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Cristiana Allievi

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I coniugi Travolta: «Noi due contro tutti».

18 martedì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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Cristiana Allievi, Gotti, Grease, interviste illuminanti, John Travolta, Kelly Preston, La febbre del sabato sera, matrimonio, Padrino, Pulp Fiction, Scientology

 

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John Travolta e Keppy Preston, 30 anni sul red carpet (courtesy Pop sugar). 

SONO SPOSATI DA QUASI 30 ANNI. INSIEME HANNO SUPERATO LA PERDITA DI UN FIGLIO E ORA TORNANO AL CINEMA FIANCO A FIANCO IN GOTTI, IL PRIMO PADRINO. JOHN TRAVOLTA E KELLY PRESTON RACCONTANO A GRAZIA PERCHÈ LORO, SENZA SEPARARSI MAI, POSSONO ESSERE PIU’ FORTI

«Vuole sapere cosa mi innervosisce di John? In cucina non pesa nessun ingrediente, va a occhio e le cose che crea funzionano perfettamente. Però sa fare solo un tipo di biscotti, al cioccolato e burro di nocciole». Non tutti sono capaci di svelare il segreto di un matrimonio che dura da 27 anni, ma lei ci riesce. E si capisce al volo che la ricetta sta nel saper giocare con il proprio partner, e con una certa ironia. Ho davanti a me Kelly Preston, signora Travolta da quasi tre decadi. È la prima a rompere il ghiaccio, mentre accanto a lei c’è John, Travolta of course. Contrariamente a quanto mi sarei immaginata l’icona di Grease, La febbre del sabato sera e Pulp Fiction sta un passo indietro, si commuove di fronte all’amore che le persone manifestano nei suoi confronti e non si nasconde davanti a “no comment” quando le domande sono scomode. I due formano una coppia solida, che nove anni fa ha attraversato la perdita di un figlio, Jett, in un incidente domestico.  Il loro anniversario di matrimonio si festeggia il 12 settembre e, per un caso, dal giorno successivo saranno insieme nelle sale con Gotti, il primo padrino, diretto da Kevin Connolly, il film presentato all’ultimo festival di Cannes che li ha riuniti sul set per la terza volta, dopo Gli esperti americani e Daddy Sitter.  Travolta interpreta John Gotti, il mafioso di origine italiane che diventa leader della famiglia Gambino: sarà condannato all’ergastolo nel 1992 e dopo 10 anni morirà in carcere. Kelly interpreta la moglie del boss, Vittoria, e questo film la riporta sul set otto anni dopo da Casino Jack, accanto a Kevin Spacey. «Dopo quel film ho scelto pochi e miratissimi progetti», continua. «Volevo esserci totalmente per i nostri due figli Ella e Ben, 18 e 8 anni, ma sono felice di essere tornata».

Com’è stato girare questo film in coppia?

K.P. «È stato meraviglioso. Ho amato questo ruolo, c’era molto materiale a disposizione, entrambe i figli di Gotti hanno scritto libri molto istruttivi, e poi c’era quello di Victoria stessa, This family of mine.  Ho usato internet, visto molti video, soprattutto un bellissimo pezzo di intervista di 8 minuti. Victoria ci ha anche invitati per pranzo, l’abbiamo raggiunta con i nostri ragazzi. Vive ancora nella stessa casa, ho potuto chiederle qualsiasi cosa, è molto intelligente, tosta, e molto, molto divertente. Vado orgogliosa del fatto che mi ha persino dato i suoi gioielli da indossare nel film».

 Com’è essere una coppia vera, su un set?

K. P. «È un lusso che rende tutto facile, e dal momento che i nostri ragazzi studiano tutti con insegnanti privati, anche loro sono sempre con noi. John è appena stato a girare The poison rose in Savannah, Georgia, ci siamo spostati tutti lì. E quando viaggiamo per promuovere i film cerchiamo di affittare case, altrimenti stiamo in hotel».

J.T.  «Sento che mi piace quando siamo tutti insieme, mi fa sentire in pace, viceversa mi sembra di essere un po’ sconnesso. Preferisco che i ragazzi stiano con me, e per fortuna possono farlo».

 

È vero che fate gare di cucina, in famiglia?

J. T. «Mischio tutti gli ingredienti a caso e faccio finta di sapere quello che faccio! Mi piacciono i programmi di cucina in tv ma non quelli competitivi, divento nervoso per i partecipanti. Per questo adoro Martha Stewart, è grandiosa nella sua scuola di cucina, e Kelly è un mago nel rifare quello che vede, ha un talento artistico in tutto, a partire dal preparare una tavola».

K.P. «La mia trasmissione culinaria preferita è la serie tv Chopped, anche se è stressante, devi fare le cose in mezz’ora! Quando facciamo le nostre competizioni famigliari a casa ci raggiungono anche la sorella di John e molti altri famigliari e amici. Formiamo una giuria ma non facciamo come in tv, dove ci sono solo piatti fatti al buoi, e non sai chi ha cucinato cosa».

 Grease ha appena compiuto 40 anni, secondo voi come li porta?

K.P. «Vent’anni fa abbiamo fatto una reunion per il film, non mi pare possibile ne siano passati altri 20! A Cannes ho visto la versione restaurata e il film mi sembra sempre gioioso, ha la stessa qualità di quando è uscito».

J.T. «Quando mia madre lo ha visto al cinema la prima volta ricorso che mi ha detto “tutto vola, nell’arco di 10 anni nemmeno ti renderai conto di cosa è successo. Ne sono passati 40, di anni, e mia madre aveva ragione, tanto che negli ultimi 10 anni  mi sembra che tutto si sia velocizzato ulteriormente».

Con Grease John è diventato un sex symbol planetario: mai avuta la sensazione di essere travolto dalla fama?

J.T. «No, al tempo del film ero già in una serie tv di successo, I ragazzi del sabato sera, ero abituato ad essere riconosciuto, è solo cambiata la proporzione della mia fama, dopo  The boy in the plastic bubble. Ho sempre vissuto una vita molto privata finchè mi sono affermato abbastanza e ho lasciato Hollywood per una comunità tranquilla a Santa Barbara, poi è stata la volta della Florida. Non ho mai sentito di vivere a Los Angeles, ci sono sempre andato solo a lavorare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

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Livia Firth, la rivoluzionaria della moda

17 lunedì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Moda & cinema

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Colin Firth, Cristiana Allievi, Eco-Age, Grazia, Green Carpet Fashion Award, interviste illuminanti, Livia Firth, moda eco, sostenibile

 

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Livia Firth, imprenditrice e produttrice cinematografica (foto di Julian Hargreaves per Grazia)

È UN’IMPRENDITRICE CHE AIUTA LE MAISON A PRODURRE ABITI E GIOIELLI IN MANIERA RISPETTOSA DI AMBIENTE E LAVORATORI. ALLA VIGILIA DEI GREEN CARPET AWARDS, GLI OSCAR DELLO STILE SOSTENIBILE CHE SARANNO ASSEGNATI A MILANO, POSA PER GRAZIA E RACCONTA I PASSI AVANTI IN UNA BATTAGLIA IN CUI HA AL FIANCO SUO MARITO, L’ATTORE COLIN

