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Cristiana Allievi

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Omar Sy: «Il mio Lupin è l’eroe degli invisibili».

15 martedì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Miti, Netflix, Personaggi, Senza categoria

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Cannes film festival, interviste illuminanti, ladro gentiluomo, Ludivine Sagnier, Omar Sy, Quasi amici, Serie tv, Spike Lee

Crescere con la pelle nera nella periferia francese. Sentire gli sguardi degli altri addosso. Insegnare ai suoi figli che è l’amore a rendere uguali gli esseri umani. L’attore Omar Sy torna in tv con la seconda serie sul ladro gentiluomo e racconta a Grazia che cosa lo lega a un personaggio divenuto un simbolo per chi si sente escluso

di CRISTIANA ALLIEVI

L’ATTORE FRANCESE OMAR SY, 43 ANNI, DALL’11 GIUGNO È SU NETFLIX CON LA SECONDA STAGIONE DI LUPIN.

A volte le star hanno modi molto normali di sorprendere. Omar Sy, attore e comico francese di origini senegalesi e mauritane, 43 anni, lo fa parlandomi del suo thiebu dieune. Se vi state chiedendo di cosa si tratti, l’ho fatto anche io prima di scoprire un piatto amatissimo della cucina senegalese. Subito dopo passa a raccontarmi della moglie, Helene, con cui vive da vent’anni e condivide ben cinque figli. Parlare di famiglia con lui è molto naturale, sta al centro della sua vita e anche della trama di Lupin, la serie tv Netflix di cui è l’interprete. La rivisitazione della storia del ladro gentiluomo è un grande successo della scorsa stagione e dall’11 giugno sono in onda i nuovi episodi. Me lo racconta direttamente dal sud della Francia, da una stanza della sua casa. «Nella prima stagione avevamo scherzato», racconta, «con la seconda le cose si fanno serie».  Come serio sarebbe stato il suo destino, se fosse finito in fabbrica come suo padre, un senegalese migrato in Francia che ha lavorato tutta la vita come operaio. Invece Omar, il quarto di otto figli, accompagna un amico a fare un provino in radio, con il risultato che li prendono entrambi. Dalla radio a Canal +, finché dieci anni fa esatti Quasi amici, uno dei più grandi successi della storia del cinema francese, gli apre le porte di Hollywood grazie al personaggio di Driss, il badante che assisteva l’aristocratico tetraplegico interpretato da Francois Cluzet. Quindi i grandi blockbuster, come X Men, Jurassic World e Il codice da Vinci. Non meraviglia che oggi sia al centro di un altro successo mondiale.

Che differenza c’è fra il successo avuto con Quasi amici e quello che sta avendo con Lupin? «La differenza è che sono più vecchio, e con questo intendo anche che ho più esperienza. Dieci anni fa Quasi amici (pronuncia il titolo in italiano, ndr) mi aveva preso alla sprovvista.  Era stato scritto per me, mentre sono stato più coinvolto nel processo di sviluppo di questa serie, e forse ero anche più preparato».

Guardare al passato è una sua abitudine?  «Non lo faccio mai, è il modo migliore per farsi male. Cerco sempre di vivere il momento presente e di fare il meglio che posso. Voltarti indietro a considerare quello che è stato è qualcosa che fai quando ti fermi, e io mi sto ancora muovendo, non voglio sprecare tempo».

Quando ha sentito arrivare il grande momento, quando tutto cambia per sempre? «Non è mai semplice individuare quel punto. Vedo la vita come un passo dopo l’altro, niente succede all’improvviso. Ho sempre avuto la sensazione di procedere perché quello era ciò che volevo. Tutt’oggi sto ancora  muovendomi nella mia avventura, non sono a un punto in cui dire “ecco, questo è quanto”. E mi piace questo continuare a progredire».

