DOPO AVER MESSO LA GIUSTA DISTANZA DAL SUO TERZO DIVORZIO, L’ATTRICE E REGISTA AMERICANA È CONCENTRATA SUL LAVORO. CON UN FILM ACCANTO A TOM HANKS, UNA SERIE TV IN CUI TORNA AL PRIMO AMORE, LA DANZA. E UNA LEZIONE DI VITA CHE HA FATTO PROPRIA: «SII IL CAMBIAMENTO CHE VUOI VEDERE».
di Cristiana Allievi
L’attrice e regista americana Robin Wright in un incontro aperto al pubblico al Matera Film Festival (foto di Gor Monton).
Ho di fronte a me la Jenny amata da Forrest Gump. Ha occhi color blu cupo e un fisico molto tonico evidenziato dai jeans neri indossati con tacchi alti. È di una bellezza che quasi intimorisce. La incontro poco dopo l’ufficializzazione della sua separazione dal terzo marito, Clement Giraudet, 37 anni, manager di Saint Laurent, di solito non un buon momento per un’intervista. Ma Robin Wright sfoggia una calma olimpica e trovarci al Matera Film Festival, nei luoghi di Wonder Woman, aiuta. «Dalla finestra della mia stanza all’hotel Sant’Angelo vedevo il set e mi dicevo “per le prossime due ore non avranno bisogno di me…”, e scappavo da sola in giro per la città. È un posto che lascia senza fiato», ricorda. «Quando la regista Patty Jenkins mi ha chiesto “vuoi essere la regina delle Amazzoni?” ho risposto sì ancora prima di leggere la sceneggiatura». Figlia di una commessa di cosmetici e di un dirigente farmaceutico separati da quando aveva due anni, Robin è diventata modella a 14, poi attrice. La fama è arrivata con The princess bride a 21 anni, e si è ingigantita quando è diventata moglie di Sean Penn poco dopo che lui aveva lasciato Madonna. Oggi Robin Wright è una regista e produttrice rispettata, eccelsa nell’arte di difendere la sua privacy, anche con il sorriso.
Sta per iniziare le riprese del nuovo film di Robert Zemeckis, Here, con Tom Hanks, a 22 anni di distanza dal gioiello che vi ha uniti. Poi tornerà alla regia con una serie tv. «The Turnout è tratto da un bestseller, ho chiesto alla sua autrice Megan Abbott di curare un adattamento per il cinema. Reciterò anche io, e tornerò al mio primo amore. Fra i 12 e 17 anni avevo in mente solo una cosa: andare a New York per danzare a Broadway».
Che stile ballava? «Ero una ballerina di classic jazz, ha presente il musical All that jazz? Quello era il mio genere».
Com’è diventata modella? «Un agente mi vista pubblicizzare un succo famosissimo in America, Capri Sun. Eravamo molte danzatrici, mi ha chiesto se volevo recitare. Le ho risposto che ero molto timida, lei mi ha insegnato tante cose ed è diventata la mia agente».
E lei ha rinunciato al sogno di ballare? «All’epoca ho creduto che l’unico modo per farlo avverare sarebbe stato trasferirmi a New York e mantenermi facendo la cameriera mentre tentavo la strada della danza senza nessuna garanzia. Questa donna mi ha procurato audizioni, Santa Barbara è stato il mio primo lavoro serio, avevo 19 anni».
In quella soap ogni uomo che passava la faceva soffrire. Se penso che anni dopo David Fincher l’ha scelta per The house of cards nel ruolo di Claire Underwood, spietata first lady, mi chiedo quante altre donne ha trovato dentro di sè, fra quei due estremi. «Bella domanda. Oggi le risponderei “non abbastanza”. Ricordo che a 26 o 27 anni mi hanno offerto il ruolo di una cantante molto seduttiva in un night club».
E…? «Mi sono spaventata, credevo che per essere credibile avrei dovuto essere voluttuosa, avere un gran seno, mentre io sono magra e alta».
Un bel problema. «(ride) Voglio dire che ero troppo spaventata per credere di potercela fare, come attrice. Mi ci sono voluti anni e tempo di fronte alla macchina da presa, per infrangere la barriera della paura».
(…continua)
Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 2 febbraio 2023
Dal Vietnam ad Hollywood, la protagonista di The Whale punta all’Oscar con un film molto drammatico. Poi sarà la volta di Wes Anderson e Ralph Fiennes
di Cristiana Allievi
L’attrice vietnamita naturalizzata statunitense Hong Chau, classe 1979. Candidata agli Oscar per The whale, di Darren Aronifsky,
Ha un volto che resta impresso nella mente. Ma soprattutto, Hong Chau ha una vita degna di un romanzo picaresco. I suoi sono scappati dalla guerra in Vietnam nel 1979, la madre era incinta di lei e il fratello aveva cinque anni. La notte della fuga suo padre è stato ferito e ha sanguinato per tre giorni, non bastasse, durante il viaggio in mare sono stati derubati due volte dai pirati, prima di essere portati in salvo in Tailandia da una barca di pescatori giapponesi. Poco dopo, è nata lei in un campo profughi. Non stupisce che qualsiasi cosa faccia lasci il segno. È successo in Downsizing, Vivere alla grande di Alexander Payne (ma aveva già lavorato con Paul Thomas Anderson in Vizio di forma e nella serie tv Big Little Lies), e si ripeterà dal 23 febbraio con The whale di Darren Aronofski (I Wonder Pictures), con un ruolo per cui è stata nominata ai Bafta. Nella storia tratta dall’opera teatrale di Samuel D. Hunter, è Liz, la storica amica di Charlie, “la balena” a cui si riferisce il titolo. Brendan Fraser interpreta l’uomo in grande sovrappeso, un solitario insegnante di inglese la cui vita è andata completamente fuori rotta. Lo assiste in tutto, incluso il tentativo di riavvicinarsi alla figlia adolescente, diventata quasi un’estranea.
