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La grazia di Hadas (Yaron)

25 domenica Nov 2018

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cinema, Cristiana Allievi, D La repubblica, fede universale, festival, Gianni Zanasi, Hadas Yaron, interviste illuminanti, Madonna, Troppa Grazia

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L’attrice israeliana Hadas Yaron, 28 anni (foto di Gabriel Baharlia per D La Repubblica)

«Il mio nome tradotto nella sua lingua è quello di un fiore bianco, credo sia il mirto… Ha un profumo meraviglioso». Resta molto sorpresa quando le diciamo che, fra le altre cose, da quel fiore si distilla un liquore molto apprezzato. Un destino che Hadas Yaron, attrice israeliana di 28 anni, condivide con la bevanda, se si pensa a quanto l’Italia l’abbia premiata e adottata. Per La sposa promessa, di Rama Burshtein ha vinto la Coppa Volpi come miglior attrice a Venezia sei anni fa, e quando è tornata a casa le hanno dato l’Academy Award d’Israele.  Era solo il suo secondo film, poi è stata la volta di La felicità è un sistema complesso, di Gianni Zanasi, con cui ha girato di nuovo Troppa grazia, a distanza di tre anni, presentato in anteprima mondiale nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del  festival di Cannes.

Il suo personaggio è nientemeno che la Madonna, che appare a Lucia, una geometra (Alba Rohrwacher) che ha una figlia e si arrabatta fra mille difficoltà pratiche e sentimentali. La Madonna le ordina di far costruire una chiesa nel mezzo di quello che sembra (sembra) il nulla.  «La proposta del regista mi ha resa molto felice anche se non sono religiosa e non ho un’idea forte come l’avete voi sulla Madonna. Non sono cresciuta con questa figura, sapevo chi è in senso generale, ma leggendo la sceneggiatura ho capito che si trattava di qualcuno di più umano. Nel film c’è umorismo, si parla di avere fede ma non in senso religioso: è più un credere ancora, un fidarsi, un saper immaginare nonostante si sia adulti». Nel caso del film di Zanasi la figura interpretata da Hadas è una specie di sguardo netto e senza compromessi sulle cose, con un forte senso etico ed esistenziale. La Madonna è una parte di lei, la fa tornare ad avere fiducia in se stessa, e lo fa mettendola di fronte allo sconosciuto, che è sempre spaventoso. «Come Lucia, a volte anche preferiamo stare dove siamo, nonostante non ci faccia bene, invece di muoverci verso qualcosa di nuovo».

Troppa Grazia mescola temi importanti a momenti di grande ironia, come quando al primo incontro Lucia scambia la Madonna per un’extracomunitaria che vuole denaro, iniziando lei una conversazione con parole ebraiche.  Una metafora, questa, del non capirsi e non sentirsi capiti, quando si incontra qualcuno che parla un linguaggio diverso.  «Credo che ogni persona conosca quella sensazione, viaggiando accade spesso. Io ho imparato l’italiano, ma se vado in Francia mi sembra strano non poter parlare l’idioma locale. Vorrei il super potere di parlare tutte le lingue del mondo. L’ebraico per me è una specie di codice segreto: so che se scrivo qualcosa, in genere nessuno può leggerla».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 24 Novembre 2018

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Elio Germano: «Un figlio ti cambia prima di nascere».

21 mercoledì Nov 2018

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Alba Rohrwacher, attori, Elio Germano, Gianni Zanasi, Madonna, relazioni, sopranaturale, Troppa Grazia

Sullo schermo ci ha abituati a personaggi di ogni tipo. Disadattati sociali, delinquenti, poeti leggendari, figli di ricchi contemporanei. L’ultimo è il ragazzo con il codino di Troppa grazia, ostinato nel cercare di tornare con la fidanzata che lo ha piantato da tempo, che è tormentata dalle apparizioni mistiche. Al confronto, la sua vita fuori dal set è molto meno avventurosa: sta da tre anni con Valeria, maestra di sostegno, di cui sappiamo pochissimo. Se non che nel 2017 è nato il loro primo figlio.  Attore e musicista, leader da vent’anni del gruppo rap Bestierare, tempo fa aveva detto: “Non potrei mai stare con una che fa il mio stesso mestiere. Quando torno a casa devo staccare”. Sulla paternità, invece, riusciamo a strappargli solo una battuta: «Mio figlio è ancora piccolo, ma in generale credo che non sia un bambino a cambiarti. Succede prima, quando decidi di diventare genitore». Fine delle confidenze, si torna a parlare dell’ultimo film, nelle sale dal 22 novembre.