Quest’anno il regista afroamericano Spike Lee sarà presidente di giuria al festival di Cannes. Vi conosce di persona? «L’ho incontrato a Los Angeles in un momento favoloso della mia vita. I suoi film sono stati fondamentali per noi neri, ci hanno aperto la mente e fatto pensare in modo diverso. Perché crescendo in Francia non sai cosa significa essere un nero in altri paesi del mondo, come gli Usa. E con film come Malcom X abbiamo imparato molto anche su cosa è successo nel passato».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 10/6/2021

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Paola Cortellesi, «Siamo tutte figlie di Nilde Iotti»

01 lunedì Mar 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Come un gatto in tangenziale, Grazia, interviste illuminanti, Iwonderfull, La befana vien di notte, La reggitora, Leonilde, Nilde Iotti, Paola Cortellesi, Peter Marcias, Riccardo Milani, Sky

In tv legge le lettere e i pensieri della prima presidentessa della Camera, la pioniera di tante battaglie femministe. «L’ho sempre ammirata» , racconta a Grazia l’attrice, «perchè grazie a lei la politica non ha più potuto ignorare le donne»

di Cristiana Allievi

  • L’attrice e sceneggiatrice Paola Cortellesi, 47 anni, sul set di Nilde Iotti, il tempo delle donne (foto di Francesca Cavicchioli)

Paola Cortellesi ha usato bene questa pandemia. Ha appreso cose nuove di sè. Ha rivoluzionato le sue abitudini. Ha superato i propri limiti. Me lo racconta in questa chiaccherata in cui sembra che la primavera, intesa non solo come stagione,  si affacci alla finestra.   «Ci stiamo allenando a vivere le alternative nel quotidiano, a pensare con un’altra testa. La prima volta il lockdown ci aveva presi alla sprovvista, adesso ci stiamo abituando al fatto che non si può programmare troppo», racconta con tono pacato, «e a tratti si può anche essere meno produttivi. Io ho imparato ad amare la calma, e ora voglio conservarla». È questa la promessa che fa a se stessa l’attrice record d’incassi come La Befana vien di notte  e Come un gatto in tangenziale. Un’artista che ormai è anche sceneggiatrice dei suoi progetti, in questi giorni impegnata proprio nella revisione del testo di Petra 2 – la serie tv Sky in cui è single  e anaffettiva – e nelle prove di abiti e trucco della stessa serie, poco prima di iniziare le riprese. Nel frattempo il docu film di Peter Marcias che sarebbe dovuto uscire in sala a novembre si fa largo in rete (il regista firma anche un libro con prefazione di Cortellesi, La Reggitora, edito da Solferino). Nilde Iotti, il tempo delle donne è già disponibile sulle piattaforme di #Iorestoinsala, e dal 25 febbraio lo sarà anche su quelle di #IWONDERFULL, infine dal 10 aprile arriverà su Sky Tv.  In questo straordinario omaggio a Nilde Iotti, prima donna a diventare presidentessa della Camera, nel 1979, Cortellesi ci restituisce il suo pensiero facendo da cerniera fra le immagini contemporanee, con testimonianze delle amiche più care e di figure di spicco della cultura e della politica di quegli anni, e le magnifiche scene di repertorio. E quando riapriranno i cinema la vedremo nel sequel di Come un gatto in tangenziale, diretta dal marito Riccardo Milani con cui ha una figlia, Laura, 9 anni.

Nilde Iotti è una figura importantissima, raccontarla dev’essere stato impegnativo. «Avevo già raccontato Iotti nello spettacolo teatrale Leonilde. Narrava le vicende anche personali, che diventarono presto di dominio pubblico. Peter Marcias aveva visto lo spettacolo e mi ha voluta come filo conduttore nel suo documentario, per dar voce alle sue lettere personali».

Sono testi struggenti.  «Privatissimi e inaccessibili per 40 anni. Strappano il cuore, per la bellezza e la cura con cui pesava ogni parola».

Iotti ha ha precorso molte battaglie femminili. Nel 1956 fondò l’Associazione delle donne e iniziò a combattere per una settimana lavorativa di quattro giorni, la parità nella visione, l’aborto e il divorzio. «Diciamo che ha combattuto per la parità, anche dei coniugi, quando per le donne non c’erano nemmeno i diritti di base. Ci sono lettere in cui racconta come veniva guardata in quanto figura di potere, con tanto di commenti che facevano su di lei. Sentiva di avere addosso un giudizio costante, ma non voleva scimmiottare un uomo per essere credibile».

Si innamorò perdutamente di Palmiro Togliatti e fu uno scandalo: lui era un uomo sposato, lei pagò la scelta sentimentale. Oggi sarebbe uguale? «Sarebbe diverso, proprio grazie alle sue battaglie».

