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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Emma Stone, «Sognare è potere»

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Amazing Spider Man, Andrew Garfield, Arizona, Birdman, Cabaret, Coppa Volpi, Cristiana Allievi, Damien Chazelle, Easy Girl, La La Land, Maniac, New York, Ryan Gosling, Steve Carell, The battle of the sexes, Woody Allen

CAMALEONTICA E IN CONTINUO MOVIMENTO, È LA CREATURA DI HOLLYWOOD CHE PIU’ INCANTA PER IL TALENTO NEL CAMBIARE PELLE. E RUOLI. IN LA LA LAND SVELA IL SUO PUNTO FERMO: LA CERTEZZA CHE I SOGNI TI INDICANO SEMPRE LA STRADA.

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Sul tavolo davanti a noi c’è una Red Bull. Emma Stone racconta che berla sarà un evento speciale: «lo farò alla fine della nostra intervista», scherza. È un camaleonte, questa giovane donna. Basta guardare le sue foto per accorgersi che la sua personalità è in continua evoluzione. Torna con la memoria alle sue prime audizioni e al feeling di essere rifiutata, che dall’alto di venti film girati, con tanto di nomination all’Oscar e Coppa Volpi vinta all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, sono ormai un ricordo lontano. «Non ho mai avuto un momento in cui ho pensato di fare le valigie e tornarmene a casa. Ma a essere onesta non mi sono mai esposta completamente». Non una frase a caso, perché in La La Land di Damien Chazelle, in cui la vedremo dal 26 gennaio accanto a Ryan Gosling, Emma incarna Mia, un’apprendista attrice che tenta di sfondare in teatro e intanto sbarca il lunario servendo cappuccini alle star del cinema. La relazione con Sebastian (Gosling), musicista jazz, dapprima aiuterà entrambi, poi il successo separerà le loro vite. «Mia è una donna che rischia molto. Passa sei anni a creare qualcosa di completamente suo. È la scrittrice, l’interprete e la regista di un one woman show: con queste premesse un rifiuto è devastante, e per fortuna non mi è mai successo di sperimentarlo. Ma sa cosa le dico? Ho imparato più dalle difficoltà, anche nelle mia vita privata, e dai film che non sono andati bene, che dalle esperienze che definiamo di successo. Le crisi ti costringono ad andare più in profondità, a essere migliore, a diventare più forte. E soprattutto a farti domande sul come hai fallito e su quanto tu stessa sia capacace di deludere gli altri. Tutto questo significa diventare davvero essere umani».

L’attrice nominata agli Oscar per Birdman, in cui era un’adolescente in difficoltà che rendeva la vita difficile a un padre ex celebrità decaduta, nelle vene ha sangue svedese (dal nonno paterno), inglese, tedesco, scozzese e irlandese. E non si definirebbe mai una ribelle: non ricorda la reazione di suo padre, quando gli ha presentato il primo ragazzo, «evidentemente era un tipo a posto», racconta ridendo. A 15 anni, Emma ha convinto i suoi a farle mollare la scuola per trasferirsi a Hollywood: è bastata una presentazione in PowerPoint, con tanto di titolo, per farli cedere. È così che si è trasferita con la mamma a Los Angeles. Me lo racconta in una mattina di sole nel patio di un hotel italiano, senza perdermi un attimo con quei grandi occhi verdi. Se le si chiede come vede la strada fatta fin qui, oggi che è una delle attrici più ricercate su piazza, non ha dubbi. «Due anni fa ho letto in un’intervista qualcosa che mi ha colpita. Si diceva che i sogni sorgono per incontrarci, trasformandosi in opportunità, e sto scoprendo che è proprio così: è il mio lavoro, in un certo senso, a rivelarsi a me».

(…)

Come Matthew McConaughey, Nicole Kidman e molti altre celeb, Emma sarà presto protagonista anche del piccolo schermo. Il primo progetto di cui si mormora è  Maniac, una serie da 30 minuti a puntata con il collega di Superbad Jonah Hill. È un’altra pietra miliare per l’attrice, che si misurerà anche con il ruolo di produttrice. La prossima primavera, a Londra, inizierà le riprese di The favourite con Yorgos Lanthimos, il regista di quel capolavoro stravagante che è The Lobster. Ma prima avremo il piacere di vederla in The Battle of the sexes, diretta da Jonathan Dayton, il film che ricostruisce l’epico confronto sul campo da tennis del 1973 in cui si sfidarono Billie Jean King e Bobby Riggs, interpretato da Steve Carell. «È un film incredibile, ha lo stesso direttore della fotografia di La La Land, Linus Sandgren, e gran parte della troupe. È un film così diverso da quelli che ho fatto finora, non avevo mai recitato una persona davvero esistita come Billie Jean King. E quello che voglio portare a un regista, oggi, è un senso di apertura e di esplorazione, un’attitudine a immergermi nello sconosciuto».

(continua…)

L’intervista integrale è la storia di copertina di D La Repubblica del 10 dicembre 2016 

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Cassel va alla guerra

09 venerdì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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È solo la fine del mondo, Édouard Deluc, Brasile, Cristiana Allievi, Jean Pierre Cassel, Lea Seydoux, Maiwenn, Marion Cotillard, Mon roi-Il mio re, O filme da Minha vita, O grande circo Mìstico, Paul Gauguin, Sabine Litique, Vincent Cassel, Xavier Dolan

 

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L’attore francese Vincent Cassel, 50 anni (foto by Carlotta Manaigo).

Vederlo al centro di un gruppo di persone che parlano ma non si capiscono è una specie di corto circuito. Perché per Vincent Cassel la comunicazione è un fatto fondamentale. Non solo quella che passa attraverso le parole e i ragionamenti, ma soprattutto quella di corpi, istinti e percezioni. Anche per questo ha scelto Rio de Janeiro come base per la sua seconda vita, quella seguita alla fine del matrimonio con Monica Bellucci e allo status di padre delle loro due figlie. Cassel fatica a stare negli schemi, negli spazi confinati, o quanto meno sembra capace di sfarlo solo a tempo determinato. Una delle prime parole che nomina durante l’incontro è libertà, quando gli ricordiamo una frase pronunciata l’anno prima che non è passata inosservata, “Adesso sono il “gringo disponibile”. «Lo sono totalmente, sempre di più (ride, ndr). Mi sono creato una posizione sorprendente in Brasile. Gli stessi brasiliani mi chiedono “cosa ci fai qui, quando tutti noi vogliamo andare in Europa”?, io rispondo che vivo lì perché amo quel paese. I brasiliani sorridono, hanno tempo di spiegarti bene dov’è una certa via, ti parlano con piacere e amano il contatto fisico. Sono latini, hanno un approccio diverso, e anch’io sono latino, mia madre è corsa, amiamo il vino, siamo simili agli italiani. Certo, la vita quotidiana in Brasile è sempre stata un caos, e forse è quello che mi piace. Sono un uomo che apprezza l’Inghilterra ma preferisce l’Italia, perché non è perfettamente organizzata, c’è ancora quello spazio in cui le cose non sono chiarissime, e questo mi piace. E poi non fa freddo».

