. E porta questa incredibile qualità nella sua recitazione».

Passiamo alla sua di famiglia e ai suoi sei figli. Li ha portati con sé anche per il film di Malick? 
«Sempre. Io e Angelina (Jolie, la sua compagna, ndr) siamo sempre con loro e lavoriamo sul set uno alla volta in modo da non lasciarli da soli. Nel caso di The tree of life abbiamo affittato una casa in Texas. Siamo molto felici dell’educazione che stiamo dando loro immergendoli in altre culture, in tanti posti del mondo diversi».

Hanno capito che sono figli della coppia più famosa di Hollywood?
«Loro pensano che, per lavoro, raccontiamo storie. Non sanno esattamente che cosa facciamo, quindi non ne sono troppo impressionati».

I suoi figli non hanno visto i suoi film?
«Nessuno. Forse nemmeno Angelina l’ha fatto! Non abbiamo molto tempo libero».

Com’è dover sempre fare i bagagli? 
«In famiglia siamo bravissimi in questa attività, soprattutto Angelina».

Come vi organizzate, visto che ogni mossa di lei e della Jolie muove 

stuoli di paparazzi? 
«Cerchiamo di viaggiare di notte, quando la gente dorme, perché è molto, molto difficile farlo alla luce del sole».

Prima diceva che si preoccupa dei suoi figli e di come giudicheranno i suoi film. Ne teme qualcuno in particolare?
«Una volta mi piacevano i personaggi più irriverenti, ora voglio che i ragazzi sappiano che il loro papà è un uomo maturo».

Ci dobbiamo preoccupare? 
«Sono più consapevole di non essere… “eterno”. Ci sono un po’ di film che voglio fare presto. Non dico che cambieranno il mondo, ma sono storie che hanno un senso. E sono sicuro che lo avranno anche per i miei figli».

Cristiana Allievi

La Locandina di "The Tree of Life" in concorso a Cannes

La Locandina di “The Tree of Life” in concorso a Cannes.

Qui il mio articolo su Grazia

2011 © Riproduzione Riservata 

John Turturro: «Tutta la vostra grande bellezza»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Gigolò per caso, Italia, John Turturro, Mia Madre, Palermo, Torino

Le chiese di Palermo, i dischi di Napoli, le librerie di Torino: il grande attore e regista italoamericano racconta a Panorama la sua Italia, personalissima segreta

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“Questo Paese è così ricco di storia e di bellezza da rendere maledettamente complessa la scelta di che cosa mostrare in un film”. Padre carpentiere pugliese immigrato a New York, madre cantante jazz di origine siciliana, John Turturro, 57 anni e 60 film alle spalle, è l’italoamericano più amato da Martin Scorsese, da Spike Lee e dai fratelli Coen. L’attore, nato a Brooklyn, ha appena terminato di girare a Roma Mia madre di Nanni Moretti e, per interpretare il suo quinto film da regista, Gigolò per caso, nelle sale italiane dal 17 aprile, si è scelto, guarda caso, l’italico nome di Fioravante.

Quando si lascia andare ai ricordi e alle esperienze tricolori, Turturro finisce per tracciare una personale geografia del cuore, competente e inattesa.  Dove si sente più a casa, nel nostro Paese?
Ho trascorso molto tempo in Sicilia. I ricordi di Palermo, con la sua architettura e il suo cibo da sogno, sono indelebili. In generale mi trovo bene ovunque. L’unica eccezione è stata Como: lì mi sono sentito un estraneo. Di Torino amo la quiete contemplativa, le librerie e anche le montagne che la circondano. Lo trovo un bel contrasto con Napoli, così selvaggia, affollata e ruvida.

Non a caso, nel 2010 lei a Napoli ha dedicato un film documentario musicale come Passione.
Di Napoli adoro tutto: il paesaggio, la povertà, il mare, il vulcano. Nel centro storico ho scovato lo studio in cui sono stati stampati i primi dischi in vinile, il Phonotype recording studio. Proprio lì, dietro l’angolo, c’è la Taverna dell’arte, dove la compagnia del proprietario e oste, don Alfonso, è grande tanto quanto il cibo che serve.

Ha scovato nuovi talenti musicali partenopei?
Antonio Fraioli, compositore e violinista, mi ha spedito il suo ultimo disco e l’ho trovato fantastico. Sono anche diventato fan degli Spakka-Neapolis 55.

Si è mai regalato una vacanza italiana?
Purtroppo no. In maggio mi concederò una full immersion nei luoghi di Fellini per le riprese di Tempo instabile con probabili schiarite, il prossimo film del mio amico Marco Pontecorvo.

Che cosa visita, nei momenti liberi dalle riprese?
Giro per mostre. Ho visto Modigliani e gli artisti di Montparnasse, ma la mostra del Caravaggio a Roma nel 2010 è stata una delle mie preferite di sempre. Sono un suo grande fan. Ho iniziato il film Passione con uno dei suoi dipinti. Vado a vedermi tutte le chiese in cui sono esposte le sue opere.

Ha mai pensato a un film su Caravaggio?
È molto difficile fare un buon lavoro su un pittore: l’unico film in tema che ho apprezzato è stato quello con Ed Harris nei panni di Jackson Pollock (“Pollock” è il titolo della pellicola, ndr).

Come immagina un Caravaggio “alla Turturro”?
Dovrebbe avere un taglio moderno. Caravaggio era un matto, una specie di rapper dei giorni nostri. Per scrivere qualcosa di efficace su un personaggio del genere ci vorrebbe uno stile di scrittura alla Pier Paolo Pasolini. Più ci penso e più mi pare un’idea pericolosa, ma non esistono sfide senza rischi.