Che ricordi aveva di questa politica? «Essendo nata nel 1973, è stata il primo Presidente della Camera che ho conosciuto. Ricordo che avevo un forte senso di rispetto per lei, per le sue dure battaglie e per quel suo rischiare la vita, senza alzare mai la voce. La cosa che trovo straordinaria è quel modo di muoversi e di parlare che, seppur morbido, non toglieva un grammo di forza all’efficacia delle sue azioni. Soprattutto, Iotti era una donna che sapeva ascoltare gli altri».

Paola, lei è stata una delle prime donne a firmare il manifesto “Dissenso comune”, tre anni fa esatti, in tempi di #Metoo contro gli abusi e le molestie. È servito? «Il #Metoo è nato come denuncia e reazione davanti a molte cose non dette e che andavano denunciate, come assalti e violenze. Noi ci siamo ispirate ai diritti della donna in generale, a tutto ciò che viene prima di arrivare alle azioni più deprecabili. Per quanto mi riguarda mantengo alta l’attenzione, e non mi riferisco solo agli uomini ma a come ci muoviamo nella società, perché c’è un problema culturale,negli atteggiamenti e nelle parole, difficilissimo da scardinare».

(continua…)

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 25/2/2021

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George Clooney, «Prendo sul serio il lavoro, non me stesso».

23 mercoledì Dic 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, giornalismo, Miti, Netflix, Personaggi

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Cristiana Allievi, Donna Moderna, George Cooney, Hollywood, interviste illuminanti, The midnight Sky

di Cristiana Allievi

È stato appena eletto, per il secondo anno consecutivo, attore più sexy del mondo. Dirige e interpreta un kolossal ambientato nello spazio. Ma con noi ha rievocato gli anni in cui doveva lottare per un ruolo. E i fiaschi che si sono alternati ai successi. Come quella volta in
cui gli dissero di cantare…

THE MIDNIGHT SKY (2020) George Clooney as Augustine and Caoilinn Springall as Iris. Philippe Antonello/NETFLIX

È sorridente, abbronzato. E come spesso accade, in vena di scherzare. «Questa conversazione è la mia prima uscita dal lockdown, una specie», esordisce dalla sua casa di Los Angeles. Subito dopo aggiunge «sento mia suocera parlare nell’altra stanza…». Quasi una battuta a far dimenticare le voci di crisi del suo matrimonio con Amal.  L’attore nato nel Kentucky 59 anni fa e diventato famoso grazie al pediatra Ross di E.R. e a una vita da single impenitente, oggi ha due gemelli, Ella e Alexander, che riposano nella stanza accanto, non lontani dalle due prestigiose statuette vinte agli Oscar. Oggi la sua è una carriera densa di film, davanti e dietro la macchina da presa, eppure il 23 dicembre riuscirà a esordire di nuovo, con una prima regia di un film nello spazio. Netflix gli ha messo a disposizione un budget stellare per The Midnight Sky, basato sul romanzodi fantascienza del 2016 di Lily Brooks-Dalton, La distanza fra le stelle, che dirigerà e interpreterà a tre anni di distanza da Suburbicon. Sarà Augustine, un brillante astronomo con barba da Babbo Natale, capelli corti e occhi spesso sgranati, che nel mezzo di un’ambigua catastrofe globale manda messaggi disperati alla terra da un remoto avamposto nel Circolo polare artico in cui vive. Crede di essere solo, finché non incontra Iris (Caoilinn Springall), una bambina di otto anni, figlia misteriosamente abbandonata da un genitore scienziato.

(continua…)

L’intervista integrale è su Donna Moderna del 24 dicembre 2020

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Elio Germano: «È ora di sognare in grande».

10 giovedì Dic 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Miti, Netflix, Politica

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Elio Germano, Giorgio Rosa, Grazia, idee geniali, interviste illuminanti, L'incredibile storia de L'isola delle rose, Rimini Sessantotto

di Cristiana Allievi

Nel suo ultimo film Elio Germano è un ingegnere che realizza un’idea impossibile: costruire un’isola artificiale al largo della Romagna. «Adesso dovremmo avere tutti», dice, «l’entusiasmo di chi osa per dare un futuro migliore a tutti»

L’attore e cantante Elio Germano, 40 anni.