Una manciata di film significativi, ed è già da Aronofsky: ha un segreto? «Il mio agente mi ha detto che era interessato a me per il film. Ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, e il personaggio non era nemmeno scritto per un’asiatica».
È scappata? «Avevo partorito da otto settimane e mia figlia non dormiva mai. Ero stanca, ho chiesto il favore di non farmi nemmeno provare (ride, ndr)».
E invece… «“Sei sicura che non te ne pentirai? È Aronofsky” è stata la frase con cui mio marito mi ha spinta a leggere la sceneggiatura. Ho girato alcune scene e le ho spedite a Darren».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su D la Repubblica del 4 Febbraio 2023
È A UN PASSO DALLA SUA PRIMA STATUETTA, MA A 46 ANNI INSEGUE ANCORA L’OBIETTIVO PIU’ IMPORTANTE PER LUI: «ESPRIMERE CON ONESTA’ E AMORE I MIEI BISOGNI, NELLE RELAZIONI SENTIMENTALI, CON GLI AMICI, CON I MIEI FIGLI». PER FARE PRATICA INTERPRETA UN EREMITA A CUI È RIMASTO SOLO UN ASINO
di Cristiana Allievi
L’attore irlandese Colin Farrell, 46 anni, vicino all’Oscar per la sua interpretazione in Gli spiriti dell’isola (courtesy F Magazine).
Da una parte concede pochissime interviste. Lo fa per non rileggere ogni volta un passato che si è impegnato molto a lasciarsi alle spalle. D’altro canto però, l’uomo che ha flirtato per vent’anni con i guai (alcol e droghe, paparazzi e video hard finiti in rete), quando parla è un torrente impetuoso, pieno di mulinelli, gorghi e vortici. Colin Farrell è un uomo ricco di vita e di cose belle da condividere, e il giorno della nostra intervista è vestito con colori chiari, ha i capelli corti ed è di ottimo umore. L’uomo che è stato così paparazzato da decidere di indossare una maglietta con la scritta “Leave Colin Alone” – un successo tale da diventare una linea di abbigliamento – oggi è arrivato a una verità importante, che lo rende anche più maturo: «la solitudine è sempre più essenziale per me, e l’ho scoperto grazie alla pandemia». Proprio nella solitudine di Inishmore Island, la più grande isola dell’arcipelago irlandese delle Aran, ha girato il film che gli è già valso la Coppa Volpi a Venezia e un Golden Globe, e con molta probabilità a marzo lo porterà a vincere il suo primo Oscar. Gli spiriti dell’Isola racconta la vita in un luogo in cui non c’è molto, a parte tanta erba verdissima, un pub e una comunità chiusa e bigotta. In questo scenario Padraic (Farrell) è un uomo che si prende cura da anni del suo asino, e Colm (Brendan Gleeson) è l’amico di una vita che all’improvviso non vuole più né vederlo né parlare con lui.
«Non ti voglio più bene», «Non sono più tuo amico» sono frasi che feriscono profondamente. Cosa pensa di una comunicazione così diretta?
Credo che le persone usino un linguaggio “brutalmente onesto” per giustificare il loro essere crudeli e meschini. D’altro canto trovo ci sia anche una bassezza nel non comunicare la verità di quello che sentiamo. In questo cammino verso la comunicazione dei propri sentimenti, lei a che punto è? Anche se ho 46 anni, sto ancora imparando a esprimere i miei pensieri e i miei bisogni, e vale per le amicizie, le relazioni sentimentali e quelle con i miei due figli. Voglio essere onesto ed esprimermi con amore, ma questo non rende le cose più facili, al contrario.
La cosa più importante che ha capito delle relazioni umane?
Troppo spesso ci dimentichiamo che la responsabilità di un rapporto ricade al 50 per cento su di noi: se manchiamo questo concetto, perdiamo il punto.
Tagliare fuori una persona, o una situazione, o cercare di trasformarla dall’interno: quale via sceglierebbe?
Non sono un grande fan degli opposti, del “giusto” e “sbagliato”. Siamo tutti d’accordo sul fatto che non sia indicato fare coscientemente del male a qualcuno e godere del dolore causato. Ma credo anche che a volte, se faccio davvero la scelta migliore per me non è detto che questa sia in sintonia con quello che le persone della mia vita vorrebbero. ¶
Un equilibrio delicato.
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su F Magazine del 7/2/2023
«MANGIAVO SEMPRE, LA MIA ERA UNA FAME EMOZIONALE». DAL LOCKDOWN L’ATTRICE SI LASCIA ALLE SPALLE 40 CHILI. E SVOLTA: SI INNAMORA DI UNA DONNA, DIVENTA MAMMA, INTERPRETA UN FILM CHE FA (ANCHE) COMMUOVERE
di Cristiana Allievi
L’attrice e comica australiana Rebel Wilson, 42 anni.