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis ad una conferenza stampa di

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis alla conferenza stampa di “Gigolò per caso”

Intervista pubblicata su Panorama

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Filippo Timi, un inferno di rose

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Teatro

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cinema, Cristiana Allievi, Don Giovanni, Fabio Zambernardi, Filippo Timi, Flair, L'uomo tigre, Panorama, Pinocchio, Teatro

“Un vibratore del lusso infiammato di paillette, come una superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”: secondo Filippo Timi che porta in scena un fantasmagorico “Don Giovanni” l’anima sta nel costume. Filippo Timi è uno dei protagonisti del nuovo numero di Flair in edicola con Panorama questa settimana

Filippo Timi interpreta il Don Giovanni

Filippo Timi interpreta il “suo” Don Giovanni

«Cercavo qualcosa di assoluto, non di storicamente corretto. Stavo guardando 2001: Odissea nello spazio, in particolare l’ultima sequenza, quella casa-stanza dal pavimento abbagliante mi è sembrata perfetta per esprimere un non-luogo, astratto ma in apparenza reale, concreto. Quindi ho utilizzato il colore bianco e il plexiglass, accanto a quinte dorate, per restituire la mia idea – filosofia e personaggi compresi – tra Barocco e Rococò».

Con questa scena “anti-sobria” si presenta Il Don Giovanni secondo Filippo Timi, il personaggio libertino di Molière e Mozart, che l’attore e regista perugino senza facili reverenze ha venato di humor nero, trasformandolo in un virus che contamina il pianeta. In una girandola di pelli color carne e nero, di tessuti carichi al limite dell’indossabilità, di cimeli e luci caravaggesche, i costumi firmati dal design director di Prada Fabio Zambernardi con lo stilista Lawrence Steele diventano gabbie esistenziali, mentre i dialoghi si spingono oltre la morale. Non solo: video da YouTube, con ginnaste olimpioniche e improbabili ballerine cinesi, servono a cambi di scena, quanto alla colonna sonora che passa da L’Uomo Tigre, indimenticato eroe nipponico dei cartoon, alla liberatoria Bohemian Rhapsody dei Queen.

Dopo il successo al teatro Franco Parenti di Milano che ha coprodotto lo spettacolo con lo Stabile dell’Umbria, presto Timi giocherà in casa. Dal 10 al 14 aprile sarà infatti a Perugia, al Teatro Morlacchi. Un incontro delicato. «È un passaggio cruciale, perché apro lo spettacolo con un video che ho girato a mia madre. Indossa una parrucca, è truccata, percorre il “Viale del Tramonto” proprio a casa mia… Non vedo l’ora di vedere la sua faccia quando si riconoscerà al Morlacchi, in formato 9 x10 metri! E poi c’è il fatto che nessuno è profeta in patria, anche se nel mio caso sia Amleto sia la versione di Giulietta e Romeo che ho proposto in umbro sono piaciute. Diciamo che le premesse sono buone».

Don Giovanni è una scelta estetica. Ma poi, centrifugando pop, Stanley Kubrick, You Tube, anni ’80 e la Sirenetta, la visione che ne risulta è eccentrica.

Guardi, è Don Giovanni che ha scelto me. Stavo preparando un lavoro sul male, su Satana e il Grand Guignol, e sono capitato su questa figura vampirizzante, fagocitante. È un mito attuale talmente forte da aver scalzato tutti gli altri, anche dentro in me.

“Un vibratore del lusso infiammato da un inferno di paillette, come una Superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”. Parole di Fabio Zambernardi che ha creato i fantasmagorici costumi. È una definizione impegnativa.

Un critico ha scritto che l’anima di Don Giovanni è il suo costume. Quando ho letto queste parole ho tralasciato le scenografie e mi sono focalizzato sugli abiti. Con Fabio non ci siamo dati limiti, anche perché l’anima della questione è andare oltre tutto, anche la morale, in un Settecento in cui c’è il trionfo dell’apparenza. Quindi l’estetica eccessiva proposta in scena si è fatta da sé: ha una precisa funzione, ogni elemento è importante perché esprime qualcosa che va oltre.

Dunque l’anima del personaggio vive nei suoi costumi. Un principio che vale anche nella vita reale?

La persona è qualcos’altro, di meglio e di peggio del personaggio, che resta comunque uno specchio dell’individuo, in un gioco di rimandi continuo. Nel mio caso ho scoperto che più sono specifico e concreto nell’interpretazione, più riesco a parlare a tutti.

Di solito con il Settecento viene in mente Maria Antonietta, l’oro, i minuetti. Il suo Don Giovanni preferisce invece L’Uomo Tigre.

Contaminare per me è un dovere. E poi avevo bisogno di stacchi netti nello spettacolo. Così ho ricavato dei video da quella miniera straordinaria che è You Tube: i video rompono con il tutto, quindi lo affermano. La scelta dell’Uomo Tigre come sigla? Nella mia immaginazione era scontato che Don Giovanni lo ascoltasse. Sarà preoccupante, ma è la verità.

Quali altre tessere vanno a formare il puzzle della sua estetica?

Jean Cocteau ma anche il film Che cosa sono le nuvole di Pasolini, un colpo al cuore. Come per me lo sono stati Otto e mezzo e La dolce vita di Fellini. Stanislavskij insegna che l’immagine è basilare, basta pensare allo Sean Penn di This Must Be the Place. È un concetto ampio, ma per essere veri a volte ci vuole una maschera, una sovrapposizione che ti rende più spudorato: solo travestendoti puoi spogliarti.

In scena lei indossa tacchi dorati e improbabili pellicce ricavate con le parrucche delle femmine sedotte.

Nel Settecento il machismo era diverso da quello di oggi, il Casanovadi Fellini è un attore pieno di pizzi rosa, trovo un salto interessante usare qualcosa per affermare il suo contrario. Per questo indosso quel meraviglioso cappotto fatto con 1500 rose, di una pesantezza che non si può immaginare. L’impossibilità dei materiali e la scomodità dei costumi corrispondono alla ricerca di un linguaggio del corpo più affascinante.

A parte portare in scena un Satana in uniforme delle SS rosa shocking, cos’è l’inferno per lei?