«Non bastava che il nostro aereo fosse in ritardo, ci hanno anche fermato all’immigrazione. Risultato, abbiamo due ore di ritardo».  Siamo in una suite dell’hotel Cipriani, a Venezia, e nonostante Livia Firth abbia viaggiato per ore, si presenta all’intervista fresca come una rosa grazie al suo truccatore di fiducia. Vive da anni a Londra, ha una casa in Umbria e un marito da vent’anni che di nome fa Colin Firth ed è un premio Oscar. Insieme hanno due figli, Luca, 17 anni, e Matteo, 15. Ma parlare della sua vita privata, con lei, è impossibile: ha deciso anni fa che non lo avrebbe più fatto perché- parole sue- le affermazioni che faceva venivano regolarmente fraintese. Così focalizza le sue attenzioni sull’attività di produttrice e imprenditrice di Eco-Age, una società di consulenza che aiuta le aziende a diventare ecosostenibili. Ma a proposito di marito, alla serata di Chopard che seguirà alla nostra intervista i due sono stati sorridenti e inseparabili, a dimostrare che la crisi attraversata qualche tempo fa è stata definitivamente superata. Prima di parlare con me, Livia da un occhio agli abiti appesi sullo stand che indosserà in questo servizio fotografico, e punta decisa sui colori più vivaci. Il 23 settembre, in piena settimana della moda, sarà di nuovo sul The Green Carpet Fashion Award, progetto di cui è madrina e che per il secondo anno avrà come magnifico scenario il Teatro alla Scala di Milano. Partiamo da qui.

 Lei combatte il “fast fashion”, la moda a basso costo che punta sulle ultime tendenze… «Non saremmo qui a parlare di moda sostenibile, se non esistesse il fast fashion. Fino a 30 anni fa compravamo e consumavamo in modo diverso, oggi tutto è usa e getta, con ripercussione sull’ambiente e sulle persone che creano questi prodotti: i vestiti vengono confezionati da persone che vivono come schiavi».

 Il documentario The True Cost, mostrato in anteprima mondiale a Cannes nel 2016, raccontava con immagini scioccanti l’impatto della moda a basso costo sull’ambiente e sulla vita delle persone. Come hanno reagito i grandi marchi dello stile, considerato che alcuni di loro decentrano la produzione per abbassare i costi? «La moda del lusso ha dovuto fare dei compromessi per competere con il fast fashion, produrre anche all’estero, per esempio in Bangladesh, con le agevolazioni del caso. Ma è anche vero che molti brand del lusso si sono accorti per primi di dover cambiare le cose e di non poter usare certi mezzi. Il gruppo Kering in Italia, che comprende Gucci e Bottega Veneta, ma anche Stella McChartney, si muovono diversamente: sono alcuni fra i marchi del lusso che controllano completamente la loro filiera perché tengono alla reputazione».

 Dove è arrivato il suo impegno con Eco-Age e la moda sostenibile? «Nell’ultimo anno i cambiamenti sono stati radicali.  A forza di parlarne si è rotto un argine e le persone ascoltano più facilmente, adesso è entusiasmante parlarne. E tanti amministratori delegati hanno capito che la sensibilità fa parte del profitto di un’azienda e che se vuoi un business che funzionerà anche fra 10 anni devi avere un certo tipo di produzione».

Se si volta indietro, dove colloca l’inizio della sua battaglia? Cosa ha fatto scattare la molla dentro di lei? «L’idea di Eco-Age è stata di mio fratello Nicola: quando ha aperto, nel 2007, era un negozio. Aveva finito Economia e commercio a Roma ed è venuto da me e Colin  a Londra,  a perfezionare l’inglese. Non sapeva cosa avrebbe fatto da grande, ma non voleva lavorare nel mondo finanziario. Essendo sempre stato appassionato di eco sostenibilità, un giorno è venuto da noi e ci ha chiesto: “se doveste comprare un pannello solare, dove andreste?”. Gli abbiamo risposto che non ne avevamo idea. Gli si è accesa una lampadina: “Visto che non esiste un negozio per strada, in cui puoi entrare  e chiedere informazioni, lo apriamo noi”. Eco Age, a Londra, è stato il primo negozio per la casa specializzato in materiale eco sostenibile. Abbiamo lanciato la prima libreria in materiale eco sostenibile al mondo, venivano tutti a fare un giro lì».

Poi? «Sono andata in Bangladesh, con Oxfam, per una campagna contro la violenza domestica. Ho chiesto se mi facevano entrare di nascosto in una fabbrica e mi ha talmente scioccato quello che ho visto che ho capito che dovevamo dimenticarci della casa e passare alla moda. È un’industria che ha una grande responsabilità e una grande colpa: al momento è il business che riduce il maggior numero di persone a una forma di schiavitù moderna».

Lei ha ideato il il Commonwealth Fashion Exchange con il quale è arrivata a Buckingham Palace, il palazzo che ospita la Regina Elisabetta. Ci può dire di che cosa si tratta? «Il segretario generale del Commonwealth è una donna, la baronessa Patricia Scotland. Voleva fare qualcosa di speciale per riunire i paesi del sotto un unico ombrello, ha scelto la moda come veicolo per parlare di cose serie. Il concetto di Fashion Exchange, il più grande scambio di moda mai esistito, ha coinvolto designer di 56 paesi del mondo, incluse isolette del Pacifico mai sentite nominare prima. Kate Middleton è diventata madrina dell’evento, ha una grande passione per i tessuti, qualche anno fa aveva visitato tutti i tessutai inglesi».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

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Wim Wenders: «Confesso, ho peccato»

23 giovedì Ago 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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3D, cinema, Cristiana Allievi, donne, fede, interviste, Papa Francesco, Wim Wenders

 

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Il regista, sceneggiatore e produttore Wim Wenders, 73 anni (foto di Caitlin Cronenberg, courtesy GQ Italia).