È di Elio Germano uno dei primi esperimenti mondiali di teatro in realtà virtuale. Con tanto di occhiali e cuffie, ha fatto immerge gli spettatori in una dimensione che confonde immaginario e reale.  Segnale d’allarme – La mia battaglia VR, tutt’ora in cartellone nei teatri italiani, non mi viene in mente per caso. Anche il personaggio che gli ho appena visto interpretare nel film di Netflix, disponibile dal 9 dicembre, è un ingegnere emiliano realmente esistito che ha avuto un’idea molto brillante.

Elio Germano  è diventato padre per la seconda volta, da poco. Ma difende la sua vita privata come un leone difende i suoi cuccioli. «Che elementi hai per dire che sono padre?», mi chiede quando accenno alla sua vita famigliare. Nel film L’incredibile storia de L’isola delle rose, diretto da Sydney Sibilia e prodotto dallo stesso con Matteo Rovere, è Giorgio Rosa, un uomo che nel Sessantotto si è inventato speciali pali d’acciaio su cui costruire un’isola al largo di Rimini. Una superficie di cemento di 400 metri quadri, fuori dalle acque territoriali, proclamato poi stato indipendente, che ha attirato presto l’interesse di stampa e gente in fuga da mezzo mondo.

Nel Sessantotto, anno in cui è ambientato il film, non era nemmeno nato. Come si è preparato a quell’universo? «Una persona molto presa da quello che studia, com’è l’ingegnere che interpreto, è un po’ la stessa in tutte le epoche. Sono quei tipi d’uomo che  non guardano nemmeno a come si abbottonano la giacca o si pettinano i capelli. Non hanno idea di quello che fa il loro corpo, sono tutti persi nella loro mente».

Stavo per dire che con i capelli rossicci un po’ più lunghi del solito, e giacche favolosamente eccentriche, ha il look migliore di sempre. «Che però il mio personaggio indossa con distrazione, un po’ come fanno questi geni di oggi, che poi sono più geni della vendita che dell’ideazione di un prodotto. Penso ai ragazzi della silicon valley, con quesi look monocromatici fatti di maglietta nera e jeans».

L’ingegneria è mai stata nei suoi piani? «Ho frequentato il liceo scientifico e mio padre è un architetto. Gli ho dato una mano in studio per un po’, quindi una possibilità c’è stata. Ti costringono a prendere una direzione a soli 14 anni, quando le uniche certezze che hai sono ciò che fanno i tuoi genitori i tuoi genitori, e mio padre aveva frequentato lo scientifico».

Però? «Io con la matematica non avevo feeling, all’Università ho scelto Filosofia».

Facoltà in cui trionfano le idee, come sull’isola delle rose. «La differenza è che l’ingegnere in questione ha un’idea geniale e la concretizza, direi quasi che prima di avere un’idea l’ha già costruita. Il suo intento è stato costruire qualcosa nel mare che si reggesse da solo. La sua invenzione più importante, e brevettata, sono pali telescopici simili all’antenna delle vecchia tv ma che funzionano al contrario: invece di andare verso il cielo, scendono sott’acqua, riuscendo a infilarsi nel terreno e a sopportare un grande peso».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 17 dicembre 2020

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Emma Thompson: «Odiarci è una perdita di tempo».

13 venerdì Set 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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attrice, Cabaret, Casa Howard, cinema, Emma Thompson, Kenneth Branagh, Last nigh, Oscar, Quel che resta del giorno, Teatro

SULLA BATTAGLIA FRA I SESSI HA LE IDEE CHIARE: «I MASCHI VIAGGIANO SU UN’AUTOSTRADA, NOI DONNE ABBIAMO ANCORA MONTAGNE E FIUMI DA ATTRAVERSARE». LA THOMPSON È PROTAGONISTA DI UN FILM IN CUI DA’ FILO DA TORCERE A TUTTE LE SUE COLLEGHE. E NE PARLA CON L’INTELLIGENZA TAGLIENTE CHE LA CONTRADDISTINGUE

di Cristiana Allievi

L’attrice Emma Thompson, 60 anni. Nel film E poi c’è Katherine interpreta la leggendaria conduttrice tv Katherine Newbury.