Mettiamola così, se non avessimo avuto un appuntamento non credo che l’avrei riconosciuta. La regina di commedie hollywoodiane patinate come Le amiche della sposa e Pitch Perfect, con cui l’abbiamo scoperta, è distante mille miglia dalla donna che ho davanti. Siamo in un hotel di lusso a Zurigo, lei indossa una camicia in chiffon nero con pantaloni e tacchi di vernice in tinta. Il suo corpo è letteralmente la metà di quello quell’amica simpatica e in sovrappeso da cui tutti andavano a consolarsi a cui ci aveva abituati. L’anno della svolta è stato il 2020, quando ha iniziato a perdere i primi dei 40 chili che si è lasciata alle spalle. Mentre cercava un fidanzato, si è innamorata di Ramona Agruma, imprenditrice californiana con cui fa coppia dallo scorso febbraio. E pochi giorni fa, a completare questa specie di rivoluzione copernicana, è arrivata Royce Lilian, la figlia avuta con la maternità surrogata. Anche il cinema risponde a questo forte cambiamento, e dal 16 dicembre arriva The almond and the seahorse su piattaforma (Prime Video), che ha presentato all’ultimo Festival di Zurigo con la coprotagonista Charlotte Gainsbourg. È la storia drammatica (ma raccontata con leggerezza) di due coppie in cui un partner è affetto da una lesione cerebrale traumatica, e con il passare del tempo non riconosce più chi ha accanto e non ricorda la vita insieme.
Un bel salto, dalle commedie a cui ci aveva abituati. «In realtà con questo ruolo ritorno agli inizi, quando volevo diventare la prossima Judi Dench e mi esibivo a teatro con Shakespeare e Marlowe. Solo nel 2003, quando ho vinto una borsa di studio di Nicole Kidman, mi sono specializzata nella commedia, a New York».
Conosceva la malattia di cui parla il film? «Non sapevo molto ma ho avuto una nonna che ha sofferto di demenza senile e pian piano si è dimenticata di chi fossi, è stato tragico. Da quando ho girato il film non sa quante persone mi hanno detto “mio cugino ha avuto quella malattia…”, “mio marito ne soffre…”, è stata una scoperta».
Fra le altre cose, questo film ci mostra quanto non vogliamo che le cose cambino. «Il mio personaggio è un’archeologa, una metafora di tutte quelle persone che vorrebbero che il mondo tornasse a com’era prima della pandemia. Io non mi sento bloccata nel passato, sono fra i pochi che non vorrebbero mai tornare ai tempi del liceo».
(continua…)
Intervista esclusiva pubblicata su F del 6/12/2022
CHE SIA IL GIOVANE DIVO PIU’ TALENTUOSO (E GLAM) DI HOLLYWOOD, NON SI DISCUTE. CHE SI METTA ALL A PROVA DI CONTINUO, NEMMENO. OGGI LO FA NELL’ATTESO BONES AND ALL, DI LUCA GUADAGNINO, DOVE È UN VAGABONDO ALLA RICERCA DEL PROPRIO POSTO NEL MONDO. TRA ROMANTICISMO E HORROR
di Cristiana Allievi
Pensando a lui, ci sono almeno due momenti difficili da dimenticare. Il primo è il pianto della scena finale di Chiamami col tuo nome, il film del 2017 di Luca Guadagnino in cui interpretava Elio, adolescente che si innamora di uno studente universitario americano ospite del padre, e quel ruolo insieme delicato e tormentato gli è valso la prima nomination agli Oscar, a soli 22 anni. Il secondo è il debutto alla mostra del cinema di Venezia: era il 2019, lui presentava The king, storia in costume del giovane Enrico V d’Inghilterra, e sul red carpet è arrivato con un completo grigio perla con fascia in vita di Haider Ackermann. Paradossalmente due momenti in cui ha segnato un nuovo modello di mascolinità, al passo con questi tempi fluidi. Oggi Timothée, a 26 anni, ha il curriculum di un divo consumato, forse anche grazie all’aiuto di Leonardo DiCaprio che nell 2018, in una specie di consegna del testimone si era raccomandato: “niente droghe e niente film di supereroi”. Lui ha avuto l’intelligenza di seguirlo, alternando film d’arte come Lady Bird e The French Dispatch, a titoli sbanca botteghino come Don’t look up e Dune, (di cui sta girando la seconda parte a Budapest). Oggi è il più desiderato, a Hollywood e dalle case di moda, senza mai aver fatto una campagna pubblicitaria: basta che indossi un capo scintillante (vedi anche l’ultimo red carpet di Venezia, con la blusa rosso fuoco sempre di Ackermann e la schiena completamente nuda), e sui social si scatena una febbre da rockstar. Padre giornalista francese, madre americana, ha per mentore Luca Guadagnino, che lo ha diretto di nuovo in Bones and all, in Concorso al Lido e nelle sale dal 23 novembre, di cui Chalamet è anche produttore. «Ha portato molte idee sul suo personaggio», ha dichiarato Guadagnino, «dimostrando di essere diventato un uomo».
Ha solo 26 anni ma… ricorda qual era il suo sogno di adolescente? «Lavoravo alla serie tv Homeland: caccia alla spia, e iniziavo a muovere i primi passi in teatro a New York. Il mio obiettivo era molto realistico, riuscire a mantenermi con la recitazione facendo qualche serie tv…».
Invece due anni dopo era sul set di Interstellar, con McCounaughey. «Matthew mi ha colpito per la sicurezza di sé che trasudava sul set. Posso dire lo stesso di Christian Bale, che ho incontrato per anni dopo in Hostiles: ostili. Quando mi ha chiesto di ripetergli il mio nome, per memorizzarlo, non sono riuscito a rispondergli. Ero paralizzato, non mi usciva la voce».
