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L’attore francese Vincent Cassel, 50 anni (foto by Carlotta Manaigo).

Vederlo al centro di un gruppo di persone che parlano ma non si capiscono è una specie di corto circuito. Perché per Vincent Cassel la comunicazione è un fatto fondamentale. Non solo quella che passa attraverso le parole e i ragionamenti, ma soprattutto quella di corpi, istinti e percezioni. Anche per questo ha scelto Rio de Janeiro come base per la sua seconda vita, quella seguita alla fine del matrimonio con Monica Bellucci e allo status di padre delle loro due figlie. Cassel fatica a stare negli schemi, negli spazi confinati, o quanto meno sembra capace di sfarlo solo a tempo determinato. Una delle prime parole che nomina durante l’incontro è libertà, quando gli ricordiamo una frase pronunciata l’anno prima che non è passata inosservata, “Adesso sono il “gringo disponibile”. «Lo sono totalmente, sempre di più (ride, ndr). Mi sono creato una posizione sorprendente in Brasile. Gli stessi brasiliani mi chiedono “cosa ci fai qui, quando tutti noi vogliamo andare in Europa”?, io rispondo che vivo lì perché amo quel paese. I brasiliani sorridono, hanno tempo di spiegarti bene dov’è una certa via, ti parlano con piacere e amano il contatto fisico. Sono latini, hanno un approccio diverso, e anch’io sono latino, mia madre è corsa, amiamo il vino, siamo simili agli italiani. Certo, la vita quotidiana in Brasile è sempre stata un caos, e forse è quello che mi piace. Sono un uomo che apprezza l’Inghilterra ma preferisce l’Italia, perché non è perfettamente organizzata, c’è ancora quello spazio in cui le cose non sono chiarissime, e questo mi piace. E poi non fa freddo».

Il Brasile è una scoperta di 30 anni fa, ma non è stata tutta colpa di Orfeo Negro di Marcel Camus, né della musica di Vinicius de Moraes: è una questione di affinità elettive. Lo aveva capito Maiwenn, quando ha scelto il Vincent di Francia per interpretare il maschio in lotta tra il legame e l’indipendenza del suo Mon roi- Il mio re. Deve averlo capito il giovane talento della regia canadese, Xavier Dolan, che lo ha calato nella situazione di incomunicabilità del suo È solo la fine del mondo, gran Premio della giuria al Festival di Cannes, al cinema dal 7 dicembre. Un film tratto dalla piece teatrale di Jean-Luc Lagarce in cui da un incontro di famiglia emergono emozioni, silenzi, esitazioni, irrequietezza, inquietanti imperfezioni e soprattutto una grande incapacità di capirsi. «Quello che recitiamo nel film di Xavier è un po’ la realtà», racconta l’attore francese, con una barba folta e lunga dovuta al suo prossimo personaggio, il pittore Paul Gauguin, nel film diretto da Édouard Deluc e girato a Tahiti. «Quando qualcuno ti ascolta davvero si tratta di un vero regalo. Anch’io ammetto di non farlo sempre. I motivi sono vari, dal dare una certa immagine di me stesso al proteggermi, ma direi che si tratta soprattutto di egoismo. Questo, ahimè, è il modo in cui gli esseri umani comunicano, o non comunicano, è parte della natura umana non ascoltare troppo gli altri. Abbiamo un certo periodo di tempo da passare qui, non durerà tanto e questo evidentemente ci influenza. Ogni tanto ci sono anche i santi, ma non ne vedo molti in circolazione». A proposito di santi, Cassel soffre l’idealizzazione dell’uomo da parte della donna, quel sognare a tutti i costi un principe azzurro. Quando gli si fa notare che Dolan nei suoi film “massacra” le figure femminili (nel caso di È solo la fine del mondo interpretate da Nathalie Baye, Marion Cotillard e Lea Seydoux), non si nasconde di certo. «Vorrebbe sostenere che nella vita reale le donne sono carine, con gli uomini? Se c’è una guerra in corso che non si ferma mai è quella tra uomo e donna. Non possiamo vivere insieme e in quanto esseri sessuali non possiamo stare l’uno senza l’altro. Se guardiamo come va il mondo, tutto sembra voler uccidere il desiderio, creiamo matrimoni in modo da immobilizzare le persone con idee del tipo “non muoverti troppo”, o “una volta che hai scelto, è per sempre, per tutta la vita!”. Tutte le religioni fanno casini, i preti non possono fare sesso, i musulmani nascondono le donne, gli ortodossi separano maschi e femmine ed eventualmente il sesso lo fanno attraverso un lenzuolo con un buco in mezzo. Ammettiamolo, abbiamo problemi col sesso, è tutto in un certo senso è riferibile a questo. Gli uomini lottano per avere più potere solo per potersi permettere le donne che vogliono, e le donne vogliono piacere agli uomini ma cercano il potere per sfuggire a questo fatto, comportandosi da uomini. Questo fatto di avere in circolazione “donne con le palle” sarà una bella notizia? A me pare un’atrocità». Come tutti i veri zingari, Cassel è legato alle proprie radici, con cui ha dovuto fare i conti sotto vari aspetti. I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, mancato qualche anno fa, faceva l’attore. «Ho scelto di essere un cattivo perché lui sullo schermo era sempre il “nice guy”, oggi mi fa molto sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no, considero Gerard Depardieu il mio padre cinematografico, sarebbe stato molto più difficile essere suo figlio! La famiglia comunque è una cosa complicata: non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Puoi scegliere tua moglie, ma fratello, sorella e padre ti sono dati, e te la devi vedere con loro. Direi che non scegli nemmeno i tuoi figli, se credi in filosofie molto antiche scopri che sono loro che ti scelgono. Anche la credenza che i figli ti migliorano come persona non credo sia vera: se all’improvviso i padri diventassero persone meravigliose, non ci sarebbero in circolazione così tanti figli in crisi. Oscar Wilde scriveva “Charles inizia ad amare i suoi genitori, poi li odia e forse un giorno li perdonerà”. Trovo sia obbiettivo, qualsiasi cosa fai da genitore sbagli, e un giorno pagherai il conto».