«La famiglia è il centro di tutto per me. E con famiglia intendo le connessioni, non necessariamente i legami di sangue ma un gruppo più ampio, accogliente e nutriente di persone che mettono radici insieme». Ascoltarla parlare di legami, e capire come la coinvolgono, fa capire quanto la due volte premio Oscar sia un vero asso della recitazione. No, non nella realtà: sullo schermo. Perché la Thompson, che vive ancora nel quartiere londinese di Paddington, nella stessa strada in cui è cresciuta da ragazza, con vicino altri membri della sua famiglia, è al cinema con un ruolo che è l’esatto apposto del calore e dell’accoglienza con cui parla del suo nido. Ed è bravissima. E poi c’è Katherine, diretto da Nisha Ganatra e scritto dalla coprotagonista Mindy Kaling, è una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni. Emma è Katherine Newbury ed è la leggendaria conduttrice tv di uno show vecchio stile che soffre di un costante calo di ascolti. I motivi? È poco empatica, ha uno staff di soli uomini, di cui non conosce nemmeno il nome, e ha la fama di odiare le donne. In pratica, le manca quel collante amorevole che serve a portare avanti uno staff di successo. Nella vita vera, invece, Emma ha lottato per farsi una famiglia insieme al marito Greg Wise (il secondo, dopo Kenneth Branagh). Sua figlia Gaia, 19 anni, è nata che aveva quasi 40 anni ed è stata concepita tramite la fecondazione artificiale. «È il mio miracolo, ancora oggi mi capita di tornare al ricordo della sua nascita, è come un pozzo da cui attingo forza». Avrebbe voluto altri figli ma non poteva averne, però Tindy è arrivato lo stesso nella sua vita. Ex soldato bambino in Rwanda, lo hanno accolto in famiglia con un’adozione informale quando aveva 16 anni. Era un adolescente traumatizzato, che veniva da un altro mondo, non si è trattato propriamente di un’adozione che conquista i titoli dei giornali. Anche nei panni di Katherine, la Thompson farà “un’adozione”: quando il capo della rete le annuncia che questa sarà la sua ultima stagione, fa assumere una donna giovane e inesperta fra i suoi autori, Molly, allo scopo di mettere a tacere le malelingue che la accusano di misoginia. Sarà l’inizio di una revisione totale e dagli esiti sorprendenti.

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 12/9/2019

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«Anche un ballerino può perdere il controllo»

21 venerdì Giu 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, danza, Miti, Politica

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danza, Guerra fredda, interviste illuminanti, Nureyew The white Crow, Oleg Ivenko, Ralph Fiennes, Rudolf Nereyev, Russia

Il ballerino ucraino Oleg Ivenko, 22 anni (courtesy of Grazia)

DANZA E DISCIPLINA SONO LA SUA VITA DA QUANDO AVEVA CINQUE ANNI. MA L’ETOILE UCRAINA OLEG IVENKO NON SI È MAI SENTITO SOTTO ESAME COME QUANDO HA DOVUTO SOSTENERE IL PROVINO PER INTERPRETARE IL SUO MITO, RUDOLF NUREYEV. COME l’HA SUPERATO? «ABBANDONANDOMI», DICE, «ALLE MIE EMOZIONI».

Lo osservo mentre volteggia, ma resto impressionata anche dal suo sguardo e dal silenzio che evoca il suo volto.  Penso al lavoro complicato dei registi, in questo caso di Ralph Fiennes. Appassionato di balletto, nel film Nureyev-The White Crow che uscirà al cinema il 27 giugno ha voluto raccontare un momento della storia del grande ballerino russo Rudolf Nureyev. Per interpretarlo ha scelto un danzatore ucraino pieno di talento, Oleg Ivenko, che non ha mai recitato in vita sua. Mentre per se stesso Fiennes ha ritagliato la parte di Alexander Pushkin, insegnante di Rudolf e anni dopo di Baryshnikov. «Sono ambizioso, ho qualcosa in me che vuole essere il migliore. Quando ho iniziato a studiare Rudolf, l’ho sentito più vicino a me, ne ho capito la personalità e come gli sia servita a sostenere il talento», racconta attraverso l’interpretate russa. Oleg è l’artista di punta della Tatar State Academic Opera and Ballet e si esibisce in altri teatri del mondo da quando aveva 10 anni. La storia che interpreta  risale al 1961 quando Nureyev, cresciuto in tecnica e splendore,  è in tour in Europa con il Mariinsky Ballet: è la punta di diamante del suo paese, che lo usa per affermare la propria superiorità culturale e morale sull’Occidente.  Ha preso lezioni d’inglese, è in grado di interagire con i danzatori francesi dell’Opéra, scambia con loro opinioni sulla danza e sul mondo, frequenta locali notturni gay, da vero ribelle quale è. Un giorno mentre sta per volare da Parigi a Londra, gli agenti dei servizi segreti russi lo avvicinano per riportarlo al Cremlino dove, gli dicono, era atteso per una performance. Sospettando che le cose si sarebbero messe male per lui, in piena Guerra Fredda Nureyev chiede asilo politico in Occidente, destando grande scalpore. E grazie all’aiuto di Clara Saint, un’amica della Parigi bene (interpretata da Adèle Exarchopoulos) riesce a fuggire. Costruirà il suo mito in Occidente e tornerà in Russia solo 26 anni dopo.