Ora però Luca Guadagnino dice che lei è diventato un uomo. «Girare di nuovo con lui una storia d’amore come Bones and All è stato un regalo. È ambientato nel 1980 in un’America ai margini. Ho cercato di immaginare cosa significasse essere lì senza telefoni, senza Google, ed entrare in quello che possono aver attraversato Lee e Maren (Taylor Russell, ndr). La loro è una storia di solitudine che ti fa andare fuori di testa e che assomiglia molto a quella che abbiamo vissuto nel lockdown, quando senza connessioni sociali si è allentata la nostra comprensione di chi siamo nel mondo».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 17 Novembre 2022
MAMMA COMUNISTA CONVINTA, FRATELLO CONSERVATORE DI DESTRA. LUI AFFASCINATO DA KARL MARX E OSSERVATORE DELLA REALTA’ ATTRAVERSO LA LENTE DI UNA SATIRA GRAFFIANTE. IL REGISTA SCANDINAVO RIVELA ANEDDOTI E RETROSCENA DEL SUO NUOVO TRIANGLE OF SADNESS (AL CINEMA) VINCITORE DELLA PALMA D’ORO A CANNES
di Cristiana Allievi
Il regista Ruben Ostlund, 48 anni, fotografato dalla moglie, la fotografa di moda Sina Ostlund. Ha vinto la seconda Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes.
È uno dei registi scandinavi più celebrati e premiati. In abito grigio, pochi minuti dopo che iniziamo a parlare sgranocchia pistacchi e non smetterà di scavare la coppa che c’è sul tavolo fino alla fine dell’intervista. 48 anni, due figlie avute da un matrimonio precedente e un figlio nato dal legame con la nuova moglie, la fotografa di moda Sina Görcz, Ostlund è noto per film provocatori che raccontano aspetti spiacevoli della natura umana. I due più recenti, The square e The triangle of sadness, hanno vinto la Palma d’Oro, rispettivamente nel 2017 e lo scorso maggio. Da quando gli sono arrivati i riconoscimenti più significativi del cinema, racconta a Panorama, ha ricevuto anche molte offerte, non ultime quelle dalle società di streaming. Finora le ha rifiutate perché non vuole rinunciare alla libertà di autodefinirsi che ha oggi con la sua società di produzione, la Plattform. Dopo essere stato accolto con ovazioni dalla stampa a stelle e strisce, The tringle of sadness è tra i film più visti. Intanto per il regista di Goteborg si parla di Oscar, addirittura in più categorie considerato che è di nuovo autore della sceneggiatura e che questo è il suo primo film in lingua inglese. Il punto di partenza, come sempre, è l’osservazione dei comportamenti comuni. I protagonisti, Carl and Yaya (interpretata dalla modella sudafricana morta all’improvviso lo scorso agosto a 32 anni,per una presunta infezione virale ai polmoni, ndr), modello e influencer, sono invitati per una crociera a bordo di un superyacht di ricconi al cui comando c’è un infervorato capitano marxista (Woody Harrelson). Sarà un’avventura dall’esito catrastrofico, con i sopravvissuti abbandonati su un’isola deserta e comandati a bacchetta da quella che prima del naufragio era la donna delle pulizie.
A cosa fa riferimento il triangolo del titolo? «È la zona fra le sopracciglia che è spesso corrucciata e crea rughe che il chirurgo estetico, usando il Botox, spiana in 15 minuti. La società contemporanea è ossessionata dall’immagine, molto meno dal benessere interiore».
Questo film è più duro del precedente. «Mentre terminavo le riprese ho pensato al personaggio di Christian di The Square e a quello di Thomas in Force Majeure. Sembra una trilogia sull’essere uomini, in cui tutti i personaggi cercano di cavarsela con l’idea di chi si suppone dovrebbero essere e ciò che ci si aspetta da loro. E io li metto in trappola per vedere come si comportano».
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(continua..)
Intervista integrale pubblicata su Panorama n. 47 del 16 Novembre 2022
IN IL PIACERE È TUTTO MIO L’ATTRICE INGLESE CI REGALA, A 63 ANNI, UN’INTERPRETAZIONE EMOZIONANTE E CORAGGIOSA. E UNA GRANDE LEZIONE DI LIBERTA’: «GUARDIAMOCI SENZA GIUDICARCI»
di Cristiana Allievi
L’attrice Emma Thompson, 63 anni e due premi Oscar (Courtesy Donna Moderna) intervistata da Cristiana Allievi per il film Il piacere è tutto mio, di Sophie Hyde.
Non ha mai avuto un orgasmo vero in trent’anni di matrimonio. Adesso che il marito è morto, però, Nancy è determinatissima a recuperare. Assolda Leo, sex worker di professione, e da brava ex insegnante, si presenta ai loro incontri con un elenco di “cose da fare”: in cima, il sesso orale. Leo, uomo piacente e di un pezzo più giovane di lei, ha ampie vedute su molti argomenti, e questo la spiazza. I loro appuntamenti, sempre nella stessa stanza d’albergo, all’inizio fanno emergere la sua frustrazione, poi la spingono ad accettare e includere una visione nuova del piacere.
A 63 anni Emma Thompson, che amiamo da oltre trenta per la bravura e la profondità, ci regala una delle sue interpretazioni migliori. Figlia di due attori, laurea in Lettere a Cambridge, sposata in seconde nozze con l’attore Greg Wise (con cui è diventata cittadina onoraria di Venezia), dal 10 novembre la due volte premio Oscar sarà protagonista di Il piacere è tutto mio di Sophie Hyde. Un “percorso” che parte come un’esplorazione dell’intimità per diventare una riflessione sulla liberazione, grazie all’altro, dei nostri limiti.
Come ha reagito quando le hanno proposto questo film? «Katy Brand, la sceneggiatrice, è un’amica da molti anni. Mi ha mandato il copione dicendomi “l’ho scritto con te in mente, cosa ne pensi?”. La mia risposta alla lettura è stata viscerale, era la storia più bella che avessi mai letto. “Amo i temi, amo queste due persone, facciamo il film”, le ho risposto. Così abbiamo cercato insieme Daryl, l’attore che interpreta personaggio di Leo, il viaggio si è costruito giorno dopo giorno».