Arturo, il personaggio che interpreta in Troppa Grazia, non ha figli. Ma le somiglia, almeno un po’? «Con il lavoro che faccio mi sembra di assomigliare a tutto e al contrario di tutto, mi dimentico di come sono fatto. Non lavoro razionalmente sulle similitudini fra me e i personaggi che interpreto. Arturo è un uomo in balia della sua donna, di cui è innamorato nonostante lei lo abbia lasciato da tempo. È molto ancorato alla realtà, ha problemi assurdi e non si fa contagiare dai sognatori che lo circondano».

Si riconosce, almeno nella sua determinazione? «Nell’ossessione direi, soprattutto quando lavoro. In un certo senso inventarsi un mondo che non c’è, relazioni che non si hanno, pensare che sei a letto con tua moglie o in stanza da solo a sognare, mentre di fronte a te vedi macchinari che si muovono mossi da operai, è roba da autistici e ossessionati».

Il film inizia con una discussione fra il suo personaggio e quello di Alba,  sul tradimento e come i maschi lo affrontino solo con il corpo… «È una voluta sequenza di stereotipi, dimostra quanto sia difficile non cadere in concetti pre masticati da qualcun altro, invece di pensare con la propria testa. Ci appoggiamo a dei sentiti dire che strutturano la nostra vita, e questo riguarda anche questioni più gravi, come la violenza sulle donne, che si stanno ampliando».

A cosa si riferisce? «Al #MeToo, per esempio. In questi mesi si sono creati stereotipi da entrambe le parti, ora è difficile arrivare a un dialogo davvero costruttivo. Si passa alle generalizzazioni, ho letto che in Francia ci si chiede se fare l’amore con la propria donna, mentre dorme, sia una forma di stupro o meno».

Nemmeno gli stereotipi sul tradimento sono solo veri, secondo lei? «Non c’è differenza fra uomini e donne su un argomento simile, dipende da come si imposta la propria vita e su cosa si basa un rapporto. Ho visto coppie che si definiscono aperte, composte da donne, uomini o da entrambe i sessi, e anche che stanno in tre, in quattro… Sono questioni private, è difficile generalizzare».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 28 Novembre 2018.

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Vincent Lindon, In guerra

20 martedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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attori, Cristiana Allievi, D La repubblica, Francia, In guerra, interviste illuminanti, La legge del mercato, lavoro, scioperi, sex symbol, Vincent Lindon

DA SEX SYMBOL A MILITANTE, CONVERSAZIONE CON UN ATTORE CHE NON MA (MAI) ACCETTATO COMPROMESSI. E SI VEDE

«Non faccio pubblicità di profumi. Compro le mie giacche e nessuno mi dice come dovrei vestirmi. Non vado alle feste nè agli show televisivi che non mi piacciono, non rispondo a giornali che odio. Quando ha deciso di seguire queste regole? Quando sono nato». Ecco la ricetta della libertà secondo Vincent Lindon, che da sex symbol di Francia è diventato l’attore più impegnato che la sua nazione possa vantare. Lo si era capito con quei 15 minuti di applausi per la sua interpretazione di un primo ministro in Pater, al Festival di Cannes, un film illuminante in fatto di amministrazione della cosa pubblica. Con La legge del mercato, di Stephane Brizé, in cui è un cinquantenne che ha perso il lavoro ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi, ha vinto la Palma d’oro come miglior protagonista. E diretto dallo stesso regista, dal 15 novembre lo vedremo in un confronto molto più radicale. In guerra, proiettato in anteprima mondiale a Cannes, racconta due mesi di sciopero dei 1100 lavoratori della Perrin Industries e la lotta del loro portavoce con un management che vuole licenziare tutti nonostante i profitti. «Non è un documentario, nonostante il realismo. Lo spettatore non capisce cosa sta succedendo, la drammaturgia è molto forte, e questo è puro cinema», racconta l’attore. «Sappiamo che Amédéo, l’uomo che interpreto, si prende cura della moglie e della figlia, ma di fatto è un uomo in uno stato di guerra: con uno sciopero le persone occupano un posto, non perdono energie su altri aspetti della vita, non dormono, sono focalizzati su una quesitone di vita o di morte. E il film fa lo stesso». Nella vita vera, Lindon è un aristocratico con idee chiare su cos’è lo stile. «Da piccolo chiedevo a mia madre com’era vestito qualcuno, lei mi rispondeva  “con pantaloni e giacca, ma era molto chic”. Per me significa indossare qualcosa che indossano gli altri, ma in modo completamente diverso. A un congresso in Russia una signora ha chiesto a Yves Saint Laurent come essere fatale, attraente e distinta. Lui le ha risposto “ci vogliono una giacca, una gonna nera e un uomo che la ami”. Per un uomo vale lo stesso: bastano una giacca nera, una camicia bianca e una donna lo ami».