IL DOCU FILM DI WIM WENDERS SUL PAPA ARRIVA NELLE SALE E IL REGISTA ANCORA SI INTERROGA SU QUANTO LO ABBIA CAMBIATO L’INCONTRO CON FRANCESCO. AL PUNTO CHE, PER LA PRIMA VOLTA, HA DECISO DI PRENDERSI UNA PAUSA PER RIFLETTERE. ANCHE SUL TEMA DEL FEMMINILE

«Nemmeno nei miei sogni più selvaggi avrei pensato di girare un film sul Papa. Lo avevo osservato attentamente, nel suo primo anno di pontificato, e mi era piaciuto. Ancora prima, quando lo hanno annunciato in tv, ero entusiasta: mi sono detto che chiunque sarebbe arrivato aveva un sacco di coraggio, per scegliere quel nome». A più di quarant’anni dagli esordi, il regista di Paris Texas e Il cielo sopra Berlino ha una carica straordinaria. È lo stesso motore che lo ha reso un artista instancabile nel continuare a ridefinire il suo gesto creativo. Cresciuto a Dusseldorf, ha masticato molto rock and roll e western hollywoodiani, assorbendo quell’iconografia made in the Usa che ci ha restituito in tanti dei suoi motel e centri commerciali, nella rappresentazione del West americano, nei jukeboxes e nelle musiche dei suoi film. Fra esperimenti e azzardi vari, fra cui un irriverente uso del 3D, Wenders non ha mai temuto il rischio, né i tonfi più clamorosi. Quindi stupisce, ma fino a un certo punto, Papa Francesco- Un uomo di parola, l’ennesimo, riuscitissimo, azzardo. Nelle sale dal 4 ottobre, presentato come evento speciale all’ultimo festival di Cannes, questo documentario è un lungo racconto-intervista in cui il cineasta tedesco lascia che Bergoglio risponda alle sue domande parlando direttamente agli spettatori. Un lavoro che trasuda ammirazione e che stupisce, se si pensa al passato politicamente impegnato di Wenders. Ma a vincere è lo stupore per la forza comunicativa del papa, degna di una rockstar. E che ha convinto lo stesso Wenders a cambiare, come racconta lo stesso regista in questa intervista.

Com’è stato incontrare il pontefice nel privato di un set? «Il primo giorno di riprese eravamo pronti da ore con la mia troupe. Eravamo tesi, ho detto a tutti “non gli chiederò di fare la stessa cosa due volte, non è un attore, non avrà trucco: quello che succede, succede”. Bergoglio è entrato nella stanza da solo, ha iniziato a stringere la mano a tutti, uno per uno, guardato tutti negli occhi. Ha mostrato cosa intende con parità, abbiamo sentito un contatto reale, è un uomo che non finge».

I messaggi che lancia dallo schermo ruotano intorno a famiglia, figli e relazioni, e sono molto semplici, eppure lasciano il segno. Perché? «Ho visto una madre sconvolta, quando Bergoglio le ha chiesto “passa tempo con suo figlio?”, in quel momento si è accorta di non farlo, di lasciarli soli con l’ipad. Anch’io sapevo di poter vivere con meno di quello che ho, ma mentre il papa mi parlava ho realizzato che mentivo a me stesso».

I suoi “sperperi”? «Compro 30 cd di musica ogni settimana e la maggior parte li ascolto una sola volta. Ho sempre accumulato, anche un mare di abiti, e se penso al numero di paia di scarpe che vedo nelle case dei miei amici, è impressionante. Evidentemente serve il papa a ricordarci che tutto questo è assurdo: lui indossa le stesse scarpe da 10 anni e si è presentato su una Fiat Panda».

Dopo questo incontro ha rivalutato la religione? «Sono una persona spirituale, ma non sono cattolico. La rigidità delle istituzioni mi spaventa, si prendono tutte più seriamente di quello che rappresentano».

Da re dei road movie  si è messo a girare in 3D, sfidando i colleghi d’Oltreoceano: anche lei è un uomo coraggioso.  «Hollywood non ha usato il 3 D, lo ha abusato, e senza prenderlo seriamente. Ci facevano solo film d’azione, invece di studiarlo come un cambiamento epocale, un nuovo linguaggio per il cinema».

Che lei ha usato per intimi drammi familiari e addirittura dialoghi fra amanti, quasi una sfida impossibile. «Con quella tecnologia lavorano parti diverse del cervello, che rintracciano anche la profondità, e gli occhi sono naturalmente diretti verso la persona che sta parlando. In pratica si è immersi in quello che guarda, mi è sembrato uno strumento perfetto per riportare i dialoghi al centro».

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ, n.  settembre 2018 

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«New York ha ancora bisogno di me», Cynthia Nixon

19 martedì Giu 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Berlino

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A quiet passion, Cristiana Allievi, Cynthia Nixon, Emily Dickinson, Grazia, LGBT, Politica, primarie 2018, Sex and the City, Usa

VENT’ANNI FA NELLA SERIE CULTO SEX AND THE CITY ERA UNA DONNA LIBERA E CONTROCORRENTE, E OGGI CONSERVA ANCORA QUESTA QUALITA’. AL CINEMA, DOVE INTERPRETA UNA POETESSA EMANCIPATA, E FUORI DAL SET, DOVE SI È CANDIDATA GOVERNATORE DELLO STATO CHE LE HA PERMESSO DI SPOSARE LA DONNA DELLA SUA VITA

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«Cynthia Nixon è superba in questo ruolo»,  ha scritto il quotidiano britannico The Guardian. Ma non si riferiva solo alla decisione di candidarsi Governatore dello stato di New York (le primarie sono il 13 settembre), perché l’attrice lanciata dalla serie tv Sex and the City lascia senza parole anche nel film A quiet passion (nelle sale), in cui interpreta la poetessa Emily Dickinson. Ci sono, comunque, molti punti in comune fra l’attivismo politico di Nixon e la nuova eroina ultra contemporanea che interpreta sullo schermo,  ovvero una donna che ha lottato contro l’intera società, quando tutti pensavano che la professione di scrittrice fosse inappropriata per una ragazza. Una donna modernissima che ha preso forza dalle sue simili, come le sorelle Brönte e Elizabeth Browning e ha combattuto per essere presa sul serio. Lo stesso che, passando dal set alla politica, dovrà fare la Nixon. A dire il vero, per le 40enni Cynthia era un tipo controcorrente già nella serie tv che l’ha resa celebre: nei panni di Miranda Hobbes era il personaggio più progressista, femminista, impegnato e anticonvenzionale di Sex & the city. Fuori dal set ha saputo essere anche più sorprendente: dopo anni con il suo partner, Danny Mozes, con cui ha avuto due figli (Samantha e Charles, 21 e 15 anni), Nixon ha sposato Christine Marinoni, attivista del movimento per i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender, e con lei ha avuto Max, 7 anni. Nel mezzo è riuscita a superare anche un cancro al seno, affrontando pubblicamente la sua malattia. Nel frattempo l’abbiamo vista in prima fila a tutti gli appuntamenti che contano, compresa la Women’s March del 2017, la marcia delle donne che ha sancito la nascita del movimento trasversale per la rivendicazione dei diritti femminili.

Lei è un’attrice attivista e newyorkese di oggi. Che cosa sente di avere in comune con una scrittrice dell’Ottocento come Emily Dickinson? «Quando ero una bambina, ero molto timida. Non riuscivo ad essere per gli altri la ragazza che si aspettavano che fossi. Credo di assomigliare a Emily in questo».