Direi che è la vita (pausa, ndr). Ma io non do agli inferi un’accezione negativa. Per me è fatto di attriti, anche vitali. Mentre il paradiso è fatto di momenti in cui tutto sembra andare a posto. E avere un senso.

“Vivere è un abuso, mai un diritto”, si afferma nello spettacolo.

È la citazione dal filosofo nichilista francese Albert Caraco. Io non concordo: sono un gioioso della vita.

Sul piano estetico, qual è la conseguenza di essere se stessi?

L’originalità, nel bene e nel male. Questo significa non essere uguali a nessun altro. Io non ho uno stile, fuori dalla scena, diciamo che sto comodo, vario. La fortuna è che non mi viene richiesto di mettermi una divisa sociale. E quando vado sul set la prima cosa che fanno è cambiarmi, quindi non conta ciò che indosso: nella vita mi vesto, per spogliarmi sul lavoro.

Succederà anche nel suo prossimo film, Come il vento di Marco Simon Puccioni?

Lì sarò un uomo che insegna teatro in carcere e devo dire che portare sul set i jeans anni ’80 è stata una vera svolta: indossandoli mi sono sentito subito mio padre.

L’apparenza, che torna a toccare corde profonde. Insegnamenti avuti dalla figura paterna?

L’uso dei cerotti. Faceva il cementista, tornava spesso a casa con le dita delle mani massacrate e per farci più attenzione ci metteva sopra lo scotch da elettricista. Io uso lo stesso procedimento.

Sempre a proposito di “mise” originali: è vero che porterà in teatro anche Pinocchio?

Sì, e tutto sarà di legno, e la fatina, al posto della bacchetta magica, avrà la sega elettrica. È un atto necessario, per trasformare un burattino in bambino bisogna farlo a pezzi.

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Qui il mio articolo su Flair

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Io, Asia Argento e la mia Incompresa

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Asia Argento, Charlotte Gainsbourg, cinema, Cinema Italiano, Festival di Cannes, Gabriel Garko, Giulia Salerno, Incompresa, Panorama

Intervista alla regista al suo terzo film che sarà nelle nostre sale dal 5 giugno

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Occhiali da intellettuale. Caschetto corto rasato da una parte. Ricoperta di tatuaggi, a partire da quello enorme che le spunta sul petto, giacca in pelle e stivali biker, Asia sfodera un look total black. E anche i muscoli, quando dice a sorpresa che non farà mai più l’attrice (“ci vuole troppo ego”), mentre racconta il suo terzo film da regista, Incompresa, che è stato in concorso a Cannes nella sezione Un certain regard e sarà nelle nostre sale dal 5 giugno. Sta già scrivendo il quarto film, Asia, mentre descrive la sua bambina figlia di divorziati, inquieta per non essere amata. Ma guai a usare la parola “autobiografico”. Nonostante la protagonista sia una magnifica Giulia Salerno che nel film si chiama Aria (secondo nome della regista) e sia capace di “vendicarsi” degli adulti con un’espressione implacabile, e i personaggi di Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko assomiglino per vari aspetti a Daria Nicolodi e a Dario Argento, Asia ti stronca prima di iniziare con un “se avessi voluto parlare della mia famiglia avrei girato un documentario”.

Cosa hai voluto raccontare con Incompresa?
La famiglia, ma in un modo in cui non viene presentata in Italia. Da noi i matrimoni si sfasciano, con tutte le conseguenze del caso, ma non si vuole affrontare la questione.

Da dove sei partita?
Da un’immagine di una bambina cacciata dalla casa del padre e che la madre non può prendere con sè. Cammina con il suo gatto in una mano e una valigia che pesa nell’altra, perchè non ha le rotelle. Poi da lì, scrivendo con Barbara Alberti ci siamo accorte che stavamo facendo un film per ragazzi, la cosa ci è molto piaciuta. Ma ci rivolgiamo ai bambini intelligenti, non a quelli lobotomizzati, rintronati da telefonini, videogiochi e social media.

Che scelte di regia hai privilegiato?
Ho lavorato senza storyboard né shortlist perché avevo il film molto chiaro in mente, esteticamente e poeticamente. Volevo girare con piani molto larghi perché con Nicola Pecorini (direttore della fotografia, ndr), eravamo un po’ stufi del cinema fatto tutto di primi piani, tra un 50 e 100 millimetri, che sembra aver paura di raccontare le stanze, la vita, i luoghi.

Ma ci sono primi piani in momenti inaspettati…
È vero, ma in genere l’obiettivo è avvicinarci sempre di più alla protagonista, infatti iniziamo con una commedia e finiamo su toni più strappacuore.

Perché hai scelto Gabriel Garko?
Ho scritto il film pensando a lui. In Italia una volta esistevano attori così, e li esportavano all’estero. Oggi da noi per essere considerato serio devi essere tormentato e brutto, o imbruttirti, mentre in Francia o in America uno come Gabriel non sarebbe ghettizzato in tv.

La Gainsbourg?
L’ho sempre sentita come una sorella nell’anima, e non perchè tutte e due abbiamo avuto genitori ingombranti, come qualche cretino ha scritto. La trovo straordinaria.

Parlando di musica, risulti tra gli autori dei brani originali del film, e in genere la colonna sonora è forte e coinvolgente…
Avevo un 45 giri che ho perso. Io e il produttore americano abbiamo scritto su Facebook che avremmo dato 100 dollari a chi ci avesse messo in contatto con i musicisti. Abbiamo trovato il batterista, da lui siamo risaliti al gruppo, gli Il Y A Wolkswagens, che ci hanno dato il loro pezzo, Kill Myself, l’unico che hanno mai prodotto.

Anche i colori rimangono impressi, molto anni Ottanta.
I rosa, i rossi, il turchese sono colori che ci ossessionavano e che oggi non ci sono più, ma li uso come dettagli. Non volevo fare un film in costume ma accennare a un tipo di estetica che ancora mi affascina, usando indumenti miei e di Nicoletta Ercole, la costumista, tutto vintage puro anni Ottanta.