Il Brasile è una scoperta di 30 anni fa, ma non è stata tutta colpa di Orfeo Negro di Marcel Camus, né della musica di Vinicius de Moraes: è una questione di affinità elettive. Lo aveva capito Maiwenn, quando ha scelto il Vincent di Francia per interpretare il maschio in lotta tra il legame e l’indipendenza del suo Mon roi- Il mio re. Deve averlo capito il giovane talento della regia canadese, Xavier Dolan, che lo ha calato nella situazione di incomunicabilità del suo È solo la fine del mondo, gran Premio della giuria al Festival di Cannes, al cinema dal 7 dicembre. Un film tratto dalla piece teatrale di Jean-Luc Lagarce in cui da un incontro di famiglia emergono emozioni, silenzi, esitazioni, irrequietezza, inquietanti imperfezioni e soprattutto una grande incapacità di capirsi. «Quello che recitiamo nel film di Xavier è un po’ la realtà», racconta l’attore francese, con una barba folta e lunga dovuta al suo prossimo personaggio, il pittore Paul Gauguin, nel film diretto da Édouard Deluc e girato a Tahiti. «Quando qualcuno ti ascolta davvero si tratta di un vero regalo. Anch’io ammetto di non farlo sempre. I motivi sono vari, dal dare una certa immagine di me stesso al proteggermi, ma direi che si tratta soprattutto di egoismo. Questo, ahimè, è il modo in cui gli esseri umani comunicano, o non comunicano, è parte della natura umana non ascoltare troppo gli altri. Abbiamo un certo periodo di tempo da passare qui, non durerà tanto e questo evidentemente ci influenza. Ogni tanto ci sono anche i santi, ma non ne vedo molti in circolazione». A proposito di santi, Cassel soffre l’idealizzazione dell’uomo da parte della donna, quel sognare a tutti i costi un principe azzurro. Quando gli si fa notare che Dolan nei suoi film “massacra” le figure femminili (nel caso di È solo la fine del mondo interpretate da Nathalie Baye, Marion Cotillard e Lea Seydoux), non si nasconde di certo. «Vorrebbe sostenere che nella vita reale le donne sono carine, con gli uomini? Se c’è una guerra in corso che non si ferma mai è quella tra uomo e donna. Non possiamo vivere insieme e in quanto esseri sessuali non possiamo stare l’uno senza l’altro. Se guardiamo come va il mondo, tutto sembra voler uccidere il desiderio, creiamo matrimoni in modo da immobilizzare le persone con idee del tipo “non muoverti troppo”, o “una volta che hai scelto, è per sempre, per tutta la vita!”. Tutte le religioni fanno casini, i preti non possono fare sesso, i musulmani nascondono le donne, gli ortodossi separano maschi e femmine ed eventualmente il sesso lo fanno attraverso un lenzuolo con un buco in mezzo. Ammettiamolo, abbiamo problemi col sesso, è tutto in un certo senso è riferibile a questo. Gli uomini lottano per avere più potere solo per potersi permettere le donne che vogliono, e le donne vogliono piacere agli uomini ma cercano il potere per sfuggire a questo fatto, comportandosi da uomini. Questo fatto di avere in circolazione “donne con le palle” sarà una bella notizia? A me pare un’atrocità». Come tutti i veri zingari, Cassel è legato alle proprie radici, con cui ha dovuto fare i conti sotto vari aspetti. I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, mancato qualche anno fa, faceva l’attore. «Ho scelto di essere un cattivo perché lui sullo schermo era sempre il “nice guy”, oggi mi fa molto sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no, considero Gerard Depardieu il mio padre cinematografico, sarebbe stato molto più difficile essere suo figlio! La famiglia comunque è una cosa complicata: non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Puoi scegliere tua moglie, ma fratello, sorella e padre ti sono dati, e te la devi vedere con loro. Direi che non scegli nemmeno i tuoi figli, se credi in filosofie molto antiche scopri che sono loro che ti scelgono. Anche la credenza che i figli ti migliorano come persona non credo sia vera: se all’improvviso i padri diventassero persone meravigliose, non ci sarebbero in circolazione così tanti figli in crisi. Oscar Wilde scriveva “Charles inizia ad amare i suoi genitori, poi li odia e forse un giorno li perdonerà”. Trovo sia obbiettivo, qualsiasi cosa fai da genitore sbagli, e un giorno pagherai il conto».

Sono passati vent’anni dal primo film che lo ha consacrato come attore, L’Odio, una specie di dichiarazione sul futuro considerato che dal film di Mathieu Kassovitz in avanti ha infilato un personaggio inteso dopo l’altro, basta pensare a Nemico pubblico n. 1, La promessa dell’assassino e Il cigno Nero. Cassel è anche uno dei rari attori famosi in tutto il mondo che non si possono definire hollywoodiani, nemmeno quando partecipano a Jason Bourne. «È uno dei franchise più di classe che ci sono in circolazione, la troupe è inglese come il regista, Paul Greengrass, che però ama la Francia e ama il vino!». Anni fa gli piaceva ogni aspetto del suo lavoro, oggi guarda i film una volta sola e tutta la sua attenzione è focalizzata tra l’azione e il final cut.

«Recitare dev’essere divertente, più ti diverti più funziona. Anche con un soggetto difficile, profondo o triste ti devi godere il momento, devi raggiungere un punto in cui ti viene facile: più te la godi e più riveli te stesso, un po’ come fanno i bambini». Dice di non essere un tipo di uomo che pianifica molto il proprio lavoro. «Cerco di godermi quello che faccio e di restare libero. Ero un giovane attore quando ho sentiro dire a De Niro “il talento di un attore risiede nelle sue scelte”. Mi sono chiedo a lungo cosa volesse dire, intendeva sul set o rispetto ai film che accetti? Sono arrivato alla conclusione che si riferiva a tutte e due le cose. Se mi volto indietro mi rendo conto che le scelte fatte ti rappresentano davvero come persona». Agenda alla mano, nel suo immediato futuro ci sono due film brasiliani, O filme da Minha vita e O grande circo Mìstico, una pellicola francese con Sandrine Kiberlain, Fleuve Noir, e un film politico, Entebbe, di José Pedilha, sugli ostaggi palestinesi in Israele. E se gli fai notare che la quantità di film che gira e la sua voglia di “restare libero” sembrano contrastare, Cassel ti chiarisce la sua filosofia una volta per tutte. «Sono tutti film con cui giro per il mondo, questo è ciò che intendo con la parola libertà».

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 3 dicembre 2016.

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Christian Bale, l’uomo senza vanità

07 lunedì Nov 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino

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Batman Begins, Christian Bale, Christopher Nolan, Cristiana Allievi, Emmaline, L'impero del sole, Leonardo DiCaprio, Sibi Blazic, Stephen Spielberg, Terrence Malick, The knight of cups, Warner Herzog

IN KNIGHT OF CUPS DI TERRENCE MALICK SI PERDE TRA I LUSTRINI DI HOLLYWOOD. NELLA REALTA’ L’ATTORE TORNATO DA BATMAN AL CINEMA D’AUTORE CONSIDERA LA CELEBRITA’ “UNA BEFFA”.

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Christian Bale, 42 anni, attore gallese.

Cammina, stordito, in una landa desolata dalla bellezza ipnotica. Poco dopo attraversa luoghi polverosi, per approdare a feste in cui scorrono fiumi di champagne e splendide donne pendono dalle sue labbra. Mentre una voce fuori campo, che si scoprirà essere di suo padre, evoca la favola che gli raccontava da bambino, in cui un re spediva il proprio figlio in Egitto a cercare una perla e questi, dopo aver bevuto da una coppa, cadeva in un sonno profondo  dimenticandosi chi era. Christian Bale è perfetto nei panni di Rick, scrittore errante tra le luci di Los Angeles e Las Vegas alla ricerca di amore e di se stesso. È la trama di Knight of cups, scritto e diretto da Terrence Malick e presentato al festival di Berlino (al cinema dal 9 novembre), una grande metafora della vanità del mondo contemporaneo. Bale è perfetto perché recita da quando aveva 12 anni e se gli chiedi cosa pensa di tutto il contorno di star e luccichii ti risponde che il suo lavoro “non è sostanziale e non merita troppa attenzione”, che non gli piace parlarne e preferisce focalizzarsi sulle persone e le loro storie. Nato in Galles 42 anni fa e cresciuto tra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohemienne, figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista, ha debuttato sullo schermo grazie a L’impero del sole di Steven Spielberg, sul cui set è stato paragonato al giovane Steve McQueen dal regista stesso e si è preso una cotta per Drew Barrymore. Di lì a poco ha pensato di smettere di recitare, mal sopportando l’attenzione che la fama gli ha subito portato. «Nel mio mondo ideale», racconta, «il cinema è gratis per tutti e io non promuovo i miei film. In quello reale ho deciso che il mio motto è “ricordati di non prenderti mai troppo sul serio”». È così che si è adattato alla scomodità della fama e ha tirato avanti. Negli anni Novanta ha lavorato moltissimo, finchè è arrivato American Psyco, nel 2000, in cui ha preso il posto di Leonardo DiCaprio, e grazie a cui è diventato un attore di culto, che per lui equivale a una beffa. Il passo successivo, con l’arrivo della rete, è stato diventare uno dei personaggi più noti nel web. Indossa una camicia nera su cargo color verde petrolio e sta molto bene con i capelli tirati indietro. Gli occhi brillano di un colore tra l’azzurro e il grigio, mentre racconta che le trasformazioni fisiche gli sono sempre piaciute. Il modo in cui Bale “abita” i personaggi è il suo tratto distintivo e a volte implica mutazioni clamorose, se si pensa a L’uomo senza sonno e ai 26 chili persi, fino al ruolo in Batman Begins di Christopher Nolan, un successo straordinario, come i due episodi successivi della saga. «Se mi chiede il primo ricordo che mi viene in mente, pensando a quel film, è di me seduto con addosso quella tuta, in un corridoio. Nelle pause delle riprese non potevo nemmeno uscire a prendere una boccata d’aria, non volevano rischiare che qualcuno mi fotografasse. Sono stato seduto lì per ore, tremendamente a disagio, pregavo solo dio che mi chiamassero sul set il prima possibile… Quel lavoro si è preso molto della mia stamina e della mia passione». Paradosso vuole che, nonostante trasformi il fisico secondo copione, Christian odi la palestra. «È tremendamente noiosa, sono inglese e preferisco andare al pub. E poi sono convinto che più ti si ingrossano i muscoli più perdi cellule del cervello. La cosa che mi piace davvero fare è dormire, è un meraviglioso lusso».