Fra i tanti misteri che riguardano la scrittrice c’è quello della sessualità. Pensa che fosse lesbica? «Se devo dare un parere, credo fosse molto innamorata di sua cognata, Susan Gilbert, e alla fine si è sentita tradita da lei. La definirei bisessuale, ma di fondo era una persona talmente appassionata e così desiderosa di instaurare rapporti da andare oltre i luoghi comuni».

Chi è più femminista fra voi? «Dickinson era molto interessata all’uguaglianza delle donne, aveva idee chiare contro la schiavitù e la guerra civile, ma non ha messo molto nel movimento politico. Io ho più fiducia in quella direzione di quanta non ne abbia avuta lei, so che bisogna impegnarsi in prima persona per concretizzare le idee».

Così ha deciso di candidarsi alle primarie democratiche del prossimo 13 settembre sfidando l’attuale governatore Andrew Cuomo. Perché questa decisione? «I nostri leader ci stanno deludendo, siamo lo stato con le più marcate diseguaglianze nell’intero Paese, con ricchezza incredibile e povertà estrema. Siamo stanchi di politici che si preoccupano di titoli e potere e non di noi. Io vivo a New York da sempre, è la mia casa».

(continua…)

 

Intervista pubblicata su Grazia del 13/6/2018 

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Anna Mouglalis: «Il dolore che mi porto dentro».

03 domenica Giu 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Moda & cinema

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abusi sessuali, Anna, Anna Mouglalis, cinema, Cristiana Allievi, Grazia, interviste

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L’attrice francese Anna Mouglais, 40 anni. 

Silenziosa, sta dietro la sua Rolleiflex a scattare immagini. Ma non si tratta né di foto di vacanze né di ritratti di moda. La donna dietro l’obiettivo sta facendo un reportage sulla prostituzione in Asia, e rompe il silenzio solo per fare domande alle giovani donne che ha davanti. La sua indagine sul turismo sessuale e sul traffico di esseri umani la farà finire nelle mani dei gangster locali, e da testimone di orrori passerà  ad essere rapita, torturata e stuprata. «Abbiamo girato Anna tra Montréal e la Tailandia», racconta del film di Charles-Oliver Michaud, in cui curiosamente attrice e protagonista del film hanno lo stesso nome.  Anna Mouglalis lo racconta con quella voce profondissima che all’inizio della carriera qualcuno le ha suggerito di trasformare con un’operazione. Occhi liquidi e scurissimi, non sfugge mai con lo sguardo durante la conversazione. «Quando ho letto la sceneggiatura ho accettato subito il film. Poi mi sono chiesta perché l’ho fatto, sapendo che mi sarei dovuta dedicare alla sofferenza per un bel po’ di mesi. Anche se si tratta di recitazione, devi metterti in uno stato emotivo credibile, soprattutto quando sai che il tuo lavoro deve rendere giustizia a vittime vere». L’Italia sarà il primo paese europeo a mostrare questo film, nelle sale dal 31 maggio dopo l’anteprima avvenuta ben due anni fa. «Pensi che in Francia non è ancora uscito, ma sono molto toccata dal lavoro che stanno facendo i distributori. Oggi le persone sono più pronte ad ascoltare storie simili». Padre greco e madre bretone, Mouglalis è nata a Nantes, nella Loira atlantica, poi si è trasferita a Parigi, dove di sera faceva la modella e di giorno studiava al Conservatorio d’arte drammatica. Inizia la carriera di attrice dal teatro, finché Chabrol la lancia sul grande schermo come la pianista di Grazie per la cioccolata. Poco dopo incontrerà Karl Lagerfeld che la sceglierà come testimonial di Chanel. In Italia conosciamo Anna Mouglalis per ruoli ad alto tasso erotico, prima come torbida amante in Sotto falso nome, di Roberto Andò, poi prostituta in Romanzo Criminale, di Michele Placido, quindi pedina in un intrigo d’amore in Mare Nero, di Roberta Torre. E prima che  Mario Martone la scelga per Il giovane favoloso, ottiene due ruoli super iconici: la più ambiziosa delle stiliste, in Coco Chanel & Igor Stravinsky, di Jan Kounen, e Jiuliette Gréco in Gainsbourg (vie eroique) di Joann Sfar. Viste le donne altamente sofisticate a cui ci ha abituate, nel nuovo film sorprende vederla senza un filo di make up e addirittura sfigurata.

Anna è basato su fatti realmente accaduti? «I casi delle ragazze sono tutti veri e frutto di ricerche giornalistiche che hanno indagato la rete di prostituzione che collega Montréal all’Asia. Prima di fare il regista, Charles-Oliver ha passato molto tempo in Asia e, come occidentale, è sempre stato sollecitato sul tema prostituzione. È così che ha fatto le sue ricerche».

Lei come si è preparata al ruolo? «Ho letto molto sulla Thailanda, la politica e la prostituzione.  Alla fine ho capito che quest’ultima non è un fenomeno legato a luoghi specifici, i clienti sono ovunque, appartengono a un mondo capitalistico e barbarico. Il governo, i militari, tutti sanno chi è coinvolto in questo traffico di vite umane, e lo agevolano, per questo il film non ha un happy end all’americana».

È stato facile per lei vedersi trasandata? «È molto interessante, Anna non è una modella né un’attrice, eppure il regista ha scelto me per interpretarla, che sono entrambe le cose. È stato un gesto forte».

Una riflessione sulla bellezza femminile? «In Thailandia è una maledizione nascere bella, perché i tuoi genitori ti venderanno, quindi  per quelle ragazze la bellezza corrisponde all’essere usata, e quando fai parte di un’industria come la moda fai le stesse riflessioni. Il corpo delle donne dovrebbe essere un bene solo loro, non appartenere a nessun altro. Dobbiamo cambiare il modo in cui vediamo noi stesse, abbandonare la vecchia visione che ci relega a delle specie di oggetti».

La sua esperienza personale con la violenza? «La peggiore è stata la paura che ne avevo prima ancora di subirla. Da parte di mio padre c’è una storia di violenza verso le donne, mentre la madre di mia madre è stata violentata ed è rimasta incinta così dei suoi figli, sono cose che mi porto nelle cellule. Le donne in casa mia giustificavano i lividi dicendomi che erano inciampate nelle scale, o che avevano picchiato la testa contro un mobile».

Ricorda il suo stato d’animo? «Ero congelata, sono cresciuta con la paura della sofferenza fisica, che di per sé è quasi peggio della violenza stessa. È terribile da dire, ma la prima volta che l’ho subita mi ha liberata da quell’incubo teorico che porta a vivere lontano dalla realtà».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 31/5

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Alba Rohrwacher: «Un giorno imparerò a gioire».

