• Info

Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Personaggi

I coniugi Travolta: «Noi due contro tutti».

18 martedì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

Cristiana Allievi, Gotti, Grease, interviste illuminanti, John Travolta, Kelly Preston, La febbre del sabato sera, matrimonio, Padrino, Pulp Fiction, Scientology

 

Image result for john travolta and kelly preston popsugar

John Travolta e Keppy Preston, 30 anni sul red carpet (courtesy Pop sugar). 

SONO SPOSATI DA QUASI 30 ANNI. INSIEME HANNO SUPERATO LA PERDITA DI UN FIGLIO E ORA TORNANO AL CINEMA FIANCO A FIANCO IN GOTTI, IL PRIMO PADRINO. JOHN TRAVOLTA E KELLY PRESTON RACCONTANO A GRAZIA PERCHÈ LORO, SENZA SEPARARSI MAI, POSSONO ESSERE PIU’ FORTI

«Vuole sapere cosa mi innervosisce di John? In cucina non pesa nessun ingrediente, va a occhio e le cose che crea funzionano perfettamente. Però sa fare solo un tipo di biscotti, al cioccolato e burro di nocciole». Non tutti sono capaci di svelare il segreto di un matrimonio che dura da 27 anni, ma lei ci riesce. E si capisce al volo che la ricetta sta nel saper giocare con il proprio partner, e con una certa ironia. Ho davanti a me Kelly Preston, signora Travolta da quasi tre decadi. È la prima a rompere il ghiaccio, mentre accanto a lei c’è John, Travolta of course. Contrariamente a quanto mi sarei immaginata l’icona di Grease, La febbre del sabato sera e Pulp Fiction sta un passo indietro, si commuove di fronte all’amore che le persone manifestano nei suoi confronti e non si nasconde davanti a “no comment” quando le domande sono scomode. I due formano una coppia solida, che nove anni fa ha attraversato la perdita di un figlio, Jett, in un incidente domestico.  Il loro anniversario di matrimonio si festeggia il 12 settembre e, per un caso, dal giorno successivo saranno insieme nelle sale con Gotti, il primo padrino, diretto da Kevin Connolly, il film presentato all’ultimo festival di Cannes che li ha riuniti sul set per la terza volta, dopo Gli esperti americani e Daddy Sitter.  Travolta interpreta John Gotti, il mafioso di origine italiane che diventa leader della famiglia Gambino: sarà condannato all’ergastolo nel 1992 e dopo 10 anni morirà in carcere. Kelly interpreta la moglie del boss, Vittoria, e questo film la riporta sul set otto anni dopo da Casino Jack, accanto a Kevin Spacey. «Dopo quel film ho scelto pochi e miratissimi progetti», continua. «Volevo esserci totalmente per i nostri due figli Ella e Ben, 18 e 8 anni, ma sono felice di essere tornata».

Com’è stato girare questo film in coppia?

K.P. «È stato meraviglioso. Ho amato questo ruolo, c’era molto materiale a disposizione, entrambe i figli di Gotti hanno scritto libri molto istruttivi, e poi c’era quello di Victoria stessa, This family of mine.  Ho usato internet, visto molti video, soprattutto un bellissimo pezzo di intervista di 8 minuti. Victoria ci ha anche invitati per pranzo, l’abbiamo raggiunta con i nostri ragazzi. Vive ancora nella stessa casa, ho potuto chiederle qualsiasi cosa, è molto intelligente, tosta, e molto, molto divertente. Vado orgogliosa del fatto che mi ha persino dato i suoi gioielli da indossare nel film».

 Com’è essere una coppia vera, su un set?

K. P. «È un lusso che rende tutto facile, e dal momento che i nostri ragazzi studiano tutti con insegnanti privati, anche loro sono sempre con noi. John è appena stato a girare The poison rose in Savannah, Georgia, ci siamo spostati tutti lì. E quando viaggiamo per promuovere i film cerchiamo di affittare case, altrimenti stiamo in hotel».

J.T.  «Sento che mi piace quando siamo tutti insieme, mi fa sentire in pace, viceversa mi sembra di essere un po’ sconnesso. Preferisco che i ragazzi stiano con me, e per fortuna possono farlo».

 

È vero che fate gare di cucina, in famiglia?

J. T. «Mischio tutti gli ingredienti a caso e faccio finta di sapere quello che faccio! Mi piacciono i programmi di cucina in tv ma non quelli competitivi, divento nervoso per i partecipanti. Per questo adoro Martha Stewart, è grandiosa nella sua scuola di cucina, e Kelly è un mago nel rifare quello che vede, ha un talento artistico in tutto, a partire dal preparare una tavola».

K.P. «La mia trasmissione culinaria preferita è la serie tv Chopped, anche se è stressante, devi fare le cose in mezz’ora! Quando facciamo le nostre competizioni famigliari a casa ci raggiungono anche la sorella di John e molti altri famigliari e amici. Formiamo una giuria ma non facciamo come in tv, dove ci sono solo piatti fatti al buoi, e non sai chi ha cucinato cosa».

 Grease ha appena compiuto 40 anni, secondo voi come li porta?

K.P. «Vent’anni fa abbiamo fatto una reunion per il film, non mi pare possibile ne siano passati altri 20! A Cannes ho visto la versione restaurata e il film mi sembra sempre gioioso, ha la stessa qualità di quando è uscito».

J.T. «Quando mia madre lo ha visto al cinema la prima volta ricorso che mi ha detto “tutto vola, nell’arco di 10 anni nemmeno ti renderai conto di cosa è successo. Ne sono passati 40, di anni, e mia madre aveva ragione, tanto che negli ultimi 10 anni  mi sembra che tutto si sia velocizzato ulteriormente».

Con Grease John è diventato un sex symbol planetario: mai avuta la sensazione di essere travolto dalla fama?

J.T. «No, al tempo del film ero già in una serie tv di successo, I ragazzi del sabato sera, ero abituato ad essere riconosciuto, è solo cambiata la proporzione della mia fama, dopo  The boy in the plastic bubble. Ho sempre vissuto una vita molto privata finchè mi sono affermato abbastanza e ho lasciato Hollywood per una comunità tranquilla a Santa Barbara, poi è stata la volta della Florida. Non ho mai sentito di vivere a Los Angeles, ci sono sempre andato solo a lavorare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Wim Wenders: «Confesso, ho peccato»

23 giovedì Ago 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

3D, cinema, Cristiana Allievi, donne, fede, interviste, Papa Francesco, Wim Wenders

 

40012751_10216502475091670_6396106288371073024_o (1).jpg

Il regista, sceneggiatore e produttore Wim Wenders, 73 anni (foto di Caitlin Cronenberg, courtesy GQ Italia).