Considerato che con Batman ha sbancato il botteghino in modalità multi milionaria, avrebbe potuto farlo per un bel po’. Invece ha optato per il cinema indie (The new World- Il nuovo mondo, di Malick, L’Alba della libertà, di Warner Erzog e The prestige, di Christopher Nolan). L’Oscar gli arriva per un’altra trasformazione fisica, in The fighter, in cui allena il fratello “Irish” Micky Ward interpretato da Mark Wahlberg. Knight of cups è il secondo lavoro con Terrence Malick e nel 2017 vedremo il terzo, Weightless, un doppio triangolo amoroso. «Malick non ti chiede mai di fare qualcosa di specifico o di raggiungere un punto in particolare, accetta quello che riceve, anziché domandare cose alle persone. Gli interessa vedere cosa succede, per questo ottiene ottime performance dagli attori. Può capitarti di fare qualcosa in un modo eccellente, ti volti verso di lui e vedi che stava riprendendo una tenda mossa dal vento! Lì capisci che non puoi ripetere niente, e che essere vanitosi non ha senso, è molto liberatorio. Terrence in un certo senso ti toglie dalle spalle quella fatica di voler piacere a tutti costi alle persone, a lui per primo. Accanto a Bale ci sono Cate Blanchett, Natalie Portman e Freida Pinto, e insieme evocano il fatiscente mondo hollywoodiano, nonostante il film ricordi La dolce vita di Fellini, ma anche il cinema di Antonioni. «Ho partecipato ai party ridicoli che si vedono sullo schermo, e sono cresciuto per la strada, facendomi le canne, non avevo idea che la gente potesse vivere così. Ma ho capito presto che non era cosa per me, io non appartengo a quel genere di persone. Ma il film va molto oltre il mondo di Hollywood, parla di sogni, desideri e raggiungimenti. Tutti possiamo relazionarci a quel senso di mancanza di appagamento, una volta raggiunto il successo che credevi te lo avrebbe dato. Da bambino hai un sentire che ti dice che nella vita c’è molto di più, ma da adulto ti accorgi che ti è sfuggito dalle mani, in un modo che non avresti mai pensato». Grazie a Winona Ryder, Bale ha conosciuto la sua attuale moglie, Sibi Blazic con cui hanno due figli, Emmaline, 11 anni, e Joseph, 2 anni. Non ama parlare della sua famiglia, “per un attore è sempre meglio che certi aspetti della vita privata restino tali, altrimenti la capacità di raccontare altro da sé si offusca”, ma qualcosa concede. «La mia famiglia è un’ancora perché rappresenta una vita diversa. Non investo tutto nel lavoro, c’è sempre qualcosa di più importante che mi aspetta. Quello che adoro fare con mia figlia? Correre, arrampicarmi, giocare a nascondino, sono le cose che apprezzo quando torno a casa». Non bastasse questo, c’è un particolare che dice tutto sulla sua idea di normalità. «Guido il mio pick up vecchio di 12 anni perché mi piace molto, e non mi interessa cosa dicono gli altri. È chi sono io, da dove vengo. Sono solo una persona tremendamente fortunata».

Articolo pubblicato su D LaRepubblica il 29 ottobre 2016

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Sting on the rock

27 giovedì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in Musica, Personaggi

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57th&9th, Alan Rickman, Coco Sumner, Cristiana Allievi, David Bowie, Dlarepubblica, Gordon Matthew Sumner, If you can't love me, Joe Sumner, Message in a bottle, Prince, Rock and roll Hall of fame, Sting, The last ship, The police, Trudie Tyler

Più sexy, ruvido: il re della musica inglese riparte dalle origini. E alza il volume con un album eclettico e sorprendente. Gordon Matthew Sumner parla di carriera, amore, figli. Di amici persi: Prince e David Bowie. E di sé. «Sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui».

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Sting, all’anagrafe Gordon Matthew Sumner, 65 anni, inglese, ha venduto 100 milioni di dischi. Il suo nuovo album si intitola 57th & 9th.

Sono le 10 del mattino e Sting ha appena finito di nuotare e scrivere una mail alla figlia Coco, che ieri sera aveva un concerto a New York. «Volevo sapere com’è andata, le ho chiesto di chiamarmi, ma non mi ha ancora risposto. In fondo sono sempre suo padre». Ride, mentre gli diciamo che dei dieci brani molto rock del suo nuovo album, 57th&9th, è una super ballad quella che lascia di più il segno. Forse perché If you can’t love me è quella che rallenta il ritmo vorticoso del disco. «La canzone non parla di me, ma di un amico molto vicino che attraversa la fine del suo matrimonio. Gliel’ho suonata e mi ha detto “stai raccontando la mia situazione!”, è così. È un pezzo triste. Scuro». Indossa un maglione di cotone e jeans super skinny, look total black e sne- akers senza lacci coloratissime. Quello che colpisce della nuova ventata rock di Sting, a decenni di distanza dall’ultima volta che ha affrontato il genere, è il fatto che non si tratta di quello dei Police, tra le rock band più di successo di tutti i tempi. Si trat- ta di una specie di eclettico incontro tra vecchio e nuovo. «C’è tutto il mio Dna in questo disco. Normalmente lavoro senza scadenze, aspettando l’ispirazione, ma stavolta è stato diverso. Il mio manager mi ha sventolato davanti agli occhi un foglio dicendomi: “Questa è la tabella di marcia. Inizi questo giorno e finisci quest’altro”. Gli ho risposto ok, ci provo. Non avevo idee, né preparazione, ho chiamato Dominic Miller e Vinnie Colaiuta, con cui lavoro da trent’anni, siamo andati in studio e abbiamo iniziato un gioco di ping pong a tre: uno lanciava un’idea e l’altro rispondeva. Poi tornavo a casa e iniziava il lavoro difficile: tradurre la storia astratta della musica. Per stare in quei tempi ho dovuto usare dei trucchi con me stesso. Mi chiudevo sul terrazzo della casa a New York, al freddo, con il cappotto e una tazza di caffè e mi dicevo che non potevo rientrare fin- ché non avevo finito la canzone. Così facendo in un weekend ho prodotto quattro brani! Per ognuno mi sono inventato un nuovo trucco». Nel nuovo album la voce è in primo piano, ed è giocata su tonalità basse e molto sexy. «Recito un personaggio, come fossi un attore, in nove pezzi su dieci. Solo in una canzone sono davvero io, Heading South On The Great North Road. Si ispira a una strada fuori Newcastle, la Great North Road, e parla del mio viaggio di giovane uomo, della promessa di una vita diversa. Già a sette anni ero distaccato, solitario e determinato. Da lì in avanti sono cambiato pochissimo».

A quell’età Gordon Matthew Sumner accompagnava il padre lattaio nelle sue consegne e intanto fantasticava di diventare un musicista. Negli anni ha sbarcato il lunario in vari modi, lavorato all’ufficio delle imposte, insegnato alle elementari di una città mineraria vicino a casa. Di sera suonava nei locali jazz, dove un musicista lo ribattezzò Sting, “pungiglione”, dopo averlo visto con un maglione a strisce gialle e nere. La svolta arriva a fine anni Settanta, quando si traferisce a Londra con la prima moglie, Frances Tomelty, e conosce quel Copeland con cui fonda i Police. Da lì in avanti la realtà supera tutti i sogni di bambino: escludendo 15 film girati e tre nomination agli Oscar, Sting ha vinto 10 Grammy Awards e un golden Globe, venduto qualcosa come 100 milioni di dischi e scritto alcuni tra i pezzi più memorabili degli ultimi trent’anni, vedi alla voce Roxanne, Message in a bottle, Every Breath You Take o Englishman in New York. Non soprende che un uomo così debba fare i conti con la fama, e dalla canzone Rise and Fall del 2002 alla nuova 50.000, l’analisi su cosa significhi essere una rockstar è un appuntamento fisso. «Per il mio completanno ero in Australia e ho suonato davanti a 500mila persone. La fama è un’esposizione intossicante, ti fa sentire forte e speciale. Ma è anche molto pericolosa: rischi di credere di essere davvero im- portante. E non lo sei, è solo un’illusione. Oggi quando salgo sul palco me la godo, è divertente, ma quando scendo sono solo. E felice di esserlo». 50.000 è una riflessione sulla mortali- tà, la disparità tra la natura divina di una star e la realtà riflessa dello stesso uomo. «Ho perso molti amici quest’anno, Prince, David Bowie e Alan Rickman. Erano tutte icone culturali e il bambino che è in noi rimane scioccato dal vedere che anche loro sono mortali. Come me». La riflessione è una delle due ali dell’arte di Sting. L’altra è la vastità degli spazi che attraversa. Dai tour come quello di quest’estate con Peter Gabriel ai dischi di canzoni di Natale; dai musical sulla propria adolescenza The Last Ship (che ha scrit- to e recitato per tre mesi a Broadway nel 2014), alla reunion dei Police anni fa, con tanto di tour mondia- le che ha fruttato qualcosa come 110 milioni di euro. Poi ci sono le aperture etni- che, testimoniate da brani come Desert Rose, e quelle più spirituali, come l’in- cisione del mantra Hare Krishna con Krishna Das, in cui Sting fa un passo in- dietro e usa la propria come seconda voce. «Conosco molto bene Krishna Das, abbiamo viaggiato insieme in India. Mi ha chiesto di cantare con lui e l’ho fatto. Non so come definire la mia spiritualità, sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui. Credo che siamo noi a creare dio: non credo che lui, o lei, esista fuori dall’immagi- nazione. Se sei arrabbiato, amareggiato e vendicativo, quello è il tuo dio. Se sei gentile, delicato e bilanciato, il tuo dio è questo. Bisogna stare attenti al dio che ci creiamo, perché diventa reale».