Come la scelta di girare il pellicola…
Abbiamo dimostrato che non è vero che costa di più, perché se spendi all’inizio poi risparmi, quando non devi passare cinque settimane alla Color correction per cercare di far assomigliare i numeri alla realtà. Questo perchè la pellicola è viva, mentre il digitale è la riproduzione numerica della realtà. Volevo un film con una grana che assomigliasse alle Polaroid, qualcosa che sbiadisce e ciò che manca lo può immaginare lo spettatore.

Registi che ti hanno influenzata?
A parte Incompreso di Comencini, da ragazza mi aveva molto colpita I 400 colpi di Antoine Doinel, alter ego del regista Jean Pierre Leaud. Oggi ha 70 anni ma sarà per sempre il bambino di quel film.

Dove avete girato?
Gli esterni nel quartiere Prati, il luogo di Roma che conosco meglio perché ci sono cresciuta. Gli interni sono tutti girati a Torino, dove abbiamo trovato le case perfette per il padre e la madre, oltre a un certo entusiasmo genuino per il cinema. La Regione Piemonte ci ha dato il finanziamento che non ci ha concesso lo Stato, le siamo molto grati.

A cosa punti ora, come regista?
A fare film che abbiano un’integrità poetica, e in questo voglio essere viva, commossa. Il botteghino non mi preoccupa, per me conta solo continuare a fare film. E credo che se si lavora con amore e dedizione il risultato poi arriva, e non sarà mai quello che uno si immagina.

Cosa significa per te la parola onestà?
In questo momento della mia vita significa tutto. Sono stata molto disonesta, in passato. Oggi cerco onestà nei rapporti umani, nella mia famiglia, con i miei bambini, che sono la cosa più importante. Da regista? È lo stesso, niente trucchetti per conquistarsi la simpatia del pubblico.

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Intervista pubblicata su Panorama © Riproduzione Riservata

Quella volta che Mickey Rourke mi ha detto: “Ero troppo piccolo per difendermi da mio padre”

15 mercoledì Ott 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Quella volta che

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cinema, Leone d'oro, Mickey Rourke, Nove settimane e mezzo, Quella volta che, The Wrestler, Venezia

Certo, non può succedere niente di grave. Ma Rourke non è uno che si incontra a cuor leggero. Sarà un po’ per le immagini del suo ultimo film, The Wrestler, e un po’ (tanto) per le cronache degli ultimi 20 anni che lo riguardano – un misto di boxe, botte da orbi alla ex moglie e follie varie. E poi stiamo pur sempre parlando del sex symbol che con Nove settimane e mezzo influenzò i sogni (e forse i comportamenti) dell’intero Occidente.

Con questo stato d’animo entro nella suite nel cuore di Roma in cui Lui sta aspettando. Dentro c’è un uomo alto,  dal fisico massiccio, con i capelli lunghi e un po’ incolti, scoloriti dal sole. Decisamente un bell’uomo, che sfoggia due vistosi anelli per ogni mano e una collana con un grosso ciondolo di giada. Indossa pantaloni di velluto beige, una maglietta grigia sbottonata che lascia scoperta una generosa parte del petto, e stivaletti neri da motociclista. Il viso è abbronzato, e del gonfiore con cui era apparso pochi mesi fa alla Mostra del cinema di Venezia non c’è più traccia.

The Wrestler - Mickey Rourke -3

Come sta?

«Bene, ma la mia voce se n’è andata (ne ha un filo, e scandisce le parole in tempi lunghissimi, ndr). Ieri ero in Turchia, sono andato in ospedale a fare accertamenti: mi hanno detto che sto solo parlando troppo, e non l’ho mai fatto in vita mia».

Merito del Leone d’Oro vinto a Venezia e della sua bravura…

«The Wrestler era il progetto giusto nelle mani del regista giusto, non credo che sarebbe stato così complesso e reale senza Darren Aronofsky. Ha voluto girare come se si trattasse di un documentario: la sensazione di chi guarda è quella di essere dentro la vita di qualcuno. All’inizio non volevo farlo, sapevo che questo regista mi avrebbe spinto molto avanti nel dolore, lo sapevo perché è intelligente. Così ho cercato di scappare».

Partiamo dal primo incontro tra voi.

«Viene da me e mi dice “Voglio che faccia tutto quello che ti dico, non voglio che mi manchi di rispetto, e posso pagarti”».

E lei?

«Ho risposto che se mi parlava in quel modo aveva palle, era il mio tipo di uomo. Poi non è stato per niente facile, non era mai soddisfatto, e sapeva che tasti schiacciare, come sfidarmi per tirare fuori il meglio da me. Mi ha scelto proprio perché è uno che vuole tutto. E non voleva che andassi in discoteca tutte le sere a correre dietro alle donne…».

Ci va ancora nei night club?

«Sì, ci vado (mi offre una delle 4 varietà di caramelle per la gola che, insieme al tè verde, alle gomme da masticare, a un pacchetto di Marlboro rosse e a una papaia, sono appoggiate sul tavolino che mi separa da lui, ndr)».

Insomma, lei è un tipo a cui bisogna stare addosso…

«Aronofsky era sempre su di me. Finito una scena, diceva “bellissima, ma puoi farla meglio. Guardami, Mickey, e brucia…”, ha voluto il mio sangue. Ha quel tipo di mentalità che quando facevo il pugile mi sfidava a combattere meglio, e oggi mi ha fatto girare un film dando il massimo».

All’apice della carriera, alla fine degli anni Ottanta, ha detto cose scomode: per esempio che a Hollywood non è mai esistito il rispetto per gli attori, e che la bravura non interessa a nessuno.

«Il cinema è puro business, è politica, lo penso tutt’ora. Ma all’epoca mi sono rifiutato di accettarlo, ero troppo naive, non abbastanza istruito per piegarmi. Non l’ho accettato, punto, pensavo che il mio talento bastasse, e che il resto potesse anche fottersi…».

