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~ Interviste illuminanti

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Pierre Niney, «Se ami tuo figlio lascialo libero»

02 martedì Apr 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Letteratura, Miti, Moda & cinema

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Charlotte Gainsbourg, diventare genitori, GQ Italia, interviste illuminanti, La promessa dell'Alba, Pierre Niney

Appoggiato al muro accanto a una grande finestra che affaccia sulla Torre Eiffel, mani in tasca, il suo sguardo viaggia lontano. Si capisce che è completamene assorbito dai suoi pensieri. Quando si accorge che è entrato qualcuno nella stanza saluta con modi gentili, e la prima parola che viene in mente incontrandolo, è “elegante”. Non c’entra Yves Saint Laurent, lo stilista che ha interpretato magistralmente qualche anno fa e che gli è valsa un César: Pierre Niney emana la grazia di chi vive un senso diverso del tempo. La sensazione è che non lo rincorra mai, nemmeno quando scava fra i ricordi alla ricerca di sensazioni vissute a 11 anni, quando annunciò ai suoi genitori- critico di cinema e documentarista il padre, consulente d’arte la madre- che avrebbe fatto l’artista. «Per fortuna erano aperti alla creatività, mi hanno incoraggiato a darmi al cento per cento in quello che avrei scelto. Se non lo avessi fatto me ne sarei pentito per il resto della vita», racconta. Nato a Boulogne-Billancourt e cresciuto a Parigi, inizia a recitare da bambino, e a soli 21 anni è il più giovane attore di sempre a unirsi alla Comédie-Française, un’istituzione fondata addirittura da Luigi XVI. Non sorprende sentirlo elogiare Molière e Shakespeare, quanto scoprire che avrebbe voluto fare il giocatore di basket professionista, ma non aveva l’altezza adatta. Ma gioca con il suo club tutte le settimane, da quando era un teenager. Grande colpo di fulmine  anche quello avuto sette anni fa per il surf da onda, scoperto grazie alla compagna australiana, Natasha Andrews. «Ogni volta che posso corro in Portogallo, nello Sri Lanka e a Biarritz. La chiave del surf non è l’allenamento fisico, ma la perseveranza. E il fatto di non poter controllare la marea e le onde ti insegna ad arrenderti alla natura e a contemplare invece di agire. Qualcosa da ricordare anche nella vita…».

I temi cambiano, la riflessione resta  profonda. «Divento molto triste quando sento giovani che vorrebbero diventare attori, pittori o cantanti, ma mi dicono che si iscrivono a Legge o a Economia solo perché i loro genitori non li supportano. È un peccato, le scelte fatte per rassicurare la famiglia non funzionano».

(continua….)

Intervista pubblicata su GQ, n. Marzo 2019

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Pedro Almodovar, «A cuore aperto»

08 venerdì Mar 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Miti, Moda & cinema

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cinema, Dolor Y Gloria, Dolore e Gloria, GQ Italia, intervista esclusiva, interviste illuminanti, Mina, Pedro Almodovar, stile, uomini

LA FAMIGLIA È AL CENTRO DEL SUO CINEMA. VENT’ANNI FA HA VINTO A CANNES CON TUTTO SU MIA MADRE. ORA PEDRO ALMODÓVAR ESPLORA LA SUA VITA CON DOLORE E GLORIA

Il regista Pedro Almodovar, 70 anni (foto di Nico Bustos per GQ Italia).

Colpo di teatro di Pedro Almodóvar. Che stesse girando il suo ventunesimo film, Dolor y gloria, si sapeva. Un po’ meno invece sulla storia e la data di uscita nelle sale. Ma all’improvviso annuncia che è tutto pron- to, che il 22 marzo gli spagnoli potranno ammirare il suo lavoro, che a maggio sarà in Italia. Storiona di famiglia, molto auto- biografica. Proprio 20 anni dopo (gli stessi che compie quest’anno GQ), quel Tutto su mia madre che gli fece vincere il premio per la miglior regia sulla Croisette.


Perché questo film adesso? In Italia ci fa pensare a 8 1⁄2 di Fellini. Spero che non mi paragoniate a 81⁄2, perché perderei il confronto. Tutti i miei film mi rappresentano, ma di sicuro Dolore e gloria mi rappresenta più profondamente. Non so perché l’ho scelto proprio ora, ho l’impressione di non aver scelto io il tema del film, ma che sia stato il tema del film a scegliere me. Generalmente non sono consapevole del perché giro un certo film o un altro; sono consapevole della necessità di affrontare determinati argomenti in determinati momenti, ma non dei motivi.

Il suo ottavo film con Banderas dà un’immagine diversa di questo attore?

Secondo me sì. Quando ho lavorato con lui negli anni Ottanta, era molto giovane e quel che mi interessava di Antonio Banderas era la sua passionalità, la follia travolgente che dava ai suoi personaggi. Ora Antonio ha sessant’anni, continua a essere un uomo molto affascinante, ma sul suo viso vedo i due o tre interventi al cuore che ha subito negli ultimi anni, la sua esperienza con il dolore. In Dolore e gloria Antonio offre un’interpretazione per me inedita, gesti mi- nimi, emozioni controllate, una solitudine interpretata con grande economia di risorse. Per me è una sorta di nuova nascita per Antonio Banderas, o quanto meno l’inizio di una splendida tappa di maturità.

E Penélope Cruz sarà sua madre?

Penélope Cruz interpreta la madre di Antonio Banderas negli anni Sessanta, quand’è bambino. Penélope fa nuovamente la casalinga di campagna, in un momento in cui la Spagna non è ancora uscita dal dopoguerra. Per questo il suo look e la sua interpretazione sono molto diversi dalla madre che interpretava in Volver – Tornare.

