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Julianne Moore: «Perchè chiedere ai maschi di scrivere film sulle donne?».

05 martedì Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino

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Bart Freundlich, Berlinale, Cristiana Allievi, Difficult people, Ethan Hawke, Greta Gerwig, Il piano di Maggie, Julianne Moore, Oscar, Planned Parenthood, Rebecca Miller, Still Alice

 

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L’attrice Julianne Moore, 55 anni (courtesy of LA Times)

«Gli esseri umani cercano di imporre una certa struttura sulle cose, che in realtà sono caos puro. Creiamo ordini per cercare di spiegarci i fatti della vita, la realtà è che non li conosciamo e non sappiamo come vanno…». Sembra una frase della sociologa di successo che interpreterà in Il piano di Maggie, appena passato dal Biografilm Festival dopo  quello di Berlino, e al cinema dal 30 giugno. Invece sono parole di una delle attrici più concrete che circolino a Hollywood. Siamo in un hotel di lusso nel cuore di Berlino. È mattina e Julianne Moore indossa un vestitino lilla con una giacca svasata nera. Le è rimasto un filo di voce e, mi dice, si sta imbottendo di rimedi tedeschi sperando che facciano effetto. Non è la prima volta che la incontro, ma resto di nuovo colpita perché dimostra molti meno anni dei 56 che ha. Forse perché è una donna vera, una che nel mezzo dei 30 anni ha capito di sentirsi sola e confusa e ha cominciato a lavorare su di sé, scoprendo che aveva messo al centro della sua vita la carriera, e che era tempo di cambiare rotta. Oggi non ha solo due splendidi figli e un marito, il regista Bart Freundlich (sposato dopo aver divorziato dal regista John Gould Rubin) con cui vive nel west village di Manhattan, ma anche un Oscar in bella mostra in ufficio- vinto per Still Alice– e una serie di cause a cui tiene molto. A dimostrare che avere una carriera al top, una famiglia e degli interessi è possibile, e se ci si impegna per ottenerli. La sua vita lontana dalle luci della ribalta è semplice. Si sveglia tutte le mattine alle 6.30, fa yoga tre volte alla settimana, scrive libri per bambini. E sta dalla parte delle donne: è una delle sostenitrici di Planned Parenthood, grande organizzazione che educa su temi come salute e contraccezione, e ha appoggiato Hilary Clinton nella corsa alla Casa Bianca. Ha anche la passione dell’interior design per cui, oltre a decorare gli interni di casa sua, ha aiutato ad arredare la stanza in cui si svolge la cerimonia di consegna degli Academy Awards. Sullo schermo Julianne Moore ci ha abituato a tutto, dall’erotismo all’omosessualità, dalla pornografia all’incesto, e i prossimi film che girerà saranno con Todd Heynes e con George Clooney. Intanto dal 2 giugno sarà al cinema diretta dalla sua amica Rebecca Miller nei panni di Georgette, un’influente insegnante di sociologia il cui marito (Ethan Hawke), professore universitario, si innamora di Maggie, una donna molto più giovane di lei (Greta Gerwig), con cui va a vivere. Le due donne non si faranno la guerra ma saranno alleate, conducendo il gioco dove vogliono loro.

La commedia romantica che ha debuttato a Toronto per poi passare dal Festival di Berlino sfida ancora una volta le certezze sociali. Lei e la Gerwig proponete una gestione dei figli che mostra una nuova tipologia di famiglia allargata… «Mi ha molto intrigato il fatto che il personaggio di Maggie abbia un’idea di Georgette basata su quello che le dicono gli altri. Ma incontrandola ha una specie di fulmine, per la sua gentilezza. Tra le mie amiche è capitato spesso di sentire che la nuova moglie o compagna ha un ottimo feeling con la ex del marito, e che i loro figli si trovano bene con entrambe le donne. Mi piace che il film faccia riflettere su questa idea».

Propone anche un approccio molto pratico alla maternità: visto che i fidanzati non durano, non si deve per forza amare qualcuno per diventare madri, basta scegliere un donatore di seme, un amico di amici. È una visione moderna della vita, secondo lei? «Non credo si tratti di praticità. Mi ha toccata molto il fatto che a Maggie manchi la madre, che è stata il suo unico genitore quando era bambina. In questo senso lei non fa altro che ricreare le condizioni in cui è cresciuta, lo trovo quasi romantico».

Recita spesso la parte di donne che hanno una vita disordinata. Nella vita vera ama l’ordine? «In sessanta film ho recitato di tutto, non c’è correlazione tra chi sono e i miei personaggi. Credo però che noi esseri umani cerchiamo di imporre una certa struttura sulla realtà. La società, la religione, la comunità, il governo sono tutti ordini che creiamo per cercare di spiegarci le cose, ma non le conosciamo e non sappiamo come vanno».

Le coppie si sfasciano troppo facilmente, al giorno d’oggi? «Non sono un’esperta, ma basta parlare con chi divorzia, per sentire che non è affatto felice. Le relazioni siano sfidanti, e al loro interno succede di tutto. C’è chi sta insieme e soffre, chi si divide e soffre, chi ce la fa, chi fallisce, le variabili sono tante».

Ha un matrimonio che dura negli anni, qual è il segreto? «Credo che gli ingredienti siano molti, ma a contare è soprattutto il voler essere dove si è: stare, impegnarsi nello stare, è il segreto, o almeno uno dei segreti. L’altro è essere grati della vita che si ha».

Una delle cose che ama di suo marito? «Mi fa ridere! Ho capito da poco che prima di un incontro col pubblico o con la stampa è meglio che non legga i suoi sms: mi è capitato di uscire sul palco con le lacrime agli occhi, non sapevo come fare a trattenermi…».

I film che la fanno ridere, invece, quali sono? «Mi viene in mente uno show tv, Difficult people. Lo conducono Julie Klausner e Billy Eichner e lo adoro, è davvero oltraggioso».

Billy è lo stesso di Billy on the street. L’ho vista in una puntata dello street show che mi ha molto divertita. «Ho iniziato a seguire Julie su Twitter e dopo un po’ abbiamo iniziato a messaggiarci, finchè mi ha chiesto se volevo partecipare al suo show, ma non potevo. A quel punto è subentrato Billy, che mi ha chiesto di prendere parte al suo. E così che sono finita per strada a recitare pezzi di film famosi cercando di ottenere la mancia dei passanti!».

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La Moore con Ethan Hawke in Il piano di Maggie- A cosa servono gli uomini (courtesy film.it).