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10 sono i brani del nuovo disco in uscita l’11 novembre (courtesy DRepubblica)

Parole che rimandano alla Inshallah del nuovo disco, che in arabo suo- na più o meno “se è volere divino, accadrà”. È il titolo scelto da Sting per il brano dedicato alla crisi dei rifugiati. «È una parola bellissima, un’espressione di coraggio e speranza che si dovrebbe sentire di più. Io non offro una soluzione politi- ca al problema, ma credo che se una soluzione c’è, dev’essere radicata nell’empatia. Abbiamo idea di cosa significhi essere un rifugiato, trovarsi su una barca e sperare di arrivare a Lampedusa? O di come ci si senta a scappare da una guerra, dalla povertà o, tra poco, dagli effetti del cambiamento clima- tico?». Da vent’anni Sting lotta contro la deforestazione con la seconda moglie, l’attrice e produttrice Trudie Styler. L’ha spo- sata 24 anni fa con una cerimonia sfarzosa, in cui lei è arrivata all’altare sul cavallo bianco. In uno dei due libri che ha scritto, Broken Music, la «risposta pop al Dalai Lama», com’è stato ri- battezzato Sting dalla stampa Uk, racconta della prima volta che l’ha incontrata. «Mi è sembrata un angelo danneggiato», e poi: «Siamo insieme per guarire le reciproche ferite». I due viaggiano tra varie proprietà sparse per il mondo. C’è il castello nello Wiltshire (Sting lo chiama «la casa al lago»), in cui registra i suoi dischi. Ci sono le case di Londra e di New York, quella sulla spiaggia di Malibù e la Villa fiorentina Palagio, a Figline Valdarno. La coppia ha quattro figli, gli altri due vengono dal primo matrimonio di Sting con Frances Tomelty. «Ho sei figli e a gennaio raggiungerò quota sei nipoti, una cosa da non cre- dere. Ho completamente perso il controllo sul tema! Faccio un lavoro stagionale, c’è il momento in cui scrivo, registro e sono in tour, e poi arriva la stagione in cui posso dedicarmi alla famiglia». Un bilancio sul suo essere genitore? «Forse non sono stato un padre perfetto, ma ho dimostrato loro di avere un lavoro che amo e che farei anche gratis. Sono cresciuti in- dipendenti, compassionevoli, quindi non ho fallito, anche se è stato difficile. La loro madre è stata molto di supporto, i ragazzi si vogliono bene e io ne sono orgoglioso». Due sono musicisti, Coco e Joe. «Sono bravi. Per Joe è stato più difficile, ha vissuto nella mia ombra da quando era piccolo, mentre Coco è una donna, trova sempre la via d’uscita. Pratica la boxe, fa la deejay e lavora nella cucina di un ristorante di Londra. È curiosa come me. L’altro giorno camminavo per Park Avenue e me la ritrovo su un manifesto gigante, accanto alla cattedrale. È al numero 19 della classifica Usa, io al numero 5, manca poco e mi rag- giunge!». Ci pensa un attimo, poi: «Quando osservo i miei figli suonare, vedo in loro il 50% del mio Dna. Ma ad intrigarmi è il restante 50%, fatto di altri ingredienti. Ora che ci penso, sa che sto diventando molto emotivo?».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 24 ottobre 2016 

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Jude Law, «La famiglia è un luogo che dà sicurezza, voglia di scappare e di ritornare»

19 mercoledì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, Genius, Jude Law The Young Pope, Michael Grandage, Paolo Sorrentino, Phillipa Coan, Ritorno a Cold Mountain, Thomas Wolfe

PAPA IN TV (IN UN’ATTESISSIMA SERIE DIRETTA DA SORRENTINO), NELLA REALTA’ HA AVUTO CINQUE FIGLI DA TRE DONNE. E ORA HA UNA FIDANZATA DI 14 ANNI PIU’ GIOVANE. MA, A MODO SUO, HA BISOGNO DI UN PORTO SICURO DOVE TORNARE. PER POI ANDARSENE SENZA SENSI DI COLPA: «CONCENTRARSI SUL LAVORO NON È EGOISMO. PICASSO NON AVREBBE DIPINTO CAPOLAVORI SE NON SI FOSSE PRESO DEL TEMPO PER SE’».

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L’attore inglese Jude Law, 43 anni, ha debuttato al cinema nel 1994.

«Non vorrei sembrarle presuntuoso, ma non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui non sapessi che sarei stato un attore. Già ai tempi della scuola per me era eccitante mettere in scena drammi, raccontare storie mi faceva sentire benissimo, non ho mai considerato altre opzioni. Sono stato fortunato ad avere genitori che hanno incoraggiato me e mia sorella a esplorare ciò che ci rendeva felici». Gesticola molto mentre parla. Lo osservo pensando che questo aspetto, così naturale in lui, lo avvicina agli italiani. Mentre la sua voce è impostata ed è frutto di anni di lavoro nel teatro shakespeariano, anni che gli sono valsi riconoscimenti pari alle due nomination agli Oscar ricevuti per i ruoli sul grande schermo (Il talento di Mr. Ripley e Ritorno a Cold Mountain). Figlio di due insegnanti che hanno scelto il suo nome perché amavano Hey Jude dei Beatles, l’attore britannico ha due cose che lo rendono chiaramente molto felice: il suo lavoro e cinque figli. E se è bravo a gestire il primo, non si può dire che sia da meno sul secondo fronte. Basti pensare che la sua nuova fiamma, Phillipa Coan, è una studentessa di psicologia ventinovenne che Jude ha iniziato a frequentare l’anno scorso, mentre nasceva il quinto figlio, avuto da una relazione lampo con la cantautrice Chaterine Harding. Sarà un caso, ma nello stesso momento in cui ha confidato agli amici intimi “questa volta non voglio rovinare tutto”, ha indossato l’abito bianco di Lenny Belardo, il primo Papa americano della storia secondo Paolo Sorrentino. In questi panni andrà in onda su Sky Atlantic HD dal 21 ottobre nella serie The Young Pope, di cui è anche produttore, molto applaudita all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Subito dopo, dall’11 novembre, sarà nientemeno che Thomas Wolfe in Genius, di Michael Grandage, presentato all’ultimo festival del cinema di Berlino.

Il film di Sorrentino, lungo 10 ore e diviso in puntate, racconta la storia di Lenny Belardo, alias Pio XIII, uomo affascinante e acutissimo. C’è qualcosa di shakesperiano, nel suo modo di interpretarlo. «Non ho associato consciamente Shakespeare a Lenny, ma c’è qualcosa nei grandi temi che affronta che mi ha portato a quel tipo di teatro. Diciamo la verità, sono pochi i film in cui ti capitano grandi discorsi. In Amleto ne avevo sette, in Enrico V erano cinque, lo stesso sarà in The Young pope».

 Qualcosa di questo personaggio incanta, cosa ci ha messo di suo? «Il modo in cui fuma, in cui indossa le ciabatte e cammina, io e Paolo abbiamo lavorato molto a questi dettagli. Nel film si vede il papa che si prepara a uscire in pubblico, assomiglia molto a quello che fa un attore prima di una performance così come uomini e donne di potere, che sono nelle loro case a bere il caffè, e pochi minuti dopo diventano la regina o il primo ministro. E’ tutto molto familiare, è quello che faccio di lavoro».