Sulla rabbia, e su come gestirla, lei ha molto da raccontare. Ne ha voglia ? (fa un profondo respiro, ndr).

«È come leggere il libro l’Arte della guerra e poi trovarsi un giorno a fare una vera battaglia. Magari un giorno pensi di poterla vincere, perché il nemico ha il sole in faccia… Ma non sarà così tutte le volte, quindi dovrai scegliere le battaglie da portare avanti. E dovrai farlo con diplomazia, non con rabbia e sangue. Io non avevo né un piano né una strategia… Posso smettere di parlare per qualche minuto? Non ce la faccio più». (Passano due o tre minuti, in assoluto silenzio, ndr). «Era come continuare ad andare avanti, ma senza piani…».

Ha idea di dove stava andando?

«Il più lontano, il più ciecamente e il più velocemente possibile. Dove, non lo so».

Non sa dove era diretto, ma ha capito da dove stava scappando? «Da qualcosa di cui ho avuto paura e di cui mi vergognavo: volevo un posto in cui non sentire più quel dolore».

Quindi scappava dal dolore. «Mi ci sono voluti 15 anni per parlare con qualcuno, con un terapista».

Oggi direbbe che è più facile scappare dal dolore o affrontarlo? «Forse direi che aiuta molto riconoscerlo, dire “sì, esiste, lo sento”».

In altre parole, sopportarlo. «Lei non ha idea… Dentro di me pensavo, “Ok, in uno o due anni ti riprendi, puoi cambiare…”, invece ho dovuto proprio toccare il fondo (lungo silenzio, ndr). A un certo punto ho detto al mio terapista  “si immagini Robert De Niro, Al Pacino o Sean Penn, nessuno di loro potrebbe vivere come sto vivendo io in questo momento… Cosa farebbero al mio posto?”».

E lui?

«Mi ha risposto “solo tu potevi cadere così in basso, loro non avrebbero saputo come farlo”. Intendeva dire che ognuno ha la sua strada, ma in quel momento ho capito anche che tutto ha molto a che fare con le mie origini, e col non averci mai fatto la pace».

Ha voglia di essere più esplicito?

(osserva con affetto Loki, il suo chihuahua. Mi dice che ha 16 anni, che è una femmina e che lo conosce come nessun’altra persona. Sembra che questo momento gli serva a prendere coraggio, e una direzione, ndr). «Posso comprendere la rabbia e l’odio, posso comprendere tutto, ma la più grande debolezza che ho, e con cui fare i conti adesso, è il perdono. È l’aspetto più duro per me».

Ho letto una frase, ieri, che diceva “non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere”…

«Può ripeterla, per favore?».

Non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere. «È il mio tema del momento. Mi stanno succedendo cose molte belle ma, anziché essere felice, due giorni fa mi sono messo a piangere. Ero confuso, mi sentivo quasi colpevole».

Cosa le viene in mente?

«Perché dovrei avere una seconda chance? Sono stato un vero figlio di puttana nella mia vita… (segue un lungo silenzio, ndr). A New York c’è un prete di cui sono molto amico. Vado da lui a confessarmi, ma non mi fa entrare nel confessionale, ci sediamo in cucina, fumiamo e beviamo vino rosso, è diverso dagli altri. Pochi giorni fa gli ho detto che ero spaventato perché iniziavano a succedere eventi positivi…».

Cosa le ha risposto?

«Mi ha portato fuori a cena, non era mai successo prima. Solo lui e Franco sanno fermarmi dal fare cose terribili (Franco è il suo migliore amico, e tra poco me lo presenterà: è un signore con una faccia molto affidabile, sembra una persona buona, ndr)».

Dicevamo del prete.

«A cena gli ho detto che tornare in pista dopo tutti questi anni mi sembrava troppo. Mi ha risposto che sarebbe andato tutto bene. “Sì”, gli ho detto, “ma l’ultima volta non avevo paura…”. Così mi ha dato un libro, l’ho aperto: aveva cerchiato tutte le cose che riguardavano il perdono (silenzio, ndr). Ci sono giorni in cui parlo col prete, altri in cui parlo col terapista, a volte con entrambi (ride, ndr). Per otto, forse nove anni, non ho avuto un lavoro, e mi sono sentito una nullità. Tra l’altro vivevo a Los Angeles, una città costruita sull’invidia…».

È proprio così? «Lì conta solo il successo, e per quanto cerchi di nasconderti, non puoi farlo tutti i giorni, dovunque tu vada… Se mi avessero detto che ci sarebbero voluti 15 anni per tornare a lavorare e per cambiare, piuttosto sarei tornato a Miami, anche a fare il ladro. A un certo punto, però, ho capito che valeva la pena cambiare, e che non sarei stato meno uomo per questo».

Dove ha trovato il coraggio di essere qui, oggi?

«Sono stato fortunato, ho cercato e trovato queste due persone, il prete e il terapista. Uno è perfetto perché sono cattolico, e non avrei potuto mettermi una pistola in bocca per farmi fuori; l’altro mi ha aiutato a capire perché ho fatto quello che ho fatto. Comunque sarebbe stato più facile morire, credo».

Adesso che vive a NY sta meglio?

«Lì mi sento a casa».

The Wrestler è un nuovo inizio, per lei? «Sento che è tutto nuovo, niente suona come qualcosa che viene del passato. Mi reputo anche fortunato perché non sono arrabbiato per il tempo che è andato, non ho desiderio di vendetta, nè ho troppa vergogna».

Ha altri progetti?

«Le dico che sono pronto a partire, sì, e che mi interessano film intelligenti, non posso lavorare per soldi».

Cosa conta davvero per lei, quando si sveglia la mattina?

«Essere forte, ma in un modo completamente nuovo: come lo sono stato nel passato mi ha ucciso, mi ha fatto troppo male».