 

Anche in jeans e giacca blu, come in quel caso, lei ha sempre un’eleganza sobria. «Non mi piace attirare troppo l’attenzione, mi piace essere cool senza farmi notare troppo. Trovo molto interessante il modo in cui si decide di presentarsi al mondo, vale per un’attrice come per qualsiasi donna. Mi rendo conto di fare delle scelte, ogni volta che apro l’armadio, e vado un po’ da un eccesso all’altro. Quando lavoro sono davvero vestita, mi piacciono i tessuti e le forme decise, cose semplici e interessanti allo stesso tempo, mentre quando sto con i miei figli sono molto casual. In entrambe i casi sto attenta ai colori che scelgo, per una rossa è fondamentale non sbagliarli»

La sera che ha consegnato l’Oscar a DiCaprio, in Chanel nero, è stata fantastica. «È stata un’edizione straordinaria, i film in concorso quest’anno erano bellissimi, anche quelli rimasti fuori dalle nominations».

Avrebbe mai immaginato di vincere un Oscar, in vita sua? «Nemmeno per sogno. Mi sono ritrovata ad avere una carriera cinematografica all’improvviso, con tre film usciti quasi in contemporanea. Avevo 32 anni, e fino a quel momento avevo recitato per la tv e il teatro di Broadway, al cinema non pensavo nemmeno. Poi ho incrociato registi del cinema indipendente Usa, come Todd Haynes e Paul Thomas Anderson, che ha cambiato tutto».

Lavora ininterrottamente da molti anni, cosa pensa della condizione delle donne a Hollywood? «Che sta cambiando qualcosa, e se guarda a Il piano di Maggie, in cui siamo tre donne, e la regista è anche scrittrice della sceneggiatura (tratta da un romanzo mai pubblicato di Karen Rinaldi, ndr), si capisce qual è la direzione da seguire. È inutile andare da un uomo e dirgli “devi scrivere più storie sulle donne…”, perché le storie sono soggettive, nascono da un impulso personale. Se si vuole che le cose cambino, in termini di diversificazione, l’unico modo è coltivare un punto di vista femminile».

 

Cover story di F del 6 luglio 2016

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Carmine Amoroso, «Porno e rivoluzione»

29 mercoledì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Biografilm festival, Carmine Amoroso, Cristiana Allievi, D La repubblica, Giuliana Gamba, Helena Velena, Judith Malina, Lasse Braun, Porn to be free, Riccardo Schicchi, Woodstock

 

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Ilona Staller in Porno & libertà di Carmine Amoroso

C’era la cultura psichedelica. C’era il rock. C’era l’opposizione violenta del terrorismo. E poi c’era una specie di scossa fortissima, quella del porno. Da una prospettiva mai raccontata prima, attraverso pionieri del cinema erotico made in Italy come Lasse Braun (alias Alberto Ferro), Judith Malina, Helena Velena e molti altri, il regista Carmine Amoroso ci racconta il fremito degli anni Settanta nel nostro paese. Nel suo Porno e libertà (Porn to be free il titolo internazionale), presentato in anteprima al Biografilm Festival e in tutte le sale dal 24 giugno, racconta la forza propulsiva di quella che è stata un’energia nuova e sconvolgente. Tutto è iniziato nel 2011, incontrando lo scomparso Riccardo Schicchi. «È stato come trovarmi davanti a Topolino», ricorda Amoroso. «Schicchi è un mito per la generazione degli anni Sessanta. Dopo i suoi reportage dall’Afganistan per Epoca pian piano il suo interesse si è spostato sul corpo femminile e sull’erotismo. Con i suoi film e i suoi scatti ha creato un immaginario porno che ha permeato due generazioni. Riccardo incarna bene quella controcultura che ha usato il porno come mezzo per passare tante istanze, soprattutto politiche».

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Una foto di Riccardo Schicchi in Porno & libertà

Le meravigliose immagini di repertorio al Parco Lambro, Mario Mieli che urla “battere e combattere”, le parole di Giuliana Gamba, prima regista donna a luci rosse, ci ricordano che l’Italia ha avuto la sua Woodstook. «Gli americani si vendono molto bene, ma anche qui abbiamo avuto i nostri Barry Flynn. Anzi, è stato Lasse Braun, alias Alberto Ferro, che in pochi sanno essere italiano, a portare il porno negli Usa». L’eccesso come carica propulsiva, quindi, come mezzo per accedere a una dimensione più profonda delle cose: tutti aspetti che si sono persi per strada, parlando del porno contemporaneo. «Non sono un esperto di pornografia né voglio diventarlo, ma oggi manca una concettualizzazione. L’industria è molto cambiata, è legata a forme mentali di perversione. Su YouPorn trovi vari frammenti che le rappresentano». Di finanziamenti per il suo film, nemmeno l’ombra. «Al Ministero una signora mi ha riso in faccia, e solo per l’uso della parola “porno” non sono riuscito ad avere spezzoni di certi film. Evidentemente manca ancora una riflessione approfondita su quel periodo».

articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 giugno 2016

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Richard Gere: «Sono con tutti gli invisibili del mondo»

21 martedì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina

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Alain Zimmermann, Coalition For The Homeless, Cristiana Allievi, FIO.Psd Foundation, Gli invisibili, HomelessZero, Lucky Red, Richard Gere, Taormina Film Fest, Tiziana Rocca

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Come una sfida amichevole è diventata un’occasione per lasciare il segno. Sul grande schermo e nel sociale. È successo al 62° TaorminaFilmFest, con questi ingredienti: un testimonial che è un divo tra i più amati; una comunicazione intelligente e un film, Gli invisibili, nato col preciso intento di per fare qualcosa per gli altri

A volte tutto concorre a far si che un evento diventi qualcosa che travalica i propri confini. Così la presentazione di un film a un festival, di per sè una routine, si può trasformare in un qualcosa di molto più grande di quello che sembrerebbe sulla carta. Scatenando emozioni, applausi, promesse, riflessioni, cambi di direzione nella vita. «L’anno scorso Richard Gere mi ha lanciato una sfida: “Tornerò in Sicilia se organizzerai qualcosa per i senza tetto, gli invisibili. Voglio che si faccia una campagna in merito, che il governo firmi un accordo e che le persone siano davvero responsabilizzate in prima persona», racconta Tiziana Rocca, general manager della kermesse cinematografica taorminese. «Su queste indicazioni ho pensato a cosa potevo costruire che girasse intorno al film con cui abbiamo aperto il festival, Gli invisibili, interpretato e diretto da Gere».
Compito non facile, considerato che la pellicola distribuita da Lucky Red e adesso presente nelle sale di tutta Italia era già uscita nel resto del mondo ed era stata presentata al festival di Roma due anni fa.