I suoi discorsi, nel film, lasciano senza parole… «Quando ho letto la sceneggiatura mi hanno fatto lo stesso effetto. Mi piacerebbe prendermi i meriti, ma i dialoghi sono di Paolo».

Sorrentino crea un corto circuito: la rende bello come mai, e al tempo stesso non punta sul suo aspetto esteriore. In tutto questo, lei resta un magnete per lo spettatore. «Non sapevo da dove cominciare a prepararmi. Ho pensato di dover studiare la Bibbia e di informarmi sul Vaticano. Ho imparato molto, ma non arrivavo da nessuna parte. Paolo mi ha detto “concentrati su Lenny, diventa Lenny”. Abbiamo lavorato alla sua storia, su domande tipo “da dove viene questo ragazzo?”, “cosa significa essere orfano?”, “come ha imparato a sopravvivere?”, “cosa significa diventare papa per uno come lui?”. Ne è emerso un uomo molto calcolatore e molto sincero. Lenny non recita ed è molto intelligente, molto più di me (sorride, ndr)».

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Law nei panni di Lenny Belardo, in The Young Pope.

Anche lei sente la responsabilità di essere una persona pubblica? «Non molto, forse se avessi una parte rivolta specificamente ai bambini, come accade in Superman, sarebbe diverso, perché saprei che un bambino mi vedrebbe come un eroe. Mi sento un modello solo per i miei figli, in quanto attore il mio compito è incuriosire e appagare il pubblico. E quando mi intervistano non sono tipo da dare scandalo».

In Genius sarà Thomas Wolfe, il talento lanciato da Perkins, uno degli editor letterari più rispettati di tutti i tempi. L’amicizia tra i due mette a dura prova gli altri rapporti della loro vita: lei crede che essere un genio, o un artista, autorizzi a ignorare la propria famiglia? «Quando sei coinvolto in qualcosa di creativo è terribilmente difficile mantenere un equilibrio. Quando i miei tre figli erano piccoli era più complicato perché giravo film all’estero. Ma da cinque anni a questa parte giro tra il Regno Unito e l’Europa e non sento più di essere lontano da loro. Comunque c’è una responsabilità da accettare, in quanto padre, e allo stesso tempo puoi essere sincero solo con te stesso, come individuo. Io mi sento sincero quando considero il mio ruolo di genitore, voglio che i bambini crescano sapendo chi sono il loro padre e la loro madre, e che li amino per come sono».

Qual è il sottile confine tra amare quello che si fa ed essere egoisti? «Pensare a se stessi sembra egoistico ma a volte è molto importante. Concentrarti su quello che fai, e prenderlo molto seriamente, specie se hai talento, è importante. Forse se Picasso non fosse stato così egoista non avremmo il suoi grandiosi dipinti, lo stesso vale per musicisti e scrittori. Vorrei avere la risposta alla sua domanda, la mia è solo un’opinione».

Con Genius ha lavorato con Nicole Kidman dieci anni dopo Ritorno a Cold Mountain. «Non viviamo vicini e siamo entrambi molto occupati, ma non ci siamo mai persi di vista. Quel film insieme ci era molto piaciuto, tornare sul set dopo tanto tempo è molto bello. Recitare è come il tennis, mandi qualcosa e te la rimandano indietro. Nicole non conosce la paura, vuole provare tutto e farlo provare anche a te, è appagante lavorare con lei».

Molti artisti si perdono, nel processo creativo, lei come se la cava? «La famiglia per me è un luogo meraviglioso in cui tornare. È sicura, è reale, è normale, mi da sicurezza, forza. E anche il desiderio di scappare di nuovo! (ride, ndr)».

Ha mai intrattenuto i suoi figli recitando? «L’ho fatto, ma quella è la mia vita privata, a casa. Chi mi conosce bene può dire che non recito tutto il tempo. C’è un altro Jude Law, che a performance terminata non vuole vedere nessuno».

Com’è Jude Law in modalità off? «Quieto, perché fa un lavoro molto stancante».

Twitta, ha un profilo FB? «Niente di tutto questo, ho solo una mail che uso per lavoro».

Ultima domanda: cos’ha imparato del Vaticano, nei panni del Papa? «Quanto sia teatrale, mi ha ricordato che il teatro è nato in chiesa, dove gli uomini raccontano storie e indossano costumi, si prendono cura delle luci e usano l’incenso… Sono molto più simili a me di quanto pensassi».

Articolo pubblicato su F del 19 ottobre 2016

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Sarah Ferguson «Voglio combattere il cyberbullismo».

05 mercoledì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in Personaggi, Quella volta che

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Belstaff, Castagneto Carducci, Children in crisis, Cristiana Allievi, Elisabetta II, Franco Malenotti, Gaddo della Gherardesca, Grazia, Little Red, principe Andrea, Royal Lodge, Sarah Ferguson, Verbier

ALL’INIZIO È DIFFIDENTE, «CON TUTTO QUELLO CHE I GIORNALISTI SCRIVONO DI ME…». MA SARAH FERGUSON SA LASCIARSI ANDARE, E RACCONTA LA SUA NUOVA VITA. IN CUI NON “AFFOGA” PIU’ NEL CIBO, HA PERSO 14 CHILI E HA RITROVATO TUTTA LA SUA FORZA.  COME C’È RIUSCITA? «FINALMENTE NON SONO PIU’ ARRABBIATA CON ME STESSA».

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Sarah Ferguson, Duchessa di York, 56 anni, scrive libri, produce film e segue varie attività benefiche  (courtesy Timothywhite.com)

«Parlerò con lei, ma le chiedo lo stesso rispetto nei miei confronti che io avrò nei suoi». Premessa strana, quella della Duchessa di York. Mi spiegherà poco dopo, con calma, che ha dovuto allontanare dei colleghi che «si sono spinti troppo oltre, perché sono sincera, e rispondo a tutte le domande». Di “Fergie la rossa” e dei suoi scandali, sentimentali e finanziari, si è scritto e detto di tutto, ma è evidente che la duchessa di York non si è abituata al trattamento riservatole dai tabloid in generale e da quelli del Regno Unito in particolare. Ma oggi siamo in Italia, al Casale Ugolino di Castagneto Carducci, che per Sarah Ferguson è sinonimo di rifugio. Nella terra del Bolgheri vent’anni fa ha avuto una liason durata cinque anni con Gaddo della Gherardesca, e il clamore delle loro apparizioni ha fatto la fortuna del luogo. Lui è nei paraggi e la cura a vista, e sempre in zona c’è un altro amico comune, Franco Malenotti, ex patron di Belstaff, che ha voluto un Museo Sensoriale e Multimediale del Vino e lo ha fatto creare al tre volte premio Oscar Dante Ferretti, proprio in un ex granaio appartenuto ai conti Della Gherardesca. Sarah è qui a fare da madrina all’inaugurazione. 56 anni, abito nero a disegni bianchi, ballerine e giacca di jeans beige chiara, la migliore amica di Diana d’Inghilterra (e la più scatenata tra le due), ha uno sguardo intenso, e tutt’altro che sfuggente. Essere stata allontanata dalla vita di corte dopo il divorzio dal Principe Andrea, con cui è stata sposata alla fine degli anni Ottanta e da cui ha avuto due figlie, è stata una specie di toccasana per lei: ha messo al riparo quella ingenuità congenita che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Oggi ha la sua residenza a Verbier, in Svizzera, dove lei e Andrea possiedono uno chalet, ha un appartamento a Eaton Square, a Londra, e una stanza nella Royal Lodge del Castello di Windsor. Non più “sua altezza reale”, ma semplicemente Sarah, duchessa di York, e ha da poco terminato il faticoso percorso che l’ha riportata a corte. Ultimo atto lo abbiamo visto l’anno scorso, è stata l’apparizione pubblica accanto ad Andrea per il Royal Ascot Meeting, sigillo della riconciliazione definitiva con la regina. Peccato che ad aprile il suo nome sia finito nella Panama Paper list, tra quelli di Putin e del figlio dell’ex premier britannico Margaret Thatcher, creandole altri pensieri. «Mi scusi se non ho il rossetto», mi dice, «la mia auto non è qui e non ho il beauty con me».

 Che effetto le fa tornare in Italia, come fa spesso? «Quando diciassette anni fa ho toccato il fondo, e i giornali inglesi sono stati a diro poco crudeli con me, qui mi avete dato amore e io ci ho creduto. Voi italiani mi trattate come Sarah, siete sempre stati molto gentili con me. E oggi sono qui per per l’amicizia che mi lega alla famiglia Della Gherardesca, a Castagneto e al suo castello. Anche la famiglia Malenotti, che ha fatto una cosa grandiosa pensando a un museo del vino».