Dove aveva imparato, quel modo?

«È una lunga storia (lungo silenzio, ndr). Quello è stato il grande problema, la causa di tutti i problemi (l’aria è di colpo così pesante che si taglia col coltello, gli occhi di Rourke diventano lucidi, ndr). Ero piccolo, ero debole, non potevo, mi vergognavo…».

La memoria fa un balzo nella sua biografia: la madre di Rourke si è separata dal padre quando lui aveva pochi anni. Così dall’Irlanda si sono trasferiti in Usa e, quando Mickey aveva 6 anni, sua madre gli ha messo davanti il nuovo compagno, un poliziotto violento, dicendogli “questo da oggi è tuo padre”.

Di cosa si vergognava?

«Di non poter restituire, nè combattere alla pari, ma non puoi farlo quando sei alto meno di un metro (gli occhi diventano di nuovo lucidi. Smette di parlare, ndr). Credo che non mi perdonerò mai per questo. Non so cos’altro dirle».

A questo punto mi fermo anch’io, fino a quando non mi fa capire che mi regala ancora un po’ di tempo, e di se stesso.

Com’è il suo nuovo modo di essere forte?

«Invece di reagire a livello istintivo penso alle conseguenze, alle ripercussioni. Non voglio più che le persone abbiano paura di me».

Mi sembra una persona molto delicata, se posso…

«È una novità, non mi ero mai permesso di essere come mi vede, è una sensazione molto strana, mi creda. Mi piace, ma è come vivere con uno sconosciuto, “chi sei?” mi chiedo ogni tanto. Poi mi ricordo dei tempi peggiori, di quando mi guardavo allo specchio e pensavo “sembri un mostro…”, era tremendo».

Oggi ha ancora qualche eccesso?

«Direi solo quello di correre dietro alle donne».

Non sembra pericoloso…

(ride, ndr).

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Mickey Rourke e Kim Basinger ai tempi di Nove Settimane e mezzo.

A questo punto Rourke si alza, raggiunge la finestra, si gira verso di me e dice: «Lei ha le domande giuste». Gli rispondo che mi interessa incontrare le persone. «Chissà se lo direbbe anche incontrandomi in discoteca, alle due di notte, ubriaco… Forse cambierebbe idea». Sorride, ed è l’unico momento in cui ricorda il sex symbol di quel vecchio film.

Panorama First 2008 © Riproduzione Riservata

Jeremy Irvine, «Pattinson, fatti più in là»

23 martedì Set 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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cinema, Colin Firth, Cristiana Allievi, Fallen, Grazia, Jeremy Irvine, Leonardo DiCaprio, Robert Pattinson, The railway men, Toronto

 Ha solo 24 anni ma ha già Hollywood ai suoi piedi. E nessuna intenzione di diventare un sex symbol. Perché ha capito cosa regala la vera felicità…

936full-jeremy-irvine«Ero a un passo dal mollare tutto e andare a lavorare con mio padre. Quando ti senti dire cinque no a settimana, per due anni, non vedi più un motivo per insistere…». Reduce da Toronto per l’anteprima di The reach, seduto su una sedia, gambe allungate in avanti, parla guardandomi con due occhi blu grandi e sereni. Indossa una giacca in pelle nera e jeans a fasciargli i quadricipiti, ed è educatissimo. Non meraviglia, considerando che è cresciuto a Gamlingay, nella campagna dello Cambridgeshire, con padre ingegnere a madre politica, e forse anche grazie a questo oggi Jeremy Irvine ha davanti a sé uno scenario molto diverso da quello dei suoi esordi: Hollywood lo corteggia, lo stesso dicasi per gli stilisti e i registi. Perché dopo la serie di porte in faccia è arrivato Steven Spielberg a sceglierlo come protagonista di War Horse, un tale successo al box office da trasformarlo istantaneamente da signor nessuno in star. Da lì in poi ha fatto solo scelte intelligenti, come non montarsi la testa e scansare le offerte di franchise per teeneger, cosa che ti riesce solo se hai un mare di fiducia dalla tua. Dopo il successo di Now is good, dall’11 settembre è in Le due vie del destino, di Jonathan Teplitzky e, prossimamente, in quel The woman in Black- Angel of death in cui lo aveva preceduto Daniel Radcliffe. Guardando più in là, il 2015 sarà il suo anno, come protagonista di Fallen, primo capitolo della nuova adult saga scritta da Lauren Kate che lo impegnerà per ben cinque film. Insomma, ho davanti a me un bello che porta i capelli alla James Dean ed è il prossimo Robert Pattinson in circolazione. A me il compito di verificarne la stoffa…

 In Le due vie del destino interpreta la parte di Colin Firth da giovane, e divide il film con lui e la Kidman. Alla sua età ha già lavorato con Ralph Fiennes, Helena Bonham Carter, che effetto le fa volare così alto? «Condividere il set con star di questo calibro mi ha insegnato presto a lasciare da parte pensieri del tipo “sono solo il nuovo ragazzino…”, se ti fai intimorire sei fregato. Ma se penso che Colin, un premio Oscar, mi ha invitato a casa sua a Londra per preparare il personaggio insieme, ancora non ci credo. È un uomo appassionato e alla mano, e ha un gran senso dell’umorismo».

 Due inglesi con un certo aplomb si influenzano anche nello stile? Sul red carpet di Londra, insieme, eravate scintillanti… «Lì eravamo elegantissimi, ma nella vita di tutti i giorni sono più casual di Colin, mi sento bene con skinny jeans e t-shirts e mi vesto più o meno sempre così. Ho anche una collezione di giacche di pelle, tutte nere. Mia madre mi prende in giro, non capisce perché le scelgo tutte uguali. La risposta è che è il colore più facile da indossare, come mi hanno insegnato Dolce & Gabbana».