Nel film c’è una canzone di Mina. Perché ha scelto proprio questa?

La scena si svolge all’inizio degli anni Sessanta e Come sinfonia appartiene a quell’epoca ed evoca la luce e la sensualità dell’estate mediterranea. E inoltre Mina è quasi parte della mia famiglia e io volevo che nel film tutto mi risultasse familiare: gli attori, le opere d’arte che si vedono alle pareti, le canzoni e, naturalmente, le emozioni, le emozioni più profonde.

Non ha studiato cinematografia, ma è diventato uno dei registi più famosi del mondo. Come ha fatto emergere il suo stile?

Quando arrivai a Madrid nel 1969, il generale Franco aveva appena chiuso la Scuola di Cinema. Avevo pensato di studiare lì, ma non essendo possibile, acquistai una videocamera Super 8 e nel corso degli anni Settanta girai molti cortometraggi di diverso minutaggio: 5, 10, 30 minuti; e riuscii anche a girare un film. Questa fu la mia unica scuola e si rivelò molto utile. Il Super 8 non è come il video, il Super 8 è cinema, viene girato in negativo. E io presi molto sul serio sia la parte relativa alla scrittura della sceneggiatura, sia la direzione degli attori e quant’altro. Le mie preoccupazioni principali e le tematiche che avrei affrontato anni dopo erano già presenti in questi film. Lo stile, come ogni processo di presa di coscienza, si scopre con il tempo e ci si arriva – almeno nel mio caso – in modo spontaneo, prendendo decisioni di pancia.

Come il regime di Franco influenzò lo stile degli uomini?

Fino al momento in cui il regime non iniziaa indebolirsi, il modo di vestire, i colori, le acconciature dei capelli degli uomini spagnoli dipendevano da convenzioni sociali molto repressive. Chi non si adeguava, rischiava di finire alla polizia solo per il suo aspetto. C’era pochissimo spazio per coltivare personalità e gusti nel vestire. Nonostante sia stato un Paese intrappolato dalla dittatura, la Spagna cominciò a raccogliere influenze dal resto del mondo dopo il 1965, quando ebbe inizio il processo di sviluppo della nazione. Alla fine degli anni Sessanta irruppe lo stile hippy, soprattutto nelle grandi città, con l’influsso di Carnaby Street. Questo cambiò radicalmente il look dei giovani spagnoli, che divenne più colorato e audace. Chi sognava di lavorare in banca indossava un noioso abito con giacca e cravatta (do- minavano i colori grigio, beige e marrone) e coloro che si sentivano liberi dal consumismo e volevano non solo l’amore libero ma il recupero del rapporto con la natura, si vestivano in un modo ritenuto insolito fino ad allora; inoltre arrivano il pop e la psichedelia. La rottura in termini di look maschile è radicale. Tutti i tipi di stampe possibili e accessori per tutto il corpo. Sono stati gli anni del trionfo della bigiotteria e dei colori e dei tessuti sgargianti e luminosi. Negli anni Settanta, delusi dagli hippies, i giovani spagnoli divennero politicizzati, specialmente nelle università.

(…continua)

L’intervista esclusiva per GQ è sul numero di marzo 2019

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Jason Momoa, gigante sensibile cresciuto dalle donne

31 giovedì Gen 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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Aquaman, California, interviste illuminanti, Jason Momoa, Lisa Bonet, mare, Trono di spade

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L’attore produttore e regista Jason Momoa, 39 anni, con la moglie Lisa Bonet, 49 anni. 

«Al liceo ho studiato biologia marina, sono molto collegato al mare e so per esperienza che nella vita certi cerchi vanno chiusi». Ha una voce molto suadente, Jason Momoa, quando racconta il suo legame speciale con gli oceani. Lui è una montagna d’uomo con molti segni particolari, a cominciare dalla cicatrice sul sopracciglio sinistro e dall’abitudine di viaggiare sempre con cinque chitarre al seguito. Non vuole tagliarsi i capelli, lunghi e scoloriti dal sole della California, nemmeno per motivi di copione. Ambientalista, vive nella sua proprietà a Topanga Canyon, California, con la moglie  Lisa Bonet e i loro due bambini, con cui appare spesso impegnato in ogni genere di sport sul suo profilo Instagram. Per il ruolo della svolta, quello di Khal Drogo in il Trono di spade, si è addirittura scatenato in una danza Maori davanti ai produttori. Il suo film preferito però è Lo scafandro e la farfalla,  di Julian Schnabel che, guarda caso, è anche un pittore, come suo padre. Poi c’è l’acqua, una specie di destino.

Nato alle Hawaii 37 anni fa da madre americana e padre hawaiano, faceva il modello quando gli hanno dato una parte nella serie tv Baywatch. Dopo una piccola presenza in Batman v Superman nei panni di Aquaman (ed essere stato lo stesso personaggio in Justice League) ora è di nuovo l’eroe mezzo uomo e mezzo atlantideo della DC Comics, ma stavolta da vero protagonista. Aquaman, uscito l’1 gennaio, è il primo film che si regge sulle sue spalle, dopo 17 anni di carriera. «Non ho dovuto fare molta strada per trovarlo, ho un Aquaman dentro di me. È un solitario, nasconde la tristezza dietro la rabbia e ha un senso dell’umorismo unico, che però non gli consente di aprirsi agli altri. Non conosce ancora i propri poteri ma è destinato a diventare re, quindi deve tornare in contatto con se stesso».