Sono passati vent’anni dal primo film che lo ha consacrato come attore, L’Odio, una specie di dichiarazione sul futuro considerato che dal film di Mathieu Kassovitz in avanti ha infilato un personaggio inteso dopo l’altro, basta pensare a Nemico pubblico n. 1, La promessa dell’assassino e Il cigno Nero. Cassel è anche uno dei rari attori famosi in tutto il mondo che non si possono definire hollywoodiani, nemmeno quando partecipano a Jason Bourne. «È uno dei franchise più di classe che ci sono in circolazione, la troupe è inglese come il regista, Paul Greengrass, che però ama la Francia e ama il vino!». Anni fa gli piaceva ogni aspetto del suo lavoro, oggi guarda i film una volta sola e tutta la sua attenzione è focalizzata tra l’azione e il final cut.

«Recitare dev’essere divertente, più ti diverti più funziona. Anche con un soggetto difficile, profondo o triste ti devi godere il momento, devi raggiungere un punto in cui ti viene facile: più te la godi e più riveli te stesso, un po’ come fanno i bambini». Dice di non essere un tipo di uomo che pianifica molto il proprio lavoro. «Cerco di godermi quello che faccio e di restare libero. Ero un giovane attore quando ho sentiro dire a De Niro “il talento di un attore risiede nelle sue scelte”. Mi sono chiedo a lungo cosa volesse dire, intendeva sul set o rispetto ai film che accetti? Sono arrivato alla conclusione che si riferiva a tutte e due le cose. Se mi volto indietro mi rendo conto che le scelte fatte ti rappresentano davvero come persona». Agenda alla mano, nel suo immediato futuro ci sono due film brasiliani, O filme da Minha vita e O grande circo Mìstico, una pellicola francese con Sandrine Kiberlain, Fleuve Noir, e un film politico, Entebbe, di José Pedilha, sugli ostaggi palestinesi in Israele. E se gli fai notare che la quantità di film che gira e la sua voglia di “restare libero” sembrano contrastare, Cassel ti chiarisce la sua filosofia una volta per tutte. «Sono tutti film con cui giro per il mondo, questo è ciò che intendo con la parola libertà».

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 3 dicembre 2016.

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