IL DOCU FILM DI WIM WENDERS SUL PAPA ARRIVA NELLE SALE E IL REGISTA ANCORA SI INTERROGA SU QUANTO LO ABBIA CAMBIATO L’INCONTRO CON FRANCESCO. AL PUNTO CHE, PER LA PRIMA VOLTA, HA DECISO DI PRENDERSI UNA PAUSA PER RIFLETTERE. ANCHE SUL TEMA DEL FEMMINILE

«Nemmeno nei miei sogni più selvaggi avrei pensato di girare un film sul Papa. Lo avevo osservato attentamente, nel suo primo anno di pontificato, e mi era piaciuto. Ancora prima, quando lo hanno annunciato in tv, ero entusiasta: mi sono detto che chiunque sarebbe arrivato aveva un sacco di coraggio, per scegliere quel nome». A più di quarant’anni dagli esordi, il regista di Paris Texas e Il cielo sopra Berlino ha una carica straordinaria. È lo stesso motore che lo ha reso un artista instancabile nel continuare a ridefinire il suo gesto creativo. Cresciuto a Dusseldorf, ha masticato molto rock and roll e western hollywoodiani, assorbendo quell’iconografia made in the Usa che ci ha restituito in tanti dei suoi motel e centri commerciali, nella rappresentazione del West americano, nei jukeboxes e nelle musiche dei suoi film. Fra esperimenti e azzardi vari, fra cui un irriverente uso del 3D, Wenders non ha mai temuto il rischio, né i tonfi più clamorosi. Quindi stupisce, ma fino a un certo punto, Papa Francesco- Un uomo di parola, l’ennesimo, riuscitissimo, azzardo. Nelle sale dal 4 ottobre, presentato come evento speciale all’ultimo festival di Cannes, questo documentario è un lungo racconto-intervista in cui il cineasta tedesco lascia che Bergoglio risponda alle sue domande parlando direttamente agli spettatori. Un lavoro che trasuda ammirazione e che stupisce, se si pensa al passato politicamente impegnato di Wenders. Ma a vincere è lo stupore per la forza comunicativa del papa, degna di una rockstar. E che ha convinto lo stesso Wenders a cambiare, come racconta lo stesso regista in questa intervista.

Com’è stato incontrare il pontefice nel privato di un set? «Il primo giorno di riprese eravamo pronti da ore con la mia troupe. Eravamo tesi, ho detto a tutti “non gli chiederò di fare la stessa cosa due volte, non è un attore, non avrà trucco: quello che succede, succede”. Bergoglio è entrato nella stanza da solo, ha iniziato a stringere la mano a tutti, uno per uno, guardato tutti negli occhi. Ha mostrato cosa intende con parità, abbiamo sentito un contatto reale, è un uomo che non finge».

I messaggi che lancia dallo schermo ruotano intorno a famiglia, figli e relazioni, e sono molto semplici, eppure lasciano il segno. Perché? «Ho visto una madre sconvolta, quando Bergoglio le ha chiesto “passa tempo con suo figlio?”, in quel momento si è accorta di non farlo, di lasciarli soli con l’ipad. Anch’io sapevo di poter vivere con meno di quello che ho, ma mentre il papa mi parlava ho realizzato che mentivo a me stesso».

I suoi “sperperi”? «Compro 30 cd di musica ogni settimana e la maggior parte li ascolto una sola volta. Ho sempre accumulato, anche un mare di abiti, e se penso al numero di paia di scarpe che vedo nelle case dei miei amici, è impressionante. Evidentemente serve il papa a ricordarci che tutto questo è assurdo: lui indossa le stesse scarpe da 10 anni e si è presentato su una Fiat Panda».

Dopo questo incontro ha rivalutato la religione? «Sono una persona spirituale, ma non sono cattolico. La rigidità delle istituzioni mi spaventa, si prendono tutte più seriamente di quello che rappresentano».

Da re dei road movie  si è messo a girare in 3D, sfidando i colleghi d’Oltreoceano: anche lei è un uomo coraggioso.  «Hollywood non ha usato il 3 D, lo ha abusato, e senza prenderlo seriamente. Ci facevano solo film d’azione, invece di studiarlo come un cambiamento epocale, un nuovo linguaggio per il cinema».

Che lei ha usato per intimi drammi familiari e addirittura dialoghi fra amanti, quasi una sfida impossibile. «Con quella tecnologia lavorano parti diverse del cervello, che rintracciano anche la profondità, e gli occhi sono naturalmente diretti verso la persona che sta parlando. In pratica si è immersi in quello che guarda, mi è sembrato uno strumento perfetto per riportare i dialoghi al centro».

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ, n.  settembre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Bérénice Bejo: «Una signora parla anche di soldi».

05 giovedì Lug 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

Berenice Bejo, Cristiana Allievi, Grazia, L'incredibile viaggio del fachiro, Michel Hazanavicius, The artist, The Lost Prince

«Paul Newman accettò di togliersi una parte di compenso  per darla a Susan Sarandon, coprotagonista con lui sul set di Twilight. Magari oggi ci fossero attori di quel tipo». Berenice Bejo è determinatissima, soprattutto in tema di parità fra sessi, ed è quanto di più lontano dal personaggio che sta per interpretare nella commedia avventurosa L’incredibile viaggio del fachiro, Nelly, una diva annoiata. Il film di Ken Scott, in sala dal 4 luglio, racconta la storia di Aja (la bravissima star Bollywoodiana  Dhanush), un mago di strada di Mumbai che dopo la morte della madre parte per un viaggio davvero fuori dal comune alla caccia del padre che non ha mai conosciuto. Nelly è uno dei personaggi che lo aiuteranno a realizzare quanto la vita sia ricca di tesori. «Quando ho fatto vedere il film a mia figlia (Gloria, 7 anni, ndr) mi ha chiesto tutto il tempo “mamma, ma quando arrivi”? E io “tranquilla, ti assicuro che ci sono, arrivo fra poco…”», racconta divertita l’attrice di origine argentina, che arriva in scena più o meno a metà dell’opera nei panni di una famosa star annoiata dalla vita. E avendo girato la sua parte quasi interamente a Roma ne è stata colpita al cuore: «La scena che si svolge davanti alla fontana di Trevi mi ha emozionata, mi sono sentita di colpo in un film italiano degli anni Cinquanta e Sessanta». Argentina di Buenos Aires, è figlia di Miguel Bejo, un regista spagnolo, e dell’avvocatessa De Paoli, che quando aveva tre anni sono fuggiti dalla dittatura di Jorge Rafaél Videla portandola a Parigi. La sua storia artistica è sui generis. Da bambina sfiora una parte in un film di Gérard Depardieu, e quando non la ottiene si dispera. Poi, a 17 anni, rispondendo a un annuncio prende finalmente parte al suo primo film, algerino, ma per i successivi 20 anni resta praticamente una sconosciuta, finché non interpreta la star del cinema muto che regalerà a The artist, diretto dal marito Michel Hazanavicius, ben 10 nominations e cinque statuette agli Oscar. Ad agosto la coppia sarà di nuovo sul set, alle prese con un nuovo film insieme, The lost prince.

Come descriverebbe Nelly, la donna che interpreta in L’incredibile viaggio del fachiro? «È una famosissima attrice che ha fatto tutti i film che voleva, con tutti i registi che stimava, e ora è annoiata dalla vita e dal lavoro. Non le interessa più niente, e questo fatto mi piace moltissimo».