Questo ruolo la espone molto a livello fisico. «”Espone”, che verbo interessante! Qualsiasi cosa faccia come attrice, uso il mio corpo, ma non sono mai io: recito qualcuno, che in questo caso è piuttosto diverso da me. È vero che nel film c’è un momento di grande esposizione fisica, il mio nudo integrale, ma arriva alla fine ed è molto ben gestito. Tutto di quel momento è significativo, e io mi sentivo nelle mani sicure di Sophie. Abbiamo parlato molto di quella scena, prima di girarla».
Per esempio come posizionare le luci, considerato che è stata così audace da farsi riprendere in piedi, davanti allo specchio? «Esatto, volevo che tutto fosse autentico e onesto, perché in quel momento corpo ed emozioni sono un tutt’uno. Però è vero, la maggior parte di noi di solito non si espone in quel modo, nemmeno nella vita vera».
Come la fa sentire essere nuda? «Mi sento più esposta nella scena in cui piango perché non riesco a fare sesso orale a Leo. Oppure quando gli racconto di quell’unico momento della vita con mio marito in cui mi sono avvicinata all’idea di un piacere sessuale: quelle emozioni sono molto più delicate da restituire, rispetto a mostrare il mio corpo. La cosa importante è che finalmente alla fine del film Nancy guarda il suo corpo senza giudicarlo più. È forse il primo vero momento di agio e di piacere».
È vero che nella storia originale non c’erano scene di nudo? «È vero, ma lavorando al film è cresciuta quell’esigenza. C’era l’idea che potevamo arrivare fino a lì, e che se mi fossi sentita a disagio non l’avrei girata».
Quando riesce ad essere aperta sui suoi bisogni sessuali nella vita vera? «Io e mio marito ne parliamo molto esplicitamente, ma il sesso non è mai come la nostra mente ci dice che dovrebbe essere. Siamo cresciuti con un sacco di spazzatura in testa su questo argomento».
Ad esempio? «L’idealismo romantico ci fa favoleggiare su tutto. Il sesso in realtà è spesso qualcosa di abbastanza strano e di profondamente non romantico. Ma non siamo onesti su questo punto, e facciamo esperienza di molta vergogna su quali sono gli aspetti che possono darci piacere e quali no. Credo che sarebbe molto meglio essere onesti, nei discorsi pubblici sul sesso e nel parlarne in genere. Perchè è un campo molto sottile e complicato, fatto di tentativi e di esperienze, e questo film cerca di portarci in un territorio sconosciuto».
Ci racconta che la ricerca d’intimità e di connessione è potente, coraggiosa e necessaria. «I due personaggi non si innamorano, è la parte della storia che preferisco. Fra loro c’è intimità, e questa non ha niente a che vedere con l’amore romantico. Qui si parla di amore per se stessi, da mettere al primo posto, prima dell’amore di due persone una per l’altra. Anche se i due sono molto vicini, lo sono in un modo molto particolare. Si “sbloccano” a vicenda, Leo vive la relazione imparando ad amarsi di più, Nancy, trasforma la sua visione del piacere».
Tornare a se stessi sembra un messaggio fondamentale. «Avere una buona relazione con se stessi è il minimo per poter provare empatia verso chiunque altro».
Cosa la aiuta a volersi bene? «La terapia costante, anni di terapia! Scherzo, ma non tanto in realtà… Pensare a me nel modo classico mi aiuta molto, capire come funziono mi da una chiave di comprensione del genere umano, perché io ne sono un esempio. Non c’è niente di speciale in me, sono un semplice essere umano, ma ciò che accade intorno a me mi da così tante comprensioni su quello che provo io, esamino e comprendo le emozioni che provo. E questo processo mi regala pazienza verso me stessa, oltre alla la capacità di mettermi nei panni dell’altro, che poi è anche ciò che faccio di lavoro».
C’è bisogno di un partner, per vivere l’amore verso se stessi? «Si può sperimentare anche senza gli altri, certo. Ma le relazioni migliori sono quelle che ci danno l’opportunità di provare compassione e che ci rimandano la nostra unicità. William Blake dice “abbiamo creato un piccolo spazio sulla terra per imparare a sopportare i raggi dell’amore…”».Io dico, meno bene, che cercare di amarci uno con l’altra è l’origine della vera saggezza».
Storia di copertina pubblicata su Donna Moderna del 27 ottobre
Sette anni dopo l’attacco terroristico al Bataclan, l’attrice ci riporta in quella notte. E racconta come, per superare i traumi della vita, ci sia un’unica via da cui è vietato scappare. Lei ce l’ha fatta
di Cristiana Allievi
L’attrice e regista Noemie Merlant, 33 anni, in una foto di Gareth Cattermole (courtesy Vanity Fair).
Scavando bene a fondo nella nostra personalità rischiamo d’imbatterci in uno sconosciuto. Ed è un po’ quello che è successo a Noemie Merlant. Classe 1988, Parigina cresciuta nella Loira da genitori agenti immobiliari, comincia a lavorare come modella. Un’esperienza che no la convince, «mi sembrava sempre appartenere a qualcun altro», racconta. Il padre le suggerisce la recitazione, lei torna a sentire la linfa vitale. Ma il passaggio al cinema non è facile, per una ex indossatrice: troppi pregiudizi. Ma lei riesce comunque. Il debutto è nel 2011, seguono una serie di ruoli di ragazze più giovani della sua età, poi la svolta: Ritratto della giovane in fiamme, storia d’amore queer diretta da Celine Sciamma. «Quel film, insieme al movimento #metoo, ha cambiato la condizione di noi donne. Abbiamo ancora molti altri passi da fare, ma oggi ci sentiamo più legittimate a parlare e ad agire».