29 martedì Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes

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Alba Rohrwacher, Alice Rohrwacher, Cannes 2018, cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Lazzaro Felice, Personaggi, Troppa Grazia

SULLA CROISETTE ALBA HA VINTO DUE VOLTE: CON IL FILM DIRETTO DALLA SORELLA E CON TROPPA GRAZIA. EPPURE LEI NON RIESCE ANCORA AD ABBANDONARSI AL SUCCESSO

Cannes, Maggio 2018. Entro nella suite all’Hotel Carlton che affaccia sul mare della Croisette. Mi saluta con gentilezza, e una volta che mi sono accomodata sulla poltrona mi chiede se voglio un caffè, che mi prepara lei stessa. La sera prima del nostro incontro Lazzaro Felice (nelle sale dal 31 maggio) il film diretto dalla sorella Alice e passato in Concorso al Festival di Cannes, ha avuto una standing ovation di 10 minuti. Lei, che è fra i protagonisti, è ancora emozionata. Non sa che a breve il film vincerà il premio per la miglior sceneggiatura e che anche l’altro lavoro presente a Cannes, Troppa grazia, di cui è protagonista assoluta, sarà votato miglior film della Quinzaine. Insomma, ho di fronte a me la vera protagonista del Festival più importante del mondo, che è stata anche sul tappeto rosso con Cate Blanchett in una simbolica Montèe des marches, a “chiedere” un cambiamento della condizione delle donne nel cinema. Del resto è una della attrici più talentuose che abbiamo, e ultimamente il cinema francese ce la scippa volentieri, vedere alle voci La meccanica delle ombre e I fantasmi d’Ismael. Non parla, quasi sussurra, tanto che farò quasi fatica a riascoltare le sue parole nel registratore. Ma non importa, perché a rimanermi nel cuore, di Alba, sono i sorrisi, che quando si palesano le fanno strizzare gli occhi, proprio come fanno i gatti.

Come l’ha fatta sentire l’accoglienza del pubblico? «Non dimenticherò mai la sensazione alla fine della proiezione di Lazzaro felice, è stata straordinaria. E avrebbe dovuto succedere tante altre volte, perché le cose mi sono andate molto bene, sono fortunata. Invece l’unica volta che mi sono sentita come ieri sera è stata dopo Hungry Hearts».

Cosa mi sta dicendo? «Che devo, voglio imparare a gioire delle cose belle. Per me è difficilissimo e so che è un limite».

Perché fatica a gioire dei successi? «Penso sempre di non meritarmeli, è il mio carattere».

Nel caso di Hungry Hearts c’era  anche la regia del suo compagno, Saverio Costanzo… «Ricordo di aver avuto una sensazione molto chiara, mi sono svegliata la mattina e ho detto “sono felice, e non è un peccato esserlo”. Ho capito che me ne dovevo prendere la responsabilità».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 23 del 24/5/2018

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Cold War, l’amore (scolpito nel jazz) ai tempi della Guerra Fredda

12 sabato Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Politica

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Cannes 2018, cinema, Cold War, Cristiana Allievi, GQ Italia, Pawlikowski, recensione

Tutti i pregi del film che a oggi pare il migliore visto al Festival di Cannes 2018

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Una scena del film di Pawlikowski, in corsa per la Palma d’Oro al 71° Festival di Cannes. 

Siamo nel Dopoguerra, in Polonia. Fra le rovine di una chiesa ortodossa c’è un coro che canta. Un uomo e una donna, pianista e direttore d’orchestra lui, lei cantante e ballerina, si scambiano uno sguardo che cambierà le loro vite. Appartengono a due classi sociali diverse, e i tempi sono quelli durissimi della Guerra Fredda a cui allude il titolo. Ma nonostante gli ostacoli, le relazioni che entrambi hanno con altri, e un mondo che continua a cambiare intorno a loro, sono irresistibilmente attratti uno dall’altra. Vivranno una storia d’amore impossibile, viaggiando dalla Polonia a Berlino, dalla Jugoslavia a Parigi.

Questa la trama di Cold War di Pawel Pawlikowski (traduzione letterale di “Zimna Wojna”), passato in Concorso al festival di Cannes: ottantaquattro minuti di straordinaria bellezza per cui si parla già di Palma d’Oro. Perché ogni fotogramma di questa coproduzione fra Polonia, Inghilterra e Francia, è un’immagine destinata a restare scolpita per sempre nella mente dello spettatore.

«È una storia a cui ho lavorato per un decennio. Spesso scrivo cose e le metto da parte, poi ci torno su», ha raccontato il regista polacco, premio Oscar per Ida. Nato a Varsavia, ha lasciato la Polonia a 14 anni, girato per Inghilterra, Germania e Italia, fino a stabilirsi nel Regno Unito nel 1977. «Ho vissuto in tutto il mondo, ma quando sono tornato nella mia terra, nel 2013, mi sono accorto di quanto fosse rimasta dentro di me. È importante lasciare la propria casa in una prima fase di vita, per poi tornarci nella seconda parte», racconta Pawlikowski, che ha studiato Lettere e filosofia a Londra e Oxford.

La sua scelta di ambientare una storia d’amore nel Dopoguerra non è casuale. «Il periodo storico mi ha facilitato nel creare degli ostacoli, e poi la gente al giorno d’oggi è molto distratta, c’è troppo rumore intorno a noi, è difficile immaginare che se una persona si innamora, il resto del mondo scompare. Mentre all’epoca la vita era più grafica, più chiara». Il film inizia nel 1949 e racconta 15 anni di vicende, è in bianco e nero e ha uno stile piuttosto classico. «Sono cresciuto con i film degli anni Cinquanta e Sessanta, è inevitabile. Non volevamo ripetere l’estetica di Ida (sempre in bianco e nero, e curata dallo stesso direttore della fotografia, Lukasz Zal) ma i colori non erano previsti perché in Polonia la natura non ne ha. Prima abbiamo pensato a qualcosa di “sovietico”, poi ha prevalso il bianco e nero, che è molto metaforico, ma lo abbiamo reso più drammatico di quello del mio lavoro precedente, contrastandolo. E poi l’eroina della storia è una donna molto agitata, la macchina si muoveva molto, c’è tanta energia».

I lunghi tempi di lavorazione non meravigliano, considerata la visione del cinema dell’autore. «I film non sono una storia, ma un pezzo d’arte, è normale che prendano molto tempo. Mentre giro voglio scolpire le scene, so che è frustrante per degli attori avere qualcuno che sta così tanto sull’immagine, ma tengo molto a curare la sincronia fra l’azione, l’immagine, la fotografia e la musica. È doloroso, specie per i produttori, perché il processo dura una vita, ma questa è la mia idea di cinema».

I due magnifici attori che interpretano Wiktor e Zula sono Tomastz Kot– volto di più di 30 film in Polonia- e Joanna Kulig, attrice dei precedenti due film di Pawlikowski, Ida e The woman in the fifth. «Sono cresciuta in montagna, in Polonia, e lì si canta molto, questo aspetto è stato facile per me. Mentre danzare, specialmente in gruppo, ha richiesto un duro lavoro per un anno, in cui ho studiato con un gruppo folk». Gli attori hanno dovuto lavorare molto anche sull’aspetto della chimica. «Tomastz è molto alto, ho passato mesi sui tacchi mentre lui cercava di rimpicciolirsi», scherza Joanna, «siamo amici e stando molto tempo insieme per le riprese, in tanti luoghi diversi, a volte finivamo per sentirci fratelli. Rendere l’amore che si vede sullo schermo è stato un processo lungo, ogni giorno cambiavamo qualcosa nei dialoghi. Pawel è un regista che fa ripetere le scene molte volte. Ricordo una volta, alle tre di notte, in cui mi sono detta “fai come se stessi meditando, stai tranquilla e ripeti la scena…”».

