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 Ha solo 24 anni ma ha già Hollywood ai suoi piedi. E nessuna intenzione di diventare un sex symbol. Perché ha capito cosa regala la vera felicità…

936full-jeremy-irvine«Ero a un passo dal mollare tutto e andare a lavorare con mio padre. Quando ti senti dire cinque no a settimana, per due anni, non vedi più un motivo per insistere…». Reduce da Toronto per l’anteprima di The reach, seduto su una sedia, gambe allungate in avanti, parla guardandomi con due occhi blu grandi e sereni. Indossa una giacca in pelle nera e jeans a fasciargli i quadricipiti, ed è educatissimo. Non meraviglia, considerando che è cresciuto a Gamlingay, nella campagna dello Cambridgeshire, con padre ingegnere a madre politica, e forse anche grazie a questo oggi Jeremy Irvine ha davanti a sé uno scenario molto diverso da quello dei suoi esordi: Hollywood lo corteggia, lo stesso dicasi per gli stilisti e i registi. Perché dopo la serie di porte in faccia è arrivato Steven Spielberg a sceglierlo come protagonista di War Horse, un tale successo al box office da trasformarlo istantaneamente da signor nessuno in star. Da lì in poi ha fatto solo scelte intelligenti, come non montarsi la testa e scansare le offerte di franchise per teeneger, cosa che ti riesce solo se hai un mare di fiducia dalla tua. Dopo il successo di Now is good, dall’11 settembre è in Le due vie del destino, di Jonathan Teplitzky e, prossimamente, in quel The woman in Black- Angel of death in cui lo aveva preceduto Daniel Radcliffe. Guardando più in là, il 2015 sarà il suo anno, come protagonista di Fallen, primo capitolo della nuova adult saga scritta da Lauren Kate che lo impegnerà per ben cinque film. Insomma, ho davanti a me un bello che porta i capelli alla James Dean ed è il prossimo Robert Pattinson in circolazione. A me il compito di verificarne la stoffa…

 In Le due vie del destino interpreta la parte di Colin Firth da giovane, e divide il film con lui e la Kidman. Alla sua età ha già lavorato con Ralph Fiennes, Helena Bonham Carter, che effetto le fa volare così alto? «Condividere il set con star di questo calibro mi ha insegnato presto a lasciare da parte pensieri del tipo “sono solo il nuovo ragazzino…”, se ti fai intimorire sei fregato. Ma se penso che Colin, un premio Oscar, mi ha invitato a casa sua a Londra per preparare il personaggio insieme, ancora non ci credo. È un uomo appassionato e alla mano, e ha un gran senso dell’umorismo».

 Due inglesi con un certo aplomb si influenzano anche nello stile? Sul red carpet di Londra, insieme, eravate scintillanti… «Lì eravamo elegantissimi, ma nella vita di tutti i giorni sono più casual di Colin, mi sento bene con skinny jeans e t-shirts e mi vesto più o meno sempre così. Ho anche una collezione di giacche di pelle, tutte nere. Mia madre mi prende in giro, non capisce perché le scelgo tutte uguali. La risposta è che è il colore più facile da indossare, come mi hanno insegnato Dolce & Gabbana».

Con War House Spielberg l’ha trasformata in una star da un giorno all’altro, ma il suo primo ruolo da attore lo ricorda? «Impossibile dimenticarlo. Gli amici della compagnia teatrale shakespeariana mi dicevano che ero perfetto per fare l’albero… (ride, ndr). Di fatto è quello che è successo: la mia prima volta in palcoscenico è stata con due rami addosso».

La molla che l’ha fatta iniziare? «Un grande insegnante di teatro mi ha detto che la scuola di recitazione sarebbe stata pesante come l’addestramento militare. Non so dirle perchè, ma proprio questo mi ha attratto».

Infatti a 19 anni si è arruolato nell’esercito britannico, ma poi è stato rifiutato perché non ha dichiarato di essere diabetico. «(ride, ndr) Ho avuto la tipica fase di ribellione di un teenager, me lo spiego così. Ma tornando all’esercito, per fortuna la mia vita ha preso un’altra direzione».

Lei ha cambiato nome prendendo quello di suo nonno, perché? «C’era già un Jeremy Smith all’actors union, e siccome devi averne uno unico, mi hanno chiesto di sceglierne un altro».

Sua madre è una politica – e tra le altre cose si occupa di ridare una casa ai senzatetto – e suo padre è un ingegnere. L’hanno presa sul serio vedendola in scena, a fare l’albero? «Per due anni nessuno mi ha fatto lavorare, venivo respinto cinque volte a settimana. Il dubbio di aver buttato via il mio tempo mi è venuto, confesso. Stavo per mollare, diciamo per trovarmi un lavoro vero».

Cosa gliel’ha impedito? «Solo la vergogna di ammettere una sconfitta. Avevo già un lavoro part time, tra un’audizione e l’altra costruivo siti per amici, per fare un po’ di soldi. Non ero affatto capace ma mi impegnavo al massimo (ride, ndr). Ma in tutto questo i miei genitori non mi hanno mai scoraggiato, anzi».

In rete passa ancora per “colui che ha rifiutato il ruolo di Peeta Mellark”, protagonista di Hunger Games. «In internet si specula molto su di me, la verità è che volevo dimostrare a me stesso che il mio primo film non era stata solo fortuna, e partecipare a un grande action movie o a una franchise non mi sembrava una buona idea. Prima devi dimostrare di saper recitare, poi eventualmente puoi far parte di un film molto commerciale».

Sembra di sentir parlare Leonardo DiCaprio. «Magari, è un esempio da seguire come un faro! Non sai mai cosa fa nella vita privata, sullo schermo vedi il personaggio che interpreta, non Leonardo. Marlon Brando era uguale, e io adoro gli uomini circondati dal mistero, che ai nostri giorni significa essere riservati, non passare le giornate a twittare».

Adesso però ha detto sì alla saga di Fallen, che la impegnerà per anni. «La sceneggiatura e il regista, Scott Hicks, non mi hanno lasciato dubbi. Firmare un contratto e vincolarsi per cinque film significa mettere nelle mani di qualcuno un bel pezzo della propria vita, se non sei sicuro è meglio lasciar perdere. Anche perché non sai mai, prima, dove ti porterà».

 Per esempio a diventare il nuovo Pattinson? «Non l’ho scelta né per diventare famoso né per fare soldi. La fama è una cosa breve, va e viene molto velocemente. Non conosco personalmente Robert, ma credo abbia fatto un ottimo lavoro, basta vedere i film che ha girato dopo Twilight».

Per dirlo con parole di un inglese come lei , “la fama non è ciò che mi guida”… «Considerata la mia età, ho già passato molto tempo con persone famose e grazie a questo ho capito una cosa importante. Quelle persone sono felici per quello che fanno, non perchè sono famose. Allora se tutto va in quella direzione ne vale la pena, altrimenti stai buttando via la tua vita…».

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Qui il link al mio articolo su Grazia

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