Dopo la corsa per la Palma d’Oro, a Cannes e le candidature ai Cesar, lei è addirittura diventata regista, a 33 anni, con Mi Iubita, Mon Amour, racconto (molto scoperto) del suo amore per il giovane rom Gimi Covaci, 13 anni di meno. Ora è al montaggio di un docu sulla sua famiglia, «mia sorella e mio padre sono disabili, voglio condividere con il pubblico l’armonia che vedo fra loro e mia madre, un figura invisibile che si dedica agli altri». L’anno prossimo, a febbraio, la vedremo in Tar, diretto da Todd Field: sofisticato lavoro di scrittura e regia che esplora la natura mutevole del potere, la sua durevolezza e l’impatto che ha sulle relazioni intime. Ma prima di calarsi nei panni di Francesca Lentini, l’assistente personale di una grande direttrice d’orchestra (Cate Blanchett) di cui sogna di seguire le orme, Noemie sarà Celine in Un anno, una notte, del regista spagnolo Isaki Lacuesta, in sala dal 10 novembre. Sette anni dopo l’attacco terroristico del Bataclan, il film racconta la storia di una coppia che quella sera del 13 novembre 2015 era proprio lì, al più tragico concerto di Parigi.
Lei interpreta una superstite che rifugge l’elaborazione del trauma. «In realtà, scappo solo all’inizio. La cosa incredibile di essere sopravvissuti a un attacco terroristico è che inizi a sentire di essere vivo. Questo ti permette di ricostruire l’amore che si era spezzato all’improvviso, dentro di te, e anche di tornare a dirigerlo verso un partner».
L’ha scoperto preparandosi per il ruolo? «Sì, ho studiato i dettagli della vita di chi era presente. Ramón Gonzalez, lo spagnolo che viveva a Parigi ed era al Bataclan insieme a due amici e alla sua ragazza, ha scritto il libro su cui si basa il film. È stato molto generoso nel raccontare cosa è successo in quella stanza, nel momento più difficile ed emotivo delle riprese è anche venuto sul set. E poi di traumi psicologici me ne intendo».
Li ha vissuti in prima persona? «Ricordo momenti d’ansia sin da bambina. E a 23 anni ho iniziato a soffrire di attacchi di panico».
Come ne è uscita? «Volevo trovare un modo per guarire senza prendere medicine, e ho incominciato a meditare. Ho imparato a guardare in faccia il pericolo».
Che cosa intende? «Di fronte a un pericolo il corpo produce un’adrenalina che ti serve a scappare via, ad andare il più lontano possibile. Ma se fuggi non scoprirai mai quello che ti fa paura. Lo stesso vale per l’angoscia, dove il pericolo è sconosciuto».
Una ragione latente, però, c’è sempre. «Sì, e devi “restare”, per scoprirla. Devi fermarti a guardare negli occhi la belva feroce. Non è la cosa più facile, ma è l’unica che funzioni. Poi scopri che ansia e panico sono sì problemi, ma anche motori che ti spingono fuori dalla comfort zone».
Lei ci si è abituata, a uscirne, visto il modo in cui spesso per lavoro ha dovuto rappresentare la sensualità. «Già. La meditazione è stata utile anche qui perché la sensualità, per me, ha a che fare con il momento presente, con la consistenza del tuo corpo in un preciso momento, tutte sensazioni che si percepiscono meditando».
Quanto spaventa gli uomini mostrare la sensualità e la potenza del desiderio femminile? «Parecchio. Decostruire dinamiche patriarcali fa molta paura, e quando cade l’immagine che abbiamo di un ruolo salta anche un equilibrio. La presa di potere da parte delle donne fa paura e genera diffidenza. Nel mio ambiente ti senti dire frasi come “Adesso vuole addirittura fare la regista?”».
Come reagisce? «All’inizio ero molto frustrata, sognavo di essere un’attrice e una regista ma non potevo parlare troppo ad alta voce per non disturbare. “Non diresti le parole giuste, sei una sconosciuta e rovineresti tutto…”, mi dicevoù».
Poi c’è stato il grande clamore di Ritratto della giovane in fiamme? «Quel film mi ha dato molta fiducia in me stessa, da lì in poi mi sono ascoltata di più, ho cercato di capire cosa volevo davvero. Ho lavorato il doppio di prima e ho iniziato a osare. Ho finalmente sentito di poter dire la mia e ho iniziato a farlo con i miei amici. Per me è già un bel cambiamento».
In Tar è l’assistente personale di una delle più grandi compositrici e direttrici d’orchestra viventi. Lo considera un film femminista? «Scegliere di mettere una donna al top di una carriera normalmente riservata agli uomini, e mostrare quanto sia talentuosa, mi farebbe dire di sì. Ma sarebbe dare una risposta a cosa è il film, e il suo intento è invece far nascere domande su dinamiche di potere profonde e sottili».
Quali dinamiche di potere si instaurano su un set in cui la protagonista è Cate Blanchett? «Per me Cate è un genio come la Lydia che interpreta. Nell’osservarla mentre faceva crescere il personaggio vivevo le stesse emozioni di Francesca, imparavo tanto quando Francesca impara da Lydia. Il carisma di Cate è qualcosa che non puoi spiegare a parole, ma lei è completamente diversa dal personaggio. Quando sei al top non è facile crerare un ambiente di rispetto per tutti, il processo creativo ti divora e non hai tempo per la gentilezza. Ma lei riesce ad essere molto attenta a che tutti vengano rispettati e ascoltati in ciò che hanno da condividere, è un modello importante».