Un hawaiano cresciuto in Iowa, si è sentito un diverso, escluso? «Adoro il Midwest ma non c’entrava niente con me, da bambino hawaiano ero completamente disorientato. Poi però sono tornato alle Hawaii e mi sono sentito un emarginato anche lì. Conosco la solitudine, il feeling di non appartenere a nessun luogo».

Figlio di genitori separati da migliaia di chilometri, l’ha cresciuta sua madre: come ha influito su di lei? «È una fotografa, una donna molto artistica che mi ha insegnato a essere in contatto con le mie emozioni. Se sono capace di esprimermi lo devo a lei e a mia nonna, che viveva con noi. Essere forgiato da donne è stato un bene, soprattutto per quelle che sarebbero entrate dopo nella mia vita, mia moglie Lisa e mia figlia Lola Iolani».

(continua…)

Intervista esclusiva pubblicata sul numero di  GQ di Gennaio 2019

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Matt Dillon: «Nelle mente di un serial killer».

12 sabato Gen 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, Cannes, cinema, Festival di Cannes, Miti

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Cristiana Allievi, D La repubblica, I regazzi della 56 strada, interviste illuminanti, La casa di Jack, Lars Von Trier, Matt Dillon, Rusty il selvaggio, serial killer, Uma Thurman

Con La casa di Jack Matt Dillon ha accettato il ruolo più scomodo, e anche doloroso, tra gli oltre sessanta della sua carriera. Interpretare un feroce assassino di donne, con la regia di Lars von Trier, è stato un rischio. Grazie al quale ha trovato la verità, come racconta in questa intervista esclusiva per D La Repubblica

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L’attore americano Matt Dillon, 55 anni, fotografato per D la Repubblica. 

Chi pensa che le star di Hollywood siano fatte con lo stampino, dovrebbe incontrare Matt Dillon. In completo blu di grisaglia con polo bianca, il ragazzo che ha faticato a smarcarsi dai paragoni con James Dean oggi sceglie il basso profilo. E approccia il pacchetto celebrità come farebbe un marziano appena atterrato sulla terra. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta è stato il sex symbol di Rusty il selvaggio e I ragazzi della 57° strada, il poster boy di tutte le adolescenti del pianeta, ma la cosa sembra riguardare un altro. Ed è strano, considerato che si è appena preso un rischio gigantesco, uno di quelli che si prendeva Marlon Brando: si è messo nelle mani di Lars Von Trier e ha accettato il ruolo di serial killer che uccide ogni donna che incontra, in certi casi anche con i rispettivi figli. La casa di Jack, il titolo del film, è un viaggio nell’inconscio dell’essere e presentato all’ultimo Festival di Cannes, che ha comprensibilmente creato scompiglio, con un centinaio di  spettatori che hanno lasciato la sala durante la proiezione. Il marchio di fabbrica del regista danese è il solito, sette anni fa era stato espulso dalla Croisette come “persona non grata” per alcune infelici uscite durante la conferenza stampa del suo Melancholia, frasi come “capisco Hitler”, seguite da “ok, sono un nazi”. Matt sapeva in cosa stava andando a ficcarsi. «Io stesso avevo parecchie riserve prima di accettare il ruolo, capisco se qualcuno si arrabbierà andando al cinema. Ma Lars ha voluto raccontare qualcosa di vero sui serial killer, non c’è niente di gratuito». Voce roca e profonda alla Tom Waits, sceglie le parole con molta cura, e la spiegazione non è solo da attribuire al suo carattere. Per comprendere le parole di Dillon, 54 anni, figlio di immigrati irlandesi a New York e secondo di sei fratelli, occorre addentrarsi nella storia che ha radunato sul set Uma Thurman, Bruno Ganz, Riley Keough, Siobhan Fallon Hogan e Sofie Grabol. Siamo negli anni Settanta in Usa, e nel mezzo di un bosco c’è Jack alla guida di un furgoncino. Una donna (Uma) ferma lo sconosciuto e gli chiede un passaggio. Lui non apre bocca, mentre lei sembra vaneggiare in un crescendo di tensione che termina con un repentino scatto dell’uomo, che afferra una spranga e la uccide con colpi violentissimi. Così lo spettatore si fa un’idea di cosa lo aspetta per i successivi 155 minuti in cui, seguendo il percorso di questo uomo intelligentissimo e colto, si rende conto del suo profilo di omicida seriale. «Ci sono stati momenti in cui guidando verso casa sono scoppiato a piangere, è stato un lavoro che mi ha scombussolato a livello emotivo. Se dovessi spiegare La casa di Jack a mia madre, cosa le direi? È una donna molto sensibile alla violenza, ma è anche una persona che comprende l’arte e quello che cercano di fare gli artisti».

Dillon era già arrivato a interpretare un personaggio estremo nel 2004, il poliziotto razzista di Crash diretto da Paul Haggis per cui si è aggiudicato candidature agli Oscar e ai Golden Globes. «Quello di Crash era un uomo molto oscuro ma che aveva ancora un barlume, i sensi di colpa», teorizza, «mentre per Jack ho capito che dovevo avere un vuoto là dove la maggior parte di noi sente. La sfida nel recitarlo è stata tagliare le emozioni, guardare qualcuno che stava soffrendo ed essere indifferente: io non sono proprio quel tipo di persona. Ho fatto fatica anche a girare la tremenda scena della caccia che coinvolge una famiglia intera, come quella nell’appartamento della ragazza bionda (la Keough), perché hanno a che fare con l’umiliare una donna. Lars voleva che diventassi Jack, e mi ha detto che i personaggi maschili dei suoi film sono sempre stati degli idioti, questo era quello che più si avvicina a chi è veramente il regista. Sappiamo tutti che non è un uomo violento, ma ama farsi condurre fino a dove lo guida la sua immaginazione».