Infatti quando l’American Gigolò ha ringraziato pubblicamente la Rocca al Teatro Antico ha detto che non credeva che ce l’avrebbe fatta. Lei, una napoletana che vive a Roma col marito – l’attore e regista Giulio Base – e tre figli, ha iniziato 25 anni fa a fare il lavoro di pr in Italia, e ha sempre avuto un occhio attento al sociale nell’organizzazione dei suoi eventi. Per il festival, nelle sue mani da cinque anni, vola regolarmente negli Usa e convince le star una a una a venire al Sud. Fa tutto personalmente, non delega nulla. «Non ho effetti speciali, non ho aerei privati, né budget milionari, e avere grossi personaggi a Taormina richiede una lunghissima preparazione. Ma metto tanta passione nel mio lavoro, e viene sempre premiata». Qualsiasi cosa chiedano le star lei è sempre a disposizione, a qualsiasi ora, e ci tiene a far vivere ai suoi vip un’esperienza concreta del territorio, anche fuori dalle sale del Palacongressi. Ma soprattutto chi la conosce bene dice che se promette una cosa la mantiene. Il risultato si è visto l’11 giugno, quando è stato firmato il Protocollo d’Intesa tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e la fio.PSD Onlus (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora), a supporto della campagna di sensibilizzazione #HomelessZero. Il ministro Giuliano Poletti ha stanziato 100 milioni di euro che serviranno a promuovere azioni per ridurre il numero delle persone senza dimora, che in Italia si stimano essere intorno ai 50mila.

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Richard Gere presenta Gli invisibili a Sant’Egidio

Certo, il divo hollywoodiano ha fatto da forte catalizzatore. Almeno tre i momenti caldi della sua presenza. Il primo alla Comunità di Sant’Egidio di Roma, sede scelta per la presentazione del progetto alla stampa con proiezione del film ai senza tetto. «L’idea è stata quella di far ritrovare tutti alla mensa della Comunità, e non in un grande hotel. Era necessario andare da loro: noi siamo gli ospiti, loro i padroni di casa, e i protagonisti dell’evento», racconta Rocca. Lì i momenti di commozione non sono mancati, come è successo pochi giorni dopo a Taormina, all’incontro seguito alla proiezione ufficiale de Gli invisibili a cui erano presenti 300 homeless provenienti da tutto il sud d’Italia ma di varie nazionalità. Richard Gere voleva sperimentare di persona la disperazione di queste persone, farle raccontare a modo loro e fare da tramite con le istituzioni. «Ho iniziato molti anni fa a lavorare con la Coalition For The Homeless a New York, il gruppo principale nel sostenere i diritti dei senza tetto. È così che sono venuto a conoscenza di questo problema», racconta. «Quando mi è arrivata la sceneggiatura del film ho capito che era qualcosa che volevo fare, ma in modo diverso da come me l’avevano proposto. Non volevo semplicemente che si vedesse la storia di un uomo che finisce a vivere per strada, volevo che guardando il film si sentisse cosa significa». Nel corso delle riprese nell’Est village di New York, l’attore non è stato riconosciuto nei panni di un barbone. «Nessuno mi guardava in faccia, ero invisibile e mi trovavo alla stazione centrale di Manhattan».

Arriva la domanda che fa corto circuito tra cinema e realtà, rivolta a Gere da Vincenzo, un homeless italiano venuto a Taormina per incontrarlo: “Lei come si è sentito, mentre chiedeva la carità?”. «Sono un attore, e ho chiesto soldi non avendone bisogno, quindi la situazione è diversa», ha risposto Gere. «Ma abbiamo voluto che fosse il più realistica possibile, nessuno si è accorto che stavamo girando un film, le telecamere erano nascoste dentro gli edifici. Quando mi sono ritrovato lì da solo e ho tirato fuori la mano, impegnandomi nel rendere il gesto credibile, credo di aver sentito la sensazione reale di chi chiede l’elemosina».

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Tiziana Rocca, Gere e i sindaci di Taormina e Messina.

Un altro aspetto che stava a cuore all’attore, nel girare la pellicola, è il concetto del tempo.«Quando vivi per la strada sei quasi scollegato dalla realtà temporale, non è un caso che il film parta inquadrando un uomo con una ferita sul volto che si butta dell’acqua sulla faccia: non si da da dove arrivi e non si sa cosa gli sia successo, è una figura misteriosa». Sempre nell’incontro al Palacongressi prende la parola Bolgdan, di origine polacca. «Questo film parla di noi, che dalle stelle siamo finiti nelle stalle. Io sono contro la politica, ma per il sindaco di Messina ho solo rispetto, ci sta davvero aiutando…», conclude commuovendosi. «Pian piano ho capito che stavo raccontando una storia universale, che parla davvero di tante persone, soprattuto qui in Europa in questo momento», prosegue Gere. «Ho letto le statistiche dell’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, parlano di qualcosa come 60 milioni di persone che sono fuggiti per vari motivi e non hanno un posto su questo pianeta. Non risolve niente costruire un rifugio e dare un letto per la notte, anzi spesso crea più problemi. “Casa” non è solo un tetto sulla testa, è comunità, è avere persone a cui interessa di noi, per cui sappiamo di contare qualcosa. Per questo motivo trovo che Gli invisibili sia una metafora per tutti, non c’è nessuno che non abbia una storia che potrebbe portarlo a finire sulla strada».

Anche la casa svizzera di orologi di lusso Baume & Mercier, main sponsor del TaorminaFilmFest, è stata coinvolta nei giochi di sinergie di quest’operazione. «Ho conosciuto Gere l’anno scorso e sentendo quanto era coinvolto nel supportare la FIO.Psd Foundation è stato naturale affiancarlo», racconta Alain Zimmermann, CEO dell’azienda. «La responsabilità sociale è nel dna della nostra casa, da anni siamo impegnati su diversi fronti, tra cui quello di Love 146, un’organizzazzione che lavora per mettere fine al traffico e allo sfruttamento di minori nel Nord America». Per supportare la campagna HomelessZero abbiamo offerto uno dei 62 pezzi della Clifton limited-edition, il “Clifton Taormina Award”. Avrebbe dovuto essere battuto all’asta l’11 giugno durante la serata inaugurale della kermesse, ma un illustre acquirente, che vuole conservare l’anonimato, ha sborsato un’ingente somma per aggiudicarselo, devolvendo poi il tutto in beneficienza alla FIO.Psd Foundation. «Per me casa significa stabilità, comfort, momenti condivisi con le persone vicine a noi. In qual che modo è il luogo in cui ci sentiamo sostenuti nei momenti di difficoltà», conclude Zimmermann.

Uno degli ultimi scambi di Richard Gere prima di volare a Washington e seguire la visita del Dalai Lama, è stato con un homeless che gli ha detto di non vedere più l’orizzonte davanti a sé, e gli ha chiesto cosa deve fare, per non vivere come un cane bastonato. «Ci sono due strade per uscire dalla crisi», gli risponde Gere, alzandosi dalla sedia sul palco e sedendosi a cavalcioni accanto a lui. «Per prima cosa trova una casa, un posto dove vivere. Poi la comunità, persone a cui interessa di te. Vedo che sei una persona calorosa, guardi dritto negli occhi, hai un cuore aperto. A quel punto puoi passare all’ultimo step: a 66 anni ho capito che se vuoi essere felice, devi fare felice gli altri». Boato in sala, e una promessa fatta in diretta prima di sparire: «Il prossimo anno tornerò a trovarvi, lo prometto».