Come le hanno proposto il ruolo nel film? «Un amico mi ha scritto che c’era un casting, ho pensato che fosse uno spam e ho eliminato la mail. Aveva dato il mio numero di telefono al casting director, e qualche giorno dopo ho ricevuto la sua telefonata: cercavano un danzatore russo che potesse recitare».

E cosa è successo? «Mi sono fatto due video da solo e li ho spediti, mi hanno invitato per uno screen test a San Pietroburgo e mi hanno preso dopo il secondo incontro».

Perché ha iniziato a ballare a cinque anni? I maschi di solito nuotano o giocano a calcio… «Dovrebbe chiederlo ai miei genitori, a me hanno detto solo che avevo troppa enegia, dovevano farmi sfogare in qualche modo».

Quando ha capito  di avere una vocazione per la danza? «A 15 anni, dopo 10 anni di allenamenti continui, tutti i giorni».

Nel film sembra un vero attore, che effetto le ha fatto vedersi sul grande schermo? «Ammetto che è stato molto piacevole, anche se ho sentito molto giudizio, il doppio del solito: per vedermi danzare e per vedermi su uno schermo».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Giugno 2019

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Antonio Banderas, «Se solo fossi un poeta»

25 sabato Mag 2019

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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Antonio Banderas, Cannes 2019, CAnnes 72, Dolor Y Gloria, interviste illuminanti

GLI AMORI DEL PASSATO E LA DONNA CON LA QUALE OGGI HA CONQUISTATO LA SERENITA’. L’ESPERIENZA DI INTERPRETARE IL REGISTA PEDRO ALMODOVAR NEL FILM CHE PORTA A CANNES. LA SCELTA DI GUIDARE UN TEATRO NELLA SUA SPAGNA. ANTONIO BANDERAS PARLA CON GRAZIA DELLE SUE EMOZIONI, COSI’ FORTI CHE ANCORA NON TROVA LE PAROLE GIUSTE PER ESPRIMERLE

di Cristiana Allievi

«È andata così, a un certo punto nella mia vita l’amore si è preso tutto lo spazio che prima aveva la carriera». Quando incontriamo Antonio Banderas ha voglia di parlare di setimenti, quelli veri, che prova per sua figlia Stella, avuta con la ex moglie, l’attrice Melanie Griffith. «Quello che vedo riflesso in lei è il tipo di donna che amo, e le confesso che mi rende molto orgoglioso». I conti tornano: Stella oggi ha 22 anni, è nata alla fine degli anni Novanta, l’epoca in cui sbarcato in America, il “latin lover” costruiva la sua carriera di star mondiale con Philadelphia, accanto a Tom Hanks, La maschera di Zorro, con la Zeta Jones, e Intervista col vampiro insieme ad altri sex symbol come Brad Pitt e Tom Cruise. «Sono stati anni bellissimi, e in America mi sono anche innamorato e ho messo su famiglia. Per i successivi 20 anni la mia vita ha conosciuto una fase molto diversa da quella precedente», dice. Poi nel 2015 Banderas ha divorziato dalla Griffith, sua seconda moglie, e oggi è legato a Nicole Kimpel, la consulente finanziaria conosciuta cinque anni fa proprio a Cannes e con cui vive nel Surrey, a sud di Londra. Atteso a Cannes il 17 maggio,  sarà la star più fotografata del Festival di Cannes il giorno in cui verrà proiettato Dolor Y Gloria, lo stesso giorno  in cui uscirà al cinema e in cui interpreta Salvador Mallo, un regista sul viale del tramonto alle prese con ricordi, depressione e potenza dirompente della creazione artistica. In pratica Banderas racconta la vita del regista del film, Pedro Almodovar, l’uomo che 37 anni fa lo volle in Labirinto di passioni, il primo di otto film insieme. La somiglianza fra i due è impressionante. «Mi sono immerso in un contesto in cui tutto era suo, dalla casa ai mobili della cucina al resto dell’arredamento, incluse le scarpe e molti dei vestiti che indosso. Poi ci sono i capelli, mi hanno pettinato proprio come Pedro».