(continua…)

Intervista di copertina pubblicata su D La Repubblica del 12 gennaio 2018

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Il fantasma dell’opera, di Julian Schnabel

21 venerdì Dic 2018

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, pittura

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cinema, interviste illuminanti, Julian Schnabel, Van Gogh, Van Gogh Alla soglia dell'eternità, Van Gogh- At eternity's gate, Willem Dafoe

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Willem Dafoe e Julian Schnabel, 63 e 67 anni, fotografati a Venezia da Thomas Laisne per GQ Italia.

JULIAN SCHNABEL HA VOLUTO WILLEM DAFOE PER INTERPRETARE VINCENT VAN GOGH NEL SUO NUOVO FILM. QUESTA È LA STORIA DELLA LORO “SPETTRALE” AVVENTURA

«Ero al Met con mamma. Guardai un’opera di Rembrandt, Aristotele contempla il busto di Omero, e in me successe qualcosa. Mi sembrò diversa da tutto ciò che la circondava: splendeva». Julian Schnabel non aveva nemmeno 10 anni,  il pomeriggio in cui capì di voler diventare un artista. Un desiderio così intenso da consentirgli di resistere anche nei periodi in cui non aveva «neanche i soldi per comprare una mozzarella». Finché, negli anni Ottanta, si affermò sulla scena newyorkese, aiutando molti altri a farsi strada.

«A quei tempi sognavo di creare una comune», racconta. «Lavoravo come cuoco in un ristorante vicino a Washington Square: gli artisti sarebbero venuti a mangiare gratis e avrebbero anche potuto mostrare il loro lavoro ai clienti». Difficile non restare ipnotizzati dai racconti del pittore, regista e sceneggiatore americano, classe 1951. Come quello sul suo viaggio in Italia, a 20 anni, solo per vedere il Caravaggio dal vivo, «perché sui libri non è mai la stessa cosa».

All’ultima Mostra del cinema di Venezia, dove al solito si è presentato sul red carpet in giacca e pigiama,  il pluripremiato e plurinominato (anche all’Oscar) Schnabel ha portato in concorso il suo sesto film, Van Gogh- Alla soglia dell’eternità. «Non faccio arte per illustrare quello che so», spiega, «ma per trovare qualcosa che non so. Il vero successo, dal mio punto di vista, arriva nel momento in cui crei e scopri qualcosa dentro di te. Quella è gioia e bellezza, lì ti senti davvero vivo, non quando gli altri guardano i tuoi lavori». Suo complice nell’impresa, stavolta, è stato  Willem Dafoe, 63 anni, che per la sua interpretazione di Van Gogh nel film (nelle sale dal 3 gennaio) ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore protagonista.

Possente e impetuoso Schnabel, etereo e penetrante Dafoe, in questa conversazione si confrontano proprio sul pittore olandese dell’Ottocento, che per il regista diventa quasi un pretesto. «Il mio non è un biopic», chiarisce. «Quello che mi interessava era raccontare cosa significa essere artisti ed essere vivi». Così è nato il suo film più personale, che racconta gli ultimi anni di vita di Van Gogh, mettendo al centro il suo rapporto con la natura e la sensazione che restituisce creare un’opera d’arte.

Cosa avete scoperto l’uno dell’altro lavorando insieme?

Schnabel. «Conosco Willem da trent’anni, l’ho visto in situazioni da cui sarebbero scappati in molti. Da amico, se non gli avessi chiesto di interpretare Van Gogh non avrei sopportato me stesso. E da artista ho pensato che non ci fosse nessun altro con la sua profondità».

Dafoe: «Conosco Julian da una vita, sono stato in studio a guardarlo lavorare e ho visto anche cosa ha attraversato nella vita. Le persone e gli artisti con cui amo lavorare raccolgono cose intorno sé e vi si relazionano: non sono interpreti, creano sul serio. Stare intorno a gente così ti trasforma».Vi è mai capitato di sentirvi gli unici sani in un mondo di matti?

Dafoe: «Non ci ho mai pensato».

Schnabel. «Mi sento sempre così. E in effetti Van Gogh era sano, nonostante avesse una paura terrificante di impazzire. Sono andato con lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière a vedere la mostra Van Gogh/Artaud: Il suicidato della società, al Musée d’Orsay. Guardando i suoi dipinti ci è venuta l’idea di rendere l’emozione, l’esperienza di avvicinarsi ai quadri, guardarli e passare oltre. Ma se penso al titolo del mio primo dipinto su tavola del 1978, I pazienti e i dottori, la domanda sottesa è chiara: sono da ricoverare quelli in manicomio o quelli che stanno fuori? La domanda “Chi è più matto?” era già lì».

(continua…)

L’intervista a Julian Schnabel e Willem Dafoe è pubblicata su GQ Dicembre 2018 

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Golden Globes 2019, ecco i candidati

06 giovedì Dic 2018

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Golden Globes, Miti, Moda & cinema

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Ecco i candidati ai Golden Globes 2019 per il cinema nelle principali categorie

 

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Miglior film drammatico:

Black Panther

BlacKkKlansman

Bohemian Rhapsody

Se la strada potesse parlare

A Star is Born

 

Miglior film commedia o musicale:

Crazy Rich Asians

La favorita

Green Book

Il ritorno di Mary Poppins

Vice

 

Miglior regista:

Bradley Cooper per A Star is Born

Alfonso Cuaron per ROMA

Peter Farrelly per Green Book

Spike Lee per BlacKkKlansman

Adam McKay per Vice

 

Miglior attrice in un film drammatico:

Glenn Close per The Wife

Lady Gaga per A Star is Born

Nicole Kidman per Destroyer

Melissa McCarthy per Can You Ever Forgive Me?