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Adriana Ugarte: «Nella vita dobbiamo ringraziare chi è stato crudele con noi»

08 mercoledì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Adriana Ugarte, Cabeza de Perro, Cristiana Allievi, D La repubblica, Emma Suarez, Pedro Almodovar

 

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Adriana Ugarte, 31 anni, attrice. Per Pedro Almodovar è Julieta, nel film in concorso all’ultimo festival di Cannes (courtesy levante-emv.com).

«Ricordo ancora il giorno in cui l’ho guardato negli occhi e gli ho detto: “Non voglio più libri e film da studiare, prendimi per mano e andiamo all’inferno insieme”. In quel momento abbiamo iniziato a sentire la stessa musica, è stato straordinario». Da queste parole si intuisce che Pedro Almodovar le ha cambiato la vita, scegliendola per il suo riuscitissimo film, Julieta, passato in concorso all’ultimo festival di Cannes e ora nelle nostre sale. Ha due occhi grandi color nocciola che sorridono, Adriana Ugarte. Indossa un abito di chiffon color panna con disegnini rossi e il tono della sua voce è morbido e avvolgente. Nata a Madrid 31 anni fa, una ventina di produzioni all’attivo tra cinema e tv, ha dimostrato da subito di avere stoffa per il mestiere di attrice. Col primo cortometraggio Mala espina, le sono arrivati tanti riconoscimenti, e col primo film, Cabeza de Perro, la candidatura ai Goya, gli Oscar spagnoli. Julieta è la storia di una madre tra i 25 e 40 anni, e di sua figlia Antia. E visto che Almodovar non ama invecchiare artificialmente le sue attrici col trucco, si è preso il rischio di affidare lo stesso personaggio (la madre del titolo) a due donne, Adriana nella sua parte giovane, ed Emma Suarez in quella più matura.

«Abbiamo lavorato separatamente, poi quando abbiamo scoperto di avere lo stesso personaggio ci siamo telefonate per incontrarci e scoprire insieme chi era questa donna. Quando poi abbiamo incontrato Pedro abbiamo capito che lui è davvero la mente che sta dietro a tutto: ci ha portate nello stesso luogo di dolore e di comprensione attraverso strade diverse».

Una strada che Adriana ha affrontato con un’attitudine tutta sua. «Prima di girare mi aveva chiesto di vedere un film tedesco chiamato Phoenix, ma io non l’ho fatto. Un mese dopo la fine delle riprese sono andata al cinema con i miei genitori e mi sono innamorata dell’attrice, guardandola avevo sentito Julieta. Sono tornata a casa e ho cercato qualcosa in rete, solo allora ho realizzato che si trattava del film di cui mi aveva parlato Almodovar!».

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L’attrice spagnola con Almodovar sul red carpet a Cannes.

A scatenare la tragedia nella storia del regista spagnolo più amato al mondo è una governante che rivela alla figlia che la morte di suo padre è dovuta a una lite avuta con la madre, motivo per cui la ragazza sparirà da casa per sempre. «Se ho mai incontrato una persona cattiva in vita mia? Certo, ma la cosa importante è conoscere la parte crudele che tutti abbiamo dentro di noi. Siamo esseri complessi, e nella vita dobbiamo ringraziare anche chi è stato crudele con noi e ci ha detto cose tremende. Fanno male, ma servono a svegliarci».

Articolo pubblicato su D La repubblica il 6 giugno 2016

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Emma Suarez: “Così Almodovar mi ha trasformata in Julieta”

31 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Adriana Ugarte, Alice Munro, Andy Chango, Cristiana Allievi, Emma Suarez, Europa 51, Juan Elrich, Julieta, Pedro Almodovar, Rossellini

L’attrice spagnola interpreta la protagonista del nuovo film del regista, presentato a Cannes. Qui ci racconta come è riuscita a interpretare un ruolo sofferto

Con il ventesimo film Pedro Almodóvar torna all’universo femminile e ai conflitti tra genitori e figli. La storia è quella di una madre e di Antia, la figlia che lascia la casa all’improvviso, dopo la morte del padre, per non farvi mai più ritorno. Emma Suarez è la più matura delle due donne che il regista ha scelto per interpretare la Julieta del suo nuovo film, in concorso all’ultimo festival di Cannes e nelle nostre sale dal 26 maggio. Cinquantadue anni, madrilena, nella vita vera Emma Suarez di figli ne ha due, uno avuto con Juan Elrich Jr, ex marito, e una con Andy Chango, attore e musicista argentino di sei anni più giovane di lei. Si presenta all’intervista con occhiali neri spessi, confermando la sua fama di donnaEmma Suarez: "così Almodovar mi ha trasformata in Julieta" attraente e misteriosa. 

«Il mio modo di lavorare è stato diversissimo da quello di Adriana (Ugarte, l’altra donna che interpreta Julieta da giovane). Pedro mi ha suggerito di leggere un libro di Emanuel Carrère, Vite che non sono la mia, sull’abbandono e la solitudine, e di rivedere The Hours, basato sul romanzo di Michael Cunningham, con Nicole Kidman, Meryl Streep e Julianne Moore, i cui personaggi in un certo modo assomigliano a Julieta. Mi ha anche raccomandato di studiare Ingrid Bergman in Europa 51, di Rossellini». Niente colori sgargianti e personaggi sopra le righe, questa volta, per il regista spagnolo più amato al mondo. «Per incarnare la donna che racconta alla figlia chi è stata davvero, e come ha conosciuto suo padre, Almodovar mi ha ordinato di scrivere. Così ho iniziato un diario, a cui ho lavorato tutti i giorni, come Julieta». Il primo titolo del film era Silenzio, come uno dei racconti di In fuga, della scrittrice canadese Alice Munro, a cui Almodovar si è ispirato per la sceneggiatura. «Adoro il silenzio e ho bisogno di stare da sola», racconta l’attrice. «È difficile perché ho due figli, ma per fortuna quando ho girato Julieta era estate, così li ho preparati e mandati in vacanza, e per sei settimane mi sono sintonizzata solo sul film. Il personaggio era troppo difficile, dovevo separarmi da tutto quello che c’era intorno». La Suarez non cede alla trappola delle interpretazioni facili. Se sulla carta la responsabile della fuga di Antia è la governante, che mette al corrente la ragazza della lite avvenuta prima che il padre, pescatore, uscisse in mare, nella realtà le implicazioni sono più articolate. «Penso che nella vita, quando le cose succedono, non si può dare la responsabilità a una sola persona, è troppo facile. Siamo tutti responsabili delle cose che accadono, sono parte della nostra esperienza per crescere e imparare, come individui. E qui fino alla fine Julieta non si prende una responsabilità importante: quella di parlare con sua figlia».