(continua…)

Articolo pubblicato di D La Repubblica del 17 novembre 2018

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Kossakovsky da brividi

14 mercoledì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi, Zurigo Film Festival

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Acqua, Aquarela, Cristiana Allievi, Festival di Zurigo, Ghiaccio, GQ Italia, interviste illuminanti, journalism, Kossakovsky

L’ultimo lavoro, che il regista ha presentato prima al Festival di Cannes e poi a quello di  Zurigo, racconta la potenza dell’acqua in tutte le sue forme. Liquide e no

 

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Un’immagine del docu film Aquarela, di Kossakovsky (Courtesy of Mymovies).

 

Si vedono 500 metri di iceberg che si staccano in Groenlandia, spostando una massa d’acqua immensa tale da scatenare piccoli maremoti circostanti. Si passa alle superfici ghiacciate del lago Baykal, in Russia, poi sull’isola Bornholm, dove si resta senza fiato davanti al colore dell’acqua del Mar Baltico che cambia col passare delle ore: rossa, verde, grigia, poi completamente nera.  Arriva la strabiliante visione frontale delle Angel Falls in Venezuela, mille metri di cascate in cui l’acqua non arriva mai a terra, polverizzandosi a metà percorso. «Mi ha chiamato un produttore scozzese chiedendomi se volevo girare un film sull’acqua», racconta il pluripremiato documentarista russo Victor Kossakovsky, incontrato al Festival di Zurigo. «Ho detto subito di no, quelli che avevo visto raggruppavano vari tipi di persone, dai politici agli scienziati agli attivisti. Tutti parlavano di clima, di inquinamento, di leggi, ma non si vedeva mai l’acqua. Finchè un giorno, ricontattandomi, ha detto “e se lo chiamassi Aquarela?”. Mi sono visto con un pennello in mano, e ho accettato». Così è iniziato un viaggio incredibile, anche per cercare i finanziamenti di un film senza esseri umani,  senza una storia, solo acqua in diverse forme e tre momenti di musica degli Apocalyptica, un gruppo symphonic metal finlandese. «Nel 2011 stavo girando Viva gli antipodi!, e il personaggio all’improvviso ha detto una cosa strana: “nella prossima vita vorrei non essere una persone, ma acqua”. Quando si è presentata l’opportunità ho deciso di partire da lì: ho messo la macchina nello stesso posto, sul lago Baycal, per riprendere quel ghiaccio spesso solo un metro, trasparente, sotto cui riuscivi a vedere i pesci… Ma è accaduto qualcosa di orribile, e  ho preso una direzione diversa». Conosciuto come il Rembrandt dei documentari (“perché metto le immagini al primo posto, prima ancora delle storie”), ha presentato questi 90 minuti mozzafiato in anteprima mondiale a Cannes. Girato a 96 fotogrammi al secondo, con un suono creato grazie al lavoro di 120 canali, è una chiamata viscerale all’umanità sotto forma d’arte, perché si svegli davanti al bene più prezioso che abbiamo. Un lavoro immane, incominciando lontano dal set. «Ogni mattina col mio team facevamo disegni, chiedendoci come regalare immagini che non si erano mai viste prima. Siamo stati dentro una tempesta  per tre settimane nell’oceano Atlantico, con onde di 20 metri, ci voleva un giorno per spostare la macchina da una parte all’altra della barca». Considerato che a Hollywood film come I Pirati del Caraibi sono girati in piscina, i segreti dietro ogni ripresa di questo lavoro hanno suscitato immediatamente l’interesse di Participant Media.  «I produttori americani mi hanno chiesto di smettere di parlare di come abbiamo lavorato perché volevano farne un libro. Ho appena incominciato a lavorarci, oltre alle parole ci saranno molti disegni».

Articolo pubblicato su GQ numero di Novembre 2018 

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Lady Gaga «Ho tenuto stretta la mia musica».

08 lunedì Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Musica, Personaggi

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A star is born, cinema, F, interviste illuminanti, Lady Gaga, popstar, Venezia 75, Warner Bros

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La cantante e attrice Lady Gaga, nome d’arte di Stefani Germanotta, 32 anni,

Cronaca di un incontro avvenuto in tre fasi all’ultima Mostra di Venezia. La prima, sullo schermo. Struccata, con i capelli castani, in jeans e maglietta, la Ally che canta in un locale per drag queen e non crede nelle sue capacità mi arriva dritta allo stomaco. Mi chiedo quanto la protagonista di A star is born assomigli alla vera Stefani Germanotta, alias Lady Gaga, ragazza della East coast americana con origini italianissime. Poche ore dopo la incontro sul red carpet, e stavolta è biondo platino, avvolta in piume di struzzo rosa. È diversa da Ally ma ridimensionata rispetto al passato (chi se la ricorda da David Letterman in mutande, guepiere, giacca in pelle e maschera neri, solo qualche anno fa?). C’è un altro dettaglio che mi colpisce: inizia a piovere a dirotto, lei non smette di firmare autografi e fare selfie con i fans per 10 minuti cronometrati. Segno di professionalità, ma anche  di generosità. Il giorno successivo la incontro per l’intervista, Gaga indossa un sobrio completo blu con i capelli raccolti.