Rosamund Pike per A private War

 

Miglior attrice in un film commedia o musicale:

Emily Blunt per Il ritorno di Mary Poppins

Olivia Colman per La favorita

Elsie Fisher per Eight Grade

Charlize Theron per Tully

Constance Wu per Crazy Rich Asians

 

Migliori attore in un film drammatico:

Bradley Cooper per A Star is Born

Willem Dafoe per Van Gogh – At Eternity’s Gate

Lucas Hedges per Boy Erased

Rami Malek per Bohemin Rhapsody

John David Washington per BlacKkKlansman

 

 

Miglior attore in un film commedia o musicale:

Christian Bale per Vice

Lin-Manuel Miranda per Il ritorno di Mary Poppins

Viggo Mortensen per Green Book

Robert Redford per The Old Man & the Gun

John C. Reilly per Stanlio e Ollio

 

 

Miglior attrice non protagonista:

Amy Adams per Vice

Claire Foy per First Man

Regina King per Se la strada potesse parlare

Emma Stone per La favorita

Rachel Weisz per La favorita

 

Miglior attore non protagonista:

Mahershala Ali per Green Book

Thimotée Chalamet per Beautiful Boy

Adam Driver per BlacKkKlansman

Richard E. Grant per Can You Ever Forgive Me?

Sam Rockwell per Vice

 

Miglior film straniero:

Cafarnao

Girl

Opera senza autore

ROMA

Un affare di famiglia

 

Miglior Sceneggiatura:

Alfonso Cuaron per ROMA

Deborah Davis e Tony McNamara per La favorita

Barry Jenkins per Se la strada potesse parlare

Adam Mckay per Vice

Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly per Green Book

 

Miglior canzone:

“All the Stars” in Black Panther

“Girl in the Movie” in Dumplin’

“Requiem for a Private War” in A Private War

“Revelation” in Boy Erased

“Shallow” in A Star is Born

 

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Kossakovsky da brividi

14 mercoledì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi, Zurigo Film Festival

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Acqua, Aquarela, Cristiana Allievi, Festival di Zurigo, Ghiaccio, GQ Italia, interviste illuminanti, journalism, Kossakovsky

L’ultimo lavoro, che il regista ha presentato prima al Festival di Cannes e poi a quello di  Zurigo, racconta la potenza dell’acqua in tutte le sue forme. Liquide e no

 

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Un’immagine del docu film Aquarela, di Kossakovsky (Courtesy of Mymovies).

 

Si vedono 500 metri di iceberg che si staccano in Groenlandia, spostando una massa d’acqua immensa tale da scatenare piccoli maremoti circostanti. Si passa alle superfici ghiacciate del lago Baykal, in Russia, poi sull’isola Bornholm, dove si resta senza fiato davanti al colore dell’acqua del Mar Baltico che cambia col passare delle ore: rossa, verde, grigia, poi completamente nera.  Arriva la strabiliante visione frontale delle Angel Falls in Venezuela, mille metri di cascate in cui l’acqua non arriva mai a terra, polverizzandosi a metà percorso. «Mi ha chiamato un produttore scozzese chiedendomi se volevo girare un film sull’acqua», racconta il pluripremiato documentarista russo Victor Kossakovsky, incontrato al Festival di Zurigo. «Ho detto subito di no, quelli che avevo visto raggruppavano vari tipi di persone, dai politici agli scienziati agli attivisti. Tutti parlavano di clima, di inquinamento, di leggi, ma non si vedeva mai l’acqua. Finchè un giorno, ricontattandomi, ha detto “e se lo chiamassi Aquarela?”. Mi sono visto con un pennello in mano, e ho accettato». Così è iniziato un viaggio incredibile, anche per cercare i finanziamenti di un film senza esseri umani,  senza una storia, solo acqua in diverse forme e tre momenti di musica degli Apocalyptica, un gruppo symphonic metal finlandese. «Nel 2011 stavo girando Viva gli antipodi!, e il personaggio all’improvviso ha detto una cosa strana: “nella prossima vita vorrei non essere una persone, ma acqua”. Quando si è presentata l’opportunità ho deciso di partire da lì: ho messo la macchina nello stesso posto, sul lago Baycal, per riprendere quel ghiaccio spesso solo un metro, trasparente, sotto cui riuscivi a vedere i pesci… Ma è accaduto qualcosa di orribile, e  ho preso una direzione diversa». Conosciuto come il Rembrandt dei documentari (“perché metto le immagini al primo posto, prima ancora delle storie”), ha presentato questi 90 minuti mozzafiato in anteprima mondiale a Cannes. Girato a 96 fotogrammi al secondo, con un suono creato grazie al lavoro di 120 canali, è una chiamata viscerale all’umanità sotto forma d’arte, perché si svegli davanti al bene più prezioso che abbiamo. Un lavoro immane, incominciando lontano dal set. «Ogni mattina col mio team facevamo disegni, chiedendoci come regalare immagini che non si erano mai viste prima. Siamo stati dentro una tempesta  per tre settimane nell’oceano Atlantico, con onde di 20 metri, ci voleva un giorno per spostare la macchina da una parte all’altra della barca». Considerato che a Hollywood film come I Pirati del Caraibi sono girati in piscina, i segreti dietro ogni ripresa di questo lavoro hanno suscitato immediatamente l’interesse di Participant Media.  «I produttori americani mi hanno chiesto di smettere di parlare di come abbiamo lavorato perché volevano farne un libro. Ho appena incominciato a lavorarci, oltre alle parole ci saranno molti disegni».