La musica è un personaggio centrale del film, a partire dal fatto che Wiktor suona il pianoforte e dirige un’orchestra. «Prima del film i tasti erano un mistero per me, ci ho passato molto tempo insieme e alla fine ho persino imparato a suonare Al chiaro di lunadi Debussy», racconta. Tutti i brani che sembra suonare al pianoforte sono in realtà suonati e arrangiati da Marcin Masecki, le altre musiche vanno da Porgy and Bess di Gershwinalle note del Mazowsze folk ensemble, gruppo fondato dopo la guerra e ancora attivo, passando dal lavoro musical etnografico di Marian e Jadwiga Sobieski. «Curo il suono tanto quanto la recitazione», precisa il regista. «In fatto di musica ho gusti molto cattolici, e con l’età divento nostalgico. Adoro il folk polacco ed è vero che uno spettatore può rintracciare anche qualche eco d’Italia, da bambino Celentano e Marino Marini andavano fortissimo in Polonia, e io li ascoltavo».

Il film è attraversato da un certo senso di nostalgia, ma «non è la forza che trascina il film», tiene a sottolineare, mentre racconta anche di sentirsi molto affine alla “Nuova onda” del cinema ceco, soprattutto a registi come Jaromil Jireš a Milos Forman. «Immagini e suoni vengono comunque sempre da qualcosa di antico, dentro di noi. Ed è vero che mi manca un mondo in cui non ci sono tutti questi stimoli, così come la natura che mostro, soprattutto il fiume, è ciò che frequentavo da bambino e che ho riscoperto da grande».

Il capolavoro porta la dedica “ai miei genitori”, che hanno gli stessi nomi dei protagonisti. Morti nel 1989 proprio prima della caduta del muro di Berlino, non sono però esattamente come quelli che si vedono sullo schermo. Ad esempio la madre vera del regista viene da una classe sociale borghese, mentre la donna del film arriva dalla provincia, per lei il Comunismo è una cosa facile e non ha interesse a scappare verso Occidente. «Ci sono molte cose in comune fra la coppia sullo schermo e i miei, soprattutto la dinamica relazionale. Si sono presi e mollati varie volte, in 40 anni, e per me sono sempre stati il soggetto cinematograficamente più interessante. Ma questo film non è il loro ritratto».

Per sapere come è andata a finire fra loro bisogna arrivare all’ultima scena del film, destinata a restare negli annali del cinema. In Italia il film sarà presto distribuito da Lucky Red.

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Everybody knows, il quarto film che Javier Bardem e Penelope Cruz fanno assieme

10 giovedì Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, Cultura, Festival di Cannes, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Everybody Knows, Festival di Cannes, interviews, Javier Bardem, journalism, Penelope Cruz

 

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I due attori premi Oscar Penelope Cruz e Javier Bardem nel film che ha aperto ieri il 71° Festival di Cannes, Everybody Knows. 

Non è facile essere il film che apre un festival pieno di polemiche. Non è facile nemmeno fare da apripista a cambiamenti che puntano al futuro ma che, per qualche verso, hanno un non so che di reazionario. Con queste premesse ieri sera Everybody Knows di Asghar Farhadi ha inaugurato il 71mo festival di Cannes. Sul red carpet abbiamo visto sfilare i due divi del film, i premi Oscar Penelope Cruz e Javier Bardem, seguiti dai  membri della giuria della sezione in competizione, con in testa (la divina) Cate Blanchett.

Il film è scritto e diretto da un regista iraniano, ma che non potrebbe essere più spagnolo. Girato poco fuori Madrid, racconta la storia di una donna, Laura (la Cruz) che dall’Argentina torna a casa con i suoi due figli, nel cuore di un vigneto iberico, per il matrimonio della sorella. Il marito è rimasto a casa per questioni di lavoro, e lei qui rincontra parenti e vecchi amori. La sera del matrimonio la luce se ne va. In quel momento scompare nel nulla anche la figlia Irene, mandando Laura in mille pezzi.
Sarà costretta ad affrontare un passato troppo frettolosamente seppellito, o almeno che credeva tale: perché il titolo, “tutti sanno”, ricorda che in un paesino, di segreti, ce ne sono ben pochi.

Il regista è quello che ha vinto l’Oscar con Una separazione, e che con film come Il passato e Il cliente  ci ha abituati a mistero e tensione, oltre che a un’ottima recitazione. In Everybody knowsresta solo quest’ultima, e svaniscono mistero e ritmo, a ricordare quanto sia difficile fare un buon film anche per un rinomato artista come lui. Il passato era stata la sua prima esperienza all’estero con un cast occidentale, questa è la seconda, che vanta anche un grosso budget e una coproduzione che affianca Spagna, Francia e Italia. «Lavoro focalizzandomi sulle cose che la mia cultura ha in comune con le altre», ha raccontato il regista in conferenza stampa. «Al contrario di quello che dicono i media, gli esseri umani non sono diversi per quello che riguarda sentimenti come paura, odio, rabbia, ed è importante insistere su quello che ci accomuna. L’idea del film mi è venuta dopo un viaggio in Spagna di 15 anni fa, ma ci sono voluti quattro anni a svilupparlo e a trasformarlo in una sceneggiatura. Volevo che il mondo nel film fosse più ampio di quello di un piccolo villaggio, ho pensato a personaggi che venivano anche dall’Argentina e dalla Catalogna, e che parlano con accenti diversi».

Questo è il quarto film che vede i Bardem insieme. Si sono conosciuti 25 anni fa sul set di  Prosciutto, prosciutto!, ma si sono sposati solo nel 2010 e oggi hanno due figli. «Ho incontrato Javier a Los Angeles molto tempo fa, mentre Penelope anni dopo, in Spagna, ed è stato chiaro da subito che avremmo fatto questo film insieme».  «In cinque anni ci siamo incontrati spesso il regista», ricorda la Cruz, «e negli ultimi due anni Asghar è venuto addirittura a vivere in Spagna. Ha un modo di lavorare così particolare, ha preso lezione di spagnolo, non dormiva la notte per imparare i nostri dialoghi. Ho un profondo rispetto per lui, è molto umile, fa domande agli attori e li ascolta, per questo è il più grande detector di menzogne, perché comprende le cose». Le fa eco il marito. «Un regista iraniano che non parla spagnolo e gira un film più spagnolo di quelli dei registi spagnoli è una cosa fuori dall’ordinario, vedere qualcuno di un altro paese fare una cosa simile è bellissimo, dimostra che ciò che conta è di cosa si parla, non chi ne parla». Il film tocca il tema della paternità molto da vicino. «Il film è un thriller ma questa è solo una scusa per parlare di certi argomenti e chiedersi cosa farei io al posto del protagonista», continua Farhadi. «La relazione centrale padre-figlia ricorda quella nel Re Lear ma anche quella che c’è in tante famiglie. La domanda che ci si fa è chi è un genitore, colui che tira su una figlia o colui che la concepisce biologicamente?».