 

Articolo pubblicato su D La Repubblica 28/5/2016

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Joel Edgerton, l’ultimo tosto d’Australia

26 giovedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Baz Luhrmann, Cannes 2016, Charlize Theron, Cristiana Allievi, GQ, Joel Edgerton, Loving, Nash Edgerton, Regali da uno sconosciuto, Ruth Negga, Star Wars

Duri, grossi, di una bellezza virile che non poggia su lineamenti delicati. Il parco degli attori australiani che sanno riempire e bucare lo schermo si allarga dai Crowe e Jackman agli Edgerton. Già perché i fratelli sono due, Joel (in piena ascesa) e Nash, pronto alla consacrazione. Sicchè anche gli Hemsworth sono avvisati: questi sono rivali all’altezza

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Biondo platino, con i capelli cortissimi. Le prime immagini sono un’inquadratura della sua testa. E quando pensi che si tratti di un video di Eminem, ti accorgi invece che lo stai guardando nel suo ultimo ruolo, quello che molto probabilmente lo candiderà agli Oscar dopo gli applausi ricevuto all’ultimo festival di Cannes.

A differenza dei colleghi Guy Pearce e Russel Crowe, questoaustraliano classe 1974 non si è fatto le ossa con le soap Neighbours e Home and Away. «Non ero abbastanza bello, non mi volevano su una tavola da surf», ha spiegato con una certa modestia Joel Edgerton. «E poi a essere sincero ero anche scettico sulle soap, a cui ho sempre preferito il teatro».

Dopo aver studiato recitazione a Sidney è apparso nei primi film per la tv, finchè è arrivato il personaggio di Owen Lars, lo zio di Luke Skywalker in Star Wars. «Il film di Lucas è stata la canoa che mi ha portato lungo il fiume. Nell’anno e mezzo successivo alle riprese, quando ancora nessuno sapeva che ero nel film per soli cinque minuti, la mia vita è cambiata. Non ho mentito, ma la gente pensava “se sei in Star Wars allora dimostraci quanto vali…”».

A Baz Luhrmann deve la sua vera consacrazione, arrivata con il personaggio di Thomas “Tom” Buchanan, l’arrogante milionario marito di Daisy ne Il grande Gatsby. È questo l’inizio di un’ascesa  che l’anno scorso lo ha visto in un ruolo chiave in Black Mass- L’ultimo gangster, di Scott Cooper, accanto a Johnny Depp, Benedict Cumberbatch e Kevin Bacon. Ma soprattutto lo ha portato dietro la macchina da presa per la prima volta con Regali da uno sconosciuto, che ha scritto, diretto e interpretato. Un film che ha incassato 58 milioni di dollari complessivi, niente male per un esordio alla regia. «Ho lavorato duramente alla sceneggiatura, poi ho messo a mollo tutti i grandi registi con cui ho lavorato, permettendomi che riemergessero dentro di me. Ero terrorizzato, mi ci è voluta una settimana di riprese per capire che sapevo cosa stavo facendo. Mi fidavo del mio istinto con la macchina da presa, ma quella storia era come buttarsi sotto un treno, il finale era difficile».

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Richard e Mildred, i veri coniugi della storia raccontata da Jeff Nichols in Loving, in competizione a Cannes 69.

Edgerton è appena stato applaudito a Cannes nei panni di Richard Loving, marito di Mildred (la bravissima Ruth Negga),bianco lui e nera lei. In Loving raccontano la vera storia della coppia che si è sposata nel 1958 ed è finita in prigione per questo, ma l’amore che li teneva insieme era così puro da far succedere il miracolo: il loro caso è arrivato alla Corte Suprema degli Stati Uniti che alla fine ha dovuto riconoscere il matrimonio tra razze diverse come un diritto. «Se ho avuto problemi a girare Loving? Uno in particolare: Jeff aveva chiaro il film nella sua testa prima di girarlo, e se a volte mi sentivo di arrivare vicino a quello che voleva, altre temevo di non soddisfarlo mai completamente. Ero parecchio sotto pressione per questo motivo».

Il film di Jeff Nichols correrà sicuramente per gli Oscar, nel frattempo Joel è già sul set di American Express con Charlize Theron e Amanda Seyfried. Si tratta dell’esordio alla regia del fratello Nash, che fino a oggi nel cinema aveva come occupazione principale quella dello stuntman, oltre ad aver girato quattro dei video di Bob Dylan. Il film sarà prodotto dalla casa di produzione Blue-tongue film, che i fratelli Edgerton hanno fondato insieme, e avrà tra i produttori anche la Theron.

 

articolo pubblicato su GQ Italia

© Riproduzione riservata  

«Gimme Danger», parola di Iggy Pop

24 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Musica

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Bob Dilley, Cristiana Allievi, David Bowie, Gimme danger, Iggy pop, Jim Jarmusch, Jim Osterberg, MC5, The Stooges, Velvet Underground

 

È SBARCATO SULLA CROISETTE PER IL 69° FESTIVAL DI CANNES E, COME È GIUSTO CHE SIA, HA PORTATO UN PO’ DI SCOMPIGLIO. L’IGUANA DEL ROCK CHE HA FIRMATO LA COLONNA SONORA DI TRAINSPOTTING HA PRESENTATO IL DOCU FILM SULLA SUA VITA E QUELLA DEGLI STOOGES, GIMME DANGER, GIRATO DALL’AMICO JIM JARMUSCH. CON CUI AVEVA RECITATO IN COFFEE AND CIGARETTES