La popstar da 30 milioni di dischi venduti nel mondo ha due film e la serie tv American Horror Story alle spalle. Ma A star is born, terzo remake del film cult del 1937 è il suo esordio da protagonista. Il ruolo è quello di una cameriera con doti canore che si cimenta in bar frequentati da drag queen  e si innamora di un cantante pop rock che la porterà sulle vette del successo. Anche Gaga, ex compagna di classe di Paris Hilton, è partita dal coro del liceo per poi iniziare a proporre pop music nella New York underground, anche in questo caso cantando fra le drag queen. Poi sono venuti i dischi d’oro, i sold out, le piogge di premi e i tour su palchi vertiginosi, come quello del Super Bowl dell’anno scorso.

Come la devo chiamare? «Gaga o Stefani, come le piace di più. Gaga è un nome partito come scherzo del mio produttore, dal brano Radio Ga Ga dei Queen. Ho iniziato a usarlo per gli show di Burlesque che successivamente ho incorporato nelle performance pop. Ormai è un soprannome, è come un mantra».

 Com’è successo che Bradley Cooper arrivasse a proporle il suo film? «Ero a un evento per la lotta al cancro, c’era anche lui e mi ha sentita cantare La vie en rose. Poi ho ricevuto una sua telefonata, è venuto a casa mia. Mi ha raccontato il suo progetto e guardandolo negli occhi ho sentito una chimica immediata. Siamo entrambe della East coast, e con radici italiane».

Sullo schermo siete esplosivi, cosa ha acceso quel fuoco fra voi? «Il fatto che per molti anni abbiamo entrambe accumulato un talento che voleva esprimersi in un’altra direzione, e quando succede è una specie di esplosione. Dopo 15 minuti che ci conoscevamo stavamo già cantando insieme: mi ha portato una canzone, The midnight special, e la cantava dalle viscere».

Ha cantato al Super Bowl e con Tony Bennett, dove si posiziona la prova attoriale con Cooper? «Sulle stesse vette, e forse più in alto… Perché stavo anche recitando, e Bradley ha dovuto accettarmi in veste di attrice. All’inizio dell’avventura ci siamo stretti la mano e gli ho detto: “Credo in te come musicista”, lui ha risposto “Credo in te come attrice”, e così è stato».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su F del 10 ottobre 2018 

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Tom Schilling: «Se ti amo, ti porto via con me».

06 sabato Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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01 Distribution, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, Opera senza autore, Tom Schilling

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L’attore Tom Schilling fotografato da Julian Hargreaves. 

Sullo schermo si trova nella peggiore delle posizioni. Nei panni di Kurt Barnert, è un pittore che si innamora appassionatamente di Elisabeth (Paula Beer) ma si ritrova contro il suocero (Sebastian Koch), che è un medico e anche un criminale . In Opera senza autore, del regista premio Oscar  Florian Henckel Von Donnersmarck, ha convinto pubblico e critica all’ultima Mostra di Venezia, e il film, basato su fatti realmente accaduti, sarà nelle sale dal 4 ottobre.Per fortuna nella vita vera l’attore di Oh Boy, un caffè a Berlino, 36  anni e una faccia che assomiglia ad Alain Delon da giovane, e felicemente legato a Annie Mosebach, con cui ha tre figli.

Un film di tre ore da protagonista, come si è preparato? «Scelgo pochi lavori perché ci metto molto a calarmi in un personaggio, e sono il mio critico più acerrimo. Ho passato molto tempo all’Università a parlare con un insegnante di pittura, e poi in studio con Andreas Schon, l’artista di cui si vedono i dipinti nel film. Per anni è stato assistente di Gerard Richter, l’ispiratore del film e il pittore contemporaneo più quotato del momento».

Una storia d’amore, un dramma che attraversa ben tre epoche di storia tedesca. «Da attore preferisco le trame difficili, dal tempo dei greci la tragedia è più attraente della commedia, fa riflettere di più».

La felicità non ci fa bene? «Sì, ma il desiderio di raggiungerla è un motore importantissimo: se mi dessero una pillola che mi rende sempre felice non la prenderei».