Perché? «È una donna stupida, ha tutto ed è infelice, mi diverte il ruolo».

Quando incontra Aja, l’indiano che si ritrova in stanza, chiuso in un baule, all’improvviso qualcosa in lei cambia. «È la diversità a colpirla. È stufa di gente che finge di essere brava nel lavoro, di avere belle storie da raccontare… In realtà tutti pensano solo ai solo, mentre quell’uomo ha davvero  qualcosa da dire, e le ricorda di quando ha iniziato a recitare lei, e tutto era possibile».

Ha ricordato qualcosa anche a lei? «Cerco sempre di scegliere progetti che abbiamo un punto di vista e vengano da persone convinte. Quando accetto un film devo allontanarmi da casa, deve interessarmi davvero: non sono un tipo di persona che può lavorare solo per soldi e fama».

Quando lavora come gestisce i suoi due figli? «Sono sempre stati a casa, non me li porto con me. Ma non sto mai via troppo tempo, e quando non ci sono io è presente il loro padre. Michel gira un film ogni tre anni, e sta sul set due mesi. Il resto del tempo lo passa a scrivere e montare, a Parigi. Siamo sempre noi a  portare i ragazzi a scuola, tutti i giorni, solo in casi rarissimi chiediamo aiuto ai nonni».

Il film parla di un viaggio incredibile, anche la sua storia di famiglia ne vanta uno degno di nota. «Sento connessione con chiunque viaggi lontano dalla propria casa, per problemi politici, a causa del mio passato. E anche se non sono come i miei genitori, che sono scappati, conosco quel feeling grazie a loro. Oggi parliamo sempre dei migranti, come fosse un’etichetta. Ma non esiste questo tipo di “gruppo”, ognuno è una persona a sé, un essere umano che andrebbe ascoltato».

Cosa le racconta sua madre degli anni in Argentina? «Da bambina mi diceva spesso “sei nata durante la dittatura”, e io le chiedevo “perché hai fatto due figlie in un simile contesto, quando eri costretta persino a  nasconderti?”».

Risposta? «Diceva che la vita è più forte di tutto, lei ci voleva e ci ha fatte. E la comprendo. Ho molti di amici ceceni e ruandesi a cui sono successe cose tremende, quando ne parlano ancora piangono. Ma ce la fanno a vivere, in qualche modo sono andati oltre».

 

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia del 28 giugno 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Vanessa Paradis: «Un po’ di follia è il mio regalo di nozze».

08 venerdì Giu 2018

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Moda & cinema, Personaggi, Senza categoria

≈ Lascia un commento

Tag

Cannes, Chanel, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Grazia, Knife+Heart, Vanessa Paradis

capricorn-vanessa-paradis-astrology.jpg

L’attrice francese Vanessa Paradis, 45 anni, star 71° Festival di Cannes con un film in concorso, Knife + Heart.

LA SEPARAZIONE DALL’ATTORE JOHNNY DEPP È IL PASSATO REMOTO. ORA L’ATTRICE E CANTANTE FRANCESE È TORNATA SOTTO I RIFLETTORI E HA VOGLIA DI FAR PARLARE DI SE’: CON UN NUOVO THRILLER A BASE DI SESSO E IL PRIMO MATRIMONIO DELLA SUA VITA

L’appuntamento è nella suite Chanel dell’hotel Majestic sulla Croisette. Ho appena visto Knife + Heart, di Yann Gonzales, il film passato in Concorso all’ultimo festival di Cannes di cui è protagonista e che a fine giugno sarà nelle sale di tutta la Francia. È il ritorno di Vanessa Paradis dopo un periodo di assenza dallo schermo, alla vigilia di un evento speciale: in luglio si sposerà (per la prima volta) con il regista e sceneggiatore francese Samuel Benchetrit, in una cerimonia per pochi intimi sull’isola di Ré, Francia. Per la ex signora Depp è il primo sì della vita: lei e Johnny non si sono mai sposati, nonostante due figli insieme, Lily-Rose e John. Dopo 14 anni di vita insieme, sei anni fa si sono separati bruscamente, quando il Pirata dei Caraibi, in piena crisi di mezza età, è stato travolto dalla passione per Amber Heard, vent’anni meno di lui. Come poi sia andata a finire (male), è storia nota. Difficile ignorare tutto questo, mi dico. Ma Vanessa è in ritardo, ho tempo per riordinare i pensieri. A 14 anni, con il tormentone Joe le taxi, Vanessa è finita al n. 1 delle classifiche francesi (ma anche al n.3 in Uk e al n. 4 in Italia). Poi ha cantato con artisti come Lenny Kravitz, con cui è stata fidanzata, e Serge Gainsbourg, che le ha scritto il secondo disco. E Be my baby, canticchiata un milione di volte, è una sua hit. «Mi scuso moltissimo per il ritardo», dice in modo diretto e sincero sapendo che la aspetto da 30 minuti. «La mia vita è un frullatore, e ogni volta che vengo a Cannes è un’avventura molto intensa, ormai l’ho capito». Indossa una camicia kimono di seta bianca a fiori, con il bordo color giallo intenso, portata sui jeans. Si accende una sigaretta, mi da subito l’impressione di essere una donna femminile e molto forte. «Ha visto il film? Spero non alle 8 del mattino…». Il motivo della preoccupazione è la trama di “un coltello nel cuore” (questa la traduzione del titolo originale francese), che la vede nel ruolo di una produttrice di film porno gay negli anni Settanta. Lesbica, bionda platinata, e soprattutto distrutta per la fine dell’amore con la sua editor e amante (Kate Moran), cerca di riconquistarla girando il suo film più ambizioso. Ma i suoi attori vengono uccisi uno dopo l’altro, e la sua vita è messa sotto sopra.

In Knife+heart ha ruolo a dir poco sorprendente. «Lo so, è un film folle. È stato un grande regalo per me. Quando fai cinema vuoi essere trasportata lontano da te stessa. Un personaggio con cui posso giocare è una gioia, per questo motivo non ho mai dubitato della mia eroina underground, che è ispirata alla figura di una regista veramente esistita. Ma so che tutti sono stupiti dalla mia scelta».

Si è chiesta perché tanta meraviglia? «Credo che non lo sarebbero se avessi accettato il ruolo di una serial killer, o di una zombie. Ma qui si tocca la sessualità, e peggio ancora l’omosessualità fra persone ai margini, tutte cose che in fondo si pensa non dovrebbero esistere».

Lei fa spesso scelte provocatorie. Il suo secondo disco, Variations sur le meme t’aime, lo aveva scritto il cantautore più dannato di Francia, Serge Gainsbourg.  «Amo le persone, amo viaggiare e amo la vita. Sono irresistibilmente attratta da chi non ha il mio background, mi piace la diversità».