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«Gli Stooges, nell’essenza, sono stati una specie di ameba che ti entrava in casa senza che te accorgessi». Parola del suo frontman, Iggy Pop. Giacca di pelle e skinny pants neri, indossati con una t-shirt bianca, la rockstar di Detroit ha gli occhi blu che brillano. Ancora di più, mentre racconta il lavoro fatto con l’amico Jim Jarmusch per Gimme Danger, passato fuori concorso al Festival di Cannes. «Ho contributo con i miei ricordi» racconta commuovendosi da sopravvissuto quale è- e parlando della band nata ad Ann Arbor nel 1967, e dissolta nel 1974- «perché avevo buttato via tutte le foto. Ho suggerito a Jim di andare dai mie fans e dai nostri spacciatori, a cercare materiale inedito per il film». In 100 minuti di lavoro, rigorosamente cronologico, si alternano immagini di repertorio, concerti, racconti di sconfitte e risalite (con Iggy che parla in prima persona) ma anche momenti di show televisivi, cartoni animati e film degli anni Cinquanta. È un lavoro che illustra bene due anime che abitano nello stesso corpo: quella che all’anagrafe fa Jim Osterberg, e che racconta con voce placida delle droghe, dell’assoluta inconsapevolezza della sua band rispetto a idee come mercato discografico, diritti e royalties, e quella dell’animale a petto nudo che si butta spesso e volentieri dal palcoscenico, e che di nome fa Iggy Pop. Il regista di Down by Law e di Coffee and Cigarettes, che pochi giorni fa ha presentato in concorso sulla Croisette anche l’applauditissimo Paterson, ha scritto una lettera d’amore a una delle più grandi band della storia del rock, inserita anche nella Rock and Roll Hall of Fame, che nel 2003 si è riformata anche se i fratelli Asheton, Steve MacKay e Dave Alexander sono scomparsi. «Anch’io sono del Midwest», racconta, «e da ragazzo gli Stooges mi hanno aperto la mente. Loro, con gli MC5 e i Velvet Underground, erano tutto quello che ci interessava». Jim voleva che il suo omaggio fosse qualcosa di selvaggio, incasinato, emotivo, primitivo ma sofisticato. Le immagini che scorrono sono molto forti (Tom Krueger è direttore della fotografia), a sottolineare l’impatto di un gruppo apparso sulla scena alla fine degli anni Sessanta che ha letteralmente assalito il pubblico con il suo misto di rock, blues, R&B e free jazz, piantando il seme di quello che sarebbe stato il punk nel periodo successivo. «Nessuno ha avuto un frontman che incarnava allo stesso tempo Nijinsky, Bruce Lee, Harpo Marx, e Arthur Rimbaud», sottolinea il regista. «Usavamo molto LSD e lasciavamo che le cose accadessero in modo naturale», lo incalza Iggy. «Ricordo che un minuto ero la persona più aggressiva del mondo, e quello dopo scoppiavo a ridere… Oggi sono d’accordo con chi consiglia di evitare le droghe, perchè inizi dando loro un dito e finiscono col prendersi il braccio. Oggi bevo solo vino rosso e… No, non posso dire di limitare anche il sesso perché non è vero! Ma quando non faccio questo lavoro vado a letto presto». Cosa farebbe nella vita di diverso, se potesse? «Ho avuto grandi genitori che non ho ascoltato. Le cose sono cambiate solo con mia madre, a cui ho prestato più attenzione da un certo punto della mia vita in avanti». La storia si chiude con la rivelazione di quali sono stati i sui, di miti, oltre al fatto di aver avuto Dawid Bowie come nume tutelare. «Direi Bob Dilley e Chuck Berry su tutti. Ma anche Frank Zappa, specie quello Freak Out!, gli MC5 e i Velvet Underground».

articolo uscito su GQ Italia il  20/5/16

© Riproduzione riservata  

Jodie Foster: «Non farti mangiare dal Money Monster».

19 giovedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, Festival di Cannes

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Alexandra Hedison, Bill Bixby, Cannes 69, Cristiana Allievi, George Clooney, GQ, House of cards, Jodie Foster, Julia Roberts, Martin Scorsese, Mary Lambert, Money Monster, Orange Is the New Black, Taxi driver

Il suo nuovo film da regista è un thriller che incentrato sulle persone: «Volevo raccontare uomini che lottano con il loro profondo senso di fallimento, e guardano al mondo del successo e dei soldi per cercare un valore in se stessi». L’intervista da Cannes 69

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La sua prima volta a Cannes è stata per promuovere Taxi Driver di Martin Scorsese. Quaranta anni dopo è arrivata al Festival più importante del mondo con il suo nuovo film da regista, Money Monster– L’altra faccia del denaro e nello stesso giorno ha presentato la pellicola fuori concorso (oggi anche nelle nostre sale) e inaugurato la serie di incontri Kering Women In Motion, dedicati alle donne che hanno fatto grande la storia del cinema. La sua carriera è iniziata a tre anni, con la pubblicità del Coppertone, ed è proseguita con varie serie tv fino al debutto a cinema con Due ragazzi e… un leone, a soli otto anni. La scaltra teenager di Taxi Driver le ha regalato il riconoscimento internazionale della critica e oggi Jodie Foster, 54 anni, ha più di 40 film all’attivo, quattro pellicole dietro la macchina da presa e un grande successo anche come regista tv, basti vedere alle voci Orange Is the New Black e House of Cards. Madre tedesca e padre americano, la Foster ha due figli, una ex compagna (la sua storica produttrice, Cydney Bernard) e una moglie sposata due anni fa, l’attrice e fotografa Alexandra Hedison. Raccontando la storia di Money Monster dice che è andata più o meno così: ha lavorato alla sceneggiatura per più di due anni, poi l’ha passata a Clooney incaricandolo di ingaggiare la sua storica amica, Julia Roberts, che grazie al film è sbarcata sulla Croisette per la prima volta.

Cosa l’ha attratta della storia di Money Monster? «Volevo raccontare tre uomini che lottano con il loro profondo senso di fallimento, e guardano al mondo del successo, dei soldi e della notorietà per cercare un valore in se stessi. Clooney è un guru televisivo finanziario, la Roberts è la super produttrice del programma, la donna che lo dirige attraverso un auricolare. Il film è mainstream ma è anche un thriller che racconta le persone: volevo tutto insieme, le star e una storia intelligente, che chiedesse agli spettatori di lavorare insieme a noi».

Clooney balla, lancia dardi e spiega agli spettatori il gergo finanziario con oggetti ed effetti sonori. «È stato grandioso nel rendersi un buffone, che alla fine si scopre a fare la cosa giusta. C’è qualcosa di surreale nel vedere quest’uomo di mezz’età dai capelli bianchi che cammina in modo strano e fa una specie di hip hop. George è una scheggia impazzita e Julia cerca di tenere sotto controllo il caos che crea, il fatto che siano amici intimi da anni ha reso il mio lavoro semplice».

Da Margin call a The big short, negli ultimi cinque anni sono usciti molti film sul mondo finanziario. «Credo dipenda dal fatto che oggi è un argomento che tocca la vita di tutti, le nuove tecnologie hanno trasformato il mondo del trading ed è importante che le persone sappiano cosa sta succedendo. Ma la vera novità di questo film sta nel fatto di aver ideato una storia ambientata a Wall Street ma allo stesso tempo lontana da Wall Street».

Ha messo nel mirino la volatilità del denaro e i valori imposti dalla tv. Cosa la influenza, come artista, nelle sue scelte? «Tutto, da chi è stata mia madre al mio background, alla cultura da cui provengo: ogni volta che scegliamo un colore, o un modo di vestirci, lo facciamo in relazione a quello che ci ha influenzati da piccoli. E poi vedo sempre me stessa, in ogni personaggio che interpreto e dirigo».