Con War House Spielberg l’ha trasformata in una star da un giorno all’altro, ma il suo primo ruolo da attore lo ricorda? «Impossibile dimenticarlo. Gli amici della compagnia teatrale shakespeariana mi dicevano che ero perfetto per fare l’albero… (ride, ndr). Di fatto è quello che è successo: la mia prima volta in palcoscenico è stata con due rami addosso».

La molla che l’ha fatta iniziare? «Un grande insegnante di teatro mi ha detto che la scuola di recitazione sarebbe stata pesante come l’addestramento militare. Non so dirle perchè, ma proprio questo mi ha attratto».

Infatti a 19 anni si è arruolato nell’esercito britannico, ma poi è stato rifiutato perché non ha dichiarato di essere diabetico. «(ride, ndr) Ho avuto la tipica fase di ribellione di un teenager, me lo spiego così. Ma tornando all’esercito, per fortuna la mia vita ha preso un’altra direzione».

Lei ha cambiato nome prendendo quello di suo nonno, perché? «C’era già un Jeremy Smith all’actors union, e siccome devi averne uno unico, mi hanno chiesto di sceglierne un altro».

Sua madre è una politica – e tra le altre cose si occupa di ridare una casa ai senzatetto – e suo padre è un ingegnere. L’hanno presa sul serio vedendola in scena, a fare l’albero? «Per due anni nessuno mi ha fatto lavorare, venivo respinto cinque volte a settimana. Il dubbio di aver buttato via il mio tempo mi è venuto, confesso. Stavo per mollare, diciamo per trovarmi un lavoro vero».

(continua…)

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Intervista esclusiva per  Grazia 

©Riproduzione riservata

Patricia Lomax, «Vi racconto la vera storia di The Railway Man»

23 martedì Set 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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cinema, Colin Firth, Cristiana Allievi, Nicole Kidman, Panorama, Patricia Lomax, The railway men

Finalmente nelle nostre sale, con il nome di Le due vie del destino, la pellicola ispirata alla biografia di Eric Lomax, un ufficiale britannico rapito dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale: intervista escusiva alla vedova

Colin Firth e Nicole Kidman in The railway men

Questa storia comincia nella Seconda guerra mondiale ed è talmente strepitosa da avere meritato un libro e un film. Il protagonista è Eric Lomax, un ufficiale britannico. Nel 1942 viene catturato dai giapponesi a Singapore e rinchiuso in un campo di concentramento in Thailandia sulla linea Burma-Siam, nota come «ferrovia della morte» per i prigionieri costretti a lavorarci. Quando le guardie gli trovano una radio ricevente fabbricata a mano e una mappa, Eric viene sottoposto a interrogatori violentissimi e a torture abominevoli. Poi la guerra finisce. Lomax si ritira in Scozia e sposa Patricia, che ignora il suo passato.

Ma la sua vita è segnata per sempre. L’uomo alterna incubi notturni a lunghi silenzi, e per la moglie si trasforma in un mistero da decifrare. Patricia non riesce a stabilire un vero contatto con Eric, né a placare l’angoscia che gli squassa l’anima, fino al giorno in cui scopre che Takashi Nagase, uno dei torturatori del marito e interprete inglese nel campo thailandese, è vivo e lavora come guida per i turisti che visitano i templi dedicati al Buddha. Da quel momento la vita di Eric e di Patricia cambierà per sempre: e basterà un gesto per sanare un passato insopportabile.

Eric Loman è morto nel 2012 all’età di 93 anni. Alla fine degli anni Novanta ha pubblicato un libro autobiografico, The railway men, che è diventato un bestseller. Ci sono voluti 15 anni e ora la sua vita è diventata anche un film con lo stesso titolo, diretto da Jonathan Teplitzky e interpretato da Colin Firth e Nicole Kidman. Il film è uscito lo scorso maggio in America, arriverà in Italia nel 2014. Patricia Lomax, 74 anni portati splendidamente, racconta in esclusiva a Panorama la storia di suo marito.

Il film The railway men è la trasposizione fedele della sua storia e di quella di Eric?

Lo è quasi in tutte le sue parti, anche se alcuni passaggi sono stati sintetizzati per mantenere un certo ritmo. Rispetto al libro la parte delle torture è molto contenuta. Va detto che un medico che ha esaminato Eric aveva detto che tra le spalle e le ginocchia mio marito non aveva un solo punto della pelle che non fosse stata incisa dalle ferite, dalle torture. Certe cose si riesce a leggerle, ma non credo sarebbe sopportabile vederle al cinema.

Quando ha incontrato Eric nulla le ha suggerito il dramma del suo passato?

Ricordo molto bene il nostro primo incontro. Ero su un treno all’inizio di una vacanza che dal Canada mi portava nel nord della Scozia. Fuori dal finestrino ho visto un uomo, non particolarmente ben vestito, e ho sentito che avrebbe avuto un significato particolare nella mia vita. Per questo non mi sono sorpresa quando è arrivato da me. Ad attirarlo è stato un libro di mappe che avevo tra le mani, anche se all’epoca ero piuttosto carina (ride, ndr).

È stato lui ad attaccare bottone?

Sì. Invece nel film è Nicole Kidman a farlo. Eric mi ha raccontato la storia di tutti i posti da cui passavamo, poi mi ha chiesto di cenare con lui a Edimburgo, al mio ritorno. Dopo quell’incontro ce ne sono stati altri: due anni dopo ci siamo sposati.

E lei ha scoperto gli incubi notturni.

Sì. Eric urlava nel sonno, era evidente che qualcosa di tremendo lo turbava: a me aveva solo accennato di essere stato in guerra in Oriente. Un giorno siamo andati insieme in banca per aprire un conto, erano gli inizi degli anni Ottanta. Il direttore era seduto alla scrivania davanti a noi, ed Eric non riuscì a rispondere a nessuna delle pur semplici domande che quello ci poneva. Fu molto imbarazzante. Dopo qualche tempo capii che quella scrivania gli creava forti flash-back.

Cos’altro ha capito, da sola?