Ne ha altri? «Mia madre, una helper di carattere che trova il senso della vita nel soccorrere gli altri. E io osservo che questa è un’idea figlia del patriarcato».
Sono argomenti di cui parlate? «Spesso. Lei non si è ha mai fatta certe domande, tutto era molto più rigido fino a poco tempo fa. Ma oggi analizza la sua vita e mi dice frasi come “non so più se è stata davvero una mia scelta, forse ho solo ceduto alle lusinghe…”, riferendosi a come è iniziata la storia fra lei e mio padre. A volte si spaventa, cerca rifugio in dinamiche conosciute. Mi dice “ho bisogno di qualcuno che mi protegga, e anche tu…”».
Cosa le consiglia? «Di prendere tempo per se stessa smettere di occuparsi degli altri, in questo caso di mio padre e di mia sorella che sono diversamente abili (il padre a seguito di un incidente, ndr). Le dico di non sentirsi in colpa quando si allontana».
E a se stessa, che consigli dà? «Di continuare a capire chi sono e cosa voglio. Sto iniziando a farlo a livello lavorativo: i prossimi due film da regista mi sono ben chiari. Il privato è un tasto più delicato. Più ci penso, più è dura capire cosa si vuole davvero nella vita. Ma, forse, è proprio il suo bello».
Intervista pubblicata su Vanity Fair del 9 Novembre 2022
LA PAURA CHE IN SUA PRESENZA QUALCUNO SBADIGLI LO ACCOMPAGNA FIN DA RAGAZZINO. PER QUESTO FA L’ATTORE E ADESSO PURE IL REGISTA. “MI SONO SEMPRE SENTITO RESPONSABILE DELL’ATMOSFERA”. ANCHE QUELLA DEI SUOI FILM, «CHE DEVONO FARVI VENIRE VOGLIA DI VIVERE”
di Cristiana Allievi
L’attore e regista francese Louis Garrel, 39 anni (courtesy Depositphotos).
«Da bambino ho incontrato tante persone appena uscite di prigione, e tutti gli intellettuali che frequentavano casa nostra erano interessati alla marginalità. È un mondo che conosco e che ho usato come aneddoto». Mentre mi racconta l’idea da cui è nato il suo quarto film da regista, mi accorgo che Louis Garrel è più tranquillo del solito. A 40 anni ancora non compiuti, sembra diventato grande. Come il suo film, presentato fuori Concorso all’ultimo Festival di Cannes e proiettato in questi giorni alla Festa di Roma. L’innocent ha come idea di partenza un aneddoto che riguarda la madre, Brigitte Sy, regista come il padre Philippe. E discendendo da due reali della Nouvelle Vague del cinema, Louis non poteva che diventare famoso con uno dei film più sexy della storia del cinema, quel The Dreamers offertogli dall’amico di famiglia Bernardo Bertolucci. Dai tempi del conturbante e ribelle Theo, 20 anni fa, ha fatto tutto il possibile per meritare il grande vantaggio di famiglia che aveva. Ce l’ha fatta, oggi ha un’identità sua ed è un cineasta di valore. Dal 3 novembre lo vedremo ancora in L’ombra di Caravaggio (passato prima alla Festa di Roma) diretto da Michele Placido, come l’uomo che ha investigato la vita del pittore e ha avuto potere di vita e di morte su di lui. E dopo essere stato Jean-Luc Godard, il simbolo della Nouvelle Vague mancato qualche settimana fa, dall’1 dicembre interpreterà un altro mostro sacro, Patrice Chéreau, direttore artistico della prestigiosa scuola del Theatre des Amandiers di Parigi. A dirigerlo la sua ex Valeria Bruni Tedeschi. Garrel indossa una t-shirt con giacca nera e pantaloni chiari, e ci tiene a parlare con me in italiano.
Come sempre nei suoi film, anche in L’innocent si ritaglia anche un ruolo di attore: Abel, di professione guida in un acquario. «È un uomo che vive il lutto per la perdita di sua moglie. Un giorno scopre che sua madre (Anouk Grinberg) vuole sposare un uomo che è stato in carcere. Con l’aiuto della migliore amica lo tallonerà da vicino e scoprirà chi è veramente».
Ha dedicato il film a sua madre Brigitte Sy. «Ha lavorato per vent’anni in prigione con il teatro, come animatrice. Il punto di partenza è la sua vera storia, perché dopo che i miei si sono separati si è sposata in prigione con un uomo di nome Michael che mi piaceva molto. Abbiamo legato, mi ha aperto le porte di un mondo che non conoscevo. Non volendo fare una semplice cronaca monotona, ho giocato con tanti registri, dalla commedia romantica al thriller, che è anche un modo per cambiare ritmo».
Il ritmo è importante per lei? «Molto, perché la mia più grande paura è quella di essere noioso».
Quando è iniziata, questa paura? «Verso i 13 o 14 anni, mi sentivo sempre quello che doveva fare qualcosa per evitare a tutti i momenti noiosi».
È ancora così? «Quando sono in mezzo alle persone mi sento responsabile dell’atmosfera. Se tutti sono annoiati sento il dovere di fare qualcosa per intrattenere».
E ne ha fatto una professione. «Jean-Paul Carrère (regista e sceneggiatore mancato dieci anni fa), mi ha insegnato a non essere né monotono né troppo psicologico. “Devi sorprendere” è una lezione che ho imparato da lui, e per farlo uso molto le emozioni».