Ad esempio? «A parte il fatto che ho due figli, se produco un film su un teeneger e mi interessata molto farlo, è perché mi interessa la parte di me stessa che ha 14 anni. Quando dirigo o sviluppo una sceneggiatura mi calo nei corpi dei miei personaggi, e mi chiedo cosa proverei e penserei se fossi loro. Parte del mio interesse nei personaggi maschili viene dalla mia parte maschile. Come mi sono sentita rispetto al fallimento? Agli occhi di mia madre, di cui mi sono presa cura, o delle donne intorno a me? Questo aspetto che emerge in Money Monster è parte di me, del mio maschile, e nella vita si alterna al lato femminile, succede a tutti noi».

Cosa l’ha portata dietro la macchina da presa? «A sei anni ho visto sul set un attore che era anche regista, e mi ha incantata: mi sono detta “da grande voglio farlo anch’io…”. Era Bill Bixby in Una moglie per papà. Sono stata cresciuta da una madre single che mi portava a vedere i film di Lina Wertmuller, della Cavani e Margarethe Von Trotta, sono stata plasmata da queste donne europee, sapendo di voler fare il loro mestiere».

Se dovesse sintetizzare cos’ha imparato, in decenni di carriera? «Da attrice, quando giravo scene in bikini faceva sempre freddo, mentre si crepava di caldo quando mi facevano indossare l’eskimo. Semplicemente lo fai, in qualsiasi circostanza ti trovi, che sia girare un film con l’iphone, o scrivere una commedia o una canzone, se sei un artista semplicemente lo fai, non importa in quali condizioni».

Se si volta indietro, invece, cosa la fa sorridere? «Pensare a quando Mary Lambert mi ha presa da parte, a 23 anni, e mi ha raddrizzata (ride, ndr)».

Cosa intende dire? «È stata l’unica regista donna con cui ho lavorato, eravamo sul set di Siesta.   Mi ha presa da parte, mi ha fatta sedere dicendo “non puoi arrivare in ritardo, è irrispettoso per tutti quelli che ti stanno ad aspettare…”. Oggi il solo ricordo mi imbarazza a morte, ma è stato molto importante. Si è mossa come una brava madre, l’ho davvero ascoltata, perché tieni a quello che ti dice una madre, e non te ne dimentichi».

Le è mai capitato di trovarsi davanti qualcuno che non sapeva fare il suo lavoro? «Purtroppo sì, non farò nomi ma le dico solo che nel momento in cui sono iniziate le riprese non sapeva più cosa fare, si chiudeva in bagno e telefonava alla moglie. Ma mi è successo anche il contrario, di incontrare persone che non mi dicevano niente, fuori dal set, poi sul campo si sono rivelati registi molto capaci».

Cosa influenza lo stile di una leadership? «Molte cose, dalla madre che ci ha cresciuti alla scuola, alla cultura in cui siamo stati immersi. Per esempio mi accorgo di confondere le persone perché sono molto diretta, e mi è stato insegnato che non va bene esserlo. Se qualcuno mi colpisce, si aspetta che risponda in un certo modo, e io non lo faccio… Quando una persona non si comporta come immaginavi, cosa fai come mossa successiva? Spesso la gente resta confusa davanti a donne che non seguono i ruoli tradizionali. Ma tutto, a questo mondo, è destinato a migliorare, e le cose cambieranno… Bisogna solo avere pazienza».

Articolo pubblicato da GQ Italia

© Riproduzione riservata

 

 

 

 

Al Pacino «Perchè mi sono immedesimato in Oscar Wilde? Perché è un genio».

11 mercoledì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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Al Pacino, An evening con Al Pacino, Bono Vox, Cristiana Allievi, Erodiade, Franco Dragone, GQ, Jessica Chastain, Napoli, Napoli Teatro Festival, Oscar Wilde, Where the white man runs away, Wilde Salomé

Dopo settimane di polemiche e trattative il divo americano arriva comunque in Italia. Se non in carne ed ossa, per il Napoli Teatro Festival, al cinema con la sua Wilde Salomé.

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Al Pacino, 76 anni, è scrittore, regista e attore di Wilde Salomé (courtesy of film-review.it)

Al Pacino è un uomo da scintille. La sola idea del suo arrivo a Napoli, ancora non confermato dalle autorità locali, sta infiammando da settimane l’intera Campania, soprattutto per questioni economiche. Il direttore artistico Franco Dragone, regista italo-belga tra gli ideatori del Cirque du Soleil, vorrebbe la star di hollywood al Napoli Teatro Festival, il 13 e 14 giugno prossimi. Ma pare che il contratto per due serate del recital An evening con Al Pacino si aggirerebbe intorno ai 700 mila euro, equivalente del finanziamento a un teatro pubblico per un’intera stagione, motivo per cui il presidente della Fondazione Campania dei Festival, Luigi Grispello, conti alla mano, tentenna.

Ci sarebbero sponsor privati disposti a sborsare, sicuri dei guadagni che ne deriverebbero, ma tutto salterà se la Fondazione non ci metterà del suo. Mentre la trattativa procede a singhiozzi, Pacino arriva comunque in Italia: da domani sarà infatti nelle sale Wilde Salomé, da lui scritto, diretto e interpetato. È un ambizioso tentativo di unire il teatro al cinema e di mostrare al pubblico un’opera controversa e poco nota di Oscar Wilde.

Nel 2006 Pacino aveva portato in teatro la Salomé dello scrittore, calandosi nei panni di se stesso e di Erode e facendo interpretare Erodiade da Jessica Chastain. Da quello spettacolo ha deciso di realizzare il docu-film Wilde Salomé, portato personalmente alla Mostra di Venezia nel 2011. A dieci anni dalla prima teatrale lo spettatore vedrà sullo schermo la fatica delle prove, le riflessioni di Pacino sul desiderio di Erode per Erodiade e i suoi viaggi sulle tracce di Wilde tra Londra, il deserto del Mojave e Dublino, dove incontra addirittura Bono Vox disposto a parlare dello scrittore.

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La danza dei sette veli di Jessica Chastain in Wilde Salomé

Attualmente sul set di Where the White man runs away, l’attore americano racconta come il genio letterario del secolo scorso abbia influenzato la sua creatività. «Perché mi sono immedesimato con Wilde? Forse perché è un genio ma anche un uomo che è stato messo a dura prova dalla vita e dal suo tempo. Mi attrae la sua capacità di rischiare tutto e saltare nell’ignoto». A Pacino non manca certo il coraggio di sperimentare, leit motiv della sua carriera. «Credo che la mia propensione a rischiare mi venga dalla paura, ma non so di cosa», ammette il divo. «So che c’è qualcosa, nel rischio, di folle e tremendamente appagante allo stesso tempo. Il modo di raccontare che vedrete non è per niente tradizionale, è un esperimento. E anche in questo caso lo spettatore si dovrà fidare di me, lasciandosi trasportare».