Diversi ma il top, considerato che ha lavorato con icone  come Alain Delon e Jean Paul Belmondo ed è ambasciatrice della maison da quasi tre decadi. «Sono stata molto fortunata, molti eventi del mio lavoro dipendono dal desiderio altrui. Altre attrici provocano le cose, acquistano i diritti di un libro, scrivono una sceneggiatura, io non sono così. Il film con Delon è arrivato perché Patrice Lecomte voleva dirigerlo, e poi ha scelto me».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 25 del 7/6/2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

James Ivory: «Festeggio 90 anni con il DVD di Chiamami col nome e penso a Shakespeare»

08 venerdì Giu 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Oscar 2018, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

Camera con vista, Casa Howard, Chiamami col tuo nome, Cristiana Allievi, GQ, James Ivory

1528447625_james-ivory-1280-1280x628.jpg

James Ivory, regista, produttore e sceneggiatore, 90 anni, alla premiazione degli Oscar 2018 (courtesy GQ.it).

Per i 90 anni dell’autore di “Camera con vista” e “Casa Howard”, un regalo speciale: l’uscita homevideo del film che gli ha finalmente portato l’Oscar, “Chiamami col tuo nome”, premiato per la sua sceneggiatura

Lo hanno sempre definito il più europeo dei registi americani. E nonostante James Ivory, che è anche anche sceneggiatore e produttore, ripeta di non avere niente di inglese, basta dare un occhio ai suoi film, soprattutto a quel fiume di candidature agli Oscar che hanno avuto Camera con vista, Quel che resta del giorno e Casa Howard, per non essere tanto d’accordo.

Se lo si incontra, più che un californiano sembra un gentleman inglese dal bon ton d’altri tempi. Anche i gusti e gli interessi sono distanti un bel po’ da quelli hollywoodiani, forse perché ha sempre vissuto a New York. Comunque, è impossibile parlare di James Ivory al singolare, visto che dal 1961 “lui” è la Merchant Ivory Productions, fondata con Ismail Merchant, produttore indiano a cui si è legato e con cui ha dato vita a decine di film e documentari, girati in ogni angolo di mondo. Nonostante Ismael sia mancato all’improvviso, 13 anni fa, Ivory continua a usare il plurale riferendosi ai suoi lavori. Specializzato in architettura e storia dell’arte, ha compiuto 90 anni il 7 giugno, lo stesso giorno in cui è uscito in DVD Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, con cui quest’anno ha vinto il suo primo Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

In una carriera lunga come la sua, in cui ha vinto 50 premi ed è stato nominato quattro volte agli Oscar, cosa rappresenta la sua prima statuetta?
«Il significato speciale di questa vittoria non è che sono vecchio, ma che me l’abbiano attribuita per una sceneggiatura. Avevo lavorato con sceneggiatori ad altri film, ma ho scritto Chiamami col tuo nome completamente da solo, e per me significa molto».
Pensavo lo avesse scritto con Guadagnino.
«Luca non scrive in inglese, ma solo in italiano».

È il premio più importante della sua carriera o ne ha vinti di minori che significano di più?
«No, credo che se fai film che vanno in tutto il mondo, e se li fai per il pubblico, un Oscar sia il riconoscimento supremo».

Come lo ha festeggiato?
«Ero con molti amici, abbiamo bevuto parecchio champagne».

Dove si trovava?
«A Los Angeles, mi sono trattenuto per vari giorni e per festeggiamenti ripetuti. E quando sono tornato a casa, a New York, abbiamo ricominciato».

Lei è un maestro nei ritratti di famiglia: in questo film ne vediamo di nuovo uno che mette a confronto varie culture.
«In effetti mi piacciono le grandi storie di famiglie, in cui tutti hanno idee diverse e c’è molto confronto».

Ricorda la prima volta che ha incontrato Luca Guadagnino?
«Era a una festa a Roma, molti anni fa, poi ci siamo rincontrati di nuovo in occasione della festa del mio film, Quella sera dorata. È stato un incontro importante».

Era dispiaciuto che non abbia vinto l’Oscar per la miglior regia? In molti pensano che la meritasse…
«È capitato anche a me. Sono stato nominato come miglior regista agli Oscar per tre volte, ma in due occasioni è stata Ruth Prawer Jhabvala a vincere con la miglior sceneggiatura di Casa Howard e Camera con vista. Sono stato contento perché si trattava di una cara amica, ma mi è sempre sembrato strano: se vince una sceneggiatura, uno dei motivi è che il regista ha fatto un lavoro straordinario e ha attori meravigliosi. Lo stesso discorso vale per Chiamami col tuo nome. Quello che Luca ha fatto è stato straordinario, e così gli attori, cosa che mi ha fatto riflettere».

Cosa vuole dire?
«Che non è stato nominato perché non appartiene alla corporazione dei registi americani, e lo meriterebbe».

Chiamami col tuo nome riporta alla dinamica del primo innamoramento, ricorda il suo?
«Lo ricordo eccome. Ma a 17 anni senti una forte attrazione mista alla paura di non piacere, tutti fenomeni che ricordo, ma non sono sicuro che si possano definire “primo amore”».

L’Italia del suo Camera con vista era quella del 1895, quanto l’ha trovata diversa dal set di Chiamami col tuo nome?
«Molto, innanzitutto i protagonisti di quel film vivevano in una pensione, non in una villa. Poi secondo la mia sceneggiatura la storia avrebbe dovuto svolgersi in Sicilia, di fronte all’Oceano. Il romanzo di Aciman si svolge in Liguria, ma non c’era modo di girare lì, perché era estate, e Luca temeva che sarebbe stato pieno di turisti. Abbiamo pensato alla Puglia, volevamo i templi greci che non ci sono al Nord. Al tempo delle riprese la Sicilia e la Puglia erano impossibili, per i costi troppo alti, e tutti i piani sono cambiati. Quello che avevo scritto all’inizio si è trasformato».

Ismail Merchant avrebbe amato Chiamami con tuo nome?
«Ne sarebbe stato entusiasta, e avrebbe contribuito alla fotografia».

Ultima domanda: girerà Riccardo II?
«Se trovo i soldi inizio subito le riprese. Credo di essere il regista più anziano che vuole girare un film shakesperiano, ma ho ancora fiducia…».

Intervista pubblicata su GQ.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Valerio Mastandrea: «Non sono più solo nel deserto».

06 mercoledì Giu 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi, Torino Film Festival

≈ Lascia un commento

Tag

divorzio, esordio alla regia, matrimonio, Ride, Tito e gli alieni, Valerio Mastandrea

 

valerio-mastandrea-08.jpg

L’attore Valerio Mastandrea, 46 anni.

