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«Paul Newman accettò di togliersi una parte di compenso  per darla a Susan Sarandon, coprotagonista con lui sul set di Twilight. Magari oggi ci fossero attori di quel tipo». Berenice Bejo è determinatissima, soprattutto in tema di parità fra sessi, ed è quanto di più lontano dal personaggio che sta per interpretare nella commedia avventurosa L’incredibile viaggio del fachiro, Nelly, una diva annoiata. Il film di Ken Scott, in sala dal 4 luglio, racconta la storia di Aja (la bravissima star Bollywoodiana  Dhanush), un mago di strada di Mumbai che dopo la morte della madre parte per un viaggio davvero fuori dal comune alla caccia del padre che non ha mai conosciuto. Nelly è uno dei personaggi che lo aiuteranno a realizzare quanto la vita sia ricca di tesori. «Quando ho fatto vedere il film a mia figlia (Gloria, 7 anni, ndr) mi ha chiesto tutto il tempo “mamma, ma quando arrivi”? E io “tranquilla, ti assicuro che ci sono, arrivo fra poco…”», racconta divertita l’attrice di origine argentina, che arriva in scena più o meno a metà dell’opera nei panni di una famosa star annoiata dalla vita. E avendo girato la sua parte quasi interamente a Roma ne è stata colpita al cuore: «La scena che si svolge davanti alla fontana di Trevi mi ha emozionata, mi sono sentita di colpo in un film italiano degli anni Cinquanta e Sessanta». Argentina di Buenos Aires, è figlia di Miguel Bejo, un regista spagnolo, e dell’avvocatessa De Paoli, che quando aveva tre anni sono fuggiti dalla dittatura di Jorge Rafaél Videla portandola a Parigi. La sua storia artistica è sui generis. Da bambina sfiora una parte in un film di Gérard Depardieu, e quando non la ottiene si dispera. Poi, a 17 anni, rispondendo a un annuncio prende finalmente parte al suo primo film, algerino, ma per i successivi 20 anni resta praticamente una sconosciuta, finché non interpreta la star del cinema muto che regalerà a The artist, diretto dal marito Michel Hazanavicius, ben 10 nominations e cinque statuette agli Oscar. Ad agosto la coppia sarà di nuovo sul set, alle prese con un nuovo film insieme, The lost prince.

Come descriverebbe Nelly, la donna che interpreta in L’incredibile viaggio del fachiro? «È una famosissima attrice che ha fatto tutti i film che voleva, con tutti i registi che stimava, e ora è annoiata dalla vita e dal lavoro. Non le interessa più niente, e questo fatto mi piace moltissimo».

Perché? «È una donna stupida, ha tutto ed è infelice, mi diverte il ruolo».

Quando incontra Aja, l’indiano che si ritrova in stanza, chiuso in un baule, all’improvviso qualcosa in lei cambia. «È la diversità a colpirla. È stufa di gente che finge di essere brava nel lavoro, di avere belle storie da raccontare… In realtà tutti pensano solo ai solo, mentre quell’uomo ha davvero  qualcosa da dire, e le ricorda di quando ha iniziato a recitare lei, e tutto era possibile».

Ha ricordato qualcosa anche a lei? «Cerco sempre di scegliere progetti che abbiamo un punto di vista e vengano da persone convinte. Quando accetto un film devo allontanarmi da casa, deve interessarmi davvero: non sono un tipo di persona che può lavorare solo per soldi e fama».

Quando lavora come gestisce i suoi due figli? «Sono sempre stati a casa, non me li porto con me. Ma non sto mai via troppo tempo, e quando non ci sono io è presente il loro padre. Michel gira un film ogni tre anni, e sta sul set due mesi. Il resto del tempo lo passa a scrivere e montare, a Parigi. Siamo sempre noi a  portare i ragazzi a scuola, tutti i giorni, solo in casi rarissimi chiediamo aiuto ai nonni».

Il film parla di un viaggio incredibile, anche la sua storia di famiglia ne vanta uno degno di nota. «Sento connessione con chiunque viaggi lontano dalla propria casa, per problemi politici, a causa del mio passato. E anche se non sono come i miei genitori, che sono scappati, conosco quel feeling grazie a loro. Oggi parliamo sempre dei migranti, come fosse un’etichetta. Ma non esiste questo tipo di “gruppo”, ognuno è una persona a sé, un essere umano che andrebbe ascoltato».

Cosa le racconta sua madre degli anni in Argentina? «Da bambina mi diceva spesso “sei nata durante la dittatura”, e io le chiedevo “perché hai fatto due figlie in un simile contesto, quando eri costretta persino a  nasconderti?”».

Risposta? «Diceva che la vita è più forte di tutto, lei ci voleva e ci ha fatte. E la comprendo. Ho molti di amici ceceni e ruandesi a cui sono successe cose tremende, quando ne parlano ancora piangono. Ma ce la fanno a vivere, in qualche modo sono andati oltre».

 

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia del 28 giugno 2018

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