Un altro ottimo motivo per non perdere il film è Jessica Chastain, che con questo lavoro, e Pacino come insegnante di recitazione, ha iniziato la sua carriera sul grande schermo. «Jessica ha rappresentato il suo personaggio semplicemente in modo ideale, quasi celestiale. Senza di lei non avrei potuto fare Salomé», conclude il regista. Ma noi l’abbiamo vista, con le labbra rosso fuoco, i capelli sciolti al vento e il seno nudo. E di celestiale promettiamo poco…

Articolo pubblicato a maggio 2016 su GQ Italia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Trine Dyrholm: «Torneremo alla comune»

04 mercoledì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Axel, Cristiana Allievi, Festen-Festa di Famiglia, La comune, Niclas Bendixen, The legacy, Thomas Vinterberg, Tryne Dyrholm

«La donna che interpreto è annoiata dalla vita e dalla routine familiare, così convince il marito a vivere in una comune. Da lì in avanti perderà se stessa. La grande lezione che mi ha ricordato è che i cambiamenti che vuoi, nella vita, devi farli tu stessa. Altrimenti sono guai». Occhi blu profondo, capelli corti e biondissimi portati all’indietro, questa danese di 43 anni dal vivo indossa un tailleur con pantaloni ed è molto empatica nella conversazione. Me lo spiego col fatto che oltre ad essere l’attrice lanciata a livello internazionale da Thomas Vinterberg in Festen-Festa di famiglia, Trine Dyrholm è una cantante con cinque dischi all’attivo. Proprio la musica, a 14 anni, aveva già fatto di lei una star, quando il canale tv Eurovision l’ha scelta per il suo Song Contest tra 10 candidati finalisti a rappresentare la Danimarca e i talent show non erano nemmeno all’orizzonte. Poi sono venuti il teatro, i film e i premi. L’ultimo è quello vinto come miglior attrice all’ultimo Festival di Berlino grazie a La comune (adesso al cinema), in cui indossa i panni di una giornalista tv di successo che insieme al marito Erik decide di aprire le porte della loro casa agli amici, per vivere insieme. Tutto funziona finché lui si innamora di una sua studentessa, cambiando drasticamente gli equilibri del gruppo. Nella vita reale Trine è felicemente legata a Niclas Bendixen, regista teatrale, e insieme hanno un figlio, Axel, che adorano portare spesso nella loro casa al mare, a un’ora da Copenhagen.

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Trine Dyrholm, attrice e cantante danese, 43 anni

Ha mai avuto esperienza diretta di vita nelle comuni? «No, ma per prepararmi al film ho parlato con molte donne che hanno vissuto quell’esperienza negli anni Settanta. Mi hanno raccontato di aver sentito una grande pressione, perché all’epoca se non ti allineavi allo stile dello spirito libero ti reputavano strana. Ho trovato interessante proprio questo paradosso, la libertà accompagnata dalla pressione».

Lo trova un esperimento fallito, nel contesto della vita moderna dell’occidente? «Sono molto grata a quella generazione, ha vissuto fuori dagli schemi. Grazie a quelle persone si è arrivati a parlare di sesso, prima non potevi nemmeno divorziare. Venivano dagli anni Cinquanta e avevano bisogno di una rivoluzione, solo che non conoscevano le conseguenze di un certo modo di vivere».

Che invece noi conosciamo. «Le sembrerò naive, ma credo che le nuove generazioni creeranno comuni, ma di tipo diverso. Dobbiamo condividere molto di più, magari non le mogli e i mariti, ma i beni materiali. I tempi stanno cambiando e non possiamo più pensare di avere ognuno la propria automobile…».

Tornando alle persone, nella vita vera sarebbe accondiscendente com’è sullo schermo con suo marito e la sua nuova fiamma, che ha la metà dei suoi anni? «Non so cosa farei, forse sarei confusa e miserabile come Anna. È una donna vittima delle sue stesse idee, non lo manda al diavolo e se ne va, come dovrebbe fare. Ma quante volte, intrappolati dalle emozioni, ci è successo di non riuscire a muoverci?».

Lei non si è sposata, per paura? «Io e il mio compagno siamo insieme da otto anni, e invece di un matrimonio abbiamo un figlio che ci unisce! Axel ha rappresentato il grande cambiamento della mia vita, quando è nato mi sono presa otto mesi di pausa dal lavoro. Poi Susan Bier mi ha offerto In un mondo migliore, e ho sentito che andava bene ricominciare».

E come si regola con gli impegni lavorativi? «Capita che portiamo nostro figlio sui set con noi, ma di solito preferisco lasciarlo a casa con la babysitter o i nonni. Quando giro un film sono molto focalizzata».

Invecchiare la preoccupa? «Con Love is all you need e A royal affair mi sono accorta all’improvviso che c’era una generazione dopo di me, e che la mia non era più l’ultima. Anche se essere un’attrice richiede di non essere vanitosa, e mostrare la parte dark delle emozioni umane, quando mi trovo su un red carpet tengo ancora molto ad essere femminile. Mentre quando ero più giovane volvevo sempre imbruttirmi (ride, ndr)».

 A Hollywood non si parla d’altro che di parità salariali, cosa ne pensa? «Le donne hanno da sempre problemi a negoziare, io ci ho lavorato e non mi va poi così male».

Si trasferirebbe in California? «Per un progetto che vale lo farei, ma il mio inglese non è perfetto. Ai tempi di Festen ero molto giovane, mi sentivo insicura e non mi sarei trasferita. Adesso che sono una donna reale, che dimostra la sua età, spero di non essere troppo vecchia per farlo».

C’è un film a cui è particolarmente legata? «Sono una grande fans di Michael Haneke e di Isabelle Hupper. La pianista è stato un film importate per me, mi ha scioccata. Tornando alle emozioni, i film creano lo spazio per condividere quelle di cui non parliamo mai, come la solitudine, il dolore, la mancanza. E quando guardiamo un film siamo sempre tutti insieme, ad attraversare questi spazi bui».
Sta lavorando alla terza stagione di The legacy, la serie tv per cui gli inglesi la adorano. «È un altro grande dramma che racconta i lati oscuri delle relazioni famigliari. Sono d’accordo con Maya Ilsoe, la creatrice della serie, quando dice che non conosci davvero i tuoi parenti finché non erediti…».

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La Dyrholm col cast di The legacy, il dramma danese che è un cult (courtesy of radio times.com)

Articolo pubblicato su Io Donna  del 9 aprile 2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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