AL CINEMA È UN UOMO CHE VIVE IN ISOLAMENTO PERCHE’ HA PAURA DEI PROPRI SENTIMENTI. LA STESSA SFIDA CHE L’ATTORE HA DOVUTO AFFRONTARE ANCHE FUORI DAL SET, DOPO UNA SEPARAZIONE DOLOROSA. FINCHE’ HA SCOPERTO, COME RACCONTA, CHE PER STARE BENE BASTA NON TEMERE DI ESSERE AMATI

«Oggi ti deluderò, invecchiando si peggiora». Scherza, Valerio Mastandrea, ma ascoltandolo parlare mi accorgerò presto di quanto sia vero il contrario. L’occasione del nostro incontro è il film Tito e gli alieni, di Paola Randi, passato in anteprima al festival di Torino e al cinema dal 7 giugno. «Sono almeno sei anni che ho smesso di credere che il lavoro non influisca sulla mia vita, un film lo fa addirittura quando scelgo di girarlo, oltre che dopo. Tito e gli alieni è arrivato in un momento molto delicato, in cui ero solo, in mezzo a un deserto, come accade in una scena del film. È un’immagine che mi rappresentava molto». Nella scena l’attore è seduto su un divano, in mezzo al nulla, sotto un cielo di stelle. Una metafora che racconta la sua separazione da Valentina Avenia, attrice e autrice tv con cui ha avuto il primo figlio, Giordano, otto anni. E pensare che solo una manciata di anni fa, Valerio mi avrebbe detto “per favore puoi non chiedermi niente di me e parlare solo del film?”. L’arrivo di Giordano, mi accorgo,  dev’essere stato un po’ come quello di Tito e Anita nel film. Sono i suoi nipoti di 7 e 16 anni che, rimasti orfani, lo raggiungono in Nevada, dove lui è uno scienziato vedovo e solitario che lavora vicino all’Area 51, una zona militare a nord di Las Vegas. I due lo strapperanno alla solitudine e all’isolamento in cui vive dopo aver perso la moglie. Nella vita vera Valerio Mastandrea era un ragazzo timido che ha iniziato ad andare in tv a 19 anni (dopo il liceo scientifico e due anni di università), grazie a Maurizio Costanzo che gli ha dedicato intere puntate del più famoso talk show italiano. Oggi di anni ne ha 46 e oltre a lavorare in teatro è un pilastro del nostro cinema, con un centinaio di film all’attivo e collaborazioni con Virzì, Archibugi, Scola, Vicari, Piccioni, Ozpeteck, e persino Rob Marshall, che lo ha voluto negli Usa in Nine. All’ultimo festival di Cannes è stato il fratello di Riccardo Scamarcio in Euforia, secondo film di Valeria Golino. E presto vedremo il suo primo lavoro da regista, Ride, che ha per protagonista la sua nuova compagna, Chiara Martegiani, con molta probabilità alla prossima Mostra di Venezia.

Tito e gli alieni è un film molto originale. Fra i momenti toccanti che regala c’è la scena in cui lei fa le prove per prepararsi a ricevere i suoi nipotini. Ne ha fatte anche prima di diventare padre? «Meno ne fai e meglio è, quando le emozioni non passano dalla mente fanno meglio a tutti».

Sbaglio o suo figlio Giordano le sta insegnando a lasciarsi andare di più? «È così. Lui è il più bel viaggio della mia vita, e forse anche il più sano, il più reale. Credo sia il motivo per cui diventare genitori spaventa».

La sta aiutando anche a diventare più consapevole della sua storia di figlio? «Un amico mi ricorda spesso “un figlio ti scandisce il tempo che ti resta”, è una frase tremenda ma anche molto vera. Significa che se non hai fatto i conti con quello che sei stato, è meglio che ti sbrighi a farli. È quello che racconta Tito e gli alieni, in modo toccante».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 24 del 31/5/2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

Anastacia: «Ho imparato a volermi bene».

06 domenica Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in Musica, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

Anastacia, Cristiana Allievi, donne forti, Evolution, Grazia, interviste, music, pop music

Anastacia.jpg

La cantante Usa Anastacia, 49 anni (Courtesy Urban Post). 

«Ho cambiato casa discografica, mi sono sposata, ho divorziato, ho avuto il secondo cancro ed è stato davvero un colpo durissimo. Diciamo che sono arrivata a toccare il fondo e ho dovuto ricominciare daccapo». Parole, queste, che mi fanno sobbalzare sulla sedia. Poi faccio due conti, e mi accorgo che gli incontri con Anastacia sono sempre stati di questa intensità. È una donna molto forte, vulcanica, e le interviste con lei vibrano della stessa energia. Mi torna in mente l’ultima volta che l’avevo incontrata, mi aveva detto di aver scoperto il primo cancro al seno grazie alla voglia di ridurlo di due taglie, «mi dava fastidio, anche quando salivo sul palco, e per fortuna grazie a questo mio disagio i medici sono intervenuti subito, asportando il male e riducendomi il seno di un terzo del volume». Credevo fosse tutto, invece dieci minuti dopo, ascoltando i suoi riferimenti temporali,  mi ero accorta che i conti non tornavano: è stato il suo modo di raccontarmi che aveva sempre mentito sulla sua età: «Non ero mai stata in clinica per disintossicarmi, non ero una bad girl, avevo una voce da nera in un corpo da bianca, non sapevano come “etichettarmi”… Mi hanno detto “Vai bene, ma dovresti avere 23 anni…”. Togliermi sei anni è stato l’unico compromesso che ho accettato, e non intendo più farlo». E oggi ride con quella voce portentosa che si ritrova e un timbro che le è valso 30 milioni di dischi venduti, forse più. Le ricordo questi episodi del passato e lei prende la palla al balzo: “la prima parte della storia è sempre la stessa, adesso le racconto la seconda…”. La scusa è l’uscita di Evolution, a 18 anni dal suo debutto discografico, disco che l’artista di Chicago porterà in un tour che passerà presto dall’Italia: prima data a Brescia, il 6 maggio.

Evolution viene dopo Resurrection, una conseguenza logica, in effetti. «Pensi che il mio nome significa proprio “resurrezione”, ma Evolution è stato un passo successivo, un ritrovare davvero me stessa. Nel 2006 mi ero persa nel business, avevo davvero bisogno di staccare la spina perché  dopo il primo cancro avevo corso troppo. Invece non l’ho fatto,  e nel 2013 me ne hanno diagnosticato un secondo tumore, lì sono crollata».

Cambiamenti alla mano, negli ultimi 10 anni lei ha vissuto praticamente tre vite… «Diciamo che sono arrivata a toccare il fondo ( ha contribuito anche il divorzio da Wayne Newton, il suo bodyguard, con cui è stata sposata dal 2007 al 2010, ndr), ho dovuto ricontattare davvero la mia parte femminile e ricostruire tutto di me, eccetto la voce. Mi sono accorta che con il disco precedente stavo cercando di mantenermi occupata, lavorare era un modo per dirmi che non era finita. Adesso sono una donna nuova, anche se questo album contiene ancora elementi del 2007».

Si sarà confrontata con varie paure. «Soprattutto ho dovuto realizzare che non ero una vittima, e che se vuoi essere sana e vivere una vita gioisa devi accorgerti che la maggior parte delle volte l’ostacolo sei tu stessa. Mi sono guardata dentro e ho fatto un inventario di quello che stavo permettendo, mangiando, pensando».

Precisamente? «Mangiavo male, un’italiana come lei inorridirà a sentire che facevo fuori i ravioli direttamente dalla lattina, non ci facevo nemmeno caso. Il problema è che quando hai il morbo di Chrones bruci tutto, quindi mi bastava ingerire calorie, non sapevo di fare cose terribili per il cancro. Oggi sono molto più intelligente col cibo e da cinque anni non bevo più alcol».