Articolo pubblicato su GQ numero di Novembre 2018 

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Adam Driver: «Nel cuore resto un soldato».

21 venerdì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Letteratura, Miti, Personaggi

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Adam Driver, attori, cinema, Cristiana Allievi, Don Chisciotte, Julliard, Spike Lee, Star Wars, Terry Gilliam

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L’attore Usa Adam Driver, 34 anni, attualmente nelle sale con due film. 

DA UNA PARTE AFFRONTA I RAZZISTI DEL KU KLUX KLAN, DALL’ALTRA I MULINI A VENTO, COME DON CHISCIOTTE. A NOI PERO’ RACCONTA LA SUA CARRIERA E LA SCELTA DI ARRUOLARSI NEI MARINES. PERCHÈ AVEVA CAPITO CHE NEL CINEMA VINCE CHI SA RESISTERE SOTTO PRESSIONE

«Sento la pressione di ogni lavoro. Temo che non funzionerà, che fallirà o che non sarò abbastanza bravo. Anche per questo mi rende più entusiasta lavorare con persone che hanno cercato di portare a termine un progetto per vent’anni, la loro tenacia nel resistere mi assicura che salterà fuori qualcosa di interessante». Adam Driver è altissimo. Come nelle altre occasioni in cui l’ho incontrato,  indossa jeans, t shirt e camicia aperta. A differenza del solito, invece, la nostra conversazione sarà più intensa.

31 anni, californiano cresciuto nell’Indiana, Driver era un ragazzino quando ha tentato di entrare alla prestigiosa Julliard di New York, senza riuscirci. Disorientato, dopo l’11 settembre si è arruolato nei Marines, e trascorsi due anni in Afganistan lo hanno congedato perché si è rotto lo sterno in un incidente in mountain bike. Depresso, è tornato all’attacco alla Julliard, e ce l’ha fatta. Poi, con Girls, serie tv dell’HBO, è diventato un volto a Hollywood, e da lì in avanti non si è più fermato.  All’ultimo Festival di Cannes è finite nel fuoco incrociato dei fotografi perché era il protagonista di due dei film di punta sulla Croisette. E anche se sei Kylo Ren, diciamolo, accusi il colpo. I due film sono entrambi nelle sale dal 27 settembre. Uno è BlaKkKlansmen di Spike Lee, in cui interpreta la spalla di John David Washington, primo poliziotto nero che nel 1979 si è (davvero) infiltrato nel Ku Klux Klan. Una vicenda mantenuta segreta fino a quando l’ex agente Ron Stallworth ha scritto il libro da cui è tratto il film. L’altro film è L’uomo che ha ucciso Don Chisciotte, ispirato al personaggio del classico della letteratura di Miguel de Cervantes. Un film che il suo regista, Terry Gilliam, ha impiegato 30 anni a portare a termine, funestato da ogni possibile disavventura produttiva. Qui Driver è Toby, cinico regista pubblicitario che si ritrova intrappolato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo che crede di essere Don Chisciotte. Inaspettatamente, nel film Driver è più sexy come mai, nonostante debba affrontare milioni di peripezie e confrontarsi con il proprio passato. «Don Chisciotte è un sognatore, idealista e romantico, che non vuole accettare i limiti della realtà e che continua a camminare nonostante gli ostacoli», continua.

A proposito di idealismo, cosa si impara lavorando con un regista che non cede, nonostante nove tentativi andati male? «Terry è una persona molto stimolante sul set, lo affronta come una catarsi. Non avevo mai lavorato con lui prima, quindi non so come è stato girare Il Barone di Munchausen o La leggenda del re pescatore. So che è difficile vederlo sulla sedia del regista, è sempre in piedi al monitor che recita la scena con te. E non ha nessun filtro per mascherare quello che sente».

 Se qualcosa non gli piace si vede, insomma. «È così. E considerato che i cavalli guardano sempre nel verso sbagliato, le pecore si muovono da tutte e parti e sul set si parlavano sette lingue diverse,  sul set avrebbe potuto esserci un’atmosfera dittatoriale, ma Terry non è così. Pensava a questo film da più di 25 anni, eppure ha mantenuto quell’atteggiamento possibilista che ho notato non solo in lui, ma in altri grandi registi».

Che cosa ci racconta del suo personaggio? «È un uomo che cerca disperatamente di avere il controllo della situazione. Io sono sia Sancho Panza sia Don Chisciotte, cerco  di essere radicato nella realtà e di avere il controllo ma sono anche  Chisciotte, che è tutto ispirazione ed è totalmente libero,  seduttivo. Certo, l’ispirazione può essere tossica, se non è gestita correttamente».

Lei fa un lavoro strano, sta dicendo questo? «Di sicuro recitare è uno strano modo di incontrare e conoscere le persone. Sei sotto una grossa pressione per dodici, quindici ore al giorno, per quattro mesi, a volte sei. Poi quando finisce il film sei nel vuoto, all’improvviso: non potrai mai tornare indietro ed essere la stessa persona che sei stato con quei colleghi».

(… continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Settembre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

I coniugi Travolta: «Noi due contro tutti».

