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Più sexy, ruvido: il re della musica inglese riparte dalle origini. E alza il volume con un album eclettico e sorprendente. Gordon Matthew Sumner parla di carriera, amore, figli. Di amici persi: Prince e David Bowie. E di sé. «Sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui».

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Sting, all’anagrafe Gordon Matthew Sumner, 65 anni, inglese, ha venduto 100 milioni di dischi. Il suo nuovo album si intitola 57th & 9th.

Sono le 10 del mattino e Sting ha appena finito di nuotare e scrivere una mail alla figlia Coco, che ieri sera aveva un concerto a New York. «Volevo sapere com’è andata, le ho chiesto di chiamarmi, ma non mi ha ancora risposto. In fondo sono sempre suo padre». Ride, mentre gli diciamo che dei dieci brani molto rock del suo nuovo album, 57th&9th, è una super ballad quella che lascia di più il segno. Forse perché If you can’t love me è quella che rallenta il ritmo vorticoso del disco. «La canzone non parla di me, ma di un amico molto vicino che attraversa la fine del suo matrimonio. Gliel’ho suonata e mi ha detto “stai raccontando la mia situazione!”, è così. È un pezzo triste. Scuro». Indossa un maglione di cotone e jeans super skinny, look total black e sne- akers senza lacci coloratissime. Quello che colpisce della nuova ventata rock di Sting, a decenni di distanza dall’ultima volta che ha affrontato il genere, è il fatto che non si tratta di quello dei Police, tra le rock band più di successo di tutti i tempi. Si trat- ta di una specie di eclettico incontro tra vecchio e nuovo. «C’è tutto il mio Dna in questo disco. Normalmente lavoro senza scadenze, aspettando l’ispirazione, ma stavolta è stato diverso. Il mio manager mi ha sventolato davanti agli occhi un foglio dicendomi: “Questa è la tabella di marcia. Inizi questo giorno e finisci quest’altro”. Gli ho risposto ok, ci provo. Non avevo idee, né preparazione, ho chiamato Dominic Miller e Vinnie Colaiuta, con cui lavoro da trent’anni, siamo andati in studio e abbiamo iniziato un gioco di ping pong a tre: uno lanciava un’idea e l’altro rispondeva. Poi tornavo a casa e iniziava il lavoro difficile: tradurre la storia astratta della musica. Per stare in quei tempi ho dovuto usare dei trucchi con me stesso. Mi chiudevo sul terrazzo della casa a New York, al freddo, con il cappotto e una tazza di caffè e mi dicevo che non potevo rientrare fin- ché non avevo finito la canzone. Così facendo in un weekend ho prodotto quattro brani! Per ognuno mi sono inventato un nuovo trucco». Nel nuovo album la voce è in primo piano, ed è giocata su tonalità basse e molto sexy. «Recito un personaggio, come fossi un attore, in nove pezzi su dieci. Solo in una canzone sono davvero io, Heading South On The Great North Road. Si ispira a una strada fuori Newcastle, la Great North Road, e parla del mio viaggio di giovane uomo, della promessa di una vita diversa. Già a sette anni ero distaccato, solitario e determinato. Da lì in avanti sono cambiato pochissimo».

A quell’età Gordon Matthew Sumner accompagnava il padre lattaio nelle sue consegne e intanto fantasticava di diventare un musicista. Negli anni ha sbarcato il lunario in vari modi, lavorato all’ufficio delle imposte, insegnato alle elementari di una città mineraria vicino a casa. Di sera suonava nei locali jazz, dove un musicista lo ribattezzò Sting, “pungiglione”, dopo averlo visto con un maglione a strisce gialle e nere. La svolta arriva a fine anni Settanta, quando si traferisce a Londra con la prima moglie, Frances Tomelty, e conosce quel Copeland con cui fonda i Police. Da lì in avanti la realtà supera tutti i sogni di bambino: escludendo 15 film girati e tre nomination agli Oscar, Sting ha vinto 10 Grammy Awards e un golden Globe, venduto qualcosa come 100 milioni di dischi e scritto alcuni tra i pezzi più memorabili degli ultimi trent’anni, vedi alla voce Roxanne, Message in a bottle, Every Breath You Take o Englishman in New York. Non soprende che un uomo così debba fare i conti con la fama, e dalla canzone Rise and Fall del 2002 alla nuova 50.000, l’analisi su cosa significhi essere una rockstar è un appuntamento fisso. «Per il mio completanno ero in Australia e ho suonato davanti a 500mila persone. La fama è un’esposizione intossicante, ti fa sentire forte e speciale. Ma è anche molto pericolosa: rischi di credere di essere davvero im- portante. E non lo sei, è solo un’illusione. Oggi quando salgo sul palco me la godo, è divertente, ma quando scendo sono solo. E felice di esserlo». 50.000 è una riflessione sulla mortali- tà, la disparità tra la natura divina di una star e la realtà riflessa dello stesso uomo. «Ho perso molti amici quest’anno, Prince, David Bowie e Alan Rickman. Erano tutte icone culturali e il bambino che è in noi rimane scioccato dal vedere che anche loro sono mortali. Come me». La riflessione è una delle due ali dell’arte di Sting. L’altra è la vastità degli spazi che attraversa. Dai tour come quello di quest’estate con Peter Gabriel ai dischi di canzoni di Natale; dai musical sulla propria adolescenza The Last Ship (che ha scrit- to e recitato per tre mesi a Broadway nel 2014), alla reunion dei Police anni fa, con tanto di tour mondia- le che ha fruttato qualcosa come 110 milioni di euro. Poi ci sono le aperture etni- che, testimoniate da brani come Desert Rose, e quelle più spirituali, come l’in- cisione del mantra Hare Krishna con Krishna Das, in cui Sting fa un passo in- dietro e usa la propria come seconda voce. «Conosco molto bene Krishna Das, abbiamo viaggiato insieme in India. Mi ha chiesto di cantare con lui e l’ho fatto. Non so come definire la mia spiritualità, sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui. Credo che siamo noi a creare dio: non credo che lui, o lei, esista fuori dall’immagi- nazione. Se sei arrabbiato, amareggiato e vendicativo, quello è il tuo dio. Se sei gentile, delicato e bilanciato, il tuo dio è questo. Bisogna stare attenti al dio che ci creiamo, perché diventa reale».