Cosa farebbe davanti a un suocero mostruoso? «Il mio personaggio è un po’ come Gesù, porge l’altra guancia. Ma è anche molto focalizzato, ha un dono: trasforma ogni umiliazione in arte. Per questo è così forte».

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia n. 42 del 4/10/2018 

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Ana Beatriz Barros: «Ritorno per conquistarvi».

04 giovedì Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema, Personaggi

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Ana Beatriz Barros, beauty, Brazil, Cristiana Allievi, fashion, interviste illuminanti, Karim El Chiaty, model

 

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La modella brasiliana Ana Beatriz Barros, 36 anni. 

«Da quando ho avuto mio figlio porto il 42 di scarpe, mi è cresciuto il piede di un numero». Scherza, Ana Beatriz, mentre prova gli stiletti per il servizio fotografico. Voce profonda e un marcato accento brasiliano nel suo inglese, quello di queste pagine è il primo lavoro che accetta da quando è rimasta incinta di Karim, avuto con l’imprenditore egiziano Karim El Chiaty, sposato nel 2016 a Mykonos. «Mio figlio ha nove mesi ed è la mia priorità assoluta. Ricordo quando viaggiavo quattro giorni alla settimana, dormivo sugli aerei e passavo il resto della giornata sui  set fotografici. Quando sei molto giovane lo puoi fare. Devi essere capace di stare da sola, non sa quanti compleanni ho passato in una stanza d’albergo… Ma ero molto focalizzata: io il successo l’ho cercato, da subito». Barros modella lo è nelle viscere, nonostante la sua vita di moda sia iniziata come quella di tante colleghe: è stata scoperta da un agente dell’agenzia Elite in spiaggia che aveva solo 13 anni. Poi ha vinto vari concorsi di bellezza, finché Guess l’ha lanciata con una campagna. Da lì in avanti ha lavorato per i più grandi della moda, da Victoria’s Secret a Chanel, da Gucci a  Dolce & Gabbana, finendo sulle copertine delle riviste di moda più importanti al mondo nonché fra le divine del calendario Pirelli.  Siamo nella suite veneziana dell’hotel Aman Venice, fuori vorrebbe piovere ma non succederà, mentre  Ana mi racconta che sono già passati 23 anni da quando  ha iniziato a fare la modella.

Cosa ricorda della sua infanzia? «Mio padre è un ingegnere meccanico, sono cresciuta in Brasile cambiando città ogni due anni. Uno dei miei ricordi più belli sono le vacanze dai nonni, nella loro fattoria a Mina Gerais, nel centro del Brasile. Andavamo a cavallo nella campagna, era meraviglioso».

Cosa è rimasto nei suoi occhi, di quell’epoca? «Il fiume, gli animali, il colore verde… Ancora oggi le amo stare dove ci sono l’acqua e il verde, è la cosa che preferisco al mondo».

Soffrirà, a vivere a Londra…«La nostra casa in South Kensington è piena di arte colorata, abbiamo  molti dipinti e statue di artisti brasiliani, è una casa allegra».

Quanto è stata ferma per la maternità? «Un anno e mezzo, e mi mancava il lavoro. Adesso che  Karin ha nove mesi posso tornare a lavorare, non con i ritmi che avevo prima di lui, naturalmente».

Sta allattando Karim? «L’ho fatto fino a sei mesi, poi ho perso il latte, altrimenti sarei andata avanti».

Com’è essere madre? «Tutti mi avevano detto che avere un figlio è bellissimo, ma finché non provi la sensazione in prima persona non puoi capire quanto sia magico. Per me essere madre è la cosa più bella che mi sia successa fino a qui».

Ha la sua famiglia intorno che l’aiuta? «Ho partorito in Brasile, poi siccome mio marito lavora in Egitto, a Londra, in Arabia, siamo dovuti venire via. Abbiamo una tata che ci aiuta».

Come vi siete conosciuti lei e suo marito? «In un bar di New York, mi ha chiesto come mi chiamavo e un suo amico gli ha detto “ma non si chi è?”.  Dopo quella volta ci siamo incrociati in altre due occasioni, se le racconto come non ci crede».

Sono tutta orecchi. «Stavo prendendo un caffè a Soho, e me lo sono ritrovato davanti. Qualche giorno dopo, ero a nord di Manhattan, dove non vado mai, e una mia amica stava facendo shopping. Stava provandosi non so quante paia di scarpe,  ci metteva così tanto che le ho detto “io vado a fare due passi”.  Ed ecco che lui passa di nuovo davanti a me… ».

A quel punto cosa gli ha chiesto se la stava seguendo. «No, ho pensato che forse era il caso di scambiarci i numeri di telefono! Sono abituata a chi cerca di attaccar bottone, non do confidenza a nessuno. Ma la terza volta… non potevo far finta di niente, infatti Karim mi ha chiesto il numero di telefono».