18 martedì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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Cristiana Allievi, Gotti, Grease, interviste illuminanti, John Travolta, Kelly Preston, La febbre del sabato sera, matrimonio, Padrino, Pulp Fiction, Scientology

 

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John Travolta e Keppy Preston, 30 anni sul red carpet (courtesy Pop sugar). 

SONO SPOSATI DA QUASI 30 ANNI. INSIEME HANNO SUPERATO LA PERDITA DI UN FIGLIO E ORA TORNANO AL CINEMA FIANCO A FIANCO IN GOTTI, IL PRIMO PADRINO. JOHN TRAVOLTA E KELLY PRESTON RACCONTANO A GRAZIA PERCHÈ LORO, SENZA SEPARARSI MAI, POSSONO ESSERE PIU’ FORTI

«Vuole sapere cosa mi innervosisce di John? In cucina non pesa nessun ingrediente, va a occhio e le cose che crea funzionano perfettamente. Però sa fare solo un tipo di biscotti, al cioccolato e burro di nocciole». Non tutti sono capaci di svelare il segreto di un matrimonio che dura da 27 anni, ma lei ci riesce. E si capisce al volo che la ricetta sta nel saper giocare con il proprio partner, e con una certa ironia. Ho davanti a me Kelly Preston, signora Travolta da quasi tre decadi. È la prima a rompere il ghiaccio, mentre accanto a lei c’è John, Travolta of course. Contrariamente a quanto mi sarei immaginata l’icona di Grease, La febbre del sabato sera e Pulp Fiction sta un passo indietro, si commuove di fronte all’amore che le persone manifestano nei suoi confronti e non si nasconde davanti a “no comment” quando le domande sono scomode. I due formano una coppia solida, che nove anni fa ha attraversato la perdita di un figlio, Jett, in un incidente domestico.  Il loro anniversario di matrimonio si festeggia il 12 settembre e, per un caso, dal giorno successivo saranno insieme nelle sale con Gotti, il primo padrino, diretto da Kevin Connolly, il film presentato all’ultimo festival di Cannes che li ha riuniti sul set per la terza volta, dopo Gli esperti americani e Daddy Sitter.  Travolta interpreta John Gotti, il mafioso di origine italiane che diventa leader della famiglia Gambino: sarà condannato all’ergastolo nel 1992 e dopo 10 anni morirà in carcere. Kelly interpreta la moglie del boss, Vittoria, e questo film la riporta sul set otto anni dopo da Casino Jack, accanto a Kevin Spacey. «Dopo quel film ho scelto pochi e miratissimi progetti», continua. «Volevo esserci totalmente per i nostri due figli Ella e Ben, 18 e 8 anni, ma sono felice di essere tornata».

Com’è stato girare questo film in coppia?

K.P. «È stato meraviglioso. Ho amato questo ruolo, c’era molto materiale a disposizione, entrambe i figli di Gotti hanno scritto libri molto istruttivi, e poi c’era quello di Victoria stessa, This family of mine.  Ho usato internet, visto molti video, soprattutto un bellissimo pezzo di intervista di 8 minuti. Victoria ci ha anche invitati per pranzo, l’abbiamo raggiunta con i nostri ragazzi. Vive ancora nella stessa casa, ho potuto chiederle qualsiasi cosa, è molto intelligente, tosta, e molto, molto divertente. Vado orgogliosa del fatto che mi ha persino dato i suoi gioielli da indossare nel film».

 Com’è essere una coppia vera, su un set?

K. P. «È un lusso che rende tutto facile, e dal momento che i nostri ragazzi studiano tutti con insegnanti privati, anche loro sono sempre con noi. John è appena stato a girare The poison rose in Savannah, Georgia, ci siamo spostati tutti lì. E quando viaggiamo per promuovere i film cerchiamo di affittare case, altrimenti stiamo in hotel».

J.T.  «Sento che mi piace quando siamo tutti insieme, mi fa sentire in pace, viceversa mi sembra di essere un po’ sconnesso. Preferisco che i ragazzi stiano con me, e per fortuna possono farlo».

 

È vero che fate gare di cucina, in famiglia?

J. T. «Mischio tutti gli ingredienti a caso e faccio finta di sapere quello che faccio! Mi piacciono i programmi di cucina in tv ma non quelli competitivi, divento nervoso per i partecipanti. Per questo adoro Martha Stewart, è grandiosa nella sua scuola di cucina, e Kelly è un mago nel rifare quello che vede, ha un talento artistico in tutto, a partire dal preparare una tavola».

K.P. «La mia trasmissione culinaria preferita è la serie tv Chopped, anche se è stressante, devi fare le cose in mezz’ora! Quando facciamo le nostre competizioni famigliari a casa ci raggiungono anche la sorella di John e molti altri famigliari e amici. Formiamo una giuria ma non facciamo come in tv, dove ci sono solo piatti fatti al buoi, e non sai chi ha cucinato cosa».

 Grease ha appena compiuto 40 anni, secondo voi come li porta?

K.P. «Vent’anni fa abbiamo fatto una reunion per il film, non mi pare possibile ne siano passati altri 20! A Cannes ho visto la versione restaurata e il film mi sembra sempre gioioso, ha la stessa qualità di quando è uscito».

J.T. «Quando mia madre lo ha visto al cinema la prima volta ricorso che mi ha detto “tutto vola, nell’arco di 10 anni nemmeno ti renderai conto di cosa è successo. Ne sono passati 40, di anni, e mia madre aveva ragione, tanto che negli ultimi 10 anni  mi sembra che tutto si sia velocizzato ulteriormente».