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10 sono i brani del nuovo disco in uscita l’11 novembre (courtesy DRepubblica)

Parole che rimandano alla Inshallah del nuovo disco, che in arabo suo- na più o meno “se è volere divino, accadrà”. È il titolo scelto da Sting per il brano dedicato alla crisi dei rifugiati. «È una parola bellissima, un’espressione di coraggio e speranza che si dovrebbe sentire di più. Io non offro una soluzione politi- ca al problema, ma credo che se una soluzione c’è, dev’essere radicata nell’empatia. Abbiamo idea di cosa significhi essere un rifugiato, trovarsi su una barca e sperare di arrivare a Lampedusa? O di come ci si senta a scappare da una guerra, dalla povertà o, tra poco, dagli effetti del cambiamento clima- tico?». Da vent’anni Sting lotta contro la deforestazione con la seconda moglie, l’attrice e produttrice Trudie Styler. L’ha spo- sata 24 anni fa con una cerimonia sfarzosa, in cui lei è arrivata all’altare sul cavallo bianco. In uno dei due libri che ha scritto, Broken Music, la «risposta pop al Dalai Lama», com’è stato ri- battezzato Sting dalla stampa Uk, racconta della prima volta che l’ha incontrata. «Mi è sembrata un angelo danneggiato», e poi: «Siamo insieme per guarire le reciproche ferite». I due viaggiano tra varie proprietà sparse per il mondo. C’è il castello nello Wiltshire (Sting lo chiama «la casa al lago»), in cui registra i suoi dischi. Ci sono le case di Londra e di New York, quella sulla spiaggia di Malibù e la Villa fiorentina Palagio, a Figline Valdarno. La coppia ha quattro figli, gli altri due vengono dal primo matrimonio di Sting con Frances Tomelty. «Ho sei figli e a gennaio raggiungerò quota sei nipoti, una cosa da non cre- dere. Ho completamente perso il controllo sul tema! Faccio un lavoro stagionale, c’è il momento in cui scrivo, registro e sono in tour, e poi arriva la stagione in cui posso dedicarmi alla famiglia». Un bilancio sul suo essere genitore? «Forse non sono stato un padre perfetto, ma ho dimostrato loro di avere un lavoro che amo e che farei anche gratis. Sono cresciuti in- dipendenti, compassionevoli, quindi non ho fallito, anche se è stato difficile. La loro madre è stata molto di supporto, i ragazzi si vogliono bene e io ne sono orgoglioso». Due sono musicisti, Coco e Joe. «Sono bravi. Per Joe è stato più difficile, ha vissuto nella mia ombra da quando era piccolo, mentre Coco è una donna, trova sempre la via d’uscita. Pratica la boxe, fa la deejay e lavora nella cucina di un ristorante di Londra. È curiosa come me. L’altro giorno camminavo per Park Avenue e me la ritrovo su un manifesto gigante, accanto alla cattedrale. È al numero 19 della classifica Usa, io al numero 5, manca poco e mi rag- giunge!». Ci pensa un attimo, poi: «Quando osservo i miei figli suonare, vedo in loro il 50% del mio Dna. Ma ad intrigarmi è il restante 50%, fatto di altri ingredienti. Ora che ci penso, sa che sto diventando molto emotivo?».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 24 ottobre 2016 

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