Altri aspetti guariti? «Oggi mi accorgo delle cose sbagliate, prima non ero brava a scegliere i collaboratori giusti, e nemmeno gli uomini. Quando sono stata tradita ho scritto nelle canzoni che non me lo meritavo, ma se mi volto indietro vedo che stavo accontentandomi degli scarti, senza saperlo. “Voglio davvero avere il cuore a pezzi?”, mi sono chiesta, e la risposta era no, quindi dovevo cambiare strada».

 Come? «Non ripetendo gli stessi errori, è così che le cose cambiano».

Quando ci siamo incontrate l’ultima volta aveva scritto in una canzone, “non amerò mai più così”, e quando le ho chiesto cosa intendesse dire mi ha risposto che non avrebbe mai più vissuto un sentimento così intenso. «All’epoca ero sposata, quando divorzi scopri più verità rispetto a quello che credevi essere l’amore. Io ho scoperto che quello che avevo davanti non era ciò che desideravo per il futuro, anche se ero più che grata a quella persona: è anche merito suo se sono arrivata fin qui».

 

(…continua) 

Intervista pubblicata su Grazia del 3/5/2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Loro 1 regala sorprese che non ti aspetti

25 mercoledì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Politica

≈ Lascia un commento

Tag

Cinema Italiano, Cristiana Allievi, GQ, GQ Italia, Loro, Paolo Sorrentino, società, Toni Servillo

1524593710_loro-1-1280-1280x628.jpg

Il regista Paolo Sorrentino sul set di Loro, con gli attori Toni Servillo (a destra) e Giovanni Esposito (a sinistra).

È nelle sale l’attesissimo film diretto dal premio Oscar Paolo Sorrentino e scritto insieme a Umberto Contarello sulla vita, privata e politica, dell’ex Cavaliere Silvio Berlusconi, fra il 2006 e il 2010 (dalla caduta del terzo governo alla crisi del quarto).

Come annunciato, l’opera è divisa in due parti, e dopo quella che si vedrà stasera, intitolata Loro 1, il 10 maggio sarà la volta di Loro 2.
Per valutare l’intero lavoro occorrerà averlo visto per intero ma già la prima tranche riserva diverse sorprese:

Un incipit (come sempre) curioso

Una bellissima pecora dal giardino di Villa Certosa, in Sardegna, entra in un immenso soggiorno deserto. Si ferma sulla soglia, restando ipnotizzata da tre schermi che rimandano immagini di Mike Bongiorno (Ugo Pagliai) che conduce Quiz nel silenzio. Mentre se ne sta lì, un po’ intontita, la temperatura del condizionatore scende a zero gradi, facendola fuori.
Un inizio che fa capire che qui non si scherza, e annuncia anche il senso del film.
PS: nel corso dei 104 minuti faranno capolino anche un rinoceronte, un serpente e un topo, a corollario di un bestiario fatto di segretari, aspiranti subrette, faccendieri, escort e parlamentari.

Perché quel titolo, Loro?

Il “Loro”, numero 1 e 2, si riferisce a “quelli che contano”, come racconta l’imprenditore pugliese Sergio Morra – “Gianpi” – Tarantini, personaggio interpretato da Riccardo Scamarcio.
Questa scelta fa comprendere che lo spettatore sarà accompagnato dentro un mondo, un “sistema pensiero”, che dal suo vertice e ispiratore si è esteso a macchia d’olio.

L’ex premier c’è ma…

Così come il titolo, anche una logica costruzione registica non punta dritto sull’ex Premier. Silvio Berlusconi, piuttosto atteso, arriva in scena a un’ora dall’inizio affidato alla straordinaria arte di Toni Servillo. Come accade ai pittoreschi personaggi del racconto (alcuni veri e alcuni di fantasia – avvisa Sorrentino nell’apertura del film), tutti intenti ad arrivare a LUI – così viene registrato, in stampatello maiuscolo, il nome di Berlusconi sui cellulari dei membri della sua corte – allo stesso modo lo spettatore deve soffrire un po’ prima di incontrare il cuore del film.

13.LORO 1_Elena Sofia Ricci_03091_photo by Gianni Fiorito.jpg

eElena Sofia Ricci è Veronica Lario nel film (foto di Gianni Fiorito).

Accordati alla perfezione

Da Riccardo Scamarcio a Kasia Smutniak, che qui si chiama Kira ed è la donna più vicina a LUI, da Elena Sofia Ricci a Euridice Axen, già in The young Pope, i personaggi sembrano accordati alla perfezione con la partitura da interpretare. Nel loro muoversi tutto è chiarissimo, desideri, aspirazione, psicologia, aspettative, gesti, abiti di scena.
L’ex moglie di Berlusconi, un’eccellente Elena Sofia Ricci-Veronica Lario, regala un’interpretazione così densa da
far si che lo spettatore abbia un tarlo continuo nella mente: cosa ha legato due persone simili, considerato che lui non pensa ad altro che a giovani donne, potere e denaro, e lei ad andare ad attraversare la Cambogia a piedi? Colpisce anche il sentimento di lei, che spera ancora di farsi riconquistare da un marito che le mente inesorabilmente.

E poi c’è il gigante Servillo

Quando arriva sulla scena lascia di stucco, non solo per la somiglianza estetica con Berlusconi ma per il lavoro psicologico sul personaggio che lo porta a essere estroverso, buffone, spaccone, e forse solo un filo troppo milanese nell’accento. Quello che dice e che fa, come vestirsi da odalisca per far sorridere una moglie già sul piede di guerra, riesce ancora a sorprendere, perché avvolto da una specie di magia compiuta da Servillo.

La strada morbida: tanto i fatti si commentano da soli

Alla fine di questa prima parte di film si realizza che Sorrentino non ha usato una forza muscolare per presentare il suo Berlusconi, tutt’altro. Ha preferito la strada morbida, per scavare in una coscienza, consapevole che i fatti nudi e crudi si commentano da soli. Ha preferito essere quasi empatico col suo personaggio, ha scelto di avvicinarsi all’animo di un uomo che evidentemente non riesce a comprendere del tutto, nonostante lo abbia definito “un mistero avvicinabile, a differenza di tanti suoi colleghi del passato”. Sorrentino dimostra che con la dolcezza si ottiene tutto: lo spettatore lascia la sala con un senso di amarezza che, dalla mente, con lo scorrere dei minuti scende dritta al cuore. Soprattutto quando, sullo schermo, appare un musicista d’eccezione, che ruba la scena ad Apicella… Ma non spoileriamo troppo.

Articolo pubblicato su GQ.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Isabelle Huppert: «Quella escort sono io».