Con Grease John è diventato un sex symbol planetario: mai avuta la sensazione di essere travolto dalla fama?

J.T. «No, al tempo del film ero già in una serie tv di successo, I ragazzi del sabato sera, ero abituato ad essere riconosciuto, è solo cambiata la proporzione della mia fama, dopo  The boy in the plastic bubble. Ho sempre vissuto una vita molto privata finchè mi sono affermato abbastanza e ho lasciato Hollywood per una comunità tranquilla a Santa Barbara, poi è stata la volta della Florida. Non ho mai sentito di vivere a Los Angeles, ci sono sempre andato solo a lavorare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Wim Wenders: «Confesso, ho peccato»

23 giovedì Ago 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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3D, cinema, Cristiana Allievi, donne, fede, interviste, Papa Francesco, Wim Wenders

 

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Il regista, sceneggiatore e produttore Wim Wenders, 73 anni (foto di Caitlin Cronenberg, courtesy GQ Italia).

IL DOCU FILM DI WIM WENDERS SUL PAPA ARRIVA NELLE SALE E IL REGISTA ANCORA SI INTERROGA SU QUANTO LO ABBIA CAMBIATO L’INCONTRO CON FRANCESCO. AL PUNTO CHE, PER LA PRIMA VOLTA, HA DECISO DI PRENDERSI UNA PAUSA PER RIFLETTERE. ANCHE SUL TEMA DEL FEMMINILE

«Nemmeno nei miei sogni più selvaggi avrei pensato di girare un film sul Papa. Lo avevo osservato attentamente, nel suo primo anno di pontificato, e mi era piaciuto. Ancora prima, quando lo hanno annunciato in tv, ero entusiasta: mi sono detto che chiunque sarebbe arrivato aveva un sacco di coraggio, per scegliere quel nome». A più di quarant’anni dagli esordi, il regista di Paris Texas e Il cielo sopra Berlino ha una carica straordinaria. È lo stesso motore che lo ha reso un artista instancabile nel continuare a ridefinire il suo gesto creativo. Cresciuto a Dusseldorf, ha masticato molto rock and roll e western hollywoodiani, assorbendo quell’iconografia made in the Usa che ci ha restituito in tanti dei suoi motel e centri commerciali, nella rappresentazione del West americano, nei jukeboxes e nelle musiche dei suoi film. Fra esperimenti e azzardi vari, fra cui un irriverente uso del 3D, Wenders non ha mai temuto il rischio, né i tonfi più clamorosi. Quindi stupisce, ma fino a un certo punto, Papa Francesco- Un uomo di parola, l’ennesimo, riuscitissimo, azzardo. Nelle sale dal 4 ottobre, presentato come evento speciale all’ultimo festival di Cannes, questo documentario è un lungo racconto-intervista in cui il cineasta tedesco lascia che Bergoglio risponda alle sue domande parlando direttamente agli spettatori. Un lavoro che trasuda ammirazione e che stupisce, se si pensa al passato politicamente impegnato di Wenders. Ma a vincere è lo stupore per la forza comunicativa del papa, degna di una rockstar. E che ha convinto lo stesso Wenders a cambiare, come racconta lo stesso regista in questa intervista.

Com’è stato incontrare il pontefice nel privato di un set? «Il primo giorno di riprese eravamo pronti da ore con la mia troupe. Eravamo tesi, ho detto a tutti “non gli chiederò di fare la stessa cosa due volte, non è un attore, non avrà trucco: quello che succede, succede”. Bergoglio è entrato nella stanza da solo, ha iniziato a stringere la mano a tutti, uno per uno, guardato tutti negli occhi. Ha mostrato cosa intende con parità, abbiamo sentito un contatto reale, è un uomo che non finge».

I messaggi che lancia dallo schermo ruotano intorno a famiglia, figli e relazioni, e sono molto semplici, eppure lasciano il segno. Perché? «Ho visto una madre sconvolta, quando Bergoglio le ha chiesto “passa tempo con suo figlio?”, in quel momento si è accorta di non farlo, di lasciarli soli con l’ipad. Anch’io sapevo di poter vivere con meno di quello che ho, ma mentre il papa mi parlava ho realizzato che mentivo a me stesso».

I suoi “sperperi”? «Compro 30 cd di musica ogni settimana e la maggior parte li ascolto una sola volta. Ho sempre accumulato, anche un mare di abiti, e se penso al numero di paia di scarpe che vedo nelle case dei miei amici, è impressionante. Evidentemente serve il papa a ricordarci che tutto questo è assurdo: lui indossa le stesse scarpe da 10 anni e si è presentato su una Fiat Panda».

Dopo questo incontro ha rivalutato la religione? «Sono una persona spirituale, ma non sono cattolico. La rigidità delle istituzioni mi spaventa, si prendono tutte più seriamente di quello che rappresentano».

Da re dei road movie  si è messo a girare in 3D, sfidando i colleghi d’Oltreoceano: anche lei è un uomo coraggioso.  «Hollywood non ha usato il 3 D, lo ha abusato, e senza prenderlo seriamente. Ci facevano solo film d’azione, invece di studiarlo come un cambiamento epocale, un nuovo linguaggio per il cinema».

Che lei ha usato per intimi drammi familiari e addirittura dialoghi fra amanti, quasi una sfida impossibile. «Con quella tecnologia lavorano parti diverse del cervello, che rintracciano anche la profondità, e gli occhi sono naturalmente diretti verso la persona che sta parlando. In pratica si è immersi in quello che guarda, mi è sembrato uno strumento perfetto per riportare i dialoghi al centro».

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ, n.  settembre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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