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James Ivory, regista, produttore e sceneggiatore, 90 anni, alla premiazione degli Oscar 2018 (courtesy GQ.it).

Per i 90 anni dell’autore di “Camera con vista” e “Casa Howard”, un regalo speciale: l’uscita homevideo del film che gli ha finalmente portato l’Oscar, “Chiamami col tuo nome”, premiato per la sua sceneggiatura

Lo hanno sempre definito il più europeo dei registi americani. E nonostante James Ivory, che è anche anche sceneggiatore e produttore, ripeta di non avere niente di inglese, basta dare un occhio ai suoi film, soprattutto a quel fiume di candidature agli Oscar che hanno avuto Camera con vistaQuel che resta del giorno e Casa Howard, per non essere tanto d’accordo.

Se lo si incontra, più che un californiano sembra un gentleman inglese dal bon ton d’altri tempi. Anche i gusti e gli interessi sono distanti un bel po’ da quelli hollywoodiani, forse perché ha sempre vissuto a New York. Comunque, è impossibile parlare di James Ivory al singolare, visto che dal 1961 “lui” è la Merchant Ivory Productions, fondata con Ismail Merchant, produttore indiano a cui si è legato e con cui ha dato vita a decine di film e documentari, girati in ogni angolo di mondo. Nonostante Ismael sia mancato all’improvviso, 13 anni fa, Ivory continua a usare il plurale riferendosi ai suoi lavori. Specializzato in architettura e storia dell’arte, ha compiuto 90 anni il 7 giugno, lo stesso giorno in cui è uscito in DVD Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, con cui quest’anno ha vinto il suo primo Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

In una carriera lunga come la sua, in cui ha vinto 50 premi ed è stato nominato quattro volte agli Oscar, cosa rappresenta la sua prima statuetta?
«Il significato speciale di questa vittoria non è che sono vecchio, ma che me l’abbiano attribuita per una sceneggiatura. Avevo lavorato con sceneggiatori ad altri film, ma ho scritto Chiamami col tuo nome completamente da solo, e per me significa molto».
Pensavo lo avesse scritto con Guadagnino.
«Luca non scrive in inglese, ma solo in italiano».

È il premio più importante della sua carriera o ne ha vinti di minori che significano di più?
«No, credo che se fai film che vanno in tutto il mondo, e se li fai per il pubblico, un Oscar sia il riconoscimento supremo».

Come lo ha festeggiato?
«Ero con molti amici, abbiamo bevuto parecchio champagne».

Dove si trovava?
«A Los Angeles, mi sono trattenuto per vari giorni e per festeggiamenti ripetuti. E quando sono tornato a casa, a New York, abbiamo ricominciato».

Lei è un maestro nei ritratti di famiglia: in questo film ne vediamo di nuovo uno che mette a confronto varie culture.
«In effetti mi piacciono le grandi storie di famiglie, in cui tutti hanno idee diverse e c’è molto confronto».

Ricorda la prima volta che ha incontrato Luca Guadagnino?
«Era a una festa a Roma, molti anni fa, poi ci siamo rincontrati di nuovo in occasione della festa del mio film, Quella sera dorata. È stato un incontro importante».

Era dispiaciuto che non abbia vinto l’Oscar per la miglior regia? In molti pensano che la meritasse…
«È capitato anche a me. Sono stato nominato come miglior regista agli Oscar per tre volte, ma in due occasioni è stata Ruth Prawer Jhabvala a vincere con la miglior sceneggiatura di Casa Howard e Camera con vista. Sono stato contento perché si trattava di una cara amica, ma mi è sempre sembrato strano: se vince una sceneggiatura, uno dei motivi è che il regista ha fatto un lavoro straordinario e ha attori meravigliosi. Lo stesso discorso vale per Chiamami col tuo nome. Quello che Luca ha fatto è stato straordinario, e così gli attori, cosa che mi ha fatto riflettere».

Cosa vuole dire?
«Che non è stato nominato perché non appartiene alla corporazione dei registi americani, e lo meriterebbe».

Chiamami col tuo nome riporta alla dinamica del primo innamoramento, ricorda il suo?
«Lo ricordo eccome. Ma a 17 anni senti una forte attrazione mista alla paura di non piacere, tutti fenomeni che ricordo, ma non sono sicuro che si possano definire “primo amore”».

L’Italia del suo Camera con vista era quella del 1895, quanto l’ha trovata diversa dal set di Chiamami col tuo nome?
«Molto, innanzitutto i protagonisti di quel film vivevano in una pensione, non in una villa. Poi secondo la mia sceneggiatura la storia avrebbe dovuto svolgersi in Sicilia, di fronte all’Oceano. Il romanzo di Aciman si svolge in Liguria, ma non c’era modo di girare lì, perché era estate, e Luca temeva che sarebbe stato pieno di turisti. Abbiamo pensato alla Puglia, volevamo i templi greci che non ci sono al Nord. Al tempo delle riprese la Sicilia e la Puglia erano impossibili, per i costi troppo alti, e tutti i piani sono cambiati. Quello che avevo scritto all’inizio si è trasformato».

Ismail Merchant avrebbe amato Chiamami con tuo nome?
«Ne sarebbe stato entusiasta, e avrebbe contribuito alla fotografia».

Ultima domanda: girerà Riccardo II?
«Se trovo i soldi inizio subito le riprese. Credo di essere il regista più anziano che vuole girare un film shakesperiano, ma ho ancora fiducia…».

Intervista pubblicata su GQ.it

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