20 venerdì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

Biancaneve, Cristiana Allievi, Eva, Gaspard Ulliel, interviste illuminanti, Isabelle Huppert, prostituta al cinema, Teodora film

È AL SUO ENNESIMO RUOLO AMBIGUO E SCANDALOSO. TRA POCHI GIORNI ISABELLE HUPPERT SARA’ AL CINEMA PER INTERPRETARE UNA PROSTITUTA CHE FA PERDERE LA TESTA A UN IUOMO MOLTO PIU’ GIOVANE. A GRAZIA CONFIDA DI INTERPRETARE DONNE DIVERSE DA LEI CON IL SOLO USO DELL’ISTINTO. E QUELLA VOGLIA DI OSARE CHE NON L’ABBANDONA MAI

30741685_10215535956929320_1770304340234338304_n (1).jpg

L’attrice francese Isabelle Huppert, 65 anni, fotografata da Sabine Villard (courtesy of Grazia)

«Mi piacciono l’ambiguità e la complessità senza limiti, le persone che non afferri del tutto e che puoi addirittura scambiare per immaginazioni. Mi piace anche indagare il nostro senso di identità, al di là dei comportamenti che abbiamo. La verità è che non siamo mai sicuri né di chi siamo né di come ci percepiscono gli altri…». Pantaloni neri a sigaretta e pullover rosa cipria, Isabelle Huppert è seduta davanti a me, in un hotel di lusso nel cuore di Berlino. La scusa del nostro incontro è il film Eva, in cui Benoit Jaquot la dirige per la sesta volta e che dopo essere stato presentato all’ultima Berlinale sarà al cinema dal 3 maggio distribuito da Teodora. Non potrei avere argomento di conversazione migliore, visto che nel film Eva è una donna molto misteriosa che diventa l’oggetto del desiderio di Bertrand (Gaspard Ulliel), un ragazzo molto più giovane di lei che afferma di essere uno scrittore. Ma è un’identità che ha rubato e in cui resterà intrappolato, come del resto Eva, che ha una famiglia e allo stesso tempo fa la escort d’alto bordo. «Sono stata più volte una prostituta sullo schermo, e in ognuno di quei film c’è una persona differente dietro. Ricordo per esempio in Silvia oltre il fiume, di Oliver Dahan, ero una donna con i capelli tinti di  biondo, le unghie blu e il rossetto rosa, su tacchi altissimi. In Si salvi chi può, di Jean Luc Godard, ero una donna opposta: senza alcun dettaglio esterno che indicasse la mia professione, a parte l’uniforme, fatta di stivali, minigonna, e modo di fumare. E questa Eva è una prostituta senza maschere, indossa solo una parrucca». Ha girato 150 film, fra cinema e tv, una quindicina dei quali da quando ha vinto il Golden Globe per Elle, di Paul Verhoeven, che le è valso anche la candidatura agli Oscar. 65 anni, fisico molto asciutto nonostante abbia avuto tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, con Ronald Chammah, è già sul set del prossimo film di Anne Fontaine, una nuova versione di Biancaneve. «Io non sono Biancaneve», butta lì come provocazione, «ma potrei esserlo! Vedrete una versione contemporanea con una sceneggiatura straordinaria». E visto che i contrasti sono il suo forte, ci lasciamo la favola alle spalle e torniamo a Eva, il nuovo adattamento del romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo da Joseph Losey nel 1961, con Jeanne Moreau come interprete.

Ha capito perché la donna che interpreta fa la prostituta? «Buona domanda. Benoit aveva bisogno di qualcosa di forte, per far riflettere.  Leggendo la sceneggiatura non ero sicura di chi fosse Eva, se una donna divisa, triste o felice, e questo aspetto mi piace molto. Non si sa nemmeno se è una prostituta occasionale o temporanea, non lo sappiamo e non vogliamo saperlo».

È un film perfetto per questo momento di rivendicazione femminile che stiamo vivendo: Eva ha un uomo molto più giovane di lei, che addirittura la paga, è quasi una nuova icona di indipendenza. «Tutti rileggono il contenuto in quella direzione a causa del momento in cui viviamo. Mi va bene, purché non limiti l’immaginazione degli spettatori».

Cos’ha questa donna di diverso da tutte quelle in cui si è calata fin qui? «È vista attraverso gli occhi di un uomo, e ha svariate facce. Non l’ho percepita come una persona doppia, che significherebbe consapevole e manipolatoria, piuttosto come una donna divisa, quindi una figura fragile».

Questo look dark è molto interessante… «Abbiamo cercato qualcosa che funzionasse, avrei potuto avere anche i capelli biondi, ma per qualche motivo il caschetto nero si è rivelato perfetto».

Temeva il confronto con la  Jeanne Moreau di Il diario di una cameriera, di Luis Bunuel? «Non ho visto il film, non ne ho sentito il bisogno, ma ho sentito dire che ha un contesto molto diverso. A volte le cose accadono, altre no, e forse non volevo esserne influenzata, non volevo copiare qualcosa».

Lei si cura di come la percepiscono gli altri? «No, ma a volte quando  sento la gente dire cose belle su di me mi chiedo se me le merito davvero. Ma poi ci pensano i miei figli a sistemare le cose».

Cosa intende? «Mio figlio mi prende in giro, quando legge belle cose su di me mi guarda con la faccia da spaccone come per dire “mamma, a me no la racconti…”, un gioco che mi diverte molto».

Poco tempo fa ho incontrato sua figlia Lolita, attrice, mi è sembrato che il confronto con lei sia un tema delicato. «Non ama essere scocciata con la fama della madre, lo trovo un fatto comprensibile».

Lei trova più facile confrontarsi con l’ammirazione o con le critiche? «L’ammirazione la gestisci, le critiche devi comprenderle. Ho capito che ci sono cose che le persone faticano a descrivere».

Ad esempio? «Per La pianista, o lo stesso Elle, in cui le protagoniste superano un certo limite, si sono usati aggettivi come “perverso”, o “sadomaso”, che indicano le difficoltà che quei film sollevano nello spettatore. Poi però diventano un successo mondiale, e capisci che se si trattasse solo di perversione la gente non andrebbe a vederli. Insomma, capisco che le persone ne sono toccate, a un certo livello, motivo per cui vado avanti».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19 Aprile 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Isabelle Binoche: «Non sarò mai la moglie di nessuno».

17 martedì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

amore, cinema, Cristiana Allievi, donne come noi, Grazia, Juliette Binoche, L'amore secondo Isabelle, relazioni