(… continua) 

Intervista di copertina pubblicata su Grazia, n. 42 del 4/10/2018 

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Federico Zampaglione: «Ogni volta che ho ricominciato».

03 mercoledì Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Musica, Personaggi

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Due destini, Federico Zampaglione, Fino a qui, interviste, interviste illuminanti, Noi casomai, Tiromancino

C’è chi teme anche il più piccolo cambiamento di direzione del vento. Chi si butta a capofitto in nuove avventure. Chi resiste fino all’ultimo, finché gli eventi non lo costringono a saltare. Poi c’è Federico Zampaglione, che è rinato a se stesso almeno tre volte, in modo consapevole. «Per anni mi sono detto “pensa se riuscissi a scrivere canzoni che cantano tutti…”, era quello che sognavo dalla mattina alla sera. Poi quel giorno è arrivato, ho scritto tanti pezzi che hanno avuto grandissimo successo, e mi sono ritrovato intorno a 34 anni a non avere più quella molla, a non sapere più cosa sognare…». Così il leader dei Tiromancino mi racconta di quel momento in cui raggiungi tutto quello che la mente e il cuore hanno sognato, e ti chiedi cosa verrà dopo. E siccome lui non voleva ripetersi a vuoto, si è lasciato alle spalle successi come Due destini, Per me è importante o Un tempo piccolo e si è messo dietro la macchina da presa, sfornando tre film. «Ho vissuto un’altra vita, sono diventato un’altra persona, un regista di film di terrore! Ho viaggiato il mondo con Shadow, l’horror italiano che ha avuto più successo nel mondo negli ultimi 20 anni». Anche sentimentalmente Zampaglione, 50 anni, romano, ha attraversato cambiamenti radicali.  Dopo 11 anni con l’attrice Claudia Gerini, con cui ha avuto Linda, 8 anni, oggi rinasce con una nuova compagna, a cui dedica il singolo di un nuovo disco. Lei è l’attrice pugliese Giglia Marra, e il lavoro discografico disponibile da domani è Fino a qui: quattro brani inediti più nuove interpretazioni di 12 pezzi cult della band cantati in duetto con i grandissimi della musica italiana.

Cade l’occhio sul fatto che in Fino a qui lei canta con Jovanotti, Biagio Antonacci, Luciano Sangiorgi, Tiziano Ferro e altri ancora, 12 artisti top di casa nostra. «Ci sono le pop star più consolidate e anche artisti del rap e della scena più alternativa, come Fabri Fibra e i Thegiornalisti. È un album che abbiamo fatto senza prenderci troppo sul serio, non volevamo fosse solo auto celebrazione».

I musicisti hanno personalità ingombranti, dobbiamo dedurre che lei ha una capacità speciale di fare squadra? «Nasco col blues e con le jam session, incontri di musicisti che non si sono mai visti prima e che improvvisano. Ho sempre avuto una mentalità di apertura, e non ascolto mai la mia musica, se non quando passa alla radio, quindi significa che ascolto quella degli altri».

Jovanotti ha detto sui social che lei ha scritto almeno cinque canzoni che avrebbe voluto scrivere lui. «Mi ha colpito, è uno di quei complimenti che mi porto nel cuore».

La voce di Biagio Antonacci dice “il pezzo è da paura, fatto così by night, con le chitarre… Vieni che lo registriamo da me, nella cantina…”, prima di attaccare con Un tempo piccolo. «È un messaggio vocale che mi ha mandato e che ho voluto inserire all’inizio del brano perché sintetizza lo spirito di questo lavoro, che mi ha divertito moltissimo».

Cosa c’è di nuovo? «Ho imparato a non avere aspettative, ho scoperto che sono un nostro tentativo di controllare tutto, anche il destino, e sono la causa della nostra sofferenza. La vita ha un suo corso, e il bello arriva quando non te lo aspetti».

In Noi Casomai, uno dei quattro brani inediti del disco, dedicato alla sua nuova compagna, canta: “Sei tutto quello che non mi aspettavo/ spero solo che non finirà…”. «Col passare del tempo le cose cambiano, in meglio e in peggio. Di fatto niente resta uguale e la mia è un’esortazione a vivere la gioia di questo momento».

(…continua) 

Intervista pubblicata su Grazia del 27/9/2018 

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Bradley Cooper: «Dirigo, canto, recito»

29 sabato Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Musica, Personaggi

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A star is born, Bradley Cooper, cinema, interviste, interviste illuminanti, Lady Gaga, Star, Warner Bros

 

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L’attore, regista e produttore Bradley Cooper, 43 anni. 