Cosa le ha detto per trasformarla in se stesso? «“Se pensi che in qualche sequenza ti possa aiutare imitarmi, puoi farlo”. Gli ho detto che non era necessario, preferivo che il personaggio emergesse da dentro di me».

Anche la depressione che mostra sembra reale. «Perché la conosco, è vera, l’ho vissuta anch’io. Qualche tempo fa sono finito in ospedale, è bastato non potermi muovere come prima per iniziare a pensare a tutto quello che è accaduto nella mia vita. Ho capito molte cose, sono cresciuto». 

Almodovar l’ha fatta tornare a un personaggio intenso e profondo, come quelli che recitava prima di lasciare l’Europa. Cosa prova oggi quando guarda l’America? «Dipende, gli Usa sono tante cose insieme, anche in Italia non si mangia solo pizza… C’è il lato oscuro, soprattutto in politica, fatto di populismo, nazionalismo, estremismo, ma c’è anche l’innocenza, quel modo adorabile di creare cose dal nulla. In Europa ci portiamo un gran peso sulle spalle, siamo lenti quando ci muoviamo, lì sono pratici e molto più veloci. E Melanie per ha rappresentato qualcosa che mi faceva perdonare i peccati commessi dall’America».

Addirittura? «Certo, infatti l’ho sposata. Ha qualità come bellezza, generosità e allo stesso tempo vulnerabilità, le stesse che ho visto anche negli occhi di Marilyn Monroe e di Ava Gardner. È un femminile molto speciale, che in un certo senso rappresenta una nuova nazione, una nuova speranza, un progetto fatto di molte persone di diverse razze e religioni che convivono insieme. È un esempio di come potrebbe essere il mondo, con tutti i problemi che comporta. C’è qualcosa che ho amato in quegli occhi e che è difficile da spiegare: parlare d’amore e di come ti innamori non è facile, devi essere un poeta».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 16 maggio 2019

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Antonio Banderas, «Adesso divento Pedro»

16 giovedì Mag 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, Cannes, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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Antonio Banderas, Cannes 2019, CAnnes 72, Dolor Y Gloria, GQ Italia, interviste illuminanti, Pedro Almodovar

Nella lunga conversazione avuta con Antonio Banderas a Madrid, l’attore e produttore mi ha parlato della sua esperienza con la morte, per prima cosa. Ovvero di quando, due anni e mezzo fa, ha subito tre interventi al cuore e ha toccato la morte da vicino. Fatto, questo, che lo ha riavvicinato alla vita e che ha lasciato tracce visibili in lui. E mentre l’icona latina di Hollywood faceva i conti con quello squarcio apertosi su qualcosa di vertiginoso, sulla scena della sua vita si ripalesava un mentore. Anzi, il mentore, Pedro Almodovar, a sua volta pronto per un film epocale. È così dopo essere stato Dalì, Pancho Villa, Picasso e Mussolini -solo per citare i personaggi realmente esistiti che ha incarnato- Antonio Banderas si è trovato a interpretare l’uomo che 37 anni prima lo aveva notato, fuori da un caffè di Madrid.  Hanno fatto sei film insieme, Banderas è diventato una star europea. Ma lui voleva di più, voleva Hollywood. Così è volato Oltreoceano, costringendo Almodovar a incassare un duro colpo. E dopo anni di successi clamorosi al botteghino, deve aver sentito il richiamo della profondità dei personaggi di Pedro, così i due si sono ritrovati in Dolor Y Gloria, nelle nostre sale dal 17 maggio, in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes, in Concorso. Una prova di recitazione minimalista ma della massima efficacia, la materializzazione di una connessione fra anime per cui Banderas interpreta Pedro stesso. E per cui, ne siamo certi, entrambi avranno riconoscimenti importanti. La nostra conversazione è avvenuta il giorno dopo la visione di Dolore e Gloria a Madrid.