Estrae dalla borsetta un paio di occhiali da presbite, e mi legge alcune parole che pronuncerà a breve, ritirando un premio alla carriera. Un gesto semplice e apparentemente insignificante, ma che sembra dire “sono molto rilassata rispetto al passare del tempo”. Ho davanti a me Juliette Binoche, la donna che “se ne frega”. Ha detto no a Jurassic Park di Spielberg e a Mission: Impossibile con Tom Cruise, per evitare i tic della fama hollywoodiana, ma ha fatto lo stesso anche con gli inviti a cena da parte di Bill Clinton e di Francois Mitterand. Poi però, quando le va, si butta in imprese più che rischiosep e run’attirce del suo calibro: nel 2008 aveva danzato al National Theatre con un guru come il coreografo Akram Khan, e l’anno scorso ha cantato nel disco tributo che il pianista Alexandre Tharaud ha reso alla cantante e attrice francese Barbara. Pantaloni a palazzo neri su tacchi vertiginosi, ha un fisico davvero invidiabile e soprattutto una luce negli occhi che a 53 anni le regala un’incredibile freschezza. L’ho appena vista in due film,  il primo è L’amore secondo Isabelle, di Claire Denis, al cinema dal 19 aprile, tratto dai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes e adattato dalla scrittrice Christine Angot. Qui interpreta un’artista separata dal marito che cerca negli uomini e nell’amore qualcosa di assoluto, ruolo per cui ha ottenuto nomination come miglior attrice ai César, agli EFA e ai Prix Lumières. L’altro film è la commedia di Noémie Saglio Tale madre tale figlia (ancora inedita in Italia), in cui lei è la madre divorziata e spensierata di una trentenne molto metodica e organizzata. Le due vivono sotto lo stesso tetto e si ritrovano ad aspettare un figlio nello stesso momento, mal sopportando l’idea. Nella vita vera Juliette ha avuto due figli da uomini diversi, Leos Carax e Benoit Magimel,  e custodisce molto caparbiamente i dettagli delle sue relazioni. Tanto che, dopo un lungo ritorno di fiamma con un suo ex, l’attore e musicista Patrick Muldoon, non conferma (né smentisce) di essere single.

Com’è stato calarsi in una donna alla disperata ricerca d’amore? «Ho sempre amato indagare questo tema e le sue difficoltà, perché ci riguardano tutti. La sceneggiatura è di una donna che ha sempre scritto romanzi, questa è la sua prima volta al cinema. È stata anche la mia prima volta con Claire Denis, la complicità di tre donne è stata straordinaria».

 Nel film la donna cerca il vero amore, per lei esiste? «Dipende da cosa intende per vero amore. Quello che dura per sempre? È dentro di noi, se lo cerchiamo fuori non esiste, ed è il motivo per cui soffriamo così tanto».

Ha dichiarato “i nostri partner possono aiutarci a trovare l’amore che abbiamo dentro di noi ”. «È così, e se non ti aspetti niente dall’altra persona le cose vanno anche meglio».

Nella sua vita quattro uomini hanno tentato di sposarla  non è mai successo, perché? «Non era mai il momento giusto, me lo hanno chiesto sempre quando le cose andavano male. Comunque non ho mai detto “no”, semplicemente non ho risposto…».

Cantare, danzare, mostrarsi nuda sul set sembrano situazioni che sembrano non spaventarla. C’è qualcosa che ha il potere di farlo? «Scherza? Sono terrorizzata quando faccio queste cose, non ne parliamo di cantare! Ma credo che si debba entrare nelle proprie paure, e parlando di Barbara non potevo non cantare, l’ho fatto da attrice. Ho scoperto molte cose nuove sulla voce, e su come mettere le mie emozioni nel canto, lo stesso ho fatto nella danza… Insomma, non sono vaccinata, ho paura come tutti».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 12 Aprile 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Iscriviti

  • Articoli (RSS)
  • Commenti (RSS)

Archivi

  • gennaio 2026
  • dicembre 2025
  • novembre 2025
  • ottobre 2025
  • settembre 2025
  • agosto 2025
  • aprile 2025
  • marzo 2025
  • febbraio 2025
  • gennaio 2025
  • dicembre 2024
  • novembre 2024
  • ottobre 2024
  • settembre 2024
  • agosto 2024
  • luglio 2024
  • giugno 2024
  • Maggio 2024
  • aprile 2024
  • marzo 2024
  • febbraio 2024
  • gennaio 2024
  • dicembre 2023
  • novembre 2023
  • ottobre 2023
  • settembre 2023
  • agosto 2023
  • luglio 2023
  • giugno 2023
  • Maggio 2023
  • marzo 2023
  • febbraio 2023
  • dicembre 2022
  • novembre 2022
  • ottobre 2022
  • settembre 2022
  • luglio 2022
  • giugno 2022
  • Maggio 2022
  • aprile 2022
  • marzo 2022
  • febbraio 2022
  • gennaio 2022
  • dicembre 2021
  • novembre 2021
  • ottobre 2021
  • giugno 2021
  • Maggio 2021
  • aprile 2021
  • marzo 2021
  • febbraio 2021
  • dicembre 2020
  • novembre 2020
  • ottobre 2020
  • settembre 2020
  • agosto 2020
  • luglio 2020
  • giugno 2020
  • Maggio 2020
  • marzo 2020
  • febbraio 2020
  • novembre 2019
  • settembre 2019
  • luglio 2019
  • giugno 2019
  • Maggio 2019
  • aprile 2019
  • marzo 2019
  • febbraio 2019
  • gennaio 2019
  • dicembre 2018
  • novembre 2018
  • ottobre 2018
  • settembre 2018
  • agosto 2018
  • luglio 2018
  • giugno 2018
  • Maggio 2018
  • aprile 2018
  • marzo 2018
  • febbraio 2018
  • gennaio 2018
  • dicembre 2017
  • novembre 2017
  • ottobre 2017
  • settembre 2017
  • agosto 2017
  • luglio 2017
  • giugno 2017
  • Maggio 2017
  • marzo 2017
  • febbraio 2017
  • gennaio 2017
  • dicembre 2016
  • novembre 2016
  • ottobre 2016
  • settembre 2016
  • agosto 2016
  • luglio 2016
  • giugno 2016
  • Maggio 2016
  • marzo 2016
  • febbraio 2016
  • gennaio 2016
  • dicembre 2015
  • novembre 2015
  • ottobre 2015
  • settembre 2015
  • agosto 2015
  • giugno 2015
  • Maggio 2015
  • aprile 2015
  • marzo 2015
  • febbraio 2015
  • gennaio 2015
  • dicembre 2014
  • novembre 2014
  • ottobre 2014
  • settembre 2014

Categorie

  • Academy Awards
  • arte
  • Attulità
  • Berlinale
  • Cannes
  • cinema
  • Cultura
  • danza
  • Emmy Awards
  • Festival di Berlino
  • Festival di Cannes
  • Festival di Sanremo
  • Festival di Taormina
  • Fotografia
  • giornalismo
  • Golden Globes
  • Letteratura
  • Lusso
  • Miti
  • Moda & cinema
  • Mostra d'arte cinematografica di Venezia
  • Musica
  • Netflix
  • Oscar
  • Oscar 2018
  • Personaggi
  • pittura
  • Politica
  • Quella volta che
  • Riflessione del momento
  • Senza categoria
  • Serie tv
  • Sky
  • Sport
  • Sundance
  • Teatro
  • Televisione
  • Torino Film Festival
  • Zurigo Film Festival

Meta

  • Crea account
  • Accedi

Blog su WordPress.com.

Privacy e cookie: questo sito usa cookie. Continuando a usare questo sito, si accetta l’uso dei cookie.
Per scoprire di più anche sul controllo dei cookie, leggi qui: Informativa sui cookie
  • Abbonati Abbonato
    • Cristiana Allievi
    • Unisciti ad altri 88 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • Cristiana Allievi
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra
 

Caricamento commenti...