Le piacciono, le emozioni? «Vado matto per le affezioni sentimentali fra i personaggi, quelle fra un figlio e un padre adottivo, o fra una madre e sua figlia. Uso tanto questo ingrediente per nascondere altro, come fanno i maghi. A volte mi sento proprio così, un mago, incanto con le romanticherie e poi cambio strada, perché il film dev’essere un gioco».
“È così difficile prendere decisioni…” una frase di Abel che sembra sua. «Lo è, per me è un incubo prendere decisioni! Qualcuno mi ha detto “ogni decisione è una rinuncia”, e mi sembra un fatto pazzesco».
(continua…)
Intervista a Louis Garrel pubblicata su F del 18/10/2022
CRESCERE LA BAMBINA CHE IL TUO COMPAGNO HA AVUTO CON LA EX. LO FA LA PROTAGONISTA DI I FIGLI DEGLI ALTRI, DI REBECCA ZLOTOWSKI. E LO HA FATTO ANCHE L’ATTRICE FRANCESE, «ESISTONO TANTI MODI DI ESSERE MADRE»
dI Cristiana Allievi
L’attrice Virginie Efira, 45 anni, alla Mostra di Venezia con il film I figli degli altri.
Ha un’aria complice, nel suo micro abito in velluto nero dalla scollatura profonda. Quando si siede davanti a me non posso fare a meno di notare gli slip in tinta che sbucano mentre accavalla le gambe. E di ricordare la celebre scena di Sharon Stone in Basic Instinct (in cui, però, gli slip non li indossava). Con quel film il regista Paul Verhoeven trent’anni rese l’attrice americana un’icona sexy. E siccome il caso non esiste, è stato lo stesso Verhoeven a trasformare Efira da mattatrice della televisione belga in una delle attrici piu’ quotate d’Oltralpe. In Elle era la moglie dell’uomo che veniva sessualmente soddisfatto dalla Huppert (premio Cesar e miglior film straniero ai Golden Globes del 2017). Poi, con Benedetta, nel 2021, ci ha fatto conoscere le fantasie erotiche della Carlini, suora italiana lesbica vissuta nel diciassettesimo secolo e accusata di blasfemia. Ora Virginie Efira cambia completamente registro. In I figli degli altri, di Rebecca Zlotowski, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, è una quarantenne che suona la chitarra, insegna al liceo, è bella e in ottimi rapporti con il suo ex. Quando pero’ si innamora di Ali (Roschdy Zem), vorrebbe diventare madre e non ci riesce, e si lega visceralmente a Leila, la bambina di 4 anni che lui ha avuto con la ex (Chiara Mastroianni).
Come definirebbe la Rachel che interpreta nel film? «È un misto fra me, la regista Rebecca Slotowski e il personaggio della sceneggiatura. Mi fa venire in mente una frase di Flaubert, “ogni cosa, se osservata per abbastanza tempo, diventa interessante”. Ed è cosi che accade con Rachel, la amiamo sempre piu’ mentre la vediamo attraverso molti prismi, nonostante sia una donna tutto sommato semplice.
Recitare con una bambina di quattro anni è difficile? «Ho fatto molti film accanto ai bambini, fino a oggi. Puo’ succedere che siano capaci di memorizzare le frasi e di restituirtele senza problemi, oppure non sanno le battute, e puoi indirizzarli in modo spontaneo nel dialogo. Nel caso della bambina del film io e Rebecca le parlavamo come se fosse una vera attrice. È speciale, non aveva i genitori alle spalle a spingerla, voleva davvero fare quello che ha fatto».
Quando si separa dal padre di Leila, spiega alla bambina che non farete più le vacanze insieme e non vi vedrete più cosi spesso. Quando finiscono le riprese è facile separarsi da un’attrice bambina? «Non puoi staccarti troppo brutalmente, come invece puoi permetterti di fare con un adulto. Sul set i piccoli a volte mi chiamano “mamma” e io rispondo “no, non sono tua madre, anche se sono qui con te…”. Pochi giorni fa una piccola mi ha detto “ci vediamo ancora, vero?”, le ho risposto “certo, mandami le tue foto…”. Poi non è che andiamo a prendere il gelato tutti i sabati, lei ha sua madre… Comunque dovrebbe vedere il mio cellulare, e’ pieno di messaggi di bambini non miei, e non solo di quelli conosciuti sui set».
Mi sta dicendo che e’ stata matrigna anche nella vita vera? «Molte volte. Ho 45 anni, chissà perché a 23 anni mi sono sposata con un uomo che ha tre figli (Patrick Ridremont, ndr). Ricorderò sempre la madre, per lei non è stato facile ma mi ha aiutata ad avere una buona relazione con le sue bambine, che non hanno mai fatto fatica a prendermi per mano, anche davanti a lei. Adesso sono madre, ma prima ho sempre avuto relazioni con uomini che avevano figli, evidentemente mi piaceva».
Le ex sono mai tornate indietro per riconquistare il compagno, come vediamo nel film? «Beh, conosco anche questa esperienza, con quel senso di sentirsi escluse che ne segue. Ma vede, io so anche quanto sia forte il legame, quanto sia delicata la posizione in cui ti metti scegliendo un uomo che ha gia’ avuto figli con un’altra donna. In qualche modo metti già in conto il fatto che se deludi qualcuno è naturale, perché dietro di te c’è sempre una “grande donna” che ti ha preceduta, e tu non sei la madre dei suoi figli. Questo solletica un certo senso di solitudine, infatti quando ho letto la sceneggiatura sono scoppiata a piangere».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 22 settembre 2022