Lei è spesso sui giornali, ma non sono in molti a sapere cosa fa nella vita. «Avrà letto molto su di me, ma oggi sono una donna forte, lo sa? Ho scritto 54 libri, di cui 22 per bambini, e Little red (una serie di cinque volumi, ndr) diventerà presto un film di animazione e Budgie the Little Elicopter tornerà a volare. Presto produrrò il sequel di The young Victoria, e poi ci sarà quello sul principe Alberto. Il principe consorte voleva che l’Inghilterra vedesse il mondo, con la Grande Esposizione Universale di Londra ha fatto costruire un palazzo di cristallo ad Hyde Park… Se si pensa a cosa può aver significato costruire una cosa simile a quei tempi, si può dire che Alberto ha anticipato di parecchio Zuckeberg nell’idea di connettere il mondo: era un social media vivente nel 1851!».

La Children in crisis è la sua fondazione più nota ed è focalizzata sull’educazione. Cosa l’ha spinta a spendersi tanto in questo senso, come faceva la sua amica Diana? «Seguo 122 scuole nel mondo, e ne costruiremo altre. Ho iniziato nel 1992 perché la mia bisnonna un giorno mi ha detto “quando ti senti male con te stessa, vai fuori e dai qualcosa agli altri. Ti renderai conto di quanto sei fortunata”. Sono andata nella zona più inquinata della Polonia, dove i bambini morivano per l’aria che respiravano. Li portavo in montagna per 20 giorni e questo gli regalava due anni di vita. Da lì non mi sono più fermata».

Come si sente oggi, con tutte le esperienza che ha attraversato? «Non come una cinquantaseienne, ma come una teeneger, per me tutto è un pò magico. Prima stavo passeggiando e osservavo le forme degli alberi, mi chiedevo se le mucche sono felici per come sono gli alberi… Guardavo un bambino e mi colpiva quanto era felice a saltare in una pozza, anche senza acqua dentro. Ho chattavo con mia figlia dicendole quanto oggi sia una giornata meravigliosa».

È sempre stata così? «Sì, ma a un certo punto mi sono persa per strada, e la mia vita è diventata il cibo. Ho dovuto rimettere le cose a posto, ho deciso di guarire me e la mia mente, e una volta fatto non hai più bisogno del cibo».

Ha scritto cinque libri di lifestyle per la Weight Watchers… «Quello che faccio nella vita è sempre frutto della mia esperienza. Sono andata in Svizzera in un resort, fuori stagione, e ho vissuto con quello che offriva la stagione. Non ho fatto palestra ma ogni giorno andavo a camminare in montagna e bevevo un’emulsione, che a differenza di un succo mantiene le fibre. Ho creato un macchinario in cui metti tutto dentro, ginger, mele, ananas, carote, e bevi tutto insieme».

I risultati dei sui sforzi sono notevoli. «Ho perso 14 chili in tre mesi, ma soprattutto ho cambiato il mio mind set. Ho scoperto di essere stata molto arrabbiata con me stessa, per molti anni, mi volevo punire mangiando. A tre anni di distanza mi sento più forte».

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A Verbier con l’ex marito, il principe Andrea, e le loro due figlie (courtesy bbc.com)

È vero che ha creato anche una linea di bevande speciali, dietetiche? «Ho creato due linee, al momento le sto usando solo io ma sto cercando investitori. Una linea sono hot diet drinks, con gusti come fragole e panna, torta al cioccolato, e golosità simili. La seconda è per le donne che si accorgono di bere troppo vino, ma non vogliono entrare in un ristorante e chiedere acqua. È troppo triste, meglio un te al gusto di gin and tonic, o come preferisce mia figlia un “whiskey mac”, con ghiaccio!».

So che è legatissima a Beatrice e Eugenia, le sue figlie. «In questi giorni sono sotto attacco dei social media, sono distrutta per loro e trovo tutto molto sbagliato (si commuove, ndr): le mie figlie sono donne umili, non meritano tutto questo. Le hanno chiamate “le sorelle brutte”…. Non si può fare una cosa simile, voglio combattere il cyber bullismo, è davvero pericoloso».

Nonostante tutto, lei manda sempre messaggi positivi, dai giornali. «Sempre, sa perché? Sono la donna più fortunata del mondo. Ho vissuto il sogno di ogni ragazza, sono entrata nella carrozza di vetro e ho sposato un principe, che ha addirittura disegnato il nostro anello di fidanzamento con le sue mani. La vita mi regala tantissimo, ogni giorno».

 Come va con la regina Elisabetta? «La adoro, come adoro Papa Francesco e chiunque sostenga qualcosa con il cuore, e sia coerente. La regina è così, c’è sempre, è sempre gentile, perdona sempre. E trova sempre un modo suo per essere speciale, è la donna più coraggiosa che conosca».

Articolo pubblicato su Grazia del 14 luglio 2017

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Kim Rossi Stewart: Tommaso e i quarantenni irrisolti

10 sabato Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Anche libero, Anche libero va bene, Cristiana Allievi, GQitalia, Kim Rossi Stewart, Tommaso, Venezia 73

Un film sulla mente che passa molto anche per la carne. Con qualche elemento autobiografico e molta riflessione sulla oggettività difficoltà (generazionale?) di riuscire a stare sulle proprie gambe abbastanza da viversi appieno e fino in fondo

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Kim Rossi Stewart, attore e regista romano, 47 anni. 

«È un film sulla mente, e a livello emotivo coinvolge meno del mio lavoro precedente. Del resto da quando l’uomo si è civilizzato e la sua intelligenza si è staccata da quella animale, con la mente bisogna farci i conti, nel bene e nel male». Così Kim Rossi Stewart racconta Tommaso, il film presentato fuori concorso a Venezia e da oggi al cinema.
È la storia di un uomo sulla quarantina che non riesce a tenersi accanto una compagna. Sogna fantastiche avventure con le donne, in realtà è congelato emotivamente e allontana sistematicamente chi gli si avvicina valicando i confini delle sue difese emotive. Dietro una specie di coazione a ripetersi ci sono due realtà, una madre assente e un bambino interiore con cui ha perso il contatto. Bambino che, dieci anni fa, stava al centro del primo lavoro dietro la macchina da presa del regista romano, Anche libero va bene, e che allora veniva abbandonato dalla madre. Ma mentre quella pellicola era riuscita nella sua analisi della relazione genitori-figli, in Tommaso sembra mancare il distacco necessario per ottenere lo stesso effetto.

Da una parte al regista va il merito di essersi messo al centro del proprio lavoro, con l’escamotage di far fare al suo protagonista il lavoro di attore in crisi. Dall’altra questo autobiogafismo è il punto debole del film: Rossi Stewart sembra troppo coinvolto col suo protagonista – che poi è se stesso- per poter restituire un racconto efficace e interessante. «Girando Tommaso mi sono trovato a valutare cosa può rappresentare, oggi, l’atto di mettersi a nudo. Ho giocato molto con questo aspetto, non so nemmeno io quanto lo abbia fatto. Avrei potuto scegliere altri mestieri per il mio protagonista, ma trovo che spogliarsi, con una buona dose di sincerità, sia un atto molto civile, etico e moralmente giusto. Se tutte le persone avessero questo obiettivo, dai capi di Stato alle persone più semplici, staremmo tutti molto meglio».

Tommaso è un attore frustrato che vorrebbe girare un film in cui racconta le proprie angosce interiori, ma nessuno glielo vuole produrre, e da spettatori si ha la sensazione di guardare proprio quel film a cui il protagonista allude. A un certo punto della storia dice “Io muoio, se non riesco a esprimermi liberamente”, frase che fa di nuovo pensare a chi sta dietro la macchina da presa. «La scelta del mio mestiere dice quanto questa frase mi riguardi, da sempre», racconta l’attore che più di vent’anni fa ha raggiunto la fama in tv grazie a Fantaghirò, e che a cinque anni era già sul set con il padre, attore e assistente alla regia. «Il mio lavoro mi ha sempre permesso di esprimere in modo libero tante questioni emotive. Poi c’è la vita privata, in cui l’espressione di me stesso ha il suo spazio».

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Rossi Stewart con Jasmine Trinca, una delle interpreti di Tommaso. 