REGISTA E INTERPRETE DI A STAR IS BORN, BRADLEY COOPER NON HA TEMUTO IL CONFRONTO CON LADY GAGA. UNA (TRIPLICE) SFIDA CHE GLI HA PERMESSO DI TENERE A BADA I SUOI DEMONI. MENTRE SI PREPARA DIVENTARE UN ALTRO MUSICISTA…

Essere pluricandidato agli Oscar come attore non gli bastava, evidentemente. Così ha pensato a un triplo salto, che avrebbe potuto anche rivelarsi mortale. E che invece sbancherà i botteghini del pianeta. Bradley Cooper, tra volte candidato agli Academy Awards per American Sniper, American Hustle e Il lato positivo, ha esordito da regista con il film più glam dell’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, presentato nella sezione fuori concorso. Oltre che produttore di A Star is Born ne è anche il protagonista, e non sfigura accanto alla sua costar, anche lei a un debutto:  Stefani Joanne Angelina Germanotta, alias Lady Gaga, di professione superstar della musica. Cooper ha scelto di cimentarsi in un remake, e non di un film qualunque: nelle sale dall’11 ottobre porta infatti la terza versione di uno dei melò che ha avuto più successo della storia di Hollywood. Prima della coppia Cooper Gaga, ci sono stati anche Barbra Straisand e Kris Kristofferson, Judi Garland e James Mason, Janet Gaynor e Fredric March. Nato a Philadelphia, con una laurea in Letteratura inglese e un master in Belle arti, nel 2009 Cooper è diventato molto popolare grazie a Una notte da Leoni: da lì in poi Hollywood non lo ha più mollato. A breve sarà nel nuovo diretto da Clint Eastwood in The mule, e poi sarà per la seconda volta dietro la macchina da presa a dirigere ancora se stesso, stavolta nei panni di uno dei direttori d’orchestra più famosi di sempre, Leonard Bernstein. In A Star is Born è Jackson Mained, un cantante rock folk che scopre in un locale per drag queen Ally, una cameriera che canta La vie en rose. Jackson riconosce in lei qualcosa di straordinario, fra loro è amore a prima vista. I due cantano (per davvero) i pezzi scritti da Lady Gaga con la collaborazione dello stesso Cooper e di vari musicisti country. E mentre la storia Jackson naufraga fra l’alcol e le droghe con cui tenta di affogare il dolore di un vecchio trauma, Ally scala l’Olimpo del successo.

Nervoso, prima della proiezione del suo film a Venezia?

«Sta scherzando? Sono uno dei produttori del film e anche il produttore esecutivo, uno degli sceneggiatori oltre che il protagonista… Todd Philips, che è un caro amico e partner in affari, mi ha sempre detto “non c’è niente come dirigere un film, significa tutto e si diventa davvero vulnerabili”. Mi sono innamorato di questo progetto e ci ho passato molti anni insieme, ma la sera della proiezione ho detto a Stefi: “Questo è quanto,  da ora  in poi il film non sarà più nostro, sei pronta a questo?”».

Che effetto le ha fatto? «Una certa tristezza, mista a speranza e a sollievo. E anche se il film è stato accolto bene quel fondo di tristezza non se n’è andato».

 Esordio del regista e dell’attrice protagonista: saltare in due è più o meno rischioso?  «Ci siamo sentiti come due persone che sono allo stesso punto, nel proprio lavoro. Avevamo entrambi bisogno della stessa cosa, l’uno dall’altra, per riuscire a saltare le tracce e raggiungere una nuova posizione».

 “Il talento lo hanno in molti, ma avere qualcosa da dire e farlo in modo che la gente ti ascolti, è un’altra cosa. E finché non esci allo scoperto, e ci provi, non lo puoi sapere”. Parole di Jackson che ha usato per prendere coraggio, durante le riprese? «Molto di quello che dice Jackson è ciò che spero di ottenere attraverso questo film. Quando sono al top del successo, Jack dice ad Ally: “adesso ci ascoltano, ma non lo faranno sempre. Devi riuscire a rimanere radicata nel tuo centro”». Mi ricordo di aver letto un’intervista di Steven Soderbergh con Richard Lester in cui diceva che dopo i 38 anni un regista è finito. Mi ha spaventato a morte, io non avevo nemmeno iniziato! Però Clint Eastwood aveva  41 anni quando ha girato  Play Misty For Me, si tratta davvero di avere il coraggio di dire quello che vuoi dire».

 

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 29 settembre 2018.

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Adam Driver: «Nel cuore resto un soldato».

21 venerdì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Letteratura, Miti, Personaggi

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Adam Driver, attori, cinema, Cristiana Allievi, Don Chisciotte, Julliard, Spike Lee, Star Wars, Terry Gilliam

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L’attore Usa Adam Driver, 34 anni, attualmente nelle sale con due film. 