Bardem nel film è Paco, vecchio amore di Laura, e diversamente da quanto accade spesso con i personaggi di Farhadi, che agiscono mossi dal senso dell’onore, a muoverlo sono i sentimenti. «L’onore ci fa fare errori, molti crimini oggi vengono commessi per questo. Il mio personaggio è diverso, è bloccato in mille emozioni, vuole fare la cosa migliore per gli altri, non per un senso di orgoglio». Com’è lavorare insieme, da sposati? «Succede di rado, non lo pianifichiamo e non ci portiamo i personaggi a casa», spiega la Cruz. «Quando avevo 20 anni credevo che torturarmi per mesi, restando nel personaggio, servisse. Poi è cambiato l’approccio, ho imparato quanto sia indispensabile salvare alcune cose della vita privata». E Farhadi interviene raccontando la sua ammirazione per i coniugi, soprattutto lontani dai riflettori. «Javier e Penelope hanno un mondo meraviglioso e confini chiarissimi fra set e vita reale. Hanno una famiglia molto semplice, e figli meravigliosi». Qualcuno chiede come costruisce i finali dei suoi film, che hanno tutti la stessa filosofia. «Mi piacciono le storie aperte, voglio che lo spettatore lasci la sala con l’idea che si aprono altri scenari. Non è una strategia cinematografica, mi viene dal cuore, involontariamente finisco con certe conclusioni. E tengo a precisare che questo film ha anche un cuore iraniano, ed è tipico dell’arte orientale e persiana che il creatore sparisca. Accade anche con Kiarostami, non si deve ammirare chi crea la cosa, ma l’opera creata».

Il film è appena stato venduto film in Usa, alla Focus team, ieri è uscito in Francia e ha già registrato un buon successo.  Uscirà in molti paesi e in Italia lo vedremo in autunno, distribuito da Lucky Red.

 

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Loro 1 regala sorprese che non ti aspetti

25 mercoledì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Politica

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Cinema Italiano, Cristiana Allievi, GQ, GQ Italia, Loro, Paolo Sorrentino, società, Toni Servillo

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Il regista Paolo Sorrentino sul set di Loro, con gli attori Toni Servillo (a destra) e Giovanni Esposito (a sinistra).

È nelle sale l’attesissimo film diretto dal premio Oscar Paolo Sorrentino e scritto insieme a Umberto Contarello sulla vita, privata e politica, dell’ex Cavaliere Silvio Berlusconi, fra il 2006 e il 2010 (dalla caduta del terzo governo alla crisi del quarto).

Come annunciato, l’opera è divisa in due parti, e dopo quella che si vedrà stasera, intitolata Loro 1, il 10 maggio sarà la volta di Loro 2.
Per valutare l’intero lavoro occorrerà averlo visto per intero ma già la prima tranche riserva diverse sorprese:

Un incipit (come sempre) curioso

Una bellissima pecora dal giardino di Villa Certosa, in Sardegna, entra in un immenso soggiorno deserto. Si ferma sulla soglia, restando ipnotizzata da tre schermi che rimandano immagini di Mike Bongiorno (Ugo Pagliai) che conduce Quiz nel silenzio. Mentre se ne sta lì, un po’ intontita, la temperatura del condizionatore scende a zero gradi, facendola fuori.
Un inizio che fa capire che qui non si scherza, e annuncia anche il senso del film.
PS: nel corso dei 104 minuti faranno capolino anche un rinoceronte, un serpente e un topo, a corollario di un bestiario fatto di segretari, aspiranti subrette, faccendieri, escort e parlamentari.

Perché quel titolo, Loro?

Il “Loro”, numero 1 e 2, si riferisce a “quelli che contano”, come racconta l’imprenditore pugliese Sergio Morra – “Gianpi” – Tarantini, personaggio interpretato da Riccardo Scamarcio.
Questa scelta fa comprendere che lo spettatore sarà accompagnato dentro un mondo, un “sistema pensiero”, che dal suo vertice e ispiratore si è esteso a macchia d’olio.

L’ex premier c’è ma…

Così come il titolo, anche una logica costruzione registica non punta dritto sull’ex Premier. Silvio Berlusconi, piuttosto atteso, arriva in scena a un’ora dall’inizio affidato alla straordinaria arte di Toni Servillo. Come accade ai pittoreschi personaggi del racconto (alcuni veri e alcuni di fantasia – avvisa Sorrentino nell’apertura del film), tutti intenti ad arrivare a LUI – così viene registrato, in stampatello maiuscolo, il nome di Berlusconi sui cellulari dei membri della sua corte – allo stesso modo lo spettatore deve soffrire un po’ prima di incontrare il cuore del film.

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eElena Sofia Ricci è Veronica Lario nel film (foto di Gianni Fiorito).

Accordati alla perfezione

Da Riccardo Scamarcio a Kasia Smutniak, che qui si chiama Kira ed è la donna più vicina a LUI, da Elena Sofia Ricci a Euridice Axen, già in The young Pope, i personaggi sembrano accordati alla perfezione con la partitura da interpretare. Nel loro muoversi tutto è chiarissimo, desideri, aspirazione, psicologia, aspettative, gesti, abiti di scena.
L’ex moglie di Berlusconi, un’eccellente Elena Sofia Ricci-Veronica Lario, regala un’interpretazione così densa da
far si che lo spettatore abbia un tarlo continuo nella mente: cosa ha legato due persone simili, considerato che lui non pensa ad altro che a giovani donne, potere e denaro, e lei ad andare ad attraversare la Cambogia a piedi? Colpisce anche il sentimento di lei, che spera ancora di farsi riconquistare da un marito che le mente inesorabilmente.

E poi c’è il gigante Servillo

Quando arriva sulla scena lascia di stucco, non solo per la somiglianza estetica con Berlusconi ma per il lavoro psicologico sul personaggio che lo porta a essere estroverso, buffone, spaccone, e forse solo un filo troppo milanese nell’accento. Quello che dice e che fa, come vestirsi da odalisca per far sorridere una moglie già sul piede di guerra, riesce ancora a sorprendere, perché avvolto da una specie di magia compiuta da Servillo.