I punti in cui Tommaso respira meglio sono forse quelli che ruotano intorno a sesso e seduzione, in cui si ha la sensazione di uscire da una zona di nebbia e di essere finalmente coinvolti. Mentre secondo Kim le immaginazioni erotiche sono un segnale a indicare la temperatura del malessere del suo protagonista, l’incapacità di vivere le cose concrete della vita, «la sessualità tira fuori gli aspetti più animaleschi, diretti e meno razionali di noi stessi, ed è nella natura delle cose che questo si senta nel film».

Senza svelare il finale della storia, non si può dire che Tommaso ne esca risolto. «Nel suo percorso viene risucchiato da una spirale, ma la cosa non è negativa», conclude Rossi Stewart. «Perché arriva a toccare il fondo, rischia, con coraggio, e secondo me entra in una nuova fase della vita. Ai miei occhi Tommaso riesce a uscire dalla ruota del criceto, scoprendo che quando si è in grado di stare sulle proprie gambe si è pronti per una relazione di coppia e per la grossa condivisione che questa comporta».

Se sente che il suo film appartiene a qualche genere? «So che ai giornalisti piacciono i paragoni, ma fatico ad associare questo film a qualcosa, se appartiene a un filone è quello autoreferenziale. Sono così ambizioso da voler creare qualcosa di unico, non mi vergogno ad ammetterlo».

 

Articolo pubblicato da GQItalia.it

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Un tuffo nel cuore di Nick Cave in 3D

06 martedì Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Andrew Dominik, Arthur Cave, Bad Seeds, Cristiana Allievi, Marilyn Monroe, Nexodigital, Nick Cave, One more time with feeling, Skeleton Tree

«A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Il regista Andrew Dominik introduce il documentario che svela il nuovo album del cantautore e il suo dolore straziante, al cinema da fine settembre

NickCaveOMTWF.jpg«Il colore è incasinato, è difficile renderlo bello. Il bianco e nero è elegante, rende le cose scultoree. A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Andrew Domink spiega così la bellezza abbagliante del suo One more time with feeling, il film appena presentato a Venezia che racconta la musica dell’ultimo disco di Nick Cave, e molto di più, e che in Italia vedremo il 27 e 28 settembre grazie a Nexodigital. Il regista di L’assassinio di Jesse James e Coogan-Killing them soflty, presenta l’ultimo disco dell’artista in modo inusuale, con un 3D in bianco e nero che avvolge lo spettatore tra le note e lo porta, lentamente, dritto nell’anima del cantautore australiano. Si parte con quella che sembra un’intervista musicale in auto, poi si vedono le prove con i Bad Seeds, momenti di vita privata, lavori di sovraincisione della voce, fino ad arrivare alle riflessioni più intime di Cave sulla vita e sul trauma. Il lavoro al nuovo album, Skeleton Tree (uscita 9 settembre), è stato infatti segnato dalla tragica perdita del figlio Arthur, precipitato dalle scogliere di Brighton a giugno dello scorso anno, dopo aver fatto uso di LSD. Quando il musicista si è reso conto che presto sarebbe arrivato il momento di presentare il nuovo lavoro alla stampa, ha capito che non ce l’avrebbe fatta, così ha chiamato Dominik per affidare il compito alle immagini e soprattutto a un amico. «Nick mi ha cercato a dicembre, abbiamo iniziato le riprese a febbraio. Lui voleva suonare, l’idea era di presentare un piccolo concerto del disco, ma avevamo solo 34 minuti di canzoni. Ci voleva altro, non sapevamo cosa, è emerso strada facendo». Le immagini della pellicola lasciano il segno, come il momento in cui si vede la faccia di Cave sbucare dal pianoforte che sembra quasi d’argento. «È venuta davvero bene», racconta Dominik, «ho piazzato le luci dietro la macchina da presa. E poi con le nuove lenti in circolazione, l’ultima frontiera del nostro lavoro, puoi rendere tutto splendido». Lui e Cave si sono conosciuti molti anni prima che il musicista e Warren Ellis scrivessero la colonna sonora del secondo film di Andrew, L’assassinio di Jesse James. «Ci siamo incontrati nel 1986, veniamo entrambe da Melbourne. Ma il motivo per cui siamo diventati amici è che avevamo la stessa fidanzata, che è stata prima con Nick e poi con me. Loro due erano rimasti amici, una volta lei lo ha chiamato e ho risposto io, così abbiamo fatto una lunga conversazione». Andrew stava volando a Parigi, quando ha ricevuto la chiamata di Cave per questo film.

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«Era traumatizzato, e ha scritto canzoni per cercare di esprimerlo. Sapevo che girando il film avremmo dovuto attraversare qualcosa che non c’entrava con l’essere un dio del rock. Lui stava rapportandosi con molte emozioni, ed è tutt’ora così, è nel mezzo del processo». One more time with feeling è rispettoso, si avvicina alla perdita e al lutto con piccoli passi. «Non è un argomento che potevamo affrontare di petto, dovevamo arrivarci girandoci intorno. Se parti dal trauma non sai più dove andare, mentre se ti ci avvicini, il film tiene una direzione». Il film rende vivido il lato umano del musicista. «Nick era preoccupato delle occhiaie e racconta le sue insicurezze, anche sull’invecchiamento. È molto onesto su chi è e su cosa gli succede, un aspetto che mi piace molto di lui. Questo film è un modo per mettere un piede davanti all’altro e andare avanti». La danza delle telecamere intorno al musicista e al suo modo di affrontare il dolore dura circa due ore, e permette di ascoltare i suoi testi, diventati decisamente più ermetici. Uscirà in 650 sale nel mondo, mentre da gennaio Dominik sarà impegnato nelle riprese del suo nuovo lavoro, un film su Marilyn Monroe tratto dal romanzo Blonde di Joyce Carol Oates.

 

Articolo pubblicato da GQ Italia 

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Tom Ford: «Vi racconto la nostra paura di viverci fino in fondo».

04 domenica Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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A single man, Amy Adams, Back to Black films, Cristiana Allievi, GQitalia, Jake Gyllenhaal, Nocturnal Animals, Tom Ford, Venezia 73

Il senso delle scelte, la capacità di capire «chi sono le persone che contano, per tenercele strette», la necessità di ascoltarsi e «avere fiducia in se stessi» ma anche l’arte ironica di «goderti l’assurdità del mondo che ti sei scelto». Il regista couturier regala Nocturnal Animals, un altro film esteticamente perfetto e insieme profondo

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Il regista, produttore e stilista texano Tom Ford, 55 anni.

Dopo aver visto Nocturnal Animals non stupirebbe scoprire che Tom Ford sa anche cantare, perché è una delle poche cose che non lo abbiamo (ancora) visto fare.
Sul fatto che sappia dirigere e scrivere una sceneggiatura, ormai nessuno può avere più dubbi, e si scoprirà anche se vincerà la nuova sfida di produttore, avendo creato da poco la sua Back to Black Films.

Il secondo film da regista dello stilista texano, presentato oggi in concorso alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia e applauditissimo dalla critica, presenta un apprezzabile lavoro di adattamento del libro Tony and Susan di Austin Wright, del 1993.

È la storia di una donna, Susan (Amy Adams), gallerista di New York, che a un certo punto riceve un manoscritto. Lo ha scritto il suo ex marito Tony (Jake Gyllenhall), un aspirante scrittore che finalmente colpisce nel segno. Il libro si chiama “Nocturnal Animals”, ed è violento fino all’horror, con uno scopo: far rivivere a Susan la sua vita con l’ex marito, con tutta la sua incapacità di amarlo includendo le sue fragilità.

Leggendo quelle pagine Susan rifletterà su tutta la sua vita, e sulla propria incapacità di accettare se stessa e la propria natura, tratto che l’ha portata a vivere una vuota vita borghese.

«Il senso di questa storia è capire chi sono le persone che contano, nella nostra vita, per tenercele strette», racconta il regista.
«Ma si tratta anche di avere fiducia in se stessi. Il personaggio di Amy Admas, Susan, è vittima della propria insicurezza, cade in quello che gli altri volevano che fosse, nello specifico sua madre, invece che in se stessa. Rappresenta la mia parte femminile, mentre Jake, che recita un uomo che viene dal Texas, e che non è il tradizionale macho ma è sensibile, rappresenta il mio maschile. Ed è un uomo che alla fine, perseverando sulla propria strada, diventa più forte».

La sequenza di apertura del film, con donne grassissime alla Botero, che ballano vestite solo di stivali e cappello da majorettes, catturano prepotentemente l’attenzione dello spettatore. «Volevo ambientare la storia in un mondo contemporaneo, ed enfatizzare alcune delle sue assurdità. Di solito non amo quando nei film l’arte è falsa, così ho dovuto inventare la scena iniziale, e l’ho fatto mettendo la testa in un immaginario di artista. Ho vissuto gli ultimi 27 anni in Europa, così ho pensato a un artista europeo che esagera, con queste donne cariche di dettagli americani, grasse ed eccessive. Mentre giravo mi sono innamorato di loro, erano così belle, felici, libere perché hanno abbandonato tutte le convenzioni culturali su come le donne dovrebbero essere. Bisogna lasciar andare l’idea di come dovremmo essere per trovare chi siamo davvero», continua Ford.