L’intervista è pubblicata sul GQ Italia, numero Maggio/giugno 2019

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La perfezione di John

06 lunedì Mag 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Miti, Sport

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campioni, D La repubblica, interviste illuminanti, John McEnroe, Julien Faraut, L'impero della perfezione, uomini

John McEnroe in un’immagine del film L’impero della perfezione che lo ritrae negli anni Ottanta.

IL 6 MAGGIO ESCE NELLE SALE IL FILM di JULIEN FARAUT, CHE UNISCE LE LEGGI DELLE SCIENZE MOTORIE, L’AGONISMO E L’ESTRO DI UNO DEI GIOCATORI DI TENNIS PIU’ ORIGINALI DEL SECOLO SCORSO. SI INTITOLA L’IMPERO DELLA PERFEZIONE E A GIRARLO È STATO UN (EX) ARCHIVISTA

Lo si vede discutere con l’arbitro. Lamentarsi dei clic delle macchine fotografiche. Allontanare i cameraman. E si resta ipnotizzati dalla faccia con cui fissa un punto dall’altra parte della rete. Le immagini sono così concentrate sulla sua figura che lo spettatore si sente trasportato in campo, a soffrire con lui. E inizia a comprendere qualcosa che fino a quel momento non aveva visto. «Ho capito che il tennis per lui andava al di là dello sport: era un bisogno vitale, lui doveva vincere». Julien Faraut, 41 anni,  lavora per l’archivio del Ministero dello Sport. Un giorno scopre un vero tesoro: ore di girato di Gil de Karmadec, sportivo e regista appassionato che dagli anni Cinquanta si è dedicato alla didattica attraverso l’analisi del gesto dei tennisti. A un certo punto, però, rinuncia alle riprese con quello scopo e segue ciò che un campione fa dal vero. È con questo materiale che Faraut decide di restituire la genialità del tennista che nel 1984 vince su  tutte le superfici, tentando di entrare nella sua testa. Le straordinarie riprese in 16 mm mai montate prima sono già cinema (all’epoca circolavano solo immagini video), e con esse cerca di rispondere a una domanda: cosa rende unico John McEnroe, l’uomo che con il  96.5 % di vittorie in una stagione vanta un  primato ancora oggi imbattuto? Le risposte sono affidate alla voce narrante di Mathieu Amalric, che scandisce verità vertiginose. L’impero della perfezione- John McEnroe è una folgorazione, un fenomenale viaggio fra il cinema e lo sport. «Dall’inizio ho voluto parlare con uno psicologo, dicendo che stavo facendo un ritratto di McEnroe», racconta. «Volevo capire la sua collera, e mi ha spiegato che un perfezionista vede un mondo per definizione imperfetto e si trova in uno stato di insoddisfazione permanente». Se in molti hanno pensato che McEnroe ci marciasse, sulle sue collere, per destabilizzare gli avversari, Faraut porta una nuova sfumatura. «Sono arrivato a concludere che era sincero, non aveva secondi fini, non poteva evitare quel vulcano emotivo. Ma mentre chiunque altro lasciandosi andare a queste emozioni avrebbe sbagliato due volte, lui vinceva, la sua rabbia lo caricava». Attraverso una spietata analisi delle relazioni familiari, con un padre avvocato d’affari assente  e una madre gelida che vuole un figlio campione, la tensione sale.  Da una parte si delinea il mantra di John, “se non sono il top, loro non mi amano”, atteggiamento molto distruttivo che lo ha portato ai vertici del tennis. Dall’altra si arriva al culmine del racconto, la mitica finale di Roland Garros in cui dopo 1 ora e 29 minuti di gioco sublime, McEnroe crolla e perde al quinto set contro Ivan Lendl. Un match di cui gli appassionati ricordano ogni istante di sofferenza. «Ci sono due modi per guardare il tennis, a bordo campo o in tv. Io dovevo creare una terza via, spingere una persona ad andare al cinema. Hitchcock ha sempre detto che la suspence di una storia non sta alla fine, ma durante il racconto».

(continua…)

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 16 febbraio 2019

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Giuria Cannes 2019

30 martedì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Festival di Cannes, Miti

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