Una sera eravamo al ristorante ed entrarono alcuni turisti giapponesi. Eric volle andarsene subito. Fu lì che collegai qualcosa di molto grave nei suoi disturbi: i giapponesi, la Seconda guerra mondiale… Ero sorpresa che nessuno avesse messo insieme quei tasselli prima di me.

Non faceva mai domande dirette a Eric?

No. Non sapevo nemmeno quali fargli perchè all’epoca della guerra ero una bambina, ma ero sicura che se mi fossi avvicinata troppo a quello che lo turbava si sarebbe chiuso definitivamente. Del resto, è capitato che non parlasse per una settimana intera.

Quello che descrive non è un matrimonio normale: come ha fatto a non disperare?

Ero molto ferita. Eric diceva di amarmi, ma mi chiedevo come potesse farlo. Poi lessi sul Daily Telegraph di un dottore che all’ospedale di Liverpool stava facendo ricerche psicologiche sulle vittime delle torture. Lo incontrai. Il medico visitò Eric al Royal Air force Hospital che all’epoca era specializzato in quel tipo di patologie e adesso non esiste più. Eric nel frattempo aveva capito di dover far qualcosa per uscire dal suo stato.

Come iniziò a farlo?

Lo psichiatra gli chiese di mettere per iscritto la sua storia, in modo da non dover rispondere a voce alle domande: fu il primo raggio di luce della storia.

Suo marito aveva già scritto qualcosa, però.

Sì. Appena finita la guerra, nelle 6 settimane di nave che lo riportavano a casa dall’India, aveva buttato giù quella che sarebbe diventata la parte centrale del libro. Quelle pagine però erano rimaste nascoste in soffitta per 50 anni, fino al giorno in cui lo psichiatra gli suggerì la scrittura come terapia. Gli ci è voluto molto tempo, ma l’editor che per la Random House ha seguito il suo libro lo ha aiutato moltissimo. Quando terminò di scrivere, Eric scoprì che il signor Nagase, che al campo era l’interprete durante gli interrogatori e le torture, era vivo.

Nagase a sua volta aveva scritto un libro sugli orrori della guerra.

Sì: s’intitola Crosses and Tigers. Nagase però non sapeva né che Eric fosse ancora vivo, né che ne avesse una copia del suo libro. Aveva visto torturare mio marito e pensava fosse morto. In un passaggio del suo libro scrive che un giorno, trovandosi in un cimitero, aveva sentito di essere stato perdonato per tutti gli orrori commessi. Leggendo quelle parole mi infuriai e chiesi a Eric il permesso di scrivergli.

Che cosa gli scrisse?

Semplice: «Come può pensare di essere stato perdonato se mio marito non lo ha fatto?». A quel punto loro due hanno iniziato a scriversi direttamente. La svolta, però, fu convincere Eric a incontrare Nagase in Oriente. Per me quella decisione si risolse in uno stress micidiale: fino alla fine non si sapeva davvero che cosa avrebbe fatto Eric… La notte precedente l’incontro era terrorizzato all’idea. Pensava ad atti di violenza, temeva perfino che l’istinto di ucciderlo avrebbe potuto prevalere.

E invece?

Quando si incontrarono, Nagase disse che era pronto a morire, ma prima voleva il perdono perché era diventato buddista. Tutto andò bene. La fondazione medica dell’ospedale aveva proposto che un piccolo team venisse con noi per filmare quello che sarebbe accaduto a scopi educativi: avere tre uomini con noi mi fece sentire protetta.

Ma che cosa accadde durante l’incontro?

L’incontro fu lunghissimo. Eric e Nagase trascorsero insieme tre settimane, Eri mi disse di avere provato compassione per il suo torturatore e di averlo veramente perdonato. Mi disse: «Se lo avessi ucciso avrei potuto uccidere tutti i giapponesi, dopo di lui, ma quell’odio non mi avrebbe aiutato. Qualcuno deve iniziare a perdonare, quindi lo faccio io». (a questo punto la donna si commuove, ndr). Eric e Nagase divennero amici a un livello difficile da spiegare a parole: non si sono più persi di vista fino alla morte di mio marito.

Cos’aveva Eric di così speciale?

La capacità di sopravvivere gli veniva dal fatto di essere uno scozzese del Nord: la sua famiglia era di Shutter Island, un luogo duro per il clima e la natura. Questa però è una lettura superficiale, non vorrei sembrare stupida: in realtà mi sono convinta che io ed Eric siamo diventati lo strumento per esprimere qualcosa. La nostra vicenda è diventato più grande di noi, credo che questo successo serva ad aiutare altre persone.

Per questo avete dato il permesso al film? Ci sono voluti 15 anni, e lei è stata l’unica a non aver mai perso la fiducia…

Questa storia contiene un messaggio che può essere di conforto non solo a chi ancora viene torturato fisicamente, e magari scappa dall’Iraq e dall’Afganistan o subisce la stessa sorte in Africa. Abbiamo ricevuto lettere incredibili. Una quindicenne che era scappata di casa ci ha scritto che dopo aver letto il libro aveva deciso di tornare dai suoi genitori e di riprovare a parlare con loro. Sono arrivate lettere anche da chi stava divorziando e ha deciso di parlare al partner in un altro modo.

Eric era felice del film?

Un aneddoto può fare capire che tipo era mio marito. Credeva a qualsiasi cosa dicesse il Telegraph e una mattina leggendo il giornale vide in prima pagina la foto di Colin Firth e di sua moglie. Disse: «Credo che abbiano finalmente trovato qualcuno di famoso per interpretarci».

Ma è vero che quando lei ha visto il film ha detto che non era contenta del look della Kidman?

Oh, lei è bionda, ha gli occhi blu ed è stata brava. Ma per il suo guardaroba non mi hanno consultata, e in effetti da giovane mi vestivo molto meglio di lei.

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Colin Firth e la vera Patricia Lomax alla premiere europea, a San Sebastian

qui il link al mio articolo su Panorama

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