Uno stilista sul set, Tom Ford e la coppia Gyllenhaal-Adams: "Un tuffo dentro l'io"

Il regista (al centro) con il cast di Nocturnal Animals, film in concorso alla 73° Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

Il film è esteticamente perfetto, come il precedente, e si mantiene in un equilibrio pericoloso e straordinario, estetizzando anche i momenti più brutali della storia, come quello in cui si vedono i cadaveri di due donne perfettamente adagiati su un divano rosso, in mezzo a una discarica. «Per me lo stile deve servire la sostanza, sempre, in particolare nei film. Il personaggio di Susan dice a Jake “dovresti scrivere di te stesso”, e lui le risponde “nessuno scrive di altro che non sia se stesso”. Lei in quel momento è sdraiata su un divano rosso, e lo fa arrabbiare moltissimo. Per questo quando lui nel libro la “uccide”, torna di nuovo il divano rosso: l’uomo vuole far provare alla ex moglie quello che ha provato lui, e io lo restituisco visivamente».

Nel film si conversa anche sul fatto di non essere felici del proprio lavoro e della propria carriera, che si porta avanti solo per dovere. «Da giovane sei ottimista», prosegue il regista, «e sei attratto da cose che sembarno meravigliose ma solo superficialmente. È così che crescendo ti trovi intrappaolato, perchè devi pagare le bollette e mandare i figli a scuola. A quel punto non ti resta che goderti l’assurdità del mondo che ti sei scelto».

Il film non ha un lieto fine, e per Ford questo è un bene. «Non sapremo cosa farà la donna protagonista, di certo però non tornerà alla sua vita: il suo passato è definitivamente alle spalle, in questo senso il film contiene una trasformazione».

Alla domanda se vuole dedicare più tempo alla regia, in futuro, compatibilmente con tutti i suoi impegni, risponde sorridendo. «Non vedo l’ora di girare il prossimo lavoro, ma non è ancora il momento di rivelarne i dettagli. Posso solo dire di essere old fashion, il mio intento quando dirigo una storia è sempre farmi domande sulla mia vita. E se lo spettatore lascia il cinema senza essersi fatto domande, vuol dire che il film che ha visto ha fallito…».

 

Articolo pubblicato da GQItalia sett 2016

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Guerra e droni: “Il diritto di Uccidere” è un film di urgente attualità

25 giovedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Barak Obama, Colin Firth, Cristiana Allievi, Eye in the sky, Gavin Hood, Good Kill, Guy Hibbert, Il diritto di uccidere, NAtional Birds, New York Times, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

Diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, il film che racconta dettagliatamente cosa sia la “kill chain” che è al cuore di ogni attacco con droni, diventa quasi di utilità sociale. Perché questo tipo di guerra ci coinvolge tutti.

Il colonnello inglese Katherine Powell, dopo aver inseguito per anni una connazionale divenuta terrorista, la rintraccia in Kenya grazie all’uso dei droni.
Il suo “occhio” sul campo è pilotato in Nevada da un giovane ufficiale che, al momento di sferrare l’inevitabile attacco alla cellula terroristica di Nairobi, intercetta una bambina che si piazza a vendere il pane proprio a pochi metri dall’obiettivo. A questo punto tutto ruota intorno alla percentuale di probabilità che ci sono di far morire anche quell’innocente, per colpire il gruppo di terroristi. Inizia un gioco di rimbalzi in cui nessun politico nella “war room” londinese vuole prendersi la responsabilità di decidere, mentre da parte Usa arriva più volte l’ok a procedere.

Nelle sale dal 25 agosto Il diritto di uccidere (Eye in the Sky), diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, solleva una domanda fondamentale nello spettatore: il danno collaterale è moralmente accettabile nel contesto della lotta al terrorismo?«Non sapevo niente dalla moderna guerra con i droni, su cui tra l’altro non c’è mai stato un vero dibattito pubblico. Per molti mesi ho studiato la sceneggiatura di Guy Hibbert, ho letto libri, guardato documentari e preso contatti con l’esercito. Poi ho parlato con piloti di droni e avvocati che si occupano di diritti umani», racconta Hood. «Ma la cosa che mi ha coinvolto nel progetto, affascinandomi, è stato il fatto che al cuore della storia c’è un genuino dilemma etico e morale. Da ex avvocato mi ha ricordato il vecchio “dilemma del vagone”, spesso presentato alle lezioni di etica, in cui si chiede agli studenti se sacrificherebbero una vita per salvarne molte in circostanze che coinvolgono un treno in corsa che non si può fermare. Il diritto di uccidere pone lo stesso dilemma: uccideresti una bambina innocente per prevenire la possibile – ma non inevitabile – morte di molte persone per mano di un kamikaze?».

Il diritto di uccidere

 

 

Il diritto di uccidere

Come regista, Hood presenta questo dilemma allo spettatore in modo viscerale, cinematico ed eccitante, tenendolo inchiodato alla sedia e allo stesso tempo sfidando la sua idea di giusto e sbagliato. Interpretato dal premio Oscar Helen Mirren, da Aaron Paul e da Alan Rickman alla sua ultima e straordinaria prova di attore, il film è particolarmente abile nel far percepire cosa attraversano le persone a livello umano, dai vertici militari a quelli politici, fino al pilota che deve premere l’ultimo bottone della catena. E mette in rilievo come questa nuova guerra non coinvolga solo una tecnologia avanzatissima, ma incastri leggi, etica e politica: il colonnello, per ottenere l’ok a procedere, dovrà prendere una decisione personale, che lascia lo spettatore con qualcosa di cui parlare e lo coinvolge al punto da farlo diventare una specie di giuria.Il diritto di uccidere

Che quello dei droni sarebbe stato il tema dell’anno lo si era capito con l’uscita di Good Kill, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Ethan Hawke, seguito dalla proiezione di National Bird all’ultima Berlinale, il documentario di 90 minuti di Sonia Kennebeck prodotto da Wim Wenders.

Se il film interpretato da Ethan Hawke intrattiene con il tormento dell’uomo che passa dalla guerra fisica, combattuta in Afganistan, a quella in cui si uccide a distanza, freddamente e senza nessun tipo di percezione, la giornalista freelance Kennebeck, che ha lavorato per la CNN e le tv tedesche, ha fatto un altro tipo di operazione: ha cercato fonti interne e le ha fatte parlare direttamente, raccontando per la prima volta cosa succede a chi si arruola in “un programma di droni”, con tanto di numeri sui tentati suicidi per il disagio causato alla psiche.

Poche settimane fa Barak Obama ha finalmente rilasciato dichiarazioni sul numero di “vittime collaterali” dei droni dal 2009 al 2015: da 64 a 116 in sei anni è la cifra rivelata dalla Casa Bianca, un numero molto inferiore a quello dichiarato da media e Ong. Negli ultimi sette anni sono stati 473 gli attacchi degli aerei senza pilota contro obiettivi del terrorismo internazionale, che hanno ucciso circa 2500 terroristi. Il tema è quanto mai scottante, e secondo il New York Times la dichiarazione di Obama a sei mesi dalla fine della sua presidenza ha un valore simbolico: sarebbe un modo per rendere i bombardamenti al di fuori di zone di guerra una routine accettata della politica di difesa.Il diritto di uccidere

Per questo motivo il racconto dettagliato di cosa è la “kill chain”, che è al cuore di Il diritto di Uccidere, diventa un fatto quasi di utilità sociale, dal momento che questo tipo di guerra ci coinvolge tutti. «È fondamentalmente la catena militare e politica del comando attraverso cui passa la decisione di colpire un individuo, prima che venga dato il via libera a ucciderlo», spiega Hood. «Nel film vediamo la catena in azione in tempo reale. Nel caso di un “individuo di alto valore” o di un target politicamente sensibile, questa catena della morte porta dritti al Primo ministro britannico e addirittura al presidente Usa. Il fatto che a rendere legale un assassinio sia una catena di permessi è materia di grande dibattito. Se la gente parla di quello che ha visto, e di come la fa sentire, e di cosa farebbe e non farebbe se si trovasse a prendere decisioni sulla vita e la morte di qualcuno, ne sarei entusiasta. È l’effetto che ha fatto a me leggere la sceneggiatura di Guy: mi ha fatto davvero pensare».

Articolo pubblicato su GQ Italia 

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