La strada morbida: tanto i fatti si commentano da soli

Alla fine di questa prima parte di film si realizza che Sorrentino non ha usato una forza muscolare per presentare il suo Berlusconi, tutt’altro. Ha preferito la strada morbida, per scavare in una coscienza, consapevole che i fatti nudi e crudi si commentano da soli. Ha preferito essere quasi empatico col suo personaggio, ha scelto di avvicinarsi all’animo di un uomo che evidentemente non riesce a comprendere del tutto, nonostante lo abbia definito “un mistero avvicinabile, a differenza di tanti suoi colleghi del passato”. Sorrentino dimostra che con la dolcezza si ottiene tutto: lo spettatore lascia la sala con un senso di amarezza che, dalla mente, con lo scorrere dei minuti scende dritta al cuore. Soprattutto quando, sullo schermo, appare un musicista d’eccezione, che ruba la scena ad Apicella… Ma non spoileriamo troppo.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Isabelle Huppert: «Quella escort sono io».

20 venerdì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Personaggi

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Biancaneve, Cristiana Allievi, Eva, Gaspard Ulliel, interviste illuminanti, Isabelle Huppert, prostituta al cinema, Teodora film

È AL SUO ENNESIMO RUOLO AMBIGUO E SCANDALOSO. TRA POCHI GIORNI ISABELLE HUPPERT SARA’ AL CINEMA PER INTERPRETARE UNA PROSTITUTA CHE FA PERDERE LA TESTA A UN IUOMO MOLTO PIU’ GIOVANE. A GRAZIA CONFIDA DI INTERPRETARE DONNE DIVERSE DA LEI CON IL SOLO USO DELL’ISTINTO. E QUELLA VOGLIA DI OSARE CHE NON L’ABBANDONA MAI

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L’attrice francese Isabelle Huppert, 65 anni, fotografata da Sabine Villard (courtesy of Grazia)

«Mi piacciono l’ambiguità e la complessità senza limiti, le persone che non afferri del tutto e che puoi addirittura scambiare per immaginazioni. Mi piace anche indagare il nostro senso di identità, al di là dei comportamenti che abbiamo. La verità è che non siamo mai sicuri né di chi siamo né di come ci percepiscono gli altri…». Pantaloni neri a sigaretta e pullover rosa cipria, Isabelle Huppert è seduta davanti a me, in un hotel di lusso nel cuore di Berlino. La scusa del nostro incontro è il film Eva, in cui Benoit Jaquot la dirige per la sesta volta e che dopo essere stato presentato all’ultima Berlinale sarà al cinema dal 3 maggio distribuito da Teodora. Non potrei avere argomento di conversazione migliore, visto che nel film Eva è una donna molto misteriosa che diventa l’oggetto del desiderio di Bertrand (Gaspard Ulliel), un ragazzo molto più giovane di lei che afferma di essere uno scrittore. Ma è un’identità che ha rubato e in cui resterà intrappolato, come del resto Eva, che ha una famiglia e allo stesso tempo fa la escort d’alto bordo. «Sono stata più volte una prostituta sullo schermo, e in ognuno di quei film c’è una persona differente dietro. Ricordo per esempio in Silvia oltre il fiume, di Oliver Dahan, ero una donna con i capelli tinti di  biondo, le unghie blu e il rossetto rosa, su tacchi altissimi. In Si salvi chi può, di Jean Luc Godard, ero una donna opposta: senza alcun dettaglio esterno che indicasse la mia professione, a parte l’uniforme, fatta di stivali, minigonna, e modo di fumare. E questa Eva è una prostituta senza maschere, indossa solo una parrucca». Ha girato 150 film, fra cinema e tv, una quindicina dei quali da quando ha vinto il Golden Globe per Elle, di Paul Verhoeven, che le è valso anche la candidatura agli Oscar. 65 anni, fisico molto asciutto nonostante abbia avuto tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, con Ronald Chammah, è già sul set del prossimo film di Anne Fontaine, una nuova versione di Biancaneve. «Io non sono Biancaneve», butta lì come provocazione, «ma potrei esserlo! Vedrete una versione contemporanea con una sceneggiatura straordinaria». E visto che i contrasti sono il suo forte, ci lasciamo la favola alle spalle e torniamo a Eva, il nuovo adattamento del romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo da Joseph Losey nel 1961, con Jeanne Moreau come interprete.

Ha capito perché la donna che interpreta fa la prostituta? «Buona domanda. Benoit aveva bisogno di qualcosa di forte, per far riflettere.  Leggendo la sceneggiatura non ero sicura di chi fosse Eva, se una donna divisa, triste o felice, e questo aspetto mi piace molto. Non si sa nemmeno se è una prostituta occasionale o temporanea, non lo sappiamo e non vogliamo saperlo».

È un film perfetto per questo momento di rivendicazione femminile che stiamo vivendo: Eva ha un uomo molto più giovane di lei, che addirittura la paga, è quasi una nuova icona di indipendenza. «Tutti rileggono il contenuto in quella direzione a causa del momento in cui viviamo. Mi va bene, purché non limiti l’immaginazione degli spettatori».

Cos’ha questa donna di diverso da tutte quelle in cui si è calata fin qui? «È vista attraverso gli occhi di un uomo, e ha svariate facce. Non l’ho percepita come una persona doppia, che significherebbe consapevole e manipolatoria, piuttosto come una donna divisa, quindi una figura fragile».

Questo look dark è molto interessante… «Abbiamo cercato qualcosa che funzionasse, avrei potuto avere anche i capelli biondi, ma per qualche motivo il caschetto nero si è rivelato perfetto».

Temeva il confronto con la  Jeanne Moreau di Il diario di una cameriera, di Luis Bunuel? «Non ho visto il film, non ne ho sentito il bisogno, ma ho sentito dire che ha un contesto molto diverso. A volte le cose accadono, altre no, e forse non volevo esserne influenzata, non volevo copiare qualcosa».

Lei si cura di come la percepiscono gli altri? «No, ma a volte quando  sento la gente dire cose belle su di me mi chiedo se me le merito davvero. Ma poi ci pensano i miei figli a sistemare le cose».

Cosa intende? «Mio figlio mi prende in giro, quando legge belle cose su di me mi guarda con la faccia da spaccone come per dire “mamma, a me no la racconti…”, un gioco che mi diverte molto».

Poco tempo fa ho incontrato sua figlia Lolita, attrice, mi è sembrato che il confronto con lei sia un tema delicato. «Non ama essere scocciata con la fama della madre, lo trovo un fatto comprensibile».

Lei trova più facile confrontarsi con l’ammirazione o con le critiche? «L’ammirazione la gestisci, le critiche devi comprenderle. Ho capito che ci sono cose che le persone faticano a descrivere».

Ad esempio? «Per La pianista, o lo stesso Elle, in cui le protagoniste superano un certo limite, si sono usati aggettivi come “perverso”, o “sadomaso”, che indicano le difficoltà che quei film sollevano nello spettatore. Poi però diventano un successo mondiale, e capisci che se si trattasse solo di perversione la gente non andrebbe a vederli. Insomma, capisco che le persone ne sono toccate, a un certo livello, motivo per cui vado avanti».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19 Aprile 2018

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