DA UNA PARTE AFFRONTA I RAZZISTI DEL KU KLUX KLAN, DALL’ALTRA I MULINI A VENTO, COME DON CHISCIOTTE. A NOI PERO’ RACCONTA LA SUA CARRIERA E LA SCELTA DI ARRUOLARSI NEI MARINES. PERCHÈ AVEVA CAPITO CHE NEL CINEMA VINCE CHI SA RESISTERE SOTTO PRESSIONE

«Sento la pressione di ogni lavoro. Temo che non funzionerà, che fallirà o che non sarò abbastanza bravo. Anche per questo mi rende più entusiasta lavorare con persone che hanno cercato di portare a termine un progetto per vent’anni, la loro tenacia nel resistere mi assicura che salterà fuori qualcosa di interessante». Adam Driver è altissimo. Come nelle altre occasioni in cui l’ho incontrato,  indossa jeans, t shirt e camicia aperta. A differenza del solito, invece, la nostra conversazione sarà più intensa.

31 anni, californiano cresciuto nell’Indiana, Driver era un ragazzino quando ha tentato di entrare alla prestigiosa Julliard di New York, senza riuscirci. Disorientato, dopo l’11 settembre si è arruolato nei Marines, e trascorsi due anni in Afganistan lo hanno congedato perché si è rotto lo sterno in un incidente in mountain bike. Depresso, è tornato all’attacco alla Julliard, e ce l’ha fatta. Poi, con Girls, serie tv dell’HBO, è diventato un volto a Hollywood, e da lì in avanti non si è più fermato.  All’ultimo Festival di Cannes è finite nel fuoco incrociato dei fotografi perché era il protagonista di due dei film di punta sulla Croisette. E anche se sei Kylo Ren, diciamolo, accusi il colpo. I due film sono entrambi nelle sale dal 27 settembre. Uno è BlaKkKlansmen di Spike Lee, in cui interpreta la spalla di John David Washington, primo poliziotto nero che nel 1979 si è (davvero) infiltrato nel Ku Klux Klan. Una vicenda mantenuta segreta fino a quando l’ex agente Ron Stallworth ha scritto il libro da cui è tratto il film. L’altro film è L’uomo che ha ucciso Don Chisciotte, ispirato al personaggio del classico della letteratura di Miguel de Cervantes. Un film che il suo regista, Terry Gilliam, ha impiegato 30 anni a portare a termine, funestato da ogni possibile disavventura produttiva. Qui Driver è Toby, cinico regista pubblicitario che si ritrova intrappolato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo che crede di essere Don Chisciotte. Inaspettatamente, nel film Driver è più sexy come mai, nonostante debba affrontare milioni di peripezie e confrontarsi con il proprio passato. «Don Chisciotte è un sognatore, idealista e romantico, che non vuole accettare i limiti della realtà e che continua a camminare nonostante gli ostacoli», continua.

A proposito di idealismo, cosa si impara lavorando con un regista che non cede, nonostante nove tentativi andati male? «Terry è una persona molto stimolante sul set, lo affronta come una catarsi. Non avevo mai lavorato con lui prima, quindi non so come è stato girare Il Barone di Munchausen o La leggenda del re pescatore. So che è difficile vederlo sulla sedia del regista, è sempre in piedi al monitor che recita la scena con te. E non ha nessun filtro per mascherare quello che sente».

 Se qualcosa non gli piace si vede, insomma. «È così. E considerato che i cavalli guardano sempre nel verso sbagliato, le pecore si muovono da tutte e parti e sul set si parlavano sette lingue diverse,  sul set avrebbe potuto esserci un’atmosfera dittatoriale, ma Terry non è così. Pensava a questo film da più di 25 anni, eppure ha mantenuto quell’atteggiamento possibilista che ho notato non solo in lui, ma in altri grandi registi».

Che cosa ci racconta del suo personaggio? «È un uomo che cerca disperatamente di avere il controllo della situazione. Io sono sia Sancho Panza sia Don Chisciotte, cerco  di essere radicato nella realtà e di avere il controllo ma sono anche  Chisciotte, che è tutto ispirazione ed è totalmente libero,  seduttivo. Certo, l’ispirazione può essere tossica, se non è gestita correttamente».

Lei fa un lavoro strano, sta dicendo questo? «Di sicuro recitare è uno strano modo di incontrare e conoscere le persone. Sei sotto una grossa pressione per dodici, quindici ore al giorno, per quattro mesi, a volte sei. Poi quando finisce il film sei nel vuoto, all’improvviso: non potrai mai tornare indietro ed essere la stessa persona che sei stato con quei colleghi